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La termodinamica del capitale: intelligenza artificiale, crisi energetica e crisi ecologica
di Te Li
In questo articolo, Te Li smaschera il mito della dematerializzazione digitale diffuso dai sostenitori dell’intelligenza artificiale (IA), i quali presentano questa tecnologia come un fenomeno che è fuggito dal regno materiale e, di conseguenza, dalla stessa entropia. In realtà, l'autore dimostra come i requisiti materiali ed energetici dell’intelligenza artificiale la inseriscano a pieno titolo nel regno fisico, collocando tale tecnologia nel contesto della frattura metabolica nel capitalismo
Nella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.
Questo articolo sostiene che tali rappresentazioni siano ideologiche nel senso marxista del concetto: esse capovolgono la realtà, presentando come immateriale un processo che è profondamente, e conseguentemente, materiale. Si stima che l'addestramento di GPT-4 abbia consumato energia equivalente all'uso annuo di energia elettrica di migliaia di famiglie.[1] Una singola query [richiesta] ad un modello linguistico di grandi dimensioni richiede circa dieci volte l'elettricità necessaria per una ricerca standard su Internet.[2] Il consumo di acqua da parte di Microsoft è aumentato del 34% in un solo anno, un'impennata che il proprio rapporto ambientale ha attribuito direttamente all'espansione dell'infrastruttura di IA.[3] Queste non sono inefficienze incidentali in attesa di un miglioramento tecnico; sono necessità strutturali di una tecnologia il cui substrato fisico - semiconduttori, data center, sistemi di raffreddamento e reti di trasmissione - è tra le infrastrutture che richiedono il maggior impiego di risorse che l’umanità abbia mai costruito.
Il mito della dematerializzazione digitale ha una lunga genealogia. A partire dagli anni ’90, i teorici della “economia dell’informazione” hanno sostenuto che il passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli atomi ai bit, avrebbe disaccoppiato la crescita economica dal consumo di risorse materiali.[4] L’ascesa dell’IA ha dato a questa tesi una nuova e più potente versione: se le precedenti tecnologie digitali si limitavano a elaborare le informazioni, l’IA – così recita l'argomentazione - genera essa stessa l’intelligenza, una risorsa la cui abbondanza non esaurisce la natura ma la trascende.
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La ragione e l’indicibile: elogio della soglia
di Francesco Coniglione
C’è un luogo del pensiero dove le parole cominciano a incrinarsi. Non per difetto, ma per eccesso: giunte al limite di ciò che possono dire, si piegano, fanno silenzio, e proprio in quel silenzio accade qualcosa. Non è il nulla, non è il vuoto della rinuncia. È il punto in cui la ragione, portata fino al suo spasimo, lascia filtrare una luce che non sapeva di contenere. È lì, in quella fessura, che prende dimora il mistico.
Il mistico non è il nemico della ragione, né la ragione è la tomba del mistico. Sono piuttosto due compagni di viaggio che non possono separarsi, ma neppure confondersi. Ciascuno ha bisogno dell’altro, e ciascuno deve restare se stesso: la ragione non può fingersi mistica senza perdere il proprio rigore, il misticismo non può atteggiarsi a metafisica speculativa senza tradire la propria natura. È questa, in estrema sintesi, la lezione che attraversa come un filo rosso l’opera del primo Wittgenstein e di altri pensatori di formazione scientifica nei quali il rigore logico o matematico convive con una tensione verso l’indicibile.
La questione è tanto più intrigante quanto più si osserva un fenomeno curioso. Molti sistemi filosofici ispirati a un ideale fortemente razionalista, che costruiscono cattedrali logiche con la precisione di un orologiaio, a un certo punto devono riconoscere un limite: in qualche punto dell’edificio, splendidamente squadrato, si apre una crepa da cui entra qualcosa che non è riducibile al razionale. Un elemento che non si lascia addomesticare dalle categorie, che sfugge alla presa del concetto. È l’irruzione del mistico. Non lo chiamano così, naturalmente. Lo chiamano “intuizione intellettuale”, “principio primo”, “postulato indimostrabile”. Ma il meccanismo è spesso analogo: la catena delle ragioni deve interrompersi da qualche parte, e in quel punto, volenti o nolenti, si fa appello a qualcosa che la ragione è costretta a presupporre senza poterlo tuttavia ricondurre interamente a sé.
Lo aveva capito benissimo Pascal, che pure era un matematico di prim’ordine: «Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point» — il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Attenzione, però: Pascal non sta affatto dicendo che il cuore conosce al modo della ragione, solo con altri mezzi.
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Accordo USA-Iran: cronaca di una morte annunciata?
di Roberto Iannuzzi
Il braccio di ferro a Hormuz e la comparsa di un accordo “parallelo” in Libano sono indice di una paralisi negoziale già in atto
A poco più di due settimane dalla firma del Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, l’accordo fa già acqua ed è sfociato in un nuovo braccio di ferro tra i due paesi.
I punti di scontro sono essenzialmente due, il controllo dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese.
Israele non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano e ha proseguito alcune operazioni militari nel paese.
In base all’articolo 1 del Memorandum, tuttavia, i firmatari ed i loro alleati si impegnano a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, ed a garantire l’integrità territoriale e la sovranità di quest’ultimo.
Washington ha però mediato un accordo trilaterale, insieme a Israele e al governo libanese, che in concreto aggira l’intesa con Teheran.
L’altro elemento di controversia è incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz, che l’articolo 5 del Memorandum attribuisce all’Iran, in coordinamento con l’Oman (a cui appartiene la sponda sud dello Stretto).
L’interesse iraniano a controllare lo Stretto non è tanto legato alla possibilità di imporre pedaggi o commissioni per il transito delle navi, quanto all’esigenza di legare la libertà di navigazione nello Stretto a garanzie di sicurezza per Teheran.
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L'ipotesi di una guerra termonucleare per procura contro la Russia
di Piccole Note
Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media occidentali è la parola strage, come se si trattasse di un attentato e non di una guerra che fa morti, militari e civili, da ambo le parti (peraltro, se si voleva un eccidio di civili, l’attacco, massivo e durato tutta la notte, avrebbe prodotto centinaia di vittime, come visto nei bombardamenti contro l’Iran).
Il fatto è che dei civili russi uccisi negli attacchi ucraini normalmente non si fa menzione, derubricando le informazioni russe a fake news (nonostante spesso siano accompagnate da filmati inequivocabili). I media occidentali si limitano a riportare gli obiettivi degli attacchi di Kiev, che sia Mosca, una raffineria o altro.
Un escamotage mediatico che abbiamo visto applicato in maniera massiva già nella guerra siriana, altra guerra per procura dell’Occidente contro un antagonista di minor calibro nella quale fu utilizzata come ariete sacrificale non una nazione, come nel caso ucraino, ma i tagliagole di al Qaeda. Anche allora si enfatizzavano le vittime degli attacchi delle forze siriane, ignorando quelle causate dagli ascari del Terrore dell’Occidente.
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In Iran evocata la mutua deterrenza nucleare come opzione possibile
di Sergio Cararo
“L’Iran non ha altra scelta che ottenere la bomba nucleare per rimuovere le minacce militari contro il paese durante la transizione verso un nuovo ordine mondiale”. Un articolo pubblicato sull’agenzia iraniana Fars news ha messo i piedi nel piatto della contraddizione fin qui rimossa nei negoziati sul futuro degli assetti in Medio Oriente.
L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte tramite negoziati e che solo in tali condizioni sarebbero possibili negoziare dalla “posizione giusta”.
L’agenzia Fars ha spiegato che l’articolo era stato pubblicato su una piattaforma interattiva in cui gli utenti possono pubblicare i propri contenuti e che “non riflette la posizione ufficiale dell’agenzia”.
Quanto pubblicato su Fars news sottolinea inoltre come la deterrenza nucleare potrebbe creare un equilibrio di potere tra Iran, Stati Uniti e Israele e mantenere sotto controllo l’ampiezza di qualsiasi possibile conflitto.
L’articolo sembra mettere in discussione lo spirito dell’accordo preliminare recentemente firmato tra Iran e Stati Uniti, secondo il quale Teheran si è impegnata a non perseguire l’uso di armi atomiche permettendo però agli ispettori internazionali di tornare gradualmente a ispezionare le sue strutture nucleari. Un trattamento che però non viene nè ancora preso in considerazione nè attuato verso l’unica potenza nucleare del Medio Oriente: Israele.
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Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore
di Francesco Cappello
Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell’Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l’intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo
Il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di 162 yen per dollaro. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d’allarme che riguarda la salute dell’intera economia globale.
Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l’era dei tassi d’interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all’1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record di 11.730 miliardi di yen (circa 72,5 miliardi di dollari) in interventi diretti sul mercato dei cambi, vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo.
Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, la valuta ha continuato a perdere valore.
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Come è stata trasformata la parola “complottista” per colpire chi pensa con la propria testa
di Alessandra Ciattini
Da tempo mi occupo di ideologia e in particolare del modo in cui le ideologie sono create, diffuse e propagandate con strumenti sempre più perfezionati rispetto a quelli già alquanto raffinati impiegati dalla Sacra Congregazione "de Propaganda Fide", ossia il famoso è dicastero storico della Curia romana istituito nel 1622 da Papa Gregorio XV come risposta alla Riforma iniziata da Martin Lutero.
Questo organismo oggi è diventato la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ed ha come obiettivo organizzare l'attività missionaria cattolica e gestire l'evangelizzazione del mondo. E non solo di quello non cattolico, perché -come sosteneva papa Wojtyla- oggi occorre ricristianizzare l’Europa, che si è lasciata prendere dal materialismo edonistico proprio della precedente fase capitalistica e che in parte ancora resiste.
Come si può notare gli obiettivi di Propaganda fide erano senza dubbio grandiosi e si potrebbe pensare che la complessità del mondo odierno li faccia apparire eccessivi, esagerati. Eppure, non è così, come mostrano gli attuali conflitti e guerre di varia natura che mirano a ripristinare un dominio incontrastato ormai insostenibile. Purtroppo, il realismo non sembra essere un’inclinazione propria delle attuali classi dirigenti.
Che le parole non siano delle mere etichette da appiccicare alle cose, lo avevamo imparato da tempo. Eric Hobsbawm ci aveva insegnato che, per esempio, nelle scienze sociali la parola identità è apparsa negli anni Sessanta e che gradualmente ha sostituito la parola classe per indicare il legame tra un certo gruppo di individui. Come si può capire non si è trattato di un cambiamento superficiale, perché ha messo in discussione uno dei fondamenti sul quale si basavano organismi politici e sindacali, finendo col frantumarli e ponendo al loro posto gruppi che condividono soggettivamente certi atteggiamenti e certe rivendicazioni, in molti casi persino contraddittori con la loro stessa collocazione sociale. Si è trattato di un processo profondo che ha contribuito alla depolicitizzazione delle masse, previsto e auspicato da Z. Bzrezinski sin dal 1968, ossia proprio in un momento storico in cui il sistema capitalistico non sembrava ben accetto a tutti.
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Lettera aperta a Mauro Moretti
di Algamica*
Mauro Moretti, condannato finisce in carcere, a Orvieto.
« I fatti sono noti: in una notte di giugno del 2009 un treno merci in transito nella stazione di Viareggio deraglia a causa del cedimento di un asse del carrello di uno dei vagoni cisterna carichi di Gpl. Il Gpl fuoriesce quindi dal serbatoio e una scintilla ne innesca l’esplosione, originando così un incendio vastissimo che investe intere strade adiacenti. Bilancio della catastrofe: 32 morti e decine di feriti. I vagoni del treno risultano di una proprietà di una multinazionale americana e immatricolati in Germania e Polonia; quanto al vagone il cui asse ha ceduto, in precedenza esso era stato sottoposto a un controllo da una ditta di Hannover. È per questi fatti che Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Trenitalia e di Rfi – cui l’Italia deve “l’alta velocità” e da tutti considerato dirigente capace e integerrimo -, è stato ritenuto colpevole di disastro ferroviario e condannato definitivamente a cinque anni di reclusione. Che l’altro ieri ha iniziato a scontare costituendosi presso il carcere di Orvieto ».
Fin qui il – come dire?- il cappello storico-tecnico, dei fatti, che una firma di primo piano, il noto Ernesto Galli della Loggia, del Corriere della sera, dedica al caso nelle pagine interne, quelle per parlare agli addetti ai lavori, per intenderci. E finisce per chiedersi: « Ma di cosa è colpevole Moretti ? Di “condotta commissiva”, ha deciso il tribunale»?
« E cioè di aver inaugurato nell’azienda una politica di risparmio che si sarebbe oggettivamente rivelata a scapito della sicurezza: da qui l’incidente ».
Il Galli della Loggia mostra tutta la preoccupazione per una simile sentenza e domanda: « In quale misura una tale sentenza ponga un interrogativo su ogni decisione che in futuro dovessero prendere i vertici di qualunque azienda, proiettandosi poi su una linea di esecutori magari anche assai lunga e come si capisce impossibile a controllare da parte dei vertici stessi, ogni lettore può deciderlo per suo conto ». Altrimenti detto, e con “eleganza” di chi sa usare bene la lingua italiana, il messaggio è: troppi lacci e lacciuoli, che in un processo di accumulazione capitalistico rallentano, dunque sono controproducenti.
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L’illusione dell’esercito europeo e i veri problemi della sicurezza del continente
di Enrico Grazzini
Federico Fabbrini e Sergio Fabbrini sono due illustri studiosi dei problemi europei, ma si sbagliano: nonostante le loro illusioni e i loro desideri non ci sarà mai un esercito federale europeo. Ursula von der Leyen, o chi per lei, non sarà mai a capo di un esercito integrato europeo semplicemente perché non è possibile che si formi uno Stato federale europeo.
Per realizzare una difesa europea ci sono, in teoria, tre strade:
1. quella federale, suggerita dai due Fabbrini;
2. quella confederale, più realistica ma molto difficile. Per costruire un esercito confederale i governi europei dovrebbero formare una Nato europea, duplicando la Nato attuale, ma questo è molto complesso e costoso;
3. infine, una sorta di difesa europea spuria può basarsi sulla disponibilità dei maggiori governi europei, cioè di Francia, Germania e Gran Bretagna, a coordinare di volta in volta, senza vincoli cogenti, le loro politiche estere e le loro forze armate nazionali in base alle singole necessità.
In questa direzione i tre maggiori paesi europei hanno già formato una «Unione dei Volontari», aperta ad altri paesi.
In questo articolo esaminiamo brevemente questi tre modelli di difesa europea. Inoltre, l’articolo esamina anche la questione cruciale dei possibili avversari dell’Europa: da chi deve difendersi l’Europa? Da Trump, che vuole prendersi la Groenlandia, o da Putin, che ha invaso illegalmente l’Ucraina? O dalla Germania, che si sta riarmando insieme all’Ucraina? In realtà, alla fine vedremo che la migliore strategia di difesa dell’Europa non è quella militare. L’Europa deve rendersi il più possibile autonoma (derisking) dalle politiche belliciste di Trump e di Netanyahu, e attuare politiche negoziali di pace e di controllo bilanciato degli armamenti nei confronti della Russia.
L’impossibile difesa federale europea
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Mondiali, un calcio al calcio
A cosa e a chi serve il baraccone imperialista
di Fulvio Grimaldi
“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ
Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.
Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.
Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.
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Non solo Epstein files: c’è l’Honduras-gate
di Daniel A. Casari
Chi pensava che i colpi di Stato in Honduras e le ingerenze della CIA appartenessero al secolo scorso, deve fare i conti con la cruda realtà del 2026: l’Honduras-gate. Un gigantesco scandalo internazionale, scoppiato grazie ai leak della piattaforma investigativa Hondurasgate.ch, che svela l’ennesima cospirazione di estrema destra volta a eradicare “il cancro della sinistra” dal continente.
Al centro della ragnatela troviamo una vecchia conoscenza della giustizia internazionale: l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (JOH), già condannato negli Stati Uniti per narcotraffico. Com’è possibile che un criminale di tale calibro sia tornato libero? La risposta è scritta nei file audio ed è stata analizzata da varie testate giornalistiche; file audio in cui si fa esplicitamente riferimento alla necessità di organizzare omicidi politici e falsi attentati terroristici da affibbiare a presunte sigle marxiste e in cui si può udire chiaramente non solo paventare un ritorno ai tempi dei desaparecidos, ma con il generale coinvolto che risponde che ha già pronta una squadra selezionata, motivata e adatta al caso.
A liberare JOH non sono stati i miracoli della diplomazia, ma soldi sporchi e i favori incrociati. Hernández stesso ammette che il denaro per la sua grazia presidenziale – concessa da Donald Trump alla fine del 2025 – è arrivato direttamente da lobby pro-Israele e da una “giunta di rabbini”. Mediatore d’eccezione? Benjamin Netanyahu in persona, che ha fatto valere il suo peso politico sulla Casa Bianca.
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Dopo Starmer, continua il militarismo inerziale del Regno Unito
di comidad
Ormai nel Regno Unito i primi ministri nascono e muoiono come mosche, anche se risultano decisamente più molesti. L’ultimo rappresentante della specie, Keir Starmer, sta cercando di stiracchiare le procedure di addio, in modo da prolungare l’agonia di quel tanto che servirebbe a far slittare la successione a dopo l’estate. Anche il prossimo candidato “laburista” è infatti un clone di Tony Blair, perciò tutti sanno che l’avvicendamento a Downing Street non comporterà alcun cambiamento nella politica britannica. Sembra quindi che l’establishment britannico stia cercando di garantire la continuità di una linea politica impopolare gettando ciclicamente in pasto alla pubblica opinione dei personaggi di facciata. Dopo aver spremuto i conservatori e i “laburisti”, arriverà il turno anche di qualche “sovranista” come Nigel Farage per il ruolo di uomo di paglia. In linea con i suoi predecessori, Starters ha promesso a Zelensky alcuni miliardi di sterline in prestito; e in più lo stesso Starmer ha dichiarato che il Regno Unito parteciperà al mega-prestito promesso all’Ucraina dalla von der Leyen. ll peso finanziario del sostegno all’Ucraina sta mettendo in difficoltà il bilancio, e il governo “laburista” è costretto a tappare le falle ricorrendo ai tagli sulla spesa sociale. Secondo alcuni analisti, l’establishment britannico starebbe cercando di preservare questa politica militarista e antisociale adottando una tattica ispirata ad una razionalità subdola e contorta, ma comunque si tratterebbe di una linea razionale.
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Il vigilante e noi
di Michele Agagliate
Sarò sincero: non sono mai stato un grande amante dei film d’azione, e i giustizieri da cinema mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente. Quando cerco evasione, guardo altrove — alla storia, all’avventura, a mondi sufficientemente lontani da non costringermi a fare i conti con quello in cui vivo. A volte, però, è la realtà a venire a cercarti, e lo fa prendendo la forma di un film che fa parlare di sé più per quello che gli è stato fatto che per quello che racconta.
Si chiama Citizen Vigilante, lo ha diretto Uwe Boll — regista che la critica cinematografica ha sempre trattato con la considerazione riservata a un parente imbarazzante — e in Germania non ha ricevuto alcuna certificazione di età, il che equivale, nella pratica, a un divieto di distribuzione. Il risultato è stato prevedibile per chiunque conosca la storia della censura: quindici milioni di visualizzazioni su X in quarantotto ore, Elon Musk che lo rilancia, e una discussione che ha travalicato ogni confine geografico e culturale. I censori, si sa, sono i migliori agenti pubblicitari che esistano. Lo erano ai tempi dell’Indice dei libri proibiti, e non sono migliorati nel frattempo.
Il film racconta di un ex militare statunitense che, trasferitosi in una città europea innominata, decide di fare ciò che la giustizia ordinaria, a suo giudizio, non ha il coraggio di fare: uccide stupratori, spacciatori e criminali stranieri che i tribunali hanno rimandato in libertà con pene sospese e qualche buona parola sulla difficoltà dell’integrazione.
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Per la conferenza di Erfurt (contributo alla discussione)
di Claudio Nobile
In allegato vi mando per conoscenza il mio contributo scritto per la "Conferenza Internazionale della Sinistra anti-lockdown" indetta dai compagni di Freie Linke Zukunft che si terrà ad Erfurt a fine luglio
È uno scritto, al solito, molto "generico" che non entra come si dice "nel merito" delle questioni salienti... ma... è quello che attualmente "passa il convento"...Come contributo alla Conferenza vi invio questo scritto nel quale cerco di riassumere il mio pensiero sull’attuale passaggio storico di epocale travaglio e, dentro ad esso, sul momento estremamente critico nel quale ci troviamo addentrati. In seguito dico perché “estremamente critico” specie per noi in Europa e nell’area dell’Occidente collettivo.
Forse questo mio contributo non è esattamente centrato sul “Tema I” della discussione (“Il programma anti-Covid come trasformazione del capitalismo?”) ma cerca di “fare il punto” per sommi capi sulla situazione complessiva in cui inquadrare “i programmi di trasformazioni del capitalismo” in atto. Così come quella che a mio avviso è stata la operazione terroristica globale 2020/2022 legata al Covid-19 (che per me personalmente è stato un “momento spartiacque”) si inquadra in un complessivo periodo di sconvolgimenti epocali legati alla vita (alla oggettiva possibilità di vita) del sistema capitalistico mondiale. Dunque io credo che la risposta ad una delle domande “di fondo” e di carattere generale poste nel documento di convocazione della Conferenza: “esiste un nesso tra le guerre attuali e il programma Covid?” sia senz’altro affermativa.
Sì, c’è “un nesso” fra la catena di sconvolgimenti epocali segnata da questa serie di “date simbolo”, per restare solo agli ultimi anni:
estate 2019 (minaccia di collasso del sistema finanziario globale a partire dal suo cuore nero americano) – gennaio 2020/gennaio 2022 operazione (terroristica) globale Covid-19 (finita grazie alla sollevazione di una parte del popolo cinese che ha imposto la fine repentina della bestiale politica “zero-Covid” attuata dal governo di Pechino) – 24 febbraio 2022 violazione a mano armata russa della “sovranità ucraina” ossia della sovranità sull’Ucraina da parte dell’imperialismo –
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Oltre l'Occidente, vol 1
di Alessandro Visalli
Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.
Premessa
Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.
La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.
La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.
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Venezuela. Una lettera a Delcy Rodriguez
di Raúl Torres*
Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali. La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
* * * *
Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.
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Giorgia Meloni e il prossimo presidente della Repubblica: il duplice paradosso delle sue parole
di Alessandro Volpi*
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall'imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c'erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest'ultimo eletto, all'ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell'MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di "Sinistra", fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell'ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
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Bugie di guerra, il governo minimizza ma la NATO conferma: le basi USA in Italia sono la piattaforma degli attacchi all’Iran
di Antonio Mazzeo
Crosetto tranquillizza: solo autorizzazioni tecniche. Smentita del segretario generale dell'Alleanza Mark Rutte: partiti migliaia di voli dall'Europa
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7 aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del dibattito parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra all’Iran.
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non cinetiche”, hanno successivamente ribadito la premer Giorgia Meloni e Crosetto. “Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di fuori delle previsioni vigenti”.
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi”, ha spiegato Rutte all’emittente Fox News. “Dalle basi USA in Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
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Lo sciacallaggio geopolitico sul Venezuela devastato
di Davide Malacaria
È un messaggio da Capo di Stato, quello di Maduro, con tanto di firma che l'attesta: "presidente costituzionale della Repubblica bolivariana del Venezuela". Un messaggio nel quale esprime dolore per la sorte del suo popolo, lancia appelli all'unità, alla solidarietà e incoraggia ad affrontare l'ennesima prova con fede e fiducia nella ripresa. Messaggio autorizzato, evidentemente, da Trump…
Nel doppio sisma venezuelano non è tanto il numero dei morti che impressiona, sebbene sia già insopportabile, quanto quello dei dispersi: 50mila. Certo, parte di essi potrebbero semplicemente essersi persi nel caos successivo al disastro, ma la maggior parte giace sotto le macerie e col passar dei giorni saranno sempre meno quelli che ne potranno riemergere vivi. D’altronde, la duplicazione sismica incrementa i danni, una sorta di double-tap per usare una terminologia militare.
Fin qui la cronaca di un disastro naturale, ma il nostro sito è di geopolitica e non ci saremmo occupati di questa catastrofe – altri sono molto più bravi di noi in questo – se non ci fossero dettagli a margine di questo disastro da rilevare.
Anzitutto, c’è il messaggio di Nicolás Maduro dal carcere americano nel quale è ristretto mentre si dipana il processo farsa nel quale sarà ovviamente condannato (è stato rapito il 3 gennaio: 6 mesi di carcere “preventivo”). Un messaggio davvero imprevisto, che i suoi carcerieri hanno permesso, di certo dopo essersi interfacciati con l’amministrazione Trump (né poteva essere altrimenti).
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Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno
di nlp
Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle ore 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.
La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale.
All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra con l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi.
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La guerra fredda culturale
di Piero Bevilacqua
Chiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.
Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.
Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.
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Terremoto e sanzioni: il Venezuela che non raccontano i media mainstream
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Le sanzioni che uccidono, i farmaci che mancano, la terra che trema: cosa si nasconde dietro la tragedia venezuelana
Per capire davvero cosa è accaduto in Venezuela dopo i due terremoti di mercoledì scorso, bisogna partire da lontano. Non si può leggere la tragedia senza inquadrare il contesto economico e sociale in cui è piombata. I primi report delle agenzie internazionali e dei soliti disinformatori del mainstream hanno subito puntato il dito contro il governo: servizi sanitari travolti nelle prime ore, emergenze al collasso, e una situazione particolarmente drammatica nello stato di La Guaira, che ha registrato le maggiori devastazioni e il numero più alto di vittime. Il ritratto che ne è uscito è stato quello di un governo venezuelano impreparato e inadeguato.
Ma la realtà, come spesso accade, è ben diversa da questa narrazione unilaterale. A pochi giorni dal sisma, la fotografia che arriva dagli ospedali pubblici di Caracas è differente dal pandemonio descritto da alcuni servizi. I quindici nosocomi della capitale hanno retto l'urto in regime di contingenza, certo, ma senza quel crollo totale che molti avevano paventato. E c'è un dato che merita attenzione: un centinaio di cliniche private, dotate di attrezzature all'avanguardia, si sono attivate immediatamente su coordinamento governativo, offrendo cure gratuite ai feriti. Una mobilitazione che ha alleggerito la pressione sul settore pubblico.
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Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio
di Gigi Sartorelli
La Germania ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.
Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane sia ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione ha risposto alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.
Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico maggiormente autonomo dagli Stati Uniti.
Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini.
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Il mercato in cattedra: il saggio che smonta il mito dell’istruzione-azienda
di Kulturjam
La scuola italiana è ancora un luogo di formazione o è diventata un ingranaggio del mercato? Il mercato in cattedra analizza riforme, burocrazia, competenze e neoliberismo con una tesi netta e documentata, riaprendo un dibattito che riguarda il futuro dell’istruzione.
La scuola è diventata un mercato? Un libro che costringe a riaprire il dibattito
Ci sono libri che cercano il consenso e libri che cercano il conflitto. Il mercato in cattedra di Pier Paolo Caserta (Mario Pascale Editore) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non concede scorciatoie al lettore, non attenua il linguaggio per renderlo più digeribile e non tenta di costruire improbabili punti di equilibrio tra posizioni opposte. La sua tesi è dichiarata fin dalle prime pagine: la scuola pubblica italiana sarebbe ormai il terreno sul quale si è compiuta una progressiva colonizzazione delle logiche di mercato, un processo che avrebbe trasformato l’istruzione da strumento di emancipazione a meccanismo di adattamento alle esigenze dell’economia contemporanea.
È una tesi radicale, ma il pregio principale del volume è quello di non fermarsi allo slogan.
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I nodi al pettine
di Alessandro Volpi
I nodi cominciano a venire al pettine? Mi scuso se sarò lungo e un po' noioso, ma penso che questo tema sia davvero centrale perché oramai riguarda milioni di risparmiatori e ha a che fare con un modello - quello dell'oggettività della finanza - che ha retto il tecnoliberalismo.
A giugno 2026, il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti "Magnifici Sette" (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. I titoli più colpiti sono:
Nvidia: Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip AI possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (GOOGLE): In forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione AI, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo e premi Nobel del team.
Tesla: Continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.
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