Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 0
Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra
Stefania Valbonesi* intervista Joseph Halevi
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
* * * *
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso.
- Details
- Hits: 14
Sul declino della civiltà occidentale
di Pierluigi Fagan
Arlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.
Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.
Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.
Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.
Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono a essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.
- Details
- Hits: 48
Lindsey Graham e la tecnica di mettere davanti al fatto compiuto
di comidad
Le biografie sul senatore Lindsey Graham diffuse dopo la sua morte, concordano nel presentarlo come un oppositore di Trump successivamente diventato suo alleato, collaboratore o, addirittura, tutore. Se si analizza questa vicenda in termini oggettivi, senza fare processi alle intenzioni, si nota uno schema. Un senatore è noto come guerrafondaio e come esponente della lobby delle armi e, per questo motivo, diventa impopolare e ineleggibile al di fuori dei distretti in cui si è potuto creare una clientela piazzando fabbriche di armi. Di conseguenza, chi riceve l’ostilità di un personaggio del genere ottiene immediatamente credito presso l’opinione pubblica esasperata dal pagare tasse allo scopo di finanziare appalti alle multinazionali delle armi; una esasperazione accentuata dal fatto che ormai la nozione di “contribuente” si identifica con i ceti subalterni, dato che ai ricchi e alle multinazionali si concedono varie forme di immunità fiscale. Un Trump appoggiato da Lindsey Graham non sarebbe mai stato un candidato vendibile; ma, una volta che Trump è stato eletto, Graham lo ha potuto gestire e indirizzare.
Gestirlo come? Anche qui non c’è da fare psicologismi, bensì guardare allo schema, che è quello del mettere davanti al fatto compiuto. Graham non si limitava a dettare la politica estera, ma la faceva direttamente lui, e senza alcun titolo o alcun mandato; poiché, in quanto lobbista delle armi (in particolare della Boeing) aveva un suo specifico potere contrattuale quando si recava all’estero.
- Details
- Hits: 52
Caso Ahmadinejad. La bufala che il New York Times non riesce a seppellire
di Pino Cabras
Ventiquattr’ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e della Menzogna», l’ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso «scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie agenzie internazionali.
Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare.
𝗜𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲
Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso.
La prima riguarda la sostanza dell’accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una smentita non chiude nulla: l’ufficio di un ex presidente respingerebbe un’accusa simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti – un’idea possiamo farcela da subito.
- Details
- Hits: 44
Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
di Global Times
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte, a Parigi per dare, come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).
Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).
Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di una governance superiore?“.
Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc, e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?
Ecc.
- Details
- Hits: 143
USA-Iran, la guerra e il nodo di Hormuz
di Michele Paris
Il presidente americano Trump ha fatto definitivamente carta straccia di un “Memorandum d’Intesa” (MoU) con l’Iran che gli Stati Uniti avevano mostrato di non volere rispettare già all’indomani della ratifica il 17 giungo scorso a Versailles. L’escalation militare di questi giorni conferma infatti un salto di qualità significativo nell’intensità e negli obiettivi degli attacchi di entrambe le parti, complicando sensibilmente la ricerca di una via d’uscita diplomatica permanente. A livello razionale, la ripresa del conflitto su vasta scala fa intravedere un vicolo cieco per Washington non molto diverso da quello seguito alle due aggressioni registrate negli ultimi tredici mesi. Per questa ragione, molti osservatori si aspettano tutt’al più qualche settimana di guerra e un ritorno al tavolo delle trattative, anche perché le prospettive politiche ed economiche appaiono molto cupe già nel breve periodo. Tuttavia, gli Stati Uniti sono organicamente incapaci di mantenere un impegno, poiché per l’Impero è semplicemente impossibile ammettere la sconfitta strategica incassata e, finché le condizioni lo permetteranno, è probabile perciò che l’opzione militare continuerà a essere quella preferita, nell’illusione di poter piegare la Repubblica Islamica e il suo popolo.
La misura dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti è evidente anche solo dal progressivo ridimensionamento dell’obiettivo ufficiale della guerra, ovvero dal cambiamento della definizione di “successo” delle operazioni militari scatenate il 28 febbraio scorso. Dal cambio di regime si è passati in maniera relativamente rapida alla negazione della facoltà di possedere armi nucleari, per arrivare infine al ristabilimento dello status quo ante nello stretto di Hormuz.
- Details
- Hits: 307
Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci
di Gianandrea Gaiani
La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.
Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.
Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.
La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.
La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.
Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.
Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.
- Details
- Hits: 228
Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive
di Gennaro Imbriano
Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.
L’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.
Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).
Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica
Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.
- Details
- Hits: 261
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
di Marco A. Pirrone
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.
- Details
- Hits: 156
Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro
NATO per soldi
di Fulvio Grimaldi
NATO per far soldi, ma che davvero? E allora diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio, scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari depositari di risorse che andrebbero riappropriate.
Avete presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e, alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi. Bisanzio 2.0.
Defence Industry Forum
Questa la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei.
- Details
- Hits: 228
L’agenda atlantica si può strappare
di Emiliano Brancaccio
Nato: Una prova di inattesa resilienza per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale»
Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari. Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.
Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.
La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.
- Details
- Hits: 202
Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica
di Dante Barontini
Nella tragedia c’è sempre anche un angolo per la commedia. La novità di Trump è quella di aprirci anche un siparietto di melodramma: “Sono da molto tempo sulla loro [dell’Iran ndr]lista“, ha detto al New York Post. E per questo ha aggiunto di aver ordinato che, se dovesse essere ucciso, “li bombardino come mai è stato fatto prima“.
Non serve una grande memoria per ricordare che l’Iran, con tutti i suoi difetti, non ha fin qui ucciso nessun capo di stato o di governo, neppure di paesi di poco perso internazionale. Al contrario, questa è un’antica abitudine proprio degli States e di Israele (solo quest’anno: il rapimento di Nicolàs Maduro, l’uccisione di Ali Khamenei e di altri dirigenti iraniani).
E dunque appare logicamente improbabile Tehran possa meditare l’”omicidio mirato” della principale superpotenza. Non solo perché quella prassi appare più occidentale che non persiana, ma soprattutto in considerazione delle possibilità di risposta che la superpotenza avrebbe a disposizione.
Una breve analisi più attenta della notizia, oltretutto, permette di sapere che è stata pubblicata dal Wall Street Journal, il quale precisa anche la provenienza: un rapporto dei servizi segreti israeliani descritto come “un tentativo di influenzare le decisioni di Trump”. Cosa che ha fatto sorridere ironicamente persino funzionari del Pentagono e della Casa Bianca.
L’unico elemento di realtà sarebbero insomma i canti e cartelli che, durante i funerali di Khamenei, inneggiavano alla morte di Trump e degli Usa. Praticamente quello che si sente in ogni corteo del mondo, dal secondo dopoguerra…
- Details
- Hits: 214
Vertice Nato, come i governanti europei hanno regalato i nostri soldi a Trump
di Paolo Ferrero
A questo punto è chiaro perché le élites Ue ripetono istericamente che stiamo per essere attaccati dalla Russia...
Il vertice Nato di Ankara è stata una grande rappresentazione teatrale che – in primo luogo – è servita a produrre la narrazione con cui coprire una aggressione senza precedenti contro i popoli europei.
Il contesto del vertice è quello noto: da anni i media europei presentano la guerra in Ucraina come una aggressione russa “ingiustificata e non provocata” e descrivono la Russia come un paese barbaro che minaccia di invadere l’Europa. In particolare le classi dominanti europee portano avanti una campagna russofobica che possiamo compendiare con le parole espresse recentemente da Minniti, noto esponente del Partito Democratico: “Per Trump la Russia non è una minaccia immediata. Per noi è invece imminente.”
In questo clima isterico che va avanti da tempo, il vertice è stato poi preceduto da una forte campagna stampa che ha ricominciato a dipingere come l’Ucraina vittoriosa nel conflitto e la Russia sul punto di crollare. In particolare il cattivissimo Putin è stato presentato come sull’orlo del baratro in quanto in caduta libera nei consensi.
Con queste premesse, la logica del vertice è stata la seguente:
1) Trump si è fortemente lamentato perché gli Usa nei decenni hanno speso barche di soldi per difendere gli europei e questi, nel momento della guerra contro l’Iran, non hanno ricambiato il favore, per cui gli europei sono approfittatori e ingrati.
- Details
- Hits: 360
Gaza: guerra barbarie contro civiltà
Se non distruggi il passato non vinci il presente
di Fulvio Grimaldi
La voce e la Storia
Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.
Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.
Sopprimere la voce del passato
Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.
La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.
- Details
- Hits: 301
È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
di Irene Doda
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commerciali
L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.
- Details
- Hits: 324
Il pensiero in divisa
di Mario Sommella
Prima di comprare i missili, il potere europeo ha messo in marcia le coscienze. Come la logica del riarmo ha colonizzato scuole, linguaggio e senso comune, trasformando la guerra da eccezione ripudiata a evidenza indiscutibile
C’è una legge antica in ogni forma di dominio: prima di occupare un territorio conviene occupare le teste di chi lo abita. Nessuna guerra si combatte soltanto con i cannoni; si prepara molto prima, nelle aule scolastiche, nei telegiornali, nel lessico che adoperiamo senza accorgercene, nel modo silenzioso in cui impariamo a considerare ovvio ciò che fino a ieri sarebbe stato inaccettabile. Antonio Gramsci aveva colto questo meccanismo quando distingueva il dominio imposto con la forza dall’egemonia, la forma di potere più profonda e duratura, quella che si radica nel consenso, nella cultura diffusa, nel senso comune. È esattamente su questo terreno che si gioca oggi la partita più insidiosa del riarmo europeo: non quella delle fabbriche di armi, ma quella delle coscienze.
Mentre l’Unione europea annuncia programmi di spesa militare da centinaia di miliardi di euro, un processo meno appariscente ma più decisivo attraversa in profondità la società: la costruzione paziente di un consenso preventivo alla guerra. È la militarizzazione del pensiero, cioè la trasformazione di un’intera mentalità collettiva affinché accetti come naturale, necessario e persino desiderabile ciò che la Costituzione repubblicana ripudia solennemente nel suo articolo 11. Conviene ricostruire come questo consenso venga fabbricato, quali interessi materiali lo sostengano e cosa scompaia dal nostro campo visivo quando la guerra diventa l’unico orizzonte pensabile.
1. Un riarmo senza precedenti
Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti, su un sobrio sfondo blu notte, il piano ribattezzato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030. L’annuncio prometteva di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa continentale.
- Details
- Hits: 314
NATO, l’orrore si compatta
di Fabrizio Casari
La riaffermata unità di facciata esibita al vertice NATO di Istanbul ha nascosto le differenze di interessi dei suoi membri, ma non poteva che essere così. Per quanto diverse siano priorità e interessi di ognuno dei 32, la centralizzazione del comando a guida statunitense non è emendabile e obbliga alla compattezza tutto l’Occidente. Sul piano squisitamente militare (che è però ormai difficile distinguere da quello politico ed economico nel nuovo modello di guerre ibride di 4a e 5a generazione) non sono emerse innovazioni di prodotto. La Russia viene definita “nemico strategico” e la sua sconfitta militare continua ad essere l’obiettivo su cui centrare le politiche complessive dei paesi dell’Alleanza senza eccezione alcuna.
L’Ucraina è il luogo prescelto per un primo confronto militare con rischi di effetto globale. Washington ha ufficializzato il cambio di rotta nelle regole d’ingaggio del conflitto, archiviando, apparentemente, la stagione del sostegno a fondo perduto con lo stop alle forniture dirette e spazio solo a triangolazioni commerciali e intelligence strategica. Ma concede a Zelensky l’autorizzazione all’utilizzo dei missili USA per colpire il territorio russo con quello che comporta, ovvero una nuova escalation nello scontro, da tradurre in migliaia di morti.
La guerra della NATO alla Russia è ormai conclamata e dato che la sconfitta russa sul campo è impensabile, gli scenari prevedono solo due ipotesi, una irrealizzabile e una truffaldina: la prima, decisamente difficile da ipotizzare, prevede un accordo che “rispetti l’integrità territoriale ucraina”, dunque uscita delle truppe russe dai territori conquistati; nessuna possibilità di riuscita perché per Mosca si tratterebbe di una sconfitta politica forse peggiore di una militare.
- Details
- Hits: 375
Perchè la guerra non finirà
di Leonardo Mazzei
Perché la guerra non finisce? Perché gli Stati Uniti (per non parlare di Israele) firmano tregue solo per violarle il giorno dopo? Perché ad un anno da Anchorage la guerra d’Ucraina si va incrudendo? Queste domande cruciali avranno pure una risposta.
In un certo senso, la tendenza ad una sorta di “guerra infinita” sembrerebbe voler smentire lo stesso Clausewitz. Se la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi, prima o poi si dovrà pur tornare agli strumenti ordinari di quest’ultima. Già, ma quando? Ecco un orizzonte che sembra allontanarsi vieppiù.
In realtà, a ben guardare, non c’è nessuna smentita delle concezioni del generale prussiano. La guerra attuale, nelle sue due articolazioni (europea e mediorientale), non finisce proprio perché nessun obiettivo politico di chi l’ha promossa è stato raggiunto. Di più: se i vecchi equilibri prebellici sono palesemente in crisi, nessun nuovo equilibrio è sorto finora dal conflitto (o, se preferite, dai conflitti) in atto.
E’ chiaro come la guerra d’Ucraina abbia le sue specifiche motivazioni, così come ce l’ha ancor più quella quasi cinquantennale mossa dal duo Usa-Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma entrambi questi fronti possono essere letti come parte di un tutto: l’iniziativa strategico-militare decisa dall’Occidente a guida americana a difesa del vecchio ordine in crisi. E’ questa iniziativa la causa scatenante della Terza Guerra Mondiale in corso.
- Details
- Hits: 377
L’esorcista
di Nico Maccentelli
Regolarmente a ogni tornata elettorale assistiamo alle belle parole di chi in tutti questi anni non ha fatto altro, in alternanza con la destra, che smantellare i diritti sul lavoro (jobs act, art. 18, ma si può dire sin dal pacchetto Treu), approvare e promuovere “missioni umanitarie” e oggi schierarsi con l’Occidente per il riarmo e la guerra contro la Russia voluta dai complesso militare industriale e digitale USA-NATO. Ma di più mettere il pareggio d bilancio con il titolo V in Costituzione legare il paese mani e piedi ai diktat degli euroburocrati che hanno creato devastazione sociale, distruzione del welfare pubblico.
Un forza della sinistra radicale e di classe a Napoli l’altro giorno non ha fatto altro che ricordare queste belle robine ai signori del campo largo schierati e quindi a ricordare quanto siano inattendibili soprattutto in vista delle elezioni, che… apriti cielo! Tutta la sinistreria, antifascista a comando, da salotto, che di fascismo non ha capito un cazzo (poi lo spiegherò) si è lanciata a riempire di contumelie i poveri papisti, che hanno semplicemente indicato che sul piano del lavoro e e della guerra il re è nudo.
Le contumelie sono sempre all’insegna del tutti uniti contro la destra con il solito vecchio schema fuorviante che recita sostanzialmente il mantra in due parti:
Uno: che la destra è fascista e dall’altra parte c’è la sinistra;
Due: che c’è il pericolo fascista e bisogna difendere le istituzioni democratiche.
- Details
- Hits: 244
I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all'Iran
di Piccole Note
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di "migliaia" di persone
Si può azzardare con un certo grado di certezza che i funerali dell’ayatollah Alì Khamenei sono stati i più partecipati della storia, imparagonabili per numero di convenuti con quelli di altri leader occidentali recenti, politici o spirituali che siano, e, a quanto pare, anche con altri del passato (escludiamo quelli più antichi, che non potevano avvalersi per attirare le folle di mezzi di comunicazione efficaci).
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone.
Certo, le cifre iraniane potrebbero essere esagerate, ma sicuramente siamo ben oltre i 2 milioni di persone che parteciparono ai funerali di Ghandi e ai 3 milioni di quelli di Giovanni Paolo II, per citare due eventi funebri tra i più partecipati.
Un media autorevole come il Financial Times ha scritto di una cifra che sarebbe oscillata tra i 12 e i 15 milioni, numeri lontani da quelli comunicati da Teheran, ma pur sempre altissimi.
- Details
- Hits: 490
Il mito dei mercati
di Giandomenico Scarpelli
Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.
Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.
Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.
Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).
- Details
- Hits: 382
Guerrafondai Illusionisti
di Gaetano Colonna
Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.
La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.
Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.
Fallimento dell’ONU
Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.
Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.
- Details
- Hits: 505
Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
L’infanzia di Adamo
Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.
Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.
Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.
[13 aprile 2026]
- Details
- Hits: 283
Il filo rosso che lega genocidio e riarmo
di Roberto Iannuzzi
Che si tratti del genocidio di Gaza o del riarmo della NATO contro la Russia, il trionfo della logica del profitto può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini europei
Due eventi apparentemente slegati fra loro hanno caratterizzato i giorni scorsi.
Il 3 luglio ha segnato 1000 giorni di crisi a Gaza, all’insegna di quello che numerose organizzazioni internazionali hanno definito un genocidio, tuttora in corso alla luce delle catastrofiche condizioni in cui versa la Striscia e del cessate il fuoco continuamente violato da Israele.
Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 luglio, si è svolto il vertice della NATO ad Ankara, incentrato sulla presunta urgenza del riarmo europeo in base a previsioni allarmistiche, quanto non corroborate, secondo cui la Russia potrebbe attaccare l’Europa entro qualche anno. Intanto i livelli della spesa militare nel vecchio continente non sono mai cresciuti così rapidamente dal 1953.
Il filo rosso che lega questi due eventi è la crisi di civiltà che affligge l’Europa, dominata da ipocrisia ed esaltazione del profitto. Una crisi che, incoraggiando la “normalizzazione” di eventi come un genocidio o un dispendioso quanto inefficace riarmo, può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini del vecchio continente.
Nei giorni scorsi un nuovo rapporto dell’ONU, perlopiù trascurato dai media di grandi diffusione, ha concluso che “il tasso impressionante di vittime e feriti tra i bambini a Gaza non ha eguali in nessun altro conflitto moderno a livello mondiale”.
- Details
- Hits: 328
Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
di Francesco Piccioni
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella di Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnare, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
Page 1 of 678































































