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C’era una volta il Giambellino
Memorie di un quartiere "scomodo"
di Carlo Formenti
Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie).
Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse.
Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi.
Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti".
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Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo
di Nicola Casale
Inizio con un commento sul funerale della resistenza palestinese celebrato dal Pungolo Rosso non per la specifica (a dir poco, relativa) importanza del gruppo nel panorama della sinistra rivoluzionaria, ma perché rappresenta in modo evidente la deriva che una buona parte di tale sinistra ha baldanzosamente impresso alla sua evoluzione (in stretta analogia, peraltro, con parti della sinistra antagonista). Al di là della constatazione dell'abisso senza fine di certe formazioni, propongo alla discussione alcune considerazioni su Palestina e Iran e, più in generale, sull'imperialismo e il capitalismo.
L'articolo del Pungolo rivela la voglia smisurata di dichiarare morta la resistenza reale che i palestinesi e l'Asse della Resistenza sono in grado di mettere in campo per promuovere, in alternativa, la propria soluzione ideale (e idealista), che consiste nelle solite formulette general-generiche (rivoluzione di area che sia al contempo anti-imperialista e anti-capitalista) che si sostanziano nel chiedere ai palestinesi e alle masse arabe di accettare la direzione di chi le elabora, cioè di loro stessi, i pungolanti, appunto.
Tipico atteggiamento euro-centrico, che, nel caso del Pungolo, rivela la base materiale dell'euro-centrismo comunista, l'assoggettamento a tutti i comandi dell'imperialismo, appena velato da contorti e contraddittori discorsi anti-capitalisti e anti-imperialisti. Nel caso del Pungolo si tratta di un'abitudine consolidata, con il trionfalistico can can che ostenta per ogni rivoluzione colorata messa in scena dall'imperialismo, anche quando è di evidentissima fattura come l'ultima tentata in Iran, in cui Mossad, Cia, Israele, Usa hanno persino sbandierato il loro ruolo manipolatorio sul campo e nella sfera informativa per trasformare proteste pubbliche dal contenuto economico in disordini messi in atto da loro agenti sul terreno. Per di più con sanzioni strangolatorie che da 47 anni impediscono all'Iran la stabilità economica e con il ricorso alle manovre per provocare un'improvvisa svalutazione della moneta alla fine di dicembre, esplicitamente rivendicate da Bessent (ministro del Tesoro Usa) a Davos. Dio ceca chi non vuol vedere!
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Abolire la sicurezza è l’unica sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno!
di Enrico Gargiulo
La questione della sicurezza è un tema all'ordine del giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute riflettendo su Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) del Collettivo Anti-security, libro che affronta la genealogia di questo concetto ambiguo e ci fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare criticamente le politiche securitarie. Secondo l'autore della recensione, il testo non si limita a una critica delle derive securitarie, ma propone possibili vie d'uscita a partire da una prospettiva «abolizionista», ossia l'abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per mettere in discussione l'intero sistema.
* * * *
La traduzione italiana di The security abolition manifesto arriva con un tempismo perfetto. Oggi, infatti, la parola «sicurezza» compare nei discorsi di tutte le forze politiche presenti in parlamento.
Tra le fila del centro-sinistra è stata richiamata più volte. Walter Veltroni ha invitato a non considerarla un tabù o, al contrario, a evitare di affrontarla scimmiottando le ricette della destra. Silvia Salis, sindaca di Genova, ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani». Posizioni del genere non costituiscono una novità: le politiche securitarie sono, se non un’invenzione, senza dubbio una costante nell’azione politica del campo «progressista». Almeno a partire dagli anni Novanta del XX secolo, quando da un lato il progetto Città sicure, realizzato in collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, e dall’altro il protagonismo dei sindaci «democratici», eletti direttamente a partire dal 1993, hanno gettato le basi per un vero e proprio programma di governo.
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Comunicazione strategica e guerra cognitiva
di Andrea Balloni
Comunicazione e guerra
Difficile poter intuire con immediatezza come due parole così distanti, solitamente relative ad ambiti semantici quasi opposti, possano talvolta unirsi concettualmente; e interessante è comprendere invece come il pensiero e l’esperienza umana riescano a rendere semplice, quasi normale, la loro convivenza nella descrizione di un metodo di controllo sociale e politico, dove tutto si riduce alla comunicazione, perfino la guerra.
Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, sulla scia degli studi sulla psicologia umana e la pubblicazione di importanti lavori sulla propaganda e la manipolazione delle folle, si sviluppano ricerche sulle tecniche di comunicazione strategica che hanno indotto l’utilizzo dell’informazione e di operazioni psicologiche (Psyops, per gli anglofoni) nell’ambito delle strategie militari.
Tali studi non furono certamente di pertinenza esclusiva dell’Occidente, ma con certezza il Fuhrer del Terzo Reich, il suo ministro della Propaganda Goebbels e Churchill affidavano gran parte della loro strategia di guerra alla propaganda e alla manipolazione del pensiero, mentre lo stesso Mussolini intratteneva addirittura rapporti epistolari con Gustave Le Bon e teneva il suo saggio “Psicologia delle folle”1 sul comodino, accanto al letto.
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Azzoppare l'anatra
di Leonardo Mazzei
Primo obiettivo, colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno a Israele
I pacchetti sicurezza del governo Meloni sono come quelli dell’Ue per le sanzioni alla Russia, ed entrambi assomigliano molto ai rotoloni Regina: non finiscono mai.
Lasciando perdere la pur rispettabile carta igienica, cosa accomuna la compulsività securitaria a quella russofobica? La domanda può apparire peregrina, ma non lo è. Queste due ossessioni dei tempi nostri hanno infatti in comune gli stessi soggetti e un’identica origine. I dominanti dell’Occidente collettivo non sanno come venir fuori dalla crisi del modello neoliberista, non hanno più nulla di buono da offrire ai propri popoli. Da qui la postura guerrafondaia all’esterno e la torsione autoritaria all’interno.
Certo, non tutti i paesi sono uguali e ancor meno lo sono i mutevoli governi. Ma, fatte le debite differenze, a nessuno può sfuggire la tendenza di fondo verso un autoritarismo sempre più dispiegato che va dagli Usa all’Italia, dalla Gran Bretagna alla Germania, solo per citare alcuni casi. Un autoritarismo che ha uno scopo ben preciso: impedire che i popoli possano avere voce in capitolo nell’attuale fase di crisi politica del modello occidentale, fare in modo che i nuovi equilibri vengano giocati (magari anche duramente) solo tra i dominanti. I dominati, viceversa, devono essere passivizzati, meglio ancora annichiliti.
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Venezuela bolivariano, petrolio e propaganda di guerra
di Gianmarco Pisa
“Stiamo aprendo le porte - ha osservato la presidente incaricata, Delcy Rodriguez - a un’alleanza strategica per aumentare la produzione, garantendo che ogni goccia di petrolio che aggiungiamo si traduca in maggiori investimenti sociali e maggiore stabilità economica per il Paese”. Né privatizzazione né, tantomeno, “tradimento” dunque; e la stessa pretesa statunitense, di “appropriarsi del petrolio” del Venezuela, è stata respinta.
La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non pochi commenti e reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una nuova ondata di guerra mediatica e di propaganda ostile, da parte di settori legati all’imperialismo occidentale, ma anche disinformazione e mistificazione, spesso condite di retorica ideologica e frasi scarlatte. Il contesto della riforma è noto: la resistenza all’aggressione, la continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano; la mobilitazione delle forze politiche e sociali bolivariane e socialiste; la resistenza, a difesa delle istituzioni politiche e delle conquiste sociali della Rivoluzione bolivariana, nel contesto dell’aggressione, della pressione militare e della campagna ostile posta in essere dagli Stati Uniti, che hanno portato, come si ricorderà, il 3 gennaio scorso, al sequestro manu militari di un presidente legittimo, in carica, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, e della prima combattente, la giurista e deputata Cilia Flores. Respinti l’assalto e il tentativo di colpo di stato, Delcy Rodriguez, già vicepresidente esecutiva con Maduro, svolge ora la funzione di presidente incaricata del Venezuela bolivariano.
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Crisi del liberalismo. L’Italia verso un ritorno degli anni di piombo?
Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok
Il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok, filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Oggetto dell’intervista la crisi della società in cui viviamo.
* * * *
Una crisi profonda: culturale ma anche materiale
Prof. Zhok, siamo in un periodo di grandi cambiamenti a livello internazionale, dove la geopolitica la fa da padrona e molte carte vengono rimescolate. Ma la cosa che salta all’occhio è la profonda crisi che avvolge il sistema liberista, che sembrava destinato a governare il mondo per i secoli a venire e su cui l’Occidente aveva poggiato le sua fondamenta. Ora dagli Stati Uniti all’Europa questo modello sembra scricchiolare, vorrei un suo parere al riguardo.
«Si tratta di una crisi molto profonda perché insieme culturale e materiale. Sul piano culturale la modernità liberale presenta da sempre elementi di fragilità, in quanto ha promosso un processo di secolarizzazione senza riuscire a costruire un’etica normativa condivisa che rimpiazzasse la precedente etica di matrice religiosa. Al posto di un’etica normativa condivisa ha pensato bastasse un appello ai diritti individuali e ai piaceri del consumo, ma queste istanze non forniscono alcuna base effettiva per fondare un’etica pubblica».
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Votare no alla “sacrata” riforma
di Carla Filosa
Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. Ci si riferisce qui in particolare all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 30 e 31 gennaio scorso, effettuata dalla Corte Suprema di Cassazione e dalla Corte d’Appello. Per chi non ha seguito con interesse gli eventi fine mese, la solennità della cerimonia inaugurale della magistratura in toga rossa ed ermellino è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.
In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” – solo parole sue - avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” – di nuovo citazione – “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.
Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo, linguistico, ed evocatore usato da Nordio. Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro sposta invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.
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Qui e ora
di Lo Sparviero
Lo shock-scossa tellurica Epstein-files. Alcune riflessioni work in progress
Qui e Ora è il seguito delle due precedenti puntate sul castello degli orrori emerso con la vicenda di Jeffrey Epstein, del “sistema Epstein” per meglio dire. La nostra prima puntata è del luglio 2025 (https://comedonchisciotte.org/questo-castello-degli-orrori-che-bisogna-radere-al-suolo/), la seconda del 2 febbraio appena passato (https://comedonchisciotte.org/negli-esptein-files-ce-la-bestia-satanica-tutti-dentro/).
Titoliamo Qui e Ora per significare e cercare di trasmettere lo stato di necessaria tensione nel quale svolgiamo le nostre “riflessioni”, incalzati dal ritmo vorticoso degli eventi e sapendo che il tempo delle calende greche è scaduto. Non vale solo per la Palestina, per l’Iran, per l’Asia occidentale.
E’ una raccolta di “minime riflessioni” che presentiamo in capitoletti su alcuni dei molteplici aspetti dello shock-scossa tellurica derivante dalle terrificanti rivelazioni degli Epstein files di cui al momento non siamo in grado di comprenderne precisamente “l’utilizzo politico”. Nelle ipotesi estreme esse “rivelazioni” potrebbero far parte di una manovra di vasta portata volta alla destituzione del presidente Trump, oppure volte a sollecitare lo scatenamento del criminale attacco diretto all’Iran, o allo scatenamento di una orrenda civil war in America e in Europa che è già comunque nell’aria e altro ancora. It may be... Potrebbe essere, lo scopriremo presto (ed anche sulla nostra pelle).
Una mole enorme di documenti è stata desecretata il 30 gennaio 2026, molti sono stati censurati e non sono state rese pubbliche le immagini presenti nei files di omicidi e torture. Da quanto apprendiamo mancano ancora circa 2,5 milioni di pagine per la completa apertura dei files. Ma basta e avanza così per dare il quadro dell’orrore. “Un vero inferno” ha commentato Maria Zakharova portavoce del Ministero degli Esteri russo. Ai russi dedichiamo uno dei capitoletti work in progress.
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Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza
di Francesco Cappello
La spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.
La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.
Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo
Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.
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Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli1, scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi e paesi asiatici, disposti anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale. In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.
Riarmo e speculazione
Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita.
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Epstein
di Alessandro Visalli
La vicenda della pubblicazione, molto parziale a quanto sembra, dell’archivio di Epstein (e dei suoi complici e forse mandanti) illumina, al di là della pur orrenda cronaca nera, qualcosa di profondo sulla natura del potere in Occidente. O del potere attraverso il denaro senza freni. O, ancora, del potere come complicità di gruppo, di ricattabilità – forse paradossalmente -. Perché, mi chiedo, come è possibile – che metodo c’è – nel fatto che persone potenti abbiano partecipato a riti espressamente illegali e chiaramente degradanti, orrendamente degradanti, “in piena aria”. Ovvero all’aperto, gli uni davanti agli altri. Quale profondità antropologicamente densa, quale abisso “costituente”, mostra questo esporsi? Perché, in ultima analisi, esporsi?
1- Abbiamo, qui da noi proprio nella radice del razionalismo occidentale, o del suo nichilismo, una tradizione – da Sade a Bataille ai “Helfire Clubs” inglesi del settecento, o le comunità aristocratiche libertine – che lega il potere alla trasgressione “visibile”. Un Panoptico delle élite. L’idea che nel violare la morale e la legge davanti a tutti riposa la sovranità. Una sovranità condivisa che esibisce. Una esibizione costitutiva. Un atto performativo, che crea.Troviamo, qui, un ‘rito’ fatto di trasgressione condivisa. Dunque un rito sacrificale, che cementa, separa dall’umanità. Una secessione.Noi sapevamo che le élite erano separate, si erano separate (tanta letteratura sociologica ce lo aveva detto), ma così. Tanto così. Non era visibile.
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Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa
di Davide Malacaria
Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.
Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.
In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.
Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.
Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.
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Bilinguismo e pensiero
di Giorgio Agamben
Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem
Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo.
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Borghesia manipolatrice
di Silvia Borgese
Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.
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“Il destino di Israele è segnato”
Andrea Lanzetta* intervista Ilan Pappè
Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.
Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.
L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.
Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.
Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?
«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».
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Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”
di Onofrio Romano
Ci sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.
Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.
Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.
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Il crollo dell’ipocrisia internazionale
di Alessandro Scassellati
Il problema con la concettualizzazione del Primo Ministro canadese Mark Carney sulla fine dell’’ordine internazionale basato sulle regole” è comune nelle capitali dei Paesi occidentali. La storia inizia quando vogliono le élite al potere, in questo caso, il secondo mandato di Donald Trump. Sono arrabbiate, disgustate e in preda all’ansia perché alcuni aspetti di ciò che è stato inflitto al Terzo Mondo, in azioni alle quali i loro Paesi hanno preso parte, ora vengono ribaltati e usati contro di loro. Estorsione, gangsterismo, coercizione economica e minacce alla sovranità territoriale vengono ora perpetrate contro gli Stati deboli e vulnerabili dell’alleanza occidentale. Gli stessi Stati che sono rimasti in silenzio o hanno partecipato quando a essere vittime erano Paesi distanti e “autoritari” che non condividevano i loro valori.
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Il 20 gennaio 2025, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tenuto un discorso al meeting annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos. Immediatamente, un coro di elogi si è levato dai ”capitalisti progressisti” e dai media liberal-progressisti di tutto il mondo, sia del Nord che del Sud del mondo. Carney ha preso indirettamente di mira il Presidente Trump affermando che il mondo è “nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, indicando che “gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni” e cercando di indicare una nuova direzione in cui “gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza… [perché] le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu”. Carney ha esortato le “medie potenze” a smettere di conformarsi a regimi che cercano l’egemonia, a smettere di sperare in un ritorno al passato e a costruire invece nuove coalizioni per sopravvivere a ciò che verrà. A parte l’utopia del Primo Ministro Carney di un’uscita del Canada dal dominio e dalla sfera d’influenza statunitense, sono state presentate un paio di verità molto importanti.
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Quando abbiamo smesso di provare a cambiare lo "stato delle cose"?
di Pierluigi Fagan
Leggevo un articolo di un professore americano su The Conversation, riguardo il lento scivolar via delle iscrizioni universitarie nelle discipline umanistiche e il successivo maggioritario pentimento di coloro che l’avevano fatto. L’analisi è prettamente centrata sul Nord America, ma in forme meno segnate è valida anche in Europa.
Sembra che “i laureati in discipline umanistiche: imparano a passare più tempo in riunioni a litigare tra loro che a cambiare il mondo”. Ogni affiliato a uno specifico complesso teorico ostracizza l’altro anche quando questo potrebbe esser utile in chiave di alleanze democratiche.
Sfugge il fine di creare quelle “masse critiche” (approssimativamente tra il 40 e il 60% di una società ma, a seconda dei fini e dei contesti la percentuale può anche essere inferiore) che nelle società complesse sono l’unico soggetto (per quanto plurale) che può operare cambiamenti significativi. Così, mancando del tutto l’orizzonte pratico, il tutto diventa una caotica e rissosa sbornia di pensiero teorico. Ma c’è di peggio.
Il fatto è che lo stesso pensiero teorico non conformista, è praticamente dominato dalla “Teoria critica” che più che una teoria (di iniziali origini francofortesi) è una costellazione teorica collocata nell’ammasso degli atteggiamenti critico-negativi. L’ingenuità di fondo di questo atteggiamento è che: “Sebbene l'obiettivo della teoria critica sia trasformare il nostro mondo, troppo spesso si presume che se scopriamo i modi nascosti in cui opera il potere, saremo trasformati da tale intuizione” e da ciò saremo in grado di trasformare lo stato di cose.
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I sicari dell'economia
di Giuseppe Cantarelli
Quanto accaduto in Venezuela a partire dal 3 gennaio scorso, con la cattura e il rapimento del presidente Maduro da parte degli USA, e più in generale la lunga storia delle tensioni fra americani e venezuelani, mi ha riportato alla mente un libro importante, Confessioni di un sicario dell’economia, uscito nel 2004 e poi aggiornato nel 2016 con una seconda edizione, anche se in italiano è stata tradotta solo la prima. L’autore è John Perkins, che ha lavorato per importanti aziende americane e il cui compito era, come dice lui stesso presentandosi, quello di “dirottare il denaro dalla Banca Mondiale, dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e da altre organizzazioni di aiuto estero, verso le casse di enormi multinazionali e nelle tasche di poche famiglie facoltose” (oggi diremmo dei grandi fondi di investimento e dell’elite finanziaria) . Perkins si definisce un “sicario dell’economia” (EHM – Economic Hit Man), uno di quelli che dovevano convincere i governanti di paesi in via di sviluppo a sostenere gli interessi corporativi e geopolitici degli Stati Uniti.
Il “Modus Operandi” di un sicario dell’economia, spiega Perkins, prevede 5 fasi:
1 – Previsioni gonfiate di crescita: redazione di rapporti che prevedono una crescita strabiliante del PIL di un paese se verranno realizzate grandi infrastrutture.
2 – Indebitamento massiccio: il paese contrae prestiti enormi con istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.
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Il vento di Torino
di Kamo
«Ma c’è una grossa fila di persone,
camminano di fretta e cambian posizione,
fateli passare, piantatela di insistere…»
0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.
1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico.
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Il Board of peace e l’ideologia della Nuova Destra
di Alessandra Ciattini
Molti analisti hanno commentato in maniera assai negativa la nascita del Board of peace che sarà dominato da Donald Trump, nelle vesti di un nuovo monarca, postosi al di sopra di tutto. Si tratta certamente di un atto di forza della potenza imperialistica in declino e di un personaggio desideroso di protagonismo, ma anche di un progetto ispirato all’ideologia dei neo-reazionari.
Parlando del nuovo, per me strabiliante Board of peace, lanciato recentemente quasi come una merce dal nuovo Caligola (così lo chiama Scott Ritter), si può dire che si registrano opinioni controverse. Secondo il diplomatico Petru Dumitriu: “L’istituzione del Consiglio per la Pace non è di per sé contraria al diritto internazionale. La legalità del Consiglio per la pace dipende strettamente dalla sua conformità alla risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di sicurezza”. Secondo invece il Centro per i diritti umani dell’Università di Padova: “Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica”.
Vediamo di esaminare con calma i suoi diversi aspetti, tentando anche di delineare le conseguenze che potrebbero scaturire da questa novità, che Russia e Cina non hanno voluto bloccare nel Consiglio di sicurezza delle NU, forse non prevedendo che si sarebbe arrivati a tanto.
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I diversivi
di Dante Barontini
Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti… tutto ignorato, facimme ammuina.
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno a ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
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L’etica puritana e lo spirito della rivoluzione
di Gigi Roggero
La tesi che Michael Walzer dispiega nel suo formidabile libro La rivoluzione dei santi (Luiss University Press, 2025) è chiara: il calvinismo è un’ideologia della transizione. Il santo, ovvero il dirigente rivoluzionario puritano, è per l’autore al contempo causa e prodotto del suo tempo di crisi. È, in altri termini, un prodotto del disordine, o meglio di uomini che si organizzano nella crisi per distruggere il vecchio ordine. A sessant’anni dalla sua pubblicazione, il volume è finalmente disponibile in italiano. E con la tesi di Walzer, con la sua inattuale attualità politica, dialoga Gigi Roggero.
Quando il ferro è caldo, allora colpisci.
Non sarebbe stato molto meglio se quei ministri sediziosi, che non arrivavano forse al numero di mille, fossero stati uccisi prima di aver predicato? Sarebbe stata, lo confesso, una grande strage, ma l’uccisione di centomila persone [nelle guerre civili] è stata una strage ancora maggiore.
Riflettendo nel 1668 sul periodo rivoluzionario appena trascorso, che ha inverato il suo profetico incubo della guerra civile, Thomas Hobbes afferma un’indubbia verità. Senza l’azione militante dei «ministri» puritani, non ci sarebbe stata rivoluzione. Tutt’al più, malcontento e rivolte. Lenin non diceva una cosa molto diversa: senza teoria rivoluzionaria, non c’è rivoluzione. E prima ancora, senza militanti rivoluzionari non c’è teoria rivoluzionaria.
Proprio al ruolo dell’élite puritana tra Cinquecento e Seicento, tra Calvino, gli ugonotti e la rivoluzione inglese, è dedicato il formidabile volume di Michael Walzer The Revolution of the Saints: A Study in the Origins of Radical Politics, pubblicato per la prima volta nel 1965 e, a sessant’anni di distanza, meritoriamente reso disponibile in italiano da Luiss University Press.
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La pianificazione e l’osteria dell’avvenire
di Francesco Schettino
Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione
Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.
Lotta teorica e critica dell’economia politica
L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica.
È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivati. Essi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile.
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