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Un nemico su misura
di Mario Sommella
Dall’ordine esecutivo del settembre 2025 al vertice di Washington del 16 luglio 2026, l’amministrazione Trump ha costruito per gradi l’organizzazione terroristica che dice di combattere, e ha chiesto a oltre sessanta governi, Italia compresa, di certificarne l’esistenza
Il 16 luglio 2026, nella sede del Dipartimento di Stato a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha aperto la Ministerial on the Resurgence of Political Terrorism davanti alle delegazioni di oltre sessanta Paesi, sessantasei secondo le ricostruzioni giornalistiche. Nel discorso inaugurale ha sostenuto che la dottrina antiterrorismo occidentale ha avuto per decenni un punto cieco, la violenza politica proveniente da sinistra, e che quel vuoto avrebbe consentito di derubricare atti terroristici a legittime forme di espressione politica quando la causa era gradita. Ha descritto una minaccia in crescita che, ha detto, non può più essere negata né ignorata, e ha chiuso invitando gli alleati a schiacciare per sempre quel male.
Il problema che i governi invitati si sono trovati davanti non riguardava la condanna della violenza politica, che nessuno di essi contesta. Riguardava l’oggetto stesso della mobilitazione. Antifa non è un’organizzazione. Non ha una leadership, non ha un registro di aderenti, non ha quote associative, non ha una struttura di finanziamento, non rivendica azioni in forma unitaria, non pubblica documenti programmatici. È un’abbreviazione, nata nella Germania degli anni Trenta e riemersa negli Stati Uniti a metà dello scorso decennio, che designa un orientamento politico prima ancora che una pratica: l’opposizione al fascismo. Nella sua forma più organizzata si riduce a collettivi locali, autonomi e spesso effimeri.
Come è arrivato un movimento privo di struttura a occupare il centro della dottrina antiterrorismo della prima potenza militare del mondo? La risposta non è in un’inchiesta di intelligence, ma in una sequenza amministrativa durata dieci mesi, in cui ogni passaggio ha fornito la copertura formale al successivo.
1. Una cronologia in sei mosse
Il 22 settembre 2025, dieci giorni dopo l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump firma un ordine esecutivo che designa antifa come organizzazione terroristica interna e la descrive come un’impresa militarista e anarchica che invocherebbe apertamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti.
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Temi per la terza conferenza internazionale della sinistra anti-lockdown
di Freie Linke Zukunft - https://freie-linke-zukunft.org/
Daniela Danna ha fatto una versione editata, con il loro permesso, di questo documento della recente riunione della Freie Linke Zukunft
«Chi sono i nostri nemici? Chi sono i nostri amici? Questa è una domanda di primaria importanza per la rivoluzione.»
Mao
Introduzione
Dopo quasi sei anni di lotta contro il programma Covid, si deve ancora constatare che regna l’incertezza su chi siano i nostri amici e chi i nostri nemici. Speriamo di poter rispondere a queste domande attraverso una discussione comune mirata, o almeno di formulare le domande in modo più chiaro e preciso rispetto alla bozza che segue, per poter lavorare in modo più efficace alle risposte durante e dopo la conferenza. Le domande non sono sistematizzate in modo definitivo e in parte si sovrappongono o riprendono una questione da un altro punto di vista; inoltre, data la loro mole, non potranno mai trovare una risposta soddisfacente nell’ambito di una conferenza di un fine settimana. Le poniamo comunque, affinché i partecipanti possano farsi un’idea delle questioni che ci stanno a cuore. Solo il tema relativo alla «situazione pandemica» fornisce risposte e descrizioni. Le diverse domande, ordinate per argomento, sono suddivise nelle sezioni «Come interpretare il mondo» e «Come cambiare il mondo» e strutturate come segue: quale sviluppo ci sta davanti; chi promuove questa evoluzione, chi vi si oppone; come e con chi possiamo contrastare questi sviluppi. Risposte diverse e contraddittorie ad alcune di queste domande si trovano nei testi linkati alla fine di questo documento. La domanda su quale sia il nostro obiettivo, noi organizzatori in questa sede non la poniamo: è il socialismo/comunismo.
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Verso un conflitto commerciale UE-Cina?
di Vincenzo Comito
I paesi europei, privi di una leadership politica e pressati in ogni modo dagli USA, sembrano avviati verso la guerra commerciale con la Cina. Ciechi dinanzi al proprio declino e poco lungimiranti nell'accettare la cooperazione cinese anche per contrastare il riscaldamento globale
Il presidente degli Stati Uniti è ossessionato dalla Cina e cerca di trasmettere tale ossessione anche ai paesi europei, che per la verità non sembrano opporre molta resistenza, su questo come su altri fronti.
Dopo la Russia, la Cina: un altro nemico esistenziale per l’UE?
Mentre Trump accusa ridicolmente il paese asiatico di aver truccato i risultati delle elezioni statunitensi del 2020 e mentre c’è anche da noi chi lo prende sul serio, i ministri degli esteri dei paesi dell’UE, riuniti a Bruxelles il 13 luglio di quest’anno, hanno espresso una dura valutazione dei supposti rischi posti dalla Cina. Tali personaggi hanno dichiarato ufficialmente in quella sede che Pechino non minaccia soltanto l’economia dell’UE, ma anche la sua sicurezza, sottolineando tra l’altro come l’ambizione comune di Cina e Russia sia quella di assicurarsi un dominio regionale. Essi, con tale valutazione, si allineano così sostanzialmente alla linea dura degli Stati Uniti, che ancora una volta detta la sua volontà ai vassalli e facendo in modo che gli europei usino il loro stesso linguaggio aggressivo. Come al solito la carica delle truppe nel nostro continente è guidata dall’energica Von der Leyen.
Intanto il cancelliere tedesco Merz, sino a ieri reticente quanto alla volontà di dare il via ad un vasto programma protezionistico nei confronti della Cina, conscio come era dei rilevanti interessi contrari delle grandi imprese tedesche, ora sembra allinearsi, sia pure con moderazione, alle posizioni di altri paesi, in particolare della Francia, capofila dei duri. In un incontro a Colonia con Macron, i due capi di Stato hanno concordato sul fatto che i cinesi pongono una minaccia esistenziale all’industria europea, proponendo quindi misure di emergenza sulla questione, pur affermando, con la solita formula di rito, di non volere un “decoupling” dal paese asiatico (Chassany, 2026).
Se tale linea dovesse poi tradursi in atti concreti ne soffrirebbero tutti, ma certamente i paesi dell’UE ne uscirebbero malconci. Ricordiamo, tra l’altro, che il conflitto con il paese asiatico si aggiungerebbe a quello frontale con la Russia e con i dazi ed altri balzelli imprevedibili di Trump. Molti nemici molto onore, o no? E certamente non dei nemici da poco.
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BRICS+ oltre il G7 e tramonto del dollaro
La diagnosi di Jeffrey Sachs sul nuovo ordine mondiale
di Michele Blanco
Il panorama geopolitico contemporaneo è segnato dalla fine irreversibile del mondo unipolare, l'ordine dominato dagli Stati Uniti dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Il celebre economista della Columbia University, Jeffrey Sachs, analizza questa transizione non come un collasso catastrofico dell'Occidente, ma come il naturale risultato della convergenza economica globale e dell'ascesa di nuovi poli di potere.
Il presupposto fondamentale di questa analisi risiede nei dati macroeconomici storici, che certificano come il peso economico dell'Occidente sia radicalmente diminuito negli ultimi quarant'anni. Se nel 1980 il blocco formato da Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale rappresentava il 55% della produzione globale, nel 2025 questa quota è scesa a circa il 30%. Al contempo si è assistito al ritorno dell'Asia, la cui quota sul PIL mondiale è passata dal 30% del 1995 a circa il 50% nel 2025, riportando il baricentro economico laddove risiedeva prima degli imperi coloniali europei. Attualmente gli Stati Uniti contano appena il 4% della popolazione mondiale e meno del 15% del PIL globale a parità di potere d'acquisto, superati dal 18% della Cina.
Secondo Sachs, la transizione verso il multipolarismo è stata accelerata da profondi errori strategici della classe politica di Washington. Tra questi spiccano l'illusione neoconservatrice di poter mantenere il primato globale attraverso l'uso della forza e l'espansione della NATO — dinamica che ha generato conflitti costosi e fallimentari in Iraq, Afghanistan e Libia — e l'uso politico del dollaro tramite l'arma delle sanzioni unilaterali e il congelamento degli asset stranieri.
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L’Ucraina e la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra
di Alessandro Volpi
Non sarò breve ma penso che la conclusione possa essere di qualche interesse.
Al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina.
Il decreto interministeriale firmato dai ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – come tutti i dodici precedenti – è secretato e passerà dal Copasir, il comitato parlamentare della Sicurezza della Repubblica. Dunque il Parlamento voterà a scatola chiusa.
Intanto però è sempre più evidente il ruolo dell’Ucraina nella trasformazione dell’industria europea in una vera e propria economia del riarmo.
Il sistema di finanziamento europeo destinato alle imprese del settore della difesa operanti in Ucraina ha subito una trasformazione radicale, passando dalla semplice donazione di scorte militari a un modello di investimento diretto nella capacità produttiva locale che oggi muove un giro d’affari stimato, per la sola parte di commesse dirette finanziate dall’UE e dai suoi Stati membri, tra i 500 milioni e il miliardo di euro per l’anno in corso, con una proiezione di crescita esponenziale.
Questo flusso finanziario si articola principalmente attraverso lo European Peace Facility e il nuovo Ukraine Facility, ma trova una svolta decisiva nell’impiego degli interessi generati dai beni russi congelati, che per la prima volta vengono dirottati per pagare fabbriche ucraine affinché producano armamenti destinati al proprio esercito.
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La spada nella roccia o della pace disarmata e disarmante
di Gianni Di Noia
La storia è quella di Galgano Guidotti, un giovane cavaliere nato intorno al 1148 da una famiglia della piccola nobiltà...
La cronaca di tutti i giorni ci parla di conflitti globali e locali diffusi in ogni dove. Sembra che il conflitto sia il naturale punto di sfogo della nostra società di consumi e Mercato. Nazioni in lotta tra di loro per la conquista di territori, di fonti di approvvigionamento. Scontri tra bande di diversa provenienza sociale. Fino alle liti condominiali che arrivano alla violenza fisica.
Sembra poi che il racconto e la cronaca di questi fatti, invece che far nascere un clima di deterrenza che porti a cercare di respingere il conflitto alimenti, invece, un senso di rabbia e produca ulteriore violenza.
Negli ultimi anni a contrastare questa escalation sono arrivati forti gli appelli alla pace di papa Francesco e di papa Leone XIV. Il primo parlava semplicemente di “artigiani della pace” a indicare come la pace si debba costruire con il contributo concreto di ogni persona nel suo vissuto quotidiano.
Papa Leone XIV fin dal primo giorno dell’elezione ha parlato di una “pace disarmata e disarmante”, a ricordare che la costruzione della pace non è solo un atteggiamento individuale non violento passivo, ma una condizione attiva capace di contagiare gli altri, di spegnere le tensioni.
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Venezuela, la resa dei conti
di Fulvio Grimaldi
Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue, cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri? Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi, Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco Guccini?
Tutti temi degni di causare attenzione, discussione, avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso? Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.
Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti, quando non litiganti.
E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino coscienza e capacità di giudicare.
Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come abile tessitore di costruttive mediazioni.
La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella che ritengo sia una convincente conclusione.
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I negoziati su Hormuz e il fallito attentato a Trump
di Davide Malacaria
La sospensione dell'intesa con l'Oman all'accoglienza o meno degli Stati Uniti delle richieste iraniane offre spazi di manovra ai tanti sabotatori all'opera, che possono sempre contare sulle tragiche contraddizioni e la fragilità di Trump per far saltare tutto
Trump continua a minacciare: per l’Iran è l’ultima possibilità; se Hormuz non sarà liberato ricominceranno gli attacchi etc. Un disco rotto. Resta, però, che bloccando l’attacco su larga scala previsto per l’inizio della settimana ha dato una chance alla diplomazia, che in effetti si sta muovendo.
Lo sviluppo più rilevante è il dialogo Oman-Iran su Hormuz nel quale si sta concretizzando l’ipotesi di aprire in via provvisoria una rotta aperta al traffico marittimo sotto il controllo dei due Paesi.
Secondo a indiscrezioni si starebbe lavorando a un accordo per cui le navi in entrata nello Stretto dovrebbero interfacciarsi con le autorità di vigilanza iraniane, quelle in uscita con quelle omanite, che dovrebbero però comunicare alle prime il via libera concesso ai naviganti (sembra sottinteso che l’Iran potrebbe revocarlo).
In tal modo, si unificherebbero le due rotte utilizzate finora dalle navi in transito, una più prossima alla costa iraniana e l’altra a quella omanita, con quest’ultima utilizzata da navi spinte dalla Marina statunitense a sfidare la fortuna nel tentativo di eludere il regime di transito imposto dalle autorità di Teheran, che chiede ai naviganti di coordinarsi con esse per attraversare lo Stretto (inutile ricordare che i tentativi di sfuggire alla vigilanza iraniana sono stati spesso vanificati dal fuoco di sbarramento della stessa).
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La guerra con altri mezzi. Come gli Stati Uniti estraggono ricchezza attraverso l’instabilità
di Gerardo Lisco
«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.» La celebre definizione di Carl von Clausewitz appartiene a un mondo nel quale la forza si misurava sul campo di battaglia. Le guerre erano combattute dagli eserciti e l’obiettivo consisteva nella conquista del territorio o nella distruzione della capacità militare dell’avversario. Due secoli dopo quella definizione conserva tutta la sua validità, ma i “mezzi” attraverso i quali la politica continua sono profondamente cambiati. Le grandi potenze non perseguono più i propri interessi esclusivamente attraverso la guerra tradizionale. L’informazione, la finanza, i mercati energetici, le sanzioni economiche, la tecnologia e perfino i flussi migratori sono divenuti strumenti di competizione geopolitica. La guerra non è scomparsa: si è trasformata. Questa trasformazione riflette anche un cambiamento del capitalismo.
Per comprendere il presente occorre partire da una constatazione. Gli Stati Uniti non occupano più la posizione che avevano nel secondo dopoguerra. Rimangono la principale potenza militare del pianeta, ma non sono più il centro indiscusso della produzione industriale mondiale. La Cina è divenuta la principale piattaforma manifatturiera globale, mentre il vantaggio competitivo americano si concentra sempre più nella finanza, nell’innovazione tecnologica, nel controllo del dollaro e dei mercati internazionali dei capitali. Se questa diagnosi è corretta, cambia anche la natura dell’egemonia.
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Le chiavi false di Trump. Recensione a Dario Togati “Il capitalismo fragile”
di Nicolò Bellanca
La tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, rischia di nascondere l’essenziale. Se Trump è soltanto un pazzo, il problema è rimuovere il pazzo. Se i suoi elettori sono vittime di risentimento o irrazionalità, bisogna educarli meglio. Ma così si evita la domanda più scomoda: che cosa, nel capitalismo democratico americano, ha reso Trump possibile e credibile? E soprattutto: come mai la risposta progressista, disponendo di tutti gli strumenti interpretativi della tradizione critica, continua a mancarlo?
Il merito del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarko, 2026), sta anzitutto qui: obbliga a prendere sul serio il trumpismo senza assolverlo. Capire non significa giustificare. Significa rifiutare l’idea consolatoria secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo globale funzionavano ragionevolmente bene, finché un demagogo non è arrivato a turbare l’ordine naturale delle cose. Togati rovescia il punto: il trumpismo non cade come un meteorite su un corpo sano; rivela una malattia già in corso. E questa malattia ha un nome: crisi della fiducia.
L’economia come navigazione, non come calcolo
La tesi è semplice, ma non banale. L’economia non si regge soltanto su prezzi, contratti, salari, tassi d’interesse e investimenti. Si regge su aspettative condivise, promesse istituzionali, abitudini di cooperazione, credenze circa la tenuta del futuro. Non si tratta della fiducia sentimentale delle buone intenzioni, ma dell’infrastruttura invisibile che consente agli individui di lavorare, consumare, indebitarsi, investire, aspettarsi che le regole non cambino sempre a favore degli stessi. Quando questa infrastruttura si incrina, gli indicatori macroeconomici possono anche restare discreti; ma la società comincia a non credere più a se stessa.
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Occidente. Entropia e Persistenza
di Antonio Cantaro
L’entropia non è più solo una distopia ma la realtà. La “regolazione entropica” che scarica all’esterno, nei Sud e nelle periferie del Mondo, i costi dello sviluppo estrattivista non ci preserva più dal disordine interno. Il capitalismo ha davanti a sé, commentava ironicamente un vecchio socialista, i secoli contati. Si sbagliava: qualcosa è avvenuto. Quel che è avvenuto è che il tramonto dell’Occidente tardo moderno non è più solo materia per la grande letteratura. È entrato nei nostri corpi, nelle nostre giornate. L’errore del “catastrofismo ottimista” non è tanto quello di rallegrarsi per l’entropia, quanto di non vedere la persistenza dell’Occidente, la sua perdurante vocazione a durare, ad andare oltre, ad offrire risposte, per quanto emergenziali, al disordine. Ne è un segno inequivocabile l’universale diffusione di una parola sulla quale anch’io in passato ho, sbagliando, ironizzato. Resilienza. Resilienza degli Stati, delle aziende, delle comunità, degli individui. Dunque, entropia e persistenza.
1. Al contrario del “catastrofismo ottimista”, il “catastrofismo realista” è consapevole della contestuale presenza nell’Occidente tardo moderno di entropia e di persistenza. Essendo realista il suo obiettivo è quello di individuare e mobilitare le forze della storia in grado di limitarne la vocazione distruttiva. Limitarne gli eccessi nella sfera domestica, tipicamente regolando l’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale. Limitarne gli eccessi e la forza distruttiva nella sfera internazionale, lavorando affinché al “vecchio” mondo unipolare sotto l’egida degli Stati Uniti subentri un mondo multipolare, un ordinamento internazionale in grado di frenarne la vocazione entropica.
È il punto di vista geopolitico e geo giuridico. Ma è una prospettiva realista? Temo di no. Sono, anzi, giunto alla conclusione di un acuto filosofo della politica, Antonio Martone: l’odierna multipolarità è lungi dall’essere un’autentica alternativa all’unipolarismo imperiale. L’odierna multipolarità è una Westfalia atomica, è guerra freddo-calda permanente, un simulacro del mondo post seconda guerra mondiale che peraltro non è stato il migliore dei mondi possibili. Gli Stati satellite del mondo multipolare – in America, in Asia, in Africa, in Europa – conservano l’apparenza della sovranità ma in realtà sono subordinati alle capitali dell’Impero e alle sue oligarchie attraverso l’insediamento di una classe politica locale integrata nelle reti del potere globale.
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Dalle teorie di Brzezinski a Palantir: come il conflitto in Ucraina è diventato il più grande test bellico degli USA
di Michele Blanco
La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è chiara: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense pianificata da oltre trent’anni. Una strategia che ha trasformato il territorio ucraino nel principale campo di battaglia e di prova per la nuova guerra tecnologica contemporanea, mentre Kiev continua a pagare un prezzo umano, economico e territoriale altissimo.
Oggi il potere del complesso militare-industriale non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi d'investimento, imprese energetiche, servizi di intelligence e colossi del tech. Questo sistema non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti, ma tende a egemonizzarla, determinandone del tutto obiettivi e strumenti.
L’idea non nasce con il conflitto attuale. Nel suo celebre saggio La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali perni geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato enormi difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
Da questa prospettiva, l’allargamento della NATO non è stato soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale nell'alleanza occidentale, ma il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica verso i confini russi.
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Catastrofismo climatico e modello sociale
di Leonardo Mazzei
Problemi immediati e questioni di fondo
I prezzi dei carburanti vanno alle stelle? Niente paura, che ci pensa il governo a ridurli un po’, ma solo per il gasolio e solo per dieci giorni! Niente male come presa per i fondelli.
Ad aprile, in piena crisi di Hormuz, scrivemmo che il vero problema per un Paese come l’Italia non sarebbe stato tanto quello degli approvvigionamenti, quanto piuttosto quello dei prezzi. Una previsione, basata anche sui precedenti storici degli ultimi cinquant’anni, che si va sostanzialmente materializzando.
Quell’articolo si chiudeva con l’indicazione di nove punti per la realizzazione di una politica energetica radicalmente alternativa, ed a quelli rimandiamo i lettori che intendessero approfondire il tema.
Qui ci concentriamo invece sulla stretta attualità. Quella che ci mostra l’impotenza dei decisori politici, complici e schiavi come sono della scelta guerrafondaia dell’Occidente da un lato, degli interessi speculativi della finanza e delle grandi compagnie energetiche dall’altro.
Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente.
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Il capitalismo fragile
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità.
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Perché l'Occidente non capisce la Russia in Africa
di Nataliya Vinkler
Da anni i centri di analisi europei e americani si interrogano sulla politica africana della Russia senza riuscire a decifrarne la strategia – Mosca rimane imprevedibile. Esiste tuttavia una chiave di lettura che permette di anticipare con una certa sicurezza le prossime mosse russe in Africa.
In Africa, la Russia viene spesso definita un attore "incomprensibile". Gli analisti occidentali riconoscono che dispone di minori risorse finanziarie rispetto a Cina, Stati Uniti o Unione Europea, eppure riesce a conquistarsi un’influenza politica tutt’altro che trascurabile. Ma non sembra avere fretta di trasformare questa influenza in profitto. Il che lascia perplessi: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Che cosa sta tramando? Gli Stati africani diventano più forti e più indipendenti, ma dove sta il guadagno per i russi?
Gli esperti occidentali partono da un presupposto sbagliato: misurano la Russia con il proprio metro, quello del "tornaconto". Le nazioni che hanno posseduto colonie in Africa sono abituate a considerare il continente come una riserva di materie prime, uno sbocco per i propri prodotti e uno spazio da tenere sotto controllo politico. Le loro amministrazioni costruivano strade pensate soprattutto per collegare i giacimenti ai porti, formavano personale locale destinato a servire l’apparato coloniale e sostenevano regimi politici in grado di garantire un flusso ininterrotto di risorse nella direzione voluta.
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I veri costi delle rinnovabili sono sostenibili solo grazie a enormi risorse pubbliche di cui si appropriano gli speculatori che stanno distruggendo il nostro territorio
di Francesco Cappello
Dietro il mito dell’energia a basso costo si nasconde un sistema che scarica sulla collettività i costi di rete, accumulo e riserva, garantendo profitti privati grazie a sussidi pubblici e alla trasformazione del territorio in una ininterrotta area industriale. In pratica una gigantesca socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti
È dominante una narrazione seducente ed interessata secondo cui l’energia solare ed eolica sarebbe ormai diventata la forma di elettricità più economica della storia humana. Tuttavia, se si guarda ai bilanci delle reti e alle leggi della fisica, la realtà che emerge è radicalmente diversa.
È importante chiedersi come si calcola davvero il costo dell’energia e perché l’approccio attuale sta portando a un gigantesco abbaglio economico di cui usufruiscono solamente le società energetiche private che speculano utilizzando fondi pubblici sfruttando una messe di leggi, finanziamenti ed incentivi senza cui sarebbe stato loro impossibile piazzare i loro ecomostri al posto di campi con vocazione agricola infestando i crinali delle colline italiane.
L’inganno della metrica LCOE e la Potenza Stabile Equivalente
Il punto di partenza di questo malinteso risiede in una cifra ampiamente pubblicizzata: circa 35 euro per megawattora, ovvero 3,5 centesimi per kilowattora, presentata come il costo dell’energia eolica e solare. Questo valore si basa su una metrica chiamata costo livellato dell’energia, nota in gergo come LCOE.
Il problema del LCOE è che misura soltanto il costo di fabbrica per produrre un singolo kilowattora sulla pala o sul pannello, esattamente nel momento in cui soffia il vento o brilla il sole. È l’equivalente di calcolare il prezzo di un’automobile considerando unicamente il suo prezzo di listino dimenticando l’assicurazione, le tasse, la manutenzione, il carburante, eccetera…
Come sottolinea Sir Dieter Helm, docente di politica energetica all’Università di Oxford e autore di celebri revisioni contabili per il governo britannico, valutare la convenienza delle rinnovabili intermittenti con il LCOE è un errore metodologico primario. Il sole e il vento producono infatti energia intermittente, variabile e non programmabile, scaricando sull’intero sistema elettrico tutti i costi necessari per colmare i loro vuoti di produzione.
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Per chi suona la campana
di Marco Savelli
L’appello dell’enciclica "Magnifica Humanitas" ad una “pace disarmata e disarmante” ha reso evidente una frattura nella comunità dei credenti. La componente cattolica più vicina al magistero papale potrebbe forse essere spinta verso un’autonoma presenza politica organizzata, sganciata dall'intero arco partitico esistente
In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.
Uno scenario inquietante.
Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie.
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I Brics: la seconda colonizzazione
di Paolo Ferrero
I BRICS e il processo di cui sono protagonisti rappresentano a tutti gli effetti un secondo ciclo di decolonizzazione dei paesi del SUD del mondo. Il primo ciclo, nel secondo dopoguerra, fu un fenomeno in primo luogo politico e militare e dette luogo all’indipendenza politica di larghissima parte degli stati prima assoggettati al colonialismo occidentale. Dopo la decolonizzazione molti di quegli stessi stati subirono però un neocolonialismo di tipo economico che – imposto a suon di piani di aggiustamento strutturali elaborati dal Fondo Monetario Internazionale – ha ridotto molti di quei paesi in una condizione di nuova sudditanza.
Non tutti i paesi sono stati però piegati dal neocolonialismo, e una parte di questi sono riusciti a conquistare un livello di sviluppo economico che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più marcato. Nel caso cinese, questo sviluppo, governato dallo stato – che ha continuato a controllare finanza e moneta – ha determinato un vero terremoto a livello mondiale.
La base materiale di aggregazione dei BRICS non è stata politica, ma fondata sull’essere paesi non occidentali che hanno avuto un rilevante sviluppo economico nel nuovo millennio. Come sottolineava già il Presidente Mao, la conquista dell’indipendenza politica avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo economico al fine di dotarsi delle basi materiali dell’indipendenza stessa. Così è stato per la Cina, e così comincia a essere per una pluralità di paesi del Sud del mondo, in misura tale da mettere in discussione i rapporti di forza che hanno caratterizzato il mondo in questi ultimi cinque secoli. Parlare dei BRICS significa parlare del declino del dominio occidentale, come farò in larga parte di questo editoriale.
UNA GRANDE CESURA STORICA
Quella a cui stiamo assistendo oggi è – a mio parere – una enorme transizione. E’ il ruolo di dominio che l’occidente ha esercitato negli ultimi secoli sul mondo a essere entrato in crisi su molteplici piani. Assistiamo alla fine del ciclo coloniale iniziato con la conquista delle Americhe ma anche alla crisi dell’egemonia del capitalismo occidentale sviluppatosi a partire dalla rivoluzione industriale del XVII secolo in Inghilterra.
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I tanti interessi dietro la guerra all’Iran
di Alessandra Ciattini
I noti analisti geopolitici Pepe Escobar e Larry Johnson, ex membro della CIA, hanno fondato un interessante canale che si chiama Transition Protocol, seguendo il quale si possono apprendere informazioni e ascoltare analisi approfondite, che il limitato panorama giornalistico italiano, dominato dalla scellerata élite bellicista, trascura ampiamente. In questo caso specifico mi riferisco ad un recente video, nel quale sono stati intervistati vari specialisti, anche un analista indiano, Pravin Sawhney, direttore di FORCE, rivista internazionale pubblicata in India, dedicata all’analisi geopolitica della regione indo-pakistana. Dunque, Transition Protocol ci propone analisi che scaturiscono anche dal punto di vista del cosiddetto Sud globale e che non ripropongono i soliti slogan dell’eurocentrismo duro a morire. Gli intervistati si sono soffermati con apprezzabile chiarezza sulle molteplici ragioni della guerra statunitense e anglo-sionista contro l'Iran, mettendo in luce aspetti molto interessanti.
Vale la pena riassumere, in primo luogo, l'intervista a Pravin Sawhney, il quale -in accordo con molti altri specialisti- ritiene che gli Stati Uniti non hanno nessuna via d'uscita dignitosa dal cul de sac in cui si sono cacciati, pressati dai genocidi israeliani, ad attaccare dell'Iran, minacciando distruzioni apocalittiche che non hanno piegato la Repubblica islamica. Infatti, secondo l’esperto indiano l’Iran è un paese inconquistabile sia per la sua geografia, la sua estensione, la presenza di più di 90 milioni di abitanti.
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Ucraina, il laboratorio della potenza americana
di Giuseppe Gagliano
Dietro la guerra per procura, la saldatura tra industria militare, tecnologia e finanza
La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è netta: la guerra in Ucraina non sarebbe soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense costruita nell’arco di trent’anni. Una strategia che avrebbe trasformato il territorio ucraino nel principale campo di prova della guerra tecnologica contemporanea, mentre il Paese continua a pagare il prezzo umano, economico e territoriale dello scontro.
Il punto di partenza è l’avvertimento lanciato nel 1961 da Dwight Eisenhower contro il potere del complesso militare-industriale. Oggi quell’apparato non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi finanziari, imprese energetiche, servizi di informazione e grandi gruppi della tecnologia digitale. Non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti: tende a determinarne obiettivi, strumenti e durata.
L’Ucraina come pedina decisiva dell’Eurasia
L’idea non nasce con l’attuale conflitto. Nel suo libro La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali cardini geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
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Contrordine! Per oggi non si spara…
di Dante Barontini
Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.
“Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO“, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).
Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana“.
Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita…
Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Tehran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israaele.
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All'armi! All'armi?
di Valerio Romitelli
Da Ankara è venuta la conferma dell’imperativo “all’armi! all’armi!” con cui i governanti europei a secco di idee, strategie e obiettivi utili alla loro legittimazione provano disperatamente a rianimarla. L’unico vero dilemma che resta in sospeso è se le armi in questione saranno soprattutto le “nostre”, quelle prodotte al di qua dell’Atlantico, o quelle comprate al di là dell’Atlantico. Ma se si ha voglia di vincere facile, si sa su quale delle due opzioni scommettere.
Tra le opposizioni ai governi europei si lamenta soprattutto che questo warfare penalizza ulteriormente il già sofferente welfare: nessun drone o missile per quanto di ultima generazione, per quante immani stragi possa realizzare, vale le migliaia e migliaia di risonanze magnetiche che si potrebbero fare al loro posto allungando la vita di un’infinità di malati, né vale i tanti asili e scuole che le famiglie invano vanno reclamando, e così via.
Enorme tuttavia resta la tolleranza dell’opinione pubblica rispetto a questi governanti europei che gridano al riarmo, alludono a ogni sorta di escalation bellica entro breve o brevissimo tempo, nel momento stesso in cui ammettono ritardi di ogni sorta nella realizzazione dei loro propositi. Come mai tanta tolleranza? Come mai l’unanimità bellicista della classe dirigente dell’Ue non si scontra con un muro di obiezioni sui tempi, i modi oltre che i contenuti dei loro farneticanti progetti?
L’ipotesi forse più probabile è che tanto più i governanti annunciano l’eventualità di un coinvolgimento del vecchio continente in una guerra, quanto meno le masse dei loro rispettivi governati ci credono.
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Funzionare o esistere
di Salvatore Bravo
“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
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Trump, il voto e il comunismo
di Ottorino Cappelli*
Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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