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Riuscirà Cuba a sopravvivere anche a Trump?
di Carlo Formenti
Premessa
È appena uscito, nella collana "Visioni eretiche" che dirigo per Meltemi, Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, di Noam Chomsky e Vijay Prashad. E' un libro importante in un momento in cui, dopo avere aggredito Venezuela e Iran, il Moloch criminale a stelle e strisce potrebbe rivolgere l'attenzione all'isola che considera da sempre una spina nel fianco. Prima di entrare nel merito, tuttavia, vorrei fare chiarezza in merito al mio pensiero in merito alle immagini che testimoniano l'esistenza di un rapporto fra Chomsky ed Epstein, che ça va sans dire, verranno sfruttate per neutralizzare le crude verità sui delitti yankee contro il popolo cubano documentate nel libro. Inizio citando qui di seguito il comunicato che l'editore Meltemi ha emesso qualche giorno fa:
Questo venerdì uscirà in libreria il volume “Su Cuba”, che vede come autore, insieme a Vijay Prashad, Noam Chomsky. Quando nell’autunno del 2024 abbiamo acquisito i diritti per l’edizione italiana di questo volume, si trattava di una scelta mirata ad ampliare quella parte del nostro catalogo dedicata all’analisi del post colonialismo e dell’imperialismo con l’aggiunta di due autori di primo piano.
Come molte e molti di voi, siamo rimasti scioccati dalla pubblicazione di numerose email e immagini che testimoniano lo stretto rapporto intercorso tra Chomsky e Jeffrey Epstein negli anni precedenti al secondo arresto di quest’ultimo. Anche nel caso in cui questi scambi non andassero a mettere in luce alcuna specifica condotta illegale, rimangono la testimonianza di una compromissione morale con un mondo di élite spregiudicate che non è giustificabile in alcun modo, a maggior ragione da parte di un intellettuale dalla storia di Chomsky. Questo volume è il frutto di un lungo lavoro di confronto e riflessione che ha coinvolto numerose persone, a partire dal musicista Silvio Rodríguez, che ispirò per primo a Prashad l’idea di scrivere un libro su Cuba, a Manolo de Los Santos, che ne ha scritto l’introduzione, e a Marc Favreau e Ishhan Desai-Geller, che ne hanno curato l’edizione originale. Le loro riflessioni rimangono un punto di partenza prezioso per comprendere Cuba oggi.
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Voi fate la guerra, noi la rivoluzione
di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo impero in Mesopotamia e una Gran Bretagna un po’ più sfuggente, ma rapace e offesa per essere stata tenuta, questa volta, un po’ da parte. Intanto i popoli muoiono sotto le bombe, o di fame, o di disperazione. Le ragioni sono composite, materiali e immateriali, e se vogliamo possiamo ridere maliziosi di un Trump egoista e malvagio, immobiliarista avido di potere che cerca di far dimenticare le sue relazioni pericolose con Epstein, o di un Bibi Netanyahu che fa la guerra per non finire sotto processo che domina lo sciocco Trump, ma a denti molto stretti. Ci sono questioni geopolitiche, di passaggio dal bipolarismo al multipolarismo o al monopolarismo, ma continuo a credere che la spiega attraverso cui interpretare tutto, almeno nel medio termine, sia, pur sempre, economica. Compatibile e coerente con una strategia duratura di dominio. Una sorte di Usa über alles, contro la Cina, ma, a ben vedere, contro tutti. Il motto potrebbe essere “distruggere per ricostruire” come va bene al Grande Fratello.
Siamo a un cambio di mondo, il digitale, l’IA cambierà radicalmente il modo di produrre, il lavoro come lo abbiamo conosciuto è destinato a scomparire o, quanto meno, a dislocarsi in modo molto differente da oggi (ne parleremo). C’è in ballo anche la transizione energetica, che dovrebbe completarsi nel 2050, ma intanto serve energia per potenziare le nuove tecnologie e arrivare per primi a completare il cambio del modello di sviluppo guidato dalla rivoluzione digitale e dalla IA. Se fosse questa la vera ragione sottostante a tutte le guerre degli ultimi trenta/trentacinque anni?
Chi per primo completerà la trasformazione digitale sarà padrone del mondo, ma, adesso, è necessario potenziare la capacità delle nuove tecnologie, e le nuove tecnologie divorano energia.
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Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
di A. Marin
«Non c’è speranza nel voler sopprimere
le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra
Introduzione
Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra.
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La banalità del male nell'era dello spettacolo
di Mario Sommella
Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa
I. Il tempo delle abitudini impossibili
Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.
L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.
«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»
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La guerra all'Iran si allarga
di Davide Malacaria
La grande guerra mediorientale si colloca nella più ampia disfida tra l’Impero d’Occidente e la Cina. Annotazione scontata, ma che pure va fatta. La nuova avventura bellica arriva non a caso dopo il regime-change venezuelano, che ha colpito un alleato chiave di Pechino, dal quale peraltro riceveva parte significativa dell’energia necessaria al suo sviluppo. Scompenso che la Cina si era affrettata a colmare incrementando l’acquisto del petrolio iraniano, ma l’attacco israelo-americano è arrivato prima che ne traesse beneficio.
È in questo quadro che si deve situare la strana guerra tra Afghanistan e Pakistan e la visita del premier indiano Narendra Modi in Israele prima che il Medio oriente si incendiasse. Infatti, i talebani hanno avviato uno scontro del tutto inspiegabile con Islamabad, con cui c’erano stati attriti transfrontalieri, ma alquanto relativi.
Tale guerra sta ponendo criticità a un alleato chiave della Cina usando delle frammentate milizie islamiche. Milizie supportate da esperti, altrimenti sarebbe impossibile per una compagine tanto arretrata tecnologicamente riuscire a colpire con precisione un impianto nucleare. Se si sta ai rapporti che legano India e Israele, soprattutto sul piano militare, si può ipotizzare la provenienza di tali esperti.
D’altronde la mossa di Modi, di visitare Israele mentre era ancora in corso il genocidio palestinese (non ancora interrotto) e con un conflitto in fieri contro l’Iran aveva tutta l’apparenza di una presa di posizione o, almeno, l’intenzione di Tel Aviv era quella di stringere ancora di più l’alleanza con Nuova Delhi in funzione anti-cinese, a motivo del loro sostegno all’Iran.
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Con l'Iran khomeinista nel momento in cui l'Iran khomeinista è aggredito
di Stefano G. Azzarà
Gli Stati Uniti e Israele non stanno semplicemente attaccando l'Iran, magari per prendersi la terra o le risorse o mettere le loro basi militari: stanno attaccando l'Iran nato dalla rivoluzione anticoloniale e guidato dal regime khomeinista, perché quell'Iran e quel gruppo dirigente - e non certo la popolazione - costituiscono per vari motivi un ostacolo per l'imperialismo.
Fermo restando che stiamo parlando solo dell'analisi, dal momento che nessuna componente ha oggi la minima effettualità, non è sufficiente, pertanto, per i comunisti di orientamento leninista e per gli antimperialisti - altra cosa è la sinistra in generale, alla quale non è ovviamente possibile chiedere questa presa di coscienza, e altra cosa ancora sono anche altri e diversi orientamenti comunisti - deplorare la guerra e dirsi genericamente dalla parte del popolo iraniano; e nemmeno, al limite, difendere la sovranità nazionale iraniana come epifania della sovranità nazionale in quanto tale.
Queste sono cose ovvie, ma non bastano.
Nel momento in cui si sta nel movimento generale contro la guerra per quel minimo che tale movimento esiste, e lo si sostiene e promuove senza ridicoli settarismi e con tutti i suoi limiti, bisogna invece difendere, in questa analisi, proprio gli Ayatollah, per quanto non corrispondano al nostro ideale occidentale di rivoluzione proletaria e persino di rivoluzione anticoloniale; e anche se in condizioni diverse e più avanzate li avremmo avversati e magari un giorno - improbabile, per come siamo messi - potremmo combatterli.
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Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici
di Francesco Pallante e Tomaso Montanari
La destra è estranea alla storia della Repubblica. Per questo vuole trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto
Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo.
Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana).
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Arte e politica
di Gianmarco Pisa
È l’arte che interagisce dialetticamente con il reale, che riguarda l’uomo nella società e nella storia, con la sua vita, le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, sempre dialetticamente intrecciate con la dinamica sociale, il conflitto sociale, e il divenire storico, la trasformazione storico-sociale, a essere propriamente arte.
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.
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Potere Legittimo E Legale
di Carla Filosa
In attesa del 22-23 marzo, l’attenzione al referendum confermativo viene distratta da eventi di gran lunga superiori, come l’ultimo attacco di sabato scorso Usa/Israele all’Iran, le pregresse minacce a Cuba – anch’essa si vorrebbe ricoprire dalla bandiera a stelle e strisce, al pari di Groenlandia e Canada – e guerra in Ucraina la cui fine è in apparenza sempre più lontana, mentre produce morti e impoverimento quale obiettivo finora stabilizzato.
Essere distratti non significa però in questo caso essere dirottati dall’obiettivo principale, bensì essere indotti a guardare da un punto di visuale diverso, necessariamente più ampio, ove il nostro focus può trovare una motivazione causale che maggiormente identifica e direziona il problema da analizzare. In questa che ormai da molti viene chiamata “3° guerra mondiale a pezzi”, secondo la definizione ormai datata di papa Bergoglio, una delle novità più vistose in cui questa multiforme crisi appare è la liquidazione di ogni forma sedimentata di diritto, da quello internazionale a quello nazionale fino a quello più ideologico di “diritto umano”.
È bene rammentare, ora, che, se è la riflessione che cerchiamo di proporre e su cui cimentarci, è opportuno per primo rivolgere lo sguardo alle condizioni oggettive che hanno preparato e reso necessario questo mutamento che forse possiamo definire epocale, per poi ritornare sui piani sovrastrutturali in cui le condizioni soggettive operano, ma non in modo separato e autonomo.
Lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione si presenta sempre ineguale rispetto allo sviluppo dei rapporti giuridici sia sul piano nazionale sia su quello internazionale, e dato che questi ultimi esprimono e rappresentano le relazioni economiche che li determinano, è prioritario riuscire ad analizzare l’importanza di questo divario, occultato nelle società, che la storia inevitabilmente sta portando alla luce.
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L’Occidente in guerra e le ragioni della sua inevitabile sconfitta
Die Weltwoche intervista Emmanuel Todd
“Qualunque cosa accada in Iran, la sconfitta dell’Occidente e della sua civiltà è inevitabile. Trump non può fermare la sua implosione, la sta accelerando”. L’impero americano sta crollando come l’Unione Sovietica, afferma Emmanuel Todd. Nel 1976, il demografo aveva previsto la caduta della superpotenza comunista basandosi sui dati relativi alla mortalità infantile. Oggi, vede nelle statistiche demografiche il segno del declino degli Stati Uniti. E mette in guardia contro una Germania riarmata.
La guerra in Ucraina riguarda la Germania, aveva dichiarato il demografo, storico e autore di successo francese alla rivista Weltwoche nella primavera del 2023. Poco dopo, Emmanuel Todd ha dedicato un libro a questo Paese, in cui il nichilismo della civiltà occidentale occupa un posto importante: «La sconfitta dell’Occidente», pubblicato nel 2024. Nella primavera del 2025, è stata pubblicata un’altra intervista sulla rivista Weltwoche. Todd ha allora dichiarato: «La Russia ha vinto la guerra». Un’opinione che ora è condivisa da esperti di fama mondiale come il colonnello americano Douglas Macgregor.
Da giovane ricercatore, Todd si era fatto conoscere nel 1976 prevedendo il crollo dell’Unione Sovietica. Giustificava questa previsione con l’alto tasso di mortalità infantile nell’impero comunista. In seguito, quando criticò l’introduzione dell’euro, richiesta dalla Francia in cambio della riunificazione tedesca, fu molto richiesto per interviste in Germania.
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La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti
Caracas. Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
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MANIFESTO DEL REALISMO VISIONARIO
(a cura di Paolo Bartolini)
Premessa
La realtà fa frizione, non tutto è possibile. La stagione del decostruzionismo radicale è finita: ha avuto un suo senso, oggi non più. La “svolta linguistica”, e la pretesa di ridurre i fenomeni a come li raccontiamo, sono state assorbite dal neoliberalismo e dal pensiero ipermoderno funzionale alla dismisura tecno-capitalista. L’effetto, ben visibile nelle guerre culturali di questi anni, è la perdita di dialettica tra struttura e sovrastruttura. La vita di ogni giorno, le sue condizioni materiali plasmate dai rapporti di potere e dai mercati capitalistici, interessa sempre meno un ceto intellettuale miope e autoreferenziale. Bisogna correggere la rotta.
Detto questo aggiungiamo: la realtà non è una “cosa”; è un dinamismo relazionale dove, per ogni limite e vincolo, si sprigiona un campo (non infinito) di possibili adiacenti da esplorare. La realtà ci ricorda che il vivente non può essere colonizzato, usato e manipolato oltre un certo limite (che non è fissato a priori, ma sempre si manifesta a un certo punto). Prima o poi, nella forma di sintomi o di reazioni abnormi, le logiche di sfruttamento e oppressione producono risposte che incrinano la narrazione del migliore dei mondi possibili (quello governato dal motto thatcheriano e ultraliberista “There Is No Alternative”, TINA). Il presente manifesto muove dalla consapevolezza che, sul piano esistenziale e su quello politico, la cura e la trasformazione passino attraverso una tensione generativa tra senso di realtà e capacità di immaginare altrimenti. La visionarietà è l’elemento decisivo che distingue questa proposta da qualunque soluzione “riformista” che si accontenti di levigare i meccanismi dell’impianto tecno-capitalista sperando di temperarne un po’ le disuguaglianze strutturali.
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Adolf Hitler, Pietro Savastano e la "Macarena" di Donald Trump
di Salvatore Minolfi
Come di regola avviene in qualsiasi bolla mediatica e socio-culturale, stiamo normalizzando ciò che normale non è, o non lo è ancora. Vale a dire, stiamo provando a definire ciò che d’ora in poi sarà la nostra nuova normalità, quella socialmente e politicamente accettabile.
Stiamo sdoganando l’assassinio politico come pratica di routine.
In questi giorni, sui media occidentali, c’è tutto un operoso fervore giornalistico nello svelare in che modo sia stato mai possibile assassinare un’autorità religiosa che è nel cuore di centinaia di milioni di credenti.
Appunto: la curiosità e lo stupore sono tutti sul “come”.
Eppure, solo poche settimane fa si era registrata una certa indignazione, per l’emergere di una nuova ipotesi intorno alla morte di Alexei Navalny (prima attribuita alla tecnica del “pugno al cuore”; oggi ricondotta all’uso di un esotico veleno): ciò che non cambiava, comprensibilmente, era lo sdegno suscitato dal sospetto che la morte del noto oppositore politico fosse stata causata dal regime politico contro cui lottava.
Con Khamenei siamo già oltre: non c’è neanche il più pallido interesse a discutere la legittimità dell’atto, ma solo la morbosa eccitazione intorno ad un evento che – replicando l’assassinio di Hassan Nasrallah (settembre, 2024) – mostra al mondo i magici poteri di una GBU-57 Bunker Buster (ovvero, un Massive Ordnance Penetrator) e il senso di onnipotenza che restituiscono al cittadino medio di un paese occidentale.
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Il sole di Austerliz
di Antonio Martone
C’è un momento, nel racconto tolstoiano di Austerlitz, in cui il principe Andrej cade ferito e vede il cielo. Solo il cielo – alto, infinito, incomparabilmente più vasto degli stendardi, delle grida, di Napoleone stesso che gli passa accanto come una piccola figura. È il momento in cui l’idolo si sgretola per la violenza della luce.
Quel sole è tornato. Lo stiamo vedendo adesso, mentre i cieli del Venezuela e dell’Iran bruciano dello stesso fuoco che ha consumato l’Ucraina. E quello che illumina – con una crudeltà che non lascia scampo – non è la superiorità di un esercito sull’altro ma la struttura nuda di un ordine mondiale che non ha mai smesso di essere, in fondo, l’ordine del più forte.
Bisogna allora avere il coraggio di guardare in faccia questa luce senza socchiudere gli occhi.
Il diritto internazionale è uno strumento. In quanto tale, funziona soltanto se sostenuto da una forza capace di imporlo. All’alba del moderno, Hobbes lo sapeva: i patti senza la spada non sono che fiato sprecato. Una norma priva di coercizione non è una norma debole: non è neppure una norma. È la volontà del più forte che ha imparato a vestirsi da legge.
Questa è la chiave per smontare la retorica atlantista degli ultimi anni. Quando le potenze occidentali invocavano il diritto internazionale davanti all’aggressione russa in Ucraina, non stavano necessariamente mentendo sulla norma. Stavano applicando uno strumento in modo selettivo. Il problema non era la falsità della norma: era che la norma era stata impugnata come clava ideologica da chi possedeva la capacità di renderla operante o inoperante a proprio piacimento. Il silenzio – o il plauso – di fronte alle operazioni statunitensi in Venezuela e in Iran è la rivelazione che quel principio non è mai stato autonomo dalla forza che lo sosteneva.
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La guerra santa tra il paradiso islamico e il paradiso fiscale
di comidad
Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità. Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato. Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato. Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso. Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia. Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata. Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle. Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, Leonardo SpA, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’Airshow che si svolge a Dubai. In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno Leonardo SpA sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.
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Trump ha aperto il vaso di Pandora mediorientale
di Giuseppe Masala
Il conflitto in corso nel Golfo Persico è di natura diversa rispetto alla guerra dei 12 giorni del 2025 a causa della morte dell'Ayatollah Khamenei che la trasforma in uno scontro di civiltà tra Occidente e Iran. Una guerra che però nasconde un altro scenario: quello della lotta per la sopravvivenza degli USA come impero.
* * * *
Come era ampiamente previsto è iniziata la grande Guerra Mediorientale, capitolo fondamentale di quella “Guerra mondiale a pezzi” teorizzata da Papa Bergoglio già più di dieci anni fa.
Non ha alcun senso fare la cronistoria di queste ore convulse né usare come chiave di lettura la guerra dei 12 giorni deflagrata tra USA, Iran e Israele solo a giugno dell'anno scorso.
Questo conflitto è di natura estremamente più pericolosa di quanto abbiamo visto in questi tribolatissimi anni per tre ragioni fondamentali interconnesse l'una all'altra:
- La scelta di eliminare l'Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, è più che una provocazione un vero e proprio atto di delegittimazione di tutto il sistema iraniano che proprio dall'autorità della sua Guida Suprema trae origine.
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Fuori l'Italia dalla guerra!
di Francesco Cappello
Teheran ha avvertito che un utilizzo delle basi statunitensi sul nostro territorio sarebbe considerato un atto di guerra
Il nostro è un territorio funestato dalla presenza militare statunitense (vedi nota [1]). Gli USA fanno di noi ciò che vogliono.
Gli iraniani difendendosi dall’attacco terroristico che stanno subendo hanno reagito distruggendo basi e porti militari in tutte quelle monarchie familiari arabe affiliate agli Stati Uniti utilizzate quale base di lancio verso il territorio iraniano.
Gli USA, in misure proporzionale alla distruzione di quelle infrastrutture militari, indietreggeranno ritirandosi presso i paesi del Mediterraneo come il nostro, la Grecia e gli altri. Abbiamo visto come gli iraniani siano riusciti a prendere di mira con successo gli inglesi a Cipro.
Noi dovremmo tirarci fuori dalla guerra e invece ci stiamo facendo coinvolgere sempre più pericolosamente.
L’Italia verso un decreto aiuti, l’ipotesi di sistemi anti droni e Samp/T al Golfo
L’Italia si prepara purtroppo a fornire supporto militare ai Paesi del Golfo colpiti dai missili iraniani. Il nostro solerte ministro della Guerra, Guido Crosetto, ha annunciato un pacchetto di aiuti – dispositivi anti-drone e possibilmente il sistema terra-aria Samp/T – da varare con un decreto legge in coordinamento con i partner europei, su richiesta di Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
Resta inoltre aperto il nodo cruciale delle basi italiane per eventuali azioni offensive americane contro l’Iran. Non a caso il ministro degli esteri Tajani ha tenuto a ribadire rivolto all’Iran che il supporto delle basi sul territorio italiano è solo di natura logistica e non cinetica come vorrebbe la richiesta americana e come moltissimi elementi fanno già sospettare che sia.
Sappiamo qual è stata la reazione spagnola a questa stessa richiesta e la relativa reazione di Trump. Teheran ha avvertito che un utilizzo delle basi statunitensi sul nostro territorio sarebbe considerato un atto di guerra!
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Il mosaico della morte per mille tagli
di Pepe Escobar – Strategic Culture Foundation
Si tratta di una guerra di logoramento strutturata e la sceneggiatura è stata scritta a Teheran
La difesa decentralizzata a mosaico dell’Iran – la denominazione ufficiale – continua a essere modificata 24 ore su 24, 7 giorni su 7: questa è la strategia a lungo termine dell’IRGC, che consiste nel provocare la morte per mille tagli, con l’obiettivo di dissanguare l’Impero del Caos.
Esaminiamo i canali interconnessi che permeano la palude incostituzionale, impossibile da conquistare e strategicamente catastrofica, costruita dall’Impero del Caos.
La resilienza mosaica dell’Iran e la sua strategia a lungo termine. La tentazione per quell’orrendo culto della morte in Asia occidentale di passare al nucleare, l’inesorabile avvicinarsi dell’inferno degli intercettori, la spinta incessante della Cina ad abbandonare il vecchio ordine (accumulando oro, scaricando dollari), i progressi dei BRICS nella creazione di un sistema finanziario parallelo, il crollo dei vassalli americani a diverse latitudini; tutto ciò sta accelerando un radicale riassetto del sistema.
E poi c’è Vladimir Putin che, con disinvoltura, quasi come un ripensamento, annuncia che alla fine potrebbe non esserci gas russo da vendere all’UE:
“Forse avrebbe più senso per noi smettere di fornire gas all’UE e spostarci verso quei nuovi mercati, affermandoci lì (…) Ribadisco: non c’è alcun motivo politico in questo. Ma se comunque tra un mese o due ci chiuderanno il mercato, forse è meglio andarsene ora e concentrarsi su paesi che sono partner affidabili. Detto questo, non si tratta di una decisione. Sto solo pensando ad alta voce. Chiederò al governo di esaminare la questione insieme alle nostre aziende”.
Il pietoso Cancelliere Bratwurst ha chiesto il permesso al neo-Caligola affinché la Germania potesse acquistare petrolio russo; lo ha ottenuto, ma potrebbe non essercene in vendita. Questa è una guerra energetica, e l’UE ancora una volta non è nemmeno all’altezza di un mendicante senzatetto. Niente gas dal Qatar, niente petrolio e gas dalla Russi; ora tornate alla vostra guerra infinita, l’ossessione della NATO.
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Il piccolo vocabolario tematico del pensiero di Marx-Engels
Gian Marco Martignoni intervista il prof. Nicola Angelillo
Intervista di al docente di filosofia in pensione. Tra i suoi lavori La filosofia in fiabe e saggi di filosofia, oltre al piccolo manualetto pubblicato recentemente su Marx ed Engels.
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La prima osservazione che si rileva, leggendo Marx-Engel, è la mancanza di bibliografia.
Non è del tutto vero: la mia bibliografia è costituita da Karl Marx e Friedrich Engels.
Tre anni fa mi sono chiesto: perché non leggere direttamente gli scritti di Marx e di Engels e ascoltare attentamente quello che hanno da dirmi, invece di leggere quello che hanno detto ai loro numerosissimi ed eccellenti lettori?
Tre anni fa avevo 87 anni. Potevo togliermi la soddisfazione di leggere direttamente gli autori che hanno ispirato le piazze rivoluzionarie e le rivoluzioni nel mondo?
Leggendo i manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Capitale non avevo una tesi da dimostrare, né un’intuizione nuova da verificare, per le quali avevo bisogno dell’aiuto autorevole dei suoi studiosi. ‹‹Marx-Engels›› non è difatti un saggio, ma un dizionario, in cui racconto i concetti e alcuni dei temi fondamentali del loro pensiero.
Vuoi sapere che cosa è il lavoro?
Apri alle voci in cui si parla del lavoro e saprai che per Marx il lavoro è la realizzazione fisica e spirituale dell’uomo.
Vuoi sapere che cosa è l’uomo?
Apri alle voci corrispondenti e troverai che per Karl Marx l’uomo è natura, è il mondo intero, è natura inorganica e organica prima di diventare uomo e così via. Ho cercato di non frappormi fra Marx e la voce dei suoi scritti e di evitare l’interpretazione delle sue parole.
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L’Occidente davanti all’Armaghedon
di Angelo d’Orsi
«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscí dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: È fatto! Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l›uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello».
Sono parole dall’Apocalisse (o Apocalissi) dell’apostolo Giovanni di Patmos, detto l’Evangelista, un testo datato intorno al 94-96 d. C., nell’estrema vecchiezza e solitudine di quell’apostolo, che era stato il prediletto di Gesú: soltanto successivamente egli redigerà il suo Vangelo (ca 98-100 d. C.) e fu il suo addio alla vita terrena, perché la morte è attestata appunto in quegli anni. Quel testo in parte riprende spunti della tradizione detta appunto “apocalittica” di profeti ebraici, in particolare quello, assai complesso, frutto di una giustapposizione di testi diversi, attribuito a Enoch, espunto sia dalla tradizione giudaica, sia da quella cristiana, caduto nell’oblio per molti secoli, e riscoperto soltanto a partire dall’età umanistica.
“Apocalisse” significa rivelazione, e le pagine del testo giovanneo sono in effetti la rivelazione di un futuro terribile, quando Babilonia, che simboleggia l’intero mondo, verrà distrutta dalla collera del Signore. «Rivelazione di Gesú Cristo, che Dio gli diede per rendere palese ciò che presto deve accadere». Talmente ridondano di flagelli, quelle pagine, che la stessa parola “apocalisse” assunse ipso facto il senso di devastazione, annientamento, distruzione. E l’apostolo in quelle pagine non definisce una precisa dimensione spazio-temporale. La sua “rivelazione” apre uno scenario terribilmente inquietante sul futuro del mondo, fino alla fine dei tempi.
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La guerra messianica-apocalittica all'Iran
di Davide Malacaria
“Lunedì, durante un briefing, il comandante di un’unità militare ha detto ai sottufficiali che la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato ‘unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra’”, secondo quanto denunciato da un sottufficiale. Da sabato mattina laMilitary Religious Freedom Foundation degli Stati Uniti ha ricevuto 200 chiamate da più di 50 basi militari di tutti i servizi nelle quali venivano segnalate simili inquietanti dichiarazioni da parte di “comandanti cristiani fanatici”.
L’intervento in Iran, cioè coinciderebbe con l’Armageddon, la battaglia finale apocalittica che avrà come esito il ritorno di Cristo. Non è una barzelletta, né si spiega solo col fatto che il Capo del Pentagono Pete Hegseth sia un fanatico religioso e abbia infarcito gli alti gradi dell’esercito di evangelicals.
La teologia apocalittico-messianica degli evangelicals, infatti, ha radici lontane. “Nel XIX secolo, il teologo John Nelson Darby ipotizzò che Dio si relazionasse con l’umanità in epoche distinte o ‘dispensazioni’. Questa teologia dispensazionalista si diffuse rapidamente negli Stati Uniti raggiungendo le masse cristiane mainstream con la diffusione della Bibbia di riferimento Scofield del 1909″.
“Darby sosteneva che Ezechiele 38 descrivesse una guerra futura in cui le nazioni si schiereranno contro Israele e Dio emetterà il suo giudizio contro di esse. Scofield prese questa affermazione e iniziò ad applicarla alla geopolitica moderna, con il nemico di Israele identificato nella Russia”.
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Una storia antica dell’Iran
di Eros Barone
Dopo le tre guerre del Golfo Persico (1980-1988, 1991, 2003), dopo l’aggressione alla Serbia e l’intervento nel Kossovo (1999), dopo l’occupazione dell’Afghanistan (2002), dopo l’assassinio di Gheddafi e la distruzione della Libia (2011), dopo lo scatenamento della guerra civile in Siria (2011-2024), dopo la “guerra dei dodici giorni” sferrata da Israele contro l’Iran (2025), dopo il colpo di Stato e il rapimento del presidente della repubblica in Venezuela (3 gennaio 2026), dopo l’assassinio della “guida suprema” dell’Iran (28 febbraio 2026), fermo restando nel corso del tempo (1948-2026) il totale appoggio alla politica espansionista e genocida di Israele nel Vicino Oriente, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo americano intraprende o sostiene una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi. Consideriamo dunque il fattore geopolitico.
Orbene, basta dare un’occhiata a una carta geografica per notare che nel ‘limes’ lungo circa 10.000 chilometri che, saldamente presidiato dalle forze armate statunitensi, parte dalla Turchia e, passando attraverso l’Iraq e l’Afghanistan, giunge al confine nord-occidentale della Cina, c’è solo un anello che manca: l’Iran, un paese che, con la sua estensione di oltre un milione e seicentomila chilometri quadrati, con le sue risorse naturali e con la sua posizione strategica, è il vero gigante del Medio Oriente.
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Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione
di Andrea Fumagalli
L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.
1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.
2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.
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La guerra vista da Pechino
di Michele Paris
A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.
È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi.
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Il peggio è già qui
di Carlo Lucchesi
Sempre più spesso si parla di una guerra inevitabile e imminente con la Russia. Da parte della UE e della Nato lo si fa addebitando alla Russia la volontà di aggredire l’Europa. E’ questa una tesi palesemente inconsistente, verrebbe da dire idiota. Non si citano mai i Paesi che sarebbero oggetto dell’attacco, non si dice che colpirà un Paese baltico, o la Finlandia, o la Polonia, cosa che, per quanto inventata, rientrerebbe comunque nel campo del teoricamente possibile. Si fa credere che tutta l’Europa sia sotto attacco. Ma i fatti, non le chiacchiere, dicono che la Russia, avendo deciso di combattere con armi convenzionali, è in guerra con l’Ucraina, anche se in realtà con la Nato, da oltre tre anni. Come si può immaginare in buona fede che potrebbe sostenere un fronte grande quanto l’Europa? E poi, una volta che avesse vinto la guerra, come potrebbe mai mantenere il controllo dei Paesi conquistati? E quale vantaggio ne trarrebbe visto che già dispone di un territorio immenso e di preziosissime risorse che in Europa non ci sono? Domande che non vengono poste perché le sole risposte possibili svelerebbero l’inganno che questa tesi cela. Del resto, tutti sanno perfettamente che la Russia preferirebbe mille volte tornare a fare buoni affari con l’Europa come è accaduto fino a poco fa e, se avesse nei governanti europei interlocutori affidabili, lo farebbe subito. Dunque, dire che la Russia è in procinto di aggredire l’Europa è una balla gigantesca. Questa guerra, Russia contro Europa, non ci sarà. Resta da capire, ma non è difficile, perché i governanti europei e i media vogliano farlo credere.
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