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Tocca a noi opporci ai rischi di una deriva nucleare
Riflessioni a margine della dichiarazione di Nuova Delhi
di Piero Pagliani
Ringrazio l'amico Piero Pagliani per avermi inviato questa sua stimolante (e preoccupante) analisi dello scenario geopolitico mondiale che prende le mosse dalla Dichiarazione congiunta dei Paesi che hanno partecipato al 18° Summit dei Brics che si è tenuto a Nuova Delhi [Carlo Formenti]
Il 12 settembre scorso si è aperto a Nuova Delhi il 18º Summit Brics.
Non erano passate nemmeno due settimane dal 26º Consiglio dei Capi di Stato della SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, riunitosi a Bishkek nel Kirghizistan, al quale hanno partecipato come osservatori leader considerati appartenenti al campo occidentale come il presidente dell'Azerbaijan, Ilan Aliyev, il premier dell'Armenia, Nikol Pashinyan e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. In totale hanno partecipato i 10 membri più 7 osservatori e il Segretario Generale dell'Onu, António Guterres.
In quella occasione l'India, che in febbraio aveva stretto con Israele un “parternariato strategico speciale”, ha firmato la dichiarazione congiunta di condanna dell'aggressione israeliana e statunitense all'Iran.
A Delhi, durante la giornata di apertura del 18º Summit, i membri del Brics in una sessione tenuta a porte chiuse hanno adottato all'unanimità una dichiarazione congiunta. Il fulcro di questa dichiarazione è l'impegno di costruire un “BRICS Pay”, un sistema di messaggistica e di compensazione decentralizzato che faccia cooperare l'indiana UPI (Unified Payments Interface), il cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e il russo SPFS (System for Transfer of Financial Messages), in modo da aggirare gli analoghi sistemi controllati dagli Stati Uniti, il CHIPS e lo SWIFT, a tutt'oggi largamente predominanti.
La Dichiarazione menziona una cooperazione più profonda su IA, tecnologie quantistiche, Infrastrutture Pubbliche Digitali, startup, MPMI (Micro, Piccole e Medie Imprese) e scienza e ricerca, insieme a una New Development Bank più forte e a un coordinamento più stretto su sicurezza alimentare, sanitaria ed energetica, e per catene di approvvigionamento resilienti.
La Dichiarazione fa inoltre riferimento a un progetto pilota per un token denominato “Unit”, ancorato per il 40% a riserve fisiche di oro e per il 60% a un paniere di valute dei paesi membri.
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Presentazione del volume "La lenzuolata"
di Cristina Quintavalla
Ci sono due storie dentro questa storia.
La più nota è quella della lenzuolata: una stesa di lenzuola nella pubblica piazza sotto l'ombra svettante del Partigiano di Mazzacurati, su cui erano stati scritti date, dati, rogiti, verbali di Consigli di amministrazione, atti della pubblica amministrazione, che configuravano la predisposizione di una gigantesca operazione speculativa. Una vasta e pregiatissima area destinata ad edilizia economico-popolare fu acquistata da un potente gruppo di imprenditori, fu costituita una societa per azioni, la SIEM, fu accordata una prima tranche di finanziamenti da un' importante banca cittadina, quando ancora su di essa vigeva il vincolo ad intervento pubblico. Chi acquisterebbe per 5000 lire/mq un'area che, stante il vincolo, avrebbe potuto essere espropriata a 1000 lire/mq? Chi avesse avuto la certezza che il vincolo sarebbe stato tolto. Cosa che avvenne il 26 luglio 1973 quando l'Amministrazione comunale approvò una Variante al Piano Regolatore Generale, che attraverso una pioggia di delibere, svincolò tutto il possibile.
In virtù di questo gioco di vincoli e di svincoli, l'area acquisì un valore spropositato, sui 10 miliardi in valuta dell'epoca, senza la posa di un solo mattone, e sui 27-30 miliardi, erigendo mattoni, di plus-valore parassitario.
Lo svincolo, accordato dalla Riadozione del PRG, fu esteso non solo al Centro Direzionale Montebello ma a tutte le aree libere destinate a direzionale, originariamente ad iniziativa pubblica. Anch'esse erano già finite nelle mani dello stesso gruppo di speculatori, seppure camuffati dietro società per azioni con prestanomi vari. All'epoca questo potentissimo gruppo di imprenditori disponeva di circa 650.000 mq di aree edificabili, in condizioni tali da controllare il mercato immobiliare e di determinare valori, prezzi, affitti, qualità della vita.
La lenzuolata smascherò dunque la rete occulta, costituita cinquant'anni or sono da amministratori pubblici, partiti, imprenditori, tecnici, faccendieri, istituti bancari, che consentì, piegando le norme a favore di precisi interessi privati, la costituzione di un governo-ombra, parallelo a quello istituzionale, di cui i cittadini e gli stessi iscritti ai partiti coinvolti erano all'oscuro.
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Tutto il resto è noia. Secessione del tempo vivo contro il ricatto delle Big Tech e la trappola della connessione perenne
di Alessandro Scassellati
«E gli uomini amarono più le tenebre che la luce» — Epigrafe giovannea, incipit de “La ginestra” (Giacomo Leopardi, 1836)
Questo saggio esplora come i casinò digitali delle Big Tech abbiano recintato i nostri tempi morti, trasformando la noia — che Leopardi definiva il più nobile dei sentimenti — in una slot machine sinaptica ed estrattiva h24. Attraverso un viaggio che unisce Marx, il buddhismo, la fantascienza di Philip K. Dick, il mito di Tolkien e il cinema di Fellini, Antonioni, Tarkovskij, Monicelli e di tanti altri grandi registi, decostruiamo psicopatologie sistemiche come l’ADHD generalizzato per sottrarle alla colpevolizzazione individualista della psichiatria mainstream. Lo scroll infinito e la notifica push non sono semplici distrazioni, ma una contro-rivoluzione post-letteraria che punta a una ri-feudalizzazione cognitiva delle masse. Di fronte alle devastazioni ecologiche e alle deregolamentazioni dei data center, proponiamo una via d’uscita collettiva ed ecosocialista: il “picchetto del silenzio” e lo sciopero dell’immagine, per espropriare le fortezze computazionali e riconquistare la sovranità sul tempo vivo della nostra carne all’interno del contro-movimento radicale NINA.
Introduzione: Il vuoto fecondo e la promessa del tempo ritrovato
«Chiedimi come stai. Chiedimi o no che fa lo stesso. / Splendi di noia, di gioia, di indifferenza. / E lascia il segno.» —Subsonica, Bottiglie rotte, in 8 (2018).
L’imperativo della performance e la revoca del riposo
La modernità neoliberista e tardo-capitalista si regge su un’ingiunzione che satura l’intero orizzonte dell’esistenza: l’obbligo della performance perenne, l’imperativo dell’auto-ottimizzazione flessibile e la sistematica criminalizzazione della stasi. In questo ecosistema globale, governato dall’accumulazione flessibile e dalla digitalizzazione del quotidiano, il diritto all’inoperosità, al silenzio e al riposo protetto è stato metodicamente revocato.
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La nave senza fuori. Su Tecno-archía di Lelio Demichelis
di Antonio Martone
C’è qualcosa di onesto, prima ancora che di corretto, nel titolo scelto da Lelio Demichelis per il suo ultimo libro, Tecno-archía. O la «Nave dei folli». La banalità digitale del male (DeriveApprodi, 2025). Onesto perché non promette una nuova epoca — non un post, non un dopo — ma un nome per ciò che per-dura. Da tre secoli, scrive Demichelis, la modernità è governata da una razionalità strumentale e calcolante che ha smesso di essere un mezzo per diventare principio di comando: un’archía, appunto, prima ancora di essere una tecnica. È una mossa lessicale semplice e insieme radicale, perché sposta il bersaglio della critica da ciò che gli algoritmi fanno a ciò che gli algoritmi sono: non strumenti neutri messi al servizio di interessi identificabili ma la forma stessa attraverso cui oggi si esercita il comando.
Va detto subito che il gesto polemico del libro non è rivolto soltanto al tecnocapitalismo digitale, ma anche — con una certa insistenza, quasi un vecchio conto che si salda — a un marxismo che continua a pensare la tecnica come strumento neutro, incapace di vedere che essa possiede oggi una potenza propria, funzionalmente integrata al capitale ma non riducibile ad esso. È una postura che Demichelis coltiva da un ventennio, da La religione tecno-capitalista alla Grande alienazione fino alla Società-fabbrica, e che qui trova la sua formulazione più netta: la sinistra ha un problema con le macchine perché continua a chiedersi chi comanda, quando la domanda vera sarebbe ormai come si comanda — con quale grammatica, attraverso quale episteme.
Il libro è costruito su tre immagini che si rincorrono senza mai sovrapporsi del tutto. La prima è quella, dichiarata fin dal titolo, della nave dei folli di Bosch: un’umanità imbarcata, priva di meta, che Demichelis corregge subito — a differenza del relitto cinquecentesco, la nostra nave ha vele spiegate e una rotta precisissima, che si chiama profitto, digitalizzazione, sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. La seconda è quella arendtiana della banalità del male, trasferita dal funzionario che esegue ordini senza pensarli all’algoritmo che decide senza nemmeno la possibilità di pensare. La terza, meno appariscente ma più insidiosa, è la “nuova classe delle macchine”: non più solo mezzo di produzione, ma soggetto di comando che retrocede l’uomo a funzione esecutiva del proprio stesso apparato.
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Le contraddizioni del PD dietro le esternazioni sulla guerra di Virginia Libero
di Domenico Moro
Le esternazioni della leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, sono piuttosto curiose, ma interessanti, perché ci dicono qualcosa sulla situazione attuale nel nostro paese (e non solo). Premetto che il pericolo che l’Europa (e l’Italia) sia coinvolta per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale (ex Jugoslavia a parte) in una guerra generale sul suo territorio si sta facendo sempre più preoccupante. L’abbattimento recente di un drone russo da parte di due caccia italiani, schierati in Europa orientale, ne è una prova.
Comunque, per quanto riguarda Virgina Libero la sua dichiarazione contro il riarmo e la guerra e a favore della diserzione appare abbastanza curiosa. Infatti, il suo partito, il Pd, è non solo favorevole al riarmo e all’appoggio militare all’Ucraina (dato che sarebbe stata aggredita da Putin), ma è storicamente sempre stato favorevole alle guerre “umanitarie” intraprese dall’Occidente collettivo (compresa l’aggressione alla Libia voluta soprattutto dal presidente Napolitano, del Pd), garante della Nato e soprattutto espressione del capitale transnazionale (magari della frazione democratica-Usa), quello che sta alla radice delle tendenze imperialistiche.
Malgrado ciò, penso che limitarsi a dire questo sia insufficiente. Quella di Virginia Libero non saprei dire quanto sia stata una uscita spontanea o calcolata. Ad ogni modo, è stata ripresa e criticata da molti esponenti del Pd, e appoggiata da altri, come Orfini e Scotto. Il giorno dopo la sua esternazione, Virginia Libero ha ritrattato in parte, dicendo che non si riferiva all’Ucraina che sarebbe – comunque – il paese aggredito.
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Rimane ancora qualcosa da fare? Riflettendo su Agamben
di Andrea Granato e L'Indispensabile
Recentemente, per il canale YouTube dell’Indispensabile, ho pubblicato un dialogo con Luca Cimichella dal titolo: «L’uomo fa il mondo? Alla ricerca di una nuova prassi rivoluzionaria».
Il punto interrogativo è d’obbligo. Esso grava, come un macigno, proprio sul verbo fare, oggi indigesto. Anzi: vera e propria zona d’ombra teorica per una contemporaneità che, dopo la nietzschiana morte di Dio, ha esperito la morte dell’Io, la conclusione (ora celebrata, ora patita) della parabola gloriosa e tremenda della soggettività moderna. Che l’uomo faccia il mondo, nel senso idealista della sua costituzione trascendentale, o che l’uomo faccia i rapporti sociali nei quali vive, nel senso materiale-produttivo di Marx, la conclusione per entrambe le tradizioni è la medesima: se l’uomo fa il mondo, lo può anche ri-fare daccapo; potremmo dire che l’opera dell’uomo, su cui ha scritto Agamben commentando L’Etica, si costituisce nella modernità come un’opera capace di giustizia sulla terra. Come sarebbe d’altronde possibile (anche lessicalmente) lo spirito rivoluzionario moderno se non vi fosse un’opera giusta, oltre ogni sola fides, un’opera cioè in grado di portare giustizia? Perciò la sola teologia o il solo messianismo premoderno (anche in chiave millenarista-gioachimita) non producono il concetto di Rivoluzione, ma solo quello negativo e “inoperoso” di interruzione. Interruzione di cosa? Del Weltlauf, il corso disastroso della storia. La παρουσία di Cristo, così come il Messia benjaminiano, hanno appunto questo significato negativo, di disattivazione o inoperosità, come Agamben traduce la κατάργησις paolina.
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Lo scudo dei Brics alla Russia e il suicidio logistico della NATO
di Fabrizio Poggi
I limiti logistici di un intervento NATO in Ucraina smascherano la retorica bellicista europea...
15 settembre. Nella chiamata alle armi, ormai senza freni, di TV e giornali a libro-paga dell'industria di guerra, si va dallo sprezzo del ridicolo di Euronews, alle accademiche estrinsecazioni affidate dal Corriere della Sera a oriundi docenti della Bundeswehr. Nel primo caso, per esempio, a proposito di droni caduti o abbattuti dagli eroici caccia NATO in Lituania, si stigmatizza la perfidia del Cremlino, che avrebbe «deliberatamente» deviato il drone dalla traiettoria. Che efferatezza, che malvagità, tipiche solo di barbari asiatici: impedire «deliberatamente» a un celestiale drone di colpire autocratici obiettivi russi! Un paese civilizzato, ricco di europeistico fair play, avrebbe invece lasciato che il drone – di cui peraltro si ignora l'origine, o si trattasse addirittura di un bucolico volatile libratosi nell'aere – continuasse pacificamente il proprio leggiadro volo e si schiantasse con liberale eleganza su un condominio a Smolensk o Brjansk. Che «deliberata» mancanza di civiltà!
D'altronde, cosa aspettarsi, da un autocrate come Putin che, certifica il tedesco professor Carlo Masala intervistato dal solito Federico Fubini, «investe sugli estremisti in Europa» e in particolare in Germania. I russi, depreca il decano sardo-teutonico «usano l’estrema destra, e non solo dal 2022, per plasmare il clima... È evidente che lo facciano con la disinformazione». Alla domanda del delicato Fubini se ci sia un «tentativo di spingere l'opinione pubblica al rigetto degli aiuti all'Ucraina», l'oriundo professore “smaschera” gli intrighi del Cremlino, affermando che «il messaggio che si cerca di far passare è che diamo tutti questi soldi a Kiev, ma intanto smantelliamo le pensioni o la sanità».
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La sfida al dollaro non passa più da una moneta alternativa
di Alessandro Volpi
Il summit dei Paesi Brics a New Delhi del 12-13 settembre ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi membri del gruppo mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica. Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La Brics payment task force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.
Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall’intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.
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Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari
di Unione Sindacale di Base
Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio alla democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.
I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.
Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.
I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.
Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'”inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.
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La dittatura commissaria in Italia e nelle democrazie occidentali
di Leo Essen
La libertà politica e la sicurezza dei cittadini sono garantite dalla divisione dei poteri. E la divisione dei poteri, stando ai manuali di dottrine politiche – ne prendo due a caso, Chevalier e Galli – è quella descritta da Montesquieu e contempla la balance tra potere giudiziario, esecutivo e legislativo, ai quali si affiancherà il quarto potere: la stampa, o opinione pubblica.
Chevalier è meno appiattito di Galli sul liberalismo, anche se è più infido. Prima di introdurre la questione della divisione dei poteri e della balance, chiarisce che la distribuzione dei poteri avviene tra le varie forze concrete esistenti. Sono le forze e le contro-forze in campo a delineare il governo moderato. La sua natura, dice Chevalier, implica che ci siano poteri intermedi, ovverosia corpi intermedi, contro-poteri e contro-forze. Questi contro-poteri e contro-forze sono le autonomie distribuite nei Parlamenti territoriali, nei ceti, nelle corporazioni, nelle città, nelle giurisdizioni signorili. Sono queste contro-forze particolari che resistono con ostinazione alle indebite invasioni del sovrano, e la resistenza deve essere fatta con il becco e con gli artigli.
La divisione dei poteri non è, per così dire, una divisione astratta. Montesquieu – sin qui la lettura di Chevalier è rigorosa – non distingue tra l’ufficio e l’ufficiale. Il potere non è un istituto, ma è sempre e soltanto una forza concreta, operativa, attuale, storica, dunque plurale. Di fronte all’avanzata del potere astratto del sovranismo assoluto, Montesquieu prende la posizione di quei poteri che resistono a questa avanzata e chiede per essi il giusto riconoscimento e la dovuta autorità, se non autonomia. Un’autorità che il nascente Stato burocratico liberale non vuole riconoscere.
Qualche pagina dopo, ritornando sui propri passi, Chevalier ribadisce l’importanza della divisione dei poteri. Dice che, se la stessa persona o lo stesso corpo esercitasse tutti e tre i poteri, allora tutto sarebbe perduto. Qui avviene un lieve e innocuo slittamento: uno sdoppiamento tra ufficio e ufficiale, tra la forza in campo e l’istituto, tra l’ordine costituito e l’ordine costituente.
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Brics, Sco: il colpo al cuore delle tenebre, minata l'essenza dell’imperialismo
di Alex Marsaglia
Il principale colpo subito dall’imperialismo durante il secolo scorso è arrivato sicuramente dalla più potente ondata inflativa di sempre nella metropoli avvenuta durante gli anni Settanta, con picchi di crescita a doppia cifra percentuale sia negli Stati Uniti sia in Europa. La teoria economica, ancora oggi, tende ad attribuire tale vertiginoso aumento ad un mix di inflazione da domanda e da rincaro delle materie prime, con le rivendicazioni salariali dopo il 1968 e lo shock petrolifero dovuto all’embargo dell’OPEC in seguito alla guerra del Kippur.
In verità, come spiega bene Marx ne Il Capitale, l’economia è la scienza della borghesia e finché sarà una classe a spiegare le crisi economiche continueremo a capire unicamente il punto di vista dei dominanti. Non a caso il “sistema dell’economia borghese”, come lo chiamava lui, per spiegarsi quel fondamentale tornante della Storia, dovette coniare il neologismo di stagflazione per razionalizzare il fenomeno nuovo della coesistenza di inflazione e stagnazione economica. Per l’economia politica sino ad allora si trattava di un assurdo logico. Ma questo diventava realtà già nel 1965, ben prima che partissero le rivendicazioni salariali (e questo dovrebbe dirla lunga sulle cause reali dell’incremento dei prezzi), quando Iain Macleod alla Camera dei Comuni affrontava la difficile situazione economica del Regno Unito usando per la prima volta il termine.
Nuova fase, stesse condizioni
Ebbene, oggi ci ritroviamo in un tornante della Storia che ripropone le medesime condizioni: dal 2022 la spinta inflativa è tornata a toccare picchi a doppia cifra in Europa e del +9% negli Stati Uniti, stabilizzandosi su livelli medio alti che incidono sui livelli di domanda in tutto l’Occidente generando stagnazione. Le Banche centrali occidentali, in preda alla coazione a ripetere, reagiscono con le classiche politiche neoliberiste, infierendo sulla domanda con alti tassi di interesse, nella convinzione che la riduzione della massa monetaria in circolazione possa affievolire un’inflazione che ha ben altre cause rispetto all’eccesso di domanda.
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Apocalisse o Rivelazione?
di Fabrizio Salmoni
Recentemente mi sono imbattuto in un interessante articolo del filosofo Pierre Dardot, docente all’Università di Nanterre, con oggetto una dotta disquisizione sul concetto di Apocalisse, un tema che sembra ottenere attualmente ampio interesse (1). In estrema sintesi, l’autore visita in modo critico (in verità con il linguaggio un po’ difficile e contorto della gente colta) le varie interpretazioni dell’idea di “fine del mondo” ad esso collegata e le vie per evitarla o contrastarla.
L’approccio più declinato, ed evidentemente condiviso in buona misura dall’autore, è quello politico sulla base della convinzione che vadano respinte le irreversibili ipotesi escatologiche o meramente scientifiche per perorare invece un ruolo attivo dell’umanità nel perseguire un’ipotesi di contronarrazione generata da una «lotta per “un’altra fine del mondo” fondata sulla sperimentazione di forme di vita collettive alternative a quelle che precipitano la fine di ogni vita…».
Non c’è dubbio che tale dibattito in ambito accademico possa portare in prospettiva a indicazioni più precise ma mi sembra che la proposta in questi termini poco affronti un’analisi inerente al concetto di umanità se non nella contrapposizione inevitabile con gli interessi dell’elite technofascista per un governo mondiale della sicurezza (2).
Ề evidente che le ipotesi correnti di disastro globale sono attribuibili sostanzialmente a tre possibili cause: il collasso ambientale; un uso incontrollato dell’IA che prenderebbe il controllo sulla società umana planetaria determinando un evidente “cambio di paradigma” paragonabile a un evento catastrofico; una guerra nucleare su vasta scala. Tutte ipotesi che avrebbero alle radici il dominio capitalista sulla governance politica, tecnologica ed economica globale ma che le stesse elite del potere temono al punto di prepararsi già ad una illusoria sopravvivenza, per esempio allestendo enormi aree-rifugio come quella denominata Wamani, 38.000 ettari di area deserta in Argentina dotata di bunker, igloo futuristici, server esclusivi per garantirsi un internet privato e chissà cos’altro.
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Mentre i media italiani discutono delle dichiarazioni dei padroni dell'IA...
di Alessandro Volpi*
Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti.
In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell'intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.
Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.
Qualcuno scrive anche dell'invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.
In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.
Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall'oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
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Il catastrofista Altman a caccia di sussidi
di Emiliano Brancaccio
America oggi C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. E iniziano a interessarsi allo Stato e alla sua ala protettrice
«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.
Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.
Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.
Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo. Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?
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Netanyahu e Zelensky indeboliti: Trump è più libero
di Davide Malacaria
Al netto dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni Trump si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota
Netanyahu è più debole, fiaccato dall’inchiesta-bomba di Haaretz che ha dato il destro a tanti di accusarlo di aver lasciato che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre (Hillary Clinton ha ipotizzato finanche che lo abbia permesso per rafforzare la propria posizione). Inoltre, deve riservare tutte le sue energie alla campagna elettorale più dura della sua carriera. Zelensky è fiaccato dalle incalzanti inchieste di NABU e SAP, che stanno falcidiando i suoi fedelissimi, ultimo dei quali il procuratore generale, costretto a fuggire nella notte dal suo Paese.
Fattori che aiutano Trump a cercare la quadra nei conflitti in cui è invischiato, quello ucraino, ereditato dal suo predecessore, e le conflittualità mediorientale, anch’esse in fondo ereditate dal momento che il genocidio dei palestinesi, iniziato sotto la precedente presidenza, ha avviato il processo espansionistico israeliano culminato nel conflitto iraniano, da tempo obiettivo finale di tale espansionismo.
Non che Trump sia esente da gravissime responsabilità su entrambi i fronti, e più su quello mediorientale che sulla prosecuzione della guerra ucraina. Ma più che un protagonista di questi teatri di guerra ne è stato un attore, importante, ma sempre solo un attore, riuscendogli impossibile piegare Zelensky ai negoziati ed essendo costretto ad assecondare l’avventurismo di Netanyahu a motivo dei tanti ricatti che lo costringono e per il troppo potere degli alleati del premier israeliano in seno all’Impero.
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Socializzare i profitti. Una proposta per ripensare l'economia
di Patrizio Paolinelli
Uno dei principi del neoliberismo recita così: se i ricchi diventano ancora più ricchi a giovarne sarà tutta la società. Purtroppo la realtà ha smentito la teoria: nel corso degli ultimi 40-45 anni i ricchi sono effettivamente diventati più ricchi, ma le diseguaglianze sociali sono aumentate e così pure la povertà: fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori stabili che non arrivano a fine mese. Dinanzi a un fiasco ormai innegabile alcuni economisti iniziano a interrogarsi e a esplorare strade alternative rispetto a quelle tracciate dal neoliberismo. E proprio in questa direzione muove un libro intitolato: Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260, 20,00 euro). L’autore è Francesco Schettino, docente di economia politica all’Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il volume offre al lettore gli strumenti per comprendere il paradigma economico dominante, le coordinate per valutarne criticamente i limiti e per intravedere possibili alternative. L'obiettivo è quello di smontare i postulati dell'economia mainstream, di mostrarne l'incapacità strutturale e di spiegare i fenomeni più rilevanti del nostro tempo: crisi cicliche che si susseguono con cadenza ormai quasi regolare, polarizzazione della ricchezza che raggiunge livelli premoderni, distruzione ambientale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, tendenza al monopolio che si manifesta in tutti i settori strategici dell'economia. Fenomeni che la teoria economica dominante, con i suoi modelli elegantemente matematizzati e le sue presunte leggi universali, non riesce a spiegare e addirittura spesso evita di affrontare preferendo rifugiarsi nella finzione di un mondo popolato da individui razionali che massimizzano la propria utilità in un equilibrio perfetto.
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La sindrome dell'apostata arrabbiato
di Francesco Coniglione
Spesso ci si domanda: quale forza li trascina? Dove arriveranno? La domanda riguarda coloro che, dopo avere abbandonato una fede politica, religiosa o ideologica, non si limitano a prenderne congedo, ma sembrano spinti da una necessità più oscura: radicalizzare ogni giorno la distanza dal proprio passato, spingersi sempre più lontano, fino a raggiungere non semplicemente un’altra posizione, ma il rovescio esatto di ciò che furono.
Si potrebbe chiamarla, con formula volutamente polemica e non clinica, «sindrome dell’apostata arrabbiato». Non è il semplice cambiamento di opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza. Non è nemmeno la conversione, che può essere esperienza profonda, drammatica, persino luminosa. Qui parliamo d’altro: dell’uomo che, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Il fenomeno è stato tematizzato tanto nella filosofia morale quanto nella sociologia dei gruppi religiosi. Nel saggio poi noto come Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, Max Scheler distingue l’apostata da chi semplicemente modifica, anche radicalmente, le proprie convinzioni: l’apostata, anche nella nuova fede, non vive anzitutto del suo contenuto positivo, ma della lotta contro quella abbandonata, alla quale rimane perciò legato. Lewis A. Coser ha contribuito a far circolare questa figura nella ricezione sociologica di Scheler, collegandola al tema del risentimento, dell’informatore e della vendetta contro il proprio passato spirituale.
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Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
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Il multipolarismo visto dall’Occidente
di Antonio Cantaro
Il mondo multipolare è oggi, indubbiamente, il nostro “essere”. Ma è anche il nostro “dover essere”? È anche il farmaco per far fronte al chaos in cui è precipitata la Terra? I fatti ci mostrano continuamente che non è così
1. Questo luogo comune non risparmia nemmeno l’autorevole letteratura che auspica una concezione critica della geopolitica. La geopolitica dei grandi spazi al ‘servizio’ di un nomos ordinante in grado di frenare il dilagante culto della potenza. Così, ad esempio, Roberto Esposito nel noto libro con Cacciari: «La terza ondata di geopolitica risale ai primi anni del Duemila, anticipata e prodotta dallo schianto delle torri gemelle a Manhattan. A crollare con esse era la pretesa egemonica di un’America uscita vincitrice dallo scontro con l’Unione sovietica, ma impossibilitata a omologare il mondo intorno alla propria bandiera. Dopo la fine imprevedibile dell’ordine bipolare, si assiste al rapido declino di quello unipolare. Se dopo il Due, anche l’Uno si rivela irrealizzabile non resta che ordinare il chaos senza soggiacere alla sua prepotenza».
Saggio, ragionevole. Multipolarismo sotto l’egida del politicamente possibile, multipolarismo che muove, alla maniera dell’antica cultura greca, dalla tragedia per cercare l’ordine. Una rinnovata prassi istituente aperta a un confronto produttivo con quel costituzionalismo democratico che non ha dimenticato che è «essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro» e che il diritto nonostante le sue «pretese di universalità ha sempre un’origine locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli».
Questa metafisica della geopolitica ben si sposa con l’empirismo progressista. Una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo multipolare fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così. Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale.
2. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione europea. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni.
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Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
di Roberto Iannuzzi
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.
* * * *
Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
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Yemen: cambia il mondo
Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione: https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titol:3?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s
Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?
In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.
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Il voto su AfD e le vecchie beghine
di Alessandro Mariani
Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.
Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.
Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).
Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.
Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:
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La sinistra “braminica” che abbaia alla luna
di Salvatore Minolfi
La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty, in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.
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I becchini della rappresentanza democratica
di Sergio Cararo
L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.
Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.
In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.
Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.
Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.
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La lunga marcia dei guerrieri scalzi
Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero
di Geraldina Colotti
La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.
Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.
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