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L’operazione Barbarossa 85 anni dopo
di Fabrizio Casari
Nel giugno di ogni anno, l’anniversario dell’Operazione Barbarossa richiama alla memoria uno degli eventi più drammatici del XX secolo. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista lanciò con sei milioni di soldati l’invasione dell’Unione Sovietica, aprendo il più vasto fronte terrestre e aereo della storia e inaugurando una guerra di annientamento che avrebbe provocato decine di milioni di vittime e disegnato la sconfitta strategica del Terzo Reich. Ottantacinque anni dopo, il ricordo dell’operazione Barbarossa torna al centro del discorso politico in un contesto radicalmente diverso ma non privo di richiami inquietanti: il riarmo della Germania e le minacce di guerra alla Russia.
Il riarmo tedesco è una svolta storica. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, Berlino ha scelto di assumere un ruolo di guida militare del continente proprio mentre la sua leadership economica viene meno. Negli ultimi anni, infatti, la Germania ha visto rallentare la propria economia, ha subito gli effetti della crisi energetica seguita alla rottura dei rapporti con la Russia e si confronta con problemi strutturali che vanno dalla deindustrializzazione alla crescente riduzione del welfare.
Berlino è stata locomotrice europea in ragione di una forza produttiva ed una capacità di commercio internazionale che si basava su due elementi: qualità alta dei propri prodotti, particolarmente nel mercato dell’auto e degli elettrodomestici, e crescita annuale del suo PIL, dovuta anche ad uno stato di salute eccellente della sua economia che riuscì (con gli aiuti europei) a riassorbire i costi della riunificazione in tempi molto più rapidi di quanto si prevedeva.
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Circa Angelo Calemme e “La variabile legittima della storia”
di Alessandro Visalli
Premessa
Il libro di Angelo Calemme, pubblicato da Orthotes nel 2026, prosegue un’opera che nel 2013, due anni dopo la laurea in Filosofia e Politica all’Orientale di Napoli, si avvia con la curatela di un primo libro per La Città del Sole, L’illuminismo prima dell’illuminismo. Perché la chiesa condannò Galilei[1]; quindi, nel 2017, l’anno del dottorato alla Universitat de Barcelona in Filosofia contemporanea e studi classici, pubblica La ragione galileiana del mondo. Tra metafisica, filosofia e tecnologia[2]; nel 2018, Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione[3]; ancora, nel 2020, Alle origini della tecnologia scientifica. Ricezione e sviluppo del pensiero galileiano nell’opera di Isaac Newton[4], per Mimesis. Quindi per Meltemi, nel 2022, Dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione industriale. Sulle condizioni marxiane dello sviluppo scientifico-tecnico[5].
Fino a questo anno, e per otto anni, Calemme per lo più si è occupato, quindi, di storia della scienza. Un tema molto importante e apparentemente confinato tra specialisti. È, in realtà, un tema cruciale e di grande rilevanza politica. Come tale viene affrontato.
L’anno successivo, il 2023, la prescrizione politica diventa però molto più esplicita, con ripresa della Questione meridionale e utilizzo di materiali esplicitamente ripresi da un autore tanto importante quanto marginalizzato, come Nicola Zitara[6]. In questo anno esce, per Guida Editore, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato[7].
Nel 2026, finalmente, il libro di cui ci occuperemo, La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori[8].
Ritorniamo ai saggi di storia della scienza. Per Calemme la conquista compiuta dalla tecnologia scientifica è emancipatrice. Solo che il suo potenziale è catturato dal capitale e va liberato.
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Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
di Francesco Cappello
L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti a un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari.
Questo sistema ovvero il cosiddetto Shadow Banking, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un’altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.
Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: il collaterale. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero “banco dei pegni” del sistema finanziario globale. Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali, come garanzia per la notte… Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l’ingranaggio gira.
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Trump regalerà all'Iran più di un anno del suo PIL
di Pino Arlacchi
La superficialità e l’ignoranza di molti commentatori impedisce loro di valutare le effettive proporzioni del fiasco di Donald Trump in Iran nonché la situazione a dir poco sconcertante creata dai termini dell’intesa di pace in discussione. I 14 punti del Memorandum of understading vengono scorsi senza rendersi conto del peso reale di uno di essi. Quello che riguarda il fondo per la ricostruzione del Paese attaccato dall’operazione “Epic Fury” tra il 28 febbraio e il 17 giugno. “Epic Fury” vuol dire “Furia Epica”. Ma contro chi, in fin dei conti?
Lascia senza parole, in verità, la somma di 300 miliardi di dollari che gli Stati Uniti si impegnano a convogliare in Iran per la ricostruzione del Paese. Il Pil dell’Iran, infatti, ammonta esattamente a questa cifra, a cui vanno aggiunti i fondi derivanti dalla riduzione delle sanzioni (stimabili in 40-70 miliardi anno), più i 24 miliardi di depositi iraniani congelati finora nelle banche internazionali, più le entrate dei pedaggi futuri su Hormuz. Anche se si materializzerà in forma ridotta, il pool di risorse trumpiane si aggiunge al programma venticinquennale da 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran firmato nel 2021 e in fase di esecuzione. Esso riguarda la ristrutturazione dell’industria degli idrocarburi e la modernizzazione dei trasporti e della manifattura, in cambio di
una fornitura di petrolio stabile e a prezzi scontati.
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Non c’è più Laicità!
di Miguel Martinez
La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone.
Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri,
“Gli altri, spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto,
“lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”.
Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato.
Ora, il partito di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28.
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I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale
di Alessandro Volpi
A fine giugno il mercato azionario statunitense è stato attraversato da una fase di forte volatilità che ha coinvolto in particolare le Big Tech, a partire da Nvidia. Una crisi innescata in realtà dal veicolo che ha gonfiato quella bolla, ovvero l’investimento passivo in Etf, e che ora sta funzionando al contrario. Affidare pensioni e sanità di fasce crescenti di popolazione a meccanismi del genere è una follia. L’analisi di Alessandro Volpi.
* * * *
A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.
Partiamo proprio da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip Ai possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione Ai, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.
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Una “fedeltà attraverso vie contorte”: Carlo Ginzburg e la tradizione antifascista
di Marco Bresciani
Carlo Ginzburg racconta di aver incontrato Franco Venturi a Torino tra il 1957 e il 1958, nel momento in cui doveva scegliere il suo percorso universitario. Poi concorse per un posto di allievo alla Scuola Normale Superiore di Pisa e cominciò a lavorare con Delio Cantimori. Fu uno snodo cruciale nel suo tragitto. In un dialogo con Vittorio Foa spiega la netta alternativa che si era posta di fronte a lui: “da una parte c’era una persona come Venturi che aveva conosciuto mio padre e ne era stato amico, coerente antifascista e, anzi, emblema dell’antifascismo; dall’altra parte c’era una persona come Cantimori che era stato fascista e che era, per molti versi, quanto di più lontano si potesse immaginare da Venturi”.
L’arresto del padre, Leone Ginzburg, a Roma, nella redazione clandestina del giornale antifascista “Italia libera”, e poi la morte per tortura, per mano nazista, nel carcere di Regina Coeli il 5 febbraio 1944 lasciarono tracce profondissime, com’è ovvio. All’epoca, il figlio Carlo, nato da Leone e Natalia Ginzburg, a Torino il 15 aprile 1939, aveva meno di cinque anni. Per il resto della sua vita, misurarsi con la politica significò anzitutto fare i conti con una tradizione antifascista che era iscritta nelle memorie famigliari. Leone Ginzburg e Franco Venturi si erano incontrati nella comune militanza in Giustizia e Libertà (GL) e nel Partito d’Azione (Pd’A). All’amico Leone, “nuova e originale incarnazione dello spirito dei narodniki”, Venturi dedicò i due volumi dell’opera Il populismo russo (1952). Si trattava dello studio, ispirato dalla Resistenza, di “una corrente politica, in violento contrasto con il mondo entro il quale agì”. A Foa Carlo Ginzburg confessava però di aver cercato di difendersi dall’antifascismo “come forza schiacciante”, anche se era stato “profondamente segnato dalla tradizione dell’antifascismo.” “Molti miei coetanei – spiegava – ne sono stati completamente risucchiati. Io credo di essermene in qualche modo tenuto fuori e di aver fatto una scelta diversa. Credo che questa diversità o, se vuoi, questa fedeltà attraverso vie contorte e non evidenti sia in fondo ciò che ha motivato tutte le mie scelte, talvolta anche in maniera inconsapevole”.
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Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea
di Infoaut
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.
Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità.
La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato – invano – una via di fuga dal pantano iraniano.
La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.
1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano – concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori.
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Lo spettro della filosofia
di Salvatore Bravo
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
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La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo
di Rezgar Akrawi*
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a un capitalismo digitale che ha raggiunto un livello di avanzamento tecnologico senza precedenti?
Questo testo non è meramente un appello a sviluppare strumenti, è un appello a trasformare la coscienza organizzativa e intellettuale verso una profonda comprensione della natura della battaglia digitale.
Il divario in questione non è semplicemente un divario nel “dominio tecnico”, è un divario nella comprensione del fatto che lo spazio digitale è diventato un campo di battaglia di classe in cui il capitalismo domina, programma e sottomette, mentre la sinistra soffre di una presenza ridotta e dell’assenza di una visione digitale chiara.
Colmare questo divario non è più un lusso; è una condizione per la sopravvivenza della sinistra stessa, poiché la battaglia di oggi si combatte negli algoritmi e nelle reti tanto quanto si combatte sul terreno.
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Ritorna il rialzo dei tassi:la BCE all'attacco dei lavoratori
di coniarerivolta
Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%.
La scelta, sebbene attesa, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti del primo aumento degli ultimi tre anni che, dopo il periodo di inflazione post-pandemica, ci avevano abituato a tassi via via decrescenti: dal 4% del maggio 2024 al 2% del giugno dello scorso anno.
Secondo la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, la decisione, assunta all’unanimità, è stata presa per prevenire i rischi inflazionistici che potrebbero derivare dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in particolare per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari.
Le banche centrali ci hanno ormai abituato a un modo di operare per cui un aumento dell’inflazione (o delle aspettative di inflazione) deve essere tassativamente contrastato con una politica monetaria restrittiva, così da affievolire la domanda aggregata, aumentare la disoccupazione, indebolire la capacità rivendicativa dei lavoratori e spegnere sul nascere qualsiasi dinamica inflattiva.
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Gli Stati Uniti stanno perdendo “la Guerra Mondiale a pezzi”?
di Giuseppe Masala
Molti osservatori e analisti leggendo il Memorandum Of Understanding tra gli USA e l'Iran sono arrivati alla conclusione che gli statunitensi abbiano perso la guerra contro l'Iran. Certamente l'opinione è suffragata dai fatti scolpiti nel Memorandum: gli USA e i suoi alleati si impegnano a riversare fondi per la ricostruzione dell'Iran per cifre ragguardevoli (si parla di oltre 300 miliardi di euro), inoltre gli USA si impegnano - sempre sul piano finanziario - a sbloccare i fondi congelati a causa delle sanzioni. Non solo, l'Iran di fatto si vede riconosciuta la propria sovranità (in coabitazione con l'Oman) sullo stretto di Hormuz e inoltre sul piano militare Teheran non si impegna in alcun modo a ridimensionare il proprio programma missilistico. A fronte di tutto questo, l'unica concessione fatta dagli ayatollah agli USA è quella di impegnarsi a non costruire mai una bomba nucleare; una concessione peraltro che ribadisce quanto l'Iran sostiene da sempre in materia di armi nucleari.
Vedremo come andrà a finire, considerato che le trattative tra Iran e USA in svolgimento a Ginevra per trasformare il Memorandum of Understanding in un vero e proprio trattato di pace tra i due paesi è ancora in svolgimento; ma una cosa si può dire, non è sbagliato sostenere la tesi che Washington è uscita perdente dal confronto militare.
Guardando però la situazione nell'ottica più generale degli equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali, ovvero nell'ottica de “La Guerra Mondiale a pezzi” segnalata da Papa Francesco, le cose vanno viste diversamente.
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La sfida industriale dei computer quantistici
di Cesare Alemanni
La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.
Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.
Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.
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L’Italia come retrovia della guerra americana
di Giuseppe Gagliano
La sovranità dichiarata e la sovranità operativa
Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.
Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.
Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.
Il problema politico per Giorgia Meloni
Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile.
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Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati
Chi soccorrerà i Pronto Soccorso al collasso?
di Francesco Cappello
Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore
Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici. Quando un medico è costretto a gestire una mole di pazienti insostenibile, la qualità della sorveglianza crolla vertiginosamente. Assistiamo così a scenari drammatici dove un dolore toracico, che avrebbe richiesto un immediato elettrocardiogramma, viene ignorato per ore, o dove i primi segnali di una sepsi o di un deficit neurologico sfuggono a un triage frenetico e approssimativo. Ogni ritardo, ogni svista dettata dalla pressione organizzativa si traduce in un rischio concreto di esiti fatali o di invalidità permanenti, trasformando il luogo che dovrebbe essere sinonimo di salvezza in un teatro di pericolosa incertezza.
Il disastro si consuma anche attraverso la frammentazione dei percorsi di cura. Per tentare di liberare posti letto e tamponare le falle del sistema, i pazienti vengono spesso dimessi troppo presto o trasferiti senza una reale continuità assistenziale, innescando un circolo vizioso di riaccessi che appesantisce ulteriormente le strutture. A questo si aggiunge l’ombra lunga del burnout, che non è solo un problema di benessere lavorativo per i medici e gli infermieri, ma una variabile clinica che riduce drasticamente l’attenzione, aumentando il margine di errore terapeutico e farmacologico. Il medico, logorato da ritmi disumani e responsabilità schiaccianti, perde quella lucidità che l’emergenza richiede, diventando lui stesso vittima di un sistema che ha smarrito la propria bussola.
Di fronte a questo panorama, sorge spontanea una domanda che scava nelle fondamenta dell’economia sanitaria: perché le cliniche private, solitamente così pronte a inserirsi nelle maglie della sanità pubblica, evitano accuratamente di gestire pronto soccorso?
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Il sionismo nasce come affare immobiliare
di comidad
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.
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L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi
di Francesco Vignarca
Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles
C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.
Un prestito, non un regalo
Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.
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Israele, i media italiani e la propaganda
di Riccardo Taddei
Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato.
Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico.
Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità.
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Perché i confini sono importanti
Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank Furedi, professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.
* * * *
Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare?
«Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di tracciare frontiere”, con “frontiere” si traduce “boundaries”, che è in effetti ogni limite circoscrivente. La parola “frontiera” evoca la geografia, ma ciò che Furedi segnala è una denigrazione culturale generalizzata del valore attribuito al limite, che tocca la politica non meno che la psicologia, la pedagogia, la sociologia».
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Preparare la guerra, raccontare la pace
di Giovanni Tonlorenzi
1. Due fronti, una stessa logica.
La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.
Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.
In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.
Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.
Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].
Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.
L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].
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Il riarmo delle coscienze
di Rita Cantalino
Reclutamento culturale, scuola e spazio pubblico: come si costruisce la militarizzazione della società
Il 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995.
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Caracas, il termometro della fermezza
di Geraldina Colotti
Dopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l'esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l'unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell'ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all'alternativa sistemica nell'assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d'assedio il Venezuela e minaccia l'esistenza di Cuba? C'è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l'accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell'alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.
Scrivere oggi di Venezuela significa misurarsi esattamente con questa scivolosa dialettica tra principi e compromessi. L'assalto imperiale sferrato all'inizio del 2026, culminato nell'inedito sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha gettato il processo bolivariano in una fase difensiva complessa e drammatica, dagli esiti tutt'altro che scontati. La scelta del gruppo dirigente, oggi guidato dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez, di non reagire militarmente all'offensiva – diversamente da quanto fatto dall'Iran nello scacchiere mediorientale – ha evitato una carneficina immediata ma ha spalancato le porte a un negoziato asimmetrico sotto ricatto, esponendo il paese al rischio di una perdita irreversibile di sovranità nazionale.
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Gli Usa navigano in acque incognite
di Claudio Conti
La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia guidare. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là.
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)…
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
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Marx e Spinoza “fuori programma”
di Vincenzo Capodiferro
Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti, eretici, ognuno a modo suo! Uno panteista innamorato perdutamente dell’Assoluto, l’altro ateista (non ateo!), innamorato perdutamente dell’Assoluta, cioè della Materia, la grande Madre, la “Grande Proletaria”, ricca di figli. Marx e Spinoza come il crocefisso, cacciato dalle aule! Cristo, Spinoza e Marx, cacciati: tre ebrei dissidenti! Si caccia dalle aule ciò che è scomodo, pernicioso, ciò che può suscitare, o inculcare grilli volanti per la testa. Entrambi innamorati perdutamente della libertà.
«L’uomo libero a niente pensa meno che alla morte e la sua saggezza non consiste nel meditare sulla morte, ma sulla vita»[1].
«Solo gli uomini liberi possono nutrire vicendevolmente la massima gratitudine»[2].
«L’uomo libero non agisce mai con dolo, ma sempre in buona fede»[3].
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La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria
di Pier Paolo Caserta
Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale.
Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che questa tesi offenda il senso comune. Eppure è vera. E quello che risulta offeso è, in realtà, il senso comune tecno-entusiasta.
Chioserà prontamente il sostenitore della posizione antropologico-strumentale: “L’intelligenza artificiale è come un’automobile, che può essere usata correttamente o per andare a sbattere”.
Viene in questo modo occultato il carattere essenziale almeno della Tecnica delle ultime ondate. Un mezzo, per definizione, posso decidere quando usarlo; e in che misura, e in che modo usarlo. È quanto accade con un martello, con una lavatrice o, appunto, con un’automobile. Non è quello che accade con i prodotti del capitalismo digitale. Dovrebbe già suonare stravagante la definizione di “mezzo” se riferita a qualcosa che di fatto non possiamo affatto decidere se usare o meno, perché è parte di un apparato planetario che si impone
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