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Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile
di Piero Bevilacqua
Quale democrazia?
È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto, offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente ineliminabile della modernità europea.
Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti, comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre immaginarie.
Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni), sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano.
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Teologia dello sterminio
di Dante Barontini - Lavinia Merchetti*
L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.
Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese e araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.
Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto a esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.
L’adesione della popolazione israeliana questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre.
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La crisi calcistica italiana
di Eros Barone
A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniformesommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesariguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, conl’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è genteche non sa cosa fare; pigramente, qualcuno “va alla partita”; paga il biglietto, si diverte, ammira,deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modonell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio,la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzotti incolti e milionari sicontendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano.Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sonofacoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questomodo, non senza sano divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamentedegradata a oggetto di ilare ludibrio. Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico,infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo digiocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario checontrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto nonprivo di caratteri nitidamente demenziali. Infatti, col procedere della partita gli spettatori sempremeno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni,esplosioni di bave, per concludere nell’esercizio di un’elementare violenza.
Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita.
Quando la nazionale di calcio italiana si qualificava per i campionati mondiali, esplodeva immancabilmente un giubilo popolare che le massime autorità dello Stato, il governo e il sistema dei ‘mass media’ si affrettavano a convertire in una potente arma di distrazione rispetto alle molteplici crisi di un paese più che mai bisognoso di fare del calcio, come sempre avviene con l’uso politico di questo enorme apparato ideologico e spettacolare, un anestetico, per un verso, e un eccitante, per un altro verso: il tutto all’insegna di un “surrealismo di massa” in cui lo sventolio delle bandiere tricolori si accompagnava alle sponsorizzazioni pubblicitarie dei protagonisti dell’‘impresa calcistica’ (nella duplice accezione di vittoria conseguita in una gara internazionale e di stimolo all’espansione dei ‘faux frais’ del capitale in funzione anticiclica).
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Dies Iran
di Pierluigi Fagan
Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?
1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.
2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.
3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.
4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza.
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Dall’Ucraina europea all’Europa ucrainizzata
di Angelo d'Orsi
Recentemente qualche giornale (in prima fila, al solito, “Il Fatto Quotidiano”) si è occupato di una vicenda accaduta a Recanati, dove, nel liceo Leopardi, uno studente è stato “processato” per aver organizzato nella settimana di autogestione, un incontro, on line, con due reporter di guerra in Donbass, Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso. Il suo nome e il suo volto erano stati addirittura resi pubblici da un giornalista ucraino, principale informatore, sembra, dell’on. Pina Picierno, la quale infatti si è subito scatenata contro i “propagandisti putiniani”. Con seguito di ispezione ministeriale e così via. E io stesso con Lucidi, Francesco Toscano, sono stato a Recanati a portare solidarietà allo studente, e a denunciare pubblicamente questo ennesimo episodio di russofobia e di ucrainofilia, grottesco ma grave, specie per le conseguenze cadute sulla testa dello studente.
Intanto, in tutta Italia, chi, come il sottoscritto, teneva conferenze sul tema guerra, veniva fatto oggetto di intimidazioni, aggressioni, interrogazioni comunali, o persino parlamentari. Il sedicente Partito radicale, con il bel personaggetto che dicono ne sia presidente (il caporione dei miei aggressori a Napoli nello scorso dicembre), con i patetici “+europeisti”, stilavano e rendevano pubblico una mappa della Penisola con l’indicazione delle località, dei nomi, delle azioni inquadrate sotto l’etichetta di “peste putiniana”. Con grande faccia tosta non soltanto presentavano gongolanti l risultato del loro osceno monitoraggio, ma rivelavano che il tutto si era svolto “con la collaborazione” dell’Ambasciata di Ucraina in Italia.
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D’istruzione pubblica e di pensiero desiderante
di Gruppo di discussione Oltrelascuola
Come gruppo di discussione formato da docenti impegnati nella critica della scuola azienda, vorremmo prendere parte al dibattito aperto dal film D’istruzione pubblica.
Non possiamo certo dire di essere a conoscenza di tutti gli attacchi che il film ha subito, ma, dopo averlo visto, ci sembra che molti di essi presentino un tratto comune. Ci riferiamo all’applicazione al tema in questione di un noto artificio retorico dal seguente schema: il film contesta la scuola azienda, la scuola azienda si dichiara in contrapposizione alla scuola di un tempo, quindi il film sostiene la scuola di un tempo. Lo scopo è evitare un confronto con i contenuti dell’opera, adattando all’occasione slogan contro la “scuola del passato” già pronti all’uso.
A noi sembra che D’istruzione pubblica non sia una proposta programmatica di modelli nuovi o vecchi, ma una visione critica dell’attualità. Il confronto col passato è certo presente, perché l’opera è incardinata su interviste a persone che hanno conosciuto anche una scuola diversa e, nell’analizzare l’esistente, non possono evitare di riferirsi alla propria esperienza. Tuttavia ciò resta solamente uno degli approcci argomentativi usati. Tanto è vero che, fra le persone intervistate, molte sono prodighe di attacchi anche al passato della scuola italiana.
Da parte di costoro, infatti, un oggetto di elogio esplicito c’è, ma non è “la scuola di un tempo”: è un susseguirsi di interventi legislativi e di lotte che, dalla scuola media unica del 1962 ai Decreti Delegati del 1974, la trasformarono profondamente.
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Dall’ordine basato sul diritto internazionale alla proiezione di potenza multipolare
di Alex Marsaglia
“Stiamo combattendo guerre. Non è possibile per gli Stati Uniti occuparsi di asili nido, Medicaid e Medicare”, così Donald Trump nella serata del 1 Aprile proclamava la prosecuzione dell’aggressione in maniera sempre più brutale e indiscriminata all’Iran per altre 2-3 settimane, se necessario sino a “riportarlo all’età della pietra”.
E così l’assalto imperialista e colonialista alla Repubblica Islamica iraniana continua targettizzando sempre più spesso i civili, con costi enormi per le popolazioni coinvolte. E prosegue nel silenzio pressoché totale delle istituzioni internazionali che dovrebbero far rispettare il diritto, ma sembrano più preoccupate ad allinearsi al potere occidentale decadente mettendo sotto analisi l’esercizio della legittima difesa dell’Iran nel Golfo, così come nel 2022 e ancor prima nel 2014 si è fatto con il Donbass e la Russia che rivendicavano i loro legittimi diritti all’autodeterminazione e all’autodifesa dei civili.
D’altra parte siamo di fronte a questo: al diritto internazionale esercitato come strumento del potere occidentale che lo ha concepito, come ha fatto recentemente notare la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zacharova, “l’autodeterminazione dei popoli” è valida solo se questi si asserviscono al potere imperialista, altrimenti prevale “l’integrità territoriale” (vedi dal minuto 18.55: https://youtu.be/OVawyAj5N6E?is=cAzgh3MRpx0yPK_A). Alla luce dell’andamento di 12 anni di escalation e di conflitto permanente contro l’Oriente, continuamente sostenuto e giustificato in punta di diritto internazionale diventa veramente difficile riporre fiducia nel senso di giustizia di qualsiasi decisione giuridica in sede Onu.
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Cuba 2026, resistere all’assedio: il piano di Marrero nel nome di Fidel
di Geraldina Colotti
“Mucha gente no entiende que el Estado socialista, ningún Estado, ningún sistema puede dar lo que no tiene, y mucho menos va a tener si no se produce”.(“Molta gente non capisce che lo Stato socialista, nessuno Stato, nessun sistema può dare ciò che non ha, e tanto meno lo avrà se non si produce”).
Con questo richiamo di Fidel Castro Ruz si apre il Programma Economico e Sociale 2026 presentato dal Primo Ministro Manuel Marrero e già disponibile sulle piattaforme Soberanía e sul sito web della Presidenza di Cuba. Il documento – ha spiegato Marrero (il capo del governo cubano, che ricopre la carica di Primo Ministro dal 21 dicembre 2019) – è stato elaborato sulla base dell’analisi di oltre due milioni di persone di diversi settori della società. Come dire che l’epigrafe non è solo un omaggio formale, ma il cuore di una strategia politica: in un sistema socialista, la distribuzione della ricchezza e la protezione dei più vulnerabili presuppongono la sovranità produttiva, che proviene dalla forza del potere popolare.
Ma come si produce sotto un assedio che oggi, nel 2026, ha raggiunto livelli di ferocia chirurgica? La cronaca di quest’anno è segnata da un’escalation imperialista senza precedenti. La strategia di Donald Trump, che ha cristallizzato l’ostilità di Washington attraverso l’inclusione grottesca di Cuba nella lista dei paesi “sponsor del terrorismo”, è oggi arrivata a una fase parossistica. Non si tratta più solo di bloccare le rimesse o il turismo; l’obiettivo è il collasso totale del Sistema Elettroenergetico Nazionale (SEN).
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Note sull’Occidente come sintomo
di Alessandro Visalli
Amitav Acharya in Storia e futuro dell’ordine mondiale[1], presenta alcune delle più correnti interpretazioni della prevalenza dell’Occidente europeo, e poi statunitense, sul resto del mondo che per millenni era stato in posizione prevalente. Quella di Philip Hoffman[2], per il quale è la competizione tra piccoli stati ad aver dato un vantaggio nella specifica e decisiva tecnologia militare (le vele e cannoni di Cipolla), Mark Elvin[3], che vede la stagnazione di alto livello della Cina (tesi riverberata anche da Arrighi), Jared Diamon[4] si rifugia nel determinismo ambientale, Pomeranz[5] costruisce una lunga comparazione dalla quale far emergere il dividendo del colonialismo.
Poi concentra la sua attenzione su un libro molto influente dello storico Niall Ferguson, Occidente, ascesa e crisi di una civiltà[6], il quale nega con forza ogni ruolo all’imperialismo nell’ascesa dell’Europa. Infatti, a partire dal 1750 la Cina aveva vantaggi rilevanti sull’Inghilterra, successivamente l’ha sopravanzata, a suo dire, per effetto di sei “killer app”: la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società dei consumi e l’etica del lavoro. In uno dei passaggi della sua argomentazione (sinteticamente, esse sono effetto anche di conoscenze ed idee trasmesse dal ‘resto’ del mondo e l’imperialismo ebbe anche in questo un ruolo cruciale), Acharya richiama la polemica che Pankaj Mishra ebbe con lo stesso Ferguson a partire da una recensione pubblicata nel 2011 su London Review of books[7]. Mishra collocava Ferguson nel contesto della genealogia dell’ansia imperiale inglese e quindi del bisogno delle relative élite di raccontarsi nuovamente, dopo la stagione decoloniale e la crisi aperta dalla finanza anglosassone, come portatrici di civiltà (l’insieme, appunto, di proprietà, concorrenza, scienza, medicina, consumismo, etica del lavoro).
Il libro si apre proprio così, Ferguson racconta l’esperienza dell’ascolto di un brillante compositore cinese e conclude che “stiamo vivendo la conclusione di cinquecento anni di predominio occidentale”[8].
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Contrordine! Cessate il fuoco per 15 giorni
di Dante Barontini
Ultim’ora. L’agenzia iraniana Fars ha reso noto il traffico nello Stretto di Hormuz, ripreso stamattina dopo l’accordo con gli Usa, è stato nuovamente interrotto a causa della violazione criminale del cessate il fuoco operata da Israele, che ha ha addirittura intensificato i bombardamenti sul Libano.
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Tra il bluff e «la fine di una civiltà» per ora continua il bluff. Non stranamente è una buona notizia per tutti. Non si può vivere in un mondo in cui tirare un’atomica diventa una cosa «normale».
Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan, hanno concordato una sospensione dei bombardamenti per quindici giorni. La base fisica per le trattative dirette è Islamabad, quella politica è il «piano in dieci punti» presentato dall’Iran e non quello in «15 punti» – di fatto una richiesta di resa senza condizioni – strombazzato per giorni da Trump. La differenza è sostanziale, perché si tratterà per raggiungere non una imposizione Usa un po’ attenuata, ma per un equilibrio proposto dall’Iran, seppure un po’ annacquato.
Questo è quanto, dopo di che ci sono le diverse trombe delle diverse propagande.
Quella più equilibrata è naturalmente espressa dal mediatore. Poco prima della scadenza diventata ormai un conto alla rovescia, il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif è apparso per dire: «Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano, con effetto immediato».
«Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i Paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le controversie», ha aggiunto.
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Il metodo di guerra a Gaza è diventato la normalità
di Branko Marcetic
Usa e Israele, nelle guerre contro Iran e Libano, distruggono infrastrutture civili, massacrano bambini e assassinano operatori sanitari. Esportano così le pratiche brutali adottate nella Striscia
Uno degli aspetti più agghiaccianti del genocidio di Gaza – oltre al massacro quasi senza precedenti di bambini e altri innocenti e al quasi totale annientamento di un’intera società, evento senza eguali nell’era moderna – è che i funzionari sia degli Stati uniti che di Israele speravano apertamente di farne il nuovo, orribile, modello per la guerra moderna. Come stiamo vedendo in questo momento in Iran e in Libano, non stanno perdendo tempo nell’applicare lo stesso modello anche altrove.
L’anno scorso, mentre Gaza era tra le rovine con oltre il 10% della sua popolazione uccisa o ferita, il New Yorker ha pubblicato un articolo agghiacciante sul genocidio di Gaza. Secondo quanto riportato, diversi avvocati militari ed esperti legali statunitensi consideravano la scia di omicidi e distruzioni perpetrata da Israele a Gaza non solo un modo del tutto accettabile di condurre una guerra, ma anche una «prova generale» per un futuro conflitto con un avversario degli Stati uniti come la Cina: ovvero, un conflitto senza freni, senza rispetto del diritto internazionale e senza scrupoli nell’uccidere civili. In altre parole, ciò che Israele ha fatto a Gaza con il pieno appoggio degli Stati uniti dovrebbe diventare la nuova normalità in tempo di guerra, almeno quando a farlo è «la nostra parte».
Il rapporto si inseriva in modo stridente nel contesto di una consolidata prassi di funzionari statunitensi e israeliani intenti a invocare i bombardamenti a tappeto degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale per giustificare il loro genocidio. Per quasi tutto il periodo successivo alla guerra, quei bombardamenti sono stati universalmente considerati crimini di guerra e un orrore morale – persino da Curtis LeMay in persona, il generale psicotico che guidò i bombardamenti incendiari del Giappone e che in seguito invocava una guerra nucleare con l’Unione Sovietica – un orrore che il mondo civilizzato mise immediatamente al bando dopo la guerra, creando il sistema di diritto internazionale che oggi sopravvive a stento.
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Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile
di Alessandro Robecchi
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.
La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.
Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
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Il più grande furto nucleare della storia è fallito
di Tahar Lamri*
Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.
Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.
Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.
A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.
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Non è vero, ma se è vero…
di WS
L’ ultimo articolo di Simplicius qui https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/
snocciola dati che fanno sempre più credere che l’ Iran stia affrontando questa aggressione U$raeliana ben più preparata di quanto fosse mai ipotizzabile prima e che i suoi aggressori, o di certo quantomeno gli U$A, ne siano rimasti sorpresi e privi di una qualche strategia che non sia una pericolosa escalation.
E infatti qui https://smoothiex12.blogspot.com/2026/04/here-is-colonel-general.html una persona competente prospetta ora l’ ipotesi strategica che fu anche la mia il 7-10-23; si fosse cioè in presenza di un “gioco triplo” in cui Israele certamente usava la reazione palestinese alle proprie provocazioni per risolvere i suoi problemi strategici cacciando i palestinesi dalla Palestina, ma che al contempo l’ Iran avrebbe poi potuto usare la reazione israeliana all’ attacco di Hamas per risolvere i propri problemi strategici cacciando gli U$A dal MO.
Se questo fosse , quello iraniano sarebbe un piano lucido e complesso finalizzato a farsi aggredire sul proprio terreno simulando una debolezza pagata col sangue delle proprie elites prima ancora che di quelle del popolo. Una mossa che ai nostri occhi di “moderni” pare assurda fino all’ impossibile, ma che è stata spesso usata in passato da élites moralmente superiori alle nostre attuali e per le quali il termine “noblesse oblige” non era allora un modo di dire usato per giustificare spese da nababbi.
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La follia dell'Europa in un mondo impazzito
di Davide Malacaria
I neocon vogliono un Europa nemica di Mosca e che la guerra ucraina non finisca. Così la leadership europea, che non può concepirsi se non come serva obbediente ai neocon, condanna alla canna del gas i propri cittadini
Non è un mistero che la guerra all’Iran stia provocando disastri al mondo a motivo delle restrizioni energetiche e degli altri prodotti che passano per il vitale Stretto di Hormuz. Né è un mistero che Trump sta usando questa guerra per attuare un punto del suo programma elettorale: distaccarsi dall’Europa e uscire dalla Nato.
Una prospettiva già delineata nel suo programma isolazionista, quell’America First che con l’attuale conflitto ha assunto una forma nuova, sotto steroidi. Non più un ritiro dal mondo per concentrarsi sullo sviluppo del proprio Paese e la prosperità dei cittadini americani, ma il rilancio del primato statunitense sul mondo attraverso la Forza bruta.
Nulla di nuovo, essendo la vecchia dottrina neocon declinata in altro modo: non più gli Usa come gendarme globale necessario a punire gli asseriti cattivi e a vigilare sulle Regole, ma più semplicemente il perseguimento degli interessi imperiali attraverso il mero dispiegamento della Forza.
Non che in precedenza l’Impero fosse meno brutale, ma la nuova declinazione rende obsoleto il soft power, né richiede una retorica che legittimi la Forza né ricerca il consenso, interno e internazionale, al suo esercizio; infine dichiara decaduta la pulsione verso la globalizzazione, essendo ormai evidente lo scacco irrevocabile di tale prospettiva.
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Come si svilupperà la crisi globale
Nika intervista Michael Hudson e Steve Keen
Come mia abitudine, ho una grossa obiezione. Trump non ha lanciato questa guerra con obiettivi economici, se non forse quello di rovesciare il regime iraniano e ottenere il controllo del petrolio iraniano. È stato ampiamente riportato come sionisti ed evangelici cristiani abbiano influenzato Trump a livello cognitivo e finanziario, ancor prima di considerare il fatto che Netanyahu sia in grado di contenere la sua smisurata arroganza abbastanza spesso da poter manipolare Trump a proprio piacimento [Yves Smith]
NIKA: Salve a tutti. Siamo lieti di dare nuovamente il benvenuto a Michael Hudson e al professor Steve Keen presso il David Graeber Institute. Steve Keen è un economista e autore, uno dei pochi ad aver preannunciato la crisi del 2008. È noto per la sua critica alla teoria neoclassica dominante e per i suoi modelli di deflazione da debito e instabilità finanziaria. Michael Hudson è un economista e storico del debito statunitense presso l’Università del Missouri, Kansas City. Il suo lavoro su finanza, rendita e deindustrializzazione ha profondamente influenzato il pensiero di David Graeber su impero, tributo e politica del debito.
Oggi analizzeremo l’aggravarsi della crisi e i possibili scenari del suo sviluppo, in particolare nel contesto della guerra in corso, che a mio avviso assomiglia sempre più all’invasione sovietica dell’Afghanistan. La mia domanda a Michael e Steve è: inflazione, iperinflazione o deflazione? Quale scenario prevedono? Iniziamo con Michael Hudson.
MICHAEL HUDSON: Se si guardano i mercati azionari e obbligazionari di oggi, si nota che il mondo intero si aspetta che la guerra in Iran non duri più di un mese circa. È una guerra mondiale perché il mondo intero dipende dal petrolio e dal gas naturale liquefatto – per fertilizzanti, energia, elettricità, riscaldamento, cottura, produzione di vetro ed elio. L’elio e il gas naturale venivano forniti a gran parte del mondo dal Qatar, in quanto membro dei paesi arabi dell’OPEC. Ma i suoi impianti multimiliardari per la liquefazione del gas naturale – la cui costruzione ha richiesto quattro anni – sono stati appena bombardati dall’Iran, perché il Qatar ospita basi militari statunitensi utilizzate per bombardare l’Iran.
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La prima guerra mondiale asimmetrica
di Dante Barontini - Thierry Breton*
Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.
E’ l’equazione che consente a una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc).
Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.
Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito e implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.
I concetti teorici sono pochi ma chiari:
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Le conseguenze della guerra contro l’Iran
di Thierry Meyssan
Per la prima volta un popolo aggredito dalla più grande forza militare della storia reagisce contro le basi militari e gli investimenti all’estero dell’avversario. Si tratta di un modo di fare la guerra adeguato all’èra della globalizzazione, che nessuno dei nostri strateghi aveva previsto. Questo conflitto è diverso da ogni altro: il primo in cui un Paese di media importanza potrebbe avere la meglio su una forza mostruosa.
Contrariamente a quanto ci hanno spiegato i media, i Guardiani della Rivoluzione non sono fanatici assetati di sangue. A gennaio scorso non hanno massacrato il proprio popolo. Sono patrioti che difendono la loro civiltà e lottano contro lo sfruttamento imperialista. Oggi ci danno una lezione di coraggio rispondendo all’aggressione che subiscono.
Una guerra “sionista revisionista”
Benjamin Netanyahu è figlio dello storico Benzion Netanyahu, segretario particolare del fondatore del “sionismo revisionista”, Vladimir Ze’ev Jabotinsky. La dinastia dei Netanyahu ha sempre sostenuto il “sionismo revisionista” contro i “sionisti”. Questi ultimi, guidati da Theodor Herzl, volevano costruire uno Stato ebraico, mentre Jabotinsky rivendicava la creazione di un «impero ebraico».
Nel 1921, in Ucraina, Jabotinsky strinse alleanza contro i bolscevichi con il leader nazionalista integralista Symon Petliura. Quest’ultimo continuò a organizzare pogrom contro gli ebrei, che Jabotisky pretendeva difendere. Questa contraddizione portò Jabotinsky a dimettersi dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), di cui era amministratore.
Durante la corsa dell’Europa verso la seconda guerra mondiale, Jabotinsky si affermò come fascista. A Roma creò una milizia, il Betar, sotto l’alto patrocinio del duce Benito Mussolini. All’inizio della guerra si rifugiò in uno Stato neutrale, gli Stati Uniti (che entrarono in guerra solo dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbor).
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Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto
di Roberto Iannuzzi
Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.
Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.
Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.
Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.
Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.
Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.
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Oltre lo stallo dell'apocalittismo
di Vando Borghi
Recensione a Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025)
Vando Borghi si confronta con le tesi sviluppate in Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025), interrogandosi sulle implicazioni dell’apparente incapacità delle scienze sociali di pensare un futuro non già interamente inscritto nel presente e nelle forme di dominio che lo strutturano. Più in generale, la riflessione si estende al rapporto che le nostre società intrattengono con il futuro.
* * * *
Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza materiale e immateriale e dell’eclisse del proprio mondo non è più il lottatore Okonkwo, abitante di un villaggio sulle sponde del Niger dal quale assiste all’imporsi di un mondo altro, quello dei missionari e degli emissari del governo britannico.
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Quando Dio incontra la Bomba
di Vincenzo Pellegrino
Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale
C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?
Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.
Un sistema che si smonta pezzo per pezzo
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L’IA: il disallineamento di un paese di geni
di Giorgio Griziotti
Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale.
Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate.
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Sigonella, Aviano, Napoli Capodichino. Così le guerre Usa si servono dell’Italia
di Antonio Mazzeo
Ciò che la Difesa non dice Il ruolo chiave assunto dalla base siciliana, ma non solo, per le operazioni militari in Iran
Nessun’altra notte di Sigonella. Quel che è accaduto la notte di tre giorni fa sui cieli siciliani non ha niente a che vedere con il confronto armato tra avieri italiani e marines Usa, il 10 ottobre 1985, all’interno della stazione aeronavale in Sicilia, dopo il dirottamento dell’aereo in cui viaggiavano gli autori del sequestro dell’Achille Lauro. Il mondo era diverso, c’era ancora la Guerra fredda e l’Italia, nonostante la partnership con Washington, interpretava un ruolo di mediazione nello scenario mediorientale, riconosciuto dalle parti.
Il divieto all’atterraggio a Sigonella di velivoli diretti in Iran che la Difesa italiana avrebbe imposto all’Aeronautica militare degli Stati uniti non condurrà di certo a una crisi nelle relazioni del governo Meloni con l’amministrazione Trump. Tropo stretti sono i legami con Washington e soprattutto mai è stato fatto mancare in queste settimane il sostegno diretto e indiretto alle operazioni di guerra Usa-israeliani. Ancora top secret il numero e la tipologia dei velivoli che si voleva far transitare da Sigonella. Gli analisti hanno tracciato il volo di 4 cacciabombardieri F-35 dei marines sullo spazio aereo della Sicilia orientale, sabato 28 marzo; lasciato il Regno Unito i velivoli hanno raggiunto il Medio Oriente dopo essere stati riforniti dagli aerei cisterna. Erano quelli non autorizzati dalla Difesa?
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Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario
di Fabio Vighi
La scena del crimine
Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.
Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.
Il Golfo si incendia
Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo.
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L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro
di Mario Sommella
Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.
Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.
Un cadavere in ottima salute dal 1989
La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.
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