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Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
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Il multipolarismo visto dall’Occidente
di Antonio Cantaro
Il mondo multipolare è oggi, indubbiamente, il nostro “essere”. Ma è anche il nostro “dover essere”? È anche il farmaco per far fronte al chaos in cui è precipitata la Terra? I fatti ci mostrano continuamente che non è così
1. Questo luogo comune non risparmia nemmeno l’autorevole letteratura che auspica una concezione critica della geopolitica. La geopolitica dei grandi spazi al ‘servizio’ di un nomos ordinante in grado di frenare il dilagante culto della potenza. Così, ad esempio, Roberto Esposito nel noto libro con Cacciari: «La terza ondata di geopolitica risale ai primi anni del Duemila, anticipata e prodotta dallo schianto delle torri gemelle a Manhattan. A crollare con esse era la pretesa egemonica di un’America uscita vincitrice dallo scontro con l’Unione sovietica, ma impossibilitata a omologare il mondo intorno alla propria bandiera. Dopo la fine imprevedibile dell’ordine bipolare, si assiste al rapido declino di quello unipolare. Se dopo il Due, anche l’Uno si rivela irrealizzabile non resta che ordinare il chaos senza soggiacere alla sua prepotenza».
Saggio, ragionevole. Multipolarismo sotto l’egida del politicamente possibile, multipolarismo che muove, alla maniera dell’antica cultura greca, dalla tragedia per cercare l’ordine. Una rinnovata prassi istituente aperta a un confronto produttivo con quel costituzionalismo democratico che non ha dimenticato che è «essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro» e che il diritto nonostante le sue «pretese di universalità ha sempre un’origine locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli».
Questa metafisica della geopolitica ben si sposa con l’empirismo progressista. Una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo multipolare fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così. Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale.
2. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione europea. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni.
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Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
di Roberto Iannuzzi
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.
* * * *
Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
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Yemen: cambia il mondo
Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione: https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titol:3?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s
Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?
In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.
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Il voto su AfD e le vecchie beghine
di Alessandro Mariani
Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.
Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.
Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).
Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.
Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:
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La sinistra “braminica” che abbaia alla luna
di Salvatore Minolfi
La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty, in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.
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I becchini della rappresentanza democratica
di Sergio Cararo
L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.
Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.
In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.
Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.
Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.
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La lunga marcia dei guerrieri scalzi
Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero
di Geraldina Colotti
La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.
Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.
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La democrazia insostenibile
di Lelio Demichelis
Che la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.
Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?
La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon.
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Cuba/Venezuela, due strade opposte davanti all’imperialismo
di Luciano Vasapollo
Ci sono momenti nella storia nei quali le parole sovranità, indipendenza e dignità cessano di essere concetti astratti e diventano una scelta concreta.
Quello che sta accadendo oggi nei Caraibi e in America Latina ci pone davanti a due immagini profondamente diverse: da una parte Cuba, sottoposta a una pressione economica, politica e mediatica senza precedenti e tuttavia determinata a non arrendersi; dall’altra un Venezuela che, dopo la drammatica svolta politica degli ultimi mesi, rischia di vedere progressivamente cedute le proprie risorse strategiche e la propria capacità di autodeterminazione.
La distanza tra queste due traiettorie appare oggi ancora più evidente alla luce delle dichiarazioni di Miguel Díaz-Canel e dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con Caracas.
Il presidente cubano ha ribadito che l’isola è sottoposta a una guerra multidimensionale e a un blocco energetico che ha prodotto conseguenze durissime sulla vita quotidiana della popolazione, con carenze di elettricità, acqua, trasporti, alimenti e medicinali. Ma, nello stesso tempo, ha affermato senza ambiguità: “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”.
Questa è la differenza fondamentale. Cuba può essere criticata, discussa, analizzata nelle sue contraddizioni e nelle sue difficoltà, ma non si è consegnata. Díaz-Canel ha respinto l’idea che le aperture economiche introdotte per affrontare l’emergenza rappresentino un ritorno al capitalismo e ha legato esplicitamente la difesa del socialismo alla difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità.
Ha ricordato inoltre che il Paese ha già attraversato momenti nei quali la sopravvivenza stessa della Rivoluzione sembrava impossibile e che, ancora una volta, la scelta è quella di resistere senza subordinarsi agli interessi degli Stati Uniti.
Cuba resiste mentre il Venezuela sembra arrendersi, rischiando di vedere le proprie immense risorse petrolifere sempre più sottoposte al controllo degli interessi americani.
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Teoria della classe armata
di David Colantoni
Assioma
«Siamo abbastanza vicini, per poter penetrare lo spirito che l’ha suscitata e capirlo.
Presto sarà difficile poterlo fare. Perché le grandi rivoluzioni riuscite
fanno sempre scomparire le cause che le produssero,
e per gli stessi risultati ottenuti, divengono incomprensibili»
(Alexis de Tocqueville, L’antico Regime e la rivoluzione, 1856, Cap. 14)
La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.
Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare
Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.
Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa.
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Il pane o le rose?
di Alessandro Testa
La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.
Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.
Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:
- L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.
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Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale
di Pasquale Liguori
L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.
Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori.
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"Sovranismi neoliberali" e "sovranismi sociali"
di Andrea Zhok
Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità e autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
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Innovazione e sicurezza: le parole magiche della cleptocrazia
di comidad
Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.
Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.
Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.
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L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia
di Giuseppe Masala
L'Europa è stata sconvolta da un enorme terremoto elettorale che cambierà il volto del suo panorama politico secondo molti analisti. Ci riferiamo naturalmente alla potente vittoria dell'AfD (Alternative für Deutschland) nel land della Sassonia, nel territorio della ex DDR.
L'AfD è certamente un partito di destra populista ma – a mio avviso – ben difficilmente può essere assimilato ad un partito di stampo nazista, come credo attesti la stessa biografia della sua leader Alice Weidel; donna, lesbica e addirittura sposata con una signora di origine bengalese. Una biografia che non è esattamente l'esempio delle virtù tipiche della “madre ariana” incarnate da Magda Goebbels. Per fortuna della signora Alice, viene da pensare.
Al netto dei soliti espedienti di una certa sinistra ormai imprigionata nei suoi stessi luoghi comuni originariamente propagandati per intrappolare cognitivamente gli ingenui, le uniche domande che contano sono le seguenti: il “format” programmatico e comunicativo della AfD può attecchire nel resto della Germania e, magari, può essere esportato nel resto dell'Europa? A questa domanda ci sentiamo di rispondere con un sì: le popolazioni europee, sempre più in crisi sul piano delle prospettive socio-politiche e a rischio di impoverimento sul piano prettamente economico, saranno sempre di più portate ad abbracciare proposte demagogiche, magari di dubbia realizzazione oltre che di nulla utilità.
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La figura di facciata saudita e l'ombra della CIA sull'11 settembre
di Kit Klarenberg* - The Cradle
Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, è stato ampiamente riportato che una causa civile di prossima iscrizione presso la Corte Distrettuale di New York contro Omar Bayoumi — noto operativo del governo saudita — avrebbe fornito la prova schiacciante ("smoking gun") che lega direttamente Riad agli attentati. Tuttavia, le prove secondo cui l'intelligence saudita avrebbe gestito due dei futuri dirottatori come potenziali risorse, e lo avrebbe fatto attraverso un "rapporto di collegamento" (liaison relationship) con la CIA, sono rimaste ampiamente inesplorate pur essendo sotto gli occhi di tutti. Mentre l'attenzione su Riad cresce, l'ombra dell'Agenzia rimane quasi completamente fuori dal quadro.
Bayoumi è da tempo accusato dai principali organi d'informazione e da funzionari statunitensi di aver mantenuto una relazione stretta e sospetta con i dirottatori Nawaf Hazmi e Khalid Mihdhar, fin dal loro arrivo negli Stati Uniti nel gennaio 2000. Una successiva indagine dell'FBI, denominata Operation Encore, concluse che c'era una "probabilità del 50%" che Bayoumi (e per estensione la Casa di Saud) fosse a conoscenza di dettagliati dettagli preventivi sugli attacchi dell'11 settembre. Questa clamorosa conclusione non è stata divulgata pubblicamente fino al marzo 2022.
Molta meno attenzione è stata dedicata a quanto emerso un anno dopo, quando è diventato pubblico un documento bomba depositato presso l'Ufficio delle Commissioni Militari, il sistema giudiziario militare che sovraintende ai procedimenti contro gli imputati dell'11 settembre. Il documento riassume atti desecretati messi a disposizione dal governo e interviste private condotte con anonimi alti funzionari dell'intelligence statunitense. Il suo contenuto illustra le accuse di fonti riservate secondo cui la CIA avrebbe cercato di reclutare almeno Hazmi e Mihdhar — se non altri che poi parteciparono agli attacchi dell'11 settembre — "tramite un rapporto di collegamento" con la Direzione Generale dell'Intelligence (GID) di Riad.
La dichiarazione sostiene inoltre che la Commissione sull'11 settembre sia stata deliberatamente ostacolata dal suo direttore Philip Zelikow, che si sarebbe adoperato personalmente per "smussare" le indagini "sul coinvolgimento saudita con i dirottatori".
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(E)lezioni tedesche
di Infoaut
Chiamati alle urne gli abitanti del land della Sassonia-Anhalt hanno scelto: oltre il 44% dei voti è andato all’Alternative für Deutschland.
Secondo i dati hanno votato per l’Afd il 42% dei giovani, il 60% degli operai e il 65% di persone con problemi economici. Il dato forse maggiormente significativo è l’affluenza: circa l’80% degli aventi diritto al voto, un trend che si era già espresso con le elezioni federali nel febbraio 2025. Così come la provenienza geografica del voto è confermata: la Sassonia-Anhalt era già stato un bacino importante per il partito di Alice Weidel. Va detto che la Sassonia-Anhalt è un territorio a est della Germania con un PIL tra i più bassi a livello nazionale. Hanno votato tanti giovani e tanti lavoratori per un’opzione reazionaria, xenofoba e sovranista ma soprattutto per un partito che si pone in maniera chiara e netta contro il sostegno all’Ucraina da parte europea e per un riavvicinamento economico alla Russia.
Che sia un voto in qualche modo di protesta e che la preoccupazione più profonda degli strati popolari sia l’essere trascinati in guerra è un dato piuttosto lampante. A questo sentimento diffuso, che a tratti percepiamo e a tratti raccogliamo in modo più tangibile, si deve aggiungere una lettura materialista legata al fallimento del modello di crescita voluto e incarnato dalla CDU e dunque la crisi sociale e l’impoverimento trasversale non possono che essere stati una variabile determinante. Le fratture dell’ordine globale e l’avversione al progetto americano per l’Europa vengono usate da un partito che ha saputo legare proposte profondamente razziste e reazionarie ad un sentimento popolare diffuso contro le élite tedesche e europee. Questo passaggio politico in Germania, mostra in modo plastico il disastro provocato dalle politiche atlantiste e neoliberali degli ultimi anni che hanno demolito la distinzione fra destra e sinistra per le persone comuni. Dimostra anche che, se queste categorie politiche hanno perso il loro significato storico, solo a destra c’è stata la capacità di sfruttare l’occasione che la storia ha messo sul piatto.
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Venezuela: un punto provvisorio
di Geraldina Colotti
Dal Venezuela si susseguono notizie più o meno importanti. L’ultima, in ordine di tempo, è quella dell’«accordo del secolo» stipulato con gli Stati Uniti, riguardante lo sfruttamento e la commercializzazione delle enormi riserve di petrolio presenti nel paese sudamericano. Molto risalto è stato dato ai ringraziamenti espressi da Delcy Rodriguez nei confronti di Donald Trump e di Marco Rubio per il loro contributo alla sottoscrizione delle intese. A benedizione del trattato, sono state inoltre diffuse fotografie di Nicolás Maduro risalenti alla fine di giugno, accompagnate da un breve messaggio del prigioniero, nel quale spiccano toni concilianti, complicati in realtà da una sibillina citazione paolina.
È inutile negare che, nell’opinione pubblica internazionale animata da sentimenti anti-imperialisti, questo genere di novità producano sbigottimento, perplessità e anche aperta riprovazione. Dopo il rapimento di Maduro e di Cilia Flores, dopo i bombardamenti su Caracas e dintorni, dopo l’annientamento della guardia del corpo cubana e venezuelana del presidente legittimamente eletto dal popolo, il chavismo è entrato nel periodo di gran lunga più critico della sua storia. In gioco c’è esattamente tutto ciò che la rivoluzione bolivariana ha costruito, in campo politico, economico, sociale e culturale, in oltre venticinque anni di esercizio del potere.
Se questo è vero, è anche vero che, a distanza di otto mesi dal 3 gennaio, la situazione pare ormai assestata su direttrici abbastanza definite. Il governo venezuelano ha ammesso l’inferiorità militare certificata sul campo dal blitz di inizio anno, giudicando un «suicidio collettivo» l’ipotesi della resistenza militare di massa all’aggressione statunitense. Di conseguenza, fidando sul proprio radicamento sociale e sull’assenza di alternative politiche immediate sfruttabili dall’imperialismo per imporre una vera e propria controrivoluzione, ha scelto di intraprendere la strada del compromesso e delle concessioni.
Si tratta di una strada su cui, come hanno ripetutamente dichiarato vari esponenti del governo e del sistema di potere bolivariano, ci si è incamminati con «la pistola puntata alla tempia». L’espressione suona forte, ma i conoscitori della storia della Rivoluzione russa sanno che si tratta di un riferimento a Lenin. Il capo del bolscevismo usò l’esempio in uno scritto intitolato Sui compromessi, che servì di base per uno dei capitoli del più famoso L’estremismo malattia infantile del comunismo.
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Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco
di Domenico Moro
Prima dell’euro, la Germania era definita da The economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto.
Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni). La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese. Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al suo popolo.
Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).
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Bassi e fessi
di Nico Maccentelli
La batosta delle forze demo-guerrafondaie in Sassonia e la vittoria “bulgara” con il 44% dei nazi di AFD, è il preambolo della debacle imminente un po’ in tutta Europa-UE alle successive elezioni, di chi in tutti questi anni ha gestito le politiche ultraliberiste euro atlantiche, trasformatesi poi in economie di guerra e in aggressione sin dal 2014 e ancor prima alla Russia.
Il disegno politico iniziato con i dem-neocom USA e anglosfera di dividere l’UE dal grande orso, culminata con la distruzione del gasdotto marino Nord Stream e poi con l’escalation bellica demente delle cancellerie europee mentre gli USA trumpiani si sganciavano da tale sconfitta ineluttabile sta dando e darà sempre più i suoi frutti marci. C’è da chiedersi cosa escogiteranno le euroburocrazie cresciute sotto la cappella del deep state statunitense per ripetere il giochino fatto in Romania un paio d’anni fa, quando sono riusciti a trombare un candidato che aveva praticamente vinto le elezioni, Georgescu.
Intanto, come nella famosa fiaba di Esopo La volpe e l’uva, visto che i salottieri dem, cristiano-lib vari, perdono il consenso a partire dall’elettorato (chi ancora vota, non certo grazie a loro…) nazional popolare dei settori più bassi nella scala sociale, c’è chi incomincia a dire che per votare bisogna avere cognizione di causa (quale? ma la loro, certo!), si spera una boutade di questi aristocratici falliti.
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Sassonia: un abbozzo di analisi di classe
di Vincenzo Morvillo
Leggo tante chiacchiere in giro sul voto in Sassonia e la vittoria dell’Afd. Chi si meraviglia. Chi se la prende giustamente con i demo-liberali guerrafondai. Chi con la sinistra istituzionale e radicale. Chi mostra disillusione e se lo aspettava, come il sottoscritto.
Ma nessuno ha provato a fare un’analisi di “classe” del voto tedesco per settori sociali. Ci ho provato con l’ausilio della Ai e con alcuni dati tratti da Die Welt, Reuters, Bild. Ovviamente non è nulla di scientifico. Ma vediamo…
Il dato fondamentale delle elezioni di ieri in Sassonia è che non è più corretto purtroppo descrivere l’elettorato di Afd semplicemente come “piccola borghesia arrabbiata” o “operai dell’Est”. È diventato molto più trasversale, anche se esistono differenze sociali molto nette.
Le prime analisi disponibili indicano soprattutto cinque caratteristiche del profilo sociale del voto Afd. Ovvero operai e lavoratori manuali sono tra i gruppi più favorevoli all’Afd. Già prima del voto gli analisti di Infratest dimap segnalavano una particolare propensione degli operai verso l’Afd.
Uomini più delle donne: il divario di genere rimane significativo. L’Afd è più forte tra gli uomini ma ormai è comunque il primo partito anche tra le donne.
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Storia e futuro dell’ordine mondiale
di Matteo Bortolon
Amitav Acharya, nella sua monumentale opera Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi 2026), ci ha consegnato un testo di ampio respiro, proiettato nell’attualità più stringente ma saldamente impiantato in una prospettiva di storia mondiale. La prospettiva di attualità è palese nel sottotitolo: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente.
Si tratta quindi di un testo leggibile da diverse angolazioni: chi è appassionato di storia delle idee gusterà i capitoli che ripercorrono le antiche civiltà (sumeri, egizi, romani, ecc.); chi ha interesse per le civiltà extraeuropee affronterà con maggior impegno i capitoli che parlano di India, Cina, Giappone, civiltà amerindie. Chi, infine, vede tutto ciò come una mera premessa per affrontare i problemi di oggi correrà agli ultimi capitoli, dedicati all’ordine mondiale statunitense e al suo sgretolamento, tema su cui l’autore aveva già consegnato alle stampe il testo del 2014 The End of American World Order.
Acharya è uno studioso di relazioni internazionali e il centro del suo interesse consiste chiaramente nei rapporti fra entità statuali: diplomazia, competizione, cooperazione, ostilità, guerra. Attingendo a un’erudizione prodigiosa, torna indietro all’origine della civiltà stessa, rituffandoci all’epoca dei sumeri e degli egizi, e da lì procede ad affrontare Persia, India, Cina, mongoli, civiltà amerindie (Maya, aztechi, inca).
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Woke capitalism
di Alba Vastano
Sul tema del pensiero woke è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
‘Stay woke’ – restare svegli. Nel Novecento era il motto delle lotte delle comunità afroamericane contro il sistema e le sue ingiustizie incentrate, in particolare sulle persone di colore a cui venivano negati o ristretti diritti paritari e gli spazi sociali.
Diventa poi, ampliandone i contenuti, la lotta per i diritti di genere, delle comunità LGBTQIA, delle disabilità e per la tutela dell’ambiente. Sul tema del pensiero woke, oggi, è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
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Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa
di Fulvio Grimaldi
Premessa sullo struzzo
E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.
Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.
Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico. Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.
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