Il 23 maggio 2022, in occasione del World Economic Forum di Davos (Svizzera), l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger ha fatto alcune osservazioni sull’Ucraina che hanno colpito nel segno.
Piuttosto che farsi prendere “dall’umore del momento“, ha detto Kissinger, l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti – deve consentire un accordo di pace che soddisfi i russi. “Proseguire la guerra al di là di questo punto“, ha detto Kissinger, “non significherebbe liberare l’Ucraina, ma scatenare una nuova guerra contro la Russia stessa“.
La maggior parte dei commenti dell’establishment della politica estera occidentale ha sgranato gli occhi e ha respinto i commenti di Kissinger.
Kissinger, che non è un pacifista, ha tuttavia indicato il grande pericolo di un’escalation non solo verso l’istituzione di una nuova cortina di ferro intorno all’Asia, ma forse verso una guerra aperta e letale tra l’Occidente e la Russia, oltre che con la Cina.
Questo tipo di esito impensabile era troppo anche per Henry Kissinger, il cui capo, l’ex presidente Richard Nixon, parlava spesso della “teoria del pazzo” nelle relazioni internazionali; Nixon disse al suo capo di gabinetto Bob Haldeman che aveva “messo la mano sul pulsante nucleare” per terrorizzare Ho Chi Minh e farlo capitolare.
Durante il periodo che ha preceduto l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, ho parlato con un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano che mi ha detto che la teoria prevalente a Washington si riduce a un semplice slogan: “dolore a breve termine per un guadagno a lungo termine“.
In uno dei più conosciuti e bei frammenti de L'ideologia tedesca del 1846, Marx ed Engels sintetizzavano:
«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».
Fin qui tutto bene, ma l'aspetto più interessante non è quello che riguarda la sfera del cosiddetto "conformismo", ma quello delle reazioni dissenzienti, generate da quelle che altrettanto marxianamente si usa definire contraddizioni. Ad un altro marxista del ventesimo secolo, Ernesto Laclau, nelle sue riflessioni sul concetto di egemonia, populismo e strategia socialista, piaceva parlare di "domande insoddisfatte".
Possiamo sperimentalmente annotare come negli ultimi anni della politica italiana, le cosiddette contraddizioni o domande insoddisfatte siano state amministrate da quello che viene spesso definito con un intento spregiativo - impropriamente secondo Laclau - "populismo".
Le contraddizioni della crisi di consenso dei partiti tradizionali, dopo gli anni 80, sono state gestite con concetti populisti come "il cancro della corruzione", il "parassitismo corrotto del sud del Paese", concetti di volta in volta utilizzati da partiti come la Lega, ma, anche successivamente e proficuamente - almeno per il primo concetto - dal Movimento Cinque Stelle.
A proposito della lettera del ministro dell’Istruzione e del Merito alle studentesse e agli studenti
Il 9 novembre solo in Italia (nessun altro Paese europeo infatti lo festeggia) si celebra il “giorno della libertà”, in ricordo dell’abbattimento del muro di Berlino, giorno istituito con la Legge 15 aprile 2005, n. 61, all’epoca dunque del governo Berlusconi.
A tal proposito, il ministro dell’“Istruzione e del Merito” (ora si chiama così) ha ritenuto di scrivere una lettera indirizzata agli studenti e ha colto l’occasione per salutare tutto il personale delle scuole, evitando, chissà perché, di citare esplicitamente i docenti. Giusto quei docenti che dovranno stare molto attenti a queste iniziative, per ora solo epistolari, che hanno lo scopo non solo di stare dentro lo scontro politico, ma anche di raggiungere due obiettivi: il primo, ampliare a dismisura nella scuola italiana la quantità di “revisionismo storico”, peraltro già sparso a piene mani in questi anni; il secondo, continuare la pratica anti-didattica di “(ab)uso pubblico della storia”, che trova concrezione nell’attaccare ossessivamente tutto ciò che a che fare con la democrazia, la sinistra, il progresso, l’esperienza di altri popoli non occidentali che hanno tentato, tentano e tenteranno con grande fatica di trovare una strada di liberazione e di avanzamento. Si continua, peraltro, a riaffermare una concezione di superiorità dell’Occidente (unipolarismo versus multipolarismo) in salsa eurocentrica, non cogliendo i danni che questa ideologia ha arrecato in passato e la improponibilità di questa visione in un contesto che definiremmo di “tramonto dell’Occidente” e di suicidio dell’Europa. Peraltro, in questa occasione non mi soffermerò sugli orrori del colonialismo che ha scandito la storia dell’Occidente e sulle due guerre mondiali da esso scatenate.
Se oggi in Italia vi fossero stati gruppi dirigenti comunisti con i coglioni, essi avrebbero manifestato immediatamente e vigorosamente in via Solferino 28, a Milano, sotto le finestre del Corriere della Sera. E immediatamente si sarebbero organizzati per manifestare in via S. Valentino 12, di fronte all’Ambasciata della Polonia a Roma e in Via Vittorio Veneto 121, di fronte all’Ambasciata degli USA a Roma.
Ma di comunisti italiani non se n’è vista l’ombra: alcuni di loro sono impegnati, ancor più della Meloni, a fustigare Putin e la Russia; altri sono ancora molto indaffarati nel distruggere il loro partito per mantenere caldo l’abbraccio con dei soci improbabili e comunque molto antirussi e anticinesi; altri ancora soffrono da tempo di paralisi politica e grave affanno nella deambulazione semplice.
Perchè i comunisti avrebbero dovuto immediatamente raccogliersi nella milanese via Solferino, sotto le finestre del Corriere della Sera?
Perchè l’editoriale del “Corsera” di mercoledì 16 novembre di Danilo Taino dal titolo “Sempre più isolato” (riferito a Putin) è stato una pura vergogna! E’ stata una volgare ed untuosa piroetta servile di un Arlecchino servo di tre padroni: gli USA, la NATO e l’UE.
A proposito delle esplosioni avvenute in Polonia, al confine con l’Ucraina nella notte di martedi 16 novembre e a proposito dei due poveri morti contadini, Taino scrive: “Vladimir Putin non è andato a G20 di Bali. Si è però fatto sentire con l’unica voce che gli sia rimasta: un barrage di almeno 90 missili sull’Ucraina.
Il sempre più evidente coinvolgimento nella guerra fratricida Russia-Ucraina di alcune delle principali basi ospitate in territorio italiano si accompagna al colpo di acceleratore che le forze armate nazionali, USA e NATO hanno dato ad alcuni programmi (vecchi e nuovi) di ampliamento e potenziamento del dispositivo bellico
L’ultima missione di spionaggio sui cieli dell’Europa dell’Est è stata tracciata dai radar lo scorso 14 ottobre. Un Gulfstream E.550 CAEW del 14° Stormo dell’Aeronautica militare italiana dopo essere decollato dallo scalo romano di Pratica d Mare ha raggiunto prima i confini della Polonia con l’Ucraina e poi quelli con l’enclave russa di Kaliningrad. Un’operazione ormai di routine da quando le forze armate di Mosca hanno invaso l’Ucraina. Il velivolo in dotazione ai reparti di volo italiani aveva fatto il suo debutto nelle aree di conflitto l’8 marzo 2022 con una missione d’intelligence nello spazio aereo della Romania fino ai confini con Moldavia e Ucraina e le sempre più agitate e militarizzate acque del Mar Nero. Da allora i Gulfstream E.550 di Pratica di Mare sono uno degli attori più richiesti dai comandi NATO che coordinano le operazioni aeree di sorveglianza e “contenimento” dei reparti di guerra della Federazione russa in territorio ucraino.
Basati sulla piattaforma del jet sviluppato dall’azienda statunitense Gulfstream Aerospace, appositamente modificato e potenziato dalla israeliana Elta Systems Ltd. (società del gruppo IAI), i velivoli in dotazione all’Aeronautica italiana non sono semplicemente dei “radar volanti”, ma possiedono anche compiti di “gestione” delle missioni alleate nei campi di battaglia e di disturbo delle emissioni elettroniche “nemiche”. “Gli aerei CAEW hanno funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, strumentali alla supremazia aerea e al supporto alle forze di terra”, spiega lo Stato maggiore dell’Aeronautica.
È da poco tornato in libreria e in versione e-book Questo Pianeta (Fandango libri), il libro forse più contemporaneo dell’importante produzione scientifica, divulgativa e letteraria di Laura Conti (1921-1993). A lei si deve di aver tracciato in Italia la strada, purtroppo rimasta poco battuta, di un ambientalismo scientifico e politico, capace anche di essere popolare.
Ad arrivare in libreria è la terza edizione del saggio, la cui ampia revisione era stata terminata dall’autrice nei primi mesi del 1993, e che solo oggi è stata finalmente pubblicata (le precedenti edizioni erano uscite nel 1983 e nel 1987). Dopo la morte di Laura Conti il 25 maggio 1993, infatti, la casa editrice Editori Riuniti, nonostante gli accordi presi, si disse non più interessata alla pubblicazione postuma della nuova edizione del saggio. Fu il primo segnale di una rapida rimozione che per quasi vent’anni ha relegato l’opera e il pensiero di Laura Conti nel dimenticatoio. Un oblio che per certi versi ricorda il destino a cui è andato incontro negli Stati Uniti il suo amico Barry Commoner, che Laura Conti considerava – insieme a Nicholas Georgescu-Roegen ed Eugene Odum – uno dei “maestri” dell’ambientalismo.
Eppure Laura Conti era stata in Italia per due decenni – dall’inizio degli anni 1970 fino alla sua morte – la più instancabile sostenitrice e prolifica divulgatrice di un ambientalismo scientifico e politico ugualmente esigente su entrambi i fronti. La profondità e l’originalità della sua lettura dei problemi ambientali si sono sempre combinate con un’azione concreta nelle istituzioni e nella società, a sostegno della necessità di una profonda svolta culturale da parte delle forze politiche di sinistra (a partire dal PCI, in cui militava), e del mondo ambientalista (in particolare Legambiente, l’associazione che aveva contribuito a fondare nel 1980, ma in cui finì per ritrovarsi isolata).
"La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause […] si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno – l’Ovest minacciato dall’Est, l’Est minacciato dall’Ovest. Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull’orlo della guerra, di far fronte alla sfida. Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione […]. Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata e organizza i suoi membri, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore a mano a mano che perpetua il pericolo.” (1)
Fino a qualche mese fa, alcuni passaggi de L’uomo a una dimensione di Marcuse apparivano datati: scritto negli Stati Uniti della Guerra Fredda, vi si respira l’oppressione costituita da una minaccia costante, quello “Stato belligerante” che l’intellettuale francofortese affianca allo “Stato del benessere”. Ripresi ora, quegli stessi passaggi riacquistano contemporaneità: non siamo più nello Stato del benessere dei ‘trenta gloriosi’ – è subentrato il neoliberismo – ma siamo ripiombati nello Stato belligerante.
Quel che qui preme riprendere del testo di Marcuse, tra le numerose chiavi di lettura che non hanno mai perso di attualità, è l’aspetto irrazionale della società industriale/tecnologica avanzata.
Il modello economico tedesco, a cui l’Italia è legata per le subforniture, ha bisogno di revisione ma intanto ha deciso di andare in direzione opposta a Usa e Ue continuando a annodare legami con la Cina. Una opzione alternativa al decoupling stigmatizzata in Italia.
Nell’ultimo periodo la quasi totalità della stampa occidentale si è scagliata con veemenza contro la Germania e in particolare contro il cancelliere Olaf Scholtz ritenuto colpevole di molti delitti; intanto quello di aver concesso l’acquisto di una quota di minoranza in una società del porto di Amburgo ad una impresa cinese, mentre sembrava anche in procinto di permettere ad un’altra società di Pechino la presa di controllo in una società che produce chip (decisione poi rientrata), quello poi sempre verso Scholtz di voler effettuare un viaggio in Cina, che si è svolto come previsto, accompagnato da molti rappresentanti della grande impresa del paese teutonico, infine quello di aver pronunciato anche a Pechino, oltre che in patria, parole contrarie al decoupling e all’isolamento della Cina.
Da rilevare che a suo tempo Angela Merkel in sedici anni di governo aveva visitato la Cina 12 volte. Da sottolineare anche, incidentalmente, che il governo Draghi, durante la sua esistenza, ha invece bloccato un tentativo dei cinesi di acquisire una partecipazione in una società del porto di Trieste, nonché in una piccola società che produce chip, oltre che in diverse altre iniziative, di cui qualcuna molto rilevante (l’Iveco), mentre ha stracciato sostanzialmente l’accordo relativo alla Via della seta concluso dal governo precedente.
Solo chi la vive sul proprio corpo e nella propria anima, può fare esperienza reale della guerra, ovvero può avere «esperienza diretta del Reale in quanto opposto alla realtà sociale quotidiana»[1]. Un’esperienza lesionante e desertificante, fatta di boati assordanti, dell’incendio e del crollo della propria casa, dell’odore e la vista del sangue di corpi feriti o ammazzati, della fame e della sete, di quel Reale traumatico che venendo prima di qualunque ragione può consegnarci a una follia senza ritorno, della sospensione delle abitudini di vita, della disintegrazione del paesaggio interno ed esterno e della costante sofferenza, legata a una condizione di inermità assoluta e d’incapacità di vedersi proiettati verso un qualsivoglia futuro, inchiodati come si è all’orrore del presente, nel quale spira incontrastato l’alito della morte. Chi invece la osserva al riparo di uno schermo televisivo o di un computer, come noi, ne può fare tutt’alpiù un’esperienza mentale, emotiva, spettacolare ed estetica, avendo sempre ben presente che nessun proiettile potrà colpirci, che nessuna bomba potrà far saltare in aria la nostra casa, che la nostra vita non è in pericolo e che dunque non saremo mai coinvolti realmente in quegli eventi. Davanti ad uno schermo non possiamo fare alcuna esperienza reale di quanto vediamo, perché quest’ultima è possibile sempre e solo a partire dal preciso punto (punctum) nello spazio e nel tempo, in cui si colloca il nostro corpo, e non attraverso una visione ubiquitaria e un tempo reversibile, come quello proprio dei media.
L’esperienza della guerra coinvolge corpi e menti nell’hic et nunc nel quale si svolge, laddove invece il mezzo televisivo, fin dalla sua comparsa e oggi, a fortiori, i nuovi media, abolendo quei limiti a cui è vincolato il corpo umano, trasportano lo spettatore in luoghi lontani nel tempo e nello spazio, facendolo anche assistere ad eventi invisibili a occhio nudo.
Chuǎng: Il sorgo e l'acciaio. Il regime sviluppista socialista e la costruzione della Cina contemporanea, Porfido Edizioni, 2022
Alla fine del XVI secolo, uno dei primi resoconti in forma estesa sulla vita in "Cina" venne pubblicato in Europa per mano di un mercenario portoghese di nome Galeote Pereira, combattente contro i Birmani per conto del Regno di Ayutthaya nella prima guerra moderna dell'Asia orientale. Divenuto in seguito pirata, saccheggiò le province costiere che si aff avano sul Mar Cinese Meridionale, all'alba di quella che sarebbe diventata una secolare ondata di pirateria favorita dalla crescita del mercato globale. La dinastia Ming rispose con la sua Campagna di Sterminio della Pirateria, e Pereira fu catturato nel Fujian ed esiliato nell'interno, riuscendo a fuggire solo anni dopo in Europa grazie alla corruzione e all'aiuto di alcuni mercanti portoghesi a Guangzhou. Il resoconto di tale esperienza, edito e pubblicato con l'aiuto dei Gesuiti, fu uno dei rari racconti di prima mano sulla "Cina" disponibili dai tempi di Marco Polo. Ma se Marco Polo era giunto da un'Europa arretrata e provinciale per osservare dall’interno la civiltà allora più avanzata del mondo, incarnata della dinastia Yuan (mongola), Pereira, d'altro canto, arrivava da un'Europa ormai trasformata approdando in una "Cina" altrettanto mutata, entrambe alle porte di un grande caos. Si trattava di una congiuntura agli albori del mondo capitalista caratterizzata dalla totale incertezza. Il dado era tratto, ma il quadro non appariva ancora stabilizzato. Con la più grande marina, la tecnologia più avanzata ed una produttività agricola senza precedenti, la dinastia Ming rimaneva la struttura politica più estesa e potente del mondo. Eguagliava e superava l’Europa ad ogni livello, e la questione della “fallita” transizione della Cina al capitalismo (nota come “Problema di Needham”) sarebbe diventata una sorta di enigma iniziatico per i futuri studiosi della regione. L’arrivo di Pereira si situava nel mezzo del declino Ming, causato in parte dall’esplosione dell’industria dell’argento portoghese e spagnola e dalle nuove reti commerciali, di cui lo stesso Pereira era un prodotto.
Molti chiedono: che fare? E per quanto ci si spieghi, il finale non cambia: quindi? che fare? soluzioni? proposte? Con l'orgoglio di chi non si lascia incantare e l'impazienza di chi va dritto al sodo. Qualcuno guardando l'orologio, qualcuno tamburellando le dita sul tavolo, tutti sollevando ieraticamente il capo nel pronunciare la summa quæstio, la domanda delle domande che non concede scampo. Ma io non rispondo, non ho mai risposto e non propongo alcunché.
Me ne guardo anzi bene.
Perché a ciascuna domanda corrisponde, se non una sola risposta, almeno un insieme finito di risposte o meglio un dominio di registri, di codici e di significati che impegnano l’interlocutore, quasi lo mettono in catene. A un quesito di matematica si replica con un numero o un concetto matematico: la gioia, il nitrato di sodio o la Svizzera non sono tra le opzioni ammesse. Se la domanda è sconcia si risponde sconciamente, se è in tedesco in tedesco. Chi domanda comanda: detta il tempo, il genere e il tono. Detta cioè il pensiero, che per svilupparsi deve invece formulare nuovi interrogativi o almeno mettere in questione quelli già dati. Altrimenti non è un pensiero ma un compito in classe, un modulo da compilare.
Si potrebbero fare tanti esempi di come l’ignoranza di questa premessa porti malintesi e conflitti. L'uso recente di offrire al pubblico i «dati» per promuovere un dibattito «informato» – una domanda, appunto – sui più diversi temi nasconde il limite di non consentire alcun dibattito circa il dominio stesso di quei dati: l’oggetto, l’approccio, la dialettica sottintesa. Perché «i dati» di un fenomeno e non di un’altro? Perché i «dati» percentuali e non assoluti? Perché li si diffonde oggi ma non ieri, o domani?
Il testo che segue - "I demoni si risvegliano" ["Die Dämonen erwachen"] - è una traduzione dell'ultimo capitolo del libro Schwarzbuch Kapitalismus: Ein Abgesang auf die Marktwirtschaft (“Il libro nero del capitalismo: un canto del cigno per l'economia di mercato”). Come indicato dal sottotitolo, il libro è una storia critica del capitalismo proprio nel momento in cui il sistema sta affrontando il suo collasso storico]
Il capitalismo è arrivato alla fine del suo volo cieco attraverso la storia; ora può solo distruggersi. Ma quanto più appare innegabile che l'umanità non può continuare a riprodursi secondo le modalità della "bella macchina" e di quel suo unico movimento tautologico fine a sé stesso, tanto più si indurisce quella che è la forma della coscienza capitalista. La crisi mondiale della Terza rivoluzione industriale, ormai non riesce più a trovare alcun progetto emancipatorio da mobilitare come alternativa sociale. In genere, la critica radicale del capitalismo viene considerata come se fosse solo uno strano anacronismo, e ciò perché nella coscienza sociale - sia dell'«uomo della strada» che nella letteratura delle scienze sociali – essa viene identificata solo con il paradigma museale, irrimediabilmente obsoleto, del movimento operaio, il quale in realtà è sempre rimasto immanente al sistema. In tal modo, la riflessione teorica scompare completamente dalla sfera pubblica capitalista, sostituita in maniera superficiale da una cultura fatta di interessi mediatici autoreferenziali, che si preoccupa solo di attrarre l'attenzione: la "teoria" si presenta così come un'impresa commerciale come tutte le altre. Ma il ludico culturalismo postmoderno, che continua a ridefinire la povertà quasi come un travestimento, e l'umiliazione sociale come un gioco, è solo un evento superficiale sotto il quale si agita già qualcosa di molto diverso.

Sintesi della presentazione del libro La costituzione materiale della Cina, di Giordano Sivini, Asterios Editore, 2022
Il socialismo con caratteristiche cinesi è costitutivo di relazioni sociali produttive diverse da quelle capitalistiche? La risposta va cercata nella storia della Cina a partire dalla costruzione maoista della Repubblica popolare. Dopo la vittoria militare sull’imperialismo, l'attività del Partito Comunista ha puntato sulla diffusione di rapporti di produzione egalitari basati sulla socializzazione dei mezzi di produzione attraverso il lavoro collettivo dei contadini con l’impiego delle risorse e delle tecniche disponibili. La riproduzione della ricchezza, in termini di valori d’uso, è stata realizzata all’interno di un’area di accumulazione esterna e separata dall’area di accumulazione mondiale egemonizzata dagli Stati Uniti.
Dopo Mao Zedong, Deng Xiaoping ha portato il Partito Comunista a sostenere ideologicamente e pragmaticamente il primato delle forze produttive sui rapporti di produzione, l’economia si è aperta al mercato delle merci e dei profitti, e il socialismo in quanto ideologia e prassi, assunte ‘caratteristiche cinesi’, è stato ridefinito come impegno per il superamento della scarsità, posponendo a un tempo indeterminato la prospettiva dell’equità. Zhu Rongji dopo Deng Xiaoping, da capo del governo, ha avviato, con l’obiettivo di entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la trasformazione istituzionale della Cina in senso capitalistico, dando ai mezzi di produzione, già statizzati da Deng, la configurazione giuridica di capitali azionari controllati dal Partito Comunista. Nel contempo, per preservare l’area di accumulazione cinese dalle incursioni dei capitali speculativi internazionali, ha disposto che il capitale finanziario che entrava in Cina fosse messo esclusivamente al servizio dell’economia reale.
Il 9 novembre del 1989 cadeva "L'Antifaschistischer Schutzwall", il "Berliner Mauer", il Muro di Berlino. In questo 9 novembre 2022 proponiamo un breve saggio, su quella caduta, di Fosco Giannini, scritto nel novembre del 2019, dal titolo "I giorni violenti della menzogna. A trent'anni dalla caduta del Muro di Bderlino" ed enucleato dal libro dello stesso Giannini "Liberare i Popoli", Casa Editrice "La Città del Sole"
In questi giorni, coi fescennini e i canti tribali di un’orgia disgustosa, i media italiani e di tutto l’occidente capitalistico celebrano i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989. I canti tribali, col monotòno anticomunista, occupano ogni televisione nazionale e privata, ogni radio, ogni giornale, ognuno dei cento e cento siti “politici” e “culturali” dispersi nella Rete, tutta la Rete. L’azione vandalica si estende su di un terreno vastissimo, ma il messaggio è unico e totalizzante: il Muro di Berlino è stato l’orrore, l’oscurità della Storia, il disumano, ed esso ha incarnato il socialismo stesso, che dunque è oscurità e orrore. L’apparato semantico dell’intero sistema mediatico occidentale è un esercito distruttore in cammino e nel suo procedere implacabile, nella sua narrazione non ha né dubbi né zone grigie, né analisi né storicizzazione: il Muro è stato eretto “improvvisamente”, il 13 agosto del 1961, per volontà di un gruppo dirigente folle e maligno, perché così è il socialismo, erige muri, semina terrore, senza motivazioni. Dal fiume infinito di articoli, saggi, trasmissioni sul trentesimo anniversario della caduta del Muro non emerge una frase, un rigo appena, un modesto accenno ai perché storici di quella edificazione e un giovane lettore può pensare che lì, nella Germania Est, semplicemente, come in un graphic novel americano, s’estendeva il Regno del Male. Al contrario, un’intera letteratura sociologica si riversa dai media per imporre l’idea che al di là del Muro vi era un intero popolo reso schiavo dalla dittatura comunista, vi era una parte della Germania ridotta ad un’unica ed opprimente caserma, uomini e donne dall’anima incatenata e dai corpi che conoscevano solo la miseria e la fame.
Non potendo certo competere con la conoscenze e le abilità culinarie di Andrea Amato – così bene illustrate nel suo articolo pubblicato in questo sito lo scorso 2 novembre – mi limito, probabilmente in modo più noioso per l’eventuale lettore, a soffermarmi sul senso dell’apologo del soufflè. Ovvero la necessità della costruzione nel nostro paese di un nuovo soggetto politico di sinistra. Non è, almeno per chi scrive, un argomento inconsueto. Se ne parla in diversi modi da circa vent’anni. In particolare da quando i grandi movimenti contro la globalizzazione hanno fatto il loro ingresso sulla scena della politica nazionale e mondiale. Lì si perse senza dubbio un’occasione che poteva essere quella di fare incontrare il movimento dei movimenti con un pensiero politico alternativo al quadro dominante e dare così l’avvio alla costruzione di una forza organizzata che avesse stretti ed interni legami con un largo movimento di massa antagonista. Più o meno così è accaduto in Spagna tra gli Indignatos e Podemos.
Ma non accadde in Italia, certamente per maggiore responsabilità dei gruppi dirigenti delle formazioni della sinistra d’alternativa che quella delle avanguardie di quel movimento che dette vita a manifestazioni memorabili, Genova in primis. Neppure il riferirsi al Partito della Sinistra Europea, cercando di promuoverne l’iscrizione individuale diretta – come si è tentato di fare quando Fausto Bertinotti aveva la presidenza di quel partito – ha avuto successo. L’idea era proprio quella di sfuggire alla frantumazione in tante piccole case delle forze della sinistra di alternativa, trovando una unità a un livello sovrannazionale. Il tentativo non ha funzionato anche perché l’attrattiva del Partito della Sinistra Europea è stata ed è molto bassa.
L’ampio ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, nella regione di Kherson, è per molti versi paragonabile a quello di aprile, quando vennero improvvisamente ritirate sia le forze arrivate alle porte di Kiev, sia quelle – penetrate da est – che avevano preso Romny e puntavano sulla capitale. In entrambe i casi, si tratta di un significativo ridispiegamento, di ampia portata territoriale, che segna un cambiamento strategico importante
Nonostante l’intervento in Ucraina fosse stato pianificato da anni (1), la Russia ha modificato più volte la propria impostazione tattico-strategica nel conflitto. Ciò è ovviamente in parte dovuto alla natura dinamica della guerra, che richiede una elevata capacità di adattamento al mutare delle situazioni, ma anche ad una serie di errate valutazioni politico-militari. Il ritiro delle truppe dalla riva destra del Dniepr segna appunto uno di questi passaggi, che proveremo ad analizzare su più livelli, tattico, strategico e politico.
La giustificazione militare che è stata fornita per il ridispiegamento, nonostante sia sostenuta fermamente da tutte le fonti russe (anche quelle a volte critiche), appare francamente abbastanza debole.
Come più volte ripetuto, Kherson è uno snodo strategico sotto molti punti di vista, soprattutto in relazione alla Crimea per un verso, e ad Odessa per un altro. Non per caso è stata oggetto di una importante controffensiva ucraina, la scorsa estate, ed anche successivamente Kiev ha continuato ad esercitare una forte pressione su quel settore. E di tale rilevanza strategica, ovviamente, c’era piena consapevolezza anche da parte russa. Non si può comunque non notare che, come ampiamente riconosciuto, l’offensiva estiva ucraina si è risolta in un mezzo disastro, con gravissime perdite e pochi o nulli esiti sul piano dell’avanzata territoriale.
I mercati azionari possiedono, da sempre, un’alea di mistero per il grande pubblico. C’è chi ingenuamente attribuisce loro le stesse caratteristiche del gioco d’azzardo – nulla di più sbagliato come dimostra Nassim Nicholas Taleb (v. “Il Cigno Nero” del medesimo autore) – salvo poi impiegare direttamente od indirettamente (assicurazioni vita, fondi pensioni, fondi d’investimento azionari o bilanciati, etc.) i risparmi previdenziali o personali – almeno in una certa quota, che può però essere assai significativa – proprio su quei tipi di mercato. E’ poi diffusa, anche tra molti addetti ai lavori (ahimè), la credenza che “è tutto pilotato”, “rigged” direbbero gli anglosassoni. Ora, certamente l’insider trading (illegale) esiste e gioca un certo ruolo. Questo specie nel convogliare per vie preferenziali le informazioni riguardanti uno dei fattori che incidono sui mercati azionari: l’EPS (Earning Per Share), o informazioni circa eventuali grosse transazioni che coinvolgono operatori di cospicue dimensioni. Tuttavia, da sostenere che alcuni, fossero anche frequenti, episodi di insider trading avvantaggiano indebitamente taluni operatori, a sostenere che, sistematicamente, la direzione dei corsi azionari è dettata puntualmente dalle “voci di corridoio”, di acqua ne passa sotto i ponti! E la cosa, sinceramente, appare addirittura grottesca e ridicola, tanto più se simili affermazioni vengono proprio da professionisti – anche magari bancari – di settori limitrofi a quello finanziario. Forse le voci sono quelle che sentono la sera dopo avere mangiato pesante e, francamente, dipingere in modo esoterico il funzionamento di un mercato – specie quello USA – sostanzialmente globalizzato, dotato di una enorme ampiezza e liquidità, lascia abbastanza perplessi ed avviliti.
Certo, quando si parla di storia – e in maniera particolare delle sue pagine più crudeli e intollerabili – c’è sempre un’origine precedente, più lontana. Eppure ci sarebbe da scommettere che, perfino tra i sostenitori più irriducibili dell’affermazione del diritto ad esistere dei Palestinesi, oggi siano molto più conosciute le pagine della Nakba, l’esodo del ’48, che quelle degli anni Sessanta, prima e dopo la guerra-lampo dei sei giorni, un prototipo per molte delle illusioni guerrafondaie contemporanee. Peccato perché, come ricorda Patrizia Cecconi in questa bella ed eloquente recensione di un libro imperdibile – “La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati” di Ilan Pappé -, è proprio nei primi anni Sessanta che a Givat Ram viene elaborato il progetto sionista dell’annessione che serve a spiegare ancora meglio di ogni altra cosa l’Apartheid e i crimini israeliani del nostro tempo. È su quella collina, nel quartiere che ospita la Knesset e il parco dell’Università ebraica, che venne deciso come realizzare e gestire per più di mezzo secolo la più grande prigione del pianeta. Sappiamo questo grazie all’enorme lavoro, tenace quanto lucido e appassionato, di uno storico israeliano, Ilan Pappé. Uno studioso che ha saputo restituire alla ricerca delle verità della storia uno straordinario coraggio, fino a farne preziosa linfa di una resistenza che da decenni incanta il cuore di milioni di persone disseminate in ogni angolo del mondo.
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Era la primavera del 2012 quando andai a Beit Jala, nei pressi di Betlemme, per scoprire da vicino cosa stava succedendo nella colline e nella valle del Cremisan che Israele, nella sua incontenibile ingordigia, cercava di annettersi grazie al mostro di cemento che violenta il paesaggio, le vite e i diritti dei palestinesi.
1) Rotte di collisione
L’epoca contemporanea presenta una riedizione potenziata di quel sistema di contraddizioni che ha caratterizzato il sistema capitalistico sin dagli inizi. Il problema strutturale connesso al modo di produzione capitalistico è dato dal suo carattere “monotonico crescente di tipo esponenziale”, ovvero dalla sua tendenza intrinseca ad alimentare processi di “feedback positivo”, di “interesse composto”, di crescita illimitata. Detto altrimenti: il meccanismo del capitale, vivendo in funzione del proprio incremento, tende a spingere tutti i fattori di produzione sempre costantemente in una medesima direzione, creando perciò uno squilibrio sistematico. Il sistema spinge perciò la crescita indefinita della produzione, la crescita indefinita dell’accumulazione di capitale al vertice, la crescita indefinita dello sfruttamento delle persone, la crescita indefinita dello sfruttamento della natura.
Questo è ciò che il vecchio linguaggio marxiano chiamava “contraddizioni del capitalismo”. Ciascuna di queste tendenze entra in sistematico conflitto con gli ordinamenti in equilibrio a livello sociale, umano, ambientale: cresce la forbice tra vertice e base della piramide sociale, cresce sia il consumo che lo scarto delle risorse, cresce la liquefazione degli organismi collettivi (famiglie, comunità, stati, ecc) e delle identità personali. Mentre il mondo e la vita possono essere concepiti sul modello organico dei sistemi a “retroazione negativa”, che ripristinano e correggono le rotture dell’equilibrio, il capitalismo opera come una proliferazione illimitata ed incontrollata, letteralmente come un cancro ontologico.
Nel 1992 ricevetti il premio Giuseppe Pedriali per opere che favoriscono la produzione industriale italiana. In quella occasione feci una presentazione a studenti e docenti delle scuole superiori di Forlì dove spiegai la mia classificazione dei Paesi in serie A, B, e C. Sono nella serie A i Paesi capaci di produrre e utilizzare tecnologie avanzate, nella serie B ci sono quelli che utilizzano solo le tecnologie avanzate, nella serie C ci sono quelli che non producono ne utilizzano tecnologie avanzate. Illustrai il concetto facendo l’esempio degli aerei, e spiegai che costruire un aereo è alquanto diverso dall’utilizzo e anche dalla sua guida. Ripresi il concetto in modo più accurato in un libro di grande insuccesso che scrissi nel 1995. Il titolo è “La Questione Occupazione”. Nel primo capitolo: Classificazione delle Società scrivevo:
… La distinzione più importante è tra la serie A e la serie B: ovvero, tra chi produce e chi consuma beni ad alto contenuto tecnologico. Appare evidente che per produrre alta tecnologia servono competenze maggiori (e diverse) di quelle richieste per il suo consumo (e questo è ben noto a chi, ad esempio, progetta e usa microprocessori). Inoltre, le tecniche usate dai paesi di serie A sono tali che, per l’utilizzo di prodotti avanzati, siano richieste competenze sempre minori: uno degli obiettivi dei produttori è, infatti, quello di rendere l’alta tecnologia “user friendly”, ovvero da utilizzare senza speciali competenze (si veda, ad esempio, il caso degli apparecchi fotografici).
È poi strategicamente importante (almeno, dal punto di vista della serie A) che si stabilisca e si conservi una certa separazione tecnologica tra le due categorie. Come è noto, ogni produttore ha bisogno di molti acquirenti, possibilmente “affezionati” o, meglio, non in grado di trovare fornitori alternativi.
David Broder, The Rebirth of Italian Communism, 1943-44. Dissidents in German-Occupied Rome, Palgrave Macmillan, 2021
Come è noto, la letteratura sulla Resistenza italiana al nazi-fascismo negli anni 1943-1945 è pressoché sterminata. Di certo molto più ampia della letteratura sulla coeva rinascita del movimento operaio organizzato. Sono rare, invece, le opere che indagano in profondità il nesso tra questi due processi. E addirittura rarissime sono quelle che svolgono questo tipo di indagine occupandosi dei comunisti dissidenti rispetto alla politica del “partito nuovo” di Togliatti. Lo scritto di David Broder appartiene a questo piccolo campo di studi. E si segnala per la sua particolare lucidità di giudizio, e per il modo con cui tiene assieme la dimensione sociale e quella politica del fenomeno studiato – i “comunisti dissidenti” di Roma organizzati nel Movimento comunista d’Italia o Bandiera rossa -, il “locale”, il nazionale e il contesto internazionale.
Il triennio 1943-1945 è stato un momento particolarmente tumultuoso per l’intera società italiana. Crolla il fascismo. La classe capitalistica e la monarchia manovrano con grande abilità per non restare sepolte sotto le macerie del regime mussoliniano, che hanno per un ventennio supportato. L’Italia è spaccata in due. L’esercito italiano si va disfacendo dentro una “nazione allo sbando”. Tutto il territorio è occupato da eserciti stranieri: l’esercito tedesco in ritirata verso nord al di là della linea gotica, gli eserciti alleati in avanzata dal Sud. Sul piano politico-amministrativo, al centro-nord c’è la repubblica “sociale” di Salò sotto tutela dell’occupante nazista, che mescola una brutale ferocia con la demagogia “anti-capitalista” del fascismo delle origini. Nel Sud la monarchia dei Savoia ormai al tramonto cerca disperatamente di realizzare il passaggio più possibile indolore al campo anti-nazista, tenendo sotto stretto controllo il risveglio della vita sociale e politica a lungo compresse dal fascismo e disinnescando, anche con gli eccidi, il “pericolo comunista”.

C’è stata un’improvvisa accelerazione nelle vicende della guerra ucraina, determinata dalla decisione russa di ritirarsi dalla riva destra del Dniepr nella regione di Kherson. Proviamo ad analizzarne i possibili motivi, fermo restando che, allo stato attuale delle cose, possiamo solo fare delle ipotesi. Editoriale
Si è più volte parlato della città di Kherson, anche su queste pagine, proprio perché in effetti si tratta di un nodo strategico fondamentale nell’ambito della campagna russa in Ucraina. Come si ricorderà, la città fu oggetto di una controffensiva ucraina questa estate, che però – a parte qualche marginale successo – non riuscì a determinare alcun cambiamento significativo del fronte e oltretutto comportò un elevato numero di caduti e di perdite in mezzi ed armamenti. Da allora, si è continuamente parlato di una nuova, imminente offensiva per cercare di riprendere la città, ma, nonostante una serie di segnali in tal senso (soprattutto l’accumulo di forze nel settore, in buona parte mercenari ben addestrati) questa non si è mai concretizzata. Al contrario, questo settore del fronte è rimasto sostanzialmente stabile, proprio a partire dal fallimento dell’offensiva ucraina. E questo mentre invece gli altri fronti hanno continuato a mantenere una certa dinamicità. A nord, nel settore di Kharkiv-Lyman, le forze russe hanno rosicchiato qua e là, recuperando parte dei territori persi durante la fortunata controffensiva ucraina d’estate. Inoltre, i russi continuano a cercare di riprendere Lyman. Analogamente, le forze armate russe hanno ripreso con vigore l’offensiva per cercare di liberare la restante parte del Donetsk ancora sotto controllo ucraino e, pur muovendosi in un territorio altamente fortificato e, quindi, con la necessità di combattere praticamente casa per casa, non hanno smesso di avanzare. Nell’oblast di Zaporizjia gli ucraini non hanno smesso di tentare gli assalti contro la centrale nucleare di Enerdogar, attraverso il largo bacino idrico creato dal Dniepr. Solo nel settore di Kherson non si è più registrato nulla di significativo.
Caracas. “Cambiare il sistema, per cambiare il clima e cominciare a salvare il pianeta”, ha efficacemente riassunto il comandante Chávez il 16 dicembre del 2009, durante la Conferenza internazionale sul cambio climatico. Nel 1992, Fidel Castro, aveva pronunciato uno storico e profetico discorso, al Vertice della Terra di Rio de Janeiro: “Un’importante specie biologica – aveva detto – corre il rischio di sparire per la rapida e progressiva liquidazione dalle sue condizioni naturali di vita: l’uomo. Ora prendiamo coscienza di questo problema quando è quasi tardi per impedirlo…”.
Il presidente Maduro, che accompagnava il comandante come suo ministro degli Esteri quando questi pronunciò lo storico discorso aprendo la porta del vertice ai movimenti popolari, ha ricordato entrambi discorsi in occasione della Cop 27. La 27ma conferenza delle Nazioni unite sul cambio climatico, in corso in Egitto dal 6 al 18 novembre, si svolge a Sharm El Sheikh. Una sede, si legge sul sito delle Nazioni Unite dedicato all’evento, che non è stata scelta a caso: “circondata da due spettacolari aree protette, Sharm El-Sheikh è un posto che ispirerà i partecipanti a combattere il cambiamento climatico e a proteggere il pianeta”. Tuttavia, ha commentato Maduro, ci sono discorsi che si parlano addosso, pronunciati da quegli stessi responsabili del disastro in corso, e altri, invece, propositivi, che provengono da chi più subisce il danno.
Facendo riferimento agli eventi atmosferici che si succedono in ogni parte del pianeta, con sempre maggior frequenza e drammaticità, come si è visto con la caduta di intense e continue precipitazioni, che hanno di recente colpito la popolazione de las Tejerias, il presidente venezuelano ha rimarcato che già non c’è più tempo.

Il potere della comunicazione permette a chi lo detiene di pensare di guidare il mondo. È sempre stato così, ma l’epoca digitale e la relativa capacità tecnologica consentono ai potentati privati di realizzare un’uniformità dell’informazione che permetterà loro di dirigerlo verso lidi che non potremo scegliere, navigando su barconi di cui saremo sguatteri.
Qualche considerazione relativa a La Grande Narrazione, l’ultimo libro di Klaus Schwab, e al linguaggio con il quale espone le idee del Great Reset. Che fa della trasparenza il suo cavallo di battaglia, anzi, il suo vischio per catturare le ignare e innocenti mosche che, in grande maggioranza, siamo.
L’intento
Incalzante. Quattro libri (1) in sei anni. Dedicati a come è opportuno – secondo loro – dirigere il mondo. Loro sono i potentati della terra. Quelli in prima pagina su tutti i giornali dei complottisti. Sono entità potenzialmente volatili, ma ferree quando radunate intorno al miele a causa di un comune intento: dirigere il mondo appunto. Intento che ha tutti i riflessi sociali e filantropici possibili immaginabili – possiedono la comunicazione, è normale li realizzino quando, quanto e come utile all’abbacinante scopo diversivo per il quale sono messi in circolazione – ma che è mosso dalla soddisfazione del potere. La stessa che rende creativo e vivace l’aguzzino finché la vittima non lo supplica di smettere.
Rispettando le previsioni, il 22 ottobre scorso Xi Jinping è stato incoronato per un altro quinquennio quale leader politico della Repubblica Popolare. Con tale incoronazione, la Cina apre una pagina inedita nella sua organizzazione istituzionale, mentre la dirigenza del paese si avvia su un sentiero potenzialmente insidioso. Dopo la chiusura dei battenti del XX Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), il neoeletto Comitato Centrale (203 componenti e 168 supplenti) ha nominato i 24 membri dell’Ufficio Politico, che ha poi scelto al suo interno i sette del Comitato Permanente (Xi Jinping, Li Qiang, Zhao Leji, Wang Huning, Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi ), l’organo dove si concentra il potere supremo. Xi Jinping è stato confermato Segretario Generale del Partito e Presidente della Commissione Militare Centrale e nella prossima primavera sarà ri-eletto anche Presidente della Repubblica.
Insieme all’attuale premier Li Keqiang, escono di scena Li Zhanshu, Han Zheng e Wang Yang, che pure alla vigilia era indicato tra i candidati alla carica di Primo Ministro. Tra i subentranti, troviamo il capo del Partito a Shanghai, Li Qiang (che prenderà il posto di Li Keqiang), Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi, tutti strettamente legati a Xi Jinping. I due rimanenti, Zhao Leji e Wang Huning, anch’essi fedelissimi del leader, restano al loro posto per un altro quinquennio. A cascata, tutte le cariche che contano, tra cui i responsabili della propaganda, della disciplina nel Partito e della lotta alla corruzione (quest’ultima strumento utilizzabile anche per far fuori i nemici politici) vengono attribuite a funzionari di indiscussa lealtà al Capo Supremo.
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