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Jürgen Habermas: filosofo dell’agire comunicativo e della “guerra umanitaria”
di Eros Barone
Di fronte alla scomparsa di Jürgen Habermas (1929-2026) occorre dire, in prima istanza, che il rispetto per i defunti non impone il silenzio sul significato politico dell’eredità di un pensatore. La scomparsa di un filosofo quasi centenario, la cui vita e il cui pensiero coincidono in larga misura con un “lungo secolo” che si protrae fino ai nostri giorni, induce semmai ad un atteggiamento contrario, ovvero a una obiettiva valutazione di ciò che le sue idee hanno rappresentato e sostenuto. Va detto allora che nel caso di Habermas la parabola descritta dal suo pensiero ha rispecchiato una mutazione più ampia, che ha contraddistinto gran parte della teoria critica occidentale tra la fine del XX secolo e i primi decenni di questo secolo, ovvero il passaggio da una critica radicale della società capitalistica a una riconciliazione filosofica, a volte raffinata, più spesso grossolana, con le istituzioni del capitalismo liberale.
Habermas iniziò la sua carriera intellettuale nell’orbita della Scuola di Francoforte, una corrente della critica sociale sviluppatasi a partire dalla “critica dell’economia politica” di Karl Marx. Le figure precedenti di questa tradizione, come Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, si erano confrontate con le grandi catastrofi del XX secolo – il fascismo, la guerra mondiale, la sconfitta dei movimenti rivoluzionari in Europa – e avevano posto l’accento sulle profonde contraddizioni materiali che attanagliano la struttura della società capitalistica. Le loro indagini, per quanto filosoficamente complesse e politicamente condizionate dall’azione e dall’ideologia delle centrali imperialiste, non avevano mai completamente disconosciuto l’assunto secondo il quale il mondo moderno è plasmato dai rapporti di produzione, dagli antagonismi di classe e dalle lotte per il potere economico. Habermas si allontanò invece, passo dopo passo, da quel terreno, così come nella sua opera il centro della critica sociale si spostò gradualmente dalle relazioni materiali al discorso, dalla produzione alla comunicazione, dal conflitto di classe alle condizioni del dialogo razionale all’interno delle istituzioni della democrazia borghese.
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FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni
di Mario Barbi
Gli Stati Uniti hanno accantonato l’universalismo, ma non riescono a fare i conti con i propri limiti e scaricano sul mondo la loro incapacità di fare tornare conti che non tornano. Un “presidente di pace” è diventato in un attimo guerrafondaio e interventista. Nostalgie di onnipotenza e cieche fughe in avanti fanno piazza pulita di ogni prudenza. Come si spiega? Una chiave di lettura possiamo forse trovarla nel discorso pronunciato qualche settimana fa alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera dal Segretario di Stato Marco Rubio.
Sintetizziamo l’intervento di Rubio, incentrato sulla civiltà occidentale, in tre passaggi: i) l’euforia per il trionfo nella guerra fredda “ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, “nella fine della storia”; che ogni nazione sarebbe diventata una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; ii) è tempo di tornare ai fondamentali, dice Rubio, oltre le illusioni e le delusioni: “Sotto la guida del Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e restaurazione, spinti dalla visione di un futuro tanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”; iii) Rubio conclude che gli USA non si rassegnano al declino, anzi: “Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo.
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Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA
di nlp
E’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli da tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
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La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico
di coniarerivolta
E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.
È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.
Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.
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La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio
di Chris Hedges*
Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa
La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.
Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.
Lasciateli mangiare la terra.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un'altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.
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Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo
di Marc Lynch*
I bombardamenti iraniani sui vicini del Golfo li hanno inesorabilmente trascinati in una guerra che speravano disperatamente di evitare. Il potenziale ingresso degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e dell’Arabia Saudita in una guerra diretta al fianco di Israele e Stati Uniti rappresenta la prima manifestazione su vasta scala delle ambizioni americane per l’ordine mediorientale che ha supervisionato per decenni. Washington ha sempre sognato una cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran senza risolvere la questione palestinese. Eccolo.
Sarebbe una non piccola ironia se il Medio Oriente americano raggiungesse la sua apoteosi proprio mentre l’intera regione sprofonda nell’abisso. Ma quel giorno potrebbe arrivare. Gli stati del Golfo non possono più credere che gli Stati Uniti possano o vogliano proteggerli da minacce esistenziali. E anche se sono costretti a cooperare apertamente con Israele nella sua guerra, lo considereranno sempre più una minaccia piuttosto che un potenziale alleato.
L’attacco dell’Iran agli stati del Golfo di fronte all’attacco USA-Israele ha infranto il riavvicinamento regionale duramente conquistato negli ultimi tre anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano da tempo allineati con Israele sulla necessità di una strategia di confronto con dell’Iran.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’inizio del suo regno de facto, si era scagliato contro la Repubblica Islamica e aveva manifestato la sua disponibilità all’azione militare.
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Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?
di Manolo Morlacchi
I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti.
La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio di riforme ancora più radicali dal punto di vista economico e la ripresa nella consegna del petrolio, rappresenta per gli USA uno scenario preferibile al caos o alla guerriglia (soprattutto in una fase dove il paese è già esposto su più fronti). Tutto ciò ha subito un accelerazione a causa degli eventi venezuelani. Cuba ha potuto contare per decenni sul petrolio venezuelano che – da Chavez in poi – ha raggiunto l’isola a condizioni di estremo vantaggio per i cubani e rendendo meno duro l’impatto delle sanzioni USA.
Il blocco pressoché completo nella fornitura del petrolio venezuelano da dicembre 2025 e il radicale cambio di politica energetica e diplomatica di Caracas ha definitivamente messo in ginocchio l’isola. L’esito sembra scontato e ancora una volta conferma una legge della rivoluzione: se combatti puoi vincere o puoi perdere; se non combatti hai già perso. La decisione del governo venezuelano di stendere i tappeti rossi agli emissari della Shell o dell’amministrazione Trump, il reciproco scambio di convenevoli e ringraziamenti – come detto più volte nelle scorse settimane – non può non avere impatti drammatici sull’intero asse della resistenza antimperialista.
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Crisi programmata: Iran, debito, dollaro digitale
di Fabio Vighi
Mentre i media spostano l’attenzione dal genocidio a Gaza all’ultima escalation con l’Iran, chi si limita a osservare il sanguinoso “teatro” geopolitico rischia di perdere di vista l’evento principale. La violenza in Medio Oriente non è semplice follia espansionistica: è il polso di un ingranaggio molto più silenzioso e spietato.
Per capire le bombe su Teheran, dobbiamo prima guardare ai bilanci di Wall Street. Il sistema finanziario occidentale non è più ancorato alla produttività o ai salari. Dagli anni Ottanta in poi, con l’avvento della finanza deregolamentata e la progressiva riduzione della quota di valore destinata al lavoro, il sistema finanziario si è sclerotizzato in un mastodontico edificio di leva speculativa, dove il debito ha sostituito la crescita reale come principio organizzativo della vita sociale. Oggi, con quasi 39 trilioni di dollari di debito federale e un settore privato – famiglie, imprese, istituzioni finanziarie – soffocato da decine di trilioni di passività, non è che gli Stati Uniti preferiscono tassi d’interesse bassi e liquidità infinita: ne dipendono strutturalmente per evitare il collasso. Il meccanismo è semplice ma letale: senza acquirenti di nuovi pagherò, i tassi salirebbero, il servizio del debito si farebbe insostenibile, e l’intera architettura a leva che sorregge i mercati azionari e obbligazionari crollerebbe come un castello di carte.
È in questo contesto di fragilità estrema che l’egemonia geopolitica diventa egemonia monetaria. La guerra permanente non è più (solo) per il petrolio, ma per la sopravvivenza del dollaro quale valuta di riserva mondiale. L’escalation con l’Iran segue lo stesso copione già visto in Ucraina e a Gaza (con le recenti aggiunte di Venezuela e Cuba): nelle intenzioni terroristiche di chi scatena il caos, l’instabilità globale deve agire come calamita per i capitali in fuga dalle periferie dell’impero; capitali che si dovrebbero riversare nei Treasury americani considerati unico porto sicuro in un mondo in fiamme. Questa domanda artificiale ha il compito di comprimere i rendimenti e permettere al Tesoro USA di rifinanziare debiti mostruosi a costi sostenibili. Il privilegio esorbitante del dollaro si difende dunque con le armi – e con le emergenze. Perché dal 2020 abbiamo imparato che ogni crisi – reale o indotta, sanitaria o bellica – è innanzitutto un’occasione per spostare il limite del possibile e normalizzare l’eccezione: senza questo meccanismo distruttivo, l’intero edificio finanziario americano perderebbe il suo principale sostegno.
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Ach, Habermas
di Federica Gregoratto
[Oggi è scomparso il grande pensatore tedesco Jürgen Habermas, esponente della teoria critica della società nata dalla Scuola di Francoforte, e protagonista appassionato, nel corso della sua lunga vita (1929-2026), del dibattito pubblico europeo dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri. Lo ricordiamo con questo omaggio di Federica Gregoratto alla sua figura intellettuale e civile]
Questo giorno doveva arrivare, ce lo aspettavamo, e cercavamo di non pensarci, da un po’ di tempo. È arrivato mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, ed esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.
Probabilmente questi toni mitologici lo farebbero sbuffare. Habermas aveva lavorato, soprattutto, affinché una guerra mondiale non si dovesse ripetere mai più. Il suo pensiero – dal primo testo importante, la tesi di Habilitation pubblicata con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica nel 1962, passando per i capolavori degli anni ’80 e ’90 (tra cui spiccano Teoria dell’agire comunicativo, 1981, Il discorso filosofico della modernità, 1985, e Fatti e norme, 1992), fino agli ultimi lavori dedicati all’Europa, alla genealogia della filosofia in dialogo con la religione, per concludere proprio laddove aveva iniziato (l’ultimo libro si chiama infatti Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, 2022) – non è tuttavia un pensiero del dualismo manicheo bene contro male, ragione contro irragione, ma dell’ambivalenza.
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Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer
di Sandro Moiso
Maurice Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro.
«Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi per questi maestri di perdizione, questi cardinali, questi papi, tutto questo pantano della Sodoma romana che corrompe la Chiesa di Dio? Perché non laviamo le nostre mani nel loro sangue?» (Martin Lutero)
Martin Lutero che, come vedremo al termine di questa recensione, si sarebbe poi lavato le mani nel sangue dei contadini invece che in quello dei potenti e degli ecclesiastici di alto rango, avrebbe dovuto riflettere maggiormente prima di pronunciare tali parole di fuoco all’inizio della sua predicazione destinata a dare vita non soltanto a una delle più importanti fratture dottrinali all’interno della società cristiana, ma anche alla prima estesa rivolta e guerra sociale in nome di una società comunista: la guerra dei contadini del 1525.
Omnia sunt communia, tutti i beni devono essere in comune, recitava la scritta sulle bandiere della parte più consapevole e determinata di un movimento che, nato in gran parte spontaneamente nelle campagne tedesche, svizzere e francesi a seguito di una predicazione nata dall’intento di ridurre la voracità dei rappresentanti della Chiesa di Roma nei confronti delle ricchezze precedentemente accumulate in quelle aree, avrebbe poi visto alla sua testa predicatori più radicali del monaco che aveva esposto le sue 95 tesi destinate a mettere in discussione il potere di concedere indulgenze in cambio di offerte di denaro e, a seguito di ciò, anche l’infallibilità del Papa nell’ottobre del 1517.
Tra quegli “arrabbiati” certamente si distinse, per determinazione e capacità organizzativa, Thomas Müntzer un giovane parroco e predicatore che aveva scelto, secondo le sue stesse parole, di farsi prete per essere più vicino alle necessità della povera gente, pur essendo egli figlio di un artigiano benestante del villaggio di Stolberg, in cui era nato nel 1489.
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Dalla piazza di Roma. Una nota dolente
di Algamica*
La mobilitazione di sabato 14 marzo a Roma, dove sono confluite alcune sigle dell’estremismo di sinistra in piazza, contro il governo Meloni e le misure repressive varate, il No al referendum e un No alla guerra, è stata segnata da un episodio di una certa gravità nei confronti di una delegazione di iraniani presenti in piazza con le loro bandiere e i loro cartelli contro l’attacco che il loro paese sta subendo in questo periodo da tutte le forze occidentali, in modo particolare da USA e Israele.
Si è notata una precisa direttiva, da parte di tutte le componenti, politiche e sindacali, di marginalizzare la presenza della delegazione iraniana costringendola alla coda del corteo. O altrimenti detto: umiliandola.
La qual cosa non ha segnato certamente un bel messaggio nei confronti di un popolo e di una nazione aggredita violentemente dall’imperialismo.
Vorremmo soltanto far notare – visto che molti organizzatori del corteo fanno ancora riferimento ideologico agli anni ’70 – che in quegli anni in occasione delle manifestazioni veniva offerta la testa del corteo al settore sociale più colpito del momento.
Dunque una fabbrica attaccata dalla ristrutturazione, un gruppo di operai licenziati, quando non la difesa di arrestati e così via.
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Jurgen Habermas
di Fabrizio Marchi
Ieri è scomparso Jurgen Habermas, più o meno unanimemente considerato l’ultimo dei grandi filosofi viventi.
La premessa, per quanto mi riguarda, è che quando parlo di questi grandi uomini che, a torto o a ragione, hanno fatto la storia del pensiero (o si ritiene che l’abbiano fatta), lo faccio con la stessa umiltà con cui un giocatore di calcio amatoriale, come il sottoscritto, parla di questo o quel giocatore di serie A. Spesso in queste discussioni o chiacchierate (molto divertenti, devo dire) fra amici e appassionati di calcio si bocciano drasticamente molti giocatori, in genere quelli meno dotati tecnicamente, i “terzinacci”, i mediani di spinta, gli “sportellari”, quelli che “la natura non ha dotato” (come recita la bellissima canzone di Ligabue, “Una vita da mediano”). In realtà poi, quando in età adulta ti capita di giocarci insieme come a me è capitato (perché anche loro per divertimento continuano a giocare anche in età avanzata), ti rendi conto che fra te e loro c’è la stessa differenza che c’è, metaforicamente parlando, tra una mosca e un elefante, quando ci giochi non ti fanno neanche vedere la palla e anche quello che quando giocava in serie A o in serie B ne parlavi al bar sotto casa come di uno “scarpone” rispetto a te è un gigante e ha un tasso tecnico che tu non sai neanche cosa sia.
Fatta questa doverosa premessa, torno rapidamente ad Habermas. La mia opinione – da umilissimo manovale della filosofia – è che fosse un filosofo innocuo, come altri, sia chiaro, non era certo il solo. E dal mio punto di vista, quando dici che un filosofo è innocuo, lo hai ammazzato.
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Un indecoroso spettacolo dell’ignavia ovvero il funerale della sovranità, al Quirinale
di Marco Nesci
Leggete e inorridite. Quello che è emerso dall’ultimo Consiglio Supremo di Difesa non è un documento politico, ma un certificato di sottomissione coloniale firmato dai vertici della Repubblica italiana. Sotto i soffitti affrescati del Quirinale, tra velluti e protocolli, si è consumata l’ennesima recita a soggetto di una classe dirigente che ha smarrito ogni briciolo di dignità nazionale, preferendo il ruolo di zerbino della geopolitica atlantista alla tutela della verità, del diritto internazionale e dei propri cittadini.
La semantica del servilismo: Aggressioni e “Azioni”
Il comunicato è un capolavoro di ipocrisia linguistica. Quando si parla della Russia, il linguaggio si fa netto: “irresponsabile aggressione”. Ma quando i missili portano il marchio di fabbrica di Washington o Tel Aviv e colpiscono l’Iran, la mano dei redattori trema, la voce si fa fioca. L’attacco frontale contro uno Stato sovrano viene derubricato a mera “azione militare” in un tripudio di cialtroneria. Questa asimmetria terminologica non è un dettaglio burocratico; è la prova provata di una parzialità che acceca e irrita l’intelligenza altrui. Si condanna l’Iran per il rischio di armi nucleari – un’accusa che persino l’Agenzia Internazionale per l’atomica, ha ripetutamente smontato come infondata – mentre si tace colpevolmente sul fatto che l’unica vera minaccia nucleare (e non dichiarata) nella regione risieda proprio in chi quella “azione” – aggressione l’ha scatenata.
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Cina: Osservando il flusso dei missili
di Pepe Escobar – Strategic Culture
Il blocco di Hormuz potrebbe spezzare l'Occidente. Ma non spezzerà la Cina.
Andiamo subito al sodo: i BRICS sono in profondo coma. Fatta saltare in aria, almeno temporaneamente, dall'India – che per caso ospiterà il vertice dei BRICS più avanti quest'anno. Quando si parla di tempismo orribile.
L'India ha tradito, in sequenza, sia i membri a pieno titolo dei BRICS, Russia che l'Iran. Sigillando il suo allineamento con il Sindacato Epstein, Nuova Delhi ha dimostrato, senza ombra di dubbio, non solo di essere inaffidabile: anzi, tutta la sua elevata retorica di "guidare il Sud Globale" è crollata – per sempre.
I BRICS dovranno essere completamente rinnovati: persino il Gran Maestro Sergei Lavrov dovrà arrivare a questa conclusione ineludibile. Il triangolo originale di Primakov, "RIC", muore ancora una volta un altro giorno. Anche se l'India non venisse espulsa dai BRICS – potrebbe essere sospeso – "RIC" dovrà necessariamente essere tradotto come Russia-Iran-Cina, o addirittura "RIIC" (Russia-Iran-Indonesia-Cina).
Quando si parla di dove ci troviamo sulla Grande Scacchiera, il Prof. Michael Hudson lo sintetizza: "La grande finzione abilitante è sparita. L'America non sta proteggendo il mondo dagli attacchi di Russia, Cina e Iran. Il suo obiettivo a lungo termine di controllare il commercio mondiale del petrolio richiede un terrorismo continuo e una guerra permanente in Medio Oriente."
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USA-Israele nei guai. E sono già pentiti
di Fabio Mini
Nei primi tre giorni di combattimenti gli Stati Uniti hanno consumato la produzione bellica di cinque anni. Mentre le scorte di Patriot sono ridotte al 25% del loro fabbisogno a livello globale.
Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi. Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.
Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale. Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto. L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni.
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Guerra alla biosfera. Il ruolo dei né né e dei curdi
di Fulvio Grimaldi
Nè nè
Parto con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma capita che a volte sia determinante.
Ci sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono. Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.
Poi ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali, che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente, ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni, loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.
Esempio recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran. Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere).
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Gli Stati Uniti hanno già perso la guerra contro l’Iran: parola di John Mearsheimer
di Giuseppe Gagliano
La conversazione tra Glenn e John Mearsheimer ruota attorno a una tesi netta: Washington può ancora infliggere distruzione, ma non sa più come trasformare la forza militare in un risultato politico. Da qui nasce il cuore del ragionamento: una guerra iniziata nella convinzione di imporre una resa rapida si sta convertendo in un conflitto di logoramento in cui l’Iran conserva capacità di risposta, margini di escalation e soprattutto il potere di rendere insostenibile il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, per Israele e per l’economia mondiale. Mearsheimer non si limita a dire che la campagna stia andando male; sostiene che, sul piano strategico, il danno è già stato fatto, perché manca una via d’uscita credibile e manca una vittoria decisiva da imporre.
La trappola dell’escalation
Il primo punto della discussione è brutalmente semplice: la guerra non sta andando come Trump sperava, e questo non sorprende, perché Trump era stato avvertito prima di imboccare questa strada. Secondo Mearsheimer, persino in ambienti mediatici americani e israeliani si comincia a riconoscere che l’Iran non sta collassando e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Da qui la domanda decisiva: se il tempo gioca a favore di Teheran, perché gli Stati Uniti hanno scelto questa strada? La risposta è che Trump, a giudizio di Mearsheimer, vorrebbe già uscire dal conflitto, ma non sa come farlo, perché nessuno è in grado di raccontare una storia plausibile sulla fine della guerra.
Qui Mearsheimer introduce una distinzione fondamentale. Se gli Stati Uniti avessero ottenuto una vittoria totale, simile a quella contro la Germania nazista o il Giappone imperiale, la guerra sarebbe già finita: il vincitore imporrebbe le condizioni al vinto. Ma non è questo il caso. Non c’è stata alcuna vittoria decisiva. L’Iran mantiene mezzi, volontà e incentivo a proseguire il conflitto trasformandolo in una guerra di logoramento. Il problema per Washington, quindi, non è solo militare ma politico: come convincere l’Iran a fermarsi, se l’Iran sa di poter ancora colpire e se ritiene che fermarsi ora significherebbe solo concedere agli Stati Uniti il tempo per tornare all’attacco tra qualche mese?
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Non c’è solo il petrolio in gioco
di Lorenzo Battisti
Dollaro o morte: la logica imperiale dietro il caos di Trump
Le azioni internazionali degli Stati Uniti di Trump sembrano erratiche e irrazionali. Eppure una logica le guida, una logica che lega le sue azioni a quelle di presidenti precedenti (Obama e Biden): la difesa della posizione di supremazia dell’imperialismo americano e del pilastro su cui poggia, il dollaro. L’aumento del prezzo del petrolio non è una “conseguenza” dell’attacco all’Iran. Era l’obiettivo principale di tale attacco.
Il declino Usa e lotta contro il mondo multipolare
Ormai è sulla bocca di tutti ed entra anche nei documenti ufficiali: il mondo sta avanzando sempre di più verso un mondo multipolare. Pochi però notano il mondo che sta gradualmente scomparendo: il mondo unipolare a guida americana. L’unipolarismo era quello che restava dopo la vittoria americana della “Guerra Fredda”, con la fine dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Il passaggio tra questi due mondi è segnato dal declino della potenza imperialistica americana.
Un declino che appare sempre più accelerato, specie negli ultimi anni. La capacità degli Stati Uniti di sfruttare il resto del mondo a beneficio dei proprio gruppi monopolistici si restringe sempre di più. La principale ragione sono i paesi BRICS, paesi abbastanza grandi da poter sviluppare un percorso di autonomia rispetto al centro imperialistico, e quindi con la possibilità di privarlo di una parte importante della ricchezza che prima veniva depredata.
Le guerre successive alla fine dell’Urss sono state spesso descritte come guerre di rapina, tese a “rubare” ai popoli le risorse di cui disponevano, a partire dal petrolio.
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L'arciere persiano e lo scacco matto all'Impero del Caos
di Alex Marsaglia
L’11 Marzo il conflitto della Coalizione Epstein contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha travalicato lo storico traguardo dei 12 giorni. Un’aggressione bestiale, al di fuori del diritto internazionale che il 28 Febbraio ha ucciso l’Ayatollah Khamenei e la sua famiglia, inclusa la nipotina che era in casa con lui. La Guida Suprema riteneva di non doversi nascondere, ma di dover rimanere al suo posto. La Coalizione Epstein ha iniziato un’ondata sanguinaria di bombardamenti indiscriminati su civili e strutture energetiche che durano tuttora e probabilmente verranno intensificati nelle prossime ore, come unica strategia per esercitare il dominio. I vertici di quest’alleanza ovviamente compiono tali atti terroristici ben al riparo da ogni forma di ritorsione, con l’unilateralismo e l’asimmetria che caratterizza le loro guerre dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Forti del rapimento del legittimo Presidente del Venezuela Maduro, i neocon ringalluzziti pensavano di poter liquidare anche la questione iraniana con la medesima facilità. Tuttavia, come ho tentato di spiegare, la questione esistenziale non è da sottovalutare, anzi. Come hanno annunciato i suoi vertici militari e politici, l’Iran ha avuto lungamente modo di prepararsi alla guerra per la sua sopravvivenza, sino a testarla lo scorso Giugno proprio nel conflitto dei 12 giorni, dove ha fatto le “prove di tiro” riuscite sulle basi americane nel Golfo e sull’entità sionista che occupa la Palestina.
Da allora le cose nell’Impero sono notevolmente precipitate: il debito pubblico americano ha sfondato nuovi picchi, la dedollarizzazione è avanzata con la corsa all’oro e la dismissione dei titoli di debito pubblico americani è proseguita implacabile.
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L'inganno del burattinaio: perché Israele è l'asset degli USA, non il loro padrone
di Brian Berletic
Chi sostiene che “Israele” controlli gli Stati Uniti è o delirante o disonesto.
In particolare, gli Stati Uniti hanno sterminato le popolazioni indigene, rubato terre e saccheggiato risorse per quasi 200 anni, prima ancora che Israele esistesse.
In che modo ciò che gli Stati Uniti stanno facendo al Medio Oriente è diverso da ciò che hanno fatto alle popolazioni indigene del Midwest americano?
La civiltà occidentale lo fa da secoli…
…l’impero britannico per ben oltre 2 secoli prima dei “Rothschild”.
Per secoli la civiltà occidentale è stata incline a costruire un impero brutale e razzista e continua a farlo ancora oggi: Israele è solo uno dei tanti ingranaggi creati per perpetuare questo processo.
L'idea che "Israele" sia riuscito in qualche modo a convincere i ladri spietati e razzisti che governano gli Stati Uniti a inginocchiarsi davanti a "loro" è un'assurdità a prima vista.
Quasi assurdo quanto immaginare che l’Occidente fosse in passato governato da uomini “onorevoli” e poi “dirottato” da “Israele”.
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“Epstein fury”
di Andrea Zhok
Il “Times of Israel” di ieri (10/03) dedica un articolo a ciò che per molti era chiaro dall’inizio: l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran non ha alcuna data di scadenza prevedibile e non ci sono segni di un collasso del regime, né di una “rivoluzione colorata”.
Potremmo compiacerci di aver avuto ragione. In molti capivano perfettamente da subito che la strada dell’aggressione frontale può avere semmai l’effetto di consolidare un regime e di radicalizzarlo, ben difficilmente di persuadere la popolazione che chi li bombarda gli vuole bene e fa i loro interessi. Potremmo concludere che il Mossad e il Deep State americano siano imbecilli, gente incapace, che non è riuscita neppure a considerare probabile un esito che a moltissimi appariva certo. Non stiamo parlando naturalmente di Trump, che potrebbe perfettamente aver creduto che in 4 giorni lo avrebbero incoronato imperatore dell’Iran e che perderà le elezioni di mid-term (l’uomo, lasciato a sé stesso, potrebbe girare in tondo tutto il giorno alla ricerca del proprio culo.) Il punto è che queste decisioni non le prende Trump, se non formalmente, e la sua condizione di minorità rende semplice usarlo come cavatappi dai veri decisori (come Biden prima di lui.) Insomma, può darsi che i decisori reali abbiano davvero sbagliato clamorosamente i conti, ma è altrettanto possibile, anzi più probabile, che lo scenario di un conflitto duraturo sia stato non solo messo in conto, ma visto con favore.
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La bancarotta in pillole n.9
di Alessandro Volpi
Segui il denaro. Il denaro dei profitti, quello della speculazione finanziaria, quello del debito pubblico (statunitense e italiano) e del pagamento dei relativi interessi, quello dell’inflazione che sta per esplodere. Alessandro Volpi ci indica con le sue “pillole” chi guadagna sulla morte di migliaia di iraniani, preparando al contempo la crisi che viene.
Buona lettura da Alexik.
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
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Chi guadagna da questa guerra
Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.
Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.
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Medio Oriente in fiamme: la partita dell’energia
di Giacomo Gabellini
La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran continua ad alimentare volatilità sui mercati energetici. Alla crescita vertiginosa dei benchmark petroliferi Brent e West Texas Intermediate (Wti) registrata già alla vigilia della guerra e protrattasi fino a lunedì 9 marzo ha fatto seguito una discesa rapidissima, imputabile per un verso alle rassicurazioni fornite dal presidente Trump circa l’imminente conclusione delle operazioni militari contro la Repubblica Islamica.
Per l’altro, alla decisione adottata all’unanimità dai 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia di svincolare 400 milioni di barili di riserve strategiche in un’ottica di compensazione alla strozzatura nell’offerta petrolifera prodotta dalla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle autorità di Teheran.
Più specificamente, il governo iraniano ha instaurato un vero e proprio check-point militare in corrispondenza di questo cruciale collo di bottiglia attraverso cui transitano in media 20 milioni di barili di greggio al giorno (pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare), autorizzando il transito soltanto delle imbarcazioni riconducibili a Paesi non collegati agli interessi statunitensi e israeliani.
Un ruolo altrettanto significativo rispetto a crollo provvisorio del prezzo del petrolio verificatosi martedì 10 marzo va attribuito al post pubblicato dal segretario all’Energia Chris Wright sul suo profilo X in cui si sosteneva che la US Navy aveva scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz.
La notizia, che contraddiceva clamorosamente i proclami dei vertici dei Pasdaran, è stata prevedibilmente interpretata come un segnale che gli Stati Uniti erano in qualche modo riusciti a ripristinare la libertà di navigazione nel più importante braccio di mare del mondo. La percepita riduzione del rischio geopolitico si è istantaneamente tradotta in un drastico ribasso prezzo del petrolio, che nell’arco di pochi minuti ha realizzato una caduta prossima al 20%, e in un vigoroso rimbalzo dei listini di Wall Street.
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Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?
di Francesco Cappello
L’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.
La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.
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Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
di Ciro Schember
Nel 2023, Angelo Calemme pubblica un libro che riprende e aggiorna un problema non solo italiano: la Questione meridionale dalla Conquista regia al processo di (dis-)integrazione europea1. Con gli strumenti concettuali di una Storia critica della tecnologia dell’Italia meridionale e della Sicilia tra Sette e Ottocento e di una Critica dell’economia politica dei Sud italiani dal secolo precedente all’Unità al trentennio successivo al Trattato di Maastricht, la Questione meridionale appare in una veste diversa da quella tradizionale: non più come la “palla al piede” del mancato sviluppo capitalistico siciliano e napoletano, ma come la faccenda dell’arresto di questo sviluppo nei Mezzogiorni italiani, funzionale alla proto-industrializzazione (1870-1940) prima e alla grande-industrializzazione (1945-1965) poi dell’Italia centro-settentrionale2.
Sulla falsariga delle analisi del gramsciano Nicola Zitara, dunque applicando fino alle estreme conseguenze il metodo marxiano allo studio della Questione meridionale, senza anteporgli alcuna retrotopia di Destra e senza alcun pregiudizio sciovinista di Sinistra, con il volume del 2023, Calemme dimostra che non vi sarà mai alcun futuro di emancipazione economica e sociale per gli italiani dei Sud senza una separazione rivoluzionaria dallo Stato unitario3.
Sulla scorta delle ricerche pubblicate nel 2023, sulla base delle collaborazioni con Giuliano Marrucci e Cristiano Sabino per il canale web OttolinaTV e l’associazione Multipopolare4, con La variabile legittima della storia.
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