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In morte di Fakir
di Algamica*
Chiamiamo quanti realmente intenzionati a capire le ragioni, ovvero le cause che stanno dietro la morte di Abderahhim Fakir ad analizzare i fatti, nella loro crudezza.
Coloro che hanno visto il video su Fakir non hanno potuto non fare un parallelo con quel 25 maggio 2020 quando George Floyd fu ucciso soffocato con un ginocchio che gli schiacciava il collo. Ma quanto accaduto in questo 19 luglio 2026 c’è molto di più profondo da capire, di qualcosa che segna un salto nella tendenza sociale determinata da una crisi generalizzata del movimento storico del modo di produzione capitalistico, divenuto ormai sistema.
Ripercorriamo i fatti per come sono stati dati dagli organi di informazione, che hanno determinato il tragico epilogo.
Fakir è in uno stato confusionale, è in strada e grida aiuto mentre prende a calci le saracinesche di alcuni box auto. È un ex operaio della logistica, era riuscito a realizzare una piccola impresa autonoma, ma a causa di commesse non pagate la sua attività era andata in crisi. Così ha dovuto anche licenziare un lavoratore e dunque il suo stato di precarietà lavorativa lo ha sottoposto nuovamente alla tagliola del rinnovo del permesso di soggiorno. Ricordiamo che il permesso di soggiorno costituisce una forma di diritto speciale e separato in assenza del quale conduce, spesso, il lavoratore extracomunitario alla condizione di schiavitù. Spesso non rimane che l’illegalità come lavoratore a nero, oppure la reclusione come bracciante sotto i colpi violenti dell’agrobusiness, del piccolo imprenditore agricolo e dei caporali che completano un circuito infernale per gli immigrati senza documenti e la decurtazione generale del costo sociale del lavoro.
Veniamo al fatto. Un cittadino, visto lo stato di crisi psicotica del povero Fakir, chiama il numero unico di emergenza 112 per avvertire che c’è una persona in strada che non è in sè. E aggiunge: “è un extracomunitario”!
Questo è l’elemento casuale che andrà a inserirsi in una dinamica causale e a innescare la consecuzione determinata degli avvenimenti che segneranno la tragica fine di Fakir.
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Venezuela, sotto il cielo stretto nell'assedio
di Geraldina Colotti
Capita, nelle fasi più contorte della storia, di avvertire un sottile e straniante disagio politico. A chi ha attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria, a chi conosce il peso materiale della lotta di classe — con i suoi costi umani, le sue carceri, i suoi errori e il suo prezzo di sangue — provoca un certo senso di estraniamento ritrovarsi oggi, nel dibattito pubblico e persino in una parte della “sinistra pura”, spinti quasi a forza nel ruolo di "moderate e pragmatiche".
È il paradosso di chi si rifiuta di scambiare la dialettica con la metafisica. Di fronte alla sequenza drammatica degli eventi in Venezuela — dall'aggressione imperialista, all'operazione extraterritoriale e al sequestro del Presidente costituzionale Nicolás Maduro e di Cilia Flores, fino all'estenuante gestione della continuità statale e al doppio devastante terremoto del 24 giugno— si assiste al consueto festival dei ragli digitali.
Un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza aver mai conosciuto né la responsabilità del potere popolare né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica di quinta o sesta generazione, né quindi i costi della sconfitta.
Non vale la pena rispondere all'invettiva sterile di chi confonde il marxismo con un catechismo morale, ma vale la pena prendere sul serio, per discuterne, le contestazioni sincere e le preoccupazioni di principio che arrivano da organizzazioni della sinistra antimperialista, che hanno sempre difeso il processo bolivariano.
Quando questi compagni denunciano l'avvenuta capitolazione del governo bolivariano e vedono nelle manovre di contenimento economico e diplomatico un processo di liquidazione, sentiamo la responsabilità di evitare la mefitica logica da tifoseria e riaprire un dibattito di merito, condotto sul filo del marxismo.
La cifra della Rivoluzione: la politica e la mediazione contro la martirologia
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"Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”
di Rita Martufi - Salvatore Izzo - Luciano Vasapollo
Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.
Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.
“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.
“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario.
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L’intervista della Schlein e gli gnorri di sinistra
di Ezio Locatelli
Se qualcuno pensava che il problema del Pd fossero le posizioni oltranziste di Pina Picerno e quelle espresse dalla cosiddetta componente riformista (di destra) del Pd che fa capo a Lorenzo Guerini, Graziano del Rio e Giorgio Gori ha oggi molti motivi per ricredersi. Dopo l’intervista di Elly Schlein al direttore de “Il Foglio” appare del tutto evidente che il problema del Pd è il Pd stesso. Il testo della lunga intervista, al netto degli artifizi retorici, degli ossimori che la imbellettano è molto di più di una dimostrazione di captatio benevolentiae. L’intervista è una vera e propria dimostrazione di capitolazione o di rincorsa, chiamatela come volete, alle più scoperte politiche di destra interne ed esterne al PD. A tal punto, che in tema di alleanze, ci si dice impegnati ad affermare una idea di unità che nei rapporti con il centro (destra) di Matteo Renzi, Alessandro Onorato e Carlo Calenda è priva di ogni linea di demarcazione: “non ho mai messo veti su nessuno”.
Consigliamo caldamente di leggere questa intervista che ha il taglio di un vero e proprio manifesto politico, lo consigliamo soprattutto a chi professandosi di sinistra si illude ancora che col Pd ci si possa o ci si debba alleare per cambiare qualcosa. Per fare qualche cenno: la politica di sicurezza oltre che sul piano della prevenzione, e ci mancherebbe, “si fa assumendo più forze di polizia, si fa presidiando i territori…mancano 22 mila agenti in tutta Italia”. Avanti, dunque, con la militarizzazione del territorio. Poco importa se mancano 140 mila infermieri e medici nella sanità, 46800 insegnanti nella scuola, 2600 ispettori del lavoro e via di questo passo.
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Resta davvero poco tempo
di Carlo Lucchesi
La guerra Russia Ucraina, forse più di ogni altro evento dal dopoguerra, ha tolto il velo col quale l’Occidente a guida Usa ha provato a mascherare la sua volontà di dominio. I fatti sono illuminanti e la loro lettura chiara come il sole.
1) Sulle vere cause della guerra, Sachs e molti altri le hanno spiegate in modo inconfutabile.
2) Nelle prime ore dopo l’invasione, sia Macron che Schulz fecero pubbliche dichiarazioni a favore della ricerca di una soluzione pacifica. Dopo due giorni aderirono completamente alla linea USA-Nato e con loro lo fecero la UE e la G.B. E’ impossibile immaginare qualcosa di diverso da un diretto e duro intervento di Biden e non è difficile immaginare con quali argomenti sia stato tanto convincente.
3) La strategia USA è quella del Deep State, il vero centro di comando della politica di quel Paese, che attraversa e sovrintende democratici e repubblicani, cui lascia la facoltà di contrapporsi su aspetti importanti ma non decisivi. Nel caso, l’obiettivo è quello di destabilizzare la Russia fino a un cambio di regime sia per depredarne le ricchezze che per eliminare un potenziale alleato della Cina nello scontro che il Deep State considera risolutivo per il futuro degli USA. La guerra innescata dall’Ucraina a questo doveva servire, ma dato che non ha raggiunto lo scopo le azioni di destabilizzazione proseguiranno in un qualunque modo (sottolineo qualunque) anche dopo la sua conclusione (che segnerà comunque la momentanea vittoria della Russia).
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Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
di Mauro Armanino
Voce del banditore- « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove»
Andrea- (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!
Galileo- No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvviva epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.
Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva.
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Il turismo di massa e la scomparsa (quasi definitiva) del "terzo luogo"
di Angela Fais
Mentre qualche urbanista delira, farneticando dell’esistenza di un ipotetico ‘quarto spazio’, ultima frontiera dell'urbanistica che sconfina nella metafisica, nelle nostre città stiamo assistendo alla sparizione del ‘terzo luogo’. Cosi infatti Ray Oldenburg, un sociologo americano, nel 1989 definiva gli spazi di aggregazione come parchi, biblioteche, piazze e bar. Separati dalla casa, definita da Oldenburg primo luogo, spazio intimo e privato, e dal lavoro, secondo luogo e spazio produttivo e regolato da doveri e gerarchie, i terzi luoghi svolgono una funzione importante, anzi fondante per la vita della Comunità. Intorno ad essi infatti si costruisce e si organizza la vita sociale, sono la casa della comunità, luogo di incontro per i cittadini. Qui le differenze sociali si livellano, il reddito è secondario. A svolgere un ruolo centrale è la conversazione, senza vincoli di consumo. Tutti possiamo stare in piazza o sederci su una panchina, non ci sono costi.
Solo oggi forse riusciamo a individuare quel fil rouge che lega insieme il terzo luogo di Oldenburg, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la formulazione del concetto antropologico di ‘non - luogo’ da parte di Marc Augé nel 1992. Un fil rouge che ci porta lontano dalla piazza e ci conduce dentro un centro commerciale, in mezzo ai marchi globali delle multinazionali. Oggi i terzi luoghi stanno sparendo dalle nostre città. E lo stanno facendo molto rapidamente, complici una serie di variabili anche molto complesse.
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Ucraina: Odessa nel mirino e una possibile svolta nella guerra
di Roberto Iannuzzi
L’offensiva ucraina nel Mar d’Azov ha fornito a Mosca la giustificazione per colpire il sistema ucraino di esportazione del grano nella regione di Odessa, mentre Kiev perde terreno in Donbass
Tra i principali sviluppi forse destinati a cambiare il volto del conflitto ucraino vi è la serie di attacchi lanciati sia da Kiev che da Mosca contro i porti e la rete di navigazione commerciale dell’avversario nel Mar Nero.
L’offensiva di gran lunga più dura è quella che le forze russe hanno sferrato in prossimità del porto di Odessa e dei vicini scali portuali di Yuzhny, Chornomorsk e Nikolayev.
A causa delle operazioni militari russe con droni, la capacità di stoccaggio del porto di Odessa si è ridotta di un terzo, secondo fonti citate dal Financial Times, mentre gli armatori rifiutano di mandare le loro navi nella regione per paura che vengano colpite.
Gli attacchi alle navi, e la distruzione sistematica di ponti ferroviari e snodi autostradali nella parte occidentale dell’oblast di Odessa, paiono una manovra russa per isolare la città dal resto dell’Ucraina, creando le condizioni per un completo blocco terrestre e marittimo del porto più importante del paese.
Il Financial Times lamenta che l’offensiva russa minaccia “una delle rotte di esportazione di cereali più importanti al mondo, la quale rappresenta anche una fonte vitale di entrate per l’Ucraina”.
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«L’ Unione Europea combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare»
di Thomas Fazi
Gli attacchi ucraini in profondità assottigliano il confine tra guerra per procura e scontro diretto tra Bruxelles e Mosca, mentre cresce il rischio di escalation
L’UE rilancia la narrazione di un’Ucraina tornata all’offensiva, mentre l’esercito di Mosca continua ad avanzare nel Donbass. La campagna di droni contro il territorio russo produce danni significativi e rischia di far cadere i limiti che finora hanno contenuto il conflitto. Secondo il saggista italo-inglese, l’aumento della pressione sul Cremlino può allargare la guerra all’Europa. La via d’uscita passa da un negoziato fondato su concessioni territoriali e garanzie di sicurezza…
* * * *
La campagna di attacchi con droni condotta da Kyiv sta certamente producendo effetti. La produzione petrolifera russa ne ha risentito; in tutto il Paese si sono verificate gravi carenze di carburante, come ha ammesso persino Vladimir Putin. L’Ucraina ha inoltre interrotto alcune vie di rifornimento russe a Nord del Mar d’Azov, provocando blackout in Crimea e nella vicina parte della regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.
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Gli USA, l’eterogenesi dei fini della globalizzazione e l’illusione della sfera di influenza atlantica
Tre domande a Mimmo Porcaro
Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?
Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera.
Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad libitum.
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La guerra di Trump all’Iran: tempesta perfetta sull’Europa e sull’economia mondiale
di Gianandrea Gaiani
“Stiamo parlando con loro (gli iraniani – NdR) proprio ora. Penso che stiano diventando sempre più seri col passare dei giorni. Forse per la ragione ovvia. Penso che stiano prendendo la situazione con la massima serietà che abbiamo visto finora. Ma questo non significa che arriveremo a un accordo”, ha detto il 23 luglio Donald Trump sottolineando che ”dobbiamo farlo nel modo giusto”. L’Iran era “un problema che ormai non c’è più, sta scomparendo giorno dopo giorno. Erano i prepotenti del Medioriente. Da adesso in poi non saranno più così prepotenti”.
Trump ha inoltre annunciato che i fondi iraniani congelati negli Stati Uniti saranno ora utilizzati per risarcire i danni alle navi danneggiate nel Golfo. “D’ora in poi, tutti i danni a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad esse correlata saranno pagati con denaro iraniano che gli Stati Uniti hanno in loro possesso e sotto il loro controllo“, ha scritto nella notte il presidente americano su Truth.
Il presidente statunitense ha precisato di non aver ancora preso una decisione riguardo “a un attacco più massiccio” mentre la nuova vampata di guerra tra USA e Iran ha raggiunto il 15° giorno, più della guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran durata 12 giorni ma ancora lontana dalla Guerra dei 40 giorni che nella primavera scorsa ha visto contrapporsi l’asse Stati Uniti -Israele all’Iran.
La posizione iraniana
Gli obiettivi di Washington restano confusi mentre appare evidente la volontà iraniana di veder rispettato il suo status di potenza regionale emerso senza dubbio dai successi militari conseguiti contro i suoi avversari e dai punti dell’accordo finora rimasto lettera morta.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha avvertito ieri che un’eventuale prosecuzione delle operazioni militari americane contro l’Iran non farebbe altro che aumentare il costo politico per il presidente Donald Trump nel tentativo di raggiungere un accordo con Teheran.
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Limiti e pregiudizi del marxismo occidentale
Appunti sugli incontri di Pisa (festa di Ottolina tv) e su un libro di Canfora
di Carlo Formenti
Cerco di raccogliere le idee che mi galleggiano in testa (annebbiata dal caldo infernale di questi giorni...e ci sono ancora idioti che negano la mutazione climatica!) dopo i dibattiti cui ho partecipato, e quelli cui ho assistito, alla Festa di Pisa organizzata da Ottolina TV, e dopo avere letto il libro di Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, appena uscito per i tipi di Feltrinelli. Oltre a recensire quest’ultimo, mi occuperò del confronto che ho avuto con Gabriel Rockhill a partire da due saggi, Who Paid the Pipers of Western Marxism? (Meltemi mi ha appena confermato di averne acquisito i diritti per cui ne uscirà un’edizione italiana) e Requiem for French Theory (un dialogo con Aymeric Monville introdotto da John Bellamy Foster), quindi riferirò di un intervento di Vladimiro Giacché sulla storia dell’economia sovietica, infine riprenderò alcuni temi dei due volumi di Oltre l’Occidente (dei quali ho anticipato le Introduzioni su queste pagine) che io e Visalli abbiamo presentato a Pisa.
* * * *
Queste quattro “stazioni” sono connesse da un filo rosso che mi pare si stia irrobustendo negli ultimi anni: mi riferisco al maturare di una prospettiva storica, filosofica e ideologica che sovverte i dogmi e i luoghi comuni del marxismo occidentale (e il senso comune condiviso da movimenti e partiti delle “sinistre” post sessantottine) e riscrive la storia dell’ultimo secolo di lotta di classe come scontro fra imperialismo occidentale e resto del mondo. Questa nuova visione è venuta crescendo non solo e non tanto grazie ai contributi di singoli autori ma anche e soprattutto a seguito dell’accelerazione temporale prodotta dalla rapida ascesa del socialismo con caratteri cinesi e dalle guerre scatenate in Europa, Medio Oriente e America Latina da un Occidente che non sembra trovare altri modi per fronteggiare la propria crisi egemonica.
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Nota a margine sul tema migratorio
di Andrea Zhok*
Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno.
Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che scuotono lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.
Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato.
Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.
1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).
2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).
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Una precisazione
di Alessandro Volpi
La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità. Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente. A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.
Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale.
Il processo delle privatizzazioni, avviato simbolicamente con l'incontro sul panfilo Britannia nel 1992 e accelerato dai governi Amato, Ciampi, Prodi e D'Alema, ha portato alla dismissione di asset strategici come l'IRI, che nel 1992 era il quarto gruppo industriale al mondo per fatturato, trasformando l'Italia da Stato imprenditore a mercato aperto ai capitali privati: la vendita di realtà come Telecom Italia nel 1997, la privatizzazione di Autostrade per l'Italia e la liquidazione del patrimonio pubblico hanno generato introiti per oltre 100 miliardi di euro tra il 1992 e il 2001, senza tuttavia garantire un abbattimento strutturale del debito pubblico né un miglioramento dei servizi.
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Nel Venezuela di Delcy Rodriguez, prima entrano i marines, poi l’IDF…
di Il Pungolo Rosso
Da anni, a fronte di una retorica pro-chavismo sempre più lontana dalla realtà effettiva del Venezuela (in Italia rappresentata al meglio, cioè al peggio, da Geraldina Colotti e dai redattori di “Contropiano”), mettevamo in guardia dal crescente potere della borghesia “bolivariana” (la bolibourgoisie) e dalla altrettanto crescente deriva neo-liberista del gruppo di Maduro.
Apriti cielo!
E tanto più dopo la gangsteristica aggressione dell’amministrazione Trump con la cattura di Maduro, guai ad interpretare gli evidenti segni di sottomissione del governo di Delcy Rodriguez ai voleri e agli interessi degli Stati Uniti per quelli che realmente sono.
Il nostro non sarebbe altro che ingiustificabile disfattismo nei confronti di una tenacissima, furbissima, fedelissima seguace di Chavez che stava, con grande abilità tattica, beffando l’amministrazione Trump…
Poi, con la scusa del terremoto (una tragica/ottima occasione, colta al volo), ecco fare il loro ingresso in Venezuela prima i marines (gli stessi che il 3 gennaio avevano assassinato più di 90 venezuelani e cubani e catturato Maduro e consorte), poi i militi genocidi dell’IDF, l’esercito sionista, travestiti da miti, generosissime crocerossine ed esperti ingegneri accorsi lì precipitosamente per salvare i terremotati e avviare la ricostruzione.
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La follia dell'Impero e l'opzione Sansone
di Davide Malacaria
Non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l'immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi
Trump minaccia un attacco devastante contro l’Iran, escalation di una guerra che sta innalzando il costo dell’energia tanto da rischiare un collasso globale. Nello stesso giorno impone nuovi dazi a 60 Paesi.
Né cessa il sostegno al genocidio di Gaza e all’espansionismo di Israele, con il quale si approssima anche a integrare intelligence ed esercito; alimenta una guerra che sta incenerendo l’Ucraina e rischia di aprire la terza guerra mondiale; strangola Cuba, dove l’embargo uccide quanto le bombe; depreda un Venezuela prostrato da un terremoto catastrofico; bombarda la Somalia, 76° raid solo quest’anno; minaccia di bombardare il Mali, etc…
È semplicistico ascrivere tale deriva alla follia del solo Imperatore perché, se così fosse, il potere di questo mondo vi avrebbe posto rimedio. No, è l’Impero a essere impazzito, almeno nelle sue élite dominanti, come dimostra l’approvazione da parte della Camera Usa della norma che integra l’esercito e l’intelligence Usa con l’apparato bellico e di intelligence di uno Stato che sta consumando crimini abominevoli, tra cui un genocidio (la legge deve passare al Senato, ma è arduo che venga rigettata in tale sede).
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La sconfitta di Putin
di Vincenzo Costa
Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.
Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:
1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;
2) Integrare la Russia nell’Europa.
Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.
Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.
Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.
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Burro o cannoni
di Luciano Bertolotto
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.
Follia del potere
Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?
Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).
La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.
Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere
Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.
Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.
A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.
Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.
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Il pensiero unico della psicologia mainstream
di Tommaso Pasqualetti
Da qualche anno a questa parte, professionisti, influencer, giornalisti, opinionisti, sembrano proporre tutti la medesima narrazione: bisogna andare tutti dallo psicologo. Ma è davvero così?
Piero Coppo, nel suo scritto Le ragioni degli altri. Etnopsichiatria, etnopsicoterapie, riportava come, in uno dei suoi viaggi in Mali, trovò all’interno dei villaggi situati nelle campagne e nelle montagne quella “follia” che, secondo il suo bagaglio esperienziale e professionale, doveva essere il risultato dell’esclusione sociale conseguente al sistema produttivo capitalistico. Vi era, tuttavia, una differenza rispetto ai territori occidentali dove egli operava: in quei villaggi non si poteva dire che esistesse, o fosse mai esistito, il capitalismo. Una rigida epistemologia determinista veniva, dunque, messa in discussione, e in parte sconfessata, dal dato di realtà.
Oggigiorno, soprattutto nella narrazione mediatica e social, sembra che vi sia lo stesso determinismo, ma di segno opposto. Vi è un pensiero unico, praticamente condiviso all’unanimità (alla faccia del pluralismo e del dibattito scientifico basato sul dubbio e la messa in discussione di ciò che sembra veritiero) secondo cui tutti si “dovrebbe andare dallo psicologo” (ma chi lo ha detto?), oppure che la contemporaneità si contraddistingue, rispetto ai periodi passati, per un’epidemia di disturbi mentali… ma andiamo con ordine.
La figura dello psicologo si sta annidando in pressoché tutti gli aspetti della vita sociale, spesso in una chiave macchiettistica e annacquata, per essere digerita da chi, in maniera più che lecita, non possiede le adeguate conoscenze che permettano di valicare i clichés che gravitano intorno a questa figura. L’introduzione coatta di questo ruolo professionale nella narrazione mondana e mainstream, tuttavia, non si limita alla presentazione, in chiave clericale, dello psicologo invitato dal canale dell’influencer X o in televisione a qualche trasmissione al fine di proferire, con tono oracolare, discorsi abbastanza vuoti e retorici; ma – ed è questo a mio modo di vedere che dovrebbe destare abbastanza preoccupazione – si spinge fino a quel discorso, che come un’aura questa figura porta legato indissolubilmente a sé, riassumibile nella formula “bisognerebbe andare tutti dallo psicologo”.
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Ucraina: la guerra per procura che gli Stati Uniti continuano a condurre contro la Russia
di Jeffrey D. Sachs
L’avvertimento di Eisenhower secondo cui la politica statunitense sarebbe stata ostaggio di un’élite scientifico-tecnologica fornisce una ragione specifica per cui gli Stati Uniti sostengono la guerra in Ucraina: l’Ucraina è diventata un laboratorio unico e reale per la guerra basata sull’intelligenza artificiale su larga scala.
Finché il popolo americano (e non solo) non si riprenderà la democrazia da Palantir, BlackRock, SpaceX, Chevron e simili, i «laboratori» sul campo di battaglia rimarranno aperti e l’Ucraina pagherà il prezzo fatale dell’«amicizia» americana
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Nel suo discorso di addio del gennaio 1961, Dwight Eisenhower mise in guardia gli americani contro «l’acquisizione di un’influenza indebita, ricercata o meno, da parte del complesso militare-industriale» e contro il pericolo che «la politica pubblica potesse essa stessa diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica». A distanza di sessantacinque anni, gli avvertimenti di Eisenhower si sono ripetutamente e tragicamente rivelati fondati. La democrazia americana pende da un filo, mentre il complesso militare-industriale, che ora include la Silicon Valley, gestisce la politica estera americana nonostante le obiezioni del popolo americano.
L’obiettivo è la supremazia americana, ovvero la ricchezza, il potere e le prerogative incontrastati delle élite americane, senza alcun controllo da parte di altre nazioni o gruppi di nazioni. Ciò significa in pratica che Wall Street, gli appaltatori militari, la Silicon Valley e le grandi compagnie petrolifere controllano la politica estera americana per massimizzare la ricchezza delle élite e l’accesso alle risorse globali, alle catene di approvvigionamento e ai punti nevralgici strategici. Il resto del mondo deve adeguarsi.
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
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8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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E man int la zità, cittadinanza e lavoro a Bologna
di Nico Maccentelli
In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…
Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.
Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.
Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.
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Il Foglio, il fervore sionista e l’ignoranza su cosa sia l’università pubblica
di Alessandro Somma
Il fervore sionista del Foglio è noto. Nessuno stupore, quindi, se si esibisce in un attacco contro la “lettera aperta firmata da una quarantina di docenti del Comitato Sapienza per la Palestina” con cui si “pretende dal futuro rettore o rettrice un impegno esplicito e vincolante contro Israele”: lettera liquidata come un “assurdo diktat” (articolo a firma della redazione del 22 luglio).
Lasciamo perdere il numero dei firmatari, che al momento sono circa quattrocento, ovvero dieci volte il numero indicato dal Foglio. E lasciamo perdere la palese manipolazione del senso della lettera, che non chiede un impegno contro Israele, bensì a favore della Costituzione italiana e del suo ripudio della guerra. Chiede invero che “Sapienza non sia implicata, per nessun motivo e ad alcun titolo, in collaborazioni scientifiche o progetti di ricerca collegati, anche solo collateralmente, alle istituzioni militari nazionali o estere e alle imprese attive nel comparto bellico”.
Quello che colpisce è la percezione del tutto fuori asse di ciò che l’università pubblica rappresenta, che per il Foglio è l’università il cui Rettore “deve garantire la qualità della ricerca, la didattica, la gestione delle risorse, la libertà accademica di tutti i docenti e studenti. E “pretendere il contrario significa trasformare l’ateneo in un attore di politica estera parallela, scavalcando governo e Parlamento”.
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Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
di Dante Barontini
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.
Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla.”
Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.
Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo prima a vederle una per una.
Guerra all’Iran
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Capitalismo carismatico
di Alfredo Gigliobianco
C’era una volta Luigi Einaudi, il vecchio economista liberale, che ammoniva: noi non viviamo in una società capitalista – cioè che fa perno sul capitale – ma in una società di libero mercato, il cui tratto distintivo è la libertà economica che si manifesta nel mercato. Il protagonista di questa società non è il capitalista, il grassone con il cappello a cilindro dei quadri di Grosz, ma l’imprenditore, la cui funzione è scoprire e mettere in pratica nuove combinazioni di fattori per creare nuove organizzazioni e nuovi prodotti, sempre migliori. È l’imprenditore che assume il rischio insito in ogni innovazione. Se l’imprenditore non esistesse, la società sarebbe statica, ossificata, burocratizzata. E il capitalista? Il capitalista, nella visione di Einaudi, è il “servo sciocco”, colui che si limita a fornire la materia prima, cioè il capitale, all’imprenditore. È solo per un accidente storico, concludeva Einaudi, che l’imprenditore e il capitalista sono coincisi nella stessa persona per un buon tratto della storia economica. Ma la vera economia di mercato è quella in cui l’imprenditore – fornito della sua capacità e della sua visione – trova il capitale sul mercato: non ha bisogno di essere ricco. Casomai lo diventa.
Per quanto questa visione possa apparire – anzi sia – alquanto edulcorata, essa ha sicuramente fascino. Rappresenta un mondo economico ideale la cui parola d’ordine non è sfruttamento e oppressione, ma miglioramento continuo, materiale e morale. A patto naturalmente che gli imprenditori stiano al posto loro. Il fiume dell’energia imprenditoriale deve cioè rimanere nell’alveo.
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