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L'attacco all'Iran
di Piccole Note
Alla fine hanno prevalso i falchi e Trump ha ceduto di schianto o forse ha ceduto prima e solo finto indecisione. Non è importante ora. L’Iran è sotto attacco. E ciò nonostante il fatto che i negoziati di Ginevra si fossero conclusi con l’intesa di un nuovo incontro a Vienna per finalizzare un accordo.
La dichiarazione di guerra di Trump, un profluvio di falsità, è quanto di peggio poteva tirar fuori dal suo repertorio: sostanzialmente l’obiettivo fissato dalla campagna è annientare l’intero apparato bellico iraniano e imporre un nuovo regime, nulla di meno.
Stanotte sembra finita la parabola del Trump isolazionista, fautore del ritiro dell’Impero dal mondo per rilanciare l’America come prima potenza globale tramite un arrocco continentale. La dichiarazione di guerra riecheggia fedelmente le tante del passato. Un passato che sembra ripetersi sempre uguale a se stesso.
C’è però in questa aggressione una vena psicopatica che le guerre del passato non avevano. Il genocidio dei palestinesi, infatti, ha inserito una variabile nuova nelle guerre imperialiste, una variabile impazzita che rende questa aggressione più folle e pericolosa di altre, per il Paese aggredito, per la regione, per il mondo.
Se in precedenza i neocon avevano eliminato i limiti dall’orizzonte temporale delle guerre, da cui le guerre infinite, il genocidio dei palestinesi ha spazzati via tutti gli altri. Nessun limite dettato dal diritto internazionale, nessun limite morale o discendente dalla più banale umanità.
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Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
di Alessandro Volpi
Ci risiamo. Come nel caso dell'Iraq dove l'attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell'Iran, le motivazioni di Trump sono legate al "pericolo" nucleare degli ayatollah.
I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla "lotta di liberazione" dei giovani iraniani. Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni
1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso.
Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l'attacco all'Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.
2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz.
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Assalto alla Repubblica Islamica: benvenuti nella prima guerra esistenziale
di Alex Marsaglia
Dopo settimane di preparativi, in cui gli Stati Uniti hanno dislocato gran parte del loro potenziale offensivo in tutto il Medio Oriente, schierando persino due delle portaerei di classe Nimitz (a propulsione nucleare) rispettivamente nel Mar Arabico la Lincoln e davanti alle coste occupate da Israele la Ford, è iniziato l’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran.
I neocon Rubio, Hegseth, Ted Cruz, Lindsay Graham che hanno preso il potere nell’amministrazione Trump lo avevano promesso, delineando una strategia di attacco su tutti i fronti agli Stati sovrani che hanno sempre identificato come Asse del Male. Dopo poco più di un mese e mezzo dall’attacco al Venezuela è stato così il turno dell’Iran.
Nelle prime ore del 28 Febbraio un attacco congiunto delle forze israeliane e americane ha mirato a una serie di obiettivi politici, militari, energetici e civili in tutta la Repubblica. L’obiettivo è stato decapitare i vertici: la Guida Suprema Ali Khamenei, il Presidente Pezeshkian, i principali comandi militari, nonché politici di spicco come Mahmud Ahmadinejad che evidentemente continuano a far sudare freddo gli yankee rendendo insonni le loro notti. Il Presidente statunitense ha accompagnato la seconda offensiva imperialista nel giro di pochi mesi con una insolita vera e propria chiamata al sacrificio del popolo americano: “le vite di coraggiosi eroi americani potrebbero essere perse e potremmo avere delle vittime”, intimando con il solito fare da gangster al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica di “deporre le armi e arrendersi” e infine chiamando al regime change i ribelli fomentati in questi mesi con un “acquistate il controllo del vostro proprio destino”.
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Aggressione all'Iran di Usa e Israele. La prima reazione ufficiale della Cina
di Redazione
Pechino chiede la fine immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo, sottolineando che "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha espresso oggi la sua profonda preoccupazione per gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
In una nota ufficiale, il portavoce del Ministero ha dichiarato che "la Cina è molto preoccupata per l'attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l'Iran", ribadendo un principio cardine della politica estera cinese: "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Un appello alla de-escalation e al dialogo
Nel suo comunicato, Pechino ha lanciato un appello alla comunità internazionale, chiedendo "la cessazione immediata delle azioni militari" per "evitare un ulteriore inasprimento delle tensioni". Il portavoce ha inoltre sottolineato l'urgenza di "riprendere il dialogo e i negoziati" come unica via per "mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente".
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Aggressione all'Iran. "Se non ci mobilitiamo, le prossime vittime saremo noi e i nostri figli"
di Elena Basile
Rilanciamo e facciamo nostre le parole dell'Ambasciatrice Elena Basile pubblicate sui suoi social alla luce dell'ennesimo crimine di Usa e Israele. Questa volta contro il popolo iraniano e le sue autorità.
* * * *
Sono vicina agli amici e al popolo iraniano per questa aggressione fascista che stanno subendo. Il terrorismo di stato israelo-americano va condannato.
La retorica del liberal order, assecondata anche in questo tragico momento da Carl Bildt – liberale ed emblema dei progressisti, dai socialisti europei, dalle destre trumpiane – per la quale anche se si tratta di una violazione del diritto internazionale, essa è rivolta contro un "regime indifendibile", deve essere non tollerata, attaccata, smentita.
Difendiamo il diritto, la diplomazia, la prevenzione dei conflitti.
La demonizzazione della Russia, della Cina, dell'Iran, oppure del Venezuela e di Cuba è l'ennesima manipolazione del nuovo fascismo al potere.
Le vittime sono silenziate ovunque: a Gaza, in Cisgiordania, in Iran, a Cuba. Una ristretta élite agisce al di fuori del diritto ed è intoccabile.
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Complici nel crimine. Marco Rubio a Monaco
di Giacomo Donis
Riceviamo da Giacomo Donis e volentieri pubblichiamo questa tagliente lettura del discorso di Rubio a Monaco – tanto più appropriata in quanto cade nel giorno dell’ennesima impresa criminale made in the USA. (Red.)
* * * *
La colonizzazione è il crimine dei crimini, il crimine supremo contro l’umanità. Genocidio, schiavitù, furto della vita umana, della libertà, della sovranità fisica e culturale. Disumanizzazione. La colonizzazione ha una storia lunga e gloriosa. Le mani dei “conquistadores” delle Americhe sono sporche del sangue di centinaia di milioni di esseri umani. L’imperialismo è il volto politico della colonizzazione; il capitalismo è il suo volto economico, e la sua prole.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco della scorsa settimana, Marco Rubio, Segretario di Stato di Trump, ha cantato un “Inno alla Gioia” degno di Beethoven. Musica per le orecchie dei colonizzatori. Un inno di battaglia. Un’ode che, guarda caso, è l’inno della nostra amatissima Unione Europea. L’Impero d’Occidente, la figlia dell’Eliseo. Un vero e proprio panegirico. Con una differenza fondamentale: l’Ode non era dedicata alla colonizzazione del passato, ma alla futura ricolonizzazione. E con Donald Trump il futuro è ora. Mentre ascolto il testo di Rubio, le orecchie mi cadono dalla testa!
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La Russia condanna i raid sull'Iran: 'Violate le norme internazionali, pronti a mediare per la pace
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
A poche ore dall’attacco congiunto di USA e Israele contro l’Iran, non si è fatta attendere la reazione della Russia, attraverso un comunicato pubblicato sul sito del Ministero degli Esteri.
“La mattina del 28 febbraio, le forze statunitensi e israeliane hanno lanciato attacchi aerei contro il territorio iraniano. La portata e la natura dei preparativi militari, politici e propagandistici che hanno preceduto questa mossa sconsiderata, incluso il dispiegamento di un'imponente forza militare statunitense nella regione, non lasciano dubbi sul fatto che si sia trattato di un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno Stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”, si legge nella prima parte del comunicato.
Mosca ha lamentato che “è inoltre condannabile che gli attacchi vengano nuovamente perpetrati sotto le mentite spoglie di un rinnovato processo negoziale, apparentemente concepito per garantire una normalizzazione a lungo termine della situazione attorno alla Repubblica Islamica, e nonostante i segnali trasmessi alla parte russa secondo cui gli israeliani non hanno alcun interesse in uno scontro militare con gli iraniani. La comunità internazionale, compresi i vertici delle Nazioni Unite e dell'AIEA, deve fornire immediatamente una valutazione obiettiva e intransigente di queste azioni irresponsabili volte a minare la pace, la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente.”
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Le prime reazioni politiche internazionali all’attacco contro l’Iran. La Ue è la peggiore
di Redazione
In Italia c’è stata in mattinata una insulsa nota di Palazzo Chigi, dopo la riunione di governo presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “In questo momento particolarmente difficile, l’Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Nella nota si legge anche che “il Presidente del Consiglio si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Da Palazzo Chigi è emersa la preoccupazione del governo italiano, che ha riunito in videoconferenza i principali vertici istituzionali, compresi i responsabili dell’intelligence. “Non è uno scenario che ci coglie impreparati”, ha commentato il ministro Crosetto. “Ma si è aperto un nuovo fronte, e non ne sentivamo il bisogno”.
Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.
Unione Europea
Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.
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Stop all’attacco all’Iran, l’Italia non dia le basi
di Rete Pace e Disarmo
Nel condannare con forza l’ennesimo passo verso il baratro, chiediamo al Governo italiano e a quelli della Ue di dissociarsi da questa follia, di richiedere la convocazione immediata del Consiglio di sicurezza dell’Onu e di interdire l’uso delle basi, dei porti e degli aeroporti alle forze armate degli Stati Uniti impiegate in questa guerra illegale.
* * * *
Questa mattina, con un’operazione militare congiunta denominata “Ruggito del leone”, Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra. Bombe su Teheran, su Isfahan, su Karaj, su Qom. Esplosioni vicino al palazzo presidenziale, colonne di fumo nero nel cielo della capitale iraniana. Cittadini nei rifugi, ospedali evacuati, sirene d’allarme in tutto Israele mentre già partono i missili di risposta. L’intera regione mediorientale è di nuovo precipitata nel baratro.
Quello che è accaduto questa mattina è tanto più grave perché arriva nel momento peggiore possibile: mentre la diplomazia stava — faticosamente, ma concretamente — cercando una via d’uscita. Solo ieri, il ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi — il principale mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran — aveva dichiarato che l’Iran era pronto a rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito e aveva definito l’accordo di pace “alla nostra portata”. Dopo tre round di colloqui a Ginevra, con l’AIEA direttamente coinvolta come osservatore tecnico, si intravedevano per la prima volta le condizioni per un’intesa: zero accumulo, zero stoccaggio, piena verifica internazionale. La questione del controllo del programma nucleare iraniano — che noi consideriamo cruciale, in quanto organizzazione aderente alla campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) e da sempre impegnata per un Medio Oriente libero da armi nucleari — stava trovando uno spazio negoziale reale.
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Israele e Stati Uniti attaccano a tradimento l'Iran
di Francesco Corrado
Questa mattina Stati Uniti e Israele hanno attaccato massicciamente l'Iran, operazione che è stata denominata "Il ruggito del leone". Sempre fingendo di portare avanti delle trattative i due stati canaglia e principali violatori delle leggi internazionali hanno attaccato a tradimento, come al solito del resto, la Repubblica Islamica.
Trump ha già rilasciato dichiarazioni in merito: "potremo avere delle perdite di eroici soldati americani ma facciamo questo pensando al futuro."
Poi ha aggiunto una dichiarazione in perfetto stile mafioso: "La classe dirigente iraniana ha la possibilità di arrendersi per avere salva la vita". Il paese che ha come mito fondante la mistica del Far West e lo sterminio degli indigeni non può che avere un presidente che si esprima in questo modo.
Il Middle East Spectator cita una fonte dell'amministrazione americana secondo cui il piano era pronto da mesi e già diverse settimane fa era stata data luce verde per iniziare l'attacco. A riprova che tutto ciò che viene detto dagli USA è privo di alcun valore se non seguito fa fatti concreti secondo una tradizione oramai secolare ben descritta dalla storica Helen Hunt jackson nel suo classico "un secolo di disonore".
Sono sotto pesante bombardamento Teheran, Qom, Isfahan ed altre città. A Teheran è stata massicciamente bombardata la zona di Pastur e gli obbiettivi confermati sono il ministero dei servizi di intelligence, il ministero della difesa, gli uffici del leader supremo Khamenei, l'agenzia per l'energia atomica ma non solo.
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Teheran risponde al fuoco, esplosioni in tutta la regione
La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 11:00 L'Iran conferma i siti presi di mira nella regione del Golfo
Secondo l'agenzia di stampa Fars, l'Iran ha preso di mira:
- Base aerea di Al-Udeid in Qatar
- ase aerea di Al-Salem in Kuwait
- Base aerea di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti
- La quinta base statunitense in Bahrein
Ore 10:30 Tutti i beni di Stati Uniti e Israele nella regione sono un "obiettivo legittimo", afferma un alto funzionario iraniano
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato ad Al Jazeera che stanno avvertendo Israele di "prepararsi a ciò che sta per accadere, e che la nostra risposta sarà pubblica, e non ci saranno linee rosse".
"Tutti i beni e gli interessi americani e israeliani in Medio Oriente sono diventati un obiettivo legittimo. Non ci sono limiti dopo questa aggressione e tutto è possibile, compresi scenari che non erano stati precedentemente considerati", ha ribadito il funzionario.
"Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato un'aggressione e una guerra che avranno ripercussioni ampie e durature. Non siamo rimasti sorpresi dall'aggressione congiunta americano-israeliana e abbiamo una risposta complessa e senza limiti di tempo", ha dichiarato il funzionario, aggiungendo che qualsiasi richiesta all'Iran di moderazione o resa è "inaccettabile e pura illusione".
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Usa e Israele attaccano l’Iran: “Guerra preventiva”
di Redazione
Le forze armate degli Stati Uniti e di Israele hanno lanciato una massiccia operazione di “guerra preventiva” contro l’Iran colpendo diverse zone strategiche proprio nel centro di Teheran; secondo le agenzie di stampa statali Fars e IRNA, sono stati segnalati attacchi anche nelle città di Isfahan, Qom, Lorestan, Karaj, Kermanshah e Tabriz. Un attacco congiunto di grande portata, iniziato stamani.
Secondo quanto riporta la CNN, “gli Stati Uniti stanno pianificando diversi giorni di attacchi”. “L’esercito degli Stati Uniti sta intraprendendo un’operazione massiccia e in corso per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l’America e i nostri interessi fondamentali di sicurezza nazionale”, ha affermato Donald Trump in un videomessaggio. “Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica”. Ha affermato che l’Iran stava lavorando per ricostruire il proprio programma nucleare dopo i bombardamenti statunitensi di giugno 2025 sulle sue strutture nucleari.
L’obiettivo è il cambio di regime, Trump si rivolge agli iraniani mentre li bombarda: “Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Probabilmente sarà la vostra unica occasione per generazioni”, “per molti anni avete chiesto l’aiuto dell’America, ma non l’avete mai ottenuto. Nessun presidente era disposto a fare ciò che io sono disposto a fare stasera.
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Attaccare l’Iran… Usa e Israele hanno iniziato
di Dante Barontini
Aggiornamenti:
Ore 11.40: Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.
Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.
In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera L’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute
Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.
Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.
Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.
Ore 11.00: Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.
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Palestina, pace e giustizia non significano disarmo
di Fabio Ciabatti
La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.
Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:
non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1
Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare
la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2
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Il patriarcato armato
di Mario Sommella
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio
«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.
Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.
I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN
Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».
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Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Perché non abbiamo capito Illich? E, soprattutto, perché non lo abbiamo ascoltato? Forse perché quando si pensa a un progetto capace di rivoluzionare un ordine costituito si tende a immaginare un processo verticale, gerarchico, direttivo. Un percorso orizzontale, incerto, basato su errori e svolte, ma non per questo non incisivo e duraturo, sembra meno efficace e attendibile. Eppure l’errore e la rivisitazione delle idee, l’apprendimento dall’esperienza e le svolte inattese, magari carsiche, sono parte costitutiva di ogni cambiamento anche profondo. Gli errori di un modello di sviluppo autodistruttivo sono stati uno dei temi più esplorati da Ivan Illich. Non si può certo dire che egli non si sia impegnato con la vita e con il pensiero a segnalarli. È diventato persino un fenomeno, come si dice, mediatico. Ma ha prevalso l’ancoraggio rassicurante alla consuetudine di un modello di sviluppo fondato sulla distruzione dell’ecosistema di cui siamo parte, sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull’ingiustizia e sulla stessa messa in discussione della sopravvivenza della nostra specie. Una delle distorsioni cognitive più solide e documentate è il cosiddetto “effetto ancoraggio”. L’ancoraggio è un meccanismo semplice e potente. In condizioni di incertezza e in assenza di dati affidabili, le persone tendono a formulare i giudizi e a prendere decisioni sulla base di riferimenti che trovano nell’ambiente, riferimenti che spesso sono del tutto arbitrari. In uno studio classico degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, ai partecipanti veniva chiesto di stimare la percentuale dei Paesi africani rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prima, però, ognuno di loro avrebbe dovuto far girare una ruota della fortuna che poteva fermarsi solo sul 10 o sul 65. Coloro che avevano ottenuto un 10 stimarono in media il 25%, quelli che avevano ottenuto il 65 stimarono invece in media il 45%. Il numero della ruota della fortuna estratto a caso e totalmente arbitrario influenzava in maniera significativa le stime dei partecipanti. Il numero non informava, ma spostava il riferimento mentale. Ridefiniva ciò che appariva plausibile
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Attacco all'Iran: resistenze nell'inner circle di Trump
di Davide Malacaria
Diversi media hanno riferito indiscrezioni sull’ultimo briefing sull’Iran tenuto alla Casa Bianca, riportando la riluttanza di alcuni dei partecipanti ad attaccare. Secondo due fonti che hanno parlato ad Axios, riporta Dave DeCamp su Antiwar, il Capo degli Stati Maggiori congiunti, generale Dan Caine, che pure aveva accolto con fervore l’ordine di aggredire il Venezuela, sarebbe un “guerriero riluttante” riguardo l’Iran, “perché vede il grande rischio di scatenare una guerra prolungata che farebbe vittime statunitensi”.
Secondo il Wall Street Journal, Caine “ha avvertito che qualsiasi guerra contro l’Iran esaurirebbe le scorte militari statunitensi, dal momento che gli Stati Uniti hanno utilizzato un gran numero di intercettori per difendere Israele durante la Guerra dei 12 giorni del giugno 2025”. Inoltre, il New York Times ha riportato che “Caine non poteva dare le stesse garanzie di successo assicurate per il Venezuela”.
Sempre Antiwar riporta che anche il vicepresidente J.D. Vance è scettico, aggiungendo però che nessuno oserà contrastare la scelta finale di Trump. Trump, per parte sua, ha smentito le indiscrezioni, com’è naturale che sia. Ciò per due motivi: anzitutto, se lo spiegamento di forze serve a piegare l’Iran ai diktat Usa, simili narrazioni minano nel profondo tale strategia; in secondo luogo, se ordinerà l’attacco, non può permettere che si dica o scriva che il comandante supremo dell’esercito non creda in quel che sta facendo.
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Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso
di Sergio Cararo
Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.
Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui nucleari.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.
Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.
Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.
“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.
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Il deficit pubblico immette risorse
di Marco Cattaneo
Poche cose sono difficili quanto schiodare dalla testa degli euroausterici la bufala che il deficit pubblico costituisca un drenaggio di risorse finanziarie dal settore privato dell’economia. Quando invece è vero esattamente il contrario.
L’argomentazione base è che se lo Stato fa deficit, quindi se spende più di quanto tassa, il settore privato incassa più di quanto paga. E potrebbe / dovrebbe essere sufficiente fermarsi a questo punto.
L’obiezione che viene formulata però è la seguente: quanto sopra sarebbe vero se lo Stato emettesse moneta. Ma non lo fa, l’emissione monetaria è demandata a un organo, la Banca Centrale, indipendente (con gradi di autonomia più o meno ampi a seconda dei casi; totali nel caso dell’Italia rispetto alla BCE) dal governo.
In questa situazione lo Stato, o più esattamente il settore pubblico, non emettendo moneta non può generare un deficit - salvo se prima non ha raccolto, quindi drenato, risparmio già esistente dal settore privato, tramite l’emissione di titoli. Perché se non emette titoli non ha moneta da spendere.
Ma è davvero così? Esaminiamo i passaggi.
Marco ha dei risparmi. Lo Stato emette titoli e Marco li sottoscrive. Lo Stato li usa per assumere Monica, una dottoressa neolaureata, nel sistema sanitario nazionale.
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Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie. Quale ricordo?
di Fulvio Grimaldi
Sono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.
I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.
Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.
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Necrofagia
Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti.
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Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale
di Tiberio Graziani
Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense
L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.
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Venezuela, il sequestro della sovranità e l'etica del possibile
di Geraldina Colotti
Caracas. La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un'epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: "Non scambierò un soldato con un generale", egli sigillò l'etica del comunismo del Novecento. Era l'etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della "dittatura del proletariato", dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte.
Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell'”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l'ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l'azione per smascherare i meccanismi dell'oppressione, fosse essa di classe o coloniale.
Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori.
Quell'atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: "Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione". Kurtz rimane folgorato dalla "purezza" di quell'odio e dalla volontà d'acciaio di un popolo che preferiva l'automutilazione piuttosto che accettare il "dono" dell'invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”.
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Che cosa distrugge la scuola? Riflessioni a partire dal film “D’istruzione pubblica”
di Roberto Fineschi
Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo: https://cambiare-rotta.org/2025/03/28/2-per-una-nuova-scuola-pubblica-contributo-di-roberto-fineschi/
Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:
1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;
2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.
3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.
Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.
1) Tra ideale e reale
Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola.
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Ucraina: laburisti e conservatori britannici gareggiano per l'invio di truppe
di Fabrizio Poggi
Il quotidiano The Telegraph cita il Segretario alla difesa britannico, il laburista John Healey, il quale afferma di voler inviare truppe in Ucraina: «Significherebbe che la guerra è finalmente finita», dice. Dall'opposizione, l'ex Primo ministro, il conservatore Boris Johnson, sbraita: "Perché aspettare? Avanti, inviamole subito». Non c'è dunque molta differenza tra governo e opposizione, a parte il fatto che la presenza ufficiale (non ufficialmente, sono presenti da tempo) di truppe straniere sul territorio ucraino significherebbe non la fine, bensì la continuazione della guerra: immediatamente o qualche tempo dopo.
Ora, osserva Vasilij Stojakin su Ukraina.ru, l'attuale regime ucraino (indipendentemente da chi ne sarà il leader) può sussistere solo sfruttando l'idea di rivincita. Tuttavia, prima di riprendere la guerra, dovrà risolvere una serie di questioni: ricostruire l'esercito a corto di uomini, acquisire nuove armi, proteggere le proprie retrovie europee (organizzando proteste di majdan in Ungheria e Slovacchia e provocazioni costanti in altri paesi) e attendere che il "peacekeeper" di Washington sia distratto da altre questioni di casa propria.
In breve, c'è un'enorme mole di lavoro da fare, e non è chiaro quanto tempo ci vorrà. Ma, evidentemente, si ritiene che con forze di occupazione britanniche e francesi nelle retrovie, tutti questi compiti possano essere svolti molto più rapidamente. E combattere con un distaccamento di "alleati" è in qualche modo più facile: una cosa è che l'Ucraina faccia da capro espiatorio per tutta l'Europa, respingendo la cosiddetta "aggressione russa"; altra cosa, quando quella stessa Europa si schiera a fianco dell'Ucraina.
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D’Istruzione pubblica: il dibattito sul neoliberismo
di Matteo Bortolon
“We don’t need no education”… Con la (sempre superba) musica dei Pink Floyd come colonna sonora si vedono studenti entrare a scuola, correre nei corridoi, manifestare per il diritto allo studio. È l’inizio del film D’istruzione pubblica, il terzo potente capitolo degli autori di PIIGS, Federico Greco e Mirko Melchiorre, la cui trilogia prese le mosse dal tema del neoliberismo disegnato dall’architettura Ue, passando per il tema cruciale della sanità pubblica (C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando).
Chi scrive ha assistito alla presentazione fiorentina del film, con dibattito coi due registi. Pienone assoluto: i biglietti erano finiti già dal pomeriggio. Diverse persone sono rimaste fuori fino all’ultimo sperando in qualche miracolo.
A quanto pare ovunque è sold out; speriamo che sia un buon segno di interesse al tema scuola. Interesse che condividiamo, ospitando oltre alla pregevole riflessione di Davide Sali un intervento di una delle figure di riferimento del film, la dottoressa Elisabetta Frezza.
Lo schema segue quello dei film precedenti: viene posto in rilievo un caso specifico (la cooperativa sociale che ha difficoltà economiche, il piccolo ospedale che viene chiuso, il singolo edificio scolastico con le sue difficoltà), e da lì si parte per un percorso di conoscenza sul decorso storico che ha determinato l’assetto attuale, alternando le voci di varie figure di esperti, educatori, insegnanti, attivisti che spiegano le radici delle difficoltà attuali.
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