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Gaza: guerra barbarie contro civiltà
Se non distruggi il passato non vinci il presente
di Fulvio Grimaldi
La voce e la Storia
Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.
Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.
Sopprimere la voce del passato
Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.
La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.
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È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
di Irene Doda
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commerciali
L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.
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Il pensiero in divisa
di Mario Sommella
Prima di comprare i missili, il potere europeo ha messo in marcia le coscienze. Come la logica del riarmo ha colonizzato scuole, linguaggio e senso comune, trasformando la guerra da eccezione ripudiata a evidenza indiscutibile
C’è una legge antica in ogni forma di dominio: prima di occupare un territorio conviene occupare le teste di chi lo abita. Nessuna guerra si combatte soltanto con i cannoni; si prepara molto prima, nelle aule scolastiche, nei telegiornali, nel lessico che adoperiamo senza accorgercene, nel modo silenzioso in cui impariamo a considerare ovvio ciò che fino a ieri sarebbe stato inaccettabile. Antonio Gramsci aveva colto questo meccanismo quando distingueva il dominio imposto con la forza dall’egemonia, la forma di potere più profonda e duratura, quella che si radica nel consenso, nella cultura diffusa, nel senso comune. È esattamente su questo terreno che si gioca oggi la partita più insidiosa del riarmo europeo: non quella delle fabbriche di armi, ma quella delle coscienze.
Mentre l’Unione europea annuncia programmi di spesa militare da centinaia di miliardi di euro, un processo meno appariscente ma più decisivo attraversa in profondità la società: la costruzione paziente di un consenso preventivo alla guerra. È la militarizzazione del pensiero, cioè la trasformazione di un’intera mentalità collettiva affinché accetti come naturale, necessario e persino desiderabile ciò che la Costituzione repubblicana ripudia solennemente nel suo articolo 11. Conviene ricostruire come questo consenso venga fabbricato, quali interessi materiali lo sostengano e cosa scompaia dal nostro campo visivo quando la guerra diventa l’unico orizzonte pensabile.
1. Un riarmo senza precedenti
Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti, su un sobrio sfondo blu notte, il piano ribattezzato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030. L’annuncio prometteva di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa continentale.
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NATO, l’orrore si compatta
di Fabrizio Casari
La riaffermata unità di facciata esibita al vertice NATO di Istanbul ha nascosto le differenze di interessi dei suoi membri, ma non poteva che essere così. Per quanto diverse siano priorità e interessi di ognuno dei 32, la centralizzazione del comando a guida statunitense non è emendabile e obbliga alla compattezza tutto l’Occidente. Sul piano squisitamente militare (che è però ormai difficile distinguere da quello politico ed economico nel nuovo modello di guerre ibride di 4a e 5a generazione) non sono emerse innovazioni di prodotto. La Russia viene definita “nemico strategico” e la sua sconfitta militare continua ad essere l’obiettivo su cui centrare le politiche complessive dei paesi dell’Alleanza senza eccezione alcuna.
L’Ucraina è il luogo prescelto per un primo confronto militare con rischi di effetto globale. Washington ha ufficializzato il cambio di rotta nelle regole d’ingaggio del conflitto, archiviando, apparentemente, la stagione del sostegno a fondo perduto con lo stop alle forniture dirette e spazio solo a triangolazioni commerciali e intelligence strategica. Ma concede a Zelensky l’autorizzazione all’utilizzo dei missili USA per colpire il territorio russo con quello che comporta, ovvero una nuova escalation nello scontro, da tradurre in migliaia di morti.
La guerra della NATO alla Russia è ormai conclamata e dato che la sconfitta russa sul campo è impensabile, gli scenari prevedono solo due ipotesi, una irrealizzabile e una truffaldina: la prima, decisamente difficile da ipotizzare, prevede un accordo che “rispetti l’integrità territoriale ucraina”, dunque uscita delle truppe russe dai territori conquistati; nessuna possibilità di riuscita perché per Mosca si tratterebbe di una sconfitta politica forse peggiore di una militare.
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Perchè la guerra non finirà
di Leonardo Mazzei
Perché la guerra non finisce? Perché gli Stati Uniti (per non parlare di Israele) firmano tregue solo per violarle il giorno dopo? Perché ad un anno da Anchorage la guerra d’Ucraina si va incrudendo? Queste domande cruciali avranno pure una risposta.
In un certo senso, la tendenza ad una sorta di “guerra infinita” sembrerebbe voler smentire lo stesso Clausewitz. Se la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi, prima o poi si dovrà pur tornare agli strumenti ordinari di quest’ultima. Già, ma quando? Ecco un orizzonte che sembra allontanarsi vieppiù.
In realtà, a ben guardare, non c’è nessuna smentita delle concezioni del generale prussiano. La guerra attuale, nelle sue due articolazioni (europea e mediorientale), non finisce proprio perché nessun obiettivo politico di chi l’ha promossa è stato raggiunto. Di più: se i vecchi equilibri prebellici sono palesemente in crisi, nessun nuovo equilibrio è sorto finora dal conflitto (o, se preferite, dai conflitti) in atto.
E’ chiaro come la guerra d’Ucraina abbia le sue specifiche motivazioni, così come ce l’ha ancor più quella quasi cinquantennale mossa dal duo Usa-Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma entrambi questi fronti possono essere letti come parte di un tutto: l’iniziativa strategico-militare decisa dall’Occidente a guida americana a difesa del vecchio ordine in crisi. E’ questa iniziativa la causa scatenante della Terza Guerra Mondiale in corso.
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L’esorcista
di Nico Maccentelli
Regolarmente a ogni tornata elettorale assistiamo alle belle parole di chi in tutti questi anni non ha fatto altro, in alternanza con la destra, che smantellare i diritti sul lavoro (jobs act, art. 18, ma si può dire sin dal pacchetto Treu), approvare e promuovere “missioni umanitarie” e oggi schierarsi con l’Occidente per il riarmo e la guerra contro la Russia voluta dai complesso militare industriale e digitale USA-NATO. Ma di più mettere il pareggio d bilancio con il titolo V in Costituzione legare il paese mani e piedi ai diktat degli euroburocrati che hanno creato devastazione sociale, distruzione del welfare pubblico.
Un forza della sinistra radicale e di classe a Napoli l’altro giorno non ha fatto altro che ricordare queste belle robine ai signori del campo largo schierati e quindi a ricordare quanto siano inattendibili soprattutto in vista delle elezioni, che… apriti cielo! Tutta la sinistreria, antifascista a comando, da salotto, che di fascismo non ha capito un cazzo (poi lo spiegherò) si è lanciata a riempire di contumelie i poveri papisti, che hanno semplicemente indicato che sul piano del lavoro e e della guerra il re è nudo.
Le contumelie sono sempre all’insegna del tutti uniti contro la destra con il solito vecchio schema fuorviante che recita sostanzialmente il mantra in due parti:
Uno: che la destra è fascista e dall’altra parte c’è la sinistra;
Due: che c’è il pericolo fascista e bisogna difendere le istituzioni democratiche.
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I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all'Iran
di Piccole Note
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di "migliaia" di persone
Si può azzardare con un certo grado di certezza che i funerali dell’ayatollah Alì Khamenei sono stati i più partecipati della storia, imparagonabili per numero di convenuti con quelli di altri leader occidentali recenti, politici o spirituali che siano, e, a quanto pare, anche con altri del passato (escludiamo quelli più antichi, che non potevano avvalersi per attirare le folle di mezzi di comunicazione efficaci).
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone.
Certo, le cifre iraniane potrebbero essere esagerate, ma sicuramente siamo ben oltre i 2 milioni di persone che parteciparono ai funerali di Ghandi e ai 3 milioni di quelli di Giovanni Paolo II, per citare due eventi funebri tra i più partecipati.
Un media autorevole come il Financial Times ha scritto di una cifra che sarebbe oscillata tra i 12 e i 15 milioni, numeri lontani da quelli comunicati da Teheran, ma pur sempre altissimi.
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Il mito dei mercati
di Giandomenico Scarpelli
Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.
Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.
Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.
Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).
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Guerrafondai Illusionisti
di Gaetano Colonna
Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.
La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.
Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.
Fallimento dell’ONU
Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.
Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.
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Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
L’infanzia di Adamo
Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.
Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.
Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.
[13 aprile 2026]
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Il filo rosso che lega genocidio e riarmo
di Roberto Iannuzzi
Che si tratti del genocidio di Gaza o del riarmo della NATO contro la Russia, il trionfo della logica del profitto può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini europei
Due eventi apparentemente slegati fra loro hanno caratterizzato i giorni scorsi.
Il 3 luglio ha segnato 1000 giorni di crisi a Gaza, all’insegna di quello che numerose organizzazioni internazionali hanno definito un genocidio, tuttora in corso alla luce delle catastrofiche condizioni in cui versa la Striscia e del cessate il fuoco continuamente violato da Israele.
Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 luglio, si è svolto il vertice della NATO ad Ankara, incentrato sulla presunta urgenza del riarmo europeo in base a previsioni allarmistiche, quanto non corroborate, secondo cui la Russia potrebbe attaccare l’Europa entro qualche anno. Intanto i livelli della spesa militare nel vecchio continente non sono mai cresciuti così rapidamente dal 1953.
Il filo rosso che lega questi due eventi è la crisi di civiltà che affligge l’Europa, dominata da ipocrisia ed esaltazione del profitto. Una crisi che, incoraggiando la “normalizzazione” di eventi come un genocidio o un dispendioso quanto inefficace riarmo, può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini del vecchio continente.
Nei giorni scorsi un nuovo rapporto dell’ONU, perlopiù trascurato dai media di grandi diffusione, ha concluso che “il tasso impressionante di vittime e feriti tra i bambini a Gaza non ha eguali in nessun altro conflitto moderno a livello mondiale”.
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Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
di Francesco Piccioni
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella di Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnare, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
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Come sfuggire alla trappola di Tucidide: perché per decifrare il tramonto dell’Occidente dobbiamo rileggere Gramsci
di Michele Prospero
Washington fuori di testa, Londra acefala: il disordine regna sovrano. Per orientarsi nel caos odierno è utile ricorrere alla vecchia officina gramsciana. La sua analisi di come, senza armi, l’Inghilterra consegnò la leadership agli Stati Uniti
Con Washington fuori di testa, e Londra acefala, il disordine regna sovrano. Per decifrare il tramonto dell’Occidente torna in voga anche Spengler. Ma, ai fini di una precisa comprensione del caos odierno, pare più fornita la vecchia officina gramsciana. Attraverso una ricognizione storico-critica, il pensatore sardo indaga le “fratture” che hanno eroso “l’egemonia politica dell’Europa” consolidatasi nel secolo compreso tra il Congresso di Vienna e la Grande guerra del 1914-18. La trincea ha infranto un quadro globale nel segno “dell’imperialismo britannico”. Prima del conflitto spiccava infatti “la funzione mondiale di Londra: un aspetto, tecnico, dell’egemonia economica anglosassone e della sterlina nel mondo: tentativi di New York e di Parigi per soppiantare Londra”.
Con la inimicizia bellica irrompono, per Gramsci, nuove costellazioni economico-militari. “Il costo colossale della guerra, i profondi turbamenti della produzione europea (la rivoluzione russa), hanno fatto degli Stati Uniti gli arbitri della finanza mondiale. Quindi la loro affermazione politica”. Gli attori tradizionali perdono quota e il vento americano si abbatte in maniera inesorabile sull’Europa “troppo antiquata”.
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Questo mondo non ci renderà liberi
di Matteo Coco
«Il nemico dei beni comuni è sempre la micidiale tenaglia dello Stato e della corporation», così Ugo Mattei disegnava, nel suo Beni comuni del 2011, l’unione degli interessi del potere statale con quelli delle corporation. Lo Stato usa le proprie leggi per denazionalizzare invece di difendere l’uso comune delle risorse (come nel caso della svendita del patrimonio immobiliare collettivo) ponendo fine all’illusione che ha contraddistinto tutto il Welfare State del Novecento. I governi neoliberali ad un certo punto, spinti dal debito pubblico, hanno venduto i beni comuni, trasferendo enormi ricchezze collettive nelle mani del capitale privato. La comunità non ha potuto reagire perché giuridicamente non aveva alcun titolo su di essi.
Mattei, già da molti anni in prima linea nella denuncia delle dinamiche dei poteri globali, critica pesantemente le decisioni politiche prese dalle ultime compagini governative (ad esempio la pessima gestione pandemica) e a partire da Beni comuni ha intrapreso un percorso giunto al suo pieno sviluppo con il saggio oggetto di questa recensione, La fine del diritto, uscito per Feltrinelli nel 2025, che tenta di rispondere alla domanda fondamentale: “che cosa è rimasto del diritto?”. Questo titolo non sorprenderà coloro che si sono accorti della deriva tecnosociale della società occidentale, in sintonia del resto con il sottotitolo La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova.
“Fine” e “sostituzione”, descrivono perfettamente il taglio netto che vi è tra il diritto Statualista e l’illusione della Rule of law celebrata per decenni dall’Occidente.
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USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
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Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
di Mikhail Burtsev - Yang-Hui He - Evgeny Sobko - Thore Graepel - Ananyo Bhattacharya*
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi — verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici — dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà — sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős — domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
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Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
di Laura Ruggeri*
Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di appena 700.000 anime, al sicuro nell'Europa occidentale e praticamente privo di un esercito, questa posizione non è evidentemente dettata da esigenze di difesa. Il calcolo è puramente finanziario.
L'entusiastica adesione del Lussemburgo alla retorica bellica affonda le radici nel suo ruolo smisurato nella finanza globale. Nonostante le dimensioni ridotte, il Granducato è tra i principali centri finanziari del mondo. I numeri fanno girare la testa. Alla fine del 2025, gli asset in gestione nei fondi domiciliati in Lussemburgo hanno raggiunto gli 8,2 trilioni di euro. Il Granducato gestisce il 58 percento di tutti i fondi cross-border globali. È il secondo paese al mondo per fondi d'investimento, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo in Europa. Le sue attività finanziarie estere ammontano a 13 trilioni di euro. Questo non è un paese. È una macchina per l'estrazione di valore, un'enorme pompa finanziaria che convoglia la ricchezza del mondo nelle casse dell'élite globale.
E ora quella macchina ha trovato un nuovo prodotto da vendere: la morte.
La ministra della Difesa Yuriko Backes ha lasciato cadere la maschera prima del vertice, dichiarando ai giornalisti: "Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo". La guerra è un buon affare. E il Lussemburgo intende sfruttare la sua "vocazione".
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Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
di Redazione
Le autorità insistono nel dire che queste misure colpiranno soltanto i social media, ma l'infrastruttura che sta prendendo forma dietro le quinte possiede in realtà un potenziale molto più esteso. È ormai solo questione di tempo prima che la scansione delle impronte digitali, della retina e del volto diventi un prerequisito obbligatorio per qualsiasi operazione, anche la più banale, compiuta online.
Una volta varcata questa soglia, come avverte Onur Orzesin nella sua analisi per The Cradle, il controllo dei precedenti personali andrà ben oltre la semplice fedina penale: il profilo digitale diventerà il vero e proprio spartiacque per la carriera professionale di chiunque. Questo nuovo paradigma permetterà agli algoritmi di intelligenza artificiale di setacciare ogni singola traccia lasciata in rete, arrivando a etichettare preventivamente gli utenti come soggetti "a rischio" o inclini a infrangere le regole.
Un simile meccanismo finirà inevitabilmente per soffocare sul nascere il dibattito pubblico. Criticare le linee politiche dello stato, denunciare un episodio di corruzione o anche solo sollevare un dubbio legittimo rimarrà impresso per sempre nel fascicolo digitale del cittadino. Di fatto, i governi non avranno nemmeno più bisogno di ricorrere a ritorsioni esplicite per mettere a tacere le voci fuori dal coro.
Nel momento in cui esprimere il proprio dissenso rischia di azzerare i traguardi professionali di una vita intera, l'autocensura smette di essere un'imposizione esterna e diventa un riflesso condizionato e spontaneo.
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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi*
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
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La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
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Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione
di Nello Barile
Una delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.
Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel L’America oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).
L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.
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Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
di Francesco Cappello
Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali.
La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel 2003 con il Decreto Legislativo numero 387, emanato in attuazione della direttiva europea 2001/77/CE. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L’impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare le procedure di esproprio per pubblica utilità non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. Lo stesso decreto introduce l’Autorizzazione Unica, un procedimento centralizzato che concentra in un’unica sede regionale il potere decisionale, esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica e riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all’avanzata delle centrali elettriche a terra.
Parallelamente all’accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, trasformando il rischio d’impresa in una rendita garantita dai consumatori.
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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
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L’assistenzialismo per ricchi smentisce le gerarchie antropologiche del sacro occidente
di comidad
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo.
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