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Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma
di ALGAMICA*
2 maggio 2026, ben oltre il 5 maggio 1821...
E’ stata una giornata molto – molto - particolare quella che si è svolta sabato 2 maggio all’interno degli spazi dell’Ambasciata del Mali a Roma. Attirati come da una calamita, insieme ad altri quattro compagne e compagni del coordinamento in solidarietà con il popolo palestinese di Roma, abbiamo assistito a un evento inedito qui in Occidente e in particolar modo in Italia. Una chiamata a raccolta di militanti e delle militanti maliani e saheliani presenti in Italia, così definiti dalla stessa portavoce dell’Ambasciata, in un momento di discussione e organizzazione politica riguardo gli attacchi della guerriglia “ribelle” del 25 aprile in diversi centri della nazione maliana.
Che cosa è accaduto e cosa sta accadendo in queste ore in quella regione strategica dell’area dell’Africa centrale subsahariana ricchissima di risorse minerarie e naturali?
In maniera coordinata, unitaria e simultanea forze paramilitari jidahiste e di separatisti Tuareg hanno attaccato importanti centri del Mali e in particolar modo sferrando un attentato all’interno della caserma - presso la città di Kati - che ospita il quartier generale dell’esercito maliano. Una autobomba che ha ucciso il generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e uno dei principali ideatori della difesa unificata della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), realizzata dal Mali, Niger e Burkina Faso. E’ la prima volta che forze mercenarie jihadiste che imperversano in Centro Africa riescono a realizzare una operazione militare di così vasta portata e in un territorio così ampio, a Kati nel sud Ovest, a Kidal nel lontano Nord, a Gao, Sevarè a Mopti e Menaka.
Risulta chiaro che la modalità di questa operazione concentrica e coordinata da parte delle truppe “ribelli” non sarebbe potuta avvenire senza il supporto logistico, in mezzi militari e di intelligence da parte degli Stati Uniti d’America, Francia, Gran Bretagna e di apparati della EU.
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2029-2030: La guerra totale contro la Russia
di Manolo Monereo*
Non è facile pensare in modo strategico in un mondo dilaniato dai conflitti. La chiave: individuare le tendenze di fondo. La reazione negativa contro l’asse Netanyahu-Trump è talmente comprensibile che non sempre ci rendiamo conto che le politiche che effettivamente attuano hanno precedenti chiari e ben definiti in pratiche politiche americane profondamente radicate, e che l’arrivo di una nuova amministrazione democratica non porterebbe a cambiamenti sostanziali, tra le altre cose, perché le potenti lobby israeliane continueranno a esercitare il potere di veto nella politica di un paese che lotta disperatamente per mantenere la propria egemonia. Si tratta di potere globale e di come conservarlo. Su questo punto, ci sono poche differenze tra le classi dirigenti degli Stati Uniti.
I fronti politico-militari, le linee di faglia del Vecchio Ordine, sono attraversati da complessi processi di cambiamento, trasformazioni che, in un modo o nell’altro, tendono a convergere in uno scontro generale. Un punto centrale rimane l’Ucraina e il confronto che – attraverso la mediazione e il coinvolgimento attivo del governo Zelensky – si sta svolgendo tra la NATO e la Russia. Mi torna sempre in mente una mappa tratta da un libro di Brzezinski (La grande scacchiera, p. 92, Paidós, 1998) in cui è raffigurata l’Europa e al suo centro, come un berretto, sono uniti quattro paesi.
«Entro il 2010», afferma il noto geopolitico polacco-americano, «la collaborazione politica tra Francia, Germania, Polonia e Ucraina, che coinvolge circa 230 milioni di persone, potrebbe evolversi in un partenariato in grado di rafforzare la profondità strategica dell’Europa». Aggiunge poi: «Il principale obiettivo geostrategico degli Stati Uniti in Europa si può riassumere in poche parole: consolidare, attraverso un partenariato transatlantico più autentico, la testa di ponte americana nel continente eurasiatico, in modo che un’Europa in espansione possa diventare un trampolino di lancio più efficace per la proiezione dell’ordine internazionale democratico e cooperativo in Eurasia». Non mi dilungherò oltre; è chiaro: l’UE e la NATO come strumenti per proiettare il potere in Eurasia e garantire l’efficacia della testa di ponte statunitense nel continente.
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A lezione da Wittgenstein
di Mario Porro
“Di nuovo a Cambridge. Molto strano. Talvolta mi sembra come se il tempo fosse tornato indietro. Faccio queste annotazioni con una certa esitazione. Non so che cos’altro mi aspetta. Qualcosa ne verrà fuori! Se lo spirito non m’abbandona …”. Così scriveva Ludwig Wittgenstein nel gennaio del ’29, di ritorno a Cambridge dov’era stato una prima volta nel 1911; l’ingegnere ventiduenne vi era giunto attratto dal progetto di fondazione logica della matematica che Bertrand Russell aveva promosso con Whitehead nei Principia Mathematica. L’intensità di pensiero di Wittgenstein, a cui non sono estranee le sperimentazioni viennesi di nuovi linguaggi, nelle scienze come nelle arti, ha la “fortuna” d’ignorare gran parte della storia della filosofia; nel ’31, nell’elenco degli autori che lo hanno ispirato, l’unico filosofo citato è Schopenhauer, accanto a Boltzmann, Hertz, Kraus, Loos, Weininger e Spengler (Pensieri diversi, Adelphi, 1980). “Il giovane atteso”, l’unico allievo, secondo Russell, che potrebbe correggere gli errori dei Principia, nelle stanze del paludato Trinity College presto diventa collaboratore e ispiratore, poi critico insofferente. “L’inclinazione per lo scetticismo filosofico” che Russell gli attribuisce è all’origine dei tanti ripensamenti di quest’ultimo; è una storia ricostruita, con rigore e competenza, nelle 700 pagine di Russell e Wittgenstein: un lungo addio. 1911-1913 di Dario Zucchello (Editrice petite plaisance, 2023). In una lettera del maggio 1913, Russell confida il suo sconforto per le obiezioni di Wittgenstein alla sua Theory of Knowledge, un testo che rinuncia a stampare: “sento dentro di me che egli deve avere ragione e che ha visto qualcosa che mi è sfuggito”. Confesserà in seguito di aver smesso di comunicare le sue idee all’amico per la “ferocia” con cui le demolisce; nel febbraio del ’14, un “litigio” induce Wittgenstein a riconoscere che “non siamo davvero fatti per andare d’accordo”.
Il saggio di Zucchello conferma quanto sosteneva Aldo Gargani, cioè che il Tractatus logico-philosophicus (pubblicato nel ’21) – insieme agli scritti preparatori, come i Quaderni 1914-1916 – sia un contrappunto sistematico alle tesi di Russell.
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Nel chiaroscuro
di Enrico Tomaselli
Ne ho parlato e scritto più volte, in questi anni. Nonostante – almeno per me – ce ne sia un’assoluta evidenza, per tanti permane un bias cognitivo che impedisce di accettarlo. Un impero, nella fattispecie gli Stati Uniti, proprio in quanto tale, non possono essere stupidi; e se pure chi lo guida temporaneamente lo fosse, chi lo guida realmente non lo è – pensano. Siamo di fronte a un evidente pregiudizio, ben radicato. In realtà, e basta davvero pensarci un attimo sgombrando la mente, il declino cognitivo delle élite è esattamente uno degli effetti, e al tempo stesso una delle cause, del declino politico-egemonico dell’impero stesso. Il declino è infatti sempre qualcosa che nasce all’interno del corpo imperiale, è come una metastasi, non come un cataclisma che si abbatte dall’esterno. E del resto, se non fossero proprio le élite profonde a essere colpite dal declino intellettuale (indipendentemente da come si manifesta), perché mai sceglierebbero a loro volta degli esecutori politici di evidente incapacità?
Una delle forme in cui questo declino cognitivo delle classi dirigenti occidentali si esprime, è proprio nella reale incapacità di coglierlo nella sua essenza. Per esse, non si tratta in effetti di un declino – inteso come prospettiva storica – ma di un momentaneo accidente, un intoppo, una crisi di mercato, che non mettono in alcun modo in discussione l’essenza vera dell’imperialismo, ovvero la pretesa di rappresentare davvero la migliore espressione dell’umanità.
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Valditara presenta l'ennesima riforma cleptocratica della scuola
di comidad
Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra.
Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione un enorme repertorio di slogan e di riferimenti fasulli per gettare fumo negli occhi. Nel 2009 la ministra Gelmini spacciò la “riforma” scolastica intitolata abusivamente a suo nome, dichiarando che con essa si chiudeva una volta per tutte con il ’68; uno spauracchio che allora era ancora una delle “bestie nere” preferite dalla propaganda dei governi addetti ad attingere all’elettorato più retrivo e a prenderlo per i fondelli. Oggi siamo in epoca di trumpismo, quindi il babau ufficiale contro il quale il governo “de destra” deve fingere di indirizzare gli strali è, ovviamente, il politicamente corretto. L’improbabile figuro che oggi si fa passare abusivamente per ministro dell’Istruzione, è Giuseppe Valditara; il quale ci assicura che avrà effetti mirabolanti il ridenominare come formazione scuola-lavoro (FSL) quella che prima si chiamava alternanza Scuola-lavoro, e poi successivamente evocata con il politicorretto, quanto criptico, acronimo PCTO. In realtà cambia poco, anzi nulla; infatti si tratta sempre di distribuire denaro pubblico alle imprese private, con il pretesto della preparazione dei giovani al lavoro. Imprese “private”, che però prendono soldi pubblici; quindi non è imprenditoria, ma “prenditoria”.
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La crisi del neoliberismo e il risveglio della società: un’analisi del “contro-movimento”
di Alessandro Scassellati
Nel mese di luglio uscirà per la casa editrice della rivista Left un mio saggio, ispirato dalla figura e dall’opera di Karl Polanyi, che si configura come un grido d’allarme e, al contempo, un manuale di resistenza intellettuale di fronte al “terremoto sistemico” della modernità. La tesi di fondo è che la crisi onnicomprensiva che stiamo vivendo — una spirale catastrofica che lega finanza, geopolitica, ecologia e conflitti sociali — non sia un evento accidentale, ma il risultato inevitabile del tentativo utopico di separare l’economia dalla vita umana.
Per comprendere il presente, sono tornato alla Vienna degli anni ’20 e allo scontro intellettuale tra Polanyi e i padri del neoliberismo, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Mentre questi ultimi sostenevano che il mercato fosse un ordine naturale e spontaneo, Polanyi dimostrò storicamente che il laissez-faire fu un progetto politico pianificato e imposto con la forza dello Stato.
Il concetto chiave è quello di embeddedness (incorporamento): storicamente, l’economia è sempre stata parte integrante dei rapporti sociali, religiosi e politici. La “grande anomalia” del capitalismo è stata l’illusione di poter rendere l’economia un’entità autonoma e autoregolata. Questo processo ha trasformato in merci tre elementi che, per natura, non lo sono: il lavoro (l’attività umana), la terra (la natura) e la moneta (un simbolo del potere d’acquisto garantito dallo Stato). Trattare queste “merci fittizie” secondo la pura logica della domanda e dell’offerta significa, inevitabilmente, distruggere la stabilità sociale e l’ecosistema.
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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
di Francesco Piccioni
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni di barili a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”.
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«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra
di Rezgar Akrawi
Il manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.
Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.
La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.
È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
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La marcia inarrestabile del neoliberismo
di Mario Sommella
Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea
Una rottura epistemologica che dura ancora
Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.
Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.
Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo
Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.
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La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
di Servaas Storm
E se il futuro dell’IA che viene venduto ai mercati si basasse su affermazioni che non reggono a un esame approfondito? Dalla superintelligenza alla perdita di posti di lavoro su larga scala, le promesse più altisonanti sull’IA generativa iniziano ad apparire meno come lungimiranza e più come clamore mascherato da inevitabilità.
L’attuale comprensione dell’impatto economico dell’IA è errata: l’IA non porterà alla “superintelligenza”, alla distruzione di massa di posti di lavoro, a una disoccupazione tecnologica senza precedenti e a una recessione, né a giganteschi aumenti (aggregati) della produttività del lavoro e a un’accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico e della crescita economica. L’impatto a livello aggregato dell’IA sarà piuttosto banale: alcune professioni scompariranno a causa dell’automazione; i lavori esistenti saranno rimodellati dall’IA e nasceranno nuove professioni, mansioni e ruoli per supervisionare e gestire gli strumenti di IA; molti di questi nuovi lavori saranno lavori inutili; tuttavia, la maggior parte delle professioni rimarrà al riparo; la crescita aggregata della produttività del lavoro potrebbe aumentare leggermente (perché gli strumenti di IA potenziano il lavoro), ma allo stesso tempo i costosi danni collaterali dell’IA cresceranno esponenzialmente nel tempo e rallenteranno la crescita della produttività. Maggiore sarà la quantità di scarti generati dall’IA, maggiore sarà il lavoro necessario per ripulire il disordine e maggiore sarà la probabilità che non saremo in grado di vedere l’era dell’IA nelle statistiche sulla produttività. Considerato tutto quanto sopra, l’attuale ciclo di sovrainvestimenti nell’IA non è sostenibile.
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No alla guerra alla Russia. Appello dell'intellettualità libera
Riceviamo e pubblichiamo
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla Pubblica Opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario
In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
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“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo
di Infoaut
Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze, seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.
Prima prova a dare la colpa agli immigrati per i crimini più efferati, poi punta alla propaganda sul finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate da lui stesso di cui si sono magicamente perse le documentazioni, il tutto condito da video artificiali per narrare una vittoria inesistente, immagini divine, a corredo di una strategia per confondere e distogliere l’attenzione dal fallimento su tutti i fronti di questa ultima “avventura” coloniale americana.
Sembra tanto tempo fa e invece lo “scandalo”, se così vogliamo chiamarlo, degli Epstein Files è stato immediatamente rimosso dalla scena perché Trump ha deciso di concludere degli pseudo negoziati aggredendo in maniera completamente arbitraria l’Iran, per motivi senza “razionalità” in sé – cambiati in corso d’opera per rendere più o meno credibile un modus operandi dai più classificato come “pazzo”. Eppure, questo evento ci lascia un dato imprescindibile: l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura marcescente del capitalismo, delle soggettività a guida del sistema egemonico.
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L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni
di Dante Barontini
La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.
Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.
Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Teheran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.
Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.
Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – e anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.
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La Storia, che non sapeva di essere finita
di Il Chimico Scettico
1999. Il millennium bug.
"Il partito" che nella sua incarnazione DS incassò un eclatante 17% alle europee, prologo al risultato delle regionali del 2000 che avrebbero provocato le dimissioni di Massimo D'Alema.
In Irlanda del Nord gli Unionisti facevano campagna con la faccia di Ian Paisley sui cartelloni e la pacificazione era ancora fuori dalla vista.
Io ero un giovane senior process chemist abbastanza soddisfatto del proprio stipendio. Mi ritrovai imbucato a una festa in villa, dove un'amica aveva insediato la celebrazione del proprio compleanno a lato della festa di fine campagna elettorale del padre, notabile locale del partito. Ottimo buffet, vino buono e abbondante.Il partito appoggiava la candidatura a sindaco di X - ex DC uscito non troppo indenne da Mani Pulite, storicamente culo e camicia con i socialisti craxiani che avevano usato il comune un po' a loro piacimento. Alla fine del suo discorso di circostanza, dal gruppo della mia amica qualcuno levò alta una domanda: "Perché X???".
Il candidato sorrise senza rispondere.
La risposta corale fu un "Boooooh!".
Verso le due di notte mi ritrovai a un tavolino con vecchie conoscenze, tutte attive nella politica locale fino a qualche anno prima, tutte silurate dall'inizio del nuovo corso dalemiano.
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Palantir, Foucault e la nuova disciplina digitale
di Giuseppe Gagliano
Dal Grande Fratello alla società degli algoritmi
Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.
L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.
Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.
La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente
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La filosofia magmatica di Biagio de Giovanni
di Roberto Paura
La scomparsa di Biagio de Giovanni, il filosofo partenopeo della finis Europae (Napoli, 21 dicembre 1931 – Napoli, 22 aprile 2026)
Un pomeriggio di una ventina d’anni fa, un ragazzo allora poco più che ventenne si affacciò in un’aula di Palazzo Giusso, la storica sede dell’Università Orientale di Napoli: quattro studenti un po’ smarriti attendevano l’inizio della lezione. Il professore, nell’intravedere un quinto discente, s’illuminò e con grandi gesti invitò a prendere poste nella prima fila. Il ragazzo per la verità stava cercando un altro corso, ma gli parve brutto farlo notare e si sedette. Il professore iniziò la sua lezione, servendosi di appunti e leggendo ampie citazioni da libri sulla scrivania. Man mano che la lezione proseguiva, il tono si fece più concitato: si capiva che il docente non stava semplicemente insegnando, ma ponendo problemi intorno ai quali da tempo doveva starsi interrogando, pronunciandoli ad alta voce nella speranza di trovare le risposte. Gli studenti, inizialmente perplessi, iniziarono anche loro a scaldarsi, a prendere appunti concitati, ad annuire convintamente negli snodi più drammatici della prolusione. Lo sguardo febbrile del professore passava in rassegna i grandi temi della filosofia europea, li collegava alle vicende politiche del presente e tracciava piste d’indagine per l’avvenire. Un termine, in particolare, colpì il ragazzo capitato lì per caso, e gli rimase impresso, perché il professore lo citava spesso: “Magmatico”.
Al di sotto della filosofia olimpica dei grandi nomi dell’Occidente, il professore accennava all’esistenza di un magma vivo che in ogni momento rischiava di emergere e sommergere il precario edificio della Ragione. Magmatico appariva il pensiero stesso di quel professore, che come tutti i figli di Parthenope portava nel sangue il principio della precarietà dell’esistenza di chi vive tra i vulcani. Il ragazzo decise di cambiare il suo piano di studi per poter continuare a seguire le lezioni, ansioso di scoprire come sarebbe finita quella storia. Avrebbe poi scoperto che quella storia non finisce mai, perché, come avrebbe ricordato il professore citando una frase di Benedetto Croce:
“la Verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la Vita”
(Croce, 1997).
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L’arma della pace e l’illusione dell’onnipotenza: Leone XIV contro il trumpismo
di Alessandro Scassellati
Il panorama geopolitico ed ecclesiale è segnato da una faglia sismica che attraversa l’Atlantico, unendo e dividendo Roma e Washington. Al centro di questa crisi non vi è solo una divergenza diplomatica, ma uno scontro teologico e antropologico radicale tra due visioni del mondo: quella di Papa Leone XIV (Robert Francis Prevost) e quella del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Se per la Casa Bianca la religione è uno strumento di legittimazione del potere nazionale/imperiale e militare, per il primo Papa statunitense della storia (nato a Chicago) la pace non è un’opzione politica, ma la “sola arma del Vangelo”. Sulla pace e sullo stop al riarmo ci sono ampi punti di convergenza delle posizioni di Leone XIV con le istanze storiche e attuali della sinistra pacifista e progressista. Come ci sono i presupposti per una convergenza e per la costruzione di un fronte comune contro il potere sproporzionato dell’oligarchia tecnocratica digitale, il riarmo tecnologico e in difesa del lavoro.
* * * *
Il primato della pace come rivoluzione teologica
Nei primi 10 mesi successivi alla sua elezione, avvenuta l’8 maggio dello scorso anno, Papa Leone XIV è apparso spesso silenzioso su questioni delicate, parlando con cautela per placare le tensioni sia all’interno del mondo cattolico che con i leader mondiali al di fuori di esso. Nelle ultime settimane, un energetico Leone XIV ha impresso una svolta al suo pontificato e ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, partendo da una premessa teologica che scardina secoli di “dottrina della guerra giusta” e arrivando a condannare apertamente la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventitreesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) ULTIMA PARTE
«Вместо заключения» Invece di una conclusione
Cari compagni,
siamo all’ultima puntata di questo lavoro complesso, riferito a uno dei momenti più luminosi, un secolo fa, della storia di un Paese, non il nostro, e realizzato non molti anni fa in uno invece fra i periodi più bui della storia del nostro, di Paese. Periodo in cui i media si riempivan la bocca di una parola, “guerra”, sia pur in senso solo retorico (guerra al virus, guerra agli “untori”, guerra ai “disertori”, …) e a cui, paradossalmente, fu invece una guerra nel senso vero e proprio del termine a porre una fine.
Una guerra che derubricò, sempre più in fondo ai punti degli OdG, bollettini medici sempre più sterili, passaporti verdi sempre più ingialliti, insieme ad accanimenti, pressapochismi, opportunismi, codismi sempre più rivelatisi per quello che eran sempre stati.
Una guerra che “mise in pausa”, temporaneamente, per cause di forza maggiore, i processi in corso da due danni di accelerazione delle dinamiche autoritaristiche nel nostro Paese.
Da allora son passati quattro anni: tanto, tantissimo tempo ma, al contempo, non sufficiente per smuovere certe acque, ancora troppo limacciose. Per esempio, nessuna riflessione è stata svolta da parte dei nostri, di profsojuzy, sull’atteggiamento tenuto nel corso di tale vicenda. Evidentemente, non ne hanno sentito – e non ne sentono – il bisogno.
Date queste premesse, quattro anni sono ancora pochi. Così come, per inciso, furono pochi, anzi, pochissimi, i quattro anni – grosso modo dal 1984 al 1988 – che posero le premesse per lo smantellamento dell’URSS nei tre successivi. Strane analogie… così come il fatto che, in entrambi i casi, gestione pandemica da un lato e smantellamento dell’URSS dall’altro, i rispettivi profsojuzy svolsero un ruolo non indifferente: come agenti facilitanti, ahinoi, della tendenza dominante in corso. In entrambi i casi, accettandone la logica, sia che fosse quella di un passaporto verde imposto a tutti i lavoratori, indiscriminatamente, sia che fosse quella di reintrodurre il modo capitalistico di produzione nel Paese dei Soviet in cambio dello sdoganamento del loro nuovo ruolo: neocorporativo, totalmente indifferente al crollo della costruzione sovietica, ancora mascherato da “ristrutturazione” (perestrojka), in difesa del proprio orticello.
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La guerra di Trump all'Iran si mangia l'Europa: Istat, fiammata dei costi industriali. E la Germania crolla
di Alex Marsaglia
Gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz all’Occidente iniziano a farsi sentire, incidendo impietosamente sull’economia reale anche italiana. E il conto dell’assalto imperialista all’Iran viene presentato ai vassalli europei e si rileva dalle prime statistiche nazionali dell’ISTAT. Nel monitoraggio dei Prezzi alla produzione dell’industria e delle costruzioni di Marzo c’è infatti il primo vero incremento preoccupante dei prezzi sul mercato interno. Questo costituisce la prima fiammata inflativa veramente impattante, oltre a quella dei carburanti. Prima di passare all’analisi del dato è però fondamentale contestualizzare. L’economia italiana è da quasi tre anni immersa in una fase di calo continuativo della produzione industriale, alternata da brevi fasi di stagnazione. L’impatto devastante delle sanzioni alla Russia e della conseguente crisi energetica non è mai stato superato dall’economia del Paese che è entrata in una fase comatosa dal lato produttivo. L’Unione Europea e le Istituzioni nazionali, lungi dal lavorare per risolvere tale stato di desertificazione industriale, sono totalmente appiattite sulla linea della guerra commerciale contro Mosca. Afflitte da uno stato di alienazione totale dalla realtà hanno appena votato il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia ed è stato immediatamente messo in lavorazione il 21° pacchetto. Insomma, lo scollamento tra Istituzioni politiche e realtà sociale e mondo produttivo è pressoché totale. La post-democrazia è ormai talmente simile a una vera e propria dittatura che le istanze sociali non riescono a filtrare nelle “stanze dei bottoni” che procedono con il celebre “pilota automatico” impostato da Draghi e sodali europeisti.
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Reportage da Cuba, assedio alla popolazione: modalità sopravvivenza
di Eleonora Piergallini
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie...
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese.
L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie, genitori in silenzio, bambini che aspettano. “Guarda quanto è vecchia quella bilancia” mi dice, scuotendo la testa, la mamma di una bambina, indicandomi una bilancia per pesare i neonati. Effettivamente, guardandola meglio, mi ricorda quelle che ho visto nei film d’epoca.
Mi viene a prendere il dottor Alioth Fernandez, primario di anestesia, che mi accoglie con un sorriso e una ferma stretta di mano. Ci addentriamo per i corridoi deserti dell’ospedale per trovare un posto tranquillo in cui parlare. È mezzogiorno, dalle finestre aperte delle stanze si sente solo il vento.
Entriamo in una sala con due poltrone e un divano, rivestiti con una tappezzeria antica, sui toni dell’ocra e marrone, quella delle case dei nonni. Al centro, un tavolino arredato con un fiorellino finto in un vasetto.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza (seconda parte)
di Nico Maccentelli
Era da dire…
Eh sì, era da dire che dopo le provocazioni squadristiche di questi signori contro il prof. Angelo D’Orsi, reo di svolgere iniziative democratiche sul tema della russofobia, la risposta ci sarebbe stata di fronte all’ennesima provocazione. Stavolta a Roma: i +Europa e radicali con le bandiere dell’Ucraina sono stati accolti da una massa antifascista in un respingimento spontaneo.
Mentre a Milano la Brigata Ebraica non è riuscita a entrare nel corteo del 25 aprile, respinta sempre da una massa spontanea che manifestava un bel BASTA con lo sdoganamento del peggior sionismo genocidario fatto di bandiere di Israele, ma anche quella del fu sanguinario Scià di Persia (la Savak e le sue torture in Iran se le ricordano ancora…) e degli USA che ci sta portando tra una guerra imperialista e l’altra alla catastrofe economica mondiale.
Cosa si aspettavano, una medaglia? Le proteste contro chi porta avanti guerre e genocidi sono sintomo di una sana intemperanza politica diffusa. Ed era ora che qualcuno si svegliasse e desse dei termini alle provocazioni e alle narrazioni propagandistiche di chi sostiene le peggiori porcate gerrafondaie e genocidarie. Era ora che la si smettesse di infangae la Resistenza e i partigiani, che se fossero stati vivi oggi avrebbero sparato a nazi banderisti ucraini, per non parlare dell’oppressione genocidaria e della pulizia etnica di un intero popolo: quello palestinese.
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L’economia della guerra: come il riarmo sta riscrivendo la democrazia e aprendo la strada al nuovo autoritarismo
di Mario Sommella
C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.
Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.
Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.
Non è una coincidenza. È una connessione.
La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta
I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.
Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.
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Il fantasma del nemico palestinese
di Fabio Ciabatti
Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00
Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti.
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Lucciole e lanterne
di Massimo Croci
1- Provo a esprimere alcune opinioni sulle questioni poste nella “discussione” (che, in realtà, oltre a essere espressa nella forma di correttezza e rispetto reciproco come sempre dovrebbe avvenire tra “compagni”, per tali intendendosi chi si opponga organicamente all’imperialismo, a mio avviso tale non è, non rinvenendosi un reale contrasto di idee tra i due) che oggettivamente viene aperta su “Sinistra in rete” 19/4/26 dalla “lettera aperta a Flavia Manetti” di Algamica - dal contesto dell’articolo si capisce peraltro trattarsi della seconda parte dell’acronimo, Michele Castaldo- riferito all’articolo del 3/04/26, appunto di Flavia (Manetti), sulla stessa rivista, “Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”.
2- Per la verità, i temi proposti sono due, nettamente distinti, benché oggettivamente e soggettivamente interconnessi: A) perché un movimento, seppur non gigantesco come quello del 2003 contro la aggressione di USA e “coalizione dei volenterosi” all’Iraq 1), ma comunque vastissimo e capillare come quello che quasi improvvisamente ha fatto irruzione nella scena mondiale, nella tarda primavera e in particolare nel primo autunno del 2025, non si è poi pressoché in nessun modo formato, almeno in “Occidente”, rispetto all’altrettanto efferata aggressione (benché fino a ora, aprile 2026- quantitativamente molto più limitata quanto entità di vittime e distruzioni) allo Stato, e soprattutto al popolo dell’ Iran?
* * * *
1)Pure il marchio di questa denominazione gli gnomi europei hanno copiato dagli USA, perché così fu definita la alleanza di ben 48 Stati tra cui - cito a caso - Gran Bretagna, Spagna, Italia, Polonia Olanda, Ucraina, Turchia, Giappone, Ruanda, Uganda, Nicaragua (!) che si unirono alla “guida statunitense”nell’aggressione all’Iraq – sotto questo profilo, molta acqua, in questo caso non bella per il blocco imperialista, da allora è passata sotto i ponti (e negli stretti!), considerando che contro l’Iran sia nel giugno 2025 sia dal 28 febbraio 2026 USA e Israele sono rimasti soli nell’aggressione militare all’Iran.
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Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
di Lavinia Marchetti
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.
Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità.
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