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Cecità selettiva
di Luca Malgioglio
Già da prima della sua uscita, il libro Contro la scuola neoliberale (Milano, Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, ha ricevuto attacchi al limite del grottesco; poco dopo è partita una vera e propria campagna contro il film D’istruzione pubblica, denuncia dello smantellamento neoliberale del nostro sistema di istruzione diretta da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Va detto che le due opere, uscite in contemporanea, sono molto diverse tra loro, non solo, come è ovvio, nella scelta del mezzo utilizzato, ma anche nella lettura che si dà della crisi indotta nel sistema scuola in una fase estrema del capitalismo. Il punto però è un altro: al di là delle singole questioni, si ha l’impressione che il polverone sollevato contro entrambe le opere, soprattutto a partire da alcune bacheche social su cui i commenti rimbalzano con tag e citazioni reciproche, serva a far scomparire alcune questioni fondamentali, che in qualche modo vengono sollevate sia dal libro che dal film. Tra le tante di cui si potrebbe parlare, le più rilevanti mi sembrano queste:
1) Autonomia scolastica. È vero che esiste una lunga tradizione riconducibile a un pensiero di sinistra nel chiedere autonomia rispetto al centralismo statalista. Ma va detto chiaramente che l'”autonomia scolastica”, come ideologia e dispositivo normativo realizzato dal 1997 in poi, non ha assolutamente nulla a che fare con quell’idea di autonomia come libertà di sperimentazione didattica e pedagogica rispetto alle rigidità centralistiche invocata negli anni ’60 e ‘70. Quando si parla di autonomia, si utilizza con colpevole ambiguità la stessa parola per due cose completamente diverse, o per meglio dire opposte (basti pensare al contrasto insanabile tra collegialità scolastica e una figura di dirigente-dominus del tutto aliena rispetto alla natura e agli scopi dell’istruzione pubblica); e lo si è cominciato a fare all’epoca della “riforma” berlingueriana per far digerire a sinistra cose altrimenti improponibili. Prova ne sia il fatto che l’autonomia scolastica recepisce in pieno le indicazioni del pensiero economicistico neoliberista: all’epoca, e nemmeno troppo tra le righe, lo si ricavava dalle parole dello stesso Luigi Berlinguer.
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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Prima
di Alessandro Visalli
In questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare alla fine a una finestra dalla quale affacciarci.
Muoveremo nella prima stanza una lettura critica puntuale, di un interessante articolo[1] di Patrick Bond. In questo primo ambiente metteremo alla prova il suo frame analitico, nel secondo, lo confronteremo con il lavoro dei coniugi Patnaik. In questi primi due ambienti saranno presentate due versioni della ricezione contemporanea della Teoria della Dipendenza che fu oggetto di un mio libro nel 2020[2].
Nella terza stanza, la più ampia, finalmente esporremo un modello concettuale che può servire ad ampliare la percezione della dinamica Occidente/Brics. Lo scopo è di fornire le risorse analitiche per sfuggire al vicolo cieco nel quale, in modo diverso, mi pare ricadono sia Bond come i Patnaik nella loro ricerca di un “soggetto” di trasformazione. Soggetto che, nella forma da loro proposta, non esiste e non può esistere. Ovvero non può attivare la trasformazione del nostro mondo alla scala richiesta. Nello sviluppare questa critica utilizzo in parte risorse argomentative proposte in Classe e Partito[3].
La ragione della chiusura di Bond (e, per certi versi anche dei Patnaik) è che entrambi sono attivi politicamente nell’area di opposizione a due forme neoliberali che informano governi Brics. Si tratta di un atteggiamento più palese nel caso indiano, più mascherato in quello sudafricano. In particolare, il trauma di Bond, nato nel 1961, attivo nel ANC e nel primo governo Mandela, autore di testi importanti come Elite transition[4], e quindi deluso della direzione che il governo Sudafricano ha preso, di fronte alle sfide dello sviluppo di un paese altamente complesso e con ineguaglianze profonde, lo porta ad una postura molto comune. In sostanza si accontenta di aprire il conflitto sociale senza indicare alternative regolative e restando sostanzialmente sul gesto. Questa mossa, diversamente da quella dei Patnaik, risuona peraltro, e profondamente, con una certa linea critica del Marxismo Occidentale, oggetto dell’ultimo libro del noto storico e filosofo marxista Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale[5], e testo centrale di una trilogia che rappresenta il suo lascito più importante[6].
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L'Impero Occidentale: Il Grande Buco Nero
di Carlos Javier Blanco Martín
Il tramonto dell'Impero d'Occidente sarà sanguinoso e porterà il mondo sull'orlo della distruzione.
Parlo dell'Impero Occidentale nel seguente senso: questo concetto consiste fondamentalmente in un nucleo centrale, gli Stati Uniti, e nella sua estensione, l'entità sionista. A sua volta, l'entità sionista, oltre a essere un'estensione, è una sorta di tumore duplicato che si annida nel cuore stesso del potere americano e, dal 1948, anche in Oriente.
L'entità sionista è comandata da sionisti cristiani ed ebrei sionisti sul lato americano, e da ebrei sionisti sul lato orientale.
La sua violenza fanatica e millenaristica, pseudo-religiosa, il perseguimento di programmi, piani e obiettivi di natura suprematista rendono questa entità un pericolo per gli stessi americani, in una parte del mondo, e un orrore per i popoli arabi (musulmani e cristiani), persiani e altri vicini nella parte orientale.
Questo Impero occidentale ha una cintura di alleati-vassalli , rappresentata dagli inglesi e da altre nazioni dominate dagli anglosassoni. Attualmente, durante il secondo mandato di Trump, è ormai chiaro che gli altri stati dell'Europa occidentale (Germania, Francia, Italia, Spagna, ecc.), dominati dall'UE autocratica, non godono del doppio status di alleati-vassalli , ma sono semplicemente vassalli.
Le reazioni dei leader europei alle frequenti umiliazioni trumpiane nel corso della guerra in Ucraina, in Iran e anche nel corso del genocidio a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, non lasciano spazio a dubbi: gli europei occidentali sono sempre stati stati vassalli sin dalla sconfitta del nazismo nel 1945.
La sconfitta di questo regime mostruoso, guidato da Hitler, fu al tempo stesso la sconfitta di una civiltà in declino da decenni: la civiltà europea. I nazisti, e in particolare la fazione razzista hitleriana, dilapidarono completamente il potenziale egemonico della Germania e si scagliarono follemente contro la Russia.
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Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro
di Jeko Calabrone
Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.
In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.
Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.
Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.
Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti.
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Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra
di Davide Malacaria
Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l'attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall'orizzonte...)
La decisione di Trump di ripristinare il traffico dello Stretto di Hormuz aiutando petroliere e navi merci a superare, sotto la supervisione delle forze armate statunitensi, lo sbarramento iraniano, allarma non poco perché ha tutta l’aria di un passo verso la ripresa delle ostilità.
Secondo la ricostruzione di Axios, giovedì scorso a un Trump sempre più frustrato dallo stallo sarebbe stato presentato un piano per riaprire lo Stretto con la forza, ma egli ha optato per un’iniziativa più soft, un piano in cui si prevede che le forze statunitensi aiutino “le navi battenti bandiera americana e altre navi commerciali ad attraversare lo Stretto, fornendo loro le dovute avvertenze su come evitare le mine e rimanendo pronte a intervenire in caso di attacco da parte dell’Iran”.
L’Iran ha prontamente dichiarato che il transito non autorizzato sarebbe stato intercettato e, a quanto pare, è già accaduto stamane, con le difese iraniane che avrebbero respinto un cacciatorpediniere che si apprestava a entrare nello Stretto colpendolo con due missili, notizia che però gli Stati Uniti hanno negato.
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Trump e il ritiro delle forze USA: forse non tutti i mali vengono per nuocere
di Gianandrea Gaiani
Donald Trump continua a dare i voti in pagella agli (ex) alleati della NATO minacciando di colpire le nazioni meno ubbidienti ai suoi diktat con punizioni che variano dall’aumento degli immancabili dazi alla promessa di ritirare o ridurre le truppe e le basi militari statunitensi in Europa.
Tra i “cattivi” della NATO che secondo Trump non hanno aiutato gli USA nella guerra in Iran il mirino della Casa Bianca si è posato su Germania, Spagna e Italia.
Non sorprende che, come è sempre accaduto con tutte le amministrazioni statunitensi, il “bersaglio grosso” sia la Germania, locomotiva (n realtà un bel po’ acciaccata) dell’Europa. Al cancelliere Friederich Merz il presidente americano ha riservato un paio di “uno-due” da esperto boxeur per punirlo delle affermazioni sulla guerra all’Iran.
Con una lucidità che non sempre balena dai suoi discorsi, Merz ha affermato quello che è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che Teheran “sta umiliando un’intera nazione“, con riferimento agli USA.
Poiché Trump è implacabile nel punire il reato per lui più grave, quello di “lesa maestà”, al malcapitato Merz è stato prima annunciato il ritiro di almeno una parte dei 39 mila militari stanziati in una quarantina di basi sul territorio tedesco, poi impartito il severo consiglio di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.
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La storia, che non sapeva di essere finita -3
di Il Chimico Scettico
Il secondo decennio del XXI secolo in Italia è stato determinato dalle conseguenze del 2010. E a questo riguardo i dati sull'emigrazione degli italiani forniscono un segnale inequivocabile.

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Le ali di vetro dell’oligarchia
di Mario Sommella
Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica
Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.
Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.
Il club degli undici, e tutti gli altri
I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.
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Il trucco del “denaro dal nulla” e l’agenda di Trump. Fuga dal dollaro
di Francesco Cappello
Gli USA non hanno abbastanza soldi per armi e nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale e altro ed ecco che il governo decide di cambiare le regole per le banche. Normalmente, una banca deve tenere una parte dei soldi al sicuro in forma di riserva come garanzia. Con le nuove regole proposte da Scott Bessent, il segretario al tesoro USA, le banche possono tenere molto meno denaro reale e usare come garanzia una semplice promessa di prestito da parte della banca centrale (è un po’ come se tu andassi a fare la spesa e il negoziante accettasse come pagamento non i tuoi soldi, ma la promessa che tuo padre ti presterà dei soldi in futuro se ne avrai bisogno) (vedi nota [1]). Questo permette alle banche di creare una valanga di nuovo denaro da investire nei settori che interessano al governo, come le industrie militari.
INFLAZIONE DA SPESE MILITARI SUPPLEMENTARI
Ovviamente, in questo stato di cose, mentre le grandi aziende e chi possiede azioni in borsa diventano sempre più ricchi grazie a questo fiume di denaro, il cittadino comune subisce l’effetto opposto. Questo accade perché quando circola troppo denaro, ma la quantità di beni che è possibile comprare (pane, benzina, ortofrutticoli ecc.) non aumenta, i prezzi salgono inevitabilmente. È il concetto di inflazione. Se in un’isola ci sono solo 10 cocchi e 10 monete, ogni cocco costa 1 moneta. Se improvvisamente arrivano altre 90 monete ma i cocchi sono sempre 10, ogni cocco inizierà a costarne 10. Tu hai più monete in tasca, ma compri le stesse cose di prima, anzi, spesso meno, perché gli stipendi non salgono alla stessa velocità dei prezzi dei cocchi.
LA RIVOLTA DEGLI INVESTITORI STRANIERI
Per finanziare le sue spese, lo Stato americano emette dei “pezzi di carta” chiamati titoli di Stato: chi li compra presta soldi allo Stato e lui ti promette di ridarteli con un piccolo interesse dopo qualche anno.
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Il mistero (poco misterioso) della scomparsa del diritto internazionale
di Luca Benedini
In questi mesi, innumerevoli voci continuano a levarsi da tantissime parti del mondo a lamentare (quanto mai giustamente) la disapplicazione del diritto internazionale vigente. A queste lamentazioni, spesso le medesime voci aggiungono anche interessanti (e non di rado sostanzialmente valide) analisi su che cosa stia portando l’umanità e il mondo a questa brutale situazione che per molti versi ricorda l’ottocentesco selvaggio West statunitense dove in pratica vigeva semplicemente la “legge del più forte”, con tutte le violente e drammatiche conseguenze odierne di questo....
C’è tuttavia un aspetto che sembra sostanzialmente mancare in questa serie di lamentazioni e di analisi: il fatto – e l’esplicita consapevolezza che dovrebbe derivarne – che, in qualsiasi situazione e su qualsiasi scala (da quella locale a quella appunto internazionale), la forza del diritto si basa non solo sugli accordi, sui patti e sulle decisioni pubbliche presi in passato e non ancora sostituiti da più nuove deliberazioni “ufficialmente riconosciute” ed eventualmente sul valore umano, pratico, etico e culturale di tali accordi, patti e decisioni, ma anche e necessariamente sulla presenza sia di sanzioni ed eventualmente punizioni per chi non rispettasse il diritto vigente, sia di azioni precauzionali ed eventualmente difensive per proteggere la comunità da chi appunto volesse danneggiare la comunità stessa proprio non rispettando il diritto in questione. Inoltre, evidentemente, per attuare all’occorrenza queste sanzioni e/o azioni occorrono sia personale umano (cui spesso si fa riferimento con termini come “forze dell’ordine” e “magistratura”), sia regolamentazioni adeguate e accurate (e conformi ai diritti umani riconosciuti, alla legislazione generale vigente, ecc.) per le varie attività di tale personale, sia strutture operative collegate alle attività in questione: strutture come sedi organizzative, tribunali, centri di detenzione per le persone che risultassero pericolose per la comunità, mezzi operativi (che nel mondo moderno e nell’ambito specifico della vita pubblica hanno ovviamente a che fare innanzi tutto con mezzi di trasporto e armi), e così via.
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Pedro Pedro Pedro Pedro Pè…
di Nico Maccentelli
Non era Santa Fè come nel noto brano della Carrà, ma Barcellona. Lì, il 18 e 19 aprile scorsi è avvenuto quello che sembra essere stato il primo atto di un’internazionale antifascista e progressista sotto l’egida di Pedro Sanchez, segretario del Partito Socialista spagnolo, con partecipanti di riguardo come i capi di stato Lula da Silva dal Brasile, la Sheinbaum dal Messico, Gustavo Petro dalla Colombia.
Ci sarebbe molto da dire sulla bontà politica di certi rappresentanti, come quella euroliberista del PD di Elly Schlein o di certi collegamenti da remoto, come quello con Hillary Clinton. Ma tant’è che di frasi roboanti sul progresso, la giustizia sociale, l’ecologia, la pace si sono sprecate senza mai toccare per un nanosecondo le vere cause della situazione in cui oggi versa il mondo tra guerre, genocidi, predazioni dichiarate in spregio del diritto internazionale.
Del resto è stato come da tradizione socialdemocratica, che da sempre vuole farci convivere con un sistema che produce tutte queste belle robine, facendoci credere che sia possibile conciliarlo con giustizia sociale, pace e ambiente. Ancora una volta questo paradigma politico che risorge come araba fenice tutte le volte che la crisi di sistema diventa insopportabile per le masse popolari, dimentica la causa principe di questo andare verso l’escalation bellica e la barbarie, ossia il capitalismo in quanto tale.
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La “guerra a rate”, senza inizio e senza fine
di Dante Barontini
Se si sceglie un truffatore come Presidente, poi non ci si può lamentare di essere truffati tutti i giorni. Neanche se sei ancora “la prima superpotenza” (ma non più l’unica, come dal 1991 in poi…).
La nuova truffa di Trump si chiama “guerra a rate” e sembra mutuata direttamente dall’esperienza di immobiliarista.
Ieri scadevano infatti i 60 giorni che la Costituzione Usa concede a un presidente per impegnarsi in una guerra anche senza il benestare del Congresso. In una repubblica democratica parlamentare è infatti il potere legislativo l’unico depositario della scelta tra guerra e pace, anche se si riconosce che un’amministrazione possa essere obbligata ad agire “con urgenza” – e la guerra si gioca quasi sempre sulla rapidità d’azione – e quindi per i primi due mesi lascia fare al Commander in chief. Poi si vota…
Sapendo bene che il Parlamento avrebbe avuto una maggioranza contraria alla prosecuzione della guerra all’Iran, perché anche una parte del suo mondo “Maga” la ritiene sbagliata, Trump ha fatto ricorso alla sua inventiva truffaldina: siccome dal 7 aprile i bombardamenti sono stati sospesi, e l’Iran ha rispettato il cessate il fuoco, allora le ostilità… sono finite!
“Il 7 aprile 2026, ho ordinato un cessate il fuoco di due settimane. Il cessate il fuoco è stato successivamente prorogato. Non ci sono stati scambi di colpi tra le forze statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026“, ha scritto Trump venerdì allo Speaker della Camera Mike Johnson. “Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate“.
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Un’utopia disciplinata. Domenico Mario Nuti e la costruzione istituzionale di un socialismo democratico
di Renzo Daviddi
Renzo Daviddi ricostruisce la proposta di Economia di Mercato Socialista avanzata negli scorsi anni da Domenico Mario Nuti. Muovendo dalla critica al capitalismo deregolato e alla pianificazione rigida e non democratica, Nuti delinea un assetto “ibrido” in cui i mercati funzionano come meccanismi di coordinamento decentrato vincolati e orientati ex ante da obiettivi pubblici espliciti. Questa è, per Nuti, una “utopia disciplinata”, un principio regolativo e realistico per costruire alternative democratiche al capitalismo contemporaneo
In un articolo apparso sul numero scorso del Menabò Emilio Carnevali osserva come lo studio comparativo di sistemi economici alternativi sia scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale e sostiene che questa rimozione sia stata affrettata e dannosa, anche perché confrontare modelli diversi aiuta a immaginare alternative credibili. L’articolo si chiude notando che lo studio comparativo dei sistemi economici può offrire strumenti non soltanto per capire meglio il passato ma anche, e soprattutto, per leggere criticamente il presente e progettare il futuro.
Sono convinto che le conclusioni di Carnevali sarebbero state ampiamente condivise da Domenico Mario Nuti, che occupa una posizione di primo piano nella storia recente dell’economia comparata, tanto per l’ampiezza degli oggetti di studio affrontati quanto per la profondità teorica e la capacità di coniugare analisi storica, istituzionale e macroeconomica e che il Menabò ha ricordato all’indomani della sua scomparsa alla fine del 2020.
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Assalto alla Flotilla: la ricostruzione esclusiva per L’Indipendente
di Dario Lucisano
«Abbiamo notato una quantità anomala di droni volare ad altezza progressivamente sempre più bassa, quasi a piano d’acqua. Poi abbiamo visto delle luci verdi avvicinarsi alle imbarcazioni, per infine abbordarle. Erano i gommoni dell’esercito israeliano». Inizia così la ricostruzione dell’aggressione notturna alla Global Sumud Flotilla che un membro della missione umanitaria ha fornito a L’Indipendente. A rilasciare la testimonianza esclusiva è Simone, del Gruppo Autonomo Portuale di Livorno, imbarcatosi per partecipare alla seconda missione dell’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. «Qualcuno è scosso, ma stiamo bene», ci rassicura Simone, mentre ci racconta quanto successo. Le navi della GSF si trovavano al largo delle coste di Creta, in acque internazionali; dopo l’abbordaggio israeliano, si sono dirette verso le acque territoriali greche, mentre le IDF arrestavano oltre cento attivisti. Al momento, la flotta sta venendo scortata da due fregate greche, e si sta dirigendo verso un punto di ritrovo da dove organizzerà i prossimi passi della missione.
L’attacco di ieri sera è iniziato attorno alle 21 – ora italiana. In quel momento, Simone si trovava a bordo di una delle imbarcazioni della testa laterale della flotta, motivo per cui la sua nave non è stata abbordata. «Hanno approcciato le barche che si trovavano a distanza ravvicinata», ci spiega Simone. «A noi hanno inviato un messaggio, ma abbiamo proseguito per la rotta».
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Il sultano biscazziere. Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa
di Fulvio Grimaldi
Concorrenza? Convivenza? Connivenza?
O tutte e tre le strategie a seconda della fase?
L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.
La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione. Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.
Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.
Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara.
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Melonomics. Come smantellare lo Stato sociale proclamandosi sovranisti
di Alessandro Volpi
I tartassati
La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.
A questo proposito è utile citare il caso delle banche. In Italia, l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati, nel 2025, ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati solo poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi.
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Una “razionalità” all’opera
Introduzione a Scuola e insegnanti nella società neoliberale
di Fabrizio Capoccetti
Fabrizio Capoccetti: Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto, Meltemi, 2026
Negli ultimi decenni, il mondo dell’istruzione è stato investito da grandi trasformazioni volte a fare della scuola un organismo interno alle logiche di mercato, un’agenzia formativa fra le altre, caratterizzata dal tipo di apprendimento che sarebbe in grado di favorire; un apprendimento “formale”, ovvero intenzionale dal punto di vista del discente e convalidato da apposite certificazioni, distinto da quello “informale” risultante dalle pratiche della vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero) e da quello “non formale” che si ottiene mediante attività pianificate sebbene non esplicitamente in vista di un apprendimento (CCE 2000). Alla trasmissione del sapere e al valore un tempo assegnato alle conoscenze si va sostituendo “l’approccio per competenze” (Pellerey 2011); l’attenzione per la qualità dell’insegnamento lascia il passo a una retorica esaltazione dell’apprendimento (Biesta 2017), a sua volta funzionale alla personalizzazione dell’“offerta formativa” che finisce per neutralizzare la carica emancipativa dell’istruzione intesa come diritto universale; al sistema di classificazione per titoli e diplomi viene affiancandosi una sempre più pervicace attività di certificazione che, anziché giudicare il grado d’istruzione degli studenti e il livello di maturità raggiunto mediante l’acquisizione del sapere, pretende di misurare oggettivamente il loro “capitale umano” (Becker 1964). L’individuazione del fattore decisivo dell’investimento educativo nel capitale umano induce a considerare l’istruzione e la formazione come esterne ai luoghi istituzionali a esse deputati: la scuola e le università diventano “il terreno per una progressiva colonizzazione da parte del mondo dell’impresa” (Foucault 2005b), mentre qualunque tipo di relazione di cura e accudimento viene ricodificata come un’attività economica. L’attenzione per l’apprendimento a scapito dell’insegnamento apre la strada alla colonizzazione della pedagogia da parte di una psicologia resasi ormai funzionale a uno studio economico dei comportamenti, decisamente in linea, del resto, con una scienza economica sempre più interessata a trattare i comportamenti economici dal punto di vista psicologico (Hayek 1952).
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Il riarmo europeo: contraddizioni strutturali e trasformazione incompiuta di un progetto politico
di Gerardo Lisco
Organizzato dall’Associazione MEDinMezzogiorno, l’incontro-dibattito “L’Europa e il suo futuro nel nuovo ordine globale” ha offerto l’occasione per riflettere su una trasformazione che attraversa oggi l’Unione Europea in modo tanto evidente quanto poco tematizzato. Gli interventi di Giancarlo Bosetti e Gianni Pittella, entrambi espressione di un europeismo convinto, hanno infatti finito per mettere in luce — anche al di là delle intenzioni — un nodo critico che riguarda la natura stessa del progetto europeo: l’Unione sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità strategiche senza che questa ridefinizione sia accompagnata da una corrispondente elaborazione politica e democratica.
La questione del riarmo europeo si colloca precisamente dentro questa trasformazione. Parlare di un’Unione “guerrafondaia” può apparire improprio, ma funziona come dispositivo analitico per far emergere una tensione reale: l’Europa nata per neutralizzare la guerra si trova oggi a rafforzare la propria dimensione militare come risposta sistemica alle crisi. Non si tratta di una scelta esplicitamente dichiarata, né di una svolta ideologica compiuta, ma piuttosto di un processo graduale, alimentato dall’accumularsi di vincoli esterni e dall’incapacità di risolvere le contraddizioni interne.
Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario tornare alla genesi del processo di integrazione. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non fu semplicemente un accordo economico, ma un dispositivo politico volto a rendere materialmente impossibile il conflitto tra Stati europei, in particolare tra Francia e Germania.
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Il cielo sopra Israele sta diventando cupo
di Gideon Levy*
Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane.
Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.
Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.
In quegli anni non sapevamo nulla della Nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.
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Primo Maggio: ridarci l’occasione per comprendere la situazione in cui siamo precipitati
Tre domande di Alberto Deambrogio a Giovanni Mazzetti
Alberto Deambrogio: Professore, oggi l’intelligenza artificiale e l’automazione spingono la produttività verso vette inimmaginabili, eppure il dibattito pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sulla ‘distruzione’ di posti di lavoro. In che modo questa enorme capacità tecnica può invece diventare la base materiale per quella che lei definisce la ‘fine del lavoro salariato’, trasformando il tempo risparmiato dalle macchine in tempo di vita per l’individuo?
Giovanni Mazzetti: Purtroppo il cambiamento al quale fai riferimento non può scaturire meccanicamente dalle conquiste tecnologiche in questione. Affinché esso possa intervenire sono necessarie trasformazioni nella struttura della soggettività attraverso le quali si riconoscono i limiti del rapporto di lavoro salariato e ci si spinge al di là di esso. Questo rapporto ha funzionato egregiamente, come dice Keynes, per tirarci fuori dalla condizione di miseria nella quale i nostri antenati hanno vissuto, ma non può “permetterci di godere dell’abbondanza una volta che questa è stata conquistata”. Un vago movimento in questa direzione ci fu nel corso degli anni cinquanta e settanta col prevalere del sistema dei diritti sociali, col quale si cominciò a soddisfare i bisogni cercando di dare alla vita collettiva una forma che riconosceva il cambiamento nelle condizioni economiche, con l’instaurarsi di un grado di libertà dal bisogno immediato.
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Lelio Demichelis: l’assoluto digitale
di Costantino Cossu
La combinazione di tecnica e di capitalismo, intrecciati in un dispositivo fine a se stesso, volto esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione, ha originato un ordine di dominio totalitario che ha annullato ogni spazio di libertà e che minaccia di cancellare la vita stessa sulla Terra. Una tecno-archía dalla quale è impossibile uscire senza prima riconoscere, insieme con l’essenza del capitalismo, anche quella della tecnica e i modi specifici del reciproco potenziamento di tecnica e capitalismo.
Sono le tesi sostenute in Tecno-archía o La Nave dei folli. La banalità digitale del male (Derive Approdi), libro in cui Lelio Demichelis sistematizza una linea di ricerca seguita in altri testi (La religione tecno-capitalista, Sociologia della tecnica e del capitalismo, La grande alienazione, La società-fabbrica), aggiungendo qui una particolare attenzione allo sviluppo delle tecnologie digitali, a partire dall’intelligenza artificiale. Punto di avvio è l’interrogazione sull’essenza della tecnica. A definire la quale Demichelis convoca i maggiori teorici riconosciuti dell’autonomia di quest’ambito della prassi umana rispetto alla sfera economico-sociale. Da Martin Heidegger si arriva, attraverso Günther Anders e i francofortesi, a Jacques Ellul, Raniero Panzieri, F.G. Jünger, Emanuele Severino e Massimo Cacciari.
Sin dai primordi della storia dell’umanità la tecnica ha aggiunto un possibile artificiale al possibile naturale consentito all’umano.
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Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
di Carlo Di Mascio
L’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.
E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin
1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo
Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive.»2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.
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Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti
di Roberto Iannuzzi
Lo sterile ricorso a livelli esorbitanti di violenza non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano, causando invece enormi sofferenze alla popolazione civile
Lo scorso 8 aprile, all’indomani del cessate il fuoco raggiunto con l’Iran (che avrebbe dovuto includere anche il Libano), Beirut è stata investita da un violentissimo bombardamento israeliano.
In pochi minuti, interi palazzi residenziali sono stati sbriciolati, lasciando al loro posto macerie fumanti di cemento e metallo contorto. Decine di aerei israeliani hanno sganciato bombe e missili su un centinaio di bersagli nella capitale e in altre zone del piccolo paese confinante.
Il bilancio iniziale annunciato dal ministero della sanità libanese è stato pesantissimo: oltre 350 morti e più di 1.200 feriti. Nella capitale, gli attacchi hanno colpito quartieri residenziali e alcune delle vie commerciali più affollate.
“Oscurità Eterna” è l’emblematico nome che Israele ha attribuito all’operazione, come a suggerire una volontà di totale annientamento del paese vicino.
All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano guidato dal premier Benjamin Netanyahu aveva scatenato una campagna militare di inaudita violenza, supportata dal massiccio invio di armi americane, contro la Striscia di Gaza, polverizzando aree residenziali e infrastrutture civili.
In Libano, le forze armate israeliane hanno adottato le stesse tattiche: massicci bombardamenti aerei e arbitrari ordini di evacuazione su vasta scala, che hanno portato allo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone.
Sono state rase al suolo infrastrutture civili, villaggi e città di confine per far spazio a “zone cuscinetto” occupate dalle forze israeliane. Sono stati presi di mira ospedali, personale sanitario, soccorritori, giornalisti. Tutto nella sostanziale indifferenza e apatia internazionale.
Un cessate il fuoco mai rispettato
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Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro
di Andrea Inglese
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.
Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia
Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.
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Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo
di Lavinia Marchetti*
Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni.
In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile, nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo.
Le vittime sono marito e moglie: Nicola Fasciano, 65 anni, colpito vicino al collo e alla guancia, e Rossana Gabrieli, 62 anni, colpita alla spalla. Il ragazzo studia architettura, lavora come rider. In 13 secondi si è avvicinato, ha sparato, è ripartito.
Avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”. La Brigata ha ovviamente smentito di conoscerlo e di averlo tra i propri iscritti.
Non mi scaglio contro di lui. Non lo farò.
Non perché voglia minimizzare la violenza, che è reale e simbolica allo stesso tempo, e che ha lasciato due sessantenni feriti nel giorno della Liberazione.
Il punto è che Eitan vede da tre anni “la sua gente” che può sparare a chiunque senza nessuna ripercussione.
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