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La nostra superiorità contro il resto del mondo: la chiave per scatenare la guerra e farcela subire
di Milgram
I Filtri Cognitivi dell'Occidente: Deumanizzazione e Cecità Relazionale
Il doppiopesismo della classe dirigente europea e della “coalizione Epstein” è più evidente che mai, ma poiché la percezione collettiva è costantemente alterata e veicolata dai media mainstream, il cittadino medio occidentale vive ancora in un sonno profondo da cui molti nemmeno sanno di doversi svegliare.
I pennivendoli prezzolati e cerchiobottisti occidentali non si smentiscono mai, stanno dando il meglio di sé. I più “venduti” giornali nostrani e internazionali, hanno timidamente raccontato l’atroce massacro delle 165 bambine assassinate dalla “coalizione del bene”, rendendo la notizia irrilevante e relegandola a piè di pagina, oppure assorbendola in un contesto discorsivo più ampio. Senza parlare dell’immagine fumettistica che da anni ci viene presentata in maniera controllata e subliminale di Khamenei, assassinato e trasformato in martire dalle bombe di “USraele”.
La retorica tanto sbandierata del “c’è un aggressore e un aggredito” viene utilizzata quando fa più comodo, essa non viene applicata alla coalizione anglo-sionista e a tutto l’Occidente collettivo.
L’Iran, sebbene sia stato vigliaccamente aggredito, per le élite occidentali è lui l’aggressore, in una distorsione puramente orwelliana; a dimostrazione di ciò, abbiamo le dichiarazioni di Keir Starmer, il quale ha esortato l’Iran ad astenersi da attacchi militari indiscriminati” e a “cessare gli attacchi”, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha intimato Theran a cessare i suoi attacchi ingiustificati contro i paesi del Golfo, come se non sapesse — probabilmente “non è stata avvisata” dai nostri “liberatori” — che le petromonarchie pullulano di basi statunitensi armate sino ai denti, le quali ospitano aerei da combattimento, droni e sistema di difesa antiaerea con radar in grado di tracciare bersagli a distanze fino a 3.000 km. Alla lista non poteva mancare La Von der Pfizer, la quale ha praticamente approvato l’aggressione israelo-statunitense sostenendo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro.
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Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo
di Roberto Romano
Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.
Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.
Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.
Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro
Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.
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Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah
di Antonio Cantaro
Letture. Niente migliora tutto peggiora, disse il benpensante. Tutto accelera, rispose il giocatore. Ma come, disse il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, rispose il giocatore. E se The Donald non vincesse?
Correva l’anno 2026. L’anno in cui aveva avuto inizio il regno mondiale del caos, è scritto nei manuali di storia. E sempre quei manuali raccontano che quasi nessuno dei commentatori e analisti dell’epoca riusciva a dare una plausibile spiegazione del perché e del come il mondo stava scivolando sulla strada per l’inferno (https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/). Molti di essi attribuivano la paternità dell’idea di fare la guerra all’Iran allo ‘psicopatico’, a The Donald. Certamente uno degli esecutori materiali del delitto, ma di un delitto tutto iscritto in quell’inconfessabile compiacimento per lo spettacolo della guerra virtuosa che da decenni permeava l’immaginario americano. In Iran, invero, l’America aveva già “vinto” nell’ottobre del 2011 (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/07/guerre-gamification-trump/).
Battlefield 3, il videogioco.Un’operazione militare motivata da un’imminente minaccia nucleare in cui il giocatore assume il ruolo di un soldato inviato a disinnescare una crisi che potrebbe scatenare una vera e propria esplosione nella regione. Lo scenario è quello di un attacco aereo all’aeroporto Mehrabad di Teheran, di operazioni con veicoli blindati, di aerei da combattimento statunitensi nelle strade dell’Iran. Dal 2011 milioni di giocatori, non solo in America, hanno trascorso ore a vincere in Iran, bombardando Mehrabad e neutralizzando la minaccia nucleare. Una finzione, annota il nostro scrupoloso storico. Ma una finzione, aggiunge subito dopo, che stabilisce un orizzonte di “prove” che mostra l’intervento in Iran come fattibile, legittimo nella sua forma narrativa e spettacolare nei suoi effetti. Vittorioso, virtuoso.
Battlefield 3 non aveva, ovviamente, previsto gli attacchi del giugno 2025 né l’Operazione Furia Epica (Epic Fury) iniziata il febbraio 2026. Ma aveva, come altri videogiochi, contribuito a creare il mondo iperreale in cui questi attacchi erano diventati concepibili, ancor prima che Netanyahu e Trump li nominassero come attuali. Videogiochi che non si accontentavano più di riflettere la geopolitica, ma partecipavano alla sua costruzione culturale generando le insicurezze (Il caos nel Regno) che giustificavano le “azioni di sicurezza” fuori da qualsivoglia finzione di regola ed etica universalistica (Il Regno del caos).
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Né, né, per tenersi il culo al caldo
di Fulvio Grimaldi
In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si mescola a vermi e fango.
Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito, assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti. Quella di Eraclito, il primo e il più grande.
Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia, in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba.
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Voterò NO, con grande sofferenza
di Geminello Preterossi
Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della magistratura, della politica, delle istituzioni). Una vicenda assai rivelativa di una logica e non affrontata adeguatamente, non solo dalla magistratura associata (le “correnti”, ormai ridotte a corporazioni autoreferenziali), ma anche sul piano istituzionale, il CSM in primis. Il grande inganno, però, è che questa “riforma” serva a risolvere tali guasti del sistema. L’uso strumentale, da entrambe le parti, della questione giustizia è evidente. Così come l’uso “congiunturale” (così lo chiamava Rodotà) delle riforme istituzionali (che dovrebbero essere frutto di una meditata riflessione che coinvolga tutto il Parlamento, e non una manovra governativa), Ma, a dire il vero, i primi ad iniziare questo andazzo furono quelli dell’Ulivo, con la nefasta riforma del Titolo V, cui sono seguiti gli altrettanto nefasti tentativi di manomissione costituzionale di Berlusconi e Renzi, stoppati dal popolo sovrano. Per inciso, è un dato significativo e per certi aspetti sorprendente il fatto che una Costituzione largamente disattivata, soprattutto nel suo nucleo fondante, sociale ed economico (artt. 1 e 3 in primis), perché ce lo ha chiesto l’Europa tecnocratica, rappresenti ancora un riferimento simbolico per molti italiani.
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Peter Thiel, l’Antichrist Superstar di cui faremmo volentieri a meno
di Alessio Mannino
Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato. Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi vendendo, assieme all’allora socio Musk, il colosso dei pagamenti digitali PayPal, i suoi interessi sono sempre andati di preferenza alla filosofia. Ha scritto vari libri (dal giovanile The Diversity Mith a The Straussian Moment, fino al più famoso, intitolato Zero to One) e, pur mantenendo un profilo basso, ha sempre inteso il far quattrini come strumento di una visione addirittura escatologica. Riguardante, cioè, il destino del pianeta. O meglio, così vorrebbe far credere lui. Già il nome prescelto per la multinazionale di data analysis che ha fondato, e con cui sta facendo affari d’oro grazie a Trump, è la spia di una marcata sensibilità nell’unire senso del business e vagheggiamenti da sociopatico ricco sfondato: Palantir, infatti, è la palla di cristallo in cui, nel Signore degli Anelli di Tolkien, si vede il futuro, e simboleggia un sogno di dominio assoluto che rimanda a fantasie di onnipotenza da adolescente mal cresciuto. Ma, attenzione, non per questo meno pericoloso, data la posizione raggiunta ai vertici dell’apparato militar-finanziario degli Usa, impero in crisi ma pur sempre impero.
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Se non è la nostra guerra allora è tempo di ritirare i militari italiani dal Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.
Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” di fronte alle sfide comuni.
Tra queste, il Consiglio evidenzia “le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.
Un contesto in cui l’Italia “è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica” e a valutare “le richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa”, nonché “la necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”.
Il Consiglio definisce “gravi” le azioni di Teheran “per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz” e chiede “a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah” che hanno trascinato il Paese in “un nuovo drammatico conflitto.
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La "trappola dell'Iran" dietro i proclami di vittoria di Trump
di Clara Statello
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari.
Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni:
“L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito tutti gli obiettivi previsti”, “Siamo avanti con gli obiettivi della campagna militare”, “Abbiamo vinto”, “Abbiamo vinto pochi minuti”.
Ma forse questo l’Iran non lo sa e continua lo stesso a colpire e infliggere danni alla coalizione USA, ai suoi alleati/collaborazionisti e – preventivamente – alle forze occidentali presenti in tutta la regione.
Attacco contro base francese
E così anche questa notte è stato colpito un obiettivo militare occidentale nel Kurdistan iracheno. L’attacco è stato condotto con droni contro una base francese a Mala Qara, nella regione di Erbil, a 40Km dalla città irachena.
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Count down
di Enrico Tomaselli
L’improvvisa escalation della guerra contro l’Iran, nonostante il pedestre tentativo di Trump di continuare nel giochetto poliziotto buono – poliziotto cattivo – in cui lui e Netanyahu (o che ne ha preso il posto, a questo punto…) sicuramente eccellono, è un pessimo segnale, e se non interverranno fattori nuovi nei prossimi giorni potrebbe essere l’anticamera di un disastro globale di proporzioni incommensurabili.
Ovviamente, non è solo l’attacco israeliano al campo gasifero di South Pars in Iran, con conseguente e prevedibilissimo allargarsi del conflitto a tutte le installazioni energetiche dell’area, ma la rinnovata insistenza statunitense sulla vittoria militare (mettendo momentaneamente in sordina i tentativi di uscirne fuori in maniera indolore, che pure sottobanco continuano), i nuovi spostamenti di forze verso la regione (il MEU della USS Tripoli in arrivo dal Mar Cinese), e soprattutto l’improvviso dietrofront degli europei, che sino a ieri avevano dichiarato di non volersi unire alla campagna per tenere libero Hormuz, e che all’improvviso firmano una dichiarazione congiunta (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone) in cui si dicono pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. La premier giapponese, Sanae Takaichi, è già volata a Washington a prendere ordini.
Tutto questo sembra indicare che sta prevalendo la linea dura, e gli Stati Uniti pensano di poter (o dover…) giocare la carta dell’all-in. Non a caso, anche le petromonarchie del Golfo – che sinora avevano cercato di tenere in piedi un’immagine di facciata neutrale – ora spingono apertamente perché Trump eserciti la massima potenza possibile per schiacciare l’Iran.
Di fatto, gli Stati Uniti sono in trappola, che ci si siano cacciati da soli o che ce li abbia trascinati Israele, a questo punto è secondario. Personalmente propendo per l’idea che alla Casa Bianca, anche grazie a informazioni fuorvianti fornite da Tel Aviv, si era radicata la convinzione di poter replicare in Iran – più o meno in modo simile – il colpaccio fatto col Venezuela, e che vista la situazione generale era opportuno tentare il raddoppio adesso, nonostante le difficoltà prospettate dal Capo di Stato Maggiore Generale Caine.
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Come Iran e Cina hanno plasmato lo scacchiere della guerra
di Pepe Escobar*
La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americana, contro l’Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare.
Traduzione: La Cina vede la guerra sia come un’estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare.
Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono “dipendenti dalla guerra”, con appena 250 anni di storia e solo 16 anni di pace.
Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale, a mio avviso.
Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo. Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell’uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione.
Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra di scelta americana contro l’Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale.
Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio.
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IRAN: La crisi verticale degli USA non è solo militare. Si apre una opportunità per i popoli europei
di Paolo Ferrero
La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo a oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i 3000. Una quantità enorme perché ogni vita è un bene unico e insostituibile ma una quantità enorme anche in termini comparativi: in Ucraina, in 4 anni di guerra abbiamo 15.000 vittime civili, qui 2/3000 in 15 giorni, una enormità. E’ del tutto evidente che le regole di ingaggio che utilizzano l’aviazione israeliana e statunitense sono del tutto al di fuori di qualsiasi rispetto delle regole internazionali e sono in perfetta continuità con quanto è avvenuto a Gaza e con quanto sta avvenendo nel Sud del Libano: una guerra contro la popolazione inerme, fatta per creare terrore e per distruggere la società, una guerra barbara alla massima potenza.
In questo contesto, in cui la richiesta del cessate il fuoco e della fine dell’aggressione è l’unica richiesta sensata, cercherò qui di seguito di trarre un primo bilancio su questi 15 giorni di guerra e sui loro effetti.
E’ troppo presto per dire chi ha vinto la guerra ma certo è chiaro che gli aggressori, Usa e Israele, non hanno conseguito nessuno dei vari obiettivi strategici che avevano enunciato mentre l’Iran non ha per nulla perso la capacità di reagire all’aggressione, anzi, sul piano militare ha segnato numerosi punti a suo favore.
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Una voce
rubrica di Giorgio Agamben
La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.
La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili. In questo – in quanto ci permette di abitare l’inabitabile e impolitica città – la vita filosofica mostra di essere l’unica politica possibile nel tempo dell’impossibilità della politica.
18 febbraio 2026
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1979. Assalto alla Banca di Italia
di Giorgio Boatti
Nelle ricostruzioni storiche e nelle memorie di un Paese, ci sono vuoti che, a soppesarli adeguatamente, sono rivelatori. Marcano un prudente, forse imbarazzato distacco, da certi snodi cruciali. Un girar altrove lo sguardo che si fa significativo. Perlomeno quanto l'evidente massiccia focalizzazione di saggi, studi, memorie su altri eventi cruciali collocati dentro gli stessi anni.
Uno di questi vuoti viene ora finalmente riempito dal puntiglioso e rigoroso saggio Attacco alla Banca d'Italia. La difesa di Paolo Baffi che Beniamino Andrea Piccone, storico dell'economia, ha dedicato all'assalto politico e giudiziario che nel marzo 1979, decapita la Banca d'Italia.
È stata un'azione brutale dispiegata da quella procura di Roma, "il porto delle nebbie" per i cronisti, che sul crinale tra gli anni Settanta e gli Ottanta agisce in obbedienza alla componente andreottiana allora al governo (Andreotti premier, e il suo braccio destro Franco Evangelisti sottosegretario alla presidenza). E opera in sintonia con la cordata piduista retta da Gelli che si è ramificata dentro il sistema bancario privato di Sindona, patron della Banca Privata e di Roberto Calvi, dominus del Banco Ambrosiano.
Una neoplasia corruttiva cresciuta durante il lungo governatorato del predecessore a palazzo Koch di Baffi, Guido Carli, alieno dal metter mano al verminoso dossier.
Un dossier in cui confluisce poderosamente anche il malaffare della consorteria affaristica cresciuta a Roma all'ombra dell'Italcasse, l'istituto finanziario delle banche di risparmio che fa da elemosiniere alla DC e che ha concesso crediti sterminati al gruppo dei fratelli Caltagirone. Consentendo il loro vertiginoso decollo prima di quella bancarotta che sembrò far tracollare il loro impero immobiliare.
Con Baffi governatore, affiancato dal suo direttore Mario Sarcinelli, le cose cambiano radicalmente.
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Il veleno che contamina la mente
di Marta Clinco*
Non solo danni fisici: le conseguenze psicologiche e sociali dei disastri ambientali
La busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa.
Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle.
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La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?
di Giuseppe Gagliano
La vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.
Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.
Il complesso militare-industriale
Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.
La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.
Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.
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Come l’Italia si ritrova sempre in guerra… a sua insaputa
di Sergio Cararo
Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.
Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.
Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).
Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.
Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.
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Cambio di regime? Si ma negli Usa...
di Pino Arlacchi
Tutto già visto. Fin dalle sue prime battute, l’attacco all’Iran si è avviato lungo la strada prevista dalla maggioranza degli osservatori più onesti.
Abbiamo davanti agli occhi l’ennesimo fiasco militare e politico della potenza americana, la liquidazione quasi definitiva della propria egemonia, nonché la conferma dell’incapacità degli Stati Uniti di imparare dalle lezioni della storia. Dal Vietnam in poi, Washington ha perso tutte le guerre che ha fatto ignorando il verdetto consegnato da ciascuna di esse. Verdetto sempre uguale: è ora di tirare i remi in barca, l’impero è al tramonto, superato dagli eventi della storia profonda, quelli ineluttabili, che non si possono ribaltare con strategie di contrasto frontale. E che è saggio affrontare con misura e dignità.
Uhm, facile a dirsi. Lo vedete voi il leader di una potenza europea che assimila la lezione di una sconfitta bellica campale e disegna un futuro radicalmente diverso per il suo paese?
Lo avete mai visto? La risposta è si. Perché fu proprio questo il caso della Svezia, una potenza tra le più aggressive nel XVI e XVII secolo. Nonostante la sua modesta popolazione, il Regno di Svezia era dotato di un esercito possente, superiore numericamente a quello britannico, austriaco e prussiano. Ebbene, la Svezia perse il suo dominio dell’area baltica nel 1709, dopo la sua sconfitta a opera della Russia nella battaglia di Poltava. L’artefice di un nuovo corso storico del paese, basato sul ritiro dalla guerra e sulla scelta della pace come asse della sua politica internazionale, fu il re Carlo XI.
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Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante
di Alon Mizrahi*
Stiamo assistendo a un momento storico. L’Iran, con grande stupore di tutti, sta infliggendo danni così gravi, completi e decisivi alle basi americane che il mondo non è preparato a vederli.
In soli quattro giorni, l’Iran è riuscito a espandere il suo dominio militare nella regione. L’Iran ha distrutto le basi militari, i beni e le attrezzature più preziosi e costosi al mondo. Le basi americane negli stati del Golfo sono tra le più grandi installazioni militari al mondo, beni la cui costruzione ha richiesto migliaia di miliardi di dollari nel corso di decenni. Stiamo parlando di una parte significativa di oltre trent’anni di spese militari sprecate.
Stiamo assistendo alla distruzione di radar del valore di centinaia di milioni di dollari ciascuno in un istante. Stiamo assistendo all’abbandono, all’incendio e alla distruzione di intere basi militari. E vi assicuro, in base alle mie informazioni, che gli Stati Uniti non hanno mai subito una simile devastazione nella loro storia, con la possibile eccezione di Pearl Harbor, ma quello fu un singolo attacco.
Nessun nemico in una guerra convenzionale ha mai inflitto all’esercito americano ciò che stanno facendo gli iraniani ora. È incredibile. La situazione militare è così disastrosa che la censura sta praticamente bloccando tutte le nuove informazioni su questa guerra. Se ci avete fatto caso, riceviamo sempre meno informazioni e la situazione peggiora ogni giorno.
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Il vero padrone dell'Impero: Peter Thiel e la lunga marcia del suprematismo digitale
di Turi Comito
Il potere cambia volto e linguaggio: non più partiti e ideologie, ma algoritmi, dati e sistemi opachi. Nell’ombra avanza una nuova élite tecnologica decisa a governare società, comportamenti e destino collettivo
Sta arrivando a Roma (forse è già lì) il suprematista padre padrone di Palantir, la società di controllo sociale che si occupa, attraverso analisi di Big Data, di “predire” statisticamente il comportamento di individui, gruppi e comunità e quindi di controllarli. Pare che debba fare una conferenza “riservata”. Riservata a chi non ho capito ma è facile immaginarlo: ad altri facoltosi e influenti suprematisti come lui convinti che solo la tecnologia, controllata da élite coese ideologicamente, può arginare il famigerato “declino” dell’Occidente. Di Thiel, e degli altri tycoon della “PayPal Mafia”, ho già molte volte parlato in questa pagina. Insisto anche oggi per un motivo semplice. Thiel non è solo un ricco magnate come Gates, Bezos e ultramiliardari del genere. È un ideologo che maneggia alcuni concetti filosofici con una certa dimestichezza. È uno che non agisce solo in termini di profitto realizzabile. Agisce secondo la logica della conquista del potere politico per disegnare una nuova società occidentale basata su una idea di controllo totale e totalitario delle masse affidato a piccoli gruppi in grado di comprendere le sfide che altre potenze e superpotenze (la Cina innanzitutto ma non solo) mettono in campo e di contrastarle per mantenere egemonia e dominio. È qualcosa di molto più complesso e articolato rispetto a un programma politico.
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Jürgen Habermas filosofo o intellettuale?
di Salvatore Bravo
La morte di J. Habermas ha trovato spazio nei media quasi quanto la guerra in Iran. Il “filosofo” è celebrato nel mainstream per le sue virtù liberali e per il suo sostegno appassionato all’Unione europea. La santificazione mediatica è sospetta quanto la demonizzazione, e questo lo abbiamo ampiamente imparato in questi decenni di mefistofelica manipolazione di dati e fatti. La pubblica opinione è spesso il riflesso delle costruzioni ideologiche dei “fedelissimi alle plutocrazie transnazionali” e i giornalisti hanno il “potere” su commissione di celebrare o demonizzare e in tal modo il semplicismo regressivo domina e si afferma prepotentemente. Unione europea e oligarchie globalizzate sono un corpo unico, esse sono il sinolo della Totalità falsa come avrebbe detto Adorno. J. Habermas è stato dunque il seppellitore della Scuola di Francoforte, in quanto è diventato il portavoce della sinistra liberale e ha rimosso l’esperienza francofortese con la sua esperienza più critica che progettuale. Tra coloro che nella loro lucidità filosofica espressero giudizi chiari e argomentati sull’operare intellettuale di J. Habermas vi è stato Costanzo Preve. Da filosofo, e lo fu, egli definì J. Habermas un “intellettuale organico al capitalismo e non certo un filosofo”. J. Habermas aveva rinunciato all’indagine sulla totalità della realtà storica per trasformarsi in un intellettuale. Il filosofo indaga la totalità e interroga il sistema sociale in modo olistico, mentre l’intellettuale persegue la segmentazione del sapere e si rende funzionale al potere economico divenendo parte integrante delle istituzioni in cui la totalità non è mai oggetto di indagine e di critica.
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Jürgen Habermas: filosofo dell’agire comunicativo e della “guerra umanitaria”
di Eros Barone
Di fronte alla scomparsa di Jürgen Habermas (1929-2026) occorre dire, in prima istanza, che il rispetto per i defunti non impone il silenzio sul significato politico dell’eredità di un pensatore. La scomparsa di un filosofo quasi centenario, la cui vita e il cui pensiero coincidono in larga misura con un “lungo secolo” che si protrae fino ai nostri giorni, induce semmai ad un atteggiamento contrario, ovvero a una obiettiva valutazione di ciò che le sue idee hanno rappresentato e sostenuto. Va detto allora che nel caso di Habermas la parabola descritta dal suo pensiero ha rispecchiato una mutazione più ampia, che ha contraddistinto gran parte della teoria critica occidentale tra la fine del XX secolo e i primi decenni di questo secolo, ovvero il passaggio da una critica radicale della società capitalistica a una riconciliazione filosofica, a volte raffinata, più spesso grossolana, con le istituzioni del capitalismo liberale.
Habermas iniziò la sua carriera intellettuale nell’orbita della Scuola di Francoforte, una corrente della critica sociale sviluppatasi a partire dalla “critica dell’economia politica” di Karl Marx. Le figure precedenti di questa tradizione, come Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, si erano confrontate con le grandi catastrofi del XX secolo – il fascismo, la guerra mondiale, la sconfitta dei movimenti rivoluzionari in Europa – e avevano posto l’accento sulle profonde contraddizioni materiali che attanagliano la struttura della società capitalistica. Le loro indagini, per quanto filosoficamente complesse e politicamente condizionate dall’azione e dall’ideologia delle centrali imperialiste, non avevano mai completamente disconosciuto l’assunto secondo il quale il mondo moderno è plasmato dai rapporti di produzione, dagli antagonismi di classe e dalle lotte per il potere economico. Habermas si allontanò invece, passo dopo passo, da quel terreno, così come nella sua opera il centro della critica sociale si spostò gradualmente dalle relazioni materiali al discorso, dalla produzione alla comunicazione, dal conflitto di classe alle condizioni del dialogo razionale all’interno delle istituzioni della democrazia borghese.
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FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni
di Mario Barbi
Gli Stati Uniti hanno accantonato l’universalismo, ma non riescono a fare i conti con i propri limiti e scaricano sul mondo la loro incapacità di fare tornare conti che non tornano. Un “presidente di pace” è diventato in un attimo guerrafondaio e interventista. Nostalgie di onnipotenza e cieche fughe in avanti fanno piazza pulita di ogni prudenza. Come si spiega? Una chiave di lettura possiamo forse trovarla nel discorso pronunciato qualche settimana fa alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera dal Segretario di Stato Marco Rubio.
Sintetizziamo l’intervento di Rubio, incentrato sulla civiltà occidentale, in tre passaggi: i) l’euforia per il trionfo nella guerra fredda “ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, “nella fine della storia”; che ogni nazione sarebbe diventata una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; ii) è tempo di tornare ai fondamentali, dice Rubio, oltre le illusioni e le delusioni: “Sotto la guida del Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e restaurazione, spinti dalla visione di un futuro tanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”; iii) Rubio conclude che gli USA non si rassegnano al declino, anzi: “Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo.
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Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA
di nlp
E’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli da tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
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La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico
di coniarerivolta
E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.
È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.
Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.
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La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio
di Chris Hedges*
Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa
La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.
Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.
Lasciateli mangiare la terra.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un'altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.
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