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Regeni, Venezuela, Cuba --- È la verità che è rivoluzionaria-- Su certi assist alla narrazione del nemico
di Fulvio Grimaldi
Chi era e a chi serviva Regeni
L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.
Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.
La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.
Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.
Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza
di Nico Maccentelli
Da parecchi decenni assistiamo a una storpiatura della Resistenza nei suoi valori. Le liturgie istituzionali hanno fatto da preludio a tutte le operazioni che sono state fatte successivamente e a tappe. In particolare sulla questione comunismo anticomunismo, l’operazione di sdoganamento del fascismo con le foibe e la giornata istituita, che azzera i crimini di massa commessi dal nazifascismo e dai suoi complici ustascia di Ante Pavelic nei Balcani della Yugoslavia.
L’operazione della Brigata Ebraica, che non fu partigiana ma in forze all’esercito britannico del gen. Alexander e operò solo per un mese e alla fine della guerra e dopo la liberazione di Auschwitz a opera dell’Armata Rossa e che sta servendo a sdoganare il suprematismo etnofascista del sionismo israeliano: lo abbiamo visto in questi ultimi anni con la presenza e il beneplacito di PD e ANPI nelle manifestazioni ufficiali di veri e propri squadristi, che a Porta San Paolo per esempio hanno assaltato la parte filo-palestinese della sinistra di classe. Lo scopo ben preparato da ambienti legati all’hasbara è quello di far accettare le porcate criminali del sionismo genocidario e di estromettere la questione palestinese dalle manifestazioni antifasciste. Iniziamo col dire che l’antifascismo ha senso se è concepito come Resistenza all’oppressione fascista in tutte le sue sfaccettature, che universalmente è strumento dell’imperialismo. Ed è proprio questo l’elemento narrativo e di analisi che le liturgie di sistema hanno espunto soprattutto dopo la fine del PCI e la morte degli ultimi testimoni, i partigiani che la Resistenza l’hanno fatta e non a chiacchiere e ci avrebbero potuto dire che le forze titine hanno contribuito alla liberazione dal nazifascismo, che le foibe furono in prevalenza utilizzate dai criminali nazisti contro la popolazione slava, che la partecipazione degli ebrei alla Resistenza fu massiccia ma dentro le formazioni partigiane esattamente come tutti gli altri combattenti e che della Brigata Ebraica non v’era traccia.
Ma l’apoteosi la si raggiunge con il banderismo ucraino, creato e sostenuto dalla NATO in funzione anti-russa. Qui si va ben oltre il PD, l’ANPI, l’ARCI e le ong “di sinistra” varie con le loro visite a Odessa e bandiere di Pravy Sektor davanti alla Casa dei Sindacati che fu teatro il 2 maggio 2014 di un eccidio di antifascisti a opera dei nazi-banderisti del regime golpista eterodiretto dai servizi USA e occidentali.
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Sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici
di Angelo d'Orsi
Da tempo sto sostenendo che sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici. E che il sistema guerra li ha reclutati nella loro quasi totalità. Pronti a tessere le lodi dell'Occidente, a giustificare ogni infamia di Israele (l'ultima in data odierna è l'uccisione mirata della giornalista libanese Amar Khalil, alla quale sono stati anche impediti i soccorsi che avrebbero potuta salvarla), pronti a giustificare ogni osceno atto compiuto dagli Stati Uniti, pronti a demonizzare il "Nemico" di turno; pronti, soprattutto, a mentire, a volte a pagamento, altre volte gratis, perché forse, in qualche caso, credono persino alle sciocchezze che scrivono o urlano dagli schermi.
Questi due, uno del Corriere della Sera (presentato nelle biografie come "uno dei più autorevoli giornalisti italiani a livello internazionale"!), l'altro del "Foglio", vengono ambedue dalla sinistra, accomunati dalla passione delle bretelle. Ferrara ex PCI, comunista figlio di comunisti, sostenitore della causa palestinese, fino a quando incontra la CIA che lo recluta, con regolare ingaggio, e politicamente, questo coincide con un altro incontro, ossia Bettino Craxi, di cui diventa intimo, e dopo aver occupato la poltrona di eurodeputato, caduto in disgrazia il suo padrino politico, passata la sbornia di quell'epoca, "caduto il Muro", diventa seguace e persino ministro di Berlusconi, e suo ghostwriter. Si dibatte tra le alterne vicende, fino a che ottiene dalla seconda moglie del "Cav" (fu lui a usare per primo questo nomignolo, mi pare), i trenta denari per dar vita a un giornale della destra "colta", "Il Foglio", una di quelle testate lette da chi ci scrive ma che è da sempre tenuta in vita da fondi pubblici.
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L’imperialismo: da liberista a predatorio? Un forum per discuterne
di Rete dei Comunisti
Una ipotesi sui caratteri attuali dell’imperialismo. Le conseguenze sull’Unione Europea e le classi sociali. Forum, 9-10 maggio, Roma.
Per le giornate di sabato 9 maggio e domenica 10 maggio la Rete dei Comunisti organizza a Roma un Forum di analisi e confronto.
Sabato 9 maggio, ore 10.00-13.30 Centro congressi Forma Spazi (via Cavour 181)
Domenica 10 maggio, ore 10.00-13.30 Cinema Aquila (via L’Aquila 66)
Qui di seguito il documento di presentazione dell’iniziativa.
* * * *
La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a livello mondiale, ci obbligano ad andare oltre la descrizione dei fenomeni, le statistiche economiche, la stessa diffusa lettura geopolitica, per evidenziare la dinamica fondamentale nascosta sotto la coltre delle forme e interpretabile, dal nostro punto di vista, solo utilizzando la cassetta degli attrezzi del pensiero marxista e leninista.
L’avvento di Trump, in quanto fenomenologia “pura” della fame di profitto del capitale, porta allo scoperto la condizione reale degli USA in quanto imperialismo non più egemone ma solo dominante e, comunque, come prodotto del livello di sviluppo più avanzato raggiunto dal Modo di Produzione Capitalista dopo la fase della sua mondializzazione, cioè di quel periodo descritto a suo tempo come globalizzazione liberista.
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Karl Löwith e il Giappone: come la tecnica ha ucciso l'anima del Sol Levante
di Tiziano Tussi
Un piccolo testo-raccolta di saggi di Karl Lowith, poco più di cento pagine, ci rende un percorso filosofico e sociale, anche storico, molto significativo per comprendere il Giappone dopo il 1868, epoca Meiji, la piena restaurazione del potere imperiale sullo Shogunato che aveva avuto il controllo reale del Paese sino ad allora e ci permette di organizzare pensieri per l’oggi.
Il passaggio verso la modernità, indotto dalle navi da guerra statunitensi che hanno forzato i porti giapponesi, ha resistito sino a ora. Nella seconda parte di questo scritto vedremo come la raffinata differenza del Paese del Sol levante rispetto alla rozzezza dell’occidente si sia polverizzata avendo come definitiva conseguenza, anche se inconscia, la rottura e la scomparsa del Giappone moderno uscito dall’epoca Meiji a opera della tecnica, così come è capitato o sta capitando nel resto del mondo. La scomparsa della storia sotto l’aspetto etico.
Lowith è profugo in Giappone tra il 1936 e il 1941 in una tappa di un percorso di fuga per motivi razziali, che parte dalla Germania hitleriana. Negli scritti raccolti in questo volume si mette in relazione lo spirito profondo del Giappone con quello dei Paesi “occidentali”. Un senso profondo del nulla, del vuoto, del vacuo, rispetto alla rivendicazione di un percorso storico, più o meno preciso, che Lowith non tiene in considerazione come elemento di decifrazione della vita degli uomini. Meglio l’assenza e il nulla dal quale ogni cosa si può distendere – un elemento di memoria parmenidea all’opposto.
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Le 4 ragioni che dimostrano come l'Ue si stia preparando al conflitto con la Russia
di Giuseppe Masala
In dieci settimane ci formarono alla vita militare,
e in questo periodo ci trasformarono più profondamente
che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone lucido
è più importante che non quattro volumi di Schopenhauer.
Stupefatti dapprima, esasperati poi e infine indifferenti,
dovemmo riconoscere che ciò che conta non è tanto lo spirito
quanto la spazzola del lucido, non il pensiero
ma il sistema, non la libertà ma lo “scattare”.
Niente di nuovo sul fronte occidentale – Erich Maria Remarque
Uno dei fenomeni più pericolosi della guerra mondiale a pezzi è certamente quello che ogni volta che uno dei “conflitti locali” divampa in maniera molto violenta i mass media, e di conseguenza le opinioni pubbliche, tendono a concentrare su questo la loro attenzione trascurando ciò che accade negli altri conflitti. Un fenomeno pericoloso che da un lato non fa vedere il fenomeno nella sua interezza ma porta a concentrarsi sul singolo teatro e soprattutto tende a sottovalutare l'importanza delle fasi di “stanca” che si verificano in un quadrante quando in realtà sono quelle nelle quali viene preparata la prossima escalation.
Con il divampare della guerra nel Golfo Persico per l'appunto una coltre di silenzio è calata sul conflitto ucraino; ma non è errato sostenere che si tratta di un silenzio che prepara la tempesta. Infatti le élites europee hanno trasformato l'Europa intera nella retroguardia del fronte ucraino, diventando de facto parte diretta del conflitto come sostengono ormai apertamente i russi. Gli assi fondamentali di questa evoluzione dello status europeo in relazione al conflitto a detta di chi scrive sono sostanzialmente quattro:
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Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito
di Pier Giorgio Ardeni
Il libro di Emiliano Brancaccio, uscito nel febbraio 2026 da Feltrinelli, si presenta già da quanto enunciato nella quarta di copertina: «Ormai concentrato nelle mani di pochi barbari, il capitale sta trasformando la libertà, la democrazia e la pace in scorie da eliminare. Contro una tale catastrofe c’è una sola alternativa razionale. E non può venire dal passato». Quale sarebbe? Coniugare la libertà individuale e il comunismo della pianificazione collettiva.
Il tono del libro mantiene fede a quanto appena detto: spesso altisonante, ricco di metafore immaginifiche, scorre per 176 pagine da un enunciato all’altro per arrivare alla tesi finale, espressa sopra. Emiliano Brancaccio, recita il suo profilo, è un docente di economia politica, «protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e della politica economica mondiale» quali gli economisti mainstream Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith (in caso li aveste persi), un economista «innovatore critico degli studi marxisti». Con questo curriculum, Brancaccio si inerpica per il sentiero tracciato dal buon Karl Marx per farci presente che «lo spirito di questo tempo si alberga in una tendenza», la «centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti». Come avrebbe previsto, per l’appunto, Marx. Ricorrendo a neologismi di suo conio come esocapitale – «la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato» – e oltrefascismo transnazionale – in cui «la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà» – Brancaccio arriva ad argomentare che la soluzione starebbe nell’esproprio del grande capitale («un tabù di cui dobbiamo riappropriarci»), democratizzando il controllo delle forze produttive, liberando le energie creative dei singoli individui.
Un programma politico (in chiusura il libro contiene degli «appunti per un manifesto») che non si potrebbe che salutare con un grande evviva. Se non fosse che non si capisce bene chi e come potrebbe arrivare a fare quanto auspicato (i “nuts and bolts” della politica sono assenti dall’alto volare del Brancaccio).
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Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo
di Salvatore Bravo
Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.
Rifondare il comunsmo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carrriere e redditi personali. Lo sguardo di Costanzo Preve su tali “figure di sistema”, non è “moralistico”, ma ha la capacità critica di palesarne la “funzione di resistenza al nuovo e di conservazione dello stato presente”. L’egemonia culturale delle oligarchie capitalistiche necessita degli “oratores”, i quali diffondono il “verbo del capitalismo”. Gli oratores sono “gli ultimi uomini descritti da Nietzsche”, essi hanno nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. L’unica legge perversa a cui obbediscono è la difesa dei loro interessi personali, essi vendono il loro “capitale culturale” alle oligarchie plutocratiche in cambio di “servili privilegi”, pertanto “lavorano” per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa.
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L'Ucraina e la Nato. Le parole di apertura di Cavo Dragone al "Forum sulla sicurezza" a Kiev
di Fabrizio Poggi
24 aprile. L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, lo stesso personaggio che qualche mese fa aveva “stupito” il pubblico con la trovata della “difesa proattiva” contro la Russia, non poteva meglio delineare ora i rapporti che intercorrono tra Alleanza atlantica, UE, cancellerie europee varie e la junta nazigolpista di Kiev.
Nemmeno l'indicibile signora Anna Zafesova che, a giorni alterni, ora intona peana all'indirizzo di quella junta che intasca miliardi estorti ai bisogni primari delle masse europee e ora predica l'imminente disfatta politica e militare della Russia, era sinora riuscita ad arrivare a una così precisa caratterizzazione delle relazioni euroatlantiste con il regime majdanista.
L'ammiraglio in questione, che è solito conturbare gli ascoltatori con l'omelia della «minaccia russa» che, dice, sarebbe tra le priorità della NATO e che meno di anno fa plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti, oggi, intervenendo al cosiddetto Forum sulla sicurezza a Kiev ha fatto il punto sui sogni della junta banderista e ha “semplicemente” proclamato che l'adesione dell'Ucraina alla NATO, ribadita al vertice di Washington del 2024, non è svanita: tutto ciò che serve è sconfiggere la Russia e raggiungere l'unanimità tra i membri dell'Alleanza. Bazzecole. Quisquilie. «Già nel 2024, a Washington... la promessa rimane valida; è stata fatta, ma la guerra deve essere vinta. E il percorso verso l'adesione alla NATO è stato approvato. Questo è un passo necessario; è una procedura di routine», ecc, ecc.
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Guerra ucraina: l'Europa deve riconsiderare i propri rischi
di Davide Malacaria
"Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l'Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative...
La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto, ha anche lanciato un avvertimento: “Alcuni potrebbero definirci una ‘tigre di carta’. Sconsiglierei questo tipo di paragoni. Abbiamo pazienza, ma a un certo punto la pazienza si esaurisce. Per fortuna nessuno sa esattamente dove si trovi questa linea rossa”.
Questo il commento di Ashes of Pompeii pubblicato sul sito del Ron Paul Institute: “Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l’Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative. Non si tratta semplicemente di fiducia nella deterrenza; è una convinzione più profonda e pericolosa di invulnerabilità intrinseca”.
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“La guerra della finanza” di Alessandro Volpi
di Michele Lupo
Dopo aver analizzato nel precedente I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia i meccanismi attraverso cui la finanza globale ha progressivamente sostituito la politica come centro decisionale, lo storico Alessandro Volpi torna sul tema con La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza). In questo nuovo saggio, l’autore amplia e approfondisce la sua indagine, mettendo a fuoco i conflitti interni al potere economico mondiale e le loro conseguenze geopolitiche.
Al centro dell’analisi tornano i cosiddetti Big Three — BlackRock, Vanguard e State Street — colossi del risparmio gestito che controllano una porzione enorme della ricchezza globale. A questi fondi Volpi affianca un nuovo protagonista, ancora più inquietante: il mondo finanziario che orbita intorno a Donald Trump.
Da questa contrapposizione nasce una vera e propria “guerra della finanza”, che si combatte negli spazi opachi della speculazione e dell’investimento, avendo però sull’industria bellica uno dei suoi terreni privilegiati. L’industria degli armamenti è divenuta il principale strumento di espansione e di profitto per entrambe le fazioni del potere economico globale, mentre l’Europa, in questa contesa, assume il ruolo della vittima designata.
La popolazione mondiale, priva di reali strumenti di intervento, assiste impotente a un collasso che somiglia sempre più a una distopia reale: senza gli effetti speciali del cinema, ma con la stessa logica di sottomissione e perdita di controllo che la narrativa aveva da tempo anticipato.
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Natura umana
di Marta Mancini
Quando anche il nome di Noam Chomsky è apparso nel novero di personaggi collegati a vario titolo alla raccapricciante figura di Epstein, la notizia ha suscitato non poche perplessità con reazioni oscillanti tra l'indignazione e l'indulgenza, il credito di ingenuità e il discredito a tutto campo, fino alla motivazione del possibile cedimento allo sterco del diavolo. Si comprende il contraccolpo emotivo di fronte a uno strabismo che altera la figura simbolica di Chomsky agli occhi del pensiero progressista e dell'attivismo politico. Ma non solo. La fama di massmediologo, acuto nel rivelare i meccanismi del potere e l'uso spregiudicato della propaganda, non è da meno di quella di eminente linguista che ha incardinato l'impegno civile tenendo insieme la ricerca scientifica, l'antropologia e il pensiero politico.
Così il fatto di cronaca fa tornare in mente il dibattito che ebbe luogo nel 1971 tra Chomsky e Michel Foucault a proposito della natura umana, sullo sfondo delle possibili interazioni tra la dimensione biologica e la prospettiva storicistica, rimaste alla fine del confronto inconciliabili. Il fatto è che davanti alla ferocia degli accadimenti di questo tempo, sopportabili solo annebbiando la mente (quante volte e per quanto tempo dipende dalla soglia individuale del dolore) capita di farsi domande sulla natura umana, magari paragonandola con quella lupina, ma a torto giacché i lupi non sono capaci dell'abisso di crudeltà che appartiene allo spettro dei comportamenti umani.
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Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista
di Eros Barone
Nel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.
Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.
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Assassini di bambini: lo Stato di Israele, i suoi protettori e il massacro industrializzato dei bambini
La confessione che nessuno ha fatto
di Laala Bechetoula - Global Research
Cominciamo con l'unica frase che ogni ministro degli esteri occidentale, ogni portavoce della Casa Bianca, ogni portavoce dell'Unione Europea si è rifiutato di pronunciare in 18 mesi di massacri:
Israele sta uccidendo bambini. Deliberatamente. Sistematicamente. Con le nostre armi. Con i nostri soldi. Con la nostra copertura diplomatica. E noi lo permettiamo.
Questa è la sentenza. Non è propaganda. Non è antisemitismo. Non è una teoria del complotto diffusa su siti web marginali. È la conclusione documentata, verificata e corredata da riferimenti incrociati dell'UNICEF, dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, di Human Rights Watch, di Amnesty International, dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, della Corte Internazionale di Giustizia, di The Lancet e, da gennaio 2026, delle stesse fonti militari israeliane, che hanno finalmente accettato il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute di Gaza.
Più di 21.289 bambini sono stati confermati uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Più di 44.500 bambini sono rimasti feriti, molti in modo permanente. Più di 172 bambini sono stati uccisi in Libano in sei settimane di rinnovata guerra. Almeno 254 bambini sono stati uccisi in Iran dal 28 febbraio 2026, tra cui più di 165 studentesse uccise in un singolo attacco alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab. Più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti in tutta la regione in meno di trenta mesi.
Questa non è guerra. Questa non è autodifesa. Questo non è un tragico ma inevitabile effetto collaterale di complesse operazioni militari in aree densamente popolate. Questo è lo sterminio sistematico, su scala industriale, di bambini arabi, finanziato dagli Stati Uniti d'America, reso possibile dalla codardia dell'Europa ed eseguito dallo Stato di Israele con una precisione e una coerenza che non lasciano spazio alla parola "incidente".
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Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra
di Alessandro Volpi
Perché oppressi da un debito pubblico insostenibile in un contesto di crescente de-dollarizzazione. Le operazioni militari contro il Venezuela, l’Iran, la Nigeria e le minacce contro la Groenlandia servono a garantirsi il controllo delle risorse energetiche e contenere l'ascesa della Cina
Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.
Il debito pubblico insostenibile
Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati, che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.
Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record.
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Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico
di Roberto Iannuzzi
Lo shock energetico originato da Hormuz affossa il Golfo, investe gli alleati asiatici di Washington, e favorirà le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta alla Cina che è leader nel settore
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump.
Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).
Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina.
In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili.
Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli USA sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.
Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership.
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Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità
Tre domande di Alberto Deambrogio a Pier Paolo Poggio
Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.
* * * *
Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve.
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Iran: la guerra inevitabile
di Davide Malacaria
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington - Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.
Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.
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Sullo spirito del capitalismo
di Andrea Zhok
Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.
Questo fatto è da sempre un ostacolo a una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali e internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata. Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
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La guerra contro l'Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”
di Pepe Escobar – The Cradle
La guerra contro l'Iran sta compromettendo i corridoi commerciali, dei trasporti e energetici che sono al centro dell'integrazione eurasiatica.
La guerra di scelta degli Stati Uniti contro l'Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La Guerra dei Corridoi di Connettività Economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell'integrazione eurasiatica nel XXI secolo.
Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi intrecciano praticamente tutti i principali attori in tutta l'Eurasia.
Scaviamo più a fondo in quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest delle Nuove Vie della Seta/Belt and Road Initiative (BRI) guidato dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud Russia-Iran-India (INSTC); l'IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegano la Turchia con Qatar, Siria e Iraq.
Le Nuove Vie della Seta/BRI della Cina avanzano attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all'Eurasia occidentale, incluso il Corridoio Settentrionale (attraverso il Transiberiano in Russia) e il Corridoio Centrale (passando per il Kazakistan e attraverso il Caspio fino al Caucaso e alla Turchia).
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Su Romano Luperini (1)
di Ennio Abate, Romano Luperini
Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]
* * * *
L’INCONTRO E IL CASO di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?
Il tema dell’incontro con l’altro – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.
Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.
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Alla ricerca di (delle) radici
Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus
di Luciano Bertolotto
Il prodotto sociale
La natura fornisce le risorse necessarie alla vita... la madre terra..
L'uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.
Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.
Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.
Certe catastrofi non sono affatto naturali...
Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.
Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.
In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.
Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.
Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.
Il guaio dell'uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d'essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi...anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.
Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l'umanità di fronte alle forze della natura.
Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre...
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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana
di Tiberio Graziani
L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.
C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.
Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.
Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.
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Il culto dell’eccezionalismo americano
di Ashes of Pompeii*
L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo.
Questa visione del mondo poggia su una serie di pilastri che rimangono in gran parte indiscussi, anche dalla maggior parte di quegli americani che si considerano anti-sistema. Per capire il potere americano, bisogna capire queste regole non dette.
Soprattutto, c’è la convinzione assoluta della maggior parte degli americani, ma specialmente della classe dirigente, che l’America sia divinamente benedetta, su questa terra per guidare l’umanità verso la prosperità e la luce. Scelta da Dio!
Persino tra gli (ammettiamolo: pochi) atei americani, l’idea di una missione divina e messianica è ancora presente, sebbene espressa in termini di moralità, buon senso e inevitabilità del trionfo del capitalismo e della cultura americana. Il liberalismo americano come “La fine della storia”, e la politica estera americana come operante per il bene dell’umanità, come opera missionaria.
Il primo principio dell’America come “nazione messia” è la sacralità del capitalismo, la convinzione prevalente che il libero mercato sia il più grande motore economico mai ideato, e che i vincoli normativi, anche se occasionalmente necessari, siano intrinsecamente sospetti.
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Gli USA sono una cleptocrazia legale e costituzionale
di comidad
Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.
Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.
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