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"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic
di Laura Ruggeri*
Il movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.
Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.
Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.
Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".
Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.
Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.
Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi.
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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia
di Mario Sommella
I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata
Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.
Il paradigma della legge truffa
Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.
Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria.
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L’Europa tra dazi e missili
di Luca Lombardi
La guerra commerciale ingaggiata dagli Stati uniti in declino nello scenario globale prelude al conflitto armato su larga scala. E l'Ue che fa?
Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti solo con la forza – Lenin
L’attacco israelo-americano all’Iran segue a una crescita generalizzata di conflitti militari seppure in varie forme, dall’invasione «vecchio stile» dell’Ucraina da parte della Federazione Russa al rapimento del presidente Maduro a opera delle forze armate americane. La conflittualità politico-militare cresce di pari passo agli scontri economici e commerciali e ha le stesse cause: gli Stati uniti, e l’occidente nel suo complesso, non sono più in grado di frenare l’ascesa dei propri concorrenti con mezzi ordinari. Devono dunque ricorrere a guerre commerciali e a guerre vere e proprie. I due seguenti grafici mostrano bene questa escalation parallela:

(Fonti: a sinistra Wto; a destra Epu)
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L’arrogante impotenza di Washington
di Dante Barontini
Se li conosci, li eviti. O quanto meno fai verifiche triple prima di accettare un incontro…
Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano a proposito dei colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad.
A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.
A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.
A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).
Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata alla tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).
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Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi
di Antonio Martone
Fulvio Grimaldi, Uno sguardo dal fronte, Lad edizioni, 2026
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari.
Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.
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Trump impone a Israele la tregua in Libano. Netanyahu scioccato...
di Davide Malacaria
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell'alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti "scioccati" dalla sua determinazione
“Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!!!”. Così Trump su Truth social. Un vero e proprio ordine ribadito in un’intervista ad Axios: “Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria gli edifici. Non lo permetterò”.
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell’alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti “scioccati” dalla sua determinazione, che peraltro contraddiceva, almeno secondo essi, quanto concordato nell’incontro tra la delegazione israeliana e il Segretario di Stato Marco Rubio avvenuta a Washington martedì scorso, nella quale si era stabilito che l’IDF si riservava il diritto di colpire “per legittima difesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.
In pratica, nell’incontro con il neocon Rubio si era deciso per una tregua simile a quella entrata in vigore dopo il cessate il fuoco precedente, con Israele che l’ha violata quotidianamente adducendo motivazioni speciose e provocando centinaia di vittime.
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Impero in disfacimento: Hezbollah neutralizza il "Grande Israele"
di Kit Klarenberg - Al Mayadeen
L'8 aprile, l'entità sionista ha sferrato un colpo diabolico al cuore di Beirut, sganciando bombe da 450 kg su zone residenziali densamente popolate, uccidendo innumerevoli civili e ferendone molti altri. Uno dei più efferati massacri in Libano dalla fine dell'aggressione israeliana del 2024, ha segnato la ripresa dell'invasione dichiaratamente genocida di "Israele". Mentre le bombe continuano a piovere senza sosta, anche in concomitanza con i rari colloqui di persona tra le due parti, i coloni sostenuti dalla Forza di Occupazione Sionista si stanno muovendo rapidamente per stabilire una presenza permanente nel sud del Paese.
Qualsiasi improvvisa pausa nella guerra contro l'Iran, dovuta ai blocchi navali contrapposti dello Stretto di Hormuz, deve essere vista nel contesto della ferma determinazione dell'entità sionista ad annettere il territorio libanese, al servizio della "Grande Israele". L'incursione criminale di Tel Aviv, iniziata il 16 marzo e definita in modo orwelliano dai funzionari come "un'operazione di terra mirata contro obiettivi chiave", è stata solo dieci giorni dopo che i principali organi di informazione si sono degnati di definirla un'invasione.
Il 23 marzo , il ministro delle finanze di Tel Aviv, Bezalel Smotrich, un autoproclamato fascista, ha reso inequivocabili gli obiettivi di "Israele". Ha esortato la ZOF (Zero Opposition Force) ad annettere formalmente il Libano meridionale. Da allora, oltre un milione di persone sono state sfollate, migliaia uccise e infrastrutture civili rase al suolo in massa.
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Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza
di Fulvio Grimaldi
L’Iran vince anche in Libano
Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….
Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.
Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.
Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.
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“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”
"Sul piano politico la Nato è già disgregata"
Intervista al gen. Fabio Mini
l'AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo
Generale, almeno fino a oggi Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il sostegno dei propri alleati della NATO per la guerra contro l'Iran: la Spagna ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi e persino lo spazio aereo ai velivoli statunitensi. La Francia le si è accodata insieme all'Italia e alla Germania. È possibile che questa congiuntura possa realmente portare all’uscita degli Stati Uniti dalla NATO o comunque a una disgregazione di quest'ultima?
Sul piano politico la Nato è già disgregata. Alcuni Stati membri tergiversano in attesa che Trump se ne vada. Lo stesso Segretario generale con i suoi viaggetti da zerbino volante è il fantasma della Nato che da un lato utilizza la disgregazione come richiamo all’unità e alla coesione mentre dall’altro la alimenta sostenendo quei “volenterosi” schizofrenici che fingono di volere la Nato europea. La Nato che vediamo nell’ombra è il simulacro organizzativo che regge per assuefazione. Non penso che gli Usa lasceranno la Nato e anche se lo facessero eserciterebbero un controllo ancora più stretto ed esoso soprattutto a livello politico-strategico ed economico. Il disegno di Trump è quello di far pagare ai paesi europei dentro o fuori la Nato i cosiddetti “servizi resi all’Europa” nel passato e quelli da fornire per il futuro. Trump non considera che i regali fatti all’Europa durante tutta la guerra fredda e dopo non erano affatto regali e non erano a esclusivo beneficio degli europei. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Per decenni l’Accounting office del Congresso ha presentato una relazione annuale nella quale venivano elencati e monetizzati i “contributi esteri alla sicurezza americana”. Tutti i paesi europei erano elencati in ordine di “consistenza” del tributo. Il cosiddetto ombrello nucleare garantito attraverso la Nato era in realtà la trappola per circoscrivere lo scontro nucleare nel teatro europeo.
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Lombardia, locomotiva sotto pressione: crescita, lavoro e squilibri nel cuore industriale d’Europa
di Roberto Romano
In questo contributo, Roberto Romano, con l’ausilio di dati reali (e non immaginari), smonta alcune consolidate credenze sul ruolo della Lombardia come motore d’Italia, mettendo in evidenza come negli ultimi 20 anni la regione più ricca d’Italia si sia avviata verso un declino economico e sociale. In primo luogo la regione risente di un evidente calo demografico che riduce le potenzialità di crescita e di benessere. Il problema potrebbe essere mitigato solo da una diversa politica migratoria che faccia perno sul lavoro migrante regolare, valorizzato come fattore di potenziamento economico e non come fattore di dumping sociale e salariale in condizioni di clandestinità. Inoltre, l’aumento del divario nella crescita economica tra Italia e Lombardia nei confronti dell’Europa viene spesso imputato alla mancanza di investimenti. I dati dicono il contrario. Ciò che conta non è infatti la quantità ma la qualità. Una qualità che, a livello lombardo, viene compromessa da una minor spesa in R&S ma soprattutto dal fatto che la domanda di beni di investimento si traduce per il 50% in importazioni dall’estero. È il risultato dello scarrucolamento della produzione italiana verso processi di “de-specializzazione” produttiva o verso produzioni a basso valore aggiunto – che invece vengono rappresentate dalla retorica di governo come il futuro della nostra economia (il Made in Italy). In questo quadro, non può quindi stupire il calo dei salari reali, la stagnazione della produttività, il persistere della precarietà e l’emergere del lavoro “povero”. C’è poco da stare allegri.
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Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
di Stefano Porcari
Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il bando del gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una delle scelte suicide di Bruxelles, ma pur sempre centrale nello sforzo guerrafondaio contro la Russia.
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa“.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
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Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?
di Roberto Iannuzzi
L’aiuto discreto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana
Mentre l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, rapidamente sfociata in una guerra regionale, preannuncia una crisi energetica più grave di quella del 1973, numerosi commentatori hanno speculato sull’apparente basso profilo mantenuto da Russia e Cina nel conflitto.
Alcuni hanno osservato che, malgrado le dure espressioni di condanna dell’attacco israelo-americano e dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, né Mosca né Pechino sarebbero intervenute militarmente a sostegno di Teheran.
Molti hanno sostenuto che entrambe trarrebbero profitto da un conflitto che vede gli Stati Uniti impantanati per l’ennesima volta in Medio Oriente.
La realtà è più complessa e sfaccettata. Se è vero che Russia e Cina traggono alcuni benefici nel breve periodo da questa crisi, entrambe corrono gravi rischi a lungo termine da un’eventuale sconfitta dell’Iran.
E sia Mosca che Pechino hanno compiuto alcuni passi per sostenere Teheran, pur cercando di evitare uno scontro diretto con Washington e di inimicarsi le monarchie arabe del Golfo che subiscono la rappresaglia iraniana.
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Dove sta andando l'università? Declini resistibili
di Roberto Fineschi
Oramai quello che, all'interno della comunità accademica, era un malessere di alcuni sta diventando uno stato d'animo diffuso. Dove sta andando l'università (e la scuola, ma ovviamente ci sono delle differenze specifiche)?
Avendo lavorato per venti anni in programmi universitari americani ed essendo quello il modello verso cui la nostra università si è indirizzata, diciamo che ho avuto modo di vedere in anteprima le tendenze adesso in atto da noi e forse di avere di fronte a me nel presente il nostro futuro prossimo.
Credo, d'altra parte, che l'analisi non si possa limitare al proverbiale "o tempora o mores", ma necessiti di un inquadramento nel contesto delle tendenze di fondo di ciò che chiamo capitalismo crepuscolare. Ma partiamo dalle fattualità.
I programmi di studi all'estero, da sempre interpretati dallo studente statunitense con una certa "leggerezza", stanno diventando - e in parte già sono diventati - delle agenzie di viaggio. Si tratta di un andamento coerente nel tempo per cui gli studenti sono sempre meno interessanti, sanno di meno in partenza, studiano poco e dunque ottengono risultati accademici modesti… ma comunque vanno passati. Non solo, devono apparire anche "bravi", quindi passare con buoni voti. Altrimenti diventano molesti con una serie di conseguenze cruciali per l'università.
Se questa tendenza è dilagante nei programmi abroad, si sta diffondendo sempre più ormai anche "at home", con una facilitazione generale che è premessa di livelli più bassi, dunque di ulteriori facilitazioni in una spirale perversa che punta inesorabilmente verso profondità abissali.
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Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi
di Elia Buonora - Circolo Gap
Ricondividiamo l’interessante contributo di Elia Buonora, pubblicato sui social dal circolo Arci GAP di San Lorenzo, Roma. Elia fa emergere importanti elementi su come la politica sia ormai stata trasformata in un “mercato” in cui le varie forze politiche vendono lo stesso prodotto (ricette sociali da lacrime e sangue e politica estera guerrafondaia e imperialista), ma cambiano la “confezione”.
La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.
Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.
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Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.
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Il pedaggio dell’impero
di Mario Pietri
La guerra, in realtà, non è più qualcosa che potrebbe arrivare nei bilanci di famiglie e imprese: ci è già entrata, perché l’aumento dei costi energetici, l’impennata dei premi di rischio, la tensione sui noli, le prime difficoltà logistiche e la ricaduta sui prezzi finali sono già visibili; il punto, semmai, è che il danno già in atto potrebbe cambiare rapidamente scala e natura, perché se lo stallo attuale a Hormuz, con transiti quasi paralizzati, porti iraniani di fatto bloccati, minacce di estensione al Mar Rosso e al Golfo e un’intera regione sospesa tra deterrenza fallita e possibile incendio generale , dovesse protrarsi anche solo per altri quindici giorni, allora non assisteremmo più a un semplice aggravamento di tensioni già in corso, ma a un’accelerazione violenta della crisi, capace di trasformare rincari ancora relativamente gestibili in uno shock inflattivo, ritardi contenibili in interruzioni di approvvigionamento, tensione sui mercati in stretta creditizia, difficoltà industriali in frenata produttiva e malessere diffuso in un logoramento sociale molto più serio, perché quando energia, trasporti, credito e fiducia si deteriorano simultaneamente il sistema non scivola gradualmente verso la recessione: comincia a perderne il controllo. Le perturbazioni su Hormuz vanno infatti già ben oltre la regione e incidono su energia, trasporto marittimo e catene globali di fornitura.
E questo, conviene dirlo con chiarezza, è ancora lo scenario meno distruttivo, quello che presuppone che il sistema continui in qualche modo a reggere, sia pure sotto sforzo; perché nel momento in cui si aggiungesse anche una sola vera variabile di escalation, l’estensione delle operazioni ai porti del Golfo, una chiusura effettiva e non più solo minacciata di Hormuz, un blocco coordinato del Mar Rosso con il coinvolgimento attivo di attori regionali, allora il quadro cambierebbe natura e velocità, smettendo di essere una crisi energetica grave ma gestibile per trasformarsi in un evento sistemico globale, cioè in una rottura capace di interrompere le forniture, far impennare petrolio e gas, comprimere simultaneamente la crescita delle principali economie, destabilizzare i mercati finanziari e scaricare sulle società una pressione tale da convertire il disagio economico in instabilità politica.
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A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione
di Christian Laval
La questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato.
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La fiaba (derelitta) che circola sull'aggressione Usa all'Iran
di Andrea Zhok*
Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.
Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese.
Ok, giusto per intenderci.
La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.
Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...).
Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.
Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.
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Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo
di Pino Cabras
Sul Washington Post dell’8 aprile compare un editoriale firmato da Marc A. Thiessen, dal titolo “Iran thinks it has leverage. Here’s how Trump can prove it wrong”, ossia: “L’Iran pensa di avere una leva negoziale. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia”.
Il pezzo compare su una delle testate più rappresentative dell’establishment americano e Thiessen non è un opinionista qualsiasi. A suo tempo, scriveva i discorsi di Donald Rumsfeld — il superfalco del Pentagono negli anni della guerra in Iraq — e poi quelli di George W. Bush nei tornanti più caldi della “guerra al terrore”. È uno dei tecnici della retorica che ha contribuito a costruire per un quarto di secolo quella stagione di interventi militari presentati come necessità strategiche e poi rivelatisi catastrofi a largo raggio (ma non per i produttori di armi).
Il passaggio centrale dell’articolo merita di essere citato per intero:
«Quarto, condurre una raffica finale di attacchi mirati contro la leadership, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. Bisogna far capire ai leader iraniani che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato gradito a Trump. Se si rifiuteranno di farlo, saranno uccisi.»
Poche chiacchiere. Thiessen propone, con linguaggio piano e manageriale, che gli Stati Uniti usino la minaccia di morte come strumento ordinario di negoziazione diplomatica. Lo scrive su un giornale, con nome e cognome, e il giornale lo pubblica.
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Israele in Libano col passaporto turco
di comidad
La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.
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Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è
di Mimmo Porcaro
Mutamento e inerzia
Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.
A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.
Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie.
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In Memoriam: Romano Luperini (1940-2026)
di Erminia Passannanti
Ho conosciuto Romano Luperini nel 1990, in occasione della rassegna “Poesia ’90”, organizzata dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dove allora ero studentessa del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. In quell’occasione, Romano mi fu presentato da Federico Sanguineti, figlio del professore dantista e poeta Edoardo Sanguineti, con cui eravamo di recente diventati amici e il quale all’epoca era un giovane ricercatore. A quell’evento erano presenti anche Gregory Lucente, Robert Dombrowski, Piero Cataldi e Amelia Rosselli.
Con Romano si instaurò immediatamente un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Ricordo quando mi scriveva da Toronto, dove era Adjunct Professor, e la neve e la malinconia erano il tema principale delle sue osservazioni.
Fu un’amicizia preziosa quella che mi offriva: non soltanto un dialogo, con me, che ero ancora in una fase iniziale della mia formazione intellettuale, ma anche l’apertura a un circuito di amicizie internazionali, con suoi colleghi stranieri con i quali si parlava tanto in italiano quanto in inglese di argomenti che significavano l’esordio della mia passione letteraria. In particolare, con Robert Dombrowski mantenni fino alla sua dipartita dal mondo un forte legame di simpatia reciproca. Robert e Romano erano stretti da un’amicizia fraterna, corroborata negli anni dalla riflessione critica sull’opera di Carlo Emilio Gadda. La tragica fine di Robert in un ospedale di Parigi, per una acuta endocardite che non seppero curare, mentre aspettavo che venisse come mio ospite alla mia casa di Oxford, segnò traumaticamente Romano, che, accorso da Siena ad assisterlo, lo vide morire tra le sue braccia.
Il nostro rapporto fu inizialmente intenso e costante, sostenuto da uno scambio epistolare fitto e per molti anni ininterrotto. Conservo ancora tutte le lettere e cartoline che Romano mi mandava da Siena, caratterizzate dalla sua grafia minuta, irregolare e da una scrittura fitta: mi scriveva come se la nostra conversazione non dovesse mai finire.
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Lettera aperta a Flavia Manetti: niente di personale, anzi
di Algamica
Scegliamo la compagna Flavia Manetti per una discussione chiara e schietta, a viso aperto, senza rete, per definire alcune questioni teoriche, storiche e politiche di cui siamo stati permeati. Ponendo in premessa che di personale non c’è niente, per quanto riferito ai tanti compagni di militanza comune nelle varie organizzazioni che si sono succedute per oltre 50 anni, e men che meno nei confronti della diretta interessata, persona stimata, onesta, sincera, leale e generosa, nonché di un sano istinto anticapitalistico e antirazzista.
Ma il momento lo richiede, perché il modo di produzione capitalistico è entrato – e finalmente! – in una fase di crisi che ne approssima la sua fine e tutto il nostro vecchio armamentario soggettivista, col quale ci siamo battuti, è diventato un materiale arrugginito e inutilizzabile. Pertanto sarò sfrontato, non diplomatico, ma chiamando le cose per il loro nome.
Diciamo in premessa, attirandoci gli strali dei più, che una vera, radicale, critica al modo di produzione capitalistica è ancora tutta da scrivere. Storcano pure la bocca i tanti e i più, perché la verità è che il modo di produzione capitalistico è stato sì criticato, anche duramente, ma sempre e soltanto da un punto di vista di modello valoriale, supponendo, in modo malcelato, che potesse essere sostituito da un altro modello e da altri uomini, ad esso alternativo durante la sua esistenza. Abbiamo danzato intorno al totem del libero arbitrio come capacità dell’individuo di governare le leggi impersonali di un moto storico incentrato sullo scambio, piuttosto di capire che quelle leggi sottoponevano gli uomini alla loro dinamicità.
Non ci siamo mai correttamente interrogati sul fatto che se un modo di produzione dura per cinque, sei, settecento anni, e che si espande a macchia d’olio piuttosto che essere sconfitto e distrutto, ci saranno state o meno delle ragioni strutturali che i valori e/o i disvalori, nella funzionalità delle sue leggi lo hanno tenuto in vita finora.
Non avendo capito che si trattava di un moto storico, non potevamo capire che le classi che produceva erano tutte complementari, che, pertanto, nessuna di esse potesse dare l’assalto al cielo, separarsi dalle altre o da quella più importante, disarcionandola dal potere per instaurare la propria dittatura, quella della classe più “rivoluzionaria”, il proletariato, proprio quando con la crisi internazionale del modo di produzione imponeva agli operai di comportarsi, nei confronti del capitale, dei capitalisti e del capitalismo, come i girasoli rispetto al sole.
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Censura, sanzioni e doppi standard: un allarme europeo
di Elena Basile e Angelo D'Orsi
In Europa, la situazione sta degenerando. Il liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei.
L’onorevole Pina Picierno, forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta, all’interno, dal senatore Carlo Calenda e da qualche radicale e “+europeista”.
Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice, un professore universitario e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come Vauro Senesi, giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.
Il sen. Calenda ha tenuto una conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del libro di Angelo D’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la partecipazione, accanto all’autore, dell’ambasciatrice Elena Basile, dell’on. Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.
L’ambasciatrice è stata linciata sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario di grado medio-basso”.
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La Guerra dei Droni ha finito di smascherare la finzione europea: ora siamo tutti un bersaglio
di Pino Cabras
Mosca indica le fabbriche europee come bersagli, l’UE arma Kiev con filiere industriali integrate: la nuova evoluzione industriale-militare dei droni cancella ogni finzione e porta il continente dentro il fronte
La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino. Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno: aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence. Oggi quella rappresentazione non regge più. Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.
Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni. Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue: quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi. È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei: sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione; ora quella finzione è finita. E da questa consapevolezza non si torna indietro.
La foto di Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky davanti al drone kamikaze Anubis vale più di cento comunicati.
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La giravolta dell’Fmi: chi vuole la pace prepari l’austerity
di Emiliano Brancaccio
Secondo l’outlook 2026, se la guerra all’Iran va per le lunghe si rischia un calo della crescita mondiale fino a un punto e mezzo e maggiore inflazione fino a due punti percentuali
Un manuale d’istruzioni per l’economia di guerra. Così possiamo intendere l’ultimo outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale che dedica due interi capitoli ai risvolti macroeconomici di questi nuovi tempi di ferro e di fuoco.
Il Fmi riconosce tardivamente un fatto che già altri avevano segnalato. I conflitti in corso non sono più episodici ma descrivono una tendenza generale: «Il numero di guerre attive è aumentato fino a livelli che non si vedevano dalla fine della seconda guerra mondiale». E al momento non si intravedono inversioni di rotta: «Le dinamiche sono destinate a continuare».
Il Fmi non osa interrogarsi sulle cause di questa tendenza. Nella miope ottica dell’istituto di Washington, una teoria della “guerra capitalista” resta inconcepibile. Il conflitto militare viene quindi ancora visto come uno “shock” inatteso, una specie di maledizione caduta dal cielo. Il massimo che gli economisti del Fondo riescono ad ammettere, per adesso, è che la guerra non è più una fenomenale eccezione storica, ma sta diventando una sorta di “baseline”, una normalità del sistema.
In questa nuova normalità, si pone un problema di adattamento retorico. Qui l’istituto di Washington sembra cadere in uno spettacolare cortocircuito argomentativo: da un lato l’ideologia della guerra, dall’altro la scienza della pace.
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