L’uscita degli Emirati arabi dall'OPEC, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump
di Domenico Moro
Come abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa. La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi. La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.
L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.



Quando faccio vibrare l’enorme calotta di plasma, investendola con successioni di frequenze che ne amplificano l’oscillazione a livelli insostenibili, fino all’istante della sua trasformazione in un solo punto di energia infinita; quando dopo un attimo di trasecolata incertezza questo punto si espande furiosamente, si coagula in vortici di energia e materia insieme, si espande nuovamente per poi ancora coagularsi in materia vorticante; quando questi vortici perdono abbrivio diventando galassie, e al loro interno stelle, e intorno a queste pianeti, e su alcuni di questi forme senzienti di ogni possibile fattura…quale controllo ho, io creatore, su tutte queste creature?

Seconda stanza: Patnaik, la meccanica della necessità
C’è una soglia, nella traiettoria di ogni potere, oltre la quale la dissimulazione diventa superflua. La compagnia di Peter Thiel ha varcato quella soglia sabato 18 aprile 2026, quando ha pubblicato sul profilo ufficiale X un manifesto in ventidue punti che condensa il pensiero del suo amministratore delegato, Alexander Karp. Non un esercizio letterario: una dottrina politica esplicita, rivendicata, sottoscritta. La prima volta, nella storia recente, in cui una multinazionale della guerra algoritmica mette per iscritto la teoria del diritto a governare.



L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?Stephen Walt*



Dobbiamo dare un nome collettivo a un processo che molti di noi stanno già vivendo sulla propria pelle, spesso senza avere gli strumenti per decodificarlo, denunciando il nesso inscindibile, eppure quasi invisibile, tra l’Economia di Guerra Permanente e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale.







A prima vista, la guerra degli Stati Uniti contro l'Iran appare come un catastrofico fallimento tattico e strategico, che dimostra i limiti della potenza militare americana e mette ulteriormente in luce i limiti della sua capacità militare-industriale.

Già da prima della sua uscita, il libro Contro la scuola neoliberale (Milano, Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, ha ricevuto attacchi al limite del grottesco; poco dopo è partita una vera e propria campagna contro il film D’istruzione pubblica, denuncia dello smantellamento neoliberale del nostro sistema di istruzione diretta da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Va detto che le due opere, uscite in contemporanea, sono molto diverse tra loro, non solo, come è ovvio, nella scelta del mezzo utilizzato, ma anche nella lettura che si dà della crisi indotta nel sistema scuola in una fase estrema del capitalismo. Il punto però è un altro: al di là delle singole questioni, si ha l’impressione che il polverone sollevato contro entrambe le opere, soprattutto a partire da alcune bacheche social su cui i commenti rimbalzano con tag e citazioni reciproche, serva a far scomparire alcune questioni fondamentali, che in qualche modo vengono sollevate sia dal libro che dal film. Tra le tante di cui si potrebbe parlare, le più rilevanti mi sembrano queste:
In questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare alla fine a una finestra dalla quale affacciarci.
Il tramonto dell'Impero d'Occidente sarà sanguinoso e porterà il mondo sull'orlo della distruzione.





































