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“Woke one was crazy”? Note su un dibattito strano
di Alessandro Visalli
1. Il “fatto”.
Pochi giorni fa, il 9 agosto, Alexandria Ocasio-Cortez in un’intervista televisiva per la ABC[1], rispondendo al giornalista su un’elezione in Wisconsin ha qualificato le posizioni del 2020 di Francesca Hong, che aveva allora sostenuto l’abolizione della polizia e delle carceri, oltre alla cancellazione della Festa del Ringraziamento, “Woke one was crazy”. Ma ha confermato, contemporaneamente, che la mobilitazione del 2020 fu fruttuosa, anche se il linguaggio era “folle”, inoltre che i candidati andrebbero sempre giudicati per quel che dicono oggi. Poi ribadisce che c’è un suo consigliere comunale che dice sempre che il “Woke one” era folle. Anche se “folle” è termine ambivalente (come in italiano, peraltro), l’accezione prevalente è ‘pieno di energia, ma senza freni, sregolato’. Qualcosa che va oltre. Obiettivamente, il minimo che si possa dire.
Nella stessa intervista, e per cinque volte, la Ocasio-Cortez sostiene che la priorità deve essere il costo della vita per la classe lavoratrice, in merito in particolare alla casa, alla sanità e alla spesa alimentare. Poi alle bollette[2].
Prima di vedere come questa apparente “non notizia” arriva alla periferia dell’Impero, vediamo chi è Alexandria Ocasio-Cortez. Esponente di una formazione neosocialista che è in campo negli Stati Uniti dagli anni Settanta (Democratic Socialists of America, DSA), ed alla quale parteciparono a suo tempo intellettuali come Richard Rorty e Michael Walzer e che, pur essendo al suo massimo storico, ha una consistenza complessiva di poco superiore a centomila militanti. Molto eterogenea dal punto di vista ideologico[3] è una fortezza delle posizioni “woke” sui temi istituzionali (abolizione del Senato, della polizia, delle carceri, amnistia per tutti gli immigrati, oltre che su femminismo, transizioni di genere, antirazzismo[4]). Allo stesso tempo è un programma che contiene, in tensione, dimensioni “materialiste”: salario minimo vitale, settimana di 32 ore, sanità universale, social housing, controllo degli affitti, sindacalizzazione, proprietà pubblica, garanzia del lavoro, infrastrutture pubbliche. In base, però, ad una ricerca PEW fra gli elettori democratici, simpatizza per politici “Democratic socialist” il 41% dei laureati contro il 26% dei non laureati; il 40% dei redditi alti contro il 24% dei redditi bassi; il 40% dei bianchi contro il 21% dei neri e il 20% degli ispanici[5].
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Sulla Cina e la transizione al socialismo
di Giulio Bonali
Da semplice compagno di base quale sono sempre stato (purtroppo da molto tempo autocontraddittoriamente “senza partito”) mi pongo, credo doverosamente, dei problemi anche teorici, stimolato dalla lettura di scritti di autorevoli intellettuali organici (o che dovrebbero e forse vorrebbero essere organici al partito rivoluzionario del proletariato per il comunismo; se esistesse).
Mi rendo ben conto che così facendo inevitabilmente rischio di sostenere molte e grosse fesserie, che però qualcuno di tali intellettuali (auspicabilmente) organici (o comunque aspiranti tali) potrebbe (o forse dovrebbe) cercare con pazienza e buona volontà di criticare, aiutando noi compagni di base a superarle (quando ero giovane, in un’ altra era geologica, avrei esposto i miei dubbi e problemi teorici in quel “covo di stalinisti”, come amabilmente la chiamavano parlando fra di loro i “compagni” -absit iniuria verbis- miglioristi “alla Napolitano” della città, che era la sezione del PCI del mio quartiere, la per me gloriosa ”Bruno Ghidetti” di Porta Romana a Cremona, che ho avuto la fortuna di frequentare. Oggi sono ridotto -siamo ridotti- a proporli a Sinistra-in-Rete …e meno male che esiste questa lodevolissima testata telematica!).
Recentemente sono stato indotto ad arrovellarmi intorno alla questione del capitalismo di stato nell’ ambito della società capitalistica e nella dittatura del proletariato (durante la più o meno lunga e travagliata transizione al socialismo), soprattutto in seguito alla lettura di un ottimo scritto di Carlo Formenti sulla Cina proprio in questa sede.
Sono convinto che una serie di importanti problemi in proposito nasca da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti naturali alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.
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L'Italia importa una cellula della nuova Classe Armata
di Pino Cabras
Crosetto ha nominato consigliere per l'innovazione della Difesa l'ex ministro ucraino Fedorov. Un uomo-sistema che porta a Roma il laboratorio bellico di Kiev: droni, algoritmi addestrati sul fronte, capitali privati. Non europeizziamo l'Ucraina: ucrainizziamo l'Europa
Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov consigliere per l’innovazione della Difesa. Fino a metà luglio Fedorov era il ministro della Difesa dell’Ucraina. La notizia è una delle più importanti dell’anno.
Non è un incarico di facciata. Il ministero italiano parla di droni, di mezzi senza pilota, di difesa aerea. Fedorov ha scritto che aiuterà l’Italia ad adottare le tecnologie della guerra moderna. Ma la parola che conta davvero, e che ricorre in tutte e due le versioni della giornata, è un’altra: portare «su larga scala» quello che il fronte ucraino ha già collaudato. Cioè trasferire qui un modo di produrre e combattere, non qualche brevetto.
Vale la pena raccontare come ci è arrivato, perché non è un dettaglio. A metà luglio Zelensky lo ha rimosso dal governo dopo lo scontro con il comandante in capo Oleksandr Syrsky. In Ucraina la gente è scesa in piazza per chiederne il ritorno, e nelle settimane scorse Fedorov ha fatto un passo che nessuno si aspettava: ha chiesto pubblicamente le elezioni, dicendo che non può essere Putin a stabilire i tempi della democrazia ucraina. Roma è la prima tappa di un giro internazionale, e altri governi si erano fatti avanti prima del nostro.
C’è pure un paradosso tutto italiano che nessuno segnalerà.
Lo stesso Crosetto ha tenuto l’Italia fuori dal PURL, il meccanismo con cui la NATO fa pagare agli europei le armi americane per Kiev. Diciamo no ai bonifici e sì all’architettura.
Chi è Fedorov, allora. È nato nel 1991 a Vasylivka, nella regione di Zaporizhzhia, non ha mai portato una divisa e prima della politica faceva marketing digitale: a ventidue anni aveva già la sua agenzia. Le prime armi politiche le fa nel 2014, e questo pezzo di biografia va raccontato. Si candida alle elezioni parlamentari con 5.10, il partito libertario appena fondato dall’imprenditore Hennadiy Balashov. Il programma stava tutto nel nome: cancellare il sistema fiscale esistente e sostituirlo con due sole imposte, il 5% sulle vendite e il 10% sui salari. Balashov diceva apertamente di voler fare dell’Ucraina un paradiso fiscale mondiale, sul modello di Singapore e dell’Irlanda, e indicava come nemico il controllo dello Stato sull’economia.
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Il vicolo cieco della finanza globale
di Alessandro Volpi
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte a un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce.
È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni. Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana. In tale gruppo è presente l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e gli amministratori delegati delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan).
La cricca di finanzieri voluta da Trump per indicare la via alla Fed
C’è poi Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute. Ne fa parte anche l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty.
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Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri
di Emiliano Brancaccio
Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale»
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».
A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.
C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone. L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal Pnrr europeo con un miliardo.
Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del Pnrr gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia.
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Assistenzialismo, due pesi e due misure
di Francesco Coniglione
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la dipendenza dai sussidi, creare opportunità e non “assistenzialismo esasperato”.
Alle spalle dell’annuncio, però, vi era una realtà più ambivalente. La legge di bilancio 2026 ha ridotto di 267,16 milioni di euro, per quell’anno, il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva. È vero che tale riduzione concorreva a finanziare l’abolizione del mese di sospensione fra due cicli dell’Assegno di inclusione e non può quindi essere descritta come un semplice taglio lineare ai poveri; restava tuttavia la struttura categoriale del nuovo sistema, che, secondo Caritas Italiana, aveva ristretto del 40-47% la platea delle famiglie raggiunte rispetto al Reddito di cittadinanza, mentre l’Istat indicava nel 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. In pochi mesi, la stessa parola ha potuto celebrare una vittoria politica e insieme separare i poveri meritevoli di accompagnamento da quelli sospettati di dipendenza. È da questa ambivalenza, tutt’altro che isolata, che vale la pena ripartire per chiarire un termine quanto mai equivoco.
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“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo
di Eros Barone
Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica
e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
K. Marx, Critica del programma di Gotha.
1. Un importante precedente storico e teorico
Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.
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Prossima fermata: Pechino?
di al. ba.
Negli ultimi mesi, il variegato mondo multipolarista italiano si è immerso in un acceso dibattito sulla natura politica ed economica della Cina contemporanea: Pino Arlacchi, Alberto Bradanini, Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Orazio Di Mauro, Carlo Formenti, Vladimiro Giacché, Massimo Leoni, Davide “Dazibao” Martinotti, Fabio Massimo Parenti, Moreno Pasquinelli, Ernesto Screpanti, Roberto Sidoli, Alessandro Visalli, e le riviste e i canali come Marx21, Pungolo Rosso, Ottolina TV, Tracce di classe ecc, sono tantissimi i singoli e i collettivi che stanno pubblicando video, rilasciando interviste o scrivendo libri, saggi e articoli sul tema. A grandi linee, c'è chi propende per una Cina socialista o quantomeno in via di transizione al socialismo e chi per una Cina capitalista se non addirittura imperialista. Personalmente, per affrontare la questione credo che sia utile riassumere le domande che ci dovremmo porre, senza la pretesa di rispondere ma con l'ambizione di contribuire in tal modo a chiarire il campo su cui dovrebbe svolgersi lo scontro, un po’ troppo inquinato da toni polemici e personalismi francamente ridicoli dato lo stato di subordinazione e marginalità in cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti versa (se non altro nel nostro paese).
Per cominciare partirei dall'Italia, sulla cui natura dovremmo essere tutti d'accordo. Il perché di questa scelta diverrà chiaro più avanti. Il nostro è uno Stato borghese in cui il modo di produzione capitalista è largamente dominante ma non unico. La maggior parte della ricchezza è di gran lunga prodotta col fine di valorizzare il capitale investito ed assume la forma di merce creata mediante lo sfruttamento del lavoro salariato. Ciononostante, accanto e in subordine, una quota parte della ricchezza materiale è prodotta sotto forma di merce da parte di soggetti non capitalisti: cooperative, artigiani, professionisti, contadini, enti pubblici ecc, oppure prodotta direttamente sotto forma di valori d'uso da parte della pubblica amministrazione, degli enti caritatevoli (il cosiddetto “terzo settore”) e dai domestici, siano essi estranei o appartenenti al nucleo familiare. Pertanto, in Italia, esistono residui di modi di produzione antichi (sfruttamento del lavoro schiavistico degli immigrati clandestini nelle campagne, del lavoro servile in casa, auto-sfruttamento e lavoro di sussistenza) e sono comparsi i prodromi di un modo di produzione socialista (lavoro cooperativo e cosiddetto “pubblico”).
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E se il "Melonellum" saltasse?
di Leonardo Mazzei
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché.
Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema:
«Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?».
Oggi, ad un mese di distanza, quel dubbio rimane. La legge andrà in aula al Senato il 9 settembre, mentre il voto finale è previsto per il giorno 15. Poi, se sarà passato il nuovo emendamento sulle finte preferenze, sul quale i caporioni della maggioranza si sono accordati ad inizio agosto, il testo dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
Dunque, vada come vada, la risposta al quesito di cui sopra non è lontana. Perché allora arrovellarsi su quel che avverrà?
Prima di arrivare al punto che ci interessa, togliamo di mezzo le due questioni di cui si è tanto disquisito nelle settimane scorse. Primo, il tema delle preferenze è del tutto irrilevante: con la legge attuale (Rosatellum) semplicemente non ci sono, mentre con quella in discussione l’eventuale reintroduzione sarebbe solo una presa in giro, visto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo, il Melonellum è palesemente incostituzionale per via dell’introduzione surrettizia e pasticciata del premierato, ma in quanto alla distorsione del principio proporzionale non è poi così diverso dalla legge in vigore.
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Germania. Il piano dei partiti "democratici" per mantenere il potere
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Coercizione federale, esclusione dai tavoli decisionali e sospensione dei fondi: i tre scenari per neutralizzare un governo sgradito
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero.
L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di fatto a un eventuale governo regionale dell’opposizione (il partito AfD, Alternativa per la Germania) di esercitare il proprio mandato, qualora vincesse le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt. Non si tratta di confutare idee con altre idee, né di sottoporre le leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla invece di “opzione nucleare”, di coercizione federale, di tagli ai fondi, di esclusione dai tavoli decisionali e persino di “muri informativi” per negare l’accesso a dati sensibili a ministri legittimamente eletti.
Stiamo parlando di uno Stato membro dell’UE, non di una cosiddetta Repubblica della Banane. Un paese che viene definito come un modello di democrazia e convivenza liberal/liberista. Eppure il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno.
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Sul filo rosso del tempo. Riflessioni su alcune ideologie contemporanee di Alessandra Ciattini
di Marco Pondrelli
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea.
Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di scritti, organizzandoli in tre parti: Ideologia, Religione e Femminilità. Si tratta di temi diversi, ma legati da un filo conduttore comune: la necessità di leggere i fenomeni sociali e culturali nella loro dimensione storica e nelle loro relazioni con le condizioni materiali.
Dopo l’89 qualcuno, improvvidamente, parlò di «fine della storia» e in molti parlarono di fine delle ideologie. Ciattini dedica ampio spazio proprio alla discussione sul concetto di ideologia, ricostruendone alcuni significati e seguendone l’evoluzione nella riflessione marxista e nelle scienze sociali. Marx ed Engels rappresentano un riferimento fondamentale, ma nel libro trovano spazio anche autori come Bourdieu, Raymond Williams, Terry Eagleton e altri studiosi che hanno contribuito a ridefinire il concetto di ideologia.
Uno dei temi centrali del volume è il rapporto tra le idee e la realtà sociale, riconducibile anche alla discussione marxiana sul rapporto fra struttura e sovrastruttura.
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Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser
di Salvatore Bianco
Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione. Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.
Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”. Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.
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Forum WAPE 2026: l’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia
di Alessandro Lucchini
Il Forum internazionale dell’economia politica marxista
Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.
Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
“Salvare Smith dal neoliberismo”
Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.
Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.
Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.
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Il petrolio venezuelano monopolizzato da Washington
di Eric Toussaint
Riprendiamo da Counterpunch del 19 agosto un documentato articolo di E. Toussaint che illustra come Washington abbia ormai il totale controllo dei proventi petroliferi venezuelani, avendo ormai istituito con il Venezuela una relazione di controllo di tipo neo-coloniale. (Red.) https://www.counterpunch.org/2026/08/19/venezuelan-oil-monopolised-by-washington-what-has-become-of-the-oil-revenues-since-3-january-2026
Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare contro il Venezuela, che ha portato alla cattura e all’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, e al loro trasferimento negli Stati Uniti. Durante questo attacco, condotto con l’impiego di 150 aerei, circa cento persone hanno perso la vita, tra cui 32 cubani che avevano tentato di proteggere il palazzo presidenziale; le restanti vittime erano venezuelane. Poche ore dopo l’intervento, Donald Trump ha annunciato che Washington rivendicava temporaneamente il controllo del Venezuela e che avrebbe sfruttato le sue risorse petrolifere.
Questo intervento ha quindi segnato una svolta fondamentale nella storia recente del Venezuela. Il vicepresidente della Repubblica e altri funzionari hanno di fatto accettato la situazione e si sono sottomessi alla volontà di Donald Trump e della sua amministrazione. L’aggressione armata perpetrata dalle forze armate statunitensi e la sottomissione delle autorità di Caracas hanno permesso a Washington di assumere il controllo delle esportazioni di petrolio del Paese e di sequestrare i conti correnti su cui vengono versati i proventi di tali esportazioni.
La questione è tanto più rilevante in quanto il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Per decenni, il petrolio è stato la principale fonte di valuta estera del paese. Il controllo su tali entrate è quindi uno strumento chiave di controllo economico e politico.
Entrate petrolifere relativamente modeste prima dell’intervento statunitense
Vale la pena notare innanzitutto che le entrate petrolifere si riferiscono al periodo precedente all’intervento del 3 gennaio 2026. Secondo i dati pubblicati nel marzo 2026 dalla Banca Centrale del Venezuela, le esportazioni di petrolio hanno generato 18,4 miliardi di dollari nel 2024 e 18,2 miliardi di dollari nel 2025.[1] Queste cifre rappresentano le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e non l’utile netto della compagnia petrolifera statale PDVSA o le entrate fiscali dello Stato.
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Guerra ibrida e spoliazione: la trama imperialista da Washington a Tel Aviv
di Geraldina Colotti
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e sorveglianza globale.
In America Latina — nell'accezione storica e martiana di "Nostra America" — questa dinamica assume una dimensione strategica ancora più aggressiva attraverso l'articolazione diretta tra il Comando Sud degli Stati Uniti e i servizi di intelligence e sicurezza israeliani. Con la scusa della lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, iniziative come il cosiddetto Scudo delle Americhe e la rinnovata Dottrina della Sicurezza Nazionale impongono l'esternalizzazione delle funzioni statali a corporazioni private di cibersicurezza. Questo paradigma riconfigura il controllo sulle risorse strategiche del continente, come l'acqua, la biodiversità, l'energia e i minerali critici, militarizzando i territori e privatizzando l'intelligence pubblica.
Questa ingerenza si dispiega attraverso la cosiddetta Guerra di Quarta Generazione e l'uso intensivo dell'intelligenza artificiale e dei Big Data per eseguire golpe digitali. L'uso di software spia, la manipolazione dei dati elettorali, la microsegmentazione degli elettori e le campagne massicce di disinformazione gestite tramite fabbriche di bot e tecnologia deepfake mirano ad alterare i processi democratici e a invalidare la sovranità popolare.
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L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
di Fabrizio Marchi
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media, però ha avuto anche effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione”. E ha soggiunto:” non è con il woke che la sinistra può fare giustizia perché una forza progressista deve necessariamente interveniresulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali”.
Meglio tardi che mai, potrebbe dire qualcuno. No, “spiaze”, come si suol dire, troppo tardi e troppo strumentale. Conte ha fatto finta di nulla in tutti questi anni rispetto alla deriva woke di tutta la “sinistra” occidentale e italiana e ora cerca di smarcarsi perché ha capito che proprio quella deriva ha consegnato milioni di persone, soprattutto, se non prevalentemente, dei ceti popolari, alla destra.
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L’UE non è l’Europa
di Elena Basile
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale.
Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle destre radicali europee.
In sintesi, richiamandosi al pensiero del filosofo W. Streeck, Baccaro enumera i difetti dell’UE: priva di legittimità democratica e capace di incarnare ideali neoliberisti e, oggi, bellicisti, in netto contrasto con gli interessi dei popoli.
Siamo tutti perfettamente d’accordo. Aggiungerei che l’UE, da Maastricht in poi, ha tradito il liberalismo e i diritti sociali, pur inscritti nei suoi trattati, divenendo un’organizzazione autocratica che non conosce la divisione dei poteri e che ha dato vita a una moneta unica in una zona economica afflitta da grandi divergenze, attuando il compromesso tra creditori e debitori a esclusivo vantaggio dei primi. L’UE — un ibrido tra il modello tedesco basato sulle esportazioni e il colbertismo francese, per quel che riguarda i poteri economici della Commissione — ha rinnegato i diritti umani e la libertà di espressione, sanzionando scrittori, politologi e funzionari dell’ONU colpevoli di criticare la NATO o Israele, e ha appoggiato politiche oppressive, chiudendo i conti ai canali social del dissenso, come Visione TV di Francesco Toscano.
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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
di Sergio Cararo
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.
Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.
Al vertice del G7 in Italia nel giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.
Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma di utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.
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Sognando un Woke 2
di Mimmo Cangiano
«Woke 1 was crazy». La formula con cui Alexandria Ocasio-Cortez (riprendendo una battuta di un collega di Partito) ha recentemente definito una stagione della sinistra americana merita di essere presa più sul serio di quanto la sua apparente leggerezza lasci intendere. Non tanto perché da una battuta televisiva si possa ricavare una teoria politica compiuta, quanto perché l’espressione «Woke 1» contiene una periodizzazione. Presuppone che sia esistita una prima configurazione della politica progressista, riconoscibile attraverso alcuni tratti — il primato delle questioni identitarie, la centralità delle culture wars, la politicizzazione del linguaggio, la critica delle istituzioni repressive, una particolare attenzione alla rappresentazione e al riconoscimento — e che quella configurazione sia oggi entrata in una fase di revisione.
La sinistra avrebbe esagerato: troppo defund the police, troppo linguaggio accademico, troppa attenzione alle dispute simboliche, troppo poca capacità di parlare a chi lavora, paga un affitto, teme di perdere il posto, non riesce ad accedere alla sanità o vede diminuire il proprio reddito reale. La correzione consisterebbe dunque in una sorta di ritorno alla «questione sociale»: salari, casa, sanità, istruzione, lavoro, redistribuzione. Ma una simile interpretazione rischia di fermarsi alla superficie. Se il Woke 1 viene semplicemente archiviato come una fase di radicalismo mal calibrato, non si comprende perché quella forma di politicizzazione sia stata possibile, perché abbia acquisito tanta influenza e, soprattutto, perché abbia trovato un terreno così favorevole proprio nelle società occidentali attraversate da decenni di neoliberalismo.
La domanda non è dunque soltanto se la sinistra sia stata «troppo woke». La domanda è: perché conflitti sociali materiali siano stati progressivamente tradotti in conflitti culturali?
E questa domanda obbliga a spostare il discorso dal piano della strategia elettorale a quello della storia sociale. Le culture wars non sono semplicemente un insieme di controversie sui valori. Sono anche una forma attraverso la quale una società nella quale le tradizionali modalità di organizzazione del conflitto sono state indebolite cerca di rappresentare le proprie contraddizioni.
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“Il Woke è morto, viva il Woke!”
di Andrea Zhok*
Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”
1) IL CONFORMISMO MANNARO
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane.
In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale. Esso ha sempre funzionato soltanto come un dispositivo stigmatizzante, che minacciava i non conformisti di “sanzioni morali”, e in un secondo tempo anche di sanzioni materiali. La principale caratteristica del “woke” è che il discorso argomentativo non è mai stato accettato, le obiezioni non sono mai state accolte su un possibile piano di pari dignità, le tesi sono state sempre calate dall’alto (promosse da uffici politici di minoranze combattive) e imposte con l’implicito ricatto che chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista”, insomma un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti.
Questo “conformismo mannaro”, questo meccanismo di stigmatizzazione e bullizzazione ha sempre funzionato eccellentemente solo nei gruppi sociali apicali, quelli che funzionano essenzialmente per cooptazione, cioè attraverso il consenso interno al gruppo di appartenenza: giornalisti, accademici, magistrati, ecc.
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I "terroristi" siamo noi!
Genealogia occidentale della violenza e monopolio politico delle parole
di Lavinia Marchetti
Abbiamo costruito per ottant’anni la figura del terrorista come colui che minaccia l’Occidente, che ci odia per i nostri “valori”. In realtà ci basterebbe aprire un atlante, leggere qualche archivio declassificato, ma anche solo studiare qualche libro di Storia e contare i governi rovesciati nei decenni, le città bombardate, la storia del colonialismo, della schiavitù, delle deportazioni. A quel punto, dopo questi semplici passaggi, diventa molto complicato collocare la parola “terrorismo” fuori da noi, solo sugli altri.
IL PRIVILEGIO DI NOMINARE
Una bomba fatta esplodere in un mercato da un’organizzazione clandestina è considerato “terrorismo”, giustamente. Invece una bomba sganciata da un aereo o da un drone su un quartiere abitato, che uccide 10 volte il numero delle persone della precedente, ma sganciata da uno Stato a noi affine, la definiamo appartenente alla “guerra strategica”. L’intento è il medesimo, seminare panico e creare distruzione. Dunque, perché usiamo denominazioni diverse? Secondo la Treccani, il terrorismo è l’uso della violenza o della minaccia di violenza contro civili o obiettivi non combattenti, con lo scopo di incutere terrore e ottenere finalità politiche.
Edward Said aveva colto con particolare lucidità il potere politico nascosto nel linguaggio, che non riguardava solo il fatto di descrivere la realtà, questo era già lapalissiano ai tempi dei Greci e del Romani, ma la capacità di decidere che cosa conta come realtà e che cosa no. Nel 1987 recensì Terrorism: How the West Can Win, volume curato da Benjamin Netanyahu (esattamente lui). Quel testo, ripubblicato quest’anno da Limes (n. 10/2026, p. XX), diventò per Said un caso esemplare. La sua critica toccò dei punti che per noi, oggi, studiosi e osservatori, appaiono attraverso le sue parole, molto chiari. Said ci spiega che nella cultura politica israelo-americana il “terrorista” non è più una persona che compie un’azione in un contesto storico e politico determinato, ma diventa una categoria fissa, quasi naturale, aggiungo io: una specie di archetipo, di tipo psicologico.
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Turchia e Israele ai ferri corti, e due “Nato” in ballo
di Dante Barontini
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti.
La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.
L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.
La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.
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Strategia USA sull'Iran: come evolverà la Terza guerra del Golfo?
di Giuseppe Masala
Quando il 28 Febbraio, è iniziata la Terza Guerra del Golfo che vede contrapposti gli USA di Trump e il suo cane da guerra israeliano da una parte e dall'altra l'Iran degli ayatollah è stato immediatamente chiaro che si era di fronte ad uno snodo fondamentale che avrebbe deciso i futuri assetti mondiali. Tale valutazione è legata fondamentalmente a due aspetti relativi a quest'area di mondo: da un lato il Medio Oriente è un area chiave per la produzione di petrolio e gas in un mondo sempre più affamato di energia e, dall'altro lato. è anche l'area fondamentale per innescare il cosiddetto meccanismo del petrodollaro, ovvero quel meccanismo monetario incentrato sulla quotazione e vendita del greggio in dollari statunitensi che è alla base del dominio della finanza americana sul mondo.
A distanza di sei mesi da questo evento possiamo trarre alcune conclusioni fondamentali pur tenendo conto che siamo lontani da una risoluzione del conflitto:
- L'Iran è riuscito a resistere alla potenza militare americana sia essa navale, che aerea, che missilistica; ma anche - e sopratutto - a quel dispositivo olistico definito Full Spectrum Dominance grazie all'uso strategico di tutti gli strumenti militari, compresa la manipolazione psicologica di massa, attraverso la propaganda e la cyberwar, destabilizza i paesi attaccati dagli USA e ne fa crollare le istituzioni. Degna di nota è la scelta iraniana di trasferire tutte le infrastrutture strategiche nel sottosuolo, a partire dalle fondamentali fabbriche di armamenti.
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La questione nazionale-popolare e il vincolo esterno europeo
di Lucio Baccaro
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei debiti sovrani, e una prolungata stagnazione dei redditi, tranne quelli dei super-ricchi.
Negli ultimi anni alcuni intellettuali hanno messo in evidenza aspetti essenziali dell’Ue. Essa è una “macchina da liberalizzazioni” difficilmente conciliabile con gli orientamenti di una sinistra che voglia rimanere tale (Wolfgang Streeck). Lo spostamento di materie fondamentali di politica economica dal livello nazionale a quello europeo ha prodotto un tendenziale svuotamento della democrazia intesa come capacità di scegliere fra alternative sulla base delle preferenze della maggioranza (Fritz Scharpf e Peter Mair).
Mentre si approfondisce il deficit democratico europeo, il poco che resta della democrazia sostanziale rimane ancorato al livello nazionale e subnazionale.
Recentemente mi era sembrato che si facesse largo anche a sinistra una maggiore consapevolezza critica sulla natura dell’Ue e sui vincoli che essa pone a una politica fondata su piena occupazione, riduzione delle diseguaglianze, sostegno al lavoro, rafforzamento del welfare.
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Lo studio sedicente “indipendente” che nega il genocidio a Gaza: ecco chi c’è dietro
di Francesca Moriero*
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele.
L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate all’espansione coloniale nei territori occupati.
L’asse tra Wall Street, gli evangelici e l’ultra-destra di Trump
Dietro la pretesa di neutralità si muove l’artiglieria pesante della lobby politico-finanziaria statunitense. Strutture come la Maccabee Task Force e l’Israeli-American Council (IAC) non sono circoli culturali, ma terminali d’influenza sistematicamente alimentati dal portafoglio della famiglia Adelson, con Miriam Adelson in prima linea, tra i più generosi finanziatori delle campagne elettorali di Donald Trump. Non è un caso che lo stesso Trump sia stato più volte acclamato come ospite d’onore ai loro congressi.
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