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Le chiavi false di Trump. Recensione a Dario Togati “Il capitalismo fragile”
di Nicolò Bellanca
La tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, rischia di nascondere l’essenziale. Se Trump è soltanto un pazzo, il problema è rimuovere il pazzo. Se i suoi elettori sono vittime di risentimento o irrazionalità, bisogna educarli meglio. Ma così si evita la domanda più scomoda: che cosa, nel capitalismo democratico americano, ha reso Trump possibile e credibile? E soprattutto: come mai la risposta progressista, disponendo di tutti gli strumenti interpretativi della tradizione critica, continua a mancarlo?
Il merito del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarko, 2026), sta anzitutto qui: obbliga a prendere sul serio il trumpismo senza assolverlo. Capire non significa giustificare. Significa rifiutare l’idea consolatoria secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo globale funzionavano ragionevolmente bene, finché un demagogo non è arrivato a turbare l’ordine naturale delle cose. Togati rovescia il punto: il trumpismo non cade come un meteorite su un corpo sano; rivela una malattia già in corso. E questa malattia ha un nome: crisi della fiducia.
L’economia come navigazione, non come calcolo
La tesi è semplice, ma non banale. L’economia non si regge soltanto su prezzi, contratti, salari, tassi d’interesse e investimenti. Si regge su aspettative condivise, promesse istituzionali, abitudini di cooperazione, credenze circa la tenuta del futuro. Non si tratta della fiducia sentimentale delle buone intenzioni, ma dell’infrastruttura invisibile che consente agli individui di lavorare, consumare, indebitarsi, investire, aspettarsi che le regole non cambino sempre a favore degli stessi. Quando questa infrastruttura si incrina, gli indicatori macroeconomici possono anche restare discreti; ma la società comincia a non credere più a se stessa.
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Occidente. Entropia e Persistenza
di Antonio Cantaro
L’entropia non è più solo una distopia ma la realtà. La “regolazione entropica” che scarica all’esterno, nei Sud e nelle periferie del Mondo, i costi dello sviluppo estrattivista non ci preserva più dal disordine interno. Il capitalismo ha davanti a sé, commentava ironicamente un vecchio socialista, i secoli contati. Si sbagliava: qualcosa è avvenuto. Quel che è avvenuto è che il tramonto dell’Occidente tardo moderno non è più solo materia per la grande letteratura. È entrato nei nostri corpi, nelle nostre giornate. L’errore del “catastrofismo ottimista” non è tanto quello di rallegrarsi per l’entropia, quanto di non vedere la persistenza dell’Occidente, la sua perdurante vocazione a durare, ad andare oltre, ad offrire risposte, per quanto emergenziali, al disordine. Ne è un segno inequivocabile l’universale diffusione di una parola sulla quale anch’io in passato ho, sbagliando, ironizzato. Resilienza. Resilienza degli Stati, delle aziende, delle comunità, degli individui. Dunque, entropia e persistenza.
1. Al contrario del “catastrofismo ottimista”, il “catastrofismo realista” è consapevole della contestuale presenza nell’Occidente tardo moderno di entropia e di persistenza. Essendo realista il suo obiettivo è quello di individuare e mobilitare le forze della storia in grado di limitarne la vocazione distruttiva. Limitarne gli eccessi nella sfera domestica, tipicamente regolando l’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale. Limitarne gli eccessi e la forza distruttiva nella sfera internazionale, lavorando affinché al “vecchio” mondo unipolare sotto l’egida degli Stati Uniti subentri un mondo multipolare, un ordinamento internazionale in grado di frenarne la vocazione entropica.
È il punto di vista geopolitico e geo giuridico. Ma è una prospettiva realista? Temo di no. Sono, anzi, giunto alla conclusione di un acuto filosofo della politica, Antonio Martone: l’odierna multipolarità è lungi dall’essere un’autentica alternativa all’unipolarismo imperiale. L’odierna multipolarità è una Westfalia atomica, è guerra freddo-calda permanente, un simulacro del mondo post seconda guerra mondiale che peraltro non è stato il migliore dei mondi possibili. Gli Stati satellite del mondo multipolare – in America, in Asia, in Africa, in Europa – conservano l’apparenza della sovranità ma in realtà sono subordinati alle capitali dell’Impero e alle sue oligarchie attraverso l’insediamento di una classe politica locale integrata nelle reti del potere globale.
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Dalle teorie di Brzezinski a Palantir: come il conflitto in Ucraina è diventato il più grande test bellico degli USA
di Michele Blanco
La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è chiara: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense pianificata da oltre trent’anni. Una strategia che ha trasformato il territorio ucraino nel principale campo di battaglia e di prova per la nuova guerra tecnologica contemporanea, mentre Kiev continua a pagare un prezzo umano, economico e territoriale altissimo.
Oggi il potere del complesso militare-industriale non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi d'investimento, imprese energetiche, servizi di intelligence e colossi del tech. Questo sistema non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti, ma tende a egemonizzarla, determinandone del tutto obiettivi e strumenti.
L’idea non nasce con il conflitto attuale. Nel suo celebre saggio La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali perni geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato enormi difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
Da questa prospettiva, l’allargamento della NATO non è stato soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale nell'alleanza occidentale, ma il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica verso i confini russi.
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Catastrofismo climatico e modello sociale
di Leonardo Mazzei
Problemi immediati e questioni di fondo
I prezzi dei carburanti vanno alle stelle? Niente paura, che ci pensa il governo a ridurli un po’, ma solo per il gasolio e solo per dieci giorni! Niente male come presa per i fondelli.
Ad aprile, in piena crisi di Hormuz, scrivemmo che il vero problema per un Paese come l’Italia non sarebbe stato tanto quello degli approvvigionamenti, quanto piuttosto quello dei prezzi. Una previsione, basata anche sui precedenti storici degli ultimi cinquant’anni, che si va sostanzialmente materializzando.
Quell’articolo si chiudeva con l’indicazione di nove punti per la realizzazione di una politica energetica radicalmente alternativa, ed a quelli rimandiamo i lettori che intendessero approfondire il tema.
Qui ci concentriamo invece sulla stretta attualità. Quella che ci mostra l’impotenza dei decisori politici, complici e schiavi come sono della scelta guerrafondaia dell’Occidente da un lato, degli interessi speculativi della finanza e delle grandi compagnie energetiche dall’altro.
Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente.
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Il capitalismo fragile
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità.
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Perché l'Occidente non capisce la Russia in Africa
di Nataliya Vinkler
Da anni i centri di analisi europei e americani si interrogano sulla politica africana della Russia senza riuscire a decifrarne la strategia – Mosca rimane imprevedibile. Esiste tuttavia una chiave di lettura che permette di anticipare con una certa sicurezza le prossime mosse russe in Africa.
In Africa, la Russia viene spesso definita un attore "incomprensibile". Gli analisti occidentali riconoscono che dispone di minori risorse finanziarie rispetto a Cina, Stati Uniti o Unione Europea, eppure riesce a conquistarsi un’influenza politica tutt’altro che trascurabile. Ma non sembra avere fretta di trasformare questa influenza in profitto. Il che lascia perplessi: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Che cosa sta tramando? Gli Stati africani diventano più forti e più indipendenti, ma dove sta il guadagno per i russi?
Gli esperti occidentali partono da un presupposto sbagliato: misurano la Russia con il proprio metro, quello del "tornaconto". Le nazioni che hanno posseduto colonie in Africa sono abituate a considerare il continente come una riserva di materie prime, uno sbocco per i propri prodotti e uno spazio da tenere sotto controllo politico. Le loro amministrazioni costruivano strade pensate soprattutto per collegare i giacimenti ai porti, formavano personale locale destinato a servire l’apparato coloniale e sostenevano regimi politici in grado di garantire un flusso ininterrotto di risorse nella direzione voluta.
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I veri costi delle rinnovabili sono sostenibili solo grazie a enormi risorse pubbliche di cui si appropriano gli speculatori che stanno distruggendo il nostro territorio
di Francesco Cappello
Dietro il mito dell’energia a basso costo si nasconde un sistema che scarica sulla collettività i costi di rete, accumulo e riserva, garantendo profitti privati grazie a sussidi pubblici e alla trasformazione del territorio in una ininterrotta area industriale. In pratica una gigantesca socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti
È dominante una narrazione seducente ed interessata secondo cui l’energia solare ed eolica sarebbe ormai diventata la forma di elettricità più economica della storia humana. Tuttavia, se si guarda ai bilanci delle reti e alle leggi della fisica, la realtà che emerge è radicalmente diversa.
È importante chiedersi come si calcola davvero il costo dell’energia e perché l’approccio attuale sta portando a un gigantesco abbaglio economico di cui usufruiscono solamente le società energetiche private che speculano utilizzando fondi pubblici sfruttando una messe di leggi, finanziamenti ed incentivi senza cui sarebbe stato loro impossibile piazzare i loro ecomostri al posto di campi con vocazione agricola infestando i crinali delle colline italiane.
L’inganno della metrica LCOE e la Potenza Stabile Equivalente
Il punto di partenza di questo malinteso risiede in una cifra ampiamente pubblicizzata: circa 35 euro per megawattora, ovvero 3,5 centesimi per kilowattora, presentata come il costo dell’energia eolica e solare. Questo valore si basa su una metrica chiamata costo livellato dell’energia, nota in gergo come LCOE.
Il problema del LCOE è che misura soltanto il costo di fabbrica per produrre un singolo kilowattora sulla pala o sul pannello, esattamente nel momento in cui soffia il vento o brilla il sole. È l’equivalente di calcolare il prezzo di un’automobile considerando unicamente il suo prezzo di listino dimenticando l’assicurazione, le tasse, la manutenzione, il carburante, eccetera…
Come sottolinea Sir Dieter Helm, docente di politica energetica all’Università di Oxford e autore di celebri revisioni contabili per il governo britannico, valutare la convenienza delle rinnovabili intermittenti con il LCOE è un errore metodologico primario. Il sole e il vento producono infatti energia intermittente, variabile e non programmabile, scaricando sull’intero sistema elettrico tutti i costi necessari per colmare i loro vuoti di produzione.
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Per chi suona la campana
di Marco Savelli
L’appello dell’enciclica "Magnifica Humanitas" ad una “pace disarmata e disarmante” ha reso evidente una frattura nella comunità dei credenti. La componente cattolica più vicina al magistero papale potrebbe forse essere spinta verso un’autonoma presenza politica organizzata, sganciata dall'intero arco partitico esistente
In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.
Uno scenario inquietante.
Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie.
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I Brics: la seconda colonizzazione
di Paolo Ferrero
I BRICS e il processo di cui sono protagonisti rappresentano a tutti gli effetti un secondo ciclo di decolonizzazione dei paesi del SUD del mondo. Il primo ciclo, nel secondo dopoguerra, fu un fenomeno in primo luogo politico e militare e dette luogo all’indipendenza politica di larghissima parte degli stati prima assoggettati al colonialismo occidentale. Dopo la decolonizzazione molti di quegli stessi stati subirono però un neocolonialismo di tipo economico che – imposto a suon di piani di aggiustamento strutturali elaborati dal Fondo Monetario Internazionale – ha ridotto molti di quei paesi in una condizione di nuova sudditanza.
Non tutti i paesi sono stati però piegati dal neocolonialismo, e una parte di questi sono riusciti a conquistare un livello di sviluppo economico che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più marcato. Nel caso cinese, questo sviluppo, governato dallo stato – che ha continuato a controllare finanza e moneta – ha determinato un vero terremoto a livello mondiale.
La base materiale di aggregazione dei BRICS non è stata politica, ma fondata sull’essere paesi non occidentali che hanno avuto un rilevante sviluppo economico nel nuovo millennio. Come sottolineava già il Presidente Mao, la conquista dell’indipendenza politica avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo economico al fine di dotarsi delle basi materiali dell’indipendenza stessa. Così è stato per la Cina, e così comincia a essere per una pluralità di paesi del Sud del mondo, in misura tale da mettere in discussione i rapporti di forza che hanno caratterizzato il mondo in questi ultimi cinque secoli. Parlare dei BRICS significa parlare del declino del dominio occidentale, come farò in larga parte di questo editoriale.
UNA GRANDE CESURA STORICA
Quella a cui stiamo assistendo oggi è – a mio parere – una enorme transizione. E’ il ruolo di dominio che l’occidente ha esercitato negli ultimi secoli sul mondo a essere entrato in crisi su molteplici piani. Assistiamo alla fine del ciclo coloniale iniziato con la conquista delle Americhe ma anche alla crisi dell’egemonia del capitalismo occidentale sviluppatosi a partire dalla rivoluzione industriale del XVII secolo in Inghilterra.
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I tanti interessi dietro la guerra all’Iran
di Alessandra Ciattini
I noti analisti geopolitici Pepe Escobar e Larry Johnson, ex membro della CIA, hanno fondato un interessante canale che si chiama Transition Protocol, seguendo il quale si possono apprendere informazioni e ascoltare analisi approfondite, che il limitato panorama giornalistico italiano, dominato dalla scellerata élite bellicista, trascura ampiamente. In questo caso specifico mi riferisco ad un recente video, nel quale sono stati intervistati vari specialisti, anche un analista indiano, Pravin Sawhney, direttore di FORCE, rivista internazionale pubblicata in India, dedicata all’analisi geopolitica della regione indo-pakistana. Dunque, Transition Protocol ci propone analisi che scaturiscono anche dal punto di vista del cosiddetto Sud globale e che non ripropongono i soliti slogan dell’eurocentrismo duro a morire. Gli intervistati si sono soffermati con apprezzabile chiarezza sulle molteplici ragioni della guerra statunitense e anglo-sionista contro l'Iran, mettendo in luce aspetti molto interessanti.
Vale la pena riassumere, in primo luogo, l'intervista a Pravin Sawhney, il quale -in accordo con molti altri specialisti- ritiene che gli Stati Uniti non hanno nessuna via d'uscita dignitosa dal cul de sac in cui si sono cacciati, pressati dai genocidi israeliani, ad attaccare dell'Iran, minacciando distruzioni apocalittiche che non hanno piegato la Repubblica islamica. Infatti, secondo l’esperto indiano l’Iran è un paese inconquistabile sia per la sua geografia, la sua estensione, la presenza di più di 90 milioni di abitanti.
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Ucraina, il laboratorio della potenza americana
di Giuseppe Gagliano
Dietro la guerra per procura, la saldatura tra industria militare, tecnologia e finanza
La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è netta: la guerra in Ucraina non sarebbe soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense costruita nell’arco di trent’anni. Una strategia che avrebbe trasformato il territorio ucraino nel principale campo di prova della guerra tecnologica contemporanea, mentre il Paese continua a pagare il prezzo umano, economico e territoriale dello scontro.
Il punto di partenza è l’avvertimento lanciato nel 1961 da Dwight Eisenhower contro il potere del complesso militare-industriale. Oggi quell’apparato non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi finanziari, imprese energetiche, servizi di informazione e grandi gruppi della tecnologia digitale. Non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti: tende a determinarne obiettivi, strumenti e durata.
L’Ucraina come pedina decisiva dell’Eurasia
L’idea non nasce con l’attuale conflitto. Nel suo libro La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali cardini geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
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Contrordine! Per oggi non si spara…
di Dante Barontini
Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.
“Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO“, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).
Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana“.
Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita…
Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Tehran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israaele.
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All'armi! All'armi?
di Valerio Romitelli
Da Ankara è venuta la conferma dell’imperativo “all’armi! all’armi!” con cui i governanti europei a secco di idee, strategie e obiettivi utili alla loro legittimazione provano disperatamente a rianimarla. L’unico vero dilemma che resta in sospeso è se le armi in questione saranno soprattutto le “nostre”, quelle prodotte al di qua dell’Atlantico, o quelle comprate al di là dell’Atlantico. Ma se si ha voglia di vincere facile, si sa su quale delle due opzioni scommettere.
Tra le opposizioni ai governi europei si lamenta soprattutto che questo warfare penalizza ulteriormente il già sofferente welfare: nessun drone o missile per quanto di ultima generazione, per quante immani stragi possa realizzare, vale le migliaia e migliaia di risonanze magnetiche che si potrebbero fare al loro posto allungando la vita di un’infinità di malati, né vale i tanti asili e scuole che le famiglie invano vanno reclamando, e così via.
Enorme tuttavia resta la tolleranza dell’opinione pubblica rispetto a questi governanti europei che gridano al riarmo, alludono a ogni sorta di escalation bellica entro breve o brevissimo tempo, nel momento stesso in cui ammettono ritardi di ogni sorta nella realizzazione dei loro propositi. Come mai tanta tolleranza? Come mai l’unanimità bellicista della classe dirigente dell’Ue non si scontra con un muro di obiezioni sui tempi, i modi oltre che i contenuti dei loro farneticanti progetti?
L’ipotesi forse più probabile è che tanto più i governanti annunciano l’eventualità di un coinvolgimento del vecchio continente in una guerra, quanto meno le masse dei loro rispettivi governati ci credono.
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Funzionare o esistere
di Salvatore Bravo
“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
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Trump, il voto e il comunismo
di Ottorino Cappelli*
Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di “Contropiano” che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:
“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. E’ la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
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L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran
di Sergio Cararo
Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”.
Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.
Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.
Il riferimento a questo inghippo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale“.
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Quand’è che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza?
di Claudia Carpinella
Il vero numero dei morti di Gaza resta una domanda senza risposta. Mentre il conteggio ufficiale viene assunto come dato definitivo, migliaia di vittime sotto le macerie, morte per fame, malattie o per il collasso sanitario restano fuori dal racconto pubblico. Nessuno sembra più interrogarsi sul reale death toll del genocidio
Quand’è, di preciso, che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza? Da quando è entrato in vigore il cosiddetto “cessate il fuoco”. Infatti, non è una tregua vera e propria perché, al netto dei continui aggiornamenti del fantomatico “Board of Peace” di Trump, nella Striscia si continua a uccidere. Meno di prima, eppure sempre in modo sistematico.
Esaustivo, a tal proposito, il titolo di un articolo di Haaretz: “Un bambino al giorno: l’aviazione israeliana continua a uccidere regolarmente i bambini di Gaza”. Non è una formula a effetto: è un tragico conteggio reale. Al 23 luglio, i bambini uccisi dall’ottobre 2025, quando è iniziata la tregua, erano 282. È la posologia del genocidio lento, sparito dai media, ma non dalla vita dei palestinesi.
Al momento in cui scriviamo i bambini uccisi durante il cessate il fuoco, interpretato da Israele in modalità lasca , sono già aumentati. Nella sola giornata del 30 luglio, infatti, Israele ha bombardato alcune tende della Striscia, uccidendo quattro persone: due erano bambini, di otto anni e appena diciotto mesi. La tragica conta descritta da Haaretz non solo è proseguita, ma quel giorno è addirittura raddoppiata.
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La diplomazia del bluff
di Elena Basile
La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.
Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.
“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra.
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Il dilemma cruciale della Russia riguardo alla guerra in Ucraina
di Georgios Christakos
L’impero non crolla, ma si arricchisce. Stando all’evolversi della situazione, o Putin intraprenderà operazioni volte a isolare militarmente l’Ucraina dalla NATO, oppure si consumerà in una guerra di logoramento che porterà, nel migliore dei casi, a una «vittoria di Pirro». Questo dilemma deriva inevitabilmente dal fatto che la guerra in Ucraina fa parte della strategia di lungo periodo di Washington: basi, rappresentanti e narrazioni. Con centinaia di basi militari sparse in tutto il mondo, Washington si trova letteralmente alle porte di ogni paese, che può attaccare, direttamente o tramite «paesi proxy», dopo aver diffuso la narrativa opportuna grazie al suo dominio nel campo dell’informazione.
Questa strategia viene applicata ormai da molti anni. I «paesi proxy» vengono assoggettati politicamente da Washington, che insedia governi al servizio dei propri interessi, spesso a scapito di quelli dei paesi stessi. Conducono le guerre di Washington e i loro popoli soffrono o addirittura muoiono per conto suo, mentre essa ne ricava grandi benefici (appropriandosi delle risorse naturali di altri paesi, stipulando accordi economici e di investimento coercitivi, vincolando beni stranieri, vendendo protezione, assicurandosi in larga misura il dominio sul mercato energetico, strumentalizzando i quadri giuridici e normativi internazionali).
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Il Grande Fratello? Si chiama Palantir
di Glauco Benigni
Controllo sociale occulto, costante, remoto, h. 24 L’Italia tra resistenza e sudditanza
L'integrazione tra apparati d'intelligence e colossi tecnologici digitali ha dato vita, nell’ultimo quarto di secolo, a una funzione inedita della Governance, che da sempre costituiva, per il Potere, “il sogno nel cassetto”: ovvero la realizzazione del controllo sociale occulto, costante e remoto H24 e dell’orientamento dei comportamenti di massa che può derivare dalla sua gestione.
A differenza dei totalitarismi, quali ad esempio nazismo, fascismo, franchismo e comunismo, del Novecento, che esercitavano sorveglianza e repressione fondate sulla presenza fisica di poliziotti e delatori, il controllo e la repressione contemporanei si esercitano in modo silenzioso e non prevedono solo costi ma anche opportunità di business.
Oggi grandi Corporation come Palantir, Google, Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft gestiscono data center e algoritmi che operano in tempo reale, 24 ore su 24 e raccolgono informazioni sensibili su “comunità utenti transnazionali”, misurabili in centinaia di milioni di individui, grazie sostanzialmente alla facoltà di monitoraggio-intrusione sulle comunicazioni via telefono cellulare, via messaggistica, via social network e sulle pratiche di e-commerce.
Il Patriot Act (USA, 2001) è la legge antiterrorismo post-11 settembre, voluta e ottenuta da George Bush Jr., che ha ampliato a dismisura i poteri di sorveglianza statale, autorizzando la raccolta e il monitoraggio massivo di Big Data privati, la loro elaborazione e uso per motivi di intelligence. Con le successive evoluzioni legislative — dal FISA Amendments Act (2008) allo USA Freedom Act (2015) — si è consolidato, attorno a Palantir, un complesso militare-digitale in cui lo Stato delega alle Corporation private l'architettura tecnica del monitoraggio e della raccolta dati e le Corporation utilizzano i finanziamenti pubblici per perfezionare le proprie tecnologie di tracciamento.
Oltre ovviamente gli USA, che sono stati la “sala operatoria” di questo aborto della democrazia, a quali altre Nazioni è stata "estesa" questa pratica che da qualche anno coinvolge anche la Guerra?
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L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.
Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.
Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.
“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.
“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.
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Filosofia e fisica quantistica
di Eros Barone
È una grande scienza sapere ciò che si sa.
G. W. Leibniz
Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero.
K. Marx
È ampiamente noto che la storia della ricerca scientifica nel campo della fisica quantistica ha posto problemi di grande rilevanza filosofica ed epistemologica che hanno indotto gli studiosi ad inserire la loro esplorazione dei sistemi atomici in un contesto più generale di quello strettamente scientifico. In tal senso, i rilevanti cambiamenti di prospettiva richiesti dalla fisica quantistica hanno reso questi problemi ineludibili per tutti coloro che nutrono interesse verso le implicazioni concettuali della scienza. D’altra parte, va sottolineato che la forte interazione tra la scienza e la filosofia, che caratterizza la fisica quantistica, non è dovuta a puri motivi storici o culturali, ma è stata imposta dalla natura stessa, sicché diventa necessario mostrare come fondamentali temi filosofici si colleghino in modo naturale alla problematica generata dagli studi e dalle ricerche sui sistemi atomici. Passiamo quindi ad esaminare, al fine di tratteggiare la personalità filosofico-scientifica dei maggiori protagonisti della nuova fisica, alcune specifiche posizioni circa la realtà e la sua conoscibilità.
1. L’idealismo e le sue derivazioni
Per l’idealismo l’oggetto del conoscere è l’idea; ma se questa è pensata come indipendente dal conoscere e meta esterna ad esso (il che accade, per esempio, nel platonismo), questo punto di vista è ancora realistico. Invece l’idealismo moderno è soggettivistico: l’oggetto del conoscere è posto, prodotto, “creato” dall’attività dello stesso soggetto conoscente. Ovviamente esistono varie versioni dell’idealismo, più o meno radicali, che vanno dall’ipotesi secondo cui le rappresentazioni della mente hanno un livello più elevato di esistenza che non gli oggetti, a quella secondo cui gli oggetti sono creati dalla mente, fino alla posizione estrema per cui non vi è nient’altro che la mente.
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La schiena della guerra è spezzata
di Alastair Crooke – Strategic Culture
Alla fine gli Stati Uniti dovranno capitolare, con la conseguenza che l’Iran diventerà una potenza regionale.
Trump ha ordinato all'esercito statunitense di non compiere nuovi attacchi contro l'Iran venerdì sera, nonostante avesse approvato in precedenza un "attacco massiccio dalle Porte dell'Inferno" contro l'Iran.
Gli Stati Uniti hanno ora richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo con l'Iran e cercano di ripristinare il Memorandum d'Intesa (MoU) fallito e sospeso, con discussioni che includano lo Yemen, mentre Trump cerca di coinvolgere Ansar Allah nei negoziati.
Chiaramente Trump è arrabbiato e teme che la guerra stia consumando la sua presidenza (e la sua eredità). L'Iran ha respinto in modo assoluto tutti i negoziati durante l'ultima settimana e ha confermato che non inizierà negoziati in nessun caso. In parole semplici, perché l'Iran dovrebbe acconsentire a dare agli Stati Uniti il tempo di riorganizzarsi e riarmarsi prima di lanciare un altro giro di attacchi contro l'Iran quando ha messo gli Stati Uniti “alle strette”.
Un ritorno al MoU la cui credibilità Trump ha ripetutamente distrutto? Improbabile.
Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono stia facendo pressione su Trump affinché annulli la guerra con l'Iran perché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le loro scorte di intercettori per la difesa aerea e missili d'attacco a lunga distanza.
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