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Published: 02 February 2021
Created: 30 January 2021
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contropiano2

Forum Cina /2. La linea di Mao

di Roberto Sassi

Intervento al convegno La Cina nel mondo multipolare il 16 Gennaio 2020

forum cina linea maoPremessa

La mia relazione coprirà un arco di tempo piuttosto ampio ed affronterà problemi complessi, fortunatamente come introduzione ai temi trattati posso rimandare all’ottimo intervento del compagno Angelo D’Arcangeli per l’Accademia Rebelde il 27 novembre 2020 (https://youtu.be/ltRjeWEkAuo), che ripercorre in maniera sintetica le origini della rivoluzione cinese, il suo sviluppo e i primi decenni dell’edificazione socialista.

Nel periodo che va dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 al 1976, anno in cui muoiono Zhou Enlai e Mao Zedong e la Cina cambia profondamente, esulando dai dati meramente macroeconomici, l’aspettativa di vita è passata da 40 a 65 anni (in India, nello stesso periodo, è passata da 38 a 54); la popolazione cinese è cresciuta da circa 550 milioni a circa 900 milioni di abitanti; il tasso di alfabetizzazione è passato dal 20% ad oltre il 65%; l’emancipazione della donna ha raggiunto grandi traguardi.

In questi anni, il governo è stato saldamente in mano al Partito Comunista Cinese, che pure ha sviluppato al suo interno e riversato nella società un ampio e spesso aspro confronto sui temi dell’edificazione della società socialista, così come ampio ed aspro fu spesso il confronto durante il precedente sviluppo della guerra di popolo.

Le figure di Mao Zedong e Zhou Enlai sono espressione con una certa evidenza di due tendenze: una dinamica, volta al movimento, al superamento degli assetti raggiunti, l’altra equilibratrice, volta alla stabilizzazione, al consolidamento dei risultati ottenuti.

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Published: 02 February 2021
Created: 26 January 2021
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marxismoggi

La democrazia sociale novecentesca come forma politica della parità relativa tra capitale e lavoro

di Mattia Gambilonghi*

846087a2fbedac47e57324d11ba9e8b1L’obiettivo del saggio in questione è quello di chiarire l’accezione del termine che dà il titolo al volume, quello, cioè, di “democrazia sociale”, e, in secondo luogo, di mettere in luce il legame che questa particolare forma politica viene ad instaurare, da un lato, con il cosiddetto costituzionalismo democratico-sociale (o “della seconda ondata”), e, dall’altro, con le forme di interventismo e di governo dei processi economici e sociali affermatesi a partire dall’entre-deux-guerres.

Inizieremo col dire che l’idea e il concetto di “democrazia sociale” ci sembra in larga parte coincidente e sovrapponibile con quello di “Stato sociale”, a patto però di concepire quest’ultimo non, à la Fortshoff, semplicemente come un segmento o una sezione dell’ordinamento politico e della sua organizzazione, ovvero come l’insieme delle erogazioni e delle prestazioni che attraverso le politiche economiche e di bilancio sono assicurate dallo Stato per tutelare e garantire i soggetti più deboli o in condizioni di difficoltà. Al contrario, secondo uno sguardo ed un approccio improntati alla globalità, lungi dall’essere un qualcosa di non-strutturale e di estremamente contingente e congiunturale – legato cioè ai programmi e alle deliberazioni politiche e in ragione di ciò inevitabilmente destinato ad espandersi o a contrarsi in base agli orientamenti del momento – lo Stato sociale va qui inteso nella sua accezione più larga e specificamente giuridica, sarebbe a dire, come una vera e propria forma di Stato dotata di una propria specifica razionalità interna e proprio per questo capace di distinguersi e di differenziarsi dal punto di vista qualitativo sia dai suoi predecessori, come ad esempio le varianti e diverse declinazioni dell’ottocentesco Stato liberale di diritto (Rechtsstaat, rule of law, ecc.), che dalle forme politiche caratterizzanti invece il ciclo neoliberale inauguratosi nel corso degli anni Ottanta.

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Published: 02 February 2021
Created: 02 February 2021
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machina

Rosso: quindicinale del Gruppo Gramsci*

di Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita

Pubblichiamo la prima delle tre sezioni di archivio della rivista «Rosso». A questa seguiranno «Rosso – giornale dentro il movimento» e «Rosso – per il potere operaio».

La raccolta è scaricabile gratuitamente in fondo a questa pagina

Schermata del 2021 02 02 15 08 22Può apparire strano che la nascita della più celebre rivista dell’Autonomia non sia da attribuire a nessun segmento di quella dirompente costellazione teorico-politica che si è soliti chiamare «operaismo» italiano. Tanto più che, proprio a leggendarie pubblicazioni periodiche, le molteplici traiettorie del marxismo operaista hanno legato, da «Quaderni rossi» a «Contropiano», la loro travagliata fortuna.

Imprevedibili diversivi del caso? Bizzarrie della Storia? Oppure segni indicativi che prefigurano ciò che sarà? Difficile da dire. Di sicuro, sulla copertina del primo numero – recante la data del 19 marzo 1973 – si legge: «Rosso quindicinale politico-culturale del Gruppo Gramsci».

Agli albori, dunque, c’è un’altra eterodossia: quella deviazione dal formalismo dogmatico della tradizione emme-elle, praticata da un’area in rotta con il Partito comunista d’Italia (marxista-leninista) e facente capo a Romano Madera. Se l’intera vicenda di «Rosso» è avvolta dalle nebbie della rimozione, pedaggio pagato al permanere d’una riserva inquisitoria in campo storiografico, altrettanto arduo risulta ricostruire il profilo della realtà che ne promosse la fondazione. Delle ragioni di questa difficoltà si è scritto di recente, alludendo – da un lato – ai velenosi frutti della stagione repressiva e, dall’altro, a quella naturale assimilazione del «prima» al «dopo» che si generò, nella percezione di molti protagonisti, al momento dello scioglimento del Gruppo, ufficializzato nel dicembre del ’73.

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Published: 01 February 2021
Created: 27 January 2021
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coniarerivolta

Profitto contro stato sociale: la crisi accelera la resa dei conti

di coniarerivolta

banchettoÈ passato meno di un anno dallo scoppio della pandemia da Covid-19 in Italia. Ad oggi, nonostante i diversi vaccini messi a punto, siamo ben lontani dal poter parlare della fine dell’emergenza. Molti settori economici sono tutt’ora interessati da limitazioni e da vere e proprie chiusure. Alcuni dei servizi essenziali funzionano ancora a singhiozzo, come i servizi sanitari e la scuola. I contagi giornalieri sono ancora oltre diecimila in tutto il Paese e i morti si contano a centinaia ogni giorno. Anche la campagna vaccinale va a rilento.

In parole povere, il ritorno alla normalità sembra ancora lontanissimo, per molti aspetti. C’è, però, un ambito nel quale la normalità potrebbe tornare prima del previsto: quello della disciplina di bilancio. Il problema è che non è una buona notizia. Il termine disciplina, infatti, non ha nulla a che vedere con le presunte virtù che potrebbe evocare. Con disciplina di bilancio si identifica il rispetto del pareggio tra le entrate e le uscite dello Stato, un’imposizione che da quasi trenta anni soffoca la crescita economica, con conseguente aumento della disoccupazione, e che ha portato il Paese ad affrontare l’emergenza Coronavirus con un sistema sanitario fortemente indebolito. È il binario morto dell’austerità, tanto caro alle classi dominanti e all’Unione Europea, dal quale solo negli ultimi mesi, per effetto del crollo delle entrate fiscali e delle (insufficienti) misure tampone per l’economia, si è temporaneamente deviato. Ma la normalità, intesa come pieno ossequio di questo paradigma, pare dietro l’angolo.

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Published: 01 February 2021
Created: 27 January 2021
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palermograd

Capitale senza rivoluzione?

di Riccardo Bellofiore

Pubblichiamo la relazione di Riccardo Bellofiore alla conferenza sul centenario della rivoluzione d’ottobre tenuta a Roma il 18-22 gennaio 2017 e organizzata dall’associazione e rete C17. L’intervento è stato trascritto e pubblicato in Comunismo necessario – Manifesto a più voci per il XXI secolo, a cura di C17 (Mimesis, 2019).

L’intervento è strutturato in due parti. Nella prima troverete le domande poste da C17. La seconda parte è dedicata alle risposte di Riccardo Bellofiore

Domande di C17:

files8o75f5Cos’è diventato il Capitale nel XXI secolo? Come intendere la “singolarità” del capitalismo neoliberale? Si tratterà per un verso di qualificare – su scala globale – la nuova composizione del lavoro e dello sfruttamento. Ma anche, chiaramente, la composizione del Capitale stesso, tra estrazione del valore e finanza. Per l’altro di percorrere gli antagonismi e la produzione di soggettività (ambivalente) che segnano das Kapital contemporaneo.

1. Aggiornare la critica

Condizione e finalità della critica dell’economia politica borghese è, per Marx, l’esistenza delle classi e la loro incessante lotta: attraverso la «scoperta» dello sfruttamento, la critica marxiana rende visibile la società divisa in luogo dell’individuo isolato e la storia in luogo dell’eternità delle categorie dell’economia politica. Tuttavia, il nuovo paradigma economico-politico «borghese» oggi dominante ha radicalmente modificato il suo oggetto e le forme attraverso cui mistifica il conflitto di classe: alle classi sociali è stato sostituito l’individuo proprietario, alla legge del valore-lavoro quella del valore-utilità, fondando l’origine dell’economia sullo scambio di mercato anziché sulla produzione. In che modo una critica dell’economia politica adeguata al tempo presente deve confrontarsi con queste modifiche nell’oggetto della scienza economica?

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Published: 01 February 2021
Created: 27 January 2021
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iltascabile

La guerra a Big Tech

di Francesco Del Vecchio*

Amazon, Apple, Google e Facebook sono sotto indagine negli Stati Uniti, dopo anni di mosse controverse

Schermata 2021 01 27 alle 09.29.15 1440x708Nei giorni dell’attacco a Capitol Hill, Facebook, Twitter e altri social network hanno preso decisioni senza precedenti nei confronti di Trump, rimuovendo post e profili legati all’ex presidente. C’è chi ha accusato le piattaforme di censura e chi invece ha rinfacciato loro di essere intervenute troppo tardi e in maniera puramente simbolica dopo anni in cui hanno hanno avuto un ruolo fondamentale proprio nel normalizzare e diffondere messaggi violenti. Una contraddizione e un conflitto che hanno comunque ricordato a tutti la centralità che i social occupano oggi nel dibattito pubblico. Le conseguenze dell’assalto al Congresso, tuttavia, rischiano di nascondere quella che fino a qualche mese fa era stata la storia centrale nel confronto tra la politica statunitense e Big Tech (Facebook, appunto, e Amazon, Apple, Google) e che riguarda la lotta al monopolio dei colossi tecnologici, contro cui la politica americana sembra (o almeno sembrava) aver trovato un accordo pressoché totale.

Lo scontro è esploso nello scorso ottobre, giungendo all’avvio di un processo contro Google da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense. “Per molti anni, Google ha usato tattiche anticoncorrenziali per mantenere ed estendere il suo monopolio sul mercato dei servizi di ricerca generale e sulla pubblicità di ricerca, ovvero i pilastri del suo impero”, si legge nelle 57 pagine dell’accusa. Il Dipartimento di Giustizia ha evidenziato anche le differenze tra la Google di vent’anni fa, nata come una promettente start-up con un metodo di ricerca innovativo, e quella di oggi, ovvero “un monopolio che detiene il controllo totale di internet”.

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Published: 01 February 2021
Created: 22 January 2021
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la citta futura

Ma siamo sicuri che andrà tutto bene?

I comunisti e la guerra di classe prossima ventura

di Enzo Gamba

La gravità della crisi acuisce la lotta tra borghesia e proletariato e tra grandi e piccoli capitali, sottomette ancora di più lo Stato al mercato e accentua la trasformazione bonapartista della politica. Per questo serve un programma minimo che unisca gli sfruttati e dia impulso alla costituzione del partito comunista

618a076585d77d8fbdbe7b813181766a XLCrisi economica e sanitaria

Verso la fine del 2019, nelle previsioni di alcuni avvertiti economisti, non solo marxisti, si indicava l’anno 2020 come l’anno in cui la crisi strutturale dell’economia mondiale capitalistico-finanziaria avrebbe avuto l’ennesimo crollo, un nuovo episodio di crisi che si determinava all’interno di quella che sembrava essere, ormai da decenni, la “normale” linea decrescente di recessione e stagnazione dell’economia mondiale capitalistica finanziaria, cioè di una tendenza complessiva che, pur negativa, prevedeva e teneva conto anche degli aspetti di “controtendenza”, come è il caso dell’economia cinese. Nell’anno 2020, nelle avvedute previsioni di questi economisti, sarebbero venuti al pettine anche i nodi delle gigantesche bolle finanziario-speculative che già nell’autunno del 2019 avevano cominciato a creare notevoli problemi.

Purtroppo, verso la fine di quell’anno iniziava silenziosamente a esplodere l’altra bolla, quella pandemica. Proprio come si espande una crisi economica, ma in questo caso a una velocità notevolmente maggiore, la crisi sanitaria dovuta alla Covid-19 ha bloccato l’economia mondiale e si è compenetrata con la crisi economica già operante: la crisi strutturale capitalistica ha preso la forma della crisi sanitaria, colpendo in maniera differenziata sia per nazioni, sia per classi, sia per settori economici produttivi, commerciali e finanziari.

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Published: 31 January 2021
Created: 31 January 2021
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marx xxi

Alle origini della Bolognina e della «mutazione genetica» del Pci

Un contributo per tenere aperta la riflessione storica

di Fausto Sorini e Salvatore Tiné

In occasione dei 100 anni della nascita del Partito Comunista d'Italia riproponiamo questo articolo

conclusioni politicheNell’analisi delle cause piú profonde del processo di «mutazione genetica» del Pci, destinato a sfociare nella svolta della Bolognina e quindi nella sua tragica auto-dissoluzione, è necessario riprendere la riflessione sulla storia dei comunisti italiani dal 1945 al 1989. Si è trattato infatti di un processo storico profondo, ma tutt’altro che lineare e fino alla fine sempre aperto a sviluppi e a esiti diversi e perfino contrapposti tra loro: la «mutazione genetica» che gradualmente e nelle forme di una trasformazione tanto profonda quanto «molecolare» ha investito una parte importante dei gruppi dirigenti a tutti i livelli del partito, la loro prassi concreta come la loro ideologia e cultura politiche, nel corso dei drammatici e travagliatissimi anni Settanta e Ottanta, ha incontrato ostacoli e resistenze tenaci, generando sempre contraddizioni e conflitti anche aspri, non solo tra i quadri del partito, ma anche nel suo corpo, ovvero nella massa degli iscritti e dei militanti. Sappiamo che il tema delle cause della «mutazione genetica» del Pci è destinato a rimanere ancora per molto tempo oggetto di una riflessione aperta e problematica. Ma sarebbe assai negativo non discuterne, non affrontare nemmeno o rimuovere il tema di enorme rilievo storico e politico, o riducendo tutto ad un colpo di testa dell’ultima ora della gestione occhettiana.

Non c’è dubbio che con la segreteria di Achille Occhetto la mutazione giunge a compimento. Serve un pretesto, un’occasione propizia per giustificare una svolta drastica, in un partito in cui forte è ancora il legame degli iscritti e dei militanti con il suo nome e i suoi simboli legati alla tradizione della III Internazionale.

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Published: 31 January 2021
Created: 27 January 2021
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contropiano2

“Vogliamo fare l’impero europeo”, detto chiaro e tondo

di Francesco Piccioni

impero europeoE’ strano come sia passato quasi inosservato, tra molti compagni sempre “sul pezzo” quando si tratta di cogliere un sciocchezza di Salvini o una sacrosanta soddisfazione di Eric Cantona, un titolo di prima pagina del confindustriale Sole24Ore: «L’Europa? Sia un impero potente al servizio di buoni propositi».

Da anni ci battiamo – con qualche successo, per fortuna – per spiegare che l’Unione Europea non è “soltanto” un mercato comune, ma una sovrastruttura semi-statuale che sta realizzando da 30 anni, a colpi di trattati comunitari e “raccomandazioni” sempre più ultimative un trasferimento di poteri politici dagli Stati nazionali alla struttura con sede a Bruxelles (o a Francoforte, per quanto riguarda la Banca centrale).

Facciamo questo lavoro di “spiegazione” sciorinando fatti, indicando il contenuto dei trattati, illustrando certe decisioni e certi “diktat”, che nell’insieme descrivono una politica di classe, determinata e feroce nei confronti di lavoratori (“fissi” e precari), pensionati, disoccupati, giovani e via elencando categorie popolari.

Un “mercato comune”, del resto, non si preoccuperebbe di controllare le politiche di bilancio dei singoli Stati, non cercherebbe (con non molto successo) di individuare una politica estera unitaria, di costruire coordinamenti gerarchici di polizie, intelligence, forze militari, apparati ideologici e di comunicazione, ecc.

Ma torniamo al titolo del Sole, perché il virgolettato appartiene al ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, che si candida a succedere all’attuale presidente, Emanuel Macron, ai minimi della popolarità in vista delle elezioni del 2022.

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Published: 31 January 2021
Created: 25 January 2021
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lafionda

Le radici social-liberiste del PCI

di Thomas Fazi

neoliberismIn un recente articolo ho ripercorso l’importante dibattitto economico che ebbe luogo nel 1976 nelle file del PCI, che portò il partito, nonostante il suo miglior successo elettorale di sempre – nelle elezioni politiche di quell’anno il Partito Comunista ottenne il 34 per cento dei voti, poco meno della DC –, ad offrire la sua adesione incondizionata alle politiche di austerità e di moderazione salariale promosse dal governo monocolore DC, sostenuto dal PCI nella forma dell’appoggio esterno al governo di solidarietà nazionale, e come quella svolta “economica” abbia rappresentano il primo passo verso la svolta “politica” che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.

In quella sede, però, per ragioni di spazio, non ho approfondito le ragioni che portarono il PCI a prendere quella decisione, così determinante per il futuro del partito. È opinione diffusa secondo gli esponenti della sinistra contemporanea che esse vadano rintracciate unicamente nella difficilissima congiuntura storica in cui si trovava il nostro paese – e in particolare il PCI – e che la “disputa accademica” tra gli economisti vicini al partito, oggetto del mio articolo succitato, abbia avuto un ruolo del tutto marginale.

Come ha scritto l’amico Mario Monaco in un commento a margine di quell’articolo,

«l’azione politica del Partito Comunista va calata nella realtà difficilissima dell’epoca, nella quale il PCI dovette fare fronte a tentativi stragisti e golpisti, a movimenti alla sua sinistra che non vedevano l’ora di fare la festa a Botteghe Oscure, a forze reazionarie di ogni risma all’interno di un paese cattolico, socialmente conservatore e con un fortissimo tessuto imprenditoriale nel centro-nord del paese, il tutto in presenza di una scelta di campo politica, strategica, economica e oserei dire ideologica, fatta dall’Italia nel 1948».

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Published: 31 January 2021
Created: 31 January 2021
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cumpanis

Sinistre mutazioni genetiche

Le scelte liberiste del PCI

di Francesco Cappello

cappello foto berlingue e scalfari All’inizio degli anni ’80, in quell’Italia dominata dalla strategia della tensione, con gli elenchi della P2 da poco venuti alla luce, dopo 35 anni di opposizione, moralizzazione, contenimento dei consumi, austerità e lotta all’inflazione diventano parole d'ordine del PCI di Enrico Berlinguer.

La reazione di E. Berlinguer e del PCI a quella male intesa inflazione da costi (1) causata dalle prime crisi petrolifere degli anni ‘70, che accadeva nel seno di una economia generalmente espansiva, la quale aveva permesso al nostro paese di risollevarsi dalle macerie della guerra, crescendo con un ritmo vertiginoso del 5,5% in media per 35 anni è già leggibile in un intervento del 1976, in cui il segretario comunista era intervenuto sulle pagine dell’Unità denunciando il “pericolo inflazione“ rispetto al quale, peraltro, il potere d’acquisto dei lavoratori era già protetto dal meccanismo della indicizzazione di salari e stipendi, la cosiddetta scala mobile.

Che la causa dell’inflazione fosse prevalentemente esogena, legata cioè alle crisi petrolifere mediorientali, era inizialmente riconosciuto da parte di economisti, politici e media seppure nel seguito tale consapevolezza verrà progressivamente rimossa. Ad essere rimossa la differenza tra inflazione da costi, da domanda e inflazione da mancata, pronta risposta dell’offerta… e ancora inflazione da eccesso di moneta in circolazione rispetto alla forza dell’economia. In Italia, il 14 febbraio 1984 il decreto di San Valentino approvato dal governo Craxi tagliò 3 punti percentuali della scala mobile, accogliendo la proposta avanzata da Ezio Tarantelli nell'aprile del 1981 sul quotidiano La Repubblica.

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Published: 30 January 2021
Created: 26 January 2021
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perunsocialismodelXXI

I dannati del clic

Lavoro digitale e nuove forme di sfruttamento

di Carlo Formenti

Gig Economy 1Il ruolo delle tecnologie digitali nella progettazione di nuove forme di sfruttamento delle classi lavoratrici, è al centro di un incontro organizzato dalla CGIL per martedì 2 febbraio https://www.centroriformastato.it/non-solo-rider-le-antiche-nuove-forme-di-sfruttamento-di-chi-lavora-per-e-con-le-piattaforme-digitali-5/. Negli ultimi anni, il tema è stato affrontato da diverse ricerche: dal libro di Riccardo Staglianò, Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri (Einaudi 2018) al più recente Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo (Feltrinelli 2020), di Antonio Casilli, il quale parteciperà all’incontro di cui sopra. Quel “tutti” che accomuna i due sottotitoli (“ci rende tutti più poveri”, “perché lavoriamo tutti”), sembra suggerire che gli autori credano di riconoscere, in queste nuove forme di sfruttamento, un tratto generalizzabile, universale dell’attuale fase di sviluppo capitalistico. Nel testo che segue mi propongo di problematizzare questa tesi. Ma prima è opportuno sintetizzare il contributo dei due libri alla comprensione di una serie di fenomeni che stanno mettendo in discussione alcuni concetti di base della sociologia del lavoro, dalla relazione fra tecnologia e occupazione all’idea stessa di lavoro.

Sulla questione della disoccupazione tecnologica Staglianò (cfr. la recensione che Alessandro Visalli gli ha dedicato http://tempofertile.blogspot.com/2018/10/riccardo-stagliano-lavoretti.html?q=gig+economy) resta nel solco della tradizione marxista: l’odierna tecnologia “ruba” il lavoro, come ha fatto fin dalla prima rivoluzione industriale, e lo fa non tanto e non solo per ragioni “oggettive” – cioè come effetto collaterale di un inevitabile quanto irreversibile “progresso” tecnico-scientifico – ma anche e soprattutto perché è lo strumento principale grazie al quale il capitale contiene il costo del lavoro quando questo accumula rapporti di forza tali da sfidare il profitto.

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Published: 30 January 2021
Created: 24 January 2021
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lanatra di vaucan

Il canto del cigno dell’economia di mercato

di Robert Kurz

5e9610c7b43fec6780d030f0 o U v2Proponiamo qui una breve quanto densa intervista rilasciata al giornale politico TERZ1 da Robert Kurz nell’aprile 2000, poco dopo l’uscita del suo libro più famoso, lo Schwarzbuch Kapitalismus, cioè Libro nero del capitalismo (Eichborn Verlag, 1999).2 Un titolo, ad onor del vero, che non era quello che l‘autore aveva pensato per quest’opera, come dice anche nell’intervista. Il titolo che aveva prescelto (die Mühlen des Teufels, in italiano I mulini del diavolo) non indica, infatti, una semplice replica ai vari “libri neri” sul comunismo, in voga all’epoca. Piuttosto, richiama una critica feroce e sostanziale al sistema del capitale all’interno del quale Kurz pone anche il modello del socialismo reale, “vittima” soltanto presunta della potenza capitalistica, la quale – secondo la vulgata – avrebbe vinto questa lotta fra titani, solo apparentemente opposti.

In questa intervista Kurz tocca, di passata, alcuni dei temi salienti del suo pensiero, presenti anche nel libro in questione:

1) lo sguardo critico, già accennato, ai regimi dell’est, letti come modernizzazione forzata di recupero; tutt’al più, cioè, come immaturo succedaneo, anche parecchio difettoso, del modello capitalistico, quindi tutt’altro che sua presunta alternativa;

2) la crisi del lavoro astratto come crisi (non recuperabile) del capitalismo, dovuta al contradditorio modo di funzionamento del sistema stesso;

3) la barbarie come esito “naturale” della crisi di questo sistema, già fondamentalmente barbaro. La crisi definitiva del capitalismo, dunque, come una sorta di “ritorno alle origini”, solo senza più spazi reali di crescita;

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Published: 30 January 2021
Created: 23 January 2021
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contropiano2

Forum Cina/1. Nel mondo multipolare: passato, presente e prospettive

di Giacomo Marchetti - Rete dei Comunisti

forum cina multipolare 500x300«Le discussioni sul presente e il futuro della Cina – una potenza “emergente” – mi lasciano sempre poco convinto. Alcuni sostengono che la Cina abbia scelto una volta per tutte la “via capitalista” e intenda anche accelerare la sua integrazione nella globalizzazione capitalista contemporanea. Chi propone questa ipotesi ne è abbastanza soddisfatto, e spera solo che questo “ritorno alla normalità” (essendo il capitalismo la “fine della storia”) sia accompagnato da uno sviluppo in direzione di una democrazia di stile occidentale (partiti, elezioni, diritti umani).

Costoro credono – o devono credere – nella possibilità che in questa maniera la Cina possa gradualmente raggiungere in termini di reddito pro capite il livello delle società opulente occidentali, cosa che io non ritengo possibile. La destra cinese condivide questo punto di vista. Altri deplorano tutto questo in nome dei valori di un “socialismo tradito”.

Altri si associano alle espressioni dominanti della pratica occidentale del China bashing Altri ancora, quelli al potere a Pechino, descrivono questo sentiero come “socialismo con caratteristiche cinesi”, senza essere più precisi. Comunque, ci si può fare un’idea più precisa leggendo i testi ufficiali e in particolare i piani quinquennali, che sono accurati e vengono presi piuttosto sul serio.

Nei fatti la domanda “la Cina è capitalista o socialista” è mal posta, troppo generica e astratta perché una qualsiasi risposta abbia senso nei termini di questa alternativa assoluta. Nei fatti, la Cina ha continuato a seguire un percorso originale dal 1950, forse persino sin dalla rivolta dei Taiping nel diciottesimo secolo».

Samir Amin, Cina 20131

Introduzione

Le contraddizioni aperte dagli anni ’50 nel movimento comunista dallo scontro – talvolta anche militare – tra il PCC ed il PCUS sono da sempre al centro dell’analisi e del posizionamento delle forze comuniste.

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Published: 30 January 2021
Created: 22 January 2021
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la citta futura

Per il comunismo. Il concetto di classe

di Roberto Fineschi

La crisi del Pci è dipesa anche da un’inadeguata definizione del concetto di classe. A tal fine è determinante il ruolo dei soggetti nell’attività lavorativa e le modalità del suo svolgimento. Accanto alla classe operaia dell’industria devono essere prese in considerazione oggi molte altre figure alle dipendenze di fatto del capitale per la sua valorizzazione e gli esclusi dal lavoro

5506bac382e397bb85ddaaecc03ee20b XLPremessa

In un precedente articolo sulla crisi del Pci individuavo, tra gli altri, due punti fondamentali che credo abbiano minato le sue capacità interpretative e di reazione ai cambiamenti di fase del modo di produzione capitalistico. Il primo è una inadeguata definizione del concetto di classe, il secondo un’incapacità di individuare le dinamiche concrete di trasformazione materiale dei processi economico-sociali e del loro connesso riverbero ideologico. In questa sede vorrei riprendere la prima delle due questioni.

Nella storia del Pci la declinazione fondamentale del concetto di “classe” è consistita nell’identificazione privilegiata del soggetto antagonista nella “classe operaia”. Nella dinamica storico-politica e poi nell’evoluzione della teoria dell’egemonia, essa si è estesa a includere nel “blocco storico” i contadini, al punto che sulle bandiere rosse sventolavano la falce e il martello. Il grande valore di questa alleanza e la sua centralità in una fase determinata della storia contemporanea dettero, da una parte, grande forza a quel movimento nella fase in cui essa sembrava effettivamente incarnare la soggettualità preponderante. È invece sembrato che il declino di quelle istanze reali sancisse una crisi definitiva anche del partito che se ne dichiarava portavoce, almeno nel cosiddetto mondo occidentale avanzato. I mutamenti storici che hanno ridefinito decisamente le configurazioni determinate della lotta di classe hanno lasciato spiazzati un po’ tutti.

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Published: 29 January 2021
Created: 23 January 2021
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bollettinoculturale

Il problema del valore d'uso in Toni Negri

di Bollettino Culturale

marx 3788454 1920Il valore d'uso è un concetto che appare formulato da Karl Marx come uno dei due fattori della merce nella sua critica dell'economia politica classica e dell'uso che ne fece Hegel nella sua famosa “Filosofia del diritto”.

Il concetto ha avuto un destino sfortunato in tutta la storia della corrente politica che ha rivendicato l'eredità di Marx. Sebbene come concetto sembri in via di sviluppo nei Grundrisse, un testo scritto nel 1857, sarà nel Capitale, in particolare nel suo primo volume, quello che Marx vide pubblicato ancora in vita, dove ci fornirà la linea tracciata della dicotomia valore/valore d'uso da sviluppare.

La tradizione politica del marxismo che seguì alla morte del fondatore non prestò molta attenzione al concetto in questione. La prima grande generazione di marxisti come Lenin, Rosa Luxemburg o Gramsci, aveva una preoccupazione che possiamo definire di natura politica, centrata sui problemi dello Stato, della rivoluzione o della costruzione del partito politico come soggetto collettivo. Il Capitale appariva piuttosto come un testo di "economia" che doveva essere aggiornato secondo le nuove tendenze che si osservavano. Questa è la fonte della riformulazione luxemburghiana dei cosiddetti schemi di riproduzione del capitale, del lavoro di Lenin sul capitale finanziario / imperialismo e del tentativo di Gramsci di comprendere il significato politico, culturale ed egemonico dell'americanismo come nuova concezione della vita.

Alcune delle correnti del marxismo che hanno raggiunto una maggiore diffusione erano apertamente contrarie allo studio del problema del valore d'uso. Forse il caso più emblematico è rappresentato dal marxista americano Paul Sweezy, per il quale:

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Published: 29 January 2021
Created: 23 January 2021
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vocidallestero

Verso una unione sempre più stretta?

di Perry Anderson

ever closer unionPerry Anderson, storico accademico e saggista britannico, sulla London Review of Books propone una distaccata e lucida analisi delle istituzioni europee sin dalle loro origini, molto distante dal dilagante e superficiale conformismo del politicamente corretto, dalla quale emerge che tra i principali protagonisti dell'integrazione europea furono accolti con tutti gli onori importanti esponenti del partito nazionalsocialista tedesco o personalità ad esso vicine. All'interno delle diverse istituzioni europee essi continuarono a perseguire, pur in forme nuove e diverse, quel disegno di unificazione dell'Europa sotto l'egemonia tedesca già tentato durante il terzo Reich

 

I. La Corte di Giustizia europea

Quantitivamente parlando, lo spostamento del centro di gravità del lavoro sull'UE dall'America alla stessa Europa è stato il prodotto di un'industria accademica ormai vasta: circa cinquecento cattedre Jean Monnet sono attualmente presenti in tutta l'Unione. In mezzo a un mare di conformismo, è emerso un gruppo di pensatori le cui opere rappresentano un progresso qualitativo nella comprensione critica dell'Unione. Animati da un'indipendenza di spirito più vicina ad intellettuali "tradizionali" come Gramsci, che non alla variante "organica" rappresentata da Luuk van Middelaar, costoro non si trovano a coprire incarichi nelle posizioni ufficiali; non formano una scuola di pensiero collettiva; e sono di diversa estrazione nazionale e generazionale.

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Published: 29 January 2021
Created: 22 January 2021
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la citta futura

Lavoro produttivo e classi

di Ascanio Bernardeschi

La distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è importante per l’individuazione della fonte del plusvalore, ma occorre individuare altri criteri per definire la classe lavoratrice, quale soggetto contrapposto al capitale

1c37ac47e3b55f294eb0f00c48a590df XLPubblichiamo questo articolo al fine di aprire una discussione sul tema. Saranno quindi benvenuti altri contributi, non necessariamente concordi con il presente. Il collettivo de “La Città Futura” si riserva di dibattere questo argomento e di produrre una propria sintesi finale.

* * * *

1) La definizione di lavoro produttivo

Marx definisce il lavoro produttivo all’inizio della quinta sezione del libro I del Capitale intitolata Produzione del plusvalore assoluto e del plusvalore relativo, (p. 556 nell’edizione degli Editori Riuniti del 1964). Il passo è molto breve e vale la pena di riportarlo quasi interamente.

“Col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concetto del lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoratore produttivo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessario por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate […] Ma d’altra parte il concetto di lavoro produttivo si restringe. La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L’operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l’operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all’autovalorizzazione del capitale […]

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Published: 29 January 2021
Created: 29 January 2021
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sinistra

Riflessioni sulla nascita del PCdI del 1921

Intervista a Gianni Marchetto

Classe Operaia 400x2672xD. Parlami un po' di te…

Ho 79 anni e sono nato nell’isola di Ariano Polesine e precisamente a Cà Zen, una frazione del Comune di Taglio di Po (prov. di Rovigo). Figlio di coltivatori diretti – ho frequentato le scuole (3 anni) di Avviamento Industriale ad Adria e il biennio Tecnico Industriale a Rovigo per tutti gli anni ’50. Chi volle questa mia destinazione scolastica fu mio padre il quale diceva così che avrei trovato lavoro a differenza di me che volevo invece frequentare le scuole medie per poi diventare maestro attraverso le scuole magistrali.

Al paese (negli anni ’50) specie in estate frequentavo l’Oratorio per via del fatto che potevo giocare al calcio in quanto c’era il campetto che lo permetteva - in autunno e inverno invece frequentavo la LEGA (era la sede della locale Camera del Lavoro CGIL), dove all’interno c’erano pure gli uffici del PSI e del PCI, e una sala da ballo per le domeniche. Avevo notato quanto segue: i Socialisti erano un gruppo di persone molto simpatiche, intraprendenti, “mangiapreti” e stalinisti, sempre al Bar a litigare con i Democristiani, quasi mai in ufficio. I Comunisti erano invece persone molto serie, responsabili della CdL e del PCI locale, ovviamente anche loro stalinisti, ma con un’ansia di riscatto formidabile che si notava nella loro sete di sapere, delle letture e dei libri che avevano in casa (avevo letto i libriccini che portavano scritti gli interventi dei dirigenti Comunisti alla Camera e al Senato, quando non invece dei veri e propri interventi di Togliatti, Pajetta, Longo, Ingrao, Amendola, ecc.) – nella sede della CdL una volta la settimana avevo notato delle riunioni di una decina di persone (quasi tutti braccianti analfabeti) che ascoltavano con un quadernetto in mano la lezione che un maestro gli faceva = imparare a leggere, scrivere e far di conto.

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Published: 28 January 2021
Created: 24 January 2021
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lafionda

Crisi, catastrofe e rivoluzione

di Alberto Gabriele

rivoluzione 900x445 11. Catastrofe o rivoluzione è l’ultimo di una serie di contributi pubblicati nell’ultimo libro di Emiliano Brancaccio[1] . Si tratta di un saggio breve ma denso di eccezionale valore, caratterizzato da un grande suo coraggio intellettuale, morale, politico e ideologico volto a combattere l’appecoronamento generalizzato su posizioni piccolo-borghesi e disfattiste, e nel riaffermare in modo moderno le ragioni del socialismo. Questo lavoro cade come un macigno possente nella morta gora del deprimente Rome Consensus, affollato di economisti e pseudo-economisti borghesi e giornalisti prezzolati atterriti da qualsiasi ipotesi di tassazione della ricchezza loro e (soprattutto) dei loro padroni, che ripetono incessantemente e panglossianamente nel mezzo dell’attuale catastrofe un’apologia del capitalismo basata su ipotesi e teorie ormai ridicolizzate dalla storia dopo essere state falsificate dalla logica, che andavano di moda negli USA alcune decine di anni fa (la Trumpnomics, a confronto, appare moderna e avanzata come lo era l’esistenzialismo rispetto alla tomistica). Speriamo che faccia un bel botto e generi una grande onda intellettuale rinnovatrice.

 

2. La tesi di fondo di Brancaccio sostiene che le contraddizioni sistemiche del capitalismo “selvaggio” siano irredimibili, e che l’attuale sistema dominate debba essere sostituito dalla pianificazione collettiva (p.185). Nella migliore tradizione marxista la pianificazione rappresenta la forma più alta attraverso la quale la classe lavoratrice organizza razionalmente e collettivamente il proprio futuro, per massimizzare il benessere e la libertà di tutti (anche intesa come libertà individuale).

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Published: 28 January 2021
Created: 21 January 2021
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lordinenuovo

La scissione di Livorno e i tempi della storia

di Sebastiano Usai*

biennio rossoProprio oggi ricorre il centenario della fondazione dell’organizzazione che più di ogni altra, almeno fino al secondo dopoguerra, ha determinato le sorti del movimento rivoluzionario in Italia. Il 21 gennaio 1921 si determinava con la scissione di Livorno la prima organizzazione operaia comunista in Italia. La storia della fondazione del P.c.d’I, e più in generale quella del Partito comunista italiano, è una storia talmente densa e stratificata, così rilevante per le sorti del paese in cui si è andati più vicino e allo stesso tempo più lontano dal successo della rivoluzione che, nonostante il fiume storiografico che ha letteralmente investito questa vicenda, finisce irrimediabilmente per essere irrisolta. La ragione principale risiede nei nodi politici che dalla parabola del Pci scaturiscono e che relegano ancora l’eredità storica di quest’organizzazione nel campo dell’incertezza, certamente della contraddittorietà.

Sarebbe dunque impossibile provare a “tirare le somme” come in troppi hanno tentato di fare, in pochi sono riusciti, anche se parzialmente, e nessuno definitivamente a compiere. E questo perché, anche a distanza di trent’anni dal certificato di morte dell’organizzazione che si dichiarava erede del partito della Resistenza, ancora rimane irrisolta la ragione complessiva che può spiegare come si passò dalla gloriosa storia del partito clandestino e della Liberazione, poi del partito della classe operaia nello Stato a quella del partito Stato nella classe operaia. Una parabola che appunto, rimane irrisolta, proprio perché pone al presente, nella sua straordinaria eccezionalità storica di esempio più alto e allo stesso tempo più basso, una lunga serie di questioni.

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Published: 28 January 2021
Created: 28 January 2021
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cumpanis

Il PCI contro l’Europeismo

Riflessioni sul volume di Luca Cangemi

di Salvatore Tinè

Il cambiamento progressivo della linea del PCI sull’Unione europea (linea che passa, nei decenni, da una netta contrarietà ai processi di unificazione sovranazionali di stampo capitalista ad una totale accettazione dello spirito e della pratica di quei processi) è sicuramente un segno tra i più significativi della mutazione della natura del PCI. In questo “Speciale” ripubblichiamo la densa recensione di Salvatore Tinè dell’importante libro di Luca Cangemi “Il PCI contro l’europeismo” (1941-1957), nel quale libro si evidenziano le involuzioni del Partito Comunista Italiano in relazione alle questioni dell’unità europea

Brigata Garibaldi 01 2Il libro di Luca Cangemi, Altri confini. Il PCI contro l’Europeismo (1941-1957), è un libro importante. Importante in una duplice prospettiva, ovvero sia per la ricostruzione e riflessione storiche sulla genesi e la prima fase del processo di integrazione europea che ci propone e che costituisce lo sfondo del tema specificatamente trattato nel libro, ossia l’evoluzione della posizione dei comunisti italiani sui progetti e i processi di unificazione dell’Europa occidentale negli anni tra il 1941 e il 1957, sia per la profonda riconsiderazione critica di un periodo della storia del comunismo italiano.

Si tratta del periodo compreso tra il ’47 e la crisi del ’56, ovvero tra la fine dell’unità antifascista e l’inizio della cosiddetta “destalinizzazione”, solitamente considerato dalla storiografia, anche di orientamento “comunista” in una prospettiva sostanzialmente negativa, quando non puramente liquidatoria e che invece nella rigorosa e documentata ricostruzione di Cangemi ci appare come un periodo di importanza addirittura decisiva nella definizione di alcuni dei tratti essenziali più originali dell’identità culturale e politica del PCI di Togliatti.

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Published: 28 January 2021
Created: 25 January 2021
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lacausadellecose

Post scriptum

all’articolo Usa gennaio 2021: il dito indica la luna

di Michele Castaldo

Il dito e la luna conta piu il consumatore o il venditore e1605861677947In riferimento al mio articolo «Usa gennaio 2021: il dito indica la luna», alcuni compagni mi hanno scritto sollevando osservazioni critiche che qui riassumo, e che mi forniscono l’opportunità per ritornare su questioni molto complicate.

Scrive il compagno Gerardo:

« Ho letto il tuo articolo, mi è sembrato, comunque, un po' equivoca la tua posizione riducendo tutto al fattore economico quel che è successo lì, fattore che è fondamentale ma non sufficiente. Mi è sembrato, ad un certo punto che sostenessi, quasi, essere di fronte ad una situazione pre-rivoluzionaria, mentre per me era semplicemente un fenomeno di rivoltosi-razzisti (non c'era un solo nero) sostenuti da un miliardario delinquente che vedono in pericolo il loro stile di vita di bianchi privilegiati (Marx li chiamava Lumpenproletariat). Io mi sento più vicino a quel che sostiene Franco Berardi- Bifo (già esponente del movimento del '77 vicino ad Avanguardia Operaia) in un articolo ».

Dunque il compagno Gerardo muove una prima critica che si potrebbe definire di economicismo, cioè farei risalire tutto quanto accaduto a fattori economici; e aggiunge che « è fondamentale ma non sufficiente ». Ma il compagno pur ammettendo che i fattori economici sono fondamentali, sostiene che non sono sufficienti. Dunque ci sarebbero anche antri fattori, e certamente ci sono, ma il punto in questione non è negare o affermare l’esistenza di altri fattori, ma di definire se le cause scatenanti – dunque fondamentali - che hanno portato prima decine di milioni di persone a votare per un personaggio come Trump e poi addirittura a scendere in piazza e tentare di dare l’assalto al Campidoglio, ritenuto il luogo sacro della democrazia nel paese più “democratico” del mondo, sono o no di natura economica, altrimenti si rischia di non riuscire a focalizzare la questione di fondo di questa fase.

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Published: 27 January 2021
Created: 20 January 2021
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linterferenza

Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS

di Salvatore A. Bravo

09pol02f11 019 k1YG U4338068209717mdC 768x432Corriere TabletPubblichiamo questo interessante articolo del nostro collaboratore Salvatore A. Bravo che personalmente condivido solo parzialmente. In particolare dissento radicalmente sulla parte finale dove l’autore – riprendendo e citando un passo di un libro di Costanzo Preve – individua nella classe media il possibile nuovo soggetto se non rivoluzionario, comunque resistente al capitalismo.

Non c’è dubbio che alcuni settori di piccola-media borghesia impoveriti o “proletarizzati” dalla crisi e dal processo di globalizzazione capitalista, potrebbero in linea teorica essere spinti ad allearsi con i ceti popolari e subalterni e con la grande massa del lavoro dipendente, stabile o precario, ma solo se quest’ultimo è in grado di essere un punto di riferimento per quei ceti, di costituirsi come un blocco sociale, cioè come classe, provvista di coscienza e autonomia politica. Viceversa, in assenza di tale blocco sociale, quella piccola-media borghesia è inevitabilmente destinata ad essere preda delle forze reazionarie di destra (cosa che sta avvenendo e in buona parte già avvenuta) la cui funzione è proprio quella di disinnescare quel che di potenzialmente sovversivo potrebbe esserci in quel ceto sociale, indirizzandolo verso falsi obiettivi (autoctoni contro immigrati) o addirittura rivolgendolo contro gli stessi lavoratori e ceti subalterni; penso ad esempio all’ostilità nei confronti dei lavoratori pubblici o alla retorica interclassista del mondo dei “produttori” (che vorrebbe unire i lavoratori e i datori di lavoro) contro quello dei “parassiti” (cioè di tutto il comparto del pubblico impiego) e del “capitalismo buono”, cioè quello produttivo” contro il “capitalismo cattivo”, cioè quello finanziario.

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Published: 27 January 2021
Created: 21 January 2021
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lordinenuovo

Fattori internazionali e nazionali nella fondazione del PCd’I

di Guido Ricci

Ordine Nuovo 1536x1536Il “fattore internazionale”, cioè l’insieme di eventi e relazioni internazionali che si sviluppano nel tempo, ha largamente influenzato il processo di raggruppamento delle tendenze comuniste all’interno del movimento operaio italiano, l’evoluzione della linea comunista e la formazione del Partito Comunista d’Italia. Un approccio che considerasse il processo che porta alla fondazione del PCdI o solo come prodotto dello sviluppo di condizioni interne, o solo come conseguenza di sollecitazioni e suggestioni esterne sarebbe parziale e sbagliato, poiché non terrebbe conto di come, tra le une e le altre, vi sia stato sempre un rapporto, praticamente indistricabile, di reciproca influenza e interazione che, solo, può farci capire la sintesi che storicamente ne è scaturita. Si tratta di un vastissimo argomento che non può certo esaurirsi in questo articolo. Ci limiteremo, quindi, ad esaminare solo gli aspetti più direttamente correlati alla formazione del PCdI nel periodo dalla I Guerra Mondiale alla scissione di Livorno (1914-1921), rimandando il seguito dell’analisi a un approfondimento successivo, con l’intento di stimolare la riflessione sulle importanti lezioni che ci giungono da quell’esperienza per trarne un insegnamento che possa essere valido e attuale anche oggi.

 

La guerra imperialista e la II Internazionale

Il 1914 segna la definitiva bancarotta politica della II Internazionale. La frattura, creatasi nel periodo precedente, tra revisionisti e riformisti, da un lato, “marxisti ortodossi” e marxisti rivoluzionari (questi ultimi talvolta confusi nell’area degli “ortodossi”), dall’altro, diventa definitiva e insanabile proprio in relazione al tema della guerra e dell’atteggiamento che i partiti operai nazionali devono assumere in relazione ad essa.

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  1. Giorgio Gattei: Che vita su Marx! Cronache MarXZiane n. 2
  2. Marco Cerotto:Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi»
  3. Pietro Basso: Bordiga, il leader dimenticato
  4. Bollettino Culturale: Appunti critici sulla rivoluzione culturale e la dittatura del proletariato
  5. Bernardo Bertenasco: L’umanità oltre la “business ontology”: reddito di base e transizione ecologica per un futuro sostenibile
  6. Roberto Fineschi: Abbozzo di riflessione sul PCI e sulla sua crisi
  7. Carlo Formenti: Dalla IBM alla Gig Economy
  8. Niccolò Biondi: Feudalesimo 2.0, le due anime del neoliberalismo
  9. Dinos Giagtzoglou: Il corpo al lavoro
  10. Fosco Giannini: Il socialismo per cui dobbiamo batterci, e il partito comunista che ci serve
  11. Nico Maccentelli: Mi è semblato di vedele un gatto!
  12. Alexander Höbel: La storia del Pci, fra processi di apprendimento e strategia egemonica
  13. Antiper: DAD o non DAD? Questo (non) è il problema
  14. Maurizio Lazzarato: Do you remember revolution?
  15. Domenico Moro: Il contesto socio-economico della nascita del PCd’I
  16. coniarerivolta: La crisi politica e le trame dell’austerità
  17. Alessandro Visalli: Incroci, corrispondenze, potere, tecnologia: social e censura
  18. Donatello Santarone: La Cina di Marx
  19. Marco Cosentino: Il punto sulle cure e sui vaccini
  20. Eros Barone: Cento anni fa nasceva a Livorno il partito rivoluzionario della classe operaia italiana
  21. Geraldina Colotti: Brigate Rosse, la parte dannata della storia
  22. Leo Essen: MMT: il mito della riserva federale
  23. Carlo Formenti: Quando a dichiarare lo stato di emergenza sono i giganti del web
  24. Francesco Maimone: Suggestioni pansalutistiche
  25. Adriana Bernardeschi e Ascanio Bernardeschi: Pci: le lezioni di una storia

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