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Published: 26 November 2025
Created: 21 November 2025
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Ucraina: lotta alla corruzione o campagna di pressione contro Zelensky? 

di Roberto Iannuzzi

L’attuale operazione anticorruzione sembra finalizzata a ridurre Zelensky all’obbedienza, inducendolo ad abbassare l’età di reclutamento sotto i 25 anni. Obiettivo: prolungare la guerra

L’Operazione Mida lanciata dalle agenzie anti-corruzione NABU e SAPO ha sollevato un polverone in Ucraina.

Essa ha fatto emergere un sistema di tangenti e riciclaggio di denaro del valore di 100 milioni di dollari che coinvolge la compagnia di stato Energoatom, vedendo implicati importanti ministri e Timur Myndich, amico di vecchia data ed ex socio d’affari del presidente Volodymyr Zelensky.

E la partita potrebbe essere appena cominciata. Nuove rivelazioni esplosive legate agli appalti della difesa potrebbero seguire nelle prossime settimane, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore del NABU Semen Krivonos.

Ma la vera questione sollevata da quello che è solo l’ultimo scandalo in ordine di tempo non è la corruzione dilagante (problematica ben nota sia nel paese che presso le cancellerie occidentali), quanto piuttosto se l’Ucraina si stia avvicinando a un punto di non ritorno dopo aver condotto per più di tre anni una guerra che è al di sopra delle sue possibilità.

L’Operazione Mida che sta facendo tremare i vertici del potere ucraino si somma alle crescenti difficoltà militari sul fronte, e a una crisi finanziaria resa ancor più seria dalla manifesta incapacità europea di sostenere economicamente l’Ucraina dopo il passo indietro degli Stati Uniti.

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Published: 25 November 2025
Created: 20 November 2025
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lospiteingrato.png

La campana sta suonando per noi, e da un pezzo

di Luciano Curreri

Un sottile rumore di fondo nell’ottantesimo anniversario della pace mondiale (sic): il caso della guerra in Iraq e La scatola del signor Hulford (2015) di Giorgio Taschini

2025.11.13. CURRERI.pngI.

La guerra in Iraq del 2003-2011 non è stata, almeno nella durata e nella deriva, una seconda guerra del Golfo. La prima (1990-1991), del resto, me la ricordo bene, anche perché all’epoca, da giovane e ultima ruota del carro, scrivevo brevi per il radiogiornale di Radio Torino Popolare (1982-2009).1 Ai nostri giorni, per comodità di narrazione, tendiamo ancora a unirle, ma faremo bene a darci un taglio a questo “arrangiamento da manuale”. E non soltanto per l’11 settembre 2001 e la lunga risposta, la vendetta USA, l’invasione americana dell’Afghanistan (2001-2021) e le leggi antiterroristiche che colpiranno soprattutto un’altra etnia: un’etnia che noi abbiamo fatto fatica a pensare e a rispettare come tale, insieme alla sua identità e religione, alla sua storia e geografia, autoattribuendoci un diritto d’istruzione morale e principiando così, a inizio del nuovo secolo e millennio, a dare ancora una volta un bel bacio dell’addio a libertà civili e diritti dell’uomo, grazie pure a quella acquosa e sanguinante “ciliegina sulla torta” che è stata (e forse è) Guantánamo.2

La cito non a caso, Guantánamo, perché a tutte e tutti verranno in mente le foto e i filmini delle torture brutali e volgari, di natura anche sessuale, evocate ormai come «enhanced interrogation techniques» (in italiano tradotte come «tecniche di interrogatorio potenziato» o come «tecniche di interrogatorio rinforzate»)3 e di cui si resero responsabili uomini e donne sorridenti, “in posa”, dell’esercito americano (da Guantánamo ad Abu Ghraib, cioè allo «scandalo di Abu Ghraib»).

In effetti, una delle scoperte più clamorose e inquietanti seguite da Giorgio Taschini (1968) in La scatola del signor Hulford (2015), proprio relativamente alla guerra in Iraq del 2003-2011, è relativa alla piattaforma americana «Fucked up», che regalava porno ai militari americani in cambio di foto o video di immagini di guerra, di morti ammazzati ai check point: uno spasmodico e tristissimo scambio di carne, che è l’orrore estremo e quotidiano immaginato e raccontato, conseguenze comprese, da un romanzo che non fa sconti ma che non usa il sesso come espediente per vendere di più o vendere (e vendersi) tout court, magari seguendo quegli stilizzati canovacci in cui figura il numero giusto di scene di morte e di sesso, specie quello caratterizzato da violenza, da stupri e da scambi simbolici di natura patologica e funerea.

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Published: 25 November 2025
Created: 19 November 2025
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giap3

Usare l’Olocausto per negare il genocidio: l’arretrato cazzeggio italico versus il rigore di Omer Bartov

di Girolamo De Michele*

i id13796 mw600 1x.jpgQuando Omer Bartov ha pubblicato il suo intervento sul New York Times del 27 luglio scorso «I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It» [Sono uno studioso di genocidio: lo riconosco quando lo vedo], nel quale dichiara senza mezzi termini che «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese», avevo da poco consegnato il manoscritto del mio libro Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio.

Più o meno in quei giorni hanno pronunciato la parola «genocidio» anche il narratore israeliano David Grossman e la storica Anna Foa, che peraltro aveva già detto, nel novembre 2024: «La parola “genocidio” è forte. Ed è un bene che [papa Francesco] l’abbia pronunciata, che esca dai tribunali e che sia possibile discuterne».

La presa di parola di uno storico del calibro di Bartov, al termine di un percorso umano e intellettuale soggettivamente drammatico, non poteva essere ridotta a una nota in calce al testo, come si fa con le aggiunte all’ultimo minuto prima che il libro vada in stampa. Ma non può non essere oggetto di riflessione. Riflettere è quel che provo a fare qui, in una sorta di spin off del libro.

Ci sono, oltre alla rilevanza di Bartov nel campo dei Genocide Studies, altre ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste righe.

La prima è che non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato: e questo perché i Genocide Studies sono un campo di ricerca quasi ignoto in Italia.

La seconda è il tono di alcuni commenti sulle pagine social di Internazionale, che ha tradotto il testo di Bartov e lo ha messo in rete in chiaro, e su Lucy sulla cultura, che ha pubblicato un’intervista allo storico.

La terza è l’ansia con cui si rincorrono figure intellettuali di rilievo per avere la parola «genocidio», ignorando quanto pesino altre espressioni come «crimini contro l’umanità» o «crimini di guerra», sottostimando quanto sia stato importante, ad esempio, avere il sostegno di una storica come Anna Foa alla lotta contro lo sterminio genocida del popolo palestinese anche quando la parola «genocidio» non l’aveva pronunciata – o sottolineando il ritardo con cui viene pronunciata; uno storico amico, in uno scambio di messaggi su questo, ha usato la parola «puntacazzismo».

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Published: 25 November 2025
Created: 18 November 2025
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giubberosse

La Knesset e il "metodo post 11 settembre"

di Patrick Lawrence, scheerpost.com

Immagine2 10.jpgForse avete visto il video reso pubblico il 1° novembre in cui Itamar Ben-Givr è in piedi sopra una fila di prigionieri palestinesi sdraiati a faccia in giù, con la testa in un sacco e le mani legate dietro la schiena. “Guardate come sono oggi, in condizioni minime”, dice il ministro ultrasionista della sicurezza nazionale del governo di Bibi Netanyahu, pieno di fanatici, rivolgendosi al suo entourage. “Ma c’è un’altra cosa che dobbiamo fare. La pena di morte per i terroristi”.

Quelli sdraiati a pancia in giù erano presumibilmente membri di al-Nukhba, l’unità di forze speciali di al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Ben-Givr, un colono militante che si dimostra, più e più volte, totalmente indifferente al diritto internazionale, alle leggi di guerra o a qualsiasi norma accettata, vuole che lo Stato sionista uccida i prigionieri di guerra. Ecco a cosa si riduce la questione. 

Se non avete visto il video (e qui c’è una versione con sottotitoli in inglese), forse avete sentito l’indignazione che ha poi echeggiato in tutto il mondo (tranne che negli Stati Uniti). Il filmato del volgare Ben-Givr è stato diffuso su tutti i media digitali: su YouTube, Facebook, Instagram. Al Jazeera lo ha trasmesso su “X”. Ho preso la versione linkata qui dalla CNN, uno dei pochi media mainstream americani a parlarne.  

Quello era allora, questo è adesso: lunedì 10 novembre, la Knesset ha votato con 39 voti favorevoli e 16 contrari a favore di un disegno di legge che consentirà a Israele di giustiziare coloro che arresta come “terroristi” – a patto, cioè, che siano palestinesi e non coloni israeliani, che da molti mesi seminano un’escalation di terrore in Cisgiordania. “Chiunque, intenzionalmente o per imprudenza, causi la morte di un cittadino israeliano, motivato da razzismo, odio o intenzione di danneggiare Israele, dovrà affrontare la pena di morte”, recita in parte il disegno di legge. Non consente alcun riesame di una condanna a morte una volta emessa. 

Questa votazione è avvenuta in prima lettura, tre delle quali secondo la procedura parlamentare israeliana.

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Published: 25 November 2025
Created: 21 November 2025
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contropiano2

La guerra è persa, gli zombie non lo vogliono capire

di Francesco Piccioni

Il piano c’è, ora vediamo chi lo suona. Come anticipato ieri, la bozza elaborata dall’mministrazione Trump per chiamare a un “tavolo di pace” Ucraina e Russia è arrivata in mano a Zelenskij e subito dopo a tutto il mondo. 28 punti – come potrete leggerli in fondo a questo articolo – che partono dalla situazione esistente sul terreno e sul piano geopolitico.

Di conseguenza è un piano indigeribile per chi, all’inizio del conflitto, aveva scommesso sulla vittoria di Kiev, il regime change a Mosca e la frammentazione della Russia, che avrebbe spalancato le sue enormi risorse naturali a multinazionali occidentali sempre affamate.

Non c’è alcun dubbio che “il piano” consideri come persa la guerra e quindi risponda alla necessità di impedire ulteriori perdite, sia territoriali che di uomini, mezzi, investimenti, rapporti di forza.

Ma è proprio così che termina ogni guerra. Qualcuno vince, qualcuno perde. La pace non si afferma sventolando formule retoriche angelicate, ma fermando il crepitare delle armi lì dove sono in funzione. C’è sempre un certo spazio per aggiustamenti più o meno consistenti, ma non certo per rovesciamenti radicali della situazione.

Per avere poi un lungo periodo di pace serve costruire un equilibrio che possa tenere nel tempo, selezionando gruppi dirigenti che – per condizioni oggettive, interne e di vincoli esterni – sappiano tenere la barra dritta senza lasciare spazio a nostalgici, avventurieri, svalvolati e provocatori.

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Published: 25 November 2025
Created: 21 November 2025
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metis

L’inutile piano di Trump

di Enrico Tomaselli

Per quanto riguarda il piano appena presentato da parte dell’amministrazione Trump, e che – si dice – sarebbe stato elaborato da Rubio, Witkoff e Kushner, e poi discusso con Kirill Dmitriev, a mio avviso è abbastanza evidente che si tratta di un tentativo di evitare in extremis il tracollo delle forze armate ucraine, congelando la situazione sul campo almeno per il tempo necessario a discuterne i termini. Un gioco già provato più volte da Washington, e più volte respinto da Mosca. Per quanto – ovviamente – il piano contenga elementi sempre più vicini alle richieste russe, le intenzioni statunitensi sono chiarissime ai leader del Cremlino. E infatti i primi commenti indiretti di Putin – nonché il contesto in cui sono stati rilasciati – lo dice molto chiaramente. Il presidente russo, infatti, si è recato in visita sul fronte nord, indossando la divisa militare, dove il capo di stato maggiore Gerasimov ha annunciato la cattura della città di Kupyansk (nella cui sacca rimangono accerchiati migliaia di soldati ucraini). Putin ha colto l’occasione per dichiarare che la leadership ucraina è una “banda criminale” (un modo neanche tanto sottile per dire che non è gente con cui si possa trattare) e che gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale devono essere assolutamente raggiunti. Insomma, il tentativo statunitense di affrettare – as usual – le cose, verrà respinto.
Ma proviamo comunque a esaminare i punti più significativi del piano, quali sono emersi sino a ora.

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Published: 25 November 2025
Created: 20 November 2025
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contropiano2

“Stiamo correndo verso la guerra totale”

di Alessandro Volpi*

Stiamo correndo verso la guerra totale. Stamani ho sentito un’intervista di Pina Picerno, vice presidente del Parlamento europeo, che sosteneva la necessità di un riarmo dell’Ucraina sostanzialmente senza limiti perché solo sconfiggendo la Russia l’Europa potrebbe evitare un’invasione e difendere i suoi valori liberali e democratici.

Per dirla meglio, noi italiani siamo già in guerra perché l’attacco russo all’Ucraina è solo l’inizio di una grande operazione che ha come obiettivo la sottomissione europea: è in atto una guerra militare e valoriale.

Non possono esserci dunque mediazioni con Putin, ma solo la sua distruzione.

Mi sembrano dichiarazioni folli e soprattutto incoerenti perché una guerra siffatta – sempre ammesso e non concesso che non diventi subito una definitiva guerra nucleare – implicherebbe davvero centinaia di migliaia di morti dal momento che gli europei, e la Nato, dovrebbero correre in Ucraina e combattere non più per procura ma in prima persona, con l’effetto di scatenare il Terzo conflitto mondiale.

Nel frattempo Ursula von der Leyen dichiara apertamente la necessità di trovare quasi 200 miliardi di euro in due anni per sostenere questa guerra proponendo agli Stati europei tre strade: un forte indebitamento, magari garantito dall’adesione al Mes, l’emissione di un debito europeo comune che, inevitabilmente, strangolerebbe i debiti dei singoli paesi, o l’utilizzo dei beni russi congelati, considerati come un anticipo sulle riparazioni di guerra che la Russia dovrebbe pagare, per emettere nuovo debito per il riarmo.

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Published: 25 November 2025
Created: 20 November 2025
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“Non c’è nessuna bolla”: la reazione senza senso di mercati e media agli ultimi dati di NVIDIA

di OttoParlante - La newsletter di Ottolina

I profitti di NVIDIA salgono alle stelle, titola il Wall Street Journal, e placano il nervosismo degli investitori per il boom dell’intelligenza artificiale. La reazione di mercati e media ai nuovi dati di NVIDIA è paradossale; da mesi, chi parla di bolla, parla di eccessivi investimenti a debito per comprare chip senza avere modelli di business che garantiscano i ritorni necessari: che NVIDIA faccia il pieno di ordini (e di utili) non dovrebbe rassicurare proprio niente. Misteri della fede nel turbocapitalismo finanziarizzato…

Intanto, si scaldano i motori per la prossima bolla: il Quantum Computing, che, sottolinea il Financial Times, ovviamente, ha bisogno di una sua vera e propria rivoluzione industriale:

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Published: 24 November 2025
Created: 19 November 2025
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Dal socialismo delle fogne a quello delle torte

di Emilio Carnevali

Democrazia, volontarismo, mercato. Idee e modelli del socialismo contemporaneo. Un nuovo contributo al dibattito di Jacobin sull'alternativa economica

economia socialismo jacobin italia.pngSewer Socialists: socialisti delle fogne. L’epiteto fu chiaramente coniato con intenzioni derisorie. Alla fine, però, furono gli stessi «socialisti delle fogne» ad appropriarsene. Gli amministratori di Milwaukee, uno dei rari bastioni socialisti negli Stati Uniti di primo Novecento, rivendicavano così il proprio impegno a fornire ai cittadini servizi pubblici di qualità, in contrapposizione alla vuota retorica rivoluzionaria di altri settori del movimento. Daniel Hoan, che fu sindaco per sei mandati (dal 1916 al 1940), non solo dotò la città di un efficiente sistema fognario, che contribuì a migliorare sensibilmente gli standard igienici e le condizioni di vita degli abitanti, ma promosse anche un energico piano per l’edificazione di parchi pubblici.

L’espressione è stata ripresa recentemente anche da Zohar Mamdani, neoeletto sindaco di New York, per rispondere a chi lo accusava di eccessivo idealismo e segnalare come il suo socialismo sia, appunto, un sewer socialism, interessato a ottenere risultati amministrativi concreti.

 

Socialisti e modelli, ieri

Si tratta di tensioni che attraversano il movimento socialista sin dalle origini. La città di Milwaukee aveva ricevuto un cospicuo influsso di immigrati dalla Germania. Gli anni a cavallo del secolo erano stati quelli del cosiddetto dibattito sul «revisionismo» nella socialdemocrazia tedesca. Aveva preso forma una corrente politica e culturale ispirata alle idee riformiste di Edward Bernstein, del quale è rimasta celebre la massima secondo cui «l’obiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è tutto». Ancor prima che le dure lezioni del socialismo reale mettessero in guardia sul legame fra dogmatismo e autoritarismo, il socialismo riformista rivelava una certa refrattarietà per i modelli precostituiti, i piani di «ingegneria sociale» troppo dettagliati e ambiziosamente specifici.

E tuttavia, non sono state solo le ali moderate e gradualiste del movimento socialista a sviluppare un’esplicita ostilità verso i modelli, o – per riprendere l’espressione usata da Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti nell’articolo che ha aperto questo dibattito su Jacobin Italia – verso le proposte di «sperimentazione socio-economica di ordine sistemico e strutturale».

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Published: 24 November 2025
Created: 19 November 2025
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analisidifesa

A letto con il nemico

di Gianandrea Gaiani

04729135 33de 4bb1 8fd5 17e9b7f0c8fe 3114x1742 scaled.jpgLe indagini della magistratura tedesca sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream minacciano di aprire una nuova frattura politica tra i Paesi europei circa il sostegno all’Ucraina. Dopo tre anni di inchiesta, gli investigatori federali tedeschi ritengono di aver raccolto prove che portano a un’unità d’élite di Kiev come responsabile dell’attacco avvenuto nel settembre 2022 nel Mar Baltico contro i gasdotti subacquei che uniscono Russia e Germania.

Il 10 novembre Wall Street Journal ha riportato l’attenzione su un attentato terroristico contro gli interessi di Germania ed Europa che senza dubbio può essere definito il più grave attacco strategico alla Germania dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Un attentato (la Procura Generale russa ha aperto un’indagine per terrorismo internazionale del tutto ignorata qui in Occidente) di cui comprensibilmente non si vuole più parlare in un’Europa che si ostina a considerare stretti alleati i suoi carnefici.

A proposito di “guerra ibrida” e “guerra delle percezioni” (di cui va tanto di moda parlare) meglio ricordare che per mesi politici, opinionisti e media allineati hanno puntato il dito contro Mosca per l’attentato ai gasdotti e chi faceva notare quanto fosse ingenuo ritenere che i russi facessero esplodere infrastrutture energetiche che avevano pagato oltre 20 miliardi di euro e che dopo la guerra avrebbero potuto riprendere a rifornire l’Europa di gas russo veniva bollato come “putiniano”.

Del resto è apparso subito chiaro che le responsabilità erano evidentemente da ricercare in Ucraina e tra i suoi alleati.  Le conclusioni dell’indagine giudiziaria tedesca potrebbero quindi mettere a dura prova i rapporti tra alcuni Paesi alleati dell’Ucraina e tra europei e Kiev.

La squadra di investigatori ha ricostruito nei dettagli la dinamica del sabotaggio che fece esplodere i gasdotti Nord Stream 1 e 2, considerati dai detrattori dell’opera un simbolo della dipendenza energetica europea dal gas russo che però, meglio non dimenticarlo, ha assicurato per anni flussi infiniti di energia a prezzo conveniente costituendo il cardine dello sviluppo economico europeo.

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Published: 24 November 2025
Created: 06 November 2025
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Milei e il Bonapartismo moderno: un’analisi marxista della crisi del capitale

di Damián Sasson

Tratto dal Canale YouTube Frases de Marx traduzione a cura di Alessandra Ciattini

512px Milei Casa Rosada.jpgIn questo breve saggio Damián Sasson analizza l’attuale fase capitalistica in Argentina, che vede il predominio del capitale finanziario, sostenuto dallo Stato, il quale si indebita constantemente comprando dollari per favorire la speculazione borsistica e imponendo severe misure di austerità alla popolazione. L’autore sviluppa anche un’interessante analisi del concetto di Bonapartismo forgiato da Marx, indivuando una serie di tratti comuni alla política di Luigi Napoleone e quella di leader quali Trump, Milei, Bolsonaro.

* * * *

Il fantasma che ritorna

Gli ultimi anni hanno generato un fenomeno inquietante nella politica mondiale: l’emergere quasi simultaneo di leader che promettono di distruggere l’establishment consolidando al contempo il potere del capitale più concentrato. Javier Milei in Argentina, Donald Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaro in Brasile. Ognuno con la propria retorica, ma seguendo un copione che Marx ha identificato più di 170 anni fa: il Bonapartismo.

Questo schema non è casuale. È la manifestazione di una logica storica che emerge quando il capitalismo entra in una crisi sistemica e le forme tradizionali di dominio non riescono più a contenere le contraddizioni sociali. Per comprendere cosa sta accadendo in Argentina e in America Latina, dobbiamo tornare all’analisi che Marx ha sviluppato nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. Il Bonapartismo come forma di dominio borghese.

Marx osservò come nella Francia del 1851 un mediocre nipote di Napoleone divenne imperatore, promettendo di rappresentare “tutto il popolo”. Nel 2025 lo scenario si ripete con sorprendente precisione. Milei sale al potere promettendo di distruggere “la casta”, “ripulire la palude” e di essere il “capitano” salvatore che riscatterà l’Argentina dalla casta politica corrotta.

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Published: 24 November 2025
Created: 24 November 2025
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lantidiplomatico

Il Teatro dell'Assurdo: cosa significa davvero il Piano in 28 punti 

di Pepe Escobar – Strategic Culture

I chihuahua della guerra continueranno ad abbaiare mentre l'OMS continuerà ad andare avanti....

Il "piano di pace" in 28 punti del Capocirco per l'Ucraina può essere visto come una foca domestica che sguazza in uno stagno per divertire le gallerie. E poi passiamo a un'altra attrazione.

Eppure, se preso sul serio – e questo richiede non un pizzico ma una botte di sale – è come un gemello del "piano" del Capocirco per Gaza, questa volta con l'obiettivo di strappare una patetica "vittoria" dalle fauci della sconfitta strategica de facto dell'Impero del Caos.

Esaminiamo le reazioni. Qui troverete l'analisi di Larry Johnson – che condivido – ma soprattutto il video della folgorante intervista di due ore che abbiamo avuto a metà settimana a Mosca con l'eccezionale Maria Zakharova, la portavoce del Ministero degli Esteri più articolata del pianeta.

Quello che la signora Zakharova ci ha essenzialmente detto è che a metà settimana non c'è stata alcuna reazione russa perché Mosca non aveva ricevuto nulla di concreto: "Quando avremo informazioni ufficiali, quando le riceveremo tramite un canale pertinente, naturalmente saremo sempre aperti al lavoro."

Lo stesso valeva per il Cremlino. Portavoce presidenziale Dmitry Peskov: "No, non abbiamo ricevuto nulla ufficialmente. Vediamo alcune innovazioni. Ma ufficialmente, non abbiamo ricevuto nulla. E non c'è stata alcuna discussione sostanziale su questi argomenti."

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Published: 24 November 2025
Created: 23 November 2025
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lantidiplomatico

Perché il "piano Trump" non è una resa a Putin (anzi)

di Francesco Dall'Aglio

Ormai i 28 punti del piano di pace sono stati elencati, analizzati e sviscerati talmente tante volte che non devo più occuparmene, e questo è un sollievo. Mi limito dunque ad alcune considerazioni generali, in ordine sparso.

Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo (link 1), Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato dalla vignetta che allego, comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese. Ora, "capitolazione" ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c'è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l'Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l'ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.

Dal punto di vista territoriale l'Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco).

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Published: 24 November 2025
Created: 22 November 2025
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lantidiplomatico

La settimana che ha cambiato il fronte: la caduta di Kupyansk e l’avanzata russa

di La Redazione de l'AntiDiplomatico

Negli ultimi sette giorni il fronte ucraino ha subito uno dei peggiori rovesci dall’inizio del conflitto. Mentre le cancellerie europee continuano a ripetere meccanicamente la formula dello “stallo”, le forze russe hanno riconquistato sedici località, inclusa la città chiave di Kupyansk, un nodo logistico il cui controllo era considerato vitale per l’intera difesa ucraina nel settore di Kharkov. Secondo il Ministero della Difesa russo, le unità impegnate nell’operazione hanno avanzato simultaneamente su più assi, liberando Dvurechanskoye, Tsegelnoye e Petropavlovka nella regione di Kharkov, Novosyolovka, Stavki, Maslyakovka, Yampol e Platonovka nella Repubblica Popolare di Donetsk, oltre a Gai, Nechayevka e Radostnoye nella regione di Dnepropetrovsk e diversi centri nello Zaporozhye, tra cui Malaya Tokmachka, Yablokovo, Ravnopolye e Vesyoloye. La riconquista di Kupyansk, in particolare, rappresenta un punto di svolta.

Situata sulle rive del fiume Oskol e protetta da alture strategiche, la città era divenuta uno dei principali bastioni ucraini a nord. Per mesi il regime di Kiev ha tentato di mantenerne il controllo non solo per ragioni militari, ma anche per motivi simbolici: la linea fortificata che si estendeva da Kupyansk verso ovest era la stessa su cui l’Occidente aveva costruito la narrativa della “resistenza ucraina”. La sua caduta apre ora la strada a un arretramento ancora più profondo delle forze ucraine nella regione. Parallelamente all’avanzata sul terreno, Mosca ha condotto una serie di operazioni coordinate contro l’infrastruttura militare ucraina: un attacco massiccioo e sei colpi combinati hanno bersagliato impianti dell’industria militare, infrastrutture energetiche e di trasporto, siti di assemblaggio di droni d’attacco e aree di dispiegamento temporaneo delle unità ucraine, comprese quelle composte da mercenari stranieri. Il bilancio umano e materiale per Kiev è pesantissimo.

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Published: 24 November 2025
Created: 21 November 2025
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A la guerre, “bisogna accettare di perdere i nostri figli”

di Dante Barontini

Nell’Europa guerrafondaia degli svalvolati – ignobile gara tuttora in sospeso tra uomini e donne di potere politico – fin qui si erano prudentemente “tenuti bassi” gli imprenditori e i generali.

I primi, in genere, capiscono al volo che nel produrre armi ci si guadagna molto, ma quando vengono usate ci si può rimettere tutto (la loro pelle magari no, in genere scappano via molto prima che il gioco diventi davvero rischioso, ma affari e fabbriche sì).

I generali, invece, perché cominciano a intuire che le forme della guerra sono così cambiate – negli ultimi quattro anni – che loro stessi sono ora un po’ “disarmati” culturalmente, dovendo ancora metabolizzare le novità. Le quali, quando si parla di sparare, hanno una certa importanza…

Ma quando c’è da mostrarsi fuori di testa la classe dirigente francese riesce sempre a dare il meglio di sé, o comunque sopra la media. Due sortite chiariscono il concetto meglio di un lungo discorso.

Il presidente del consiglio di amministrazione di Airbus (gruppo industriale europeo dell’aeronautica), René Obermann, infrangendo uno dei più grandi tabù della difesa in Europa, ha dichiarato mercoledì che nazioni europee dovrebbero sviluppare un deterrente nucleare tattico congiunto per contrastare l’arsenale in espansione della Russia.

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Published: 24 November 2025
Created: 19 November 2025
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Regno Unito, Laburisti a tutta destra

di Mario Lombardo

Il Partito Laburista britannico sotto la guida del primo ministro, Keir Starmer, sta procedendo a passo spedito verso la trasformazione in un soggetto di (estrema) destra, liquidando anche formalmente riferimenti e principi di carattere progressista. Questa involuzione era iniziata almeno ai tempi del “New Labour” di Tony Blair circa tre decenni fa, ma ha registrato una drastica accelerazione dopo la parentesi rappresentata dalla leadership di Jeremy Corbyn, vista evidentemente con orrore dall’ala destra del partito e dai grandi interessi economici e finanziari di cui è ormai in larga misura espressione. La natura odierna del partito al potere a Londra si può osservare proprio in questi giorni con la presentazione, da parte del governo, di un piano di riforma del sistema di “accoglienza” degli immigrati che include, in particolare, nuove norme ultra-restrittive e profondamente anti-democratiche, per non dire illegali, sul trattamento dei richiedenti asilo.

In apparenza, come spiegano praticamente tutti i media ufficiali, si tratterebbe di una strategia ormai consolidata tra i tradizionali partiti socialdemocratici e di centro-sinistra occidentali, i quali, per non perdere consensi, inseguono le politiche dei movimenti populisti di destra in ascesa, in primo luogo incorporando programmi xenofobi per combattere quella che viene spacciata come la piaga che affliggerebbe le società occidentali, la causa di ogni male, ovvero i flussi migratori fuori controllo. Fermo restando che, se anche così fosse, saremmo in presenza di una strategia fallimentare che porta puntualmente alla sconfitta elettorale i governi di centro-sinistra che la perseguono, le ragioni sono in realtà diverse.

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Published: 23 November 2025
Created: 18 November 2025
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coku

Heidegger ha vinto Marx ha perso

di Leo Essen

marx heidegger 1220x600.jpg1.

Il gioco, come osserva Fink con una pesantezza heideggeriana, appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana. In altri termini, il gioco non è un’attività accessoria né un semplice divertimento, ma un modo originario in cui l’essere umano si rapporta al mondo. Di più: La totalità dell’ente, dice, funziona come un gioco. Di più: Il gioco funziona come motore del lavoro del costruire e del demolire. Il gioco come allegoria del cosmo. Come creazione originale e produzione. Rapimento estatico, fascinazione incantata. Momento oscuro e dionisiaco della panica cancellazione di sé. Apoteosi della sovranità. Liberazione dai gravami dell’esistenza.

Il gioco in quanto esistenziale: In-der-Welt-sein, Mitsein, Sorge, Entwurf, Geworfenheit, Sein-zum-Tode e Tutt-u-Cucuzzaru.

Poi c’è il gioco inautentico. Quello che si oppone al lavoro, e come il lavoro diventa necessario alla sussistenza – la contraddizione che muove il mondo (Omnis determinatio est negatio), il produci consuma crepa. L’apparato di civilizzazione della società altamente tecnicizzata, il suo sistema razionale, amministra la produzione, il consumo, il traffico, la comunicazione e il divertimento. Nel gioco sembra di essere trascinati via da questo mondo preordinato, dal tempo parcellizzato e ormai reso estraneo, sembra di raggiungere un nuovo mondo di impulsi di libertà e di realizzazione immaginaria dei desideri. E, invece, poiché siamo nella società dell’industria e della tecnica (e della scienza), dice Fink, ci sono pericoli di tipo nuovo: il gioco cattura le masse in enormi manifestazioni circensi e poiché lo sport della domenica offre materia di discussione dopo la grigia settimana lavorativa, c’è sempre un’immensa industria al lavoro, un’industria del passatempo, una fabbrica per il consumo del gioco o, ancora più inquietantemente, uno sfruttamento della voglia di giocare in una manipolazione totale, che continua a vigere anche là dove i singoli si sentono totalmente liberi e sembrano godere della loro libertà di scelta.

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Published: 23 November 2025
Created: 18 November 2025
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mondocane

Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara

Se non è zuppa è pan bagnato

di Fulvio Grimaldi

burattini.jpgQuando ero alla BBC…

C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).

Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.

Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia a difesa del volgo e dell’inclita.

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Published: 23 November 2025
Created: 20 November 2025
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comidad

L imperialismo è soprattutto una guerra di classe

di comidad

I governi e i media europei fanno sfacciatamente il tifo per l’intervento militare statunitense in Venezuela; non a caso un po’ alla volta tutti i paesi europei stanno scoprendo di avere qualche cittadino ingiustamente detenuto dal regime di Maduro. Forse però l’attesa sarà delusa. Quello che dice Trump ovviamente lascia il tempo che trova, visto che può cambiare idea di lì a cinque minuti; quindi va presa con le molle la sua dichiarazione circa la possibilità di aprire un dialogo col regime venezuelano.

L’apertura diplomatica potrebbe preludere ad un attacco proditorio, com'è avvenuto contro l’Iran; oppure potrebbe trattarsi di un tentativo di prendere le distanze dal segretario di Stato Marco Rubio, che è il vero regista di questo attacco al Venezuela, ed è inoltre un “neocon” (come a dire: un jihadista del liberalismo), perciò molto inviso alla base popolare di Trump. Il segretario di Stato è stato ribattezzato Narco Rubio, a causa di suo cognato, Orlando Cicilia, noto trafficante di droga; perciò le accuse di narcotraffico lanciate adesso a Maduro sembrano la storia del bue che dice cornuto all’asino.

Ci sono però altri aspetti che stanno ad indicare un’offensiva di pubbliche relazioni da parte di Trump, nel tentativo di recuperare credito nei confronti dell’opinione pubblica che prima lo sosteneva, e adesso lo sostiene sempre meno. Tra le ultime dichiarazioni di Trump ce n’è infatti anche una che sembrerebbe indicare un cambiamento di posizione sulla pubblicazione dei fascicoli del caso Epstein, finora tenuti riservati, poiché pare coinvolgano non soltanto vari personaggi di spicco, ma anche i servizi segreti israeliani.

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Published: 23 November 2025
Created: 19 November 2025
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lafionda

Roma, il centrosinistra e il mito della “cura condivisa”

Quando il neoliberismo si traveste da partecipazione civica

di Giuseppe Libutti

“L’affidamento in adozione è uno strumento attraverso il quale Roma Capitale promuove la conservazione e il miglioramento del verde pubblico, consentendo ai cittadini, singolarmente o in forma associata, di occuparsi della gestione, manutenzione e cura delle aree verdi comunali.” Così recita il sito ufficiale del Comune. In pratica, cittadini e associazioni possono presentare domanda per “adottare” alberi, aiuole e spazi verdi, offrendo gratuitamente un servizio alla città.

La chiamano “cura condivisa del verde urbano”, la presentano come un’opportunità per cittadini “attivi” e “responsabili”. Ma la realtà è ben diversa: Roma Capitale sta gradualmente sostituendo servizi pubblici essenziali con attività svolte gratuitamente dai cittadini. Compiti che dovrebbero spettare ad AMA e al personale comunale retribuito vengono delegati alla popolazione senza compensi, senza tutele e senza una vera pianificazione.

Ciò che l’amministrazione propone come un modello virtuoso di partecipazione civica si rivela, nei fatti, una sofisticata espressione del neoliberismo in salsa progressista: trasformare un dovere pubblico in un gesto volontario, sostituire lavoro qualificato con prestazioni gratuite, nascondere l’esternalizzazione dei servizi dietro parole rassicuranti come “comunità”, “bene comune”, “cura condivisa”.

Gli strumenti utilizzati — adozioni di aree verdi, patti di collaborazione, accordi per la gestione dei beni comuni — vengono raccontati come innovazioni democratiche.

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Published: 23 November 2025
Created: 21 November 2025
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lantidiplomatico

Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela

di Pino Arlacchi*

Tra le false narrative dei fatti del mondo che imperversano in Occidente, quella sul Venezuela è la più oltraggiosa. Non credete a una parola di ciò che i padroni dei mezzi globali d’informazione dicono sul paese, Maduro e l’aggressione iniziata dagli Usa 27 anni fa, con l’elezione a presidente di Hugo Chávez, e tuttora in corso.

Gli eventi quotidiani smentiscono le menzogne che tentano di coprire una guerra di rapina e sopraffazione coloniale condotta da una potenza giunta all’ultima tappa del suo declino. Il Venezuela è un paese forte, stabile, e deciso a non piegarsi. Un paese che vincerà, pur pagando duramente il prezzo della sua sovranità. La sconfitta Usa sarà la 65ª dall’inizio della Guerra fredda (la 66ª è in dirittura di arrivo, in Ucraina). E ciò avverrà sulla scia di quanto accaduto a quasi tutte le loro guerre, invasioni e tentativi di cambio di regime. Controllate le cifre sfogliando lo studio appena pubblicato su Foreign Affairs, bibbia dell’establishment Usa.

La domanda giusta da porsi, allora, non è quella su quanto durerà Maduro, ma quella su quanto durerà Trump. L’aggressione è un’ulteriore tacca anti-Trump che il deep state ha segnato sulla cintura. Pentagono e intelligence s’oppongono a questa pantomima dello sbarco in Normandia voluta da Rubio e sottoscritta dal presidente. Il deep state, vero padrone dell’America, subisce, abbozza, di fronte a una mossa di politica estera sconsiderata, contraria all’interesse nazionale e decisa da un presidente eletto, per giunta, con il mandato di porre fine alle guerre (e alle sconfitte) infinite.

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Published: 23 November 2025
Created: 19 November 2025
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lantidiplomatico

Crosetto e il Totalitarismo di Guerra: chi non pensa come la NATO è un nemico della Nazione

di Clara Statello

"5000 hacker contro la disinformazione". L'annuncio shock di Crosetto e il drammatico salto di qualità del totalitarismo di guerra

Il nuovo millennio iniziava con una grande promessa per noi della generazione Erasmus: Internet. La connessione ci avrebbe garantito libertà e democrazia, conoscenza e condivisione. A tutelare il web affinché si mantenesse uno spazio libero, a combattere contro i potenti, c’erano loro, gli hacker.

Figure leggendarie della nuova era postmoderna, avevano addirittura messo su un nuovo partito, il partito dei Pirati. E noi, che pensavamo ancora alla rivoluzione, eravamo bollati come “novecenteschi”. Peccato che i nuovi partigiani ci hanno messo davvero poco a genuflettersi davanti a quello stesso potere che promettevano di voler combattere.

In fondo Google, Meta, il governo israeliano o il Pentagono, pagano bene. Alcuni episodi emblematici: Anounymous Italia, anziché colpire simboli di potere e oppressione, la scorsa primavera ha lanciato attacchi DDos contro testate, giornalisti e media indipendenti, come OttolinaTV, Pressenza e Marx21. Il pretesto: le fantomatiche ingerenze russe nel voto per Bruxelles.

Insomma, da paladini della libertà, i pirati del web si sono trasformati in cyber fascisti, esperti in incursioni criminali contro chi esercita il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.

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Published: 22 November 2025
Created: 17 November 2025
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fuoricollana

L’Ucraina e noi: l’europeismo contro se stesso

di Andrea Guazzarotti

Per Andrea 300x224.jpegL’occultamento del conflitto intra-europeo prima dell’esplosione di quello russo-ucraino

Le élite europee, nel loro nichilismo (E. Todd), hanno sposato la linea del confronto armato a oltranza contro la Federazione russa di Putin. Serviva a ricostituire un nuovo simulacro di unità tra gli Stati membri che due crisi e un’architettura istituzionale (sempre più) disfunzionale stavano (e stanno) minando. Per farlo, quelle élite hanno cinicamente sacrificato l’Ucraina, anche se sarebbe più corretto dire: hanno ceduto alla pressione degli USA affinché l’Ucraina venisse usata come proxy nella guerra contro la Russia di Putin.

Il cedimento è stato, innanzitutto, interno: con una vittoria del fronte della “nuova Europa” sulla vecchia (Minolfi 2023, pp. 76ss.). La battaglia cruciale si è svolta a porte chiuse, al Consiglio NATO di Bucarest del 2008, quando gli USA hanno provato a forzare il corso degli eventi spingendo per l’attivazione immediata delle procedure di ammissione di Georgia e Ucraina nella NATO, scontrandosi con il veto di Francia e Germania, cui replicarono duramente i rappresentanti dei nuovi Stati dell’Europa centro-orientale (Polonia in testa). L’esito fu quello di annunciare comunque come prossima l’attivazione delle procedure di adesione, allarmando Mosca senza offrire alcuna garanzia immediata ai due Paesi in questione (ibidem). Un confronto politico acceso del quale le opinioni pubbliche sono state praticamente tenute all’oscuro, secondo un processo di infantilizzazione dei cittadini europei (Minolfi 2025) perseguito nell’alveo di una strategia delle classi dirigenti europee di disconnessione e immunizzazione dai propri elettorati.

Parallelamente deflagrava in quegli anni la crisi dell’euro, impacchettata come crisi del debito pubblico degli Stati debitori dalle élite europee (leggi: i Governi degli Stati creditori in combutta con i vertici di BCE e Commissione europea). Dinanzi all’impennarsi dell’antieuropeismo degli elettorati (specie di quelli sottoposti all’austerity) quelle élite intravedevano già nelle vicende interne all’Ucraina (le proteste di Euromaidan) lo spiraglio per programmare una nuova, pericolosa, strategia di riattivazione dell’ideologia europeista.

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Published: 22 November 2025
Created: 22 November 2025
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lafionda

Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità

di Salvatore Palidda

America spaccata.jpgPaese sconfitto alla seconda guerra mondiale (insieme a Germania e Giappone), l’Italia fu costretta a una quasi totale sottomissione alla nuova potenza mondiale dominante lo spazio euro-mediterraneo.

Ma prima di descrivere questa svolta storica e poi gli sviluppi sino a oggi, è utile una digressione storica-geopolitica. Ricordiamo che il sea power (il potere marittimo teorizzato da Mahan[1]) impone che la potenza che vuole dominare uno spazio geopolitico deve accaparrarsi il controllo dei punti cruciali per esercitarlo. Nello spazio euro-mediterraneo l’Italia è il principale punto geostrategico in quanto la penisola e le sue isole sono situate al suo centro. Sin dai tempi di Cartagine e poi di Roma ciò era evidente, tant’è che Roma poté battere la rivale solo accaparrandosi del controllo della Sicilia per sfruttarne la posizione geostrategica, l’enorme risorsa di legname per costruire la sua flotta e quella di grano per pagare il soldo ai suoi militi.[2] E all’epoca delle repubbliche marinare -in assenza di un potere imperiale dominante- queste potevano rastrellare ricchezze enormi non solo grazie all’abilità e alla ferocia dei loro pseudo-nobilotti, noti come i più sperimentati pirati del mondo (più di quelli che la regina Elisabetta aveva integrato nella sua flotta per affermare la sua potenza che però in Mediterraneo doveva arborare la bandiera genovese per potere navigare senza problemi). Il successo di queste potenze marittime fu soprattutto grazie all’intesa ben oliata con i sultani della simile potenza marittima che era Costantinopoli. Ciò, nonostante le crociate o pseudo-guerre di religione, poiché condividevano con i genovesi, i veneziani, i pisani e gli amalfitani la stessa logica dell’accumulo di ricchezze (il business innanzitutto). Inoltre, via via si impadronirono dei punti nevralgici dello spazio mediterraneo rubando non solo le ricchezze ma anche i saperi locali e facendone schiavi i dominanti costretti a pagare somme enormi per riscattare la loro emancipazione. Ma poi queste repubbliche marinare cercavano sempre l’intesa con la potenza spagnola dominante il Mediterraneo (vedi Braudel, 2010).

Dopo Yalta, l’assetto del mondo bipolare impose che l’Italia doveva collocarsi nella sfera occidentale che passava sotto l’egemonia degli Stati Uniti. L’internazionale comunista stabilì che i partiti dei paesi occidentali si adeguassero per definire e seguire le loro specifiche “vie nazionali al socialismo”.

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Published: 22 November 2025
Created: 13 November 2025
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lospiteingrato.png

Morte dell’ermeneutica e fine della storia

Su Michele Ranchetti

di Andrea Cavazzini

2025.11.13. CAVAZZINI.pngDifficile scrivere su Ranchetti, almeno nel senso della scrittura “scientifica” normalizzata, che richiede premesse, svolgimento e conclusioni in una forma autoconclusiva e non bisognosa di interrogarsi sulle proprie ragioni e condizioni. Difficile perché, al contrario, le scritture e i lavori di Ranchetti non partecipano di alcuna legittimità univoca e predefinita, non beneficiano dei presupposti rassicuranti delle istituzioni e degli specialismi; ma anche perché la loro intelligibilità intrinseca dipende da un sistema di riferimenti, da un gioco di costellazioni storiche e culturali, che non possono in nessun modo essere riassorbiti dalla corrispondenza del testo ad una norma di valutazione, e la cui condivisione più o meno ampia è diventata altamente problematica già durante la vita di Ranchetti.

In altri termini, leggere e interpretare Ranchetti richiede un lavoro di esegesi particolarmente complesso. E, poiché Ranchetti stesso ha riflettuto sulla crisi dell’esegesi, non solo come pratica savante, ma anche e soprattutto come atteggiamento intellettuale e morale, e come posizione esistenziale, in questa circolarità tra l’oggetto di una meditazione e la chiave di lettura di un’opera si trova forse di che intendere un percorso fortemente atipico e sfuggente.

In un testo relativamente tardo, ma alquanto in anticipo rispetto a una situazione che oggi è evidente in tutto il mondo, intitolato In morte dell’ermeneutica, Ranchetti avanza questa diagnosi:

“Il presente” non sembra più corrispondere a nessuna forma di consocibilità, non appartiene a nessun sistema di misura […]. Fra il passato recente e il presente sembra essere intervenuta una cesura perché non è più operante il sistema di correlazioni su cui si regge, per solito, qualsiasi intelligenza dei fenomeni.1

Ranchetti parte dalla situazione dell’insegnamento universitario: l’esercizio della critica del dato culturale ricevuto e tacitamente accettato, cui dovrebbe essere iniziato lo studente, diventa impossibile a partire dal momento in cui «il dato è inesistente».2 L’inesistenza di un “dato” condiviso tra le generazioni e gli strati sociali, tra i ruoli e le funzioni, l’assenza anzi di una coerenza organica entro gli orizzonti culturali anche di singoli gruppi o individui, fan sì che non solo l’atto critico, ma la stessa operazione interpretativa divengono senza oggetto:

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  1. Il Simplicissimus: Gaza e Darwin
  2. Fernanda Mazzoli: Ancora su guerra e pace a scuola
  3. Nadia Cavalera: Paolo Virno. Il linguaggio della moltitudine
  4. Geraldina Colotti: Un Cile stanco e indebitato sceglie la destra: Jara fatica a invertire la rotta
  5. Pasquale Liguori: Palestina oltre la mistificazione della pace
  6. Lotte, linguaggio, natura umana: l'itinerario politico-teorico di Paolo Virno
  7. Alan Freeman: DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi
  8. Enrico Tomaselli: Sul voto del Consiglio di Sicurezza
  9. Enrico Grazzini: Come gli USA drenano ricchezza dall’Europa
  10. Davide Malacaria: Israele e la guerra nel cuore dell'Impero
  11. Patrizio Paolinelli: Nuovo umanesimo, vecchia ideologia: come trasformare il dissenso in stupidità
  12. Mario Sommella: Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano
  13. Francesca Albanese: Perché accuso 63 nazioni di complicità nel genocidio di Gaza
  14. Sandro Moiso: Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso
  15. Mario Lombardo: Gaza, pace che sembra genocidio
  16. Mauro Armanino: La privatizzazione del futuro e i suoi disertori
  17. Paolo Vernaglione Berardi: Paolo Virno filosofo dell’avvenire
  18. Gigi Sartorelli: Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA
  19. Effimera: Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno
  20. Riccardo Fedriga: Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie
  21. Laura Carrer: Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali
  22. Sergio Scorza: Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna… “Ha stato Gheddafi!”
  23. Michele Castaldo: La signora Anna Negri e gli anni ’70 e ’80
  24. Guglielmo Forges Davanzati: Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre
  25. Eric Gobetti: Quale treno della vergogna?

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