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Su Thiel, Karp e altri demoni
di Andrea Petrozziello
Alexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti. Il primo è quello antico, nel quale vige una rassegnazione nei confronti dell’impossibilità di costruire la macchina. Poi, nell’età moderna si entra in una fase di entusiasmo dato dalla costruzione dei primi congegni tecnologici. Infine, con la rivoluzione industriale, si rientra in un periodo di rassegnazione: le macchine esistono e sono ovunque, eppure l’uomo è in balia di esse. La macchina ha mantenuto le promesse e ha liberato progressivamente l’uomo dalle sue incombenze materiali, ma le possibilità che sono derivate da questa libertà hanno annichilito l’esistenza umana piuttosto che esaltarla.
Ciò che sostiene Koyré è giusto, a patto però che venga introdotto un distinguo: la rassegnazione post-industriale ha colpito la maggioranza della popolazione, ma non tutta. Se da un lato il proletario ha continuato a vivere una misera vita, il capitalista ha potuto liberarsi di parte della manovalanza salariata e non si è preoccupato per liberare i suoi lavoratori da una condizione esistenziale di sostanziale schiavitù. Anzi, alle volte quest’ultima è diventata assai più grama nella meccanizzazione del lavoro. Dunque, se tra la vasta maggioranza vige una desolante rassegnazione, entro una nettissima minoranza – data dai capitalisti – si percepisce l’entusiasmo per gli ultimi ritrovati della tecnica, che hanno ridotto parte delle incombenze derivanti dal rapporto con la manodopera.
Purtroppo, però, la metamorfosi della scienza nella tecnoscienza non si è fermata qui. Se nell’Occidente industrializzato la costruzione di macchine sempre più complesse e precise era, nell’età moderna e nella prima età contemporanea, un processo che ha interessato dapprima l’ambito della conoscenza scientifica (con la produzione di strumenti quali il telescopio), poi quello politico e sociale dell’esistenza, è da diversi decenni che la macchina ha sconfinato altresì nella sfera biologica della vita umana.
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Non ancora
di Rino Malinconico
La rivoluzione come speranza, al centro del pensiero di Ernst Bloch, ha molto da dire a chi ricerca una nuova cultura politica in questo tempo angosciante. Sono tante le ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza. Il punto di partenza resta il cosiddetto “non-ancora” che non è solo, e neppure principalmente, una dimensione temporale o spaziale, ma una dimensione esistenziale. Per questo, cambiare in profondità la società oggi significa prima di tutto cominciare dal fare e dal domandare
* * * *
Ernst Bloch resta il più attuale dei marxisti del Novecento per diverse ragioni. La rivoluzione come speranza attiva ha molto da dirci. Ecco sette ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza.
La prima. Il concetto teoreticamente nuovo di “speranza”, Ernst Bloch lo contrappone alla visione che concepisce la verità profonda dell’essente – un Io, un Noi, una qualsivoglia cosa – come insopprimibile e inesorabile “essente-secondo-possibilità”. È stata proprio questa, a ben vedere, la qualificazione fondativa delle cose-che-sono pervenutaci da tutta la tradizione filosofica. E non è difficile intuire che se una “cosa” può arrivare a esistere solamente secondo la possibilità che le è propria, essa si presenterà sempre e soltanto come ciò-che-poteva-essere. In altre parole, sciogliendo il possibile nell’effettuale si delinea l’evoluzione possibile di una qualsiasi cosa solamente come futuro-obbligato. Si tratterebbe, cioè, dell’unica possibile evoluzione, in quanto quel suo futuro sarà già in partenza contenuto, proprio sul piano ontologico, nella cosa stessa: come sua potenza, per dirla con Aristotele, o come sua negazione, per dirla con Hegel.
Tra il possibile e l’effettuale Bloch individua, invece, l’entità decisiva del non-ancora. Ed è esattamente questa nuova dimensione, concettuale e reale a un tempo, che gli permette di sottrarsi (concettualmente) all’imperio della “necessità”, ovvero alla impossibilità di ipotizzare un futuro non-obbligato.
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Tempo, memoria e nichilismo in Massimo Bontempelli
di Salvatore Bravo
Massimo Bontempelli è stato un pregevole interprete della filosofia di Hegel e di Marx. La sua opera silenziosa non è stata riconosciuta dalle Accademie omologate sul “politicamente corretto”, pertanto la scure del silenzio è caduta sulla sua produzione filosofica e storica. Egli è stato hegeliano e marxiano nel tempo in cui il “pensiero debole” ha assunto la funzione ideologica di giustificare il capitalismo senza limiti. Ha denunciato la necessità del “pensiero forte” per disinnescare i processi crematistici e nichilistici in atto. Amico e compagno di lotta di Costanzo Preve, è pensatore ancora da scoprire e da capire. È scomparso precocemente nel 2011, ma le sue opere restano e la sua testimonianza di resistenza continua a indicarci la via della prassi. In un mondo di ombre che minacciosamente si allungano sul presente necessitiamo di pensatori che hanno testimoniato la “passione per la verità” e per la “prassi etica”. Sono uomini che ci rammentano che è possibile “pensare e creare” fuori dai recinti d’acciaio delle Accademie e delle filosofie decaffeinate pronte per l’uso e, dunque, a immagine degli interessi di classe delle oligarchie. Passione, coraggio, carattere e, a volte solitudine, consentono di portare “vita pensante” nel “deserto del capitale” che avanza minaccioso.
Il plesso teorico del tempo storico, dal filosofo e storico Massimo Bontempelli concettualizzato, ci apre alla possibilità di comprendere il nichilismo contemporaneo. Per riaprire il tempo della storia, fu convinzione del filosofo pisano, è necessario trascendere i processi di derealizzazione e valutare criticamente il proprio tempo storico mediante paradigmi veritativi fondati razionalmente. La dialettica umanizza l’esistenza e prepara la coscienza di classe. L’essere umano è temporalità incarnata nella storia, non è mai astratto, ma è parte integrante del suo tempo e del ruolo che occupa nel modo di produzione e dunque può pensare e rigenerare la temporalità storica con l’impegno e con i processi di concettualizzazione volti a decodificare il proprio tempo storico. La coscienza, mai monade astratta, è temporalità creante, pertanto la definizione del concetto di “tempo” ci dona la categoria teoretica con cui valutare la contemporaneità.
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Stupidità artificiale
di Pierluigi Fagan
Un interessante articolo (nel primo commento il link) illustra la nuova “dumb economy”, più o meno “L’economia della stupidità” e dato il ruolo ordinativo che l’economia ha nella formazione e funzionalità sociale (e politica), il tutto tende a diventare “la società della stupidità”.
Questo movimento verso la semplicità è simmetrico contrario alle caratteristiche dell’era in cui stiamo storicamente transitando ovvero l’era complessa. La definiamo “artificiale” poiché non si tratta di, per altro difficili da definire, dotazione naturale di intelligenza o il suo contrario ma di una serie di pressioni convergenti verso una singola e decisiva operazione: ridurre lo spazio-tempo mentale. Laddove lo spazio mentale è sovraffollato, dove le funzioni superiori (neocorteccia) sono funzionalmente attivate assieme ai centri delle emozioni, dove il bombardamento delle percezioni sovrasta gli spazi di riflessione ed il tutto è proprio di individui de-socializzati e immersi in un universo di pressanti incombenze, lo spazio mentale è oggettivamente sempre più limitato. Ma altrettanto per il tempo, in cui le funzioni riflessive e di composizione del pensiero necessitano funzionalmente del tempo per esplicarsi. Riducete spazio e tempo mentale e avrete la stupidità artificiale. A quel punto si innesca la lotta per la fatidica “risorsa scarsa passibile di usi alternativi” ovvero l’attenzione.
L’intera macchina commerciale, la politica dal punto di vista di chi la esercita come professione, il sistema informativo, la nuova e vociante suburra social in cui moltitudini sono in cerca del loro quarto d’ora di celebrità (relativa), lottano per colpire il più intensamente e a lungo possibile le nostre strutture neuronali. Il che aggrava il problema dell’autonomia di spazio e tempo mentale.
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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
di Gigi Sartorelli
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza del e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
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In piena crisi gli Usa di Trump celebrano il modello cinese di Xi Jinping. I retroscena di un summit
di Alessandro Volpi
La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l’esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla, per approdare a un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli.
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Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.
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Federico Caffè tra democrazia economica e trasformazione del lavoro*
Attualità di un riformismo necessario
di Roberto Antonio Romano
Roberto Antonio Romano rilegge il pensiero di Federico Caffè alla luce delle trasformazioni del lavoro contemporaneo: precarietà, salari stagnanti, frammentazione produttiva e indebolimento della rappresentanza sindacale. Caffè concepiva l’economia come disciplina civile, legata a democrazia e giustizia sociale. In un contesto segnato dalla globalizzazione del capitale e dalla debolezza delle istituzioni europee, il suo riformismo resta un riferimento per ripensare lavoro, welfare e democrazia economica
* * * *
Nel dibattito economico contemporaneo si registra un paradosso evidente. Da un lato, la crescita delle capacità produttive, dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione dei mercati ha ampliato in misura straordinaria le possibilità materiali delle società avanzate. Dall’altro, si sono intensificati fenomeni di precarietà occupazionale, stagnazione salariale, disuguaglianza distributiva e indebolimento delle forme collettive di rappresentanza del lavoro. In molti paesi europei, compresa l’Italia, la questione sociale non si presenta più nelle forme classiche del conflitto industriale novecentesco, ma attraverso una frammentazione diffusa: lavori intermittenti, bassi salari, polarizzazione professionale, vulnerabilità dei giovani e difficoltà di accesso a tutele universalistiche.
In questo quadro, il pensiero di Federico Caffè conserva una sorprendente attualità. La sua riflessione non si limitava infatti alla politica economica in senso stretto, ma investiva il rapporto tra economia, istituzioni democratiche e dignità del lavoro. Per Caffè, l’economia non era una tecnica neutrale finalizzata alla massimizzazione di grandezze aggregate, bensì una scienza sociale chiamata a confrontarsi con fini collettivi, valori costituzionali e condizioni concrete di vita delle persone.
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Rovelli vs Wittgenstein
di Francesco Bercic
L’accostamento tra l’ultimo libro di Carlo Rovelli e il pensiero di Ludwig Wittgenstein sorge quasi spontaneo. A parte le numerose citazioni del filosofo viennese alle quali attinge l’ormai celebre divulgatore scientifico, il paragone è suggerito fin dal titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi) pare un calco approssimativo di quella tesi capitale del Tractatus, la 6.127, in cui si afferma che “tutte le proposizioni sono di pari valore / equivalenti” (gleichberechtigt nell’originale tedesco). Addirittura, sui social network capita di incontrare simpatici meme in cui Rovelli viene presentato come una sorta di suo discepolo contemporaneo, con il marginale dettaglio di porre sullo stesso piano un filosofo – per quanto peculiare – a un fisico di professione. Lo spunto, al di là delle iperboli, rimane tuttavia interessante. In linea con le precedenti pubblicazioni, le conclusioni di Rovelli si estendono a un orizzonte ben più vasto della meccanica quantistica, tracciando i contorni di una visione del mondo “giustificata” – a suo parere – dalle principali scoperte della fisica del Novecento. Basta però scavare poco sotto questa affinità di facciata, per scorgere una differenza più profonda che allontana le parabole del loro pensiero: non tanto nel contenuto delle idee, quanto nel diverso orientamento intellettuale, nello spirito che li anima.
Un merito innegabile che va attribuito a Rovelli è aver portato all’attenzione dei lettori italiani quella grande frattura epistemologica che, almeno per quanto riguarda la fisica, ha coinciso con la svolta quantistica nel primo Novecento. Una frattura di cui oggi si ha ancora vaga contezza, spesso anche da parte di chi studia discipline contigue. Si può affermare senza remore che, nell’immaginario collettivo, la concezione del lavoro scientifico sia rimasta ferma ai tempi di Galileo e Newton: l’uomo, perfettamente padrone della sua Ragione, che scopre fuori di sé le leggi eterne della natura, avanzando in un cammino di progresso inesorabile. Rovelli ha compito facile nello smontare le fondamenta di un impianto siffatto, si direbbe di determinismo classico e di derivazione neopositivista, in cui il linguaggio intrattiene rapporti di corrispondenza univoca con la realtà. Da questo punto di vista, la vicinanza a Wittgenstein è marcata. L’uomo non conosce enti o oggetti semplici – scrive Rovelli riecheggiando il Tractatus – ma costruisce modelli, in cui a contare non sono le singole “cose”, bensì la relazione che si istituisce tra loro. L’uomo conosce solo quella relazione – il “come” direbbe il Wittgenstein, non il “che cosa”. E, a partire da questi modelli, avanza ipotesi – ipotesi, non leggi.
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Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)
di Emanuele Maggio
Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.
In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.
Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.
Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.
Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.
Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.
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La chiusura dell’immanenza. Frammento di ontologia del presente
di Antonio Martone
I.
Il problema filosofico del nostro tempo è anzitutto ontologico: l’essere è dato interamente nella forma di un’immanenza chiusa, un orizzonte senza esterno che ha assorbito ogni possibile posizione di trascendenza – non solo di tipo religioso ma anche semplicemente critica. In altre parole, il pensiero del nostro tempo deve confrontarsi con una configurazione ontologica che determina le condizioni di possibilità dell’esperienza prima ancora che questa si articoli in desiderio e relazione. Nel sistema onnipervasivo di tipo tecnocapitalistico nel quale viviamo, non si tratta di ciò che gli enti sono ma di come possono darsi come enti: di quale forma dell’essere precede e articola ogni apparire.
Kant aveva mostrato che il soggetto costituisce il mondo attraverso forme a priori che non dipendono dall’esperienza ma la rendono possibile. Per esprimermi con una metafora audace, direi che il presente è un Kant rovesciato e storicamente situato: le forme a priori dell’esperienza contemporanea non sono strutture pure della soggettività trascendentale ma configurazioni storiche che hanno acquisito la funzione del trascendentale senza averne legittimità. L’orizzonte entro cui ogni ente appare costituisce una forma prodotta, contingente, cristallizzata e resa necessaria. Il trascendentale si è fatto storico senza perdere la propria forza strutturante: è questa la specifica violenza ontologica del presente.
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Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
di Francesco Piccioni
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
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Genocidio, tribunali speciali, forca
di Fulvio Grimaldi
In questo video lo Stato invasore, occupante coloniale, terrorista, razzista, predatore, infanticida, giornalisticida, femminicida, androcida, torturatore, genocida:
https://youtu.be/hJ-H1uilJ2Q
Pensierino del mattino
Chi è colpa del suo mal, il sionismo, pianga se stesso, l’antisemitismo
I colpi di coda del mostro ferito (quasi) a morte.
La perdita totale di credito morale e culturale, ma parzialmente anche politico e militare, è confermata dal disperato appello del genocida Netanyahu a rovesciare l’esito di una battaglia d’informazione, vitale per la sopravvivenza dello Stato sionista nella sua forma attuale, che lui dichiara persa.
Battaglia da rilanciare e vincere, mica ponendo un freno o una fine all’esercizio della violenza razzista senza limiti contro chiunque si opponga al dominio e al dilagare di questa entità nutrita dal sangue di popoli costruita sulle macerie di un paese e di una civiltà. Mica decidendo di ammazzarne, violentarne, affamarne, umiliarne, mutilarne qualcuno di meno. Macchè.
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La NATO è una truffa pericolosa con cui l’America sta spremendo l’Europa
di Thomas Fazi
La strategia americana verso la NATO ha suscitato reazioni nettamente divergenti. Alcuni la salutano come un passo atteso da tempo verso la liberazione della Germania – e per estensione dell’Europa – dalla tutela militare americana, dato l’apparente “disimpegno” degli Stati Uniti dalla NATO. Altri la vedono come una pericolosa rinascita del nazionalismo militare tedesco, che evoca il capitolo più oscuro della storia europea del XX secolo. Entrambe le letture mancano il punto. Il riarmo della Germania non è concepito per rendere il Paese più sovrano dal punto di vista militare – nel bene o nel male. È concepito per elevare il ruolo della Germania a “vassallo in capo” all’interno della struttura di comando della NATO controllata dagli Stati Uniti. In questo senso, il battibecco tra Trump e Merz dovrebbe essere visto come poco più che teatro politico.
Trump ha messo ancora una volta in allarme gli europei. Questa volta ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania nell’ambito di una decisione del Pentagono innescata dalla disputa pubblica del presidente con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran. Il taglio ammonta a circa il 14% dei circa 35.000-36.000 soldati americani attualmente di stanza in Germania, e dovrebbe avvenire nell’arco di sei-dodici mesi, riportando i livelli delle forze statunitensi a quelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Trump ha lasciato intendere che potrebbero seguire ulteriori tagli. Ha definito la mossa una “punizione” per le critiche di Merz alla gestione della guerra da parte di Washington — compresa l’affermazione di Merz secondo cui l’Iran avrebbe “umiliato” gli Stati Uniti.
Questo fa parte di una più ampia offensiva che Trump ha sferrato contro gli alleati della NATO nelle ultime settimane, per il loro rifiuto di inviare forze navali per aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Ha detto ai membri della NATO che dovranno «iniziare a imparare a combattere da soli» perché «gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi». Trump ha anche minacciato di ritirare le truppe dall’Italia e dalla Spagna, e ha sollevato ancora una volta la prospettiva che gli Stati Uniti lascino del tutto la NATO. Alla domanda, in una recente intervista, se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Stati Uniti all’alleanza, Trump ha risposto: «Oh sì, direi che [è] oltre ogni riconsiderazione».
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Dentro il nuovo spirito etico-politico
di Andrea Rinaldi
Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.
In questo articolo, Andrea Rinaldi torna su quelle mobilitazioni interrogandosi sui tratti soggettivi emersi nelle piazze: la centralità di un rifiuto etico, il rapporto tra individualismo e ricomposizione collettiva, la crisi dell’etica del lavoro, la distanza dalle retoriche interventiste e la possibilità che questi elementi diventino terreno politico.
Il testo lo fa dialogando anche con La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto», a cura della redazione di Infoaut.
* * * *
Mentre scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora il nodo centrale del futuro economico occidentale. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra senza sbocchi dettata dagli alleati israeliani e dal vano tentativo di colpire il comparto economico cinese. Più in profondità si cela una volontà politica trumpiana di aggredire la crisi dell’impero americano seminando il caos, distruggendo e imponendo la sua egemonia con la forza nel resto del mondo. Potremmo anche pensare che sia l’ennesimo caso di quell’imperialismo americano che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel corso del Novecento, ma non c’è nulla di più diverso. Non siamo nel contesto dell’ennesima guerra per il petrolio, siamo difronte a una battaglia epocale combattuta su più fronti per la sopravvivenza di un’idea politica egemonica.
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Indonesia 1965. L'arcipelago rosso sangue
Il genocidio dei comunisti
di Carlo Formenti
Il genocidio nei confronti del popolo palestinese da parte del regime colonialista, razzista e fascista di Tel Aviv ha riaperto il dibattito sulla pretesa sionista di rivendicare alla tragedia della Shoah il diritto di fregiarsi del titolo di unico evento degno di essere definito genocidio. Pretesa che solo la macchina propagandistica delle potenze imperialiste occidentali – interessate a sostenere lo stato israeliano come proprio avamposto nel Vicino Oriente – consente di resistere alle critiche che tutti gli storici onesti le rivolgono da tempo, elencando i purtroppo innumerevoli esempi di genocidio che costellano la storia umana antica, moderna e contemporanea.
Curiosamente (ma non troppo, ove si consideri la ventata di furore anticomunista che spira dalla cultura politica, accademica e mediatica occidentali in questo inizio di millennio) da tale elenco viene sistematicamente espunto uno dei casi più atroci – se non il più atroce – della seconda meta del Novecento: il massacro sistematico di non meno di mezzo milione, ma più verosimilmente di più di un milione, di comunisti indonesiani perpetrato a metà degli anni Sessanta dall’esercito di quel Paese, con la partecipazione attiva delle milizie dei movimenti islamici e cattolici e dei partiti di estrema destra.
A rompere questo colpevole, imbarazzante silenzio provvede un libro di Nicola Tanno, Arcipelago Rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968) appena pubblicato dall’editore Mimesis. Tanno parte da lontano, ricostruendo le origini e la storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI), le sue vicissitudini (prima dell'olocausto del 1965 aveva già subito dure sconfitte e repressioni in diverse occasioni), i suoi legami con il resto del movimento comunista mondiale, i suoi successi, le sue sconfitte e i suoi (molti) errori. Mette in luce la lucida pianificazione della strage da parte dei servizi Usa, le complicità di cui questi ultimi hanno potuto usufruire all’interno del Paese, il ruolo ambiguo del presidente Sukarno, la sostanziale connivenza dell’intera opinione pubblica occidentale. Infine descrive gli spaventosi dettagli della carneficina e l’incomprensibile (che resta tale anche agli occhi dell’autore) facilità con cui il crimine si è potuto compiere, anche grazie alla pressoché totale assenza di una resistenza organizzata da parte delle vittime.
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Venezuela. Resisto, quindi esisto
di Luis Britto García*
Abbiamo subito un colpo terribile. Se vogliamo superarlo, dobbiamo ammetterlo, indagare sulle cause e porvi rimedio.
Ribadiamo che, secondo un sondaggio di Hinterlaces dell’ottobre 2025, l’83% degli intervistati sarebbe disposto ad affrontare un’invasione militare straniera, solo il 6% non lo farebbe, e l’89% ritiene che il vero obiettivo di un’eventuale intervento sarebbe rovesciare il presidente Nicolás Maduro per impadronirsi del petrolio. (https://extranewsmundo.com/encuesta-hinterlaces-83-de…/I.
Sei mesi dopo, non ho trovato un solo connazionale che non ribadisse quelle risposte, ma accompagnate da nuove domande.
In primo luogo, occorre chiarire in modo chiaro, preciso e dettagliato cosa è successo o non è successo all’alba del 3 gennaio 2026. Il Venezuela disponeva e dispone di armamenti moderni, efficaci e costosi che non sono stati impiegati. Quarantasette soldati venezuelani e 32 scorte cubane sono morti respingendo coraggiosamente l’enorme aggressione con armi elementari. È necessario conoscere con esattezza i fatti e correggere le mancanze in vista di futuri e prevedibili scontri.
La ricerca deve riformulare la Dottrina strategica e tattica di sicurezza e difesa.
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Trump arriva a Pechino col cappello in mano
di Pino Arlacchi
Quando un presidente degli Stati Uniti vola a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, di norma lo fa da una posizione di forza, o almeno così è stato per mezzo secolo, da Nixon in poi. Il viaggio di Trump del 14 maggio rompe questa tradizione. L’uomo che si considera un negoziatore imbattibile arriva nella Capitale cinese con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina.
Il contesto internazionale in cui matura questa visita indebolisce ulteriormente la posizione negoziale americana. La guerra contro l’Iran è stata presentata al mondo come una veloce operazione chirurgica per poi rivelarsi come l’ennesimo fiasco contro un avversario astuto, duro e sottovalutato. A complicare ulteriormente il quadro c’è la variabile dello stesso Trump: un leader la cui instabilità mentale è stata documentata dai suoi ex collaboratori, e che ha cambiato posizione sui dazi cinesi quattro volte in quattro mesi. Per Xi Jinping, che pianifica lungo i decenni, trattare con chi pianifica tramite tweet rilasciati alle tre della notte è un esercizio di pazienza.
Il pretesto ufficiale della visita è il commercio. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina non è il prodotto di pratiche sleali, di sussidi nascosti o di manipolazioni valutarie
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La NATO e l’industria dell’intrattenimento: uno scandalo sulle conferenze segrete svela decenni di propaganda
di Redazione
Nuove rivelazioni di The Grayzone documentano un’infiltrazione sistematica dell’Alleanza nel mondo del cinema e della televisione, con agenti britannici in prima linea per influenzare la cultura popolare a fini geopolitici.
Documenti trapelati ed esaminati da The Grayzone hanno dimostrato come la NATO abbia cercato di infiltrarsi nel mondo del cinema e della televisione per decenni, con agenti dei servizi segreti britannici in prima linea. Il 3 maggio, The Guardian ha rivelato che l’Alleanza ha tenuto una serie di incontri segreti con registi, sceneggiatori e produttori televisivi in città che vanno da Parigi a Los Angeles, suggerendo che la NATO stia cercando di impiegare l’industria dell’intrattenimento nelle sue operazioni di propaganda mentre incombe una guerra in Europa.
Ad oggi, le “conversazioni” della NATO con gli sceneggiatori avrebbero “ispirato, almeno in parte” tre distinti progetti non dichiarati, già in fase di sviluppo. In occasione di un prossimo vertice a Londra, agenti della NATO incontreranno sceneggiatori legati alla Writers’ Guild of Great Britain (WGGB). In una corrispondenza via e-mail, il sindacato ha comunicato ai propri membri che l’evento verterà sulla “situazione di sicurezza in evoluzione in Europa e oltre”. Gli organizzatori sostengono che la NATO sia stata «fondata sulla convinzione che la cooperazione e il compromesso, la coltivazione di amicizie e alleanze, siano la via da seguire», aggiungendo che «anche se qualcosa di così semplice come quel messaggio dovesse trovare spazio in una storia futura», come risultato dell’incontro, «sarà già abbastanza».
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Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran
Il tramonto del clero sciita e l'ascesa dei Guardiani della rivoluzione a Teheran
di Pierluigi Franco
Dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.
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Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.
Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.
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Che fare? In Anno Domini 2026
di Piero Bevilacqua
Non si scambi il titolo di questo scritto – che fa il verso al celebre saggio di Lenin – per un’ingenua presunzione del suo autore. Almeno gli anni che egli porta addosso gli sconsiglierebbero qualunque accostamento a colui che resta una delle più geniali menti politiche del ’900. Né si pensi che questo titolo voglia alludere a una somiglianza di contesto tra gli anni in cui Lenin scriveva, il 1901-1902, e quelli presenti che la storia ci consegna. È esattamente il contrario. Esso serve a mostrare la radicale distanza, l’abisso catastrofico in cui siamo finiti, dopo un secolo di vicende mondiali, rispetto alla vigilia prerivoluzionaria degli inizi del secolo scorso. Ma la ragione è anche polemica, come si vedrà più avanti. Com’è noto, Lenin scriveva in una fase di vaste lotte popolari che percorrevano la Russia zarista e andava meditando sulle forme di indirizzo e organizzazione di quei movimenti verso un esito rivoluzionario. Ed era pienamente consapevole delle grandiose possibilità che allora si schiudevano alle masse popolari se si fosse agito con la necessaria consapevolezza strategica. Perché, allora, il compito era di abbattere il «baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche asiatica» che avrebbe fatto «del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario mondiale» (Vladimir Ilic Lenin, Che fare? in Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, p. 103). Come di fatto accadde.
Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei.
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Hormuz Brucia. E con lo Stretto, Brucia un’Epoca
di Mario Petri*
Petrodollaro in agonia, debito americano fuori controllo, Europa che guarda e non capisce. La Cina che aspetta. E i poveri del mondo — come sempre — che pagano il conto di una guerra che non hanno voluto
Il 28 Febbraio, e Quello che è Successo Davvero
Chiamatela pure “Operazione Epic Fury”. Il nome è già tutto un programma — quella smania adolescenziale di grandiosità che il complesso militare-industriale americano non riesce mai a scrollarsi di dosso, nemmeno quando dovrebbe sapere che le operazioni con nomi epici finiscono raramente in modo epico. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati sull’Iran, uccidendo il Leader Supremo Ali Khamenei e diversi funzionari di governo. Era, nelle intenzioni dei pianificatori di Washington e Tel Aviv, il colpo decisivo. Il taglio della testa al serpente. La fine del problema iraniano.
Non è andata così.
Nei giorni successivi, le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno chiuso lo Stretto di Hormuz — ventinove miglia nautiche tra l’Iran e la penisola arabica, attraverso cui scorre il 20% del petrolio mondiale e il 22% del GNL commerciato globalmente. Il traffico dei petrolieri è crollato del 70% in pochi giorni, poi a zero. Duemila navi e ventimila marittimi bloccati dentro al Golfo come in una trappola. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile, il più grande incremento mensile mai registrato nella storia dei mercati energetici. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha usato parole precise: la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Non “tra le più gravi”. La più grave. In assoluto.
Washington ha risposto con la tipica escalation verbale trumpiana — minacce di “obliterare” impianti iraniani, annunci dell’operazione “Project Freedom” per “guidare” navi commerciali attraverso lo stretto sotto scorta militare americana. Project Freedom. Davvero. Nel frattempo le pompe di benzina californiane segnavano oltre sei dollari al gallone, le assicurazioni marittime per le rotte del Golfo erano già aumentate del 40%, e Maersk — la più grande compagnia di shipping del mondo — aveva sospeso le operazioni. I mercati non aspettano i comunicati del Pentagono.
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“L’energia è il principale campo di battaglia globale”
Giacomo Gabellini intervista Demostenes Floros
Giacomo Gabellini: “Buongiorno a tutti. La guerra israelo-statunitense contro l’Iran si sta rivelando un salasso, specialmente per l’Europa. In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. “Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno”, ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Eurocamera.
“Tutti dobbiamo affrontare una dura realtà. Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni”, ha aggiunto la von der Leyen.
Benvenuta. Oltre l’aumento forsennato dei prezzi che interessa praticamente tutti i benchmark petroliferi, incombe minaccioso un ancor più grave problema della scarsità, già materializzatosi in Asia e in Africa e destinato a declinarsi anche in Europa. In questo contesto gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC Plus, abbandonando l’organismo dopo quasi 60 anni e liberandosi così dai relativi vincoli di produzione.
Prima che il conflitto precludesse ai produttori arabi del Golfo la possibilità di esportare, gli Emirati Arabi Uniti estraevano quasi 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio. A marzo 2026 il paese ha prodotto invece soltanto 2,37 milioni di barili al giorno a fronte di una capacità di quasi 4,3 milioni. Abu Dhabi ha investito 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva e da alcuni anni spingeva per ottenere quote più alte dall’OPEC, necessarie ad ammortizzare le spese sostenute fino ad ora.
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Per una nuova tassonomia della guerra
di Enrico Tomaselli
Ormai siamo tutti abituati, quando discutiamo dei conflitti in corso nel mondo, a usare i concetti di guerra simmetrica – o, per converso, asimmetrica – che definiscono i contendenti in base alle rispettive capacità militari (quantità e tipologia di armamenti), ma anche, in senso più ampio, industriali ed economiche.
Questa tassonomia della guerra, però, è probabilmente inadeguata e superata, e dovremmo cominciare a ragionare secondo schemi diversi, capaci di includere altri aspetti, non meno determinanti. E, conseguentemente – o forse proprio precedentemente – ad adeguare il linguaggio, la terminologia utilizzata, a una visione più completa, olistica, della fenomenologia contemporanea della guerra.
Un aspetto che assume, con sempre maggiore evidenza, un’importanza cruciale è infatti quella che potremmo definire come postura strategica. Poiché è primariamente in base a questa che possiamo, poi, stabilire se le capacità militari, industriali ed economiche sono o meno (e in che misura) adeguate a tale postura. Nazioni con eguali capacità, ma diverso orientamento strategico, in caso di conflitto si troverebbero appunto in una condizione di asimmetricità, nonostante i (limitati) criteri attualmente in uso siano invece apparentemente simmetrici. E, ovviamente, questo può valere anche in senso opposto. Semplicemente, l’adozione di un criterio sinora non considerato al fine della definizione tassonomica dei conflitti, seppure presente per altre valutazioni, ne cambia – anche radicalmente – i termini, spingendo verso una ridefinizione complessiva della terminologia.
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Il pericoloso militarismo dei guerrifinti
di comidad
Abbiamo appena scoperto che l’amministrazione Trump ha attaccato l’Iran perché non si aspettava di dover sostenere una vera guerra. Il fatto può sembrare strano per una amministrazione che aveva appena ribattezzato il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra; ma strano non è, infatti vale lo schema per cui meno ci credi e più la spari grossa, cioè si esagera per autosuggestionarsi così da suggestionare gli altri. Al di là dei suoi intendimenti, uno come Trump è sempre stato un abitante dello spot neocon, dato che comunica per iperboli e agisce per rilanci e bluff. Il bullimperialismo USA non ha strategia, ma si riduce ad uno schema comportamentale.
Lo schema è rintracciabile in altri contesti, anche nella comunicazione di persone che affermano di disprezzare Trump, o addirittura, come Carlo Calenda, lo accusano di essere un asset russo. Calenda è generalmente considerato un imbecille, e ciò porta a sottovalutare quello che dice, o a replicargli in base a qualche luogo comune edificante. Nella vicenda della tentata censura ai danni degli artisti russi alla Biennale di Venezia, molti commentatori hanno reagito alla censura come se stessero giocando la partita del cuore, appellandosi alla libertà di espressione e alla libertà della cultura; tutte cose mitiche, mai esistite da nessuna parte. Se si fosse invece prestata attenzione alle tesi di Calenda, si sarebbe individuato il vero bandolo della questione, cioè il trucco di dilatare a tal punto il concetto di guerra da poterci infilare tutto e il contrario di tutto.
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