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Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser
di Salvatore Bianco
Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione. Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.
Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”. Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.
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Forum WAPE 2026: l’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia
di Alessandro Lucchini
Il Forum internazionale dell’economia politica marxista
Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.
Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
“Salvare Smith dal neoliberismo”
Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.
Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.
Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.
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Il petrolio venezuelano monopolizzato da Washington
di Eric Toussaint
Riprendiamo da Counterpunch del 19 agosto un documentato articolo di E. Toussaint che illustra come Washington abbia ormai il totale controllo dei proventi petroliferi venezuelani, avendo ormai istituito con il Venezuela una relazione di controllo di tipo neo-coloniale. (Red.) https://www.counterpunch.org/2026/08/19/venezuelan-oil-monopolised-by-washington-what-has-become-of-the-oil-revenues-since-3-january-2026
Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare contro il Venezuela, che ha portato alla cattura e all’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, e al loro trasferimento negli Stati Uniti. Durante questo attacco, condotto con l’impiego di 150 aerei, circa cento persone hanno perso la vita, tra cui 32 cubani che avevano tentato di proteggere il palazzo presidenziale; le restanti vittime erano venezuelane. Poche ore dopo l’intervento, Donald Trump ha annunciato che Washington rivendicava temporaneamente il controllo del Venezuela e che avrebbe sfruttato le sue risorse petrolifere.
Questo intervento ha quindi segnato una svolta fondamentale nella storia recente del Venezuela. Il vicepresidente della Repubblica e altri funzionari hanno di fatto accettato la situazione e si sono sottomessi alla volontà di Donald Trump e della sua amministrazione. L’aggressione armata perpetrata dalle forze armate statunitensi e la sottomissione delle autorità di Caracas hanno permesso a Washington di assumere il controllo delle esportazioni di petrolio del Paese e di sequestrare i conti correnti su cui vengono versati i proventi di tali esportazioni.
La questione è tanto più rilevante in quanto il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Per decenni, il petrolio è stato la principale fonte di valuta estera del paese. Il controllo su tali entrate è quindi uno strumento chiave di controllo economico e politico.
Entrate petrolifere relativamente modeste prima dell’intervento statunitense
Vale la pena notare innanzitutto che le entrate petrolifere si riferiscono al periodo precedente all’intervento del 3 gennaio 2026. Secondo i dati pubblicati nel marzo 2026 dalla Banca Centrale del Venezuela, le esportazioni di petrolio hanno generato 18,4 miliardi di dollari nel 2024 e 18,2 miliardi di dollari nel 2025.[1] Queste cifre rappresentano le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e non l’utile netto della compagnia petrolifera statale PDVSA o le entrate fiscali dello Stato.
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Guerra ibrida e spoliazione: la trama imperialista da Washington a Tel Aviv
di Geraldina Colotti
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e sorveglianza globale.
In America Latina — nell'accezione storica e martiana di "Nostra America" — questa dinamica assume una dimensione strategica ancora più aggressiva attraverso l'articolazione diretta tra il Comando Sud degli Stati Uniti e i servizi di intelligence e sicurezza israeliani. Con la scusa della lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, iniziative come il cosiddetto Scudo delle Americhe e la rinnovata Dottrina della Sicurezza Nazionale impongono l'esternalizzazione delle funzioni statali a corporazioni private di cibersicurezza. Questo paradigma riconfigura il controllo sulle risorse strategiche del continente, come l'acqua, la biodiversità, l'energia e i minerali critici, militarizzando i territori e privatizzando l'intelligence pubblica.
Questa ingerenza si dispiega attraverso la cosiddetta Guerra di Quarta Generazione e l'uso intensivo dell'intelligenza artificiale e dei Big Data per eseguire golpe digitali. L'uso di software spia, la manipolazione dei dati elettorali, la microsegmentazione degli elettori e le campagne massicce di disinformazione gestite tramite fabbriche di bot e tecnologia deepfake mirano ad alterare i processi democratici e a invalidare la sovranità popolare.
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L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
di Fabrizio Marchi
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media, però ha avuto anche effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione”. E ha soggiunto:” non è con il woke che la sinistra può fare giustizia perché una forza progressista deve necessariamente interveniresulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali”.
Meglio tardi che mai, potrebbe dire qualcuno. No, “spiaze”, come si suol dire, troppo tardi e troppo strumentale. Conte ha fatto finta di nulla in tutti questi anni rispetto alla deriva woke di tutta la “sinistra” occidentale e italiana e ora cerca di smarcarsi perché ha capito che proprio quella deriva ha consegnato milioni di persone, soprattutto, se non prevalentemente, dei ceti popolari, alla destra.
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L’UE non è l’Europa
di Elena Basile
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale.
Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle destre radicali europee.
In sintesi, richiamandosi al pensiero del filosofo W. Streeck, Baccaro enumera i difetti dell’UE: priva di legittimità democratica e capace di incarnare ideali neoliberisti e, oggi, bellicisti, in netto contrasto con gli interessi dei popoli.
Siamo tutti perfettamente d’accordo. Aggiungerei che l’UE, da Maastricht in poi, ha tradito il liberalismo e i diritti sociali, pur inscritti nei suoi trattati, divenendo un’organizzazione autocratica che non conosce la divisione dei poteri e che ha dato vita a una moneta unica in una zona economica afflitta da grandi divergenze, attuando il compromesso tra creditori e debitori a esclusivo vantaggio dei primi. L’UE — un ibrido tra il modello tedesco basato sulle esportazioni e il colbertismo francese, per quel che riguarda i poteri economici della Commissione — ha rinnegato i diritti umani e la libertà di espressione, sanzionando scrittori, politologi e funzionari dell’ONU colpevoli di criticare la NATO o Israele, e ha appoggiato politiche oppressive, chiudendo i conti ai canali social del dissenso, come Visione TV di Francesco Toscano.
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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
di Sergio Cararo
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.
Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.
Al vertice del G7 in Italia nel giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.
Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma di utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.
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Sognando un Woke 2
di Mimmo Cangiano
«Woke 1 was crazy». La formula con cui Alexandria Ocasio-Cortez (riprendendo una battuta di un collega di Partito) ha recentemente definito una stagione della sinistra americana merita di essere presa più sul serio di quanto la sua apparente leggerezza lasci intendere. Non tanto perché da una battuta televisiva si possa ricavare una teoria politica compiuta, quanto perché l’espressione «Woke 1» contiene una periodizzazione. Presuppone che sia esistita una prima configurazione della politica progressista, riconoscibile attraverso alcuni tratti — il primato delle questioni identitarie, la centralità delle culture wars, la politicizzazione del linguaggio, la critica delle istituzioni repressive, una particolare attenzione alla rappresentazione e al riconoscimento — e che quella configurazione sia oggi entrata in una fase di revisione.
La sinistra avrebbe esagerato: troppo defund the police, troppo linguaggio accademico, troppa attenzione alle dispute simboliche, troppo poca capacità di parlare a chi lavora, paga un affitto, teme di perdere il posto, non riesce ad accedere alla sanità o vede diminuire il proprio reddito reale. La correzione consisterebbe dunque in una sorta di ritorno alla «questione sociale»: salari, casa, sanità, istruzione, lavoro, redistribuzione. Ma una simile interpretazione rischia di fermarsi alla superficie. Se il Woke 1 viene semplicemente archiviato come una fase di radicalismo mal calibrato, non si comprende perché quella forma di politicizzazione sia stata possibile, perché abbia acquisito tanta influenza e, soprattutto, perché abbia trovato un terreno così favorevole proprio nelle società occidentali attraversate da decenni di neoliberalismo.
La domanda non è dunque soltanto se la sinistra sia stata «troppo woke». La domanda è: perché conflitti sociali materiali siano stati progressivamente tradotti in conflitti culturali?
E questa domanda obbliga a spostare il discorso dal piano della strategia elettorale a quello della storia sociale. Le culture wars non sono semplicemente un insieme di controversie sui valori. Sono anche una forma attraverso la quale una società nella quale le tradizionali modalità di organizzazione del conflitto sono state indebolite cerca di rappresentare le proprie contraddizioni.
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“Il Woke è morto, viva il Woke!”
di Andrea Zhok*
Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”
1) IL CONFORMISMO MANNARO
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane.
In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale. Esso ha sempre funzionato soltanto come un dispositivo stigmatizzante, che minacciava i non conformisti di “sanzioni morali”, e in un secondo tempo anche di sanzioni materiali. La principale caratteristica del “woke” è che il discorso argomentativo non è mai stato accettato, le obiezioni non sono mai state accolte su un possibile piano di pari dignità, le tesi sono state sempre calate dall’alto (promosse da uffici politici di minoranze combattive) e imposte con l’implicito ricatto che chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista”, insomma un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti.
Questo “conformismo mannaro”, questo meccanismo di stigmatizzazione e bullizzazione ha sempre funzionato eccellentemente solo nei gruppi sociali apicali, quelli che funzionano essenzialmente per cooptazione, cioè attraverso il consenso interno al gruppo di appartenenza: giornalisti, accademici, magistrati, ecc.
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I "terroristi" siamo noi!
Genealogia occidentale della violenza e monopolio politico delle parole
di Lavinia Marchetti
Abbiamo costruito per ottant’anni la figura del terrorista come colui che minaccia l’Occidente, che ci odia per i nostri “valori”. In realtà ci basterebbe aprire un atlante, leggere qualche archivio declassificato, ma anche solo studiare qualche libro di Storia e contare i governi rovesciati nei decenni, le città bombardate, la storia del colonialismo, della schiavitù, delle deportazioni. A quel punto, dopo questi semplici passaggi, diventa molto complicato collocare la parola “terrorismo” fuori da noi, solo sugli altri.
IL PRIVILEGIO DI NOMINARE
Una bomba fatta esplodere in un mercato da un’organizzazione clandestina è considerato “terrorismo”, giustamente. Invece una bomba sganciata da un aereo o da un drone su un quartiere abitato, che uccide 10 volte il numero delle persone della precedente, ma sganciata da uno Stato a noi affine, la definiamo appartenente alla “guerra strategica”. L’intento è il medesimo, seminare panico e creare distruzione. Dunque, perché usiamo denominazioni diverse? Secondo la Treccani, il terrorismo è l’uso della violenza o della minaccia di violenza contro civili o obiettivi non combattenti, con lo scopo di incutere terrore e ottenere finalità politiche.
Edward Said aveva colto con particolare lucidità il potere politico nascosto nel linguaggio, che non riguardava solo il fatto di descrivere la realtà, questo era già lapalissiano ai tempi dei Greci e del Romani, ma la capacità di decidere che cosa conta come realtà e che cosa no. Nel 1987 recensì Terrorism: How the West Can Win, volume curato da Benjamin Netanyahu (esattamente lui). Quel testo, ripubblicato quest’anno da Limes (n. 10/2026, p. XX), diventò per Said un caso esemplare. La sua critica toccò dei punti che per noi, oggi, studiosi e osservatori, appaiono attraverso le sue parole, molto chiari. Said ci spiega che nella cultura politica israelo-americana il “terrorista” non è più una persona che compie un’azione in un contesto storico e politico determinato, ma diventa una categoria fissa, quasi naturale, aggiungo io: una specie di archetipo, di tipo psicologico.
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Turchia e Israele ai ferri corti, e due “Nato” in ballo
di Dante Barontini
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti.
La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.
L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.
La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.
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Strategia USA sull'Iran: come evolverà la Terza guerra del Golfo?
di Giuseppe Masala
Quando il 28 Febbraio, è iniziata la Terza Guerra del Golfo che vede contrapposti gli USA di Trump e il suo cane da guerra israeliano da una parte e dall'altra l'Iran degli ayatollah è stato immediatamente chiaro che si era di fronte ad uno snodo fondamentale che avrebbe deciso i futuri assetti mondiali. Tale valutazione è legata fondamentalmente a due aspetti relativi a quest'area di mondo: da un lato il Medio Oriente è un area chiave per la produzione di petrolio e gas in un mondo sempre più affamato di energia e, dall'altro lato. è anche l'area fondamentale per innescare il cosiddetto meccanismo del petrodollaro, ovvero quel meccanismo monetario incentrato sulla quotazione e vendita del greggio in dollari statunitensi che è alla base del dominio della finanza americana sul mondo.
A distanza di sei mesi da questo evento possiamo trarre alcune conclusioni fondamentali pur tenendo conto che siamo lontani da una risoluzione del conflitto:
- L'Iran è riuscito a resistere alla potenza militare americana sia essa navale, che aerea, che missilistica; ma anche - e sopratutto - a quel dispositivo olistico definito Full Spectrum Dominance grazie all'uso strategico di tutti gli strumenti militari, compresa la manipolazione psicologica di massa, attraverso la propaganda e la cyberwar, destabilizza i paesi attaccati dagli USA e ne fa crollare le istituzioni. Degna di nota è la scelta iraniana di trasferire tutte le infrastrutture strategiche nel sottosuolo, a partire dalle fondamentali fabbriche di armamenti.
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La questione nazionale-popolare e il vincolo esterno europeo
di Lucio Baccaro
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei debiti sovrani, e una prolungata stagnazione dei redditi, tranne quelli dei super-ricchi.
Negli ultimi anni alcuni intellettuali hanno messo in evidenza aspetti essenziali dell’Ue. Essa è una “macchina da liberalizzazioni” difficilmente conciliabile con gli orientamenti di una sinistra che voglia rimanere tale (Wolfgang Streeck). Lo spostamento di materie fondamentali di politica economica dal livello nazionale a quello europeo ha prodotto un tendenziale svuotamento della democrazia intesa come capacità di scegliere fra alternative sulla base delle preferenze della maggioranza (Fritz Scharpf e Peter Mair).
Mentre si approfondisce il deficit democratico europeo, il poco che resta della democrazia sostanziale rimane ancorato al livello nazionale e subnazionale.
Recentemente mi era sembrato che si facesse largo anche a sinistra una maggiore consapevolezza critica sulla natura dell’Ue e sui vincoli che essa pone a una politica fondata su piena occupazione, riduzione delle diseguaglianze, sostegno al lavoro, rafforzamento del welfare.
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Lo studio sedicente “indipendente” che nega il genocidio a Gaza: ecco chi c’è dietro
di Francesca Moriero*
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele.
L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate all’espansione coloniale nei territori occupati.
L’asse tra Wall Street, gli evangelici e l’ultra-destra di Trump
Dietro la pretesa di neutralità si muove l’artiglieria pesante della lobby politico-finanziaria statunitense. Strutture come la Maccabee Task Force e l’Israeli-American Council (IAC) non sono circoli culturali, ma terminali d’influenza sistematicamente alimentati dal portafoglio della famiglia Adelson, con Miriam Adelson in prima linea, tra i più generosi finanziatori delle campagne elettorali di Donald Trump. Non è un caso che lo stesso Trump sia stato più volte acclamato come ospite d’onore ai loro congressi.
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Consumo: adattamento e resistenza
di Alessandro Bartoloni
Premessa
C'è una contraddizione intrinseca in quanto scrivo. Cerco una forma leggera, colloquiale pur sapendo che i potenziali destinatari sono abituati ad altro linguaggio.
Quello quasi gergale dell'area in cui pur mi riconosco.
Che comunque esiste, e meno male... Se non altro a tener viva una fiammella.
A volte, leggendo meravigliosi articoli, mi sembra che, tramite essi, si faccia un passettino verso la comprensione(la parola verità mi sembra un po' grossa..). Ma se la disquisizione, pur lucida, pur colta, ci stacca ulteriormente dagli altri, dalla massa, si imbocca la strada della separazione. Della regressione.
Forse mi illudo che a leggere sia un non addetto ai lavori... Uno con la voglia di capire quel che anch'io cerco di capire..
Tante belle analisi, tante meditate considerazioni. Leggo con interesse, con piacere.
Anche se...Mi sembra che tutti noi si scriva per convincere chi è già convinto.
Insistere? Lo sto facendo. Vedere sotto...
Ecco le mie motivazioni: mi aiuta a raccogliere le idee e, se pubblicato, soddisfa il mio narcisismo.
E, poi, mi sembra che ragionare sia l'ultima possibilità che mi resta di dare un contributo(sia pur piccolo, piccolo) al cambiamento. Un fine che so non essere solo mio.
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I fantomatici rossobruni di Stefano Cappellini
di Matteo Falcone
Nella categoria “Libri che abbiamo deciso di leggere noi per evitare che li leggiate voi” – a proposito: come la vedete come possibile nuova rubrica? – c’è il nuovo saggio del neodirettore de la Repubblica Stefano Cappellini, “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” (UTET, 2026).
Un libro che potete anche risparmiarvi di leggere, perché – anche se infiocchettato come una indagine storico-politica del rossobrunismo, con una particolare attenzione per l’attualità – sembra solo una nuova operazione di perimetrazione del dicibile e dell’indicibile, tra quello che si può e quello che non si può sostenere e dire nel dibattito pubblico. Andiamo un po’ più a fondo e con ordine per renderci conto della strumentalità delle tesi di Stefano Cappellini.
In primo luogo, Stefano Cappellini spiega bene che il libro vuole essere un testo polemico nei confronti dei c.d. rossobruni, descritti come quell’insieme variegato di individui o soggetti politici che, in ogni epoca, risulta essere non solo particolarmente influente, seppure marginale e minoritario, ma anche politicamente pericoloso, in quanto il suo obiettivo è quello di minare le fondamenta delle democrazie (prima quella liberale poi quella democratico-sociale del dopoguerra). L’autore nelle prime pagine del suo libro lo spiega bene: «il primo obiettivo del rossobrunismo di ogni epoca [è] una delle tendenze più inquietanti del nostro tempo: la separazione del popolo dalla democrazia». D’altronde, «il rossobrunismo sa incanalare lo spirito del tempo. Ha la capacità di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo, di sfida coraggiosa all’opinione dominante». Il rossobrunismo, dunque, è pericoloso perché «sa come separare il popolo dalla democrazia».
Con questo libro, allora, Cappellini vuole metterci in guardia dal sottovalutare questo fenomeno.
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La fine del “Medio Oriente” americano
di Marc Lynch*
Il sostegno americano all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere. Anche la sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un assoluto dominio militare americano.
La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?
Di seguito il testo dell’articolo.
* * * *
Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.
Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi negli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la loro rete di basi militari nella regione.
L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.
Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.
Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo.
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Verso la fine dell’egemonia del dollaro
Declino e frammentazione dell’ordine monetario globale
di Ascanio Bernardeschi*
L’attuale fase di transizione dell’economia globale è segnata da un crescente distacco dal dollaro come valuta di riferimento. Un fenomeno che ha radici profonde ma che oggi, complice la politica americana, sembra inesorabile.
Per oltre settant’anni il dollaro ha rappresentato il fulcro dell’economia mondiale. La sua centralità non è stata solo monetaria, ma geopolitica: ha permesso agli Stati Uniti di finanziare deficit enormi, di vivere al di sopra delle proprie capacità produttive e di esercitare un’influenza globale senza precedenti. Oggi, tuttavia, questo sistema mostra crepe profonde. Un numero crescente di paesi sta riducendo l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, nelle riserve valutarie e nei sistemi di pagamento. È il processo di dedollarizzazione, che accompagna e accelera il declino dell’egemonia statunitense e la transizione verso un ordine mondiale multipolare.
Per comprenderne la portata occorre ripercorrere la storia del dominio del dollaro, analizzare le sue basi materiali e spiegare perché oggi tali basi si stanno erodendo.
Da Bretton Woods al signoraggio del dollaro
L’ordine monetario internazionale nato dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 aveva un pilastro fondamentale: il dollaro ancorato all’oro. Gli Stati Uniti garantivano la convertibilità del biglietto verde, 35 dollari per un’oncia di oro, e tutte le valute degli altri stati, devastati dalla guerra e non in grado di assicurare la convertibilità in oro, erano a loro volta ancorate al dollaro. Era un sistema che riconosceva alla superpotenza vincitrice della guerra un ruolo di garante della stabilità monetaria globale.
Con la ricostruzione europea e giapponese, la supremazia industriale statunitense iniziò a ridursi. Il deficit della bilancia dei pagamenti USA crebbe costantemente. Paesi come la Francia di De Gaulle chiesero la conversione dei dollari in oro, riducendo le riserve auree statunitensi da circa 20.000 tonnellate nel 1950 a 8.000 nel 1971 (fonte: US Geological Survey). Quell’ordine crollò il 15 agosto 1971, quando il presidente Nixon sospese unilateralmente la convertibilità.
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Combattere l’inflazione da offerta quando il debito è alto: una questione italiana
di Biagio Bossone
Gli shock di offerta richiedono strumenti fiscali e industriali che la politica monetaria non possiede. Ma per un paese ad alto debito il loro impiego passa per un vincolo che il dibattito corrente ignora: la credibilità di portafoglio del sovrano.
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le economie a più alto debito, senza che la causa prima dell’inflazione, la scarsità relativa di beni e input, fosse in alcun modo rimossa. Con il cambiamento climatico e la frammentazione geopolitica destinati a rendere questi shock ricorrenti, la questione di quali strumenti alternativi esistano, e di chi possa permetterseli, diventa centrale per la politica economica italiana ed europea.
Perché la leva monetaria è spuntata
La logica convenzionale assegna alla banca centrale il compito di impedire che uno shock di offerta si trasformi in inflazione persistente attraverso il canale delle aspettative: la stretta serve a segnalare determinazione, ancorare le attese e prevenire gli effetti di secondo impatto su salari e prezzi.
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Solo le democrazie occidentali sono cleptocrazie integrali
di comidad
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le petromonarchie del Golfo Persico; ciò che però impedisce di considerare le petromonarchie delle cleptocrazie compiute e integrali, è il fatto che l’oggetto del furto legalizzato riguarda le risorse naturali e minerarie di quei paesi, per cui le risorse vengono utilizzate a vantaggio quasi esclusivo delle oligarchie familiari regnanti. Per parlare di cleptocrazia compiuta e integrale occorre invece che il sistema di potere predatorio abbia specificamente come “target” non una ricchezza naturale, bensì le tasche del contribuente povero, quello che non può accedere al privilegio cleptocratico dell’immunità fiscale. Per questo motivo la nozione di cleptocrazia compiuta e integrale può essere applicata all’unico sistema di potere che sia in grado di mettere in campo un apparato di pubbliche relazioni tale da intrattenere il pubblico, facendolo partecipare attraverso l’adesione ai vari schieramenti politici.
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Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia
di Danilo Ruggieri
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della storia.
Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti. La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico, delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.
Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo, rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire.
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Venezuela, Cuba, Siria… Serbia
La caduta degli dei
di Fulvio Grimaldi
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.
Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.
Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.
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Socialismo o barbarie: l’urgenza ineludibile di scelte responsabili
di Giuseppe D'Elia
La neolingua orwelliana, come è noto, «era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero». In tal senso, le istituzioni UE, nello scorso decennio, in nome della “responsabilità” e con formule di neolingua pura come “austerità espansiva” hanno letteralmente devastato la società greca, smantellando il welfare, mettendo a regime di profitto privato – per la minoranza più “intraprendente” – anche i servizi sanitari essenziali, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei cittadini greci, con rapporti di lavoro più precari, orari di lavoro e turni estenuanti e un generale e diffuso impoverimento, determinato dal rapporto tra andamento ribassista dei salari e incremento dei prezzi al consumo, in una dinamica per la quale si è costretti a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno e a pagare tasse mediamente più alte per servizi pubblici sempre più scarsi, sia in termini quantitativi che qualitativi.
«La libertà è schiavitù», del resto, è esattamente uno dei tre inquietanti slogan del Partito totalizzante del Grande Fratello di Orwell, nel suo profetico “1984”. E non si tratta di un caso isolato ed eccezionale. Qui in Italia lo abbiamo visto benissimo, anche se con una maggiore gradualità rispetto al cappio imposto alla Grecia: lavoro povero e sempre più precario che produce una dinamica dei salari reali medi sostanzialmente bloccata ai livelli ribassisti degli anni Novanta del secolo scorso. In un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) si legge testualmente che «i dati esaminati confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento, con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. Nello stesso arco temporale, la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde».
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Gli arsenali vuoti dell’impero e il pieno che non possiamo più pagare
di Mario Sommella
Sei mesi di guerra contro l’Iran hanno consumato i missili americani, tenuto chiuso lo Stretto di Hormuz e spinto tre potenze sunnite a firmare un patto di difesa che fa a meno di Washington. In Italia il conto arriva alla pompa di benzina: ventinove miliardi di euro in un anno. E nessun governo lo chiama con il suo nome
Il 19 luglio, alla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stato ucciso il sergente Michael Emmanuel Swinton, trent’anni, di Fayetteville, North Carolina. Il suo nome si è aggiunto in poche settimane a quelli di James Feehan, Isabella Gonzales e Angel Rampersad, caduti fra Iraq e Giordania. Uno di loro aveva diciannove anni. Dall’inizio della guerra i militari statunitensi uccisi sono almeno diciotto, ai quali vanno aggiunte decine di vittime nei Paesi che ospitano le basi.
Qualche centinaio di miglia più a sud, nel Mar Arabico, la portaerei Abraham Lincoln naviga ininterrottamente da oltre nove mesi. I familiari dell’equipaggio hanno raccontato alla stampa americana docce ammuffite, servizi igienici rotti, lavanderie ferme, penuria di sapone e dentifricio, turni che non finiscono mai. All’inizio di agosto un marinaio è finito in acqua: è stato recuperato entro un’ora e la Marina ha classificato l’episodio come emergenza di salute mentale, negando però che vi sia un aumento dei casi. È servita la lettera formale di un senatore per chiedere quanti siano davvero.
Sono dettagli che non entrano nei comunicati del Pentagono. Eppure dicono, meglio di qualunque analisi strategica, che cosa sta accadendo: la macchina militare più costosa della storia è in mare da troppo tempo, con troppe poche navi, per una guerra iniziata il 28 febbraio 2026 e che nessuno sa più come chiudere.
È questa la cornice in cui va letta l’intervista che l’economista Joseph Halevi ha rilasciato a TheDotCultura, ripresa il 17 agosto da Contropiano, nella quale si parla apertamente di sconfitta strategica americana. Halevi è uno degli analisti più lucidi del capitalismo contemporaneo e la sua tesi di fondo regge. Proprio perché regge, però, merita di essere verificata riga per riga, distinguendo ciò che i documenti provano da ciò che resta ipotesi. Alcune sue cifre vanno corrette. Le correzioni, come vedremo, non indeboliscono l’argomento: lo rendono più difficile da liquidare.
1. Gli arsenali, ovvero che cosa dicono i numeri veri
Il Center for Strategic and International Studies di Washington ha pubblicato due studi firmati da Mark Cancian, colonnello dei Marines in congedo, e da Chris Park: uno il 21 aprile, alla tregua, l’altro il 27 maggio.
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Bombe sull'Oman e l'atomica sull'Iran?
di Piccole Note
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato.
Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una nuova strategia che prevede l’uso di armi nucleari tattiche anche in conflitti regionali. “Ciò di cui ho più paura” rispetto a un “attacco di massa” contro gli Stati Uniti “è una guerra regionale […] una guerra convenzionale che potrebbe prevedere l’impiego locale, Dio non voglia, di armi [nucleari] che potrebbe poi degenerare”.
La revisione mira a offrire al presidente degli Stati Uniti opzioni diverse da un attacco nucleare alzo zero, previsto nel caso di un attacco nucleare, in atto o potenziale, contro gli Stati Uniti, che comporterebbe la fine dell’umanità.
Tale cambiamento, come hanno osservato giustamente tanti analisti, rende più facile l’utilizzo dell’atomica e, anche se Colby ha limitato le possibilità di un tale ingaggio solo in un eventuale confronto con Russia e Cina, è alquanto ovvio che si tratta di un limite aleatorio. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, tutto può accadere.
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