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Suicidio o illusione infranta? Le disavventure dell’Europa e l’avvenire dell’internazionalismo*
di Valerio Romitelli
Che l’Europa si sia votata al suicidio è tema ricorrente in più saggi[1]. Ovvia condizione preliminare di ogni suicidio è però che a farlo sia qualcuno di effettivamente vivente. Mentre è proprio questo che qui mi preme contestare. Più che euroscettico potrei infatti venire classificato come eurocinico. Tra i cinici più noti non vi era infatti quel tal Diogene che andava in giro a cercare “l’uomo” rifiutando chiunque si presentasse come tale? Ebbene, se la comparazione è ammessa, a me viene da dubitare di chiunque si presenti come europeista! Mia convinzione è infatti che l’Europa politica, quella fatta da 27 Stati, l’Ue insomma, altro non sia che un’illusione. Un’illusione che come ogni illusione duratura ha effetti del tutto reali, ma non conformi alle intenzioni che la legittimano.
Il punto è, detto brutalmente, che la prima ad essere antieuropeista a me pare sia la stessa Europa, quale si è venuta edificando dal secondo dopoguerra: un’Europa dunque contraria, opposta, antagonista a ciò che è l’Europa in senso geografico. Certo va da sé che geopolitica e geografia non sempre coincidano, ma il caso in cui l’una sia incompatibile con l’altra rappresenta un vero paradosso. Ed è proprio questo il paradosso dell’Europa quale la abitiamo dai primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il guaio è che ci siamo talmente abituati a questo paradosso che oramai non ce ne rendiamo più neanche conto. L’illusione dentro cui così viviamo consiste nel ritenere Europa solo meno di 2/3 del “vecchio continente”, mentre il suo restante territorio corrispondente a più di 1/3 lo trattiamo come uno spazio non solo estraneo, ma addirittura ostile. Per molti abitanti della prima porzione d’Europa ovviamente non è così, ma nessuna protesta pare riuscire a convincere la maggioranza dei governi di questa porzione a desistere dalla loro sempre più forsennata russofobia. Sì perché oramai lo si sarà capito che ciò di cui sto parlando altro non è se non il fatto che quasi mezza Europa è Russia e che allo stesso tempo l’altra metà abbondante è obbligata a considerare questo fatto un inconveniente contro cui lottare. Fino anche a morte, fino anche armi in pugno!
Chi giustifica questo atteggiamento tanto illusorio quanto cieco ne fa risalire l’occasione scatenante al febbraio 2022 e all’invasione Russia dell’Ucraina.
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L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina
di Alfredo Gatto
Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto e pubblicato da Adelphi alla fine degli anni ’70, la percezione della crisi passa dalla progressiva rarefazione della carne: «L’Apocalisse tuona: Più carne […] Il mondo è smagrito, è infermo». Rozanov scrive queste righe nel 1918, ma i destinatari del suo messaggio non vanno cercati nella società russa travolta dalla tempesta rivoluzionaria. Forse i veri destinatari della sua richiesta di carne e materia siamo noi.
Ripartiamo allora da qui – dall’apocalisse del nostro tempo, dalla smaterializzazione del gesto pensante, da un’epoca storica in cui l’attrito del reale sembra allentarsi per fare spazio alla produzione, levigata e instancabile, di contenuti senza corpo. È a partire da questa prospettiva che vanno compresi la posta in gioco e lo sforzo messo in campo da Regazzoni. Non si tratta di lanciare l’ennesima condanna morale nei confronti della prepotenza del mondo costruito a immagine e somiglianza dell’AI – «È un bene? È un male? Semplicemente è ciò che accade: un processo irreversibile in corso» (p. 90) –, né di lamentarsi, da buoni umanisti, della perdita di autenticità che investe l’uomo contemporaneo. È un atteggiamento à la Byung-chul Han, giusto per capirci, privo di forza propulsiva: è una forma di decadentismo passatista che trasforma il ricordo dei bei tempi andati in un wishful thinking sterile e improduttivo. Tutto ciò non basta, e per una ragione molto semplice: siamo usciti dall’era della riproducibilità tecnica per entrare in quella che Regazzoni chiama l’era della generatività tecnica, un’epoca in cui «il pensiero, e più in generale la creatività, entra in uno spazio di indistinzione tra l’uomo e la macchina» (p. 28). È di questo che occorre parlare, perché è a partire da questa torsione che si sta ridefinendo la nostra specificità di esseri viventi.
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La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata
di Francesco Cappello
Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione
Proviamo a smontare la narrazione della “scelta ecologica” o dello “sviluppo geopolitico” e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all’Albania, all’Ucraina, alla Sardegna e altrove…
È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un’astrazione teorica, ma un protocollo operativo standardizzato che si applica indifferentemente a una campagna coltivata espropriata in Sicilia, a un’area protetta nei Balcani esattamente come in Sardegna [*] o a una striscia di terra ridotta in macerie in Medioriente o a Cuba nell’immediato futuro… (vedi Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali)
Questa macchina finanziaria agisce secondo precise fasi, coordinate per azzerare la sovranità statale e trasformare la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata.
Il primo pilastro dell’algoritmo in atto è l’assoluta indifferenza del capitale rispetto all’oggetto dell’investimento. A monte della filiera non ci sono ecologisti, urbanisti o diplomatici, ma fondi di private equity, hedge fund e veicoli finanziari offshore (vedi nota [1]) esattamente come la Affinity Partners di J.Kushner e tutta la Trump family o i grandi conglomerati che gestiscono i portafogli delle multinazionali dell’energia. Questi attori non investono in “energia verde”, in “turismo di lusso” o in “piani di pace”, ma in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico.
Investire in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico significa andare a caccia di profitti altissimi e fuori mercato, avendo però la certezza matematica che, anche se l’economia mondiale dovesse colare a picco, quel guadagno è blindato da leggi speciali, incentivi pubblici e beni reali.
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Lo spettro della filosofia
di Salvatore Bravo
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
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Si scrive Colombia, si legge Israele (e Honduras)
di Marco Consolo
Si scrive Colombia, si legge Israele. Sui risultati elettorali colombiani si allunga l’ombra di Israele sul continente latino-americano e delle manovre per destabilizzare i governi progressisti.
Sullo sfondo appare lo scandalo internazionale del cosiddetto Hondurasgate [i] con le rivelazioni di 29 audio divulgati da una rete di giornalisti honduregni e da Diario Red, che coinvolgono i poteri forti del Paese centro-americano, Netanyahu e le lobby sioniste negli Stati Uniti e, naturalmente, la stessa Washington.
Ancora una volta, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. La trama è intricata e vale la pena dipanarne il filo.
In concreto, ambienti israeliani, con l’immancabile appoggio statunitense, preparano il terreno per il secondo mandato dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, già condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per il traffico di 450 tonnellate di cocaina, non proprio bazzecole. Ma dopo qualche mese di carcere, il fiduciario israeliano Hernández viene graziato a sorpresa da Donald Trump, due giorni prima delle elezioni truccate dai brogli in Honduras, che riportano al governo la destra di Nasry Asfura, dello stesso Partido Nacional di Hernández [ii]. Le sue dichiarazioni sono una perla: «Oggi sono qui, con la mano di Dio che mi sostiene, con la speranza e la convinzione che ce la faremo. E oggi devo dirlo con grande chiarezza: sono stato vittima di una cospirazione della sinistra radicale, non solo dell’Honduras, ma anche di altri paesi, nonché di funzionari del governo Biden».
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Sionismo e Nazismo, brevi note
di Paolo Di Marco
Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania e uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi e industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra
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Mearsheimer ad Atene: il realismo come ritorno della storia
di Giuseppe Gagliano
Quando la teoria torna a essere strumento del potere
John Mearsheimer riparte da una verità spesso dimenticata: nessuna politica estera nasce nel vuoto. Anche i governi che si dicono pragmatici, anche i leader che disprezzano gli intellettuali, anche le cancellerie che rivendicano il primato dei fatti, agiscono sempre dentro una visione del mondo. La chiamino dottrina, istinto, interesse nazionale o buon senso, resta una teoria. E una teoria sbagliata produce quasi sempre una politica sbagliata.
È qui che Mearsheimer colloca il fallimento strategico dell’Occidente dopo la guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno creduto che l’espansione del mercato, l’allargamento delle istituzioni liberali e la diffusione della democrazia avrebbero addomesticato la competizione tra le grandi potenze. Hanno pensato che la Cina, arricchendosi, sarebbe diventata un attore responsabile; che la Russia avrebbe accettato l’avanzata della NATO; che l’Europa potesse vivere di prosperità senza occuparsi fino in fondo della propria sicurezza; che il Medio Oriente potesse essere riplasmato con guerre, pressioni e cambi di regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non è finita, è tornata.
Il realismo contro la religione liberale
Il realismo di Mearsheimer è duro perché parte da una constatazione elementare: il sistema internazionale non ha un governo superiore agli Stati.
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Perché non sosteniamo le proposte di legge sulla Geoingegneria
di Costantino Ragusa
Non avevamo dubbi che il tema della Geoingegneria, da questione di nicchia legata in gran parte a valutazioni emotive e fantasiose, tranne ovviamente rari casi in cui invece il lavoro di ricerca e denuncia ha mantenuto spessore, si prestasse prima o poi a essere strumentalizzato a fini elettorali, di consenso, megalomania, visibilità, ecc… C’è grande agitazione per le recenti proposte di legge sulla geoingegneria soprattutto nel mondo virtuale, dove l’adesione passa da un atto meccanico della durata di qualche millisecondo. Ovviamente parliamo del mondo del dissenso che conosce la questione soprattutto nella sua emanazione comunicativa più becera “Scie chimiche”; altri contesti invece, dagli ecologisti, radicali, gretini ecc… niente è pervenuto, probabilmente sono occupati a criticare il governo per le recenti proposte di mini reattori nucleari per far fronte alla crisi energetica, ma solo ovviamente perché la proposta non arriva dai propri schieramenti politici amici che a loro volta sarebbero pronti a sostenerla come soluzione pulita alla crisi climatica.
Non entreremo in dettagli tecnici e rivendichiamo il non farlo per non contribuire ad abituare i cervelli a quella neolingua impregnata di “verità tecniche” che comprende anche le forme giuridiche o inglesi che sterilizzano il linguaggio restituendolo in quella formula adatta ai tempi presenti, ai tempi delle macchine e alla coesistenza con le nocività.
La prima proposta di legge denominata “Cieli blu” evidentemente tradotta da testi americani con il traduttore automatico mostra subito il suo scopo ed è proprio il contesto dove nasce che completa il quadretto con lo sfondo del tricolore che va oltre al folclore, ma che rappresenta una tradizione ben consolidata.
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Dal populismo semplicista ai contorni del populismo penale
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Diciamo che la crescente pervasività dell’informazione rende deboli tali rimedi e dunque conta molto il grado d’impermeabilità dei giudici. Ho conosciuto magistrati che sospendono la lettura dei giornali e l’ascolto o la visione di notiziari quando sono investiti di questioni di un certo clamore mediatico, non penso che siano casi isolati, per fortuna” (Massimo Siclari)
Il tema dell’intervista nasce dal convegno del 21 maggio nell’aula Tesi del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Il tema trattato dai relatori si è articolato sul populismo penale e sul ruolo degli attori che influenzano l’opinione pubblica in materia di giustizia penale.
Molte le lectio magistralis sul tema, dalla lectio di Didier Fassin (College de France) sulla passione di punire a quella di Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone sull’uso del diritto penale da parte dei movimenti sociali, alla lectio di Denis Sala (Association française pour l’histoire de la justice) sul tema della volontà di punire. Si conclude il Convegno con una tavola rotonda coordinata da Stefano Anastasia, garante delle persone detenute della Regione Lazio e professore dell’università Unitelma Sapienza.
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Disarmare l’Intelligenza Artificiale
di Giulio De Petra
L’enciclica di Leone XIV prende il meglio del pensiero critico sulla rivoluzione digitale e lo usa contro la narrazione dominante degli ineluttabili benefici del progresso tecnologico fondato sulla IA
Un punto di vista di parte sulle tecnologie
Per chi negli ultimi anni ha cercato di elaborare un pensiero politico all’altezza della rivoluzione digitale l’enciclica di Leone XIV è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza.
Un punto di arrivo perché mette a sistema la parte migliore del pensiero critico sul digitale e la ripropone con linguaggio semplice e rigoroso.
Un punto di partenza perché, finalmente, sottrae la questione digitale ai suoi confini di settore e ne fa la principale delle ‘cose nuove’, quella che determina la forma del mondo attuale.
Entriamo nel merito.
Già nella introduzione viene dichiarato il punto di vista ‘di parte’ con cui guardare al potere delle ‘nuove tecnologie’: “la questione non si esaurisce nella regolamentazione […] occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere […] un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e sul mondo intero”. E questo potere non è degli Stati, “i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Il potere tecnologico assume quindi oggi “un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
Dunque la ‘regolamentazione’ non basta se non si affronta la questione di chi detiene il potere sulla trasformazione digitale. Che differenza rispetto alla rituale, quanto inefficace, richiesta di regole dei politici ‘progressisti’. Al consolatorio affidarsi alla ‘normativa europea’, ultima trincea politica da difendere dagli assalti di chi vuole liberarsi da ogni vincolo in nome di una ‘competizione’ che riproduca anche in Europa un analogo potere privato sulla tecnologia.
Occorre fare altro e non accettare che “mentre alcuni si contendono futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.
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La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia
di Alessandro Bartoloni
E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.
Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas — Dal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.
Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.
Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.
Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.
Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.
Cap. 1: L'Europa è una civiltà?
Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.
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Il volto della finta transizione: speculazione, inganno politico e l’ombra dell’atomo
di Redazione di Logu*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo che analizza alcuni aspetti centrali in ambito energetico: l’ipocrisia del sistema e l’assenza di pianificazione, l’assalto delle società energetiche a discapito dei beni comuni, la sottrazione al dibattito scientifico a beneficio della polarizzazione ideologica, la carenza dal punto di vista progettuale e l’ampio spazio lasciato alla speculazione e, infine, l’uso massiccio dei tamburi della propaganda. Il nucleare oggi viene posto come alternativa sostenibile in un discorso totalmente ipocrita sulla priorità da dare alle rinnovabili. Un controsenso tecnico, pratico e di completa mistificazione della realtà. Teniamo alta l’attenzione!
* * * *
Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, rilanciate dal canale istituzionale ANSA 2030, offrono la sintesi perfetta della narrazione dominante che da mesi bombarda l’opinione pubblica. Attraverso i media di massa viene diffuso un monito perentorio e apparentemente indiscutibile: l’Europa e l’Italia devono accelerare a tappe forzate sulla transizione ecologica per difendere i mercati, garantendo lo sviluppo economico attraverso una massiccia infrastrutturazione energetica, a cui oggi si aggiunge la proposta di «un’attenta valutazione» sul ritorno al nucleare. Dietro questa facciata di pragmatismo economico e responsabilità climatica si nasconde, in realtà, la solita richiesta di un sacrificio totale, irreversibile e non ripagato, scaricato interamente sulle comunità locali delle aree interne e delle isole. Una retorica tossica che tende sistematicamente a colpevolizzare i territori, dipinti come l’ostacolo “retrogrado” o l’impaccio burocratico che frena il progresso del Paese.
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Le parole del Papa, gli atti della guerra
di Alfonso Gianni
“Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1
Leone XIV
Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.
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Come i risparmi dei lavoratori italiani diventano il nuovo bottino della finanza
di Alessandro Volpi
Con la nuova portabilità del contributo datoriale, il governo apre ai grandi gestori finanziari un mercato miliardario. In gioco non ci sono solo pensioni, ma il futuro del welfare contrattuale
L’azione del governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio.
La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino a ora non consentita, del contributo datoriale: una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.
Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti: un’affermazione davvero incredibile, data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, che, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani.
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L’impotenza del diritto di fronte a una nuova tragedia
di ALGAMICA*
Una nuova tragedia di immigrati ad Amendolara in Calabria. Si dirà: storia di ordinario razzismo. Questo senz’altro, ma c’è un particolare che ai più sfugge, ovvero il fatto che a dare fuoco e bruciare vivi in un’auto 4 immigrati siano stati due caporali pachistani, anch’essi immigrati. Semplice il motivo: i quattro arsi vivi chiedevano quanto loro spettante.
Criminali i pachistani nel ruolo di caporali? Certamente. Ma per conto di chi operavano quei caporali? Per conto di aziende agricole della zona, per la raccolta di frutta del periodo. A che scopo lavoravano per quelle imprese i poveri braccianti uccisi? Per il profitto, ovviamente. Dove finivano quelle cassette di frutta? Acquistate dalle multinazionali della distribuzione e vendute nei grandi centri urbani. Dunque abbiamo una filiera il cui motore che muove tutto è il profitto che provoca una reazione a catena producendo criminalità e lutti, ma non compare mai come soggetto agente, cioè fattore determinante.
Scrive il cronista « Tra Metaponto, Sibari, Corigliano, Schiavonea e Rossano è un fiorire di imprese agricole che lavorano stagionalmente su svariati prodotti. Secondo i dati del sindacato solo il 30% dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate. Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite tra aziende e bracciante ». Dunque il caporale è il prodotto delle imprese agricole ma compare non come prodotto ma come agente da condannare.
È questa la questione.
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Le nuove aziende israeliane per manipolare ChatGpt e Claude
di C. L. Dias*
Brad Parscale (nella foto) è stato il capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2020. Oggi gestisce diverse aziende di comunicazione digitale ed è direttore strategico di Salem Media Group, un grande conglomerato mediatico conservatore americano che ospita commentatori di punta della destra, figure paragonabili, per capirci, ai soliti opinionisti che negano il genocidio palestinese o minimizzano i bombardamenti in Libano nei salotti televisivi italiani.
Il governo israeliano ha assoldato Parscale per condurre una vasta operazione di influenza tra i conservatori americani, in particolare tra i giovani evangelici, una fascia demografica sempre più critica verso Israele.
Il dato che preoccupa Tel Aviv è inequivocabile: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio Pew del marzo 2026.
Per invertire questa tendenza, come ho già scritto su questa pagina, il governo Netanyahu ha più che quadruplicato il proprio budget per la “diplomazia pubblica”: da 150 milioni di dollari nel 2025 a 730 milioni nel 2026.
L’inchiesta pubblicata da The Intercept dal titolo “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” ha svelato nuove aziende, finora sconosciute, che lavorano per condurre questa operazione.
Una di loro è la SparkFire Technologies, azienda di chatbot basati sull’intelligenza artificiale, che ha ricevuto la fetta più consistente dei fondi israeliani canalizzati da Parscale.
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La fine della sintesi liberal-democratica
di Gerardo Lisco
Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l’economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all’uno o all’altro interlocutore.
Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l’impianto teorico. Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l’impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati. Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea.
Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall’egemonia culturale del capitalismo neoliberale.
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La lingua neoliberale imposta alla scuola: “replicare”
di Pier Paolo Caserta
Gli studenti diventano replicanti
Dalle life skills ai nuclei concettuali da “replicare”, la neolingua aziendalista invade la scuola e trasforma l’insegnamento in una catena di montaggio. Il docente diventa un distributore di contenuti e il pensiero critico lascia spazio alla conformità.
La lingua neoliberale imposta alla scuola
La larga schiera delle parole della neolingua neoliberale ha la funzione di scalzare e sostituire le pratiche relazionali ed educative della scuola pubblica e costituzionale, ridisegnando un nuovo campo di valori connotato come intrinsecamente progressivo.
È il caso, per esempio, di termini ed espressioni quali 𝗹𝗶𝗳𝗲 𝘀𝗸𝗶𝗹𝗹𝘀, 𝗰𝗼𝘂𝗻𝘀𝗲𝗹𝗶𝗻𝗴, 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺 𝘀𝗼𝗹𝘃𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗴𝗻 𝘁𝗵𝗶𝗻𝗸𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹 𝗺𝗶𝗻𝗱𝘀𝗲𝘁, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝘁𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗮𝗺𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻, 𝗽𝗲𝗲𝗿 𝗹𝗲𝗮𝗿𝗻𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗶𝗴𝗶𝘁𝗮𝗹 𝗯𝗼𝗮𝗿𝗱, 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗹𝗶𝘁𝗲𝗿𝗮𝗰𝗶𝗲𝘀.
L’elenco sarebbe ancora lungo. Si potrebbero stilare intere pagine, per non parlare della spasmodica proliferazione di sigle e acronimi, che riduce il campo del pensiero, incoraggia l’esecuzione passiva e legittima l’architettura del potere.
Vale la pena notare che il lessico di base della scuola neoliberale, del quale volutamente ho prodotto un elenco non organizzato, svaria dagli aspetti pedagogico-didattici a quelli organizzativi, entrando in tutti gli spazi per modellarli secondo il catechismo aziendalistico.
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Un'arte iniqua
di Alberto Giovanni Biuso
Un libro potente, originale e spudorato. Così viene definito L’arte del capitale dal suo prefatore Davide Miccione (Giuseppe Sapienza, L’arte del capitale, Algra Editore 2020). Vero. Ed è anche un libro esatto, visionario e rigoroso.
Rigoroso nel metodo che non sta in qualcosa di separato dai suoi contenuti, metodo che consiste in una esatta visione della storia umana, dei suoi secoli-tempo, dei suoi luoghi-spazio: «Il metodo è misurare le cose dell’uomo in secoli […] / Imparare da Proust l’arte dell’universale e del particolare, / da Balzac a vedere la bestia umana […] / dai greci e dai cinesi che bisogna scrivere come se / fosse una volta per tutte […] / dalla sofferenza capire che la scrittura è un mondo / migliore di quello reale» (p. 19).
Come si vede da questa prima citazione, molto originale è anche lo stile. Si tratta infatti di frasi composte al modo di versi, nelle quali parole, metafore e informazioni acquisiscono l’evidenza di un poema tragico. L’arte del capitale diventa il canto del capitale che celebra se stesso, i propri crimini, la propria gloria e soprattutto la propria necessità.
Il libro descrive le forme di tale arte in modo sintetico, molteplice e, appunto, esatto. Modo che diventa visionario poiché queste pagine parlano non soltanto dei caratteri costanti del capitalismo e di alcuni degli eventi che li inverano ma anche di altri che sono accaduti dopo la pubblicazione del libro. Proviamo a formulare un sintetico e certamente non esaustivo elenco.
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Solo il socialismo ci può salvare
Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi e di un documento del CICIR*
di Carlo Formenti
Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso.
Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi.
Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
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Si alza il vento / 2 – Racconti de paura sulla megamacchina
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Non si può dire che, lungo il Novecento, i racconti de paura sulla megamacchina siano mancati. Una schiera di grandi nomi, noti anche al di fuori delle cerchie critiche più tignose, ha prodotto una solida ecologia critica in cui s’intrecciano Guy Debord, Ivan Illich, Giorgio Cesarano, Jacques Ellul, Lewis Mumford, Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Günther Anders. In un certo senso, quindi, già lo sapevamo: un po’ perché questi autori ce l’avevano mostrato, un altro po’ perché la nostra percezione del mondo spesso cozza contro la narrazione ufficiale cui siamo tenuti a credere. Si tratta quindi “solo” di unire i puntini: rammemorare quel che avevamo letto, fidarci delle nostre sensazioni dissonanti e delineare il contorno di quel che da sempre abbiamo davanti agli occhi e dobbiamo disvedere. Il sentimento del presente somiglia, oggi, alle atmosfere di certe novelle gotiche, con i loro segreti orribili che è meglio non dire.
Ma c’è anche chi, di questi segreti, ha provato a fare un inventario: fra il 1984 e il 1992 un gruppo di fuoriusciti dal situazionismo, parodiando l’Encyclopédie illuminista, pubblicarono in Francia i primi 15 fascicoli dell’Encyclopédie des nuisances. Dictionnaire de la déraison dans les art, les sciences & les métiers (“Enciclopedia delle nocività. Dizionario della sragione nelle arti, le scienze e i mestieri”). L’ultima voce dell’ultimo fascicolo è abrenuntio e, a quel passo, ci sarebbero voluti un paio di secoli prima di arrivare a nucleaire. A colmare il vuoto ci ha pensato Jean-Marc Royer con Il mondo come progetto Manhattan, edito da Mimesis nel 2023 ( qui un commento filosofico). Erede legittimo del progetto delle Nuisances e solidamente documentato, quello di Royer è forse il più allucinante fra i testi critici recenti, al punto che, in certi momenti, più che a un saggio fa pensare a un romanzo di Philip K. Dick, in cui tutto è connesso secondo linee di spavento.
Cominciamo dal progetto Manhattan in senso stretto, e cioè dal nucleare militare. La sua portata è ciclopica, la sua segretezza tanto inconcepibile quanto totale. Mezzo milione di persone impiegate a fare qualcosa di cui non conoscono il contenuto, e che in molti casi comporta l’esposizione prolungata a radiazioni. Esperimenti su ignare cavie ospedaliere per valutare la tossicità di uranio e plutonio. Il vicepresidente degli Stati Uniti all’oscuro dei fatti. Una joint venture di pubblico e privato in cui le grandi industrie coinvolte sono le medesime che avvelenano il nostro presente (una su tutte: Monsanto).
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Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità
di Eros Barone
La recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.
In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.
Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.
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La minacciosa lettera aperta di Zelensky a Putin
di Davide Malacaria
Della lettera, riportiamo solo la minaccia conclusiva: “….dovrete anche lottare molto di più per la vostra esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell'Ucraina. Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti. Possiamo lavorare su questo tipo di stanchezza"
La lettera aperta di Zelensky a Putin, spacciata come un tentativo di avviare un negoziato, è tutt’altro. Non un’apertura diplomatica, ma una sequela di vanterie, sfide, insulti, intimidazioni, bugie invero inspiegabile.
Non si comprende, infatti, a che scopo una tale missiva, che dice a Putin di prendere atto che la situazione della Russia è disastrosa sotto tutti i punti di vista, che gli accordi di Anchorage sono sepolti, e con essi Trump, e che lui stesso è finito o quasi e che deve affrettarsi ad accettare un negoziato alle condizioni di Kiev.
Queste le condizioni: un incontro tra i due presidenti in un Paese neutrale previo cessate il fuoco sulla linea del fronte con scambio di prigionieri nella formula “tutti per tutti”; un summit al quale deve partecipare una delegazione della Ue, perché ha “realmente la capacità di influenzare la situazione”, e degli Stati Uniti, di fatto solo comprimari inevitabili.
Non fa altro che ribadire le proposte pregresse di Zelensky: incontro tra presidenti senza previo negoziato diplomatico, il cessate il fuoco lungo la linea del fronte, l’irrinunciabile ruolo della Ue nelle trattative.
Proposte che la Russia ha respinto al mittente più volte dichiarando che non può accettare una tregua che serva solo a Kiev per riorganizzarsi e che l’incontro tra i leader può aver luogo solo per firmare un accordo maturato in un negoziato.
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Popolo, democrazia e alcuni fraintendimenti
di Andrea Zhok
Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.
La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta.
Le democrazie hanno cominciato a esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E' questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica, in via del tutto eccezionale, una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverso.)
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Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale
di Massimiliano Cappello
[È uscito in questi giorni per Quodlibet Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale di Massimiliano Cappello. Ne proponiamo la Premessa, per concessione dell’autore]
Una stanza circolare, simile alla sala di lettura del British Museum: è lì che scrittrici e scrittori di ogni lingua ed epoca si troverebbero, immuni per miracolo allo scorrere del tempo, a comporre simultaneamente i loro romanzi. Così, almeno, suggerisce un saggio di un secolo fa sull’arte del narrare.[1] Tra i libri che da questa immagine traggono una sorta di scenografia,[2] ce n’è uno in particolare dedicato alla lunga crisi apertasi in Italia (ma non solo) alla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Crisi della riproduzione sociale, dell’economia, della legittimazione delle istituzioni:[3] ma anche di una figura che, dopo la generazione degli anni Venti-Trenta, non era più stata in grado (o nelle condizioni) di legare pratiche compositive e teoria politica, attività saggistica e progetto di una società più giusta: quella dell’«intellettuale-scrittore».[4] Continuare a immaginare quella stanza – dove, esorcizzato il demone della cronologia, queste figure continuano a tessere la realtà in un disegno di senso compiuto – è forse un atto doveroso, specie in un’epoca come la presente. Eppure, è altrettanto doveroso ricordare che quella stanza è tutt’al più un riparo. La letteratura come ricomposizione della vita offesa: ecco il miglior modo per convincersi che non esistono altri modi di viverla. Questo libro, d’altronde, è dedicato all’opera poetica di un intellettuale-scrittore – e di un autore di “romanzi”, per così dire – che in quella sala di lettura non ci è mai davvero entrato. Perché non voluto? Forse. Ma sicuramente, e anzi in primo luogo, perché non lo voleva.
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