Si susseguono, devastanti e a ritmo incalzante, le “ondate” delle quattro grandi crisi connesse con la Covid-19: la crisi sanitaria provocata da una pandemia fuori controllo in gran parte del mondo; la crisi economica che accentua le derive malthusiane del capitalismo in tutte le sue forme, arcaiche e neoliberiste; la crisi politica delle “democrazie” liberali occidentali; la crisi climatica del pianeta. Su ognuno di questi terreni i processi in corso sono tumultuosi, complessi e “caotici”. La pandemia ha accelerato e messo a nudo le vere realtà, concrete e drammatiche, di una storia catastrofica. In questo numero del «Ponte» di fine anno ne scrivono Giuliano e Piergiovanni Pelfer (Il Coronavirus e la fine delle certezze), Emiliano Brancaccio (Catastrofe o rivoluzione), Giancarlo Scarpari (Che ve ne sembra dell’America?). In particolare il testo di Brancaccio sollecita un aperto confronto teorico-politico sulle necessarie e radicali alternative alla “catastrofe” dell’antropocene capitalistico.
Cattive nuove dal fronte dei virus
Sostiene la microbiologa e virologa Maria Rita Gismondo, nella sua rubrica Antivirus su «il Fatto Quotidiano» del 12 novembre, che stanno circolando in Italia e in Europa, “fuori controllo”, almeno sei varianti di SarsCoV2. Il titolo dell’articolo: Virus, la mutazione è più “cattiva”. Ne riporto integralmente il testo.
A seguito delle mobilitazioni dei rider in alcune città italiane, Andrea Rinaldi ci offre un'analisi delle componenti che attraversano questo settore lavorativo
Durante una nota trasmissione radio (La Zanzara) che è un po’ un coacervo di rancore via telefono, chiama un uomo che si qualifica come rider, il presentatore se la ride con un po’ di disprezzo classista, il lavoratore (bolognese) si fa subito benvolere con qualche battuta da ‘uomo di strada’ che piace tanto alla produzione, poco dopo cattura sdegno e attenzione ammettendo candidamente che quando non gli viene lasciata la mancia dai clienti dei quartieri alti si riserva il diritto di sputare sui campanelli. Sulla radio di Confindustria non si parla di condizioni lavorative e sfruttamento, dei veri motivi per cui un lavoratore finisce a sfogarsi (anche legittimamente) sui clienti, e il rider in questione è probabilmente estraneo alle mobilitazioni in corso a Torino, Milano, Bologna. Però dal suo gesto, assolutamente non isolato, che ispira benevolenza dallo speaker di destra e orrore allo speaker di sinistra, vengono fuori alcune questioni, che bene o male muovono questo articolo.
Sarebbe inutile rimarcare ulteriormente l’utilità strategica per il sistema economico che hanno i rider in questa pandemia, i rischi che corrono o la paga da fame con cui vengono retribuiti. Difatti si accumulano sui giornali innumerevoli inchieste e articoli sulla subalternità della loro condizione, molti meno ovviamente sulle punte di radicalità e utilità raggiunte dalle loro mobilitazioni.
"La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori."
Banca dei Regolamenti Internazionali, 87- Relazione annuale, giugno 2017
Jackson Hole, 27 agosto: puntuale si tiene il simposio annuale tra le principali banche centrali mondiali. Jerome Powell, presidente della Fed, pronuncia quello che immediatamente gli analisti economici definiscono un "discorso epocale": il 2% non è più il tasso di inflazione annuo sul quale la Banca centrale americana baserà la propria politica monetaria. È un numero che anche l'Europa conosce, perché target di inflazione per la stessa Bce. Che significa? Perché il 2% e perché questo cambio di direzione?
Non ci interessa in questa sede affrontare aspetti finanziari già trattati su queste pagine - quanto la politica monetaria espansiva messa in atto negli ultimi anni dalle banche centrali non abbia portato denaro all'economia reale ma a quella finanziaria, alimentando bolle obbligazionarie e azionarie (1), e dunque come anche questa mossa della Fed finirà per percorrere la stessa strada -: ciò che qui preme analizzare è il significato nascosto di questo cambio di passo, che riguarda la realtà del mondo del lavoro.
La curva di Phillips
Nel 1958, A.W. Phillips elabora un modello, che diviene noto come la "curva di Phillips". Appoggiandosi a dati empirici - serie storiche inglesi dal 1861 al 1957 - l'economista mette in relazione disoccupazione e inflazione e afferma che quando la prima scende, la seconda sale. In altre parole, a un aumento dell'occupazione della forza lavoro corrisponde un aumento dell'inflazione.
Andrea Crisanti è uno scienziato autorevole, riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. Non ha insomma bisogno della nostra difesa. Anzi, conoscendo il mondo drogato dei media mainstream attuale, la nostra difesa potrebbe nuocergli, invece di aiutarlo.
Per fortuna non facciamo parte del mainstream, quindi le nostre parole qui non avranno eco in quel mondo infetto.
Uno scienziato autorevole, dopo la canea reazionaria e imprenditoriale che gli è arrivata addosso, è stato costretto a prendere carta e penna per chiarire ancora una volta che uno scienziato non può essere “contro i vaccini”, specie se il suo campo di ricerca – la microbiologia – è strettamente connesso alla virologia e dunque allo studio di quel che occorre per creare dei vaccini.
Lo fa benissimo, e potete leggere qui sotto la sua lettera inviata al Corriere della Sera.
Quelli che a noi sembrano centrali sono due concetti abbastanza semplici, comprensibili, e che proprio per questo hanno fatto saltare i nervi ai “fedeli di big pharma” e ai membre del Comitato Tecnico Scientifico.
Il primo è di carattere epistemologico, e investe il nodo molto contraddittorio tra scienza e industria, tra scienza e profitto.
Per provare a convincere la maggioranza della popolazione che avrebbe tutto da guadagnare da una valida riattualizzazione dei valori socialisti e delle politiche che ad essi si ispirano, è necessario dedicare studio e attenzione non solo ai principi e ai concetti generali, ma molto, e direi soprattutto, anche alle analisi e alle proposte concrete fatte da studiosi rigorosi e seri. Uno di questi studiosi è senza dubbio Thomas Piketty. Qui ci dedicheremo alla sua proposta di tassazione sul capitale, che confronteremo con altre proposte dei tink tank Forum Disuguaglianze&Diversità e Proposta Neokeynesiana.
Una delle cose peggiori del dibattito italiano sulle imposte sui patrimoni – legata ovviamente al pessimo assetto monetario in cui ci siamo infilati, e all’altrettanto pessima qualità di fette importanti della nostra classe dirigente – è che se ne parla esclusivamente in occasione di più o meno autoimposte emergenze nazionali, con il fine preciso di aumentare la tassazione complessiva e tentare di recuperare la posizione di avanzo primario che, si dice, dovrebbe proteggerci da future crisi del debito (come se dipendessero esclusivamente da questo!). In questo modo, la patrimoniale diviene uno strumento estemporaneo e occasionale di “far pagare un po’ anche ai ricchi” il costo dell’aggiustamento necessario al rientro dalle “vacche grasse”; senza di fatto conseguire alcun obiettivo redistributivo e, quindi, di neutralità fiscale: la patrimoniale serve a ridurre il disavanzo. Punto. È evidente che tale modalità si sta ripresentando in questi giorni di pandemia, quando si sta già discutendo di rientrare dei disavanzi e limitare gli interventi della Bce.
Karl Marx non era idealista, checche’ ne abbiano scritto filosofi purtroppo scomparsi o sedicenti tali, purtroppo esistenti. Questo modo di etichettare Marx, ricercando una filosofia spontanea idealistica nei suoi testi (ed è già strano che dei dialettici siano ricorsi ad un linguaggio althusseriano per rintracciare scampoli filosofici nelle opere, per lo più giovanili, del pensatore tedesco), ha contribuito a generare molta confusione. Si badi bene che coloro i quali, dichiarandosi marxisti, hanno insistito sull’approccio filosofico di Marx al Capitalismo, non hanno mai scoperto nulla di nuovo, ne’ su Marx, ne’ in Marx, invece, costoro si sono ben accodati ad un coro generale dominante antimarxista, il quale per neutralizzare Marx aveva elaborato proprio la strategia di incasellarlo nell’albo dei filosofi per rendergli un cattivo servigio. Ma se il Nostro e’ stato davvero un filosofo allora, in questo albo immaginario, egli occupa una posizione di secondo piano. Marx non ha manifestato un pensiero filosofico organico, un sistema filosofico compiuto, quindi già per questo può essere giustamente retrocesso in basso in questa ipotetica classifica, molto al di sotto dei filosofi minori. E’ questo il modo migliore per rendere giustizia al pensiero rivoluzionario di Marx? Non lo crediamo ed anzi siamo convinti che quelli che hanno così proceduto hanno contribuito, per dirla con parole vecchie, ad innalzare più in alto la bandiera per affossarla meglio. Appunto, chiameremo costoro gli ultimi affossatori di Marx, i più infidi come ogni nemico che marcia alla testa dei suoi nemici.
Nell’attuale incertezza politica e baraonda ideologica che circonda l’ancora non risolta questione della dipartita di Trump dalla Casa Bianca, si rende necessario riportare i piedi sulla terra e cercare di indagare da un punto di vista materialista i motivi dello scontro in atto. Al di là dei personalismi e delle personalità (Trump vs. Biden) che sembrano aver dominato fino ad ora nel dibattito statunitense e, forse, ancor di più in quello italiano ed europeo che ha accompagnato la campagna elettorale made in USA ed è seguito ai suoi attuali risultati.
Molto si è discusso, prima, durante e dopo la campagna elettorale, della possibilità che una nuova guerra civile potesse sconvolgere gli assetti politici e sociali del paese nordamericano a seguito dei risultati elettorali e, certamente, l’ostinazione con cui il presidente uscente si rifiuta di accettare la sconfitta (ormai ampiamente certificata) potrebbe far pensare che tale ipotesi sia tutt’altro che decaduta.
In fin dei conti, quello della Guerra Civile è un fantasma che si agita nell’anima americana proprio in virtù del fatto che tale evento storico, svoltosi tra il 12 aprile 1861 e il 23 giugno 1865 e che causò dai 620.000 ai 750.000 morti tra i soldati, con un numero imprecisato di civili1, ha costituito l’atto fondante dei moderni Stati Uniti, forse molto di più della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e della guerra che ne seguì con le armate della corona britannica.
Come la pandemia di Covid-19 accresce la dipendenza dei paesi poveri nel terzo mondo, un “grande confinamento” devastante
Con la pandemia di Covid-19, il pianeta sta attraversando la sua più grande crisi economica dal periodo tra le due guerre. Esplosione della disoccupazione, insicurezza alimentare, dispersione scolastica…: gli effetti del «grande confinamento» si fanno sentire dappertutto, ma sono ancora più gravi nei paesi poveri, dove il settore informale, per definizione privo di protezione sociale, occupa un posto preponderante.
Così come le conseguenze del cambiamento climatico si fanno sentire a tutte le latitudini, la pandemia di Covid-19 non risparmia nessuno, che si sia ricchi o poveri, capi di Stato o rifugiati. Tuttavia, è risaputo che queste crisi planetarie non colpiscono tutti gli esseri umani allo stesso modo. Oltre a implicare vulnerabilità differenti a seconda dell’età e di vari fattori di rischio, la pandemia, è come il riscaldamento globale, ha un impatto molto diverso sia su scala mondiale che all’interno di ciascun paese, in base alle tradizionali linee di demarcazione tra ricchi e poveri, bianchi e non bianchi, ecc. Certo, il contagio di Donald Trump ha confermato che il virus non ha alcun riguardo per il rango politico, ma le cure eccezionali di cui ha beneficiato il presidente degli Stati uniti, con un costo stimato in oltre 100.000 dollari per tre giorni di ospedalizzazione(1), dimostrano che se gli esseri umani sono tutti uguali di fronte alla malattia e alla morte, alcuni, come ha scritto George Orwell ne La fattoria degli animali, sono «più uguali di altri».
Come al solito, è il terzo mondo a essere colpito più duramente dalla crisi economica in corso, che il Fondo monetario internazionale (Fmi), nel suo rapporto semestrale dell’aprile 2020 (2), ha definito «grande confinamento» – una crisi che già adesso può essere considerata la più grave dai tempi della Grande depressione tra le due guerre.
La vita di György Lukács (1885-1971), turbolenta e tempestosa, è stata una di quelle vite che hanno costretto il pensiero a sottomettersi quasi totalmente alle stesse svolte imposte dall’esistenza storica.
Nato da una ricca famiglia ebrea, laureatosi a Budapest nel 1906, Lukács approfondisce gli studi filosofici a Berlino e Heidelberg dove subisce l’influenza del neocriticismo e dello storicismo tedesco e stringe amicizia con Ernst Bloch. La sua prima raccolta di saggi in tedesco (L’anima e le forme) apparve nel 1911 e, in seguito, un libro sull’estetica (non portato a termine) e uno su Dostoevskij (non pubblicato di cui rimangono gli appunti). Fra il 1914 e il 1915 scrive Teoria del romanzo. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale conduce Lukács a quella che sarà la scelta fondamentale della sua vita: l’adesione al marxismo e l’iscrizione al Partito Comunista Ungherese.
Nel 1919, nella breve esperienza della Repubblica ungherese dei Consigli, fu commissario del popolo all’istruzione e commissario politico della quinta divisione. Conclusasi l’esperienza consiliare, dovette fuggire a Vienna. Vive fra Vienna e Berlino e produce, fra gli altri, una serie di saggi che, rielaborata, comparirà in volume nel 1923 con il titolo Storia e coscienza di classe. Nel 1928 le tesi politiche note come Tesi di Blum gli costarono l’accusa di deviazionismo di destra e l’espulsione dal Comitato Centrale del Partito Comunista Ungherese. All’avvento del nazismo al potere in Germania, si trasferisce a Mosca dove rimarrà fino alla fine della Seconda guerra mondiale studiando e ricercando presso l’Istituto Marx-Engels-Lenin. Finita la guerra, Lukács tornò in Ungheria e fu membro del Parlamento, della direzione dell’Accademia delle Scienze, professore di estetica e di filosofia della cultura all’Università di Budapest.
“Un uomo giace da tempo in una specie di pozza di fango, la luce è scarsa e rossa, e filtra tra una densa foresta. Sta lentamente soffocando per effetto di un enorme boa che lo avvolge nelle sue spire, senza fretta e progressivamente. Improvvisamente l'attenzione che questo prestava, inutilmente a dir la verità, al boa viene distratta da un evento.... con la coda dell'occhio intravede una massa di muscoli, tendini ed artigli colorata di giallo e nero che si sta precipitando su di lui. È una tigre. Chi è il nemico? Penso si possa dire una cosa di sicuro: abbiamo un gran problema”.
Proveremo poi a identificare boa e tigre, e magari anche l’uomo e la foresta, ma prima proviamo a parlare dell’oggetto: Andrea Zhok da tempo riflette in modo radicale e coraggioso sulla società nella quale viviamo ed i vicoli ciechi del suo senso comune e della sua ideologia. Lo ha sempre fatto da un punto di vista specifico, che non nasconde come non lo nascondo io. Lo abbiamo (se pure immeritatamente dal mio lato) fatto insieme. Continueremo a farlo.
In effetti tutti stiamo compiendo una dolorosa riflessione, che ognuno articola secondo la propria sensibilità ed esperienze. Facendola insieme gli diamo senso.
In “Ancora su destra e sinistra”[1], che reca come sottotitolo “riflessioni di un post-comunista”, Andrea produce un’ammirevole sintesi e ricostruzione di quella che è stata l’esperienza ed il pensiero di molti in questi anni. Descrive la traiettoria di un percorso di assunzione di consapevolezza e responsabilità capace di allargare lo sguardo e generare nuove prospettive.
«Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualunque condizione; ma una vita per quanto possibile felice». Thomas Hobbes
PREMESSA
L’idea di fondo di chi scrive è questa: il turbocapitalismo neoliberista, anzitutto occidentale, è entrato da tempo in una crisi mortale, tuttavia, come ogni organismo storico-sociale, esso vuole sopravvivere ad ogni costo. Potrà riuscirci solo se sarà in grado di auto- trasformasi. Così è accaduto in ogni grande crisi sistemica, anche quella degli anni ’70 del secolo scorso, che partorì appunto il mostro neoliberista. Malgrado il Covid non sia nemmeno lontanamente paragonabile alla peste che decimò la popolazione europea nel XIV secolo, il XXI potrebbe assomigliare proprio a quello che segnò il passaggio epocale dal Medioevo alla modernità. L’avanguardia politica dei globalisti ne sembra convinta ed ha chiaro in testa dove condurre l’umanità. Essa sa che un simile passaggio non sarà indolore, che dovrà spazzare via resistenze tenaci, che ci saranno profonde turbolenze sociali… cadranno teste, crolleranno regimi, spariranno nazioni, modi di vita saranno sconvolti. Affinché simili “distruzioni creative” possano produrre gli effetti desiderati, chi le pilota ha bisogno di eventi sconvolgenti, tali da scioccare le masse e da convincerle della ineluttabile necessità del mutamento radicale che questa avanguardia politica ha in mente.
L’Osservatorio Globalizzazione presenta oggi un’ampia conversazione avuta con il professor Salvatore Santangelo sul suo ultimo saggio, “Geopandemia. Decifrare e rappresentare il caos” (edito da Castelvecchi). Santangelo, classe 1976,è giornalista professionista e docente universitario. Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, studia la dimensione mitica nell’attualità occupandosi di “geosofia”, e tra le sue più recenti pubblicazioni si segnalano GeRussia (2016) e Babel (2018). Con lui abbiamo discusso delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere “Geopandemia”, delle dinamiche innescate dal coronavirus nella politica internazionale e nell’evoluzione della globalizzazione e delle lezioni che la storia e le culture del passato possono dare al presente per superare questa fase di crisi.
* * * *
Professor Santangelo, come ha elaborato il concetto di “Geopandemia” e l’idea che le conseguenze geopolitiche della pandemia inaugurino una nuova fase dell’era globalizzata?
“Geopandemia” è un termine “denso” e questo perché la crisi pandemica ha una sua “densità” che merita di essere esplicitata nelle sue diverse componenti, e nella mia trattazione ho scelto di dare priorità proprio a quella geopolitica: la pandemia si è inserita in un determinato contesto storico, facendo saltare equilibri già precari.
Quali sono le sue principali idee riguardanti la fase storica in cui ci troviamo, influenzata dal Covid-19?
Le righe che seguono riassumono un percorso recente nella consapevolezza politica, un percorso quasi ‘dialettico’, nel senso hegeliano del termine, un percorso vissuto dallo scrivente e, credo, in modo non troppo diverso da altri soggetti appartenenti alla tradizione post-comunista.
Provo qui a riassumerne i tratti di fondo.
1. Autocoscienza e crisi
Il punto di partenza di questo percorso è stata una lunga, frustrata e reiteratamente delusa militanza nella sinistra politica, in cui per anni, decenni, si è cercato indefessamente di vedere il bicchiere mezzo pieno, di interpretare posizioni sempre più astratte e indifendibili come se fossero errori passeggeri, distorsioni da cui si sarebbe potuto rientrare se solo si fosse insistito abbastanza.
Gli slittamenti gestaltici sono quei passaggi studiati dalla psicologia della percezione in cui d’un tratto, guardando una figura, vi si scopre una figura alternativa che conferisce nuovo senso all’immagine.
Nei confronti della storia della sinistra ad un certo punto per alcuni è avvenuto uno slittamento gestaltico. Dopo l’ennesimo tentativo di imporre i lineamenti della ‘vera’ sinistra a ciò che si configurava sempre di più come un’idra policefala, contraddittoria e irriconoscibile, qualcuno ha scoperto che quei tratti si prestavano ad una lettura completamente diversa. Una volta avvenuto questo slittamento gestaltico, tutto appariva in una luce differente e più chiara.
Con la recrudescenza della crisi pandemica in Europa si torna a parlare di politiche economiche eccezionali. Voci di corridoio riferiscono che starebbe circolando l’ipotesi che la BCE cancelli i debiti dei governi, almeno quelli aggiunti allo stock esistente fino al 2019 per fronteggiare la pandemia. Christine Lagarde smentisce e riafferma un principio cardine su cui l’intera zona euro è costruita, e che non è stato mai scalfito nemmeno nelle fasi più acute di difficoltà dei paesi membri del decennio scorso. Dichiara Lagarde: “Chiedere alla Bce di cancellare il debito pubblico sarebbe come chiedere di violare i trattati europei e penso che un punto su cui bisogna martellare di fronte a queste richieste è che i debiti vanno ripagati”. Il vicepresidente della BCE, Luis de Guindos, si è recentemente sentito in dovere di ribadire il concetto espresso da Lagarde dopo che la proposta di cancellazione è stata rilanciata dal presidente del parlamento europeo David Sassoli.
La ferma smentita della BCE e la chiusura all’ipotesi di cancellazione del debito è forse politicamente e giuridicamente doverosa: difficilmente chi riveste il ruolo di governatore della BCE potrà ammettere pubblicamente di avere intenzione di violare i trattati e lo stesso statuto dell’istituzione nel cui nome sta parlando. Eppure, è almeno da quando ha inaugurato il primo quantitative easing (QE) (2015-18), ma direi anche dal 2012, che la BCE agisce in violazione del suo stesso statuto, il quale, ricordiamolo, fa esplicito divieto alla BCE di coprire con emissione di moneta i disavanzi dei governi nazionali su base regolare.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
I lettori di Sollevazione conoscono sicuramente H. Jaffe, tra i più brillanti e dotati economisti marxisti degli ultimi decenni, tradotto in italiano da Jaca Book. Jaffe, trotzkista e terzomondista, teorico raffinato della rivoluzione permanente e ininterrotta, morì nella più totale solitudine e nel dignitoso silenzio nel dicembre 2014, in Italia, a San Martino Valle Caudina nei pressi di Avellino. La sinistra marxista italiana, occidentalista e subimperialista, ha ignorato, passandolo sotto silenzio, il lascito di Jaffe. Jaffe ci potrebbe aiutare a dirimere una delle più controverse questioni di questi tempi, ossia la questione sulla natura sostanziale della Cina di Xi Jinping? Non lo sappiamo con certezza, possiamo avanzare ipotesi di lavoro, ma ci sembra comunque importante far conoscere ai lettori il suo pensiero in materia. Questo scritto vuole soprattutto essere un ricordo dell’economista sudafricano scomparso da sei anni.
Non siamo sinceramente in grado di definire per ora il carattere di classe e la natura del sistema cinese. Lo stesso Deng, poco prima della morte, disse di aver messo in moto una sperimentazione “neo-socialista” (almeno a suo avviso) che non si trovava nei libri di Marx e Engels e che nemmeno la Nep di Lenin, a cui si era originariamente ispirato, gli poteva esser più d’aiuto per la sua evoluzione. La chiave di volta per la comprensione della Cina odierna è forse, sia questa una ipotesi di lavoro, nella teoria di Bucharin sull’economia nel periodo di trasformazione. Se così fosse il “socialismo con caratteristiche cinesi” di Deng si invera nella storia come una nuova forma di marxismo, riletto quest’ultimo paradigma alla luce della militanza teorica e pratica di Bucharin. Il miglior studio sul pensiero economico-politico di Bucharin rimane quello di Stephen Cohen. Casomai ci torneremo su in futuro.
Donatella Di Cesare, Virus sovrano? L’asfissia capitalista, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 61, 9,00 euro; Slavoj Žižek, Virus. Catastrofe e solidarietà, Ponte alle Grazie, Milano 2020, pp. 143, 7,99 euro; Giorgio Agamben, A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet, Macerata 2020, pp. 57, 5,99 euro
“Non siamo né liberi né veri
se vero è ciò che esiste
libero ciò che si esprime”.
Giorgio Cesarano
1 – Sulla stessa barca
«Per la prima volta un essere invisibile e ignoto, quasi immateriale, ha paralizzato l’intera civiltà umana della tecnica. Non era mai avvenuto – e su scala planetaria. Vecchi dogmi sono stati polverizzati, salde certezze profondamente scosse. Tutto è già mutato: assiomi economici, equilibri geopolitici, forme di vita, realtà sociali» [Di Cesare]. Una constatazione assolutamente condivisibile, con l’aggiunta di un elemento che è mutato ed è in continua mutazione: il linguaggio. Anzi, possiamo osservare quanto il linguaggio sia il virus che radicalmente ha infettato il nostro modo di pensare e di comportarci al punto da proiettarci in uno spazio/tempo diverso dal tempo e dallo spazio cui prima eravamo soliti condurre il nostro tran-tran quotidiano.
Parole quali coronavirus, cluster, indice “Rt”, lockdown, distanziamento sociale, immunità di gregge, sono entrati nel nostro lessico corrente, trasformandolo al punto da conferire ai termini frequentemente utilizzati un significato più cogente: aria, libertà, salute, istruzione, cultura, politica, scienza, religione, guerra…
Parte ampia della fisica del Novecento è legata alle sorti di un gatto: confinato in una scatola, in pericolosa prossimità con un congegno mortale, attende il compiersi del proprio destino. Il suo futuro è legato a un fenomeno dal carattere ambiguo[1], che può tanto verificarsi quanto non verificarsi: il decadimento di una sostanza radioattiva, che potrebbe innescare la macchina mortale. Fuori dalla scatola, un pubblico di osservatori incerti e in attesa: ignari dell’evoluzione dei fatti, si chiedono se il fenomeno si sia verificato oppure no. Il gatto è morto o è vivo? O, nell’avviso di molti fisici, non può dirsi né vivo né morto? Sul criterio con cui orientarsi per rispondere a queste domande, il dibattito a quasi un secolo di distanza – ovvero quando nel 1935 Erwin Schrödinger lanciò l’ipotesi animalicida per indicare l’impasse della meccanica quantistica allorché applicata a sistemi fisici macroscopici – è ancora in corso. Sinora nessuno è riuscito a offrire una ricostruzione convincente delle circostanze, tale cioè da mettere tutti d’accordo sulle sorti dello sventurato felino. A chi volesse chiarirsi le idee sul perché questo esperimento mentale rappresenti il fulcro di una delle teorie più sofisticate della fisica teorica contemporanea gioverà addentrarsi nella lettura di un felice libretto di Carlo Rovelli.
A distanza di soli tre anni dalla pubblicazione de L’ordine del tempo (Adelphi, 2017), il noto fisico italiano torna alle stampe con Helgoland (Adelphi, 2020), accattivante lettura su un tema – la meccanica quantistica – tutt’ora al centro di un vivace dibattito. Anzitutto, una premessa. Sarebbe ingenuo intendere il testo come una ricostruzione storica accurata o un manuale divulgativo per non addetti ai lavori.
In questo saggio (pubblicato nel volume curato da G. Liguori, Galvano Della Volpe. Un altro marxismo, Edizioni Fahrenheit 451, Roma 2000), Mario Tronti riattraversa un libro straordinario, fin dal folgorante titolo che già pone con forza l’irrisolto nodo centrale: La libertà comunista. L’autore è appunto Galvano Della Volpe, figura di grande importanza nel percorso di formazione teorico-politica dello stesso Tronti e di altri giovani che poi avrebbero preso parte all’esperienza dell’operaismo politico italiano. Un filosofo politico, ci dice Tronti, dotato della «capacità e volontà di forzare il pensiero, di radicalizzare ed estremizzare le posizioni altrui e quella propria», con «un pensiero irto di spigoli, non conciliante, mirato a sorprendere, poco interessato a convincere, non ortodosso senza essere eretico». «Grande polemista, aristocraticamente isolato rispetto al senso comune intellettuale della sinistra del tempo», è stata una fonte a cui si è abbeverata una generazione di «giovani marxisti in formazione e militanti comunisti inquieti». La genealogia della radicale rilettura di Marx contro il marxismo, ovvero dell’operaismo, è passata anche di qui. E qui il pensiero radicale deve tornare a passare. [G. R.]
* * * *
Come si evince dal titolo del mio saggio, vorrei circoscrivere un argomento: prendere da un angolo acuto il discorso su Della Volpe politico, ovvero teorico, o filosofo, della politica. Il primo pregio del libro di cui mi occuperò è il suo splendido titolo. La libertà comunista: un problema del secolo, un grande tragico tema del Novecento.
Testo della lectio al convegno Euro, mercati, democrazia e… conformismo EMD 2020, svoltosi a Montesilvano (PE) nei giorni 17 e 18 ottobre 2020
1. Una fine e un inizio
«La fine di qualcosa»: così il grande pianista canadese Glenn Gould, rivolgendosi al pubblico prima dell’inizio di uno dei suoi più straordinari concerti, definì la musica di Bach. Il pensiero di Hegel rappresenta l’ultimo grande tentativo sistematico della storia della filosofia, un’ambizione che già la generazione di filosofi successiva abbandonò. Da questo punto di vista la filosofia hegeliana è davvero anch’essa «la fine di qualcosa». Ma d’altra parte è innegabile che il pensiero di Hegel abbia esercitato un’enorme influenza sui filosofi successivi. Alcuni aspetti della sua filosofia hanno esercitato un potente influsso sulla storia – non soltanto del pensiero – sino ai giorni nostri. La filosofia di Hegel è quindi sia una fine che un inizio. Per questo motivo, e per un motivo più importante: perché, come vedremo più avanti, nel suo pensiero la fedeltà alla tradizione filosofica, la continuità rispetto a essa, si unisce a un forte elemento di rottura, nientemeno che rispetto a un principio cardine della tradizione filosofica quale quello di identità.
Il pensiero di Hegel, al pari di quello di tutti i grandi pensatori, fa parte del patrimonio culturale dell’umanità. Allo stesso modo di un monumento storico, di un dipinto, di un brano musicale. In quanto tale, fa parte di una storia. Ma il suo significato non si esaurisce in essa, eccede ogni interpretazione – e proprio per questo è in grado di parlare a generazioni diverse, di divenire alimento di un nuovo pensiero. Il pensiero di Hegel fa parte anche di noi, perché è inserito nella tradizione culturale in cui noi stessi pensiamo. Talvolta ridotto a frammenti, a singoli concetti, a frasi isolate, ma comunque già presente in noi inconsapevolmente anche prima dell’inizio di ogni lavoro interpretativo.

Grave, difficile e pericolosa materia è questa
in cui il mio istituto mi mena,
e tale che io mi sarei ben volentieri astenuto d’entrarvi dentro,
se l’avessi potuto decentemente fare
[Ferdinando Galiani, Della moneta (Del frutto della moneta)]
Il mese di ottobre non si addice a Wall Street. Il grande crollo del 1929, la grande paura del 1987, il piccolo crollo del 1989, sono avvenuti tutti in ottobre. Noi non conosciamo la serie storica delle statistiche di borsa relative al primo mese d’autunno. Né ci interessa, e lasciamo volentieri che, in questo mondo di cabala, qualcun altro possa esaminarla. A noi, per la Contraddizione, basta studiare le cause strutturali di codesti fenomeni monetari. I pochi lettori che hanno seguito le nostre precedenti analisi non si saranno sorpresi affatto dello scoppio dell’ultima bolla di sapone speculativa “made in Usa”. Era stata annunciata, nella sua stessa effimera volatilità. Tutto secondo il copione e la regìa della grande finanza transnazionale. La conferma di ciò, tuttavia, non equivale a ridurre la questione a un semplice e banale contrattempo. Al contrario. Sono anni che, seguendo le analisi di Marx, indichiamo nella “sovraproduzione irrisolta su scala mondiale” la causa efficiente della perdurante crisi, non solo finanziaria, dell’imperialismo multinazionale. Gli stessi fenomeni di parvenza monetaria (inflazione, disinflazione, tassi di interesse e debito pubblico), a carattere nazionale, sono riconducibili tutti alle medesime determinanti connesse all’arresto del processo di accumulazione sul mercato mondiale. Anche quando, da altri, essi sono acutamente descritti nella loro immediata fattualità di cronaca e storia, noi li intendiamo sempre ascritti alle cause strutturali della sovraproduzione generale.
Il testo che segue, è tratto dal libro di Michael Heinrich, "Critica dell'economia politica. Un'introduzione a Il Capitale di Marx", capitolo 10.3. Il capitolo 10, di cui questa parte è un estratto, costituisce la terza ed ultima parte del libro, e si intitola "Il feticismo delle relazioni borghesi"
Numerose correnti del marxismo tradizionale hanno compreso l'analisi di Marx come se si trattasse innanzitutto di una analisi di classe e della lotta tra borghesia e proletariato. Al giorno d'oggi, per la maggior parte dei conservatori e dei liberali attuali, i concetti di «classe», ed in particolare quello di «lotta di classe» sono «ideologici»; cosa che non vuole significare niente più se non che sono «non scientifici». Generalmente, di norma, questi concetti vengono utilizzati soprattutto a sinistra. Innanzitutto, è importante ricordare che il «discorso di classe» non è affatto specifico del contributo dato da Marx. Già da prima che lo facesse lui, gli storici borghesi parlavano di lotta di classe, e David Ricardo - quello che è stato il più importante rappresentante dell'economia politica classica - era arrivato addirittura a specificare come le tre più importanti classi delle società capitalistiche (capitalisti, proprietari fondiari e lavoratori) avessero degli interessi fondamentalmente opposti.
I concetti di classe e di lotta di classe costituiscono il nodo centrale delle argomentazioni di Marx nel Manifesto comunista (1848). [...]Ma è in una lettera scritta all'amico Weydemeyer che Marx riassunse tutto ciò che egli aveva individuato come costitutivo la natura del suo contributo alla teoria delle classi. Egli sottolinea di non aver in alcun modo scoperto l'esistenza delle classi, o della loro lotta:
« Per quanto mi riguarda, non compete a me il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna, né tanto meno la loro lotta reciproca. Molto tempo prima di me, degli storiografi borghesi avevano illustrato lo sviluppo storico di questa lotta delle classi, e degli economisti borghesi avevano descritto la loro anatomia economica.
Con l’articolo Economia della dismisura di Christian Marazzi, abbiamo avviato il percorso che abbiamo definito «Governo della crisi» (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/pensare-il-transito). La seguente intervista, proseguendo nel solco tracciato dal testo di presentazione della rubrica, analizza gli strumenti messi in campo dalle istituzioni finanziarie e tratteggia le caratteristiche del nuovo corso che si sta imponendo, spiegando, in particolare, i capisaldi della Modern Monetary Theory, dottrina economica salita alla ribalta negli ultimi mesi. Marco Veronese Passarella è docente di macroeconomia presso la Leeds University e autore di articoli su riviste scientifiche internazionali, tra le quali il «Cambridge Journal of Economics», il «Journal of Economic Behavior & Organization» e il «Journal of Policy Modelling».
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La crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo ha determinato la revisione del paradigma neoliberista che ha guidato le politiche fiscali e monetarie negli ultimi decenni. L’iniezione di liquidità senza precedenti promossa dalle banche centrali coniugata con i provvedimenti presi dai governi nei mesi di pandemia, segnalano un cambiamento nella strategia complessiva di governo della crisi. Inoltre, sono gli stessi organi che in questi anni hanno dettato e imposto l’austerity e il contenimento del debito pubblico, oggi richiedono uno scarto: pensiamo, ad esempio, alle dichiarazioni di Kristina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, che ha invocato «una nuova Bretton Woods». Pensi che si possa definitivamente affermare che siamo davanti alla fine dell’egemonia neoliberale?
Di seguito un testo del Qiao Collective
Gli USA sono uno “Stato castrense”, dove il complesso militare-industriale è uno dei principali blocchi di potere che governano il Paese, qualsiasi presidente venga eletto.
I grandi gruppi nord-americani del settore delle armi sviluppano una potente opera di lobby tesa ad orientare le decisioni politiche complessive e a forgiare – attraverso i media – un’opinione pubblica che promuova la difesa dei propri obbiettivi economici, camuffandoli da necessità difensive generali.
Non sorprende che il lavoro di lobbying del complesso militare-industriale venga camuffato da giornalismo d’inchiesta indipendente, come è ben descritto nell’articolo che qui abbiamo tradotto.
È chiaro che per fare questo bisogna identificare un nemico che costituisca una minaccia vitale all’american way of life, e far sì che questa minaccia venga percepita come “comune” da numerosi Paesi – in primis i propri alleati – verso cui si possano indirizzare i flussi d’esportazioni delle armi della propria industria bellica.
Senza capire la filiera produttiva bellica complessiva è difficile comprendere la catena di trasmissione della paura, che è il cuore della disinformazione strategica, leggermente più sofisticata della fake news che nutrono le differenti teorie “cospirazioniste”, bersaglio abituale della stampa sedicente liberal.
La politica estera statunitense è il risultato della sincronizzazione dell’agenda delle maggiori corporations – tra cui l’industria delle armi -, gli orientamenti del Deep State e l’establishment politico al governo, all’interno di un orizzonte strategico comune. Il quale può avere variazioni tattiche a seconda dell’amministrazione, ma che deve riprodurre il dominio imperiale a stelle-e-strisce ed una adeguata governance delle contraddizioni sociali interne.
Occupandomi mesi fa su queste pagine di «lockdown», osservavo che nessun problema vero o presunto, semplice o difficile, sanitario o non sanitario, individuale o collettivo, può risolversi privandosi delle risorse necessarie alla sua soluzione. Rimarcavo allora, tra le altre cose, che per proteggere una comunità a rischio occorre mettere chi non è a rischio nella condizione di rendere effettiva quella tutela. Il caso di oggi non smentisce la regola e anzi la conferma a corollario di una più ampia legge naturale: se i più fragili sono esposti a un certo pericolo, la popolazione restante è chiamata ad attivarsi affinché godano di cure, protezione, reddito, supporto fisico e morale. Non a disattivarsi come predica la logica del «lockdown», che nel minare la capacità produttiva e la serenità di chi dovrebbe farsi carico dei vulnerabili, estende la vulnerabilità a tutti, moltiplica la quantità e la qualità del pericolo e rende impossibile la reazione.
Dopo avere scritto queste cose tutto sommato scontate, constatavo che la consapevolezza della contraddizione era ben più estesa di quanto immaginassi. A parte i pochi «esperti» che riuscivano a portarla sugli schermi televisivi, sempre più persone misuravano la sproporzione tra i danni anche ufficialmente circoscritti del problema e quelli invece universali della sua «medicina». Con il ritorno delle chiusure autunnali, grandi folle occupavano le piazze italiane per rivendicare il diritto di vivere del proprio lavoro e contribuire così al benessere, e perciò anche alla salute, della propria comunità. Non si trattava di posizioni eretiche o - qualunque cosa significhi - «negazioniste», se è vero che il 9 ottobre uno degli inviati speciali dell’OMS per l'emergenza Covid-19, David Nabarro, dichiarava in un videocast della rivista Spectator che
La crisi del Covid-19 è la crisi più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. Secondo Henry Kissinger, forse il più noto politico statunitense vivente e già segretario di stato sotto le presidenze di Nixon e Ford, nulla sarà come prima dopo la pandemia[1]. L’ordine mondiale, ereditato dalla fine della guerra fredda, è in disfacimento. Per questa ragione, i governi previdenti, quello degli Usa in testa, dovrebbero pensare agli assetti futuri globali mentre si occupano di contrastare la pandemia.
In effetti, la pandemia accelera tre tendenze che si manifestavano già da tempo. La prima è la crisi del capitalismo mondiale. La seconda è il mutamento dei rapporti di forza economici tra Occidente e Oriente, in particolare tra gli Usa e i maggiori Paesi dell’Europa occidentale, da una parte, e la Cina, dall’altra. La terza è la crisi del neoliberismo e del suo prodotto maggiore, la globalizzazione, già messa in discussione dalla crisi di egemonia degli Usa e dal crescente protezionismo statale nel commercio mondiale.
Mentre in Occidente ci si deve confrontare con una nuova ondata pandemica, il Covid in Cina sembra solo un ricordo, secondo quanto afferma Milano Finanza, che, al proposito, titola così l’edizione del 12 novembre: “Festeggiano solo i cinesi. Covid: in Italia il Natale è a rischio coprifuoco, nel paese asiatico è boom dei consumi”. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), tra le prime dieci economie mondiali, solo la Cina nel 2020 fa registrare, per quanto modesta, una crescita del Pil a prezzi costanti (+1,85%), mentre gli Usa fanno registrare un calo consistente (-4,27%) e l’area euro fa ancora peggio, con la Germania che scende al -5,98%, la Francia al -9,75% e l’Italia al -10,64%.
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