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I fantomatici rossobruni di Stefano Cappellini
di Matteo Falcone
Nella categoria “Libri che abbiamo deciso di leggere noi per evitare che li leggiate voi” – a proposito: come la vedete come possibile nuova rubrica? – c’è il nuovo saggio del neodirettore de la Repubblica Stefano Cappellini, “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” (UTET, 2026).
Un libro che potete anche risparmiarvi di leggere, perché – anche se infiocchettato come una indagine storico-politica del rossobrunismo, con una particolare attenzione per l’attualità – sembra solo una nuova operazione di perimetrazione del dicibile e dell’indicibile, tra quello che si può e quello che non si può sostenere e dire nel dibattito pubblico. Andiamo un po’ più a fondo e con ordine per renderci conto della strumentalità delle tesi di Stefano Cappellini.
In primo luogo, Stefano Cappellini spiega bene che il libro vuole essere un testo polemico nei confronti dei c.d. rossobruni, descritti come quell’insieme variegato di individui o soggetti politici che, in ogni epoca, risulta essere non solo particolarmente influente, seppure marginale e minoritario, ma anche politicamente pericoloso, in quanto il suo obiettivo è quello di minare le fondamenta delle democrazie (prima quella liberale poi quella democratico-sociale del dopoguerra). L’autore nelle prime pagine del suo libro lo spiega bene: «il primo obiettivo del rossobrunismo di ogni epoca [è] una delle tendenze più inquietanti del nostro tempo: la separazione del popolo dalla democrazia». D’altronde, «il rossobrunismo sa incanalare lo spirito del tempo. Ha la capacità di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo, di sfida coraggiosa all’opinione dominante». Il rossobrunismo, dunque, è pericoloso perché «sa come separare il popolo dalla democrazia».
Con questo libro, allora, Cappellini vuole metterci in guardia dal sottovalutare questo fenomeno.
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La fine del “Medio Oriente” americano
di Marc Lynch*
Il sostegno americano all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere. Anche la sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un assoluto dominio militare americano.
La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?
Di seguito il testo dell’articolo.
* * * *
Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.
Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi negli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la loro rete di basi militari nella regione.
L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.
Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.
Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo.
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Verso la fine dell’egemonia del dollaro
Declino e frammentazione dell’ordine monetario globale
di Ascanio Bernardeschi*
L’attuale fase di transizione dell’economia globale è segnata da un crescente distacco dal dollaro come valuta di riferimento. Un fenomeno che ha radici profonde ma che oggi, complice la politica americana, sembra inesorabile.
Per oltre settant’anni il dollaro ha rappresentato il fulcro dell’economia mondiale. La sua centralità non è stata solo monetaria, ma geopolitica: ha permesso agli Stati Uniti di finanziare deficit enormi, di vivere al di sopra delle proprie capacità produttive e di esercitare un’influenza globale senza precedenti. Oggi, tuttavia, questo sistema mostra crepe profonde. Un numero crescente di paesi sta riducendo l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, nelle riserve valutarie e nei sistemi di pagamento. È il processo di dedollarizzazione, che accompagna e accelera il declino dell’egemonia statunitense e la transizione verso un ordine mondiale multipolare.
Per comprenderne la portata occorre ripercorrere la storia del dominio del dollaro, analizzare le sue basi materiali e spiegare perché oggi tali basi si stanno erodendo.
Da Bretton Woods al signoraggio del dollaro
L’ordine monetario internazionale nato dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 aveva un pilastro fondamentale: il dollaro ancorato all’oro. Gli Stati Uniti garantivano la convertibilità del biglietto verde, 35 dollari per un’oncia di oro, e tutte le valute degli altri stati, devastati dalla guerra e non in grado di assicurare la convertibilità in oro, erano a loro volta ancorate al dollaro. Era un sistema che riconosceva alla superpotenza vincitrice della guerra un ruolo di garante della stabilità monetaria globale.
Con la ricostruzione europea e giapponese, la supremazia industriale statunitense iniziò a ridursi. Il deficit della bilancia dei pagamenti USA crebbe costantemente. Paesi come la Francia di De Gaulle chiesero la conversione dei dollari in oro, riducendo le riserve auree statunitensi da circa 20.000 tonnellate nel 1950 a 8.000 nel 1971 (fonte: US Geological Survey). Quell’ordine crollò il 15 agosto 1971, quando il presidente Nixon sospese unilateralmente la convertibilità.
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Combattere l’inflazione da offerta quando il debito è alto: una questione italiana
di Biagio Bossone
Gli shock di offerta richiedono strumenti fiscali e industriali che la politica monetaria non possiede. Ma per un paese ad alto debito il loro impiego passa per un vincolo che il dibattito corrente ignora: la credibilità di portafoglio del sovrano.
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le economie a più alto debito, senza che la causa prima dell’inflazione, la scarsità relativa di beni e input, fosse in alcun modo rimossa. Con il cambiamento climatico e la frammentazione geopolitica destinati a rendere questi shock ricorrenti, la questione di quali strumenti alternativi esistano, e di chi possa permetterseli, diventa centrale per la politica economica italiana ed europea.
Perché la leva monetaria è spuntata
La logica convenzionale assegna alla banca centrale il compito di impedire che uno shock di offerta si trasformi in inflazione persistente attraverso il canale delle aspettative: la stretta serve a segnalare determinazione, ancorare le attese e prevenire gli effetti di secondo impatto su salari e prezzi.
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Solo le democrazie occidentali sono cleptocrazie integrali
di comidad
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le petromonarchie del Golfo Persico; ciò che però impedisce di considerare le petromonarchie delle cleptocrazie compiute e integrali, è il fatto che l’oggetto del furto legalizzato riguarda le risorse naturali e minerarie di quei paesi, per cui le risorse vengono utilizzate a vantaggio quasi esclusivo delle oligarchie familiari regnanti. Per parlare di cleptocrazia compiuta e integrale occorre invece che il sistema di potere predatorio abbia specificamente come “target” non una ricchezza naturale, bensì le tasche del contribuente povero, quello che non può accedere al privilegio cleptocratico dell’immunità fiscale. Per questo motivo la nozione di cleptocrazia compiuta e integrale può essere applicata all’unico sistema di potere che sia in grado di mettere in campo un apparato di pubbliche relazioni tale da intrattenere il pubblico, facendolo partecipare attraverso l’adesione ai vari schieramenti politici.
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Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia
di Danilo Ruggieri
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della storia.
Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti. La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico, delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.
Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo, rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire.
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Venezuela, Cuba, Siria… Serbia
La caduta degli dei
di Fulvio Grimaldi
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.
Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.
Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.
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Socialismo o barbarie: l’urgenza ineludibile di scelte responsabili
di Giuseppe D'Elia
La neolingua orwelliana, come è noto, «era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero». In tal senso, le istituzioni UE, nello scorso decennio, in nome della “responsabilità” e con formule di neolingua pura come “austerità espansiva” hanno letteralmente devastato la società greca, smantellando il welfare, mettendo a regime di profitto privato – per la minoranza più “intraprendente” – anche i servizi sanitari essenziali, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei cittadini greci, con rapporti di lavoro più precari, orari di lavoro e turni estenuanti e un generale e diffuso impoverimento, determinato dal rapporto tra andamento ribassista dei salari e incremento dei prezzi al consumo, in una dinamica per la quale si è costretti a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno e a pagare tasse mediamente più alte per servizi pubblici sempre più scarsi, sia in termini quantitativi che qualitativi.
«La libertà è schiavitù», del resto, è esattamente uno dei tre inquietanti slogan del Partito totalizzante del Grande Fratello di Orwell, nel suo profetico “1984”. E non si tratta di un caso isolato ed eccezionale. Qui in Italia lo abbiamo visto benissimo, anche se con una maggiore gradualità rispetto al cappio imposto alla Grecia: lavoro povero e sempre più precario che produce una dinamica dei salari reali medi sostanzialmente bloccata ai livelli ribassisti degli anni Novanta del secolo scorso. In un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) si legge testualmente che «i dati esaminati confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento, con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. Nello stesso arco temporale, la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde».
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Gli arsenali vuoti dell’impero e il pieno che non possiamo più pagare
di Mario Sommella
Sei mesi di guerra contro l’Iran hanno consumato i missili americani, tenuto chiuso lo Stretto di Hormuz e spinto tre potenze sunnite a firmare un patto di difesa che fa a meno di Washington. In Italia il conto arriva alla pompa di benzina: ventinove miliardi di euro in un anno. E nessun governo lo chiama con il suo nome
Il 19 luglio, alla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stato ucciso il sergente Michael Emmanuel Swinton, trent’anni, di Fayetteville, North Carolina. Il suo nome si è aggiunto in poche settimane a quelli di James Feehan, Isabella Gonzales e Angel Rampersad, caduti fra Iraq e Giordania. Uno di loro aveva diciannove anni. Dall’inizio della guerra i militari statunitensi uccisi sono almeno diciotto, ai quali vanno aggiunte decine di vittime nei Paesi che ospitano le basi.
Qualche centinaio di miglia più a sud, nel Mar Arabico, la portaerei Abraham Lincoln naviga ininterrottamente da oltre nove mesi. I familiari dell’equipaggio hanno raccontato alla stampa americana docce ammuffite, servizi igienici rotti, lavanderie ferme, penuria di sapone e dentifricio, turni che non finiscono mai. All’inizio di agosto un marinaio è finito in acqua: è stato recuperato entro un’ora e la Marina ha classificato l’episodio come emergenza di salute mentale, negando però che vi sia un aumento dei casi. È servita la lettera formale di un senatore per chiedere quanti siano davvero.
Sono dettagli che non entrano nei comunicati del Pentagono. Eppure dicono, meglio di qualunque analisi strategica, che cosa sta accadendo: la macchina militare più costosa della storia è in mare da troppo tempo, con troppe poche navi, per una guerra iniziata il 28 febbraio 2026 e che nessuno sa più come chiudere.
È questa la cornice in cui va letta l’intervista che l’economista Joseph Halevi ha rilasciato a TheDotCultura, ripresa il 17 agosto da Contropiano, nella quale si parla apertamente di sconfitta strategica americana. Halevi è uno degli analisti più lucidi del capitalismo contemporaneo e la sua tesi di fondo regge. Proprio perché regge, però, merita di essere verificata riga per riga, distinguendo ciò che i documenti provano da ciò che resta ipotesi. Alcune sue cifre vanno corrette. Le correzioni, come vedremo, non indeboliscono l’argomento: lo rendono più difficile da liquidare.
1. Gli arsenali, ovvero che cosa dicono i numeri veri
Il Center for Strategic and International Studies di Washington ha pubblicato due studi firmati da Mark Cancian, colonnello dei Marines in congedo, e da Chris Park: uno il 21 aprile, alla tregua, l’altro il 27 maggio.
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Bombe sull'Oman e l'atomica sull'Iran?
di Piccole Note
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato.
Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una nuova strategia che prevede l’uso di armi nucleari tattiche anche in conflitti regionali. “Ciò di cui ho più paura” rispetto a un “attacco di massa” contro gli Stati Uniti “è una guerra regionale […] una guerra convenzionale che potrebbe prevedere l’impiego locale, Dio non voglia, di armi [nucleari] che potrebbe poi degenerare”.
La revisione mira a offrire al presidente degli Stati Uniti opzioni diverse da un attacco nucleare alzo zero, previsto nel caso di un attacco nucleare, in atto o potenziale, contro gli Stati Uniti, che comporterebbe la fine dell’umanità.
Tale cambiamento, come hanno osservato giustamente tanti analisti, rende più facile l’utilizzo dell’atomica e, anche se Colby ha limitato le possibilità di un tale ingaggio solo in un eventuale confronto con Russia e Cina, è alquanto ovvio che si tratta di un limite aleatorio. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, tutto può accadere.
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“Guerra! Guerra! Guerra!”. Il sistema mediatico è fuori di senno
di Francesco Piccioni
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.
La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.
Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.
Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.
Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.
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Una glossa di Piero Pagliani alla mia polemica con Pasquinelli sulla Cina
di Carlo Formenti e Piero Pagliani
Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?
Caro Carlo,
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico.
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
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La paolomieleide, Rubio e il richiamo della foresta
di Fulvio Grimaldi
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.
Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.
Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”.
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Lavoro culturale, da Bianciardi a Fofi
di Franco Nasi
Sedici interviste di Maria Teresa Carbone ad altrettanti professionisti del mondo del giornalismo e della comunicazione culturale sono raccolte in un libro (Il lavoro culturale, Arcadia edizioni, 2026) che si legge di corsa, con piacere e imparando, come succede spesso quando si ascoltano le riflessioni, anche molto diverse fra loro, di persone esperte e competenti, che raccontano di esperienze quotidianamente vissute con passione. È un libro però che costringe anche a rallentare e a interrogarsi, senza troppi infingimenti e illusioni, sulle modalità e il senso del lavoro culturale oggi.
Il titolo si rifà, come è detto esplicitamente nella vivace e puntuale introduzione di Carbone, al primo romanzo della cosiddetta trilogia della “rabbia” di Bianciardi del 1957, che, idealmente, fa da prologo al libro di interviste, e costituisce una sorta di punto di partenza e pietra di paragone con il quale leggere i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi settant’anni.
Vale la pena ricordarlo brevemente. In Il lavoro culturale, Bianciardi racconta di Marcello e del fratello Luciano che cercano, con il loro entusiasmo giovanile, di svecchiare un polveroso mondo culturale in mano a gelosi eruditi medievisti e archeologi dannunziani, egocentrici e autoreferenziali. Sono gli anni dell’immediato secondo dopoguerra e c’è tutto da ricostruire. Il romanzo è ambientato in una città di provincia toscana che i due fratelli, e in particolare Marcello, intellettuale impegnato e sognatore, vogliono trasformare in un città che “avanza vittoriosa dentro la campagna”, un posto tranquillo ma vivo, con le trattorie dove vanno i camionisti in cui si parla di letteratura, dove esiste un cineclub, un circolo culturale che organizza i dibattiti, dove le biblioteche sono aperte a tutti, si fondano riviste, si organizzano festival teatrali, cinematografici, gare di poesia e di narrativa, si celebrano gli anniversari dei grandi da Leonardo a Gogol a Avicenna… “Ci sono troppe mezzeseghe in giro, troppi preti, troppi intellettuali”, sbotta Marcello, che rendono irrespirabile l’aria polverosa della città che invece dovrebbe essere “aperta ai venti e ai forestieri”, al jazz e al cinema, perché “ogni cultura dimostra la sua forza e la sua modernità solo confrontandosi con tutta la realtà storica e sociale che ci sta dinanzi, solo se riesce a liberare tutti, a liberare i contadini, a capirli, a farceli simili a noi”.
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Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
di Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
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Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a "Dialog"
di Glauco Benigni
Il forum dove il Complesso Militare Tecnocratico decide guerra, energia e algoritmi doveva riunirsi a Ferragosto in Irlanda. Un data-leak ne ha svelato invitati e agenda: la mobilitazione irlandese ha costretto i padroni dell'algoritmo a sparire
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.
Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).
Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda.
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Venezuela. E c'è chi ne sostiene il tradimento
di Fulvio Grimaldi
I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.
L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.
Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.
Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva
Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese.
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Guerre in Ucraina e Golfo: a settembre maxi stangata per famiglie e aziende
di Gianandrea Gaiani
Rincari delle bollette a settembre e spese annuali in crescita del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese. Lo scrive il Sole 24 Ore che ha chiesto una stima a Nomisma Energia la quale ha indicato, in base agli attuali prezzi all’ingrosso, l’impatto sulle tariffe al rientro dalla pausa agostana.
“Si tratta di una media ponderata (prudenziale) a partire dal prezzo della sola materia prima gas comunicato da Arera per i vulnerabili (l’ultimo, quello per lo scorso luglio, indicava 60 centesimi al metro cubo) – scrive il quotidiano – I 137 centesimi al metro cubo attesi per settembre (contro i 106 di settembre 2025) porterebbero una famiglia tipo a sborsare 429 euro in più a fine 2026 (+29%).
I rialzi del gas hanno influenzato quello dell’elettricità. Secondo Nomisma Energia, a settembre la stima in bolletta è di 31,93 centesimi a kWh (contro i 28,75 di settembre 2026) che porterebbe il nucleo tipo a pagare 85,9 euro in più a fine 2026 (+11% sul 2025). Sommando la spesa per gas ed elettricità, la maggiorazione della spesa arriva a fine 2026 a 515 euro (+23% sul 2025).
Quanto ai carburanti Nomisma Energia ha calcolato ha calcolato per settembre una media di 2,017 euro al litro in più e per una famiglia una spesa annuale di 361,8 euro in più (+22% rispetto al 2025) che aggiunta alle bollette dà un conto di 876,8 euro in più.
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La ricomposizione della classe meticcia. Risposta a Giovanni Russo Spena su estrattivismo sociale e conflittualità territoriale
di Alessandro Scassellati
Questo contributo intende raccogliere e rilanciare le sollecitazioni teoriche di Giovanni Russo Spena, elevando la critica dell’estrattivismo sociale a paradigma interpretativo della contemporaneità. Attraverso la decostruzione dei dispositivi normativi e biopolitici della legge Bossi-Fini, si analizza come il razzismo istituzionale operi quale tecnologia di governo per frammentare la forza lavoro e attutire la crisi del capitalismo stagnante. Rifiutando sia le derive etno-nazionaliste sia l’utilitarismo della retorica liberale, l’analisi si focalizza sulla necessità urgente di una ricomposizione di classe. L’obiettivo politico fondamentale diventa quindi la costruzione di un’alleanza meticcia e plurietnica, capace di radicare il conflitto nei territori e convertire la cittadinanza universale in una piattaforma di emancipazione e uguaglianza sostanziale.
La base empirica dell’estrattivismo: asimmetrie di genere, welfare e svalutazione del capitale umano
Per rendere la nostra prospettiva anticapitalistica un’arma analitica efficace, non possiamo limitarci alla sola dimensione macro-politica, ma dobbiamo ancorare il conflitto alla concretezza dei dati e alle dinamiche intersezionali che governano l’estrattivismo sociale. I dati scientifici dell’ISTAT offrono una mappatura quantitativa spietata: sebbene la popolazione straniera rappresenti meno del 10% dei residenti, essa costituisce oltre il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia, con un rischio di scivolamento nell’indigenza di 4,8 volte superiore rispetto ai nativi.
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Ceuta: il dito e la luna
di ALGAMICA*
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Il famoso proverbio calza alla perfezione circa le reazioni ai fatti drammatici appena accaduti a Ceuta, alle porte dei confini con l’Europa e in quell’exclave in Marocco che rimane tutt’ora una eredità del colonialismo Spagnolo in tutta la fascia dell’Africa Nord Occidentale.
In questo caso lo stolto è l’insieme composito delle società europee e occidentali che ha guardato e assiste agli avvenimenti tutt’ora corso. Nonostante verifichiamo sfumature diverse, riteniamo che tutte le reazioni siano il riflesso di quell’inesorabile declino dell’Occidente, in particolare dell’Europa che conta, che è messo alle corde da una crisi inarrestabile dell’accumulazione capitalistica.
C’è chi l’ha chiamata “invasione”, chi una “guerra ibrida”, chi sostiene che si sia trattato di complotto ordito da soggettività islamiste qatariote con lo scopo di destabilizzare la civiltà europea, laica e democratica attraverso una invasione araba e musulmana. Chi ascrive la causa dei fatti alla storica rivendicazione del Marocco sulla sovranità delle due exclavi coloniali spagnole di Ceuta e Melilla, che dunque ha sobillato la popolazione per creare pressioni politiche nei confronti della Spagna. Chi ritiene il tutto la conseguenza di una doppia “sciagura” operata dal governo spagnolo: la recente sanatoria per circa 500 mila immigrati non regolari e la sentenza della Corte Suprema che stabilisce il divieto di una espulsione immediata da parte di chi attraversa il confine a nuoto.
C’è chi poi al contrario ha sostenuto che l’avvenimento drammatico dei giorni passati sia stato realizzato dai servizi di intelligence statunitensi e israeliani per destabilizzare la Spagna governata dal socialista Pedro Sánchez, non proprio compiacente e del tutto accondiscendente nei confronti dello Stato sionista di Israele, che da ultimo ha negato l’uso delle basi militari USA per l’aggressione imperialista all’Iran. Alla stregua di quest’ultima analisi “geopolitica”, c’è anche chi aggiunge che il disegno sia quello di realizzare un “grande Marocco” nel Nord Africa per controllare l’intera regione e in particolare l’Europa meridionale e il traffico commerciale sullo stretto di Gibilterra.
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“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”
Stefania Valbonesi* intervista Joseph Halevi
Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano nei confronti della Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.
* * * *
In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui Paesi amici?
Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
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La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi
di Carlo Formenti
L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.
Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.
Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).
Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).
Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana?
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Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza
di Salvatore Minolfi
Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici.
L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.
I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.
Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste.
Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…
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L’Iran e l’impotenza dell’impero Usa
di Pino Arlacchi
"Se uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari, i rapporti di forza sono cambiati. Hormuz oggi lo dimostra".
C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile.
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Quando i topi abbandonano la nave
di Fulvio Grimaldi
Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finché, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.
Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.
Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Lincoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.
La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World America's dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.
La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.
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