Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 60
La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran
di Domenico Moro
Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.
Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
- Details
- Hits: 39
Immaginari non allineati al tempo di Margaret Thatcher
di Gioacchino Toni
Silvia Albertazzi, TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, Machina libro, Bologna, 2026, pp. 243, € 18,00
“When they kick at your front door / How you going to come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun?” (The Clash, The Guns of Brixton, 1979)
Parlamentare dal 1961, ministro della Pubblica Istruzione nel 1970, a capo del Partito Conservatore dal 1975, Margaret Thatcher si è insediata al 10 di Downing Street in veste di Primo Ministro per tre, infiniti, mandati consecutivi, dal maggio 1979 al novembre 1990. Nel corso di quel decennio, la Iron Lady in tailleur ha lavorato alacremente per cambiare il Paese facendo di tutto per smantellare, un pezzo alla volta, tutti quei legami sociali considerati d’impiccio a un sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del libero mercato più cinico, del monetarismo e dell’individualismo più becero in nome della meritocrazia, della competitività e dell’orgoglio nazionale, riformulando la materialità e l’immaginario del proprio Paese erigendo lo slogan “There is no alternative” (TINA) a luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali.
Per quanto sia innegabile anche in termini di immaginario il successo ottenuto dal thatcherismo all’insegna dell’infame adagio “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. […] È nostro dovere badare prima a noi stessi”, non sono mancate nel panorama culturale britannico forme di sottrazione o di aperta opposizione alla sua colonizzazione dell’immaginario collettivo. A ricordarle provvede il volume TINA (Machina libro, 2026) di Silvia Albertazzi passando in rassegna il panorama culturale che ha dato voce e immagine alle rivolte urbane, agli scioperi, alla vita nelle periferie ed a valori e stili di vita irriducibilmente altri rispetto a quelli thatcheriani.
Proclamando la povertà una colpa e la ricchezza un merito, guardando alle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, Margaret Thatcher ha finalizzato l’intera sua carriera politica a piegare ogni aspetto della vita sociale al libero mercato ponendo fine a quella politica di ricerca del consenso attraverso il welfare praticata dal suo stesso partito nel dopoguerra per fronteggiare il fronte laburista.
- Details
- Hits: 51
Bologna è una regola…
di Nico Maccentelli
A Bologna censurare è una regola, speculare è una regola, dare spazio a nazi ucraini è una regola, reprimere è una regola…
Un anno e quattro mesi fa, con una delibera comunale, nonostante che il quartiere Savena avesse dato semaforo verde al rinnovo della convenzione (con la modifica di una cogestione), la junta Lepore ribaltava la questione e chiudeva Villa Paradiso, una Casa di Quartiere rea di aver programmato (e poi non fatto) due iniziative reputate “putiniane” dalla stessa junta. Una chiusura sollecitata con molta probabilità da Pina Picierno, una vicepresidente di Parlamento Europeo, più dedita ad andare a caccia di inziative che a suo modo di vedere siano favorevoli alla narrazione russa sulla guerra in corso in Ucraina.
In un’occasione, un incontro al quartiere, Lepore stesso era andato giù a muso duro con i gestori di Villa Paradiso dicendo che se fosse stato per lui li avrebbe cacciati via ben da prima. Un vero sceriffo da far west più che un sindaco di tutti i cittadini. Le Case di Quartiere devono restare una vetrina a uso elettorale e propagandistico del suo PD e della corte dei miracoli di Coalizione Civica, che a differenza dei verdi di Celli (estromesso da Lepore proprio sulla vicenda di Villa Paradiso), con la Emily Clancy a vicesindaco, hanno completamente ribaltato la loro funzione di pressione da sinistra nei confronti della junta a maggioranza PD, assumendo la modalità zerbino.
La questione era così scomoda che l’emissaria della junta ha portato avanti un vero e proprio giochino di sponda per lasciare i gestori in mezzo a una strada fingendo spazi da assegnare loro. Morale: la non più casa di quartiere è andata ai proxy di junta e curia: le Cucine Popolari, che lungi dal fare iniziative, hanno trasformato lo spazio in dispensa e cucina, mentre le femministe di Armonie all’ultimo piano, che se ne erano lavate le mani, un esempio mirabile di “solidarietà” coi gestori, hanno continuate a praticare la loro “critica” alla società patriarcale nel pieno solco di quel dirittumanitarismo e civile che agisce solo nei perimetri dati dal sistema di potere nel versante “sinistra”.
- Details
- Hits: 115
Il Frankenstein di Washington: Kiev sabota gasdotti e sfida i suoi stessi padrini
di Fabrizio Poggi
Sullo sfondo degli eventi in Medio Oriente, compreso il terrorismo sionista contro i popoli della regione e con l'attenzione dei media internazionali concentrata sulla situazione energetica di quell'area, passano sott'ombra altre provocazioni terroristiche ai danni di strutture energetiche sul vecchio continente, portate col beneplacito europeista dai nazigolpisti di Kiev, il cui ras sembra agire secondo la formula “tu muori oggi, basta che io muoia domani". Kiev, per quanto si presenti come il “caposaldo del vallo europeo” contro l'autocrazia asiatica e si senta dunque più che “legalizzata” ad agire a proprio piacimento, si muove comunque, alla lunga, seguendo le coordinate dettate dai padrini occidentali.
E quelle coordinate dicono che la guerra in Ucraina deve essere continuata almeno per altri due anni, durante i quali Kiev distruggerà a colpi di droni le infrastrutture russe di esportazione dei prodotti energetici. Lo proclamano apertamente, dice l'ex deputato della Rada ucraina Oleg Tsarev, fonti europee e americane, sulla base di studi analitici. Ora, il fatto è che, in seguito agli attacchi ucraini ai porti baltici e della chiusura dell'oleodotto “Druzba”, «in una settimana le esportazioni russe di idrocarburi sono diminuite del 40%. Ma se questa situazione dovesse protrarsi a lungo, un calo di oltre il 30% delle esportazioni energetiche dalla Russia porterebbe a sconvolgimenti sociali e cambiamenti politici». Ed è su questo che contano gli occidentali.
Sul campo di battaglia, al momento il fronte è abbastanza stabile; le forze ucraine hanno armi e denaro per due anni di guerra. Dispongono di 56 miliardi di dollari in riserve auree e valutarie sufficienti per un anno di guerra.
- Details
- Hits: 114
Il ruolo di Prevost nell'imperialismo narrativo
di comidad
Il concetto di ateismo è filosoficamente difficile da maneggiare, poiché per negare l’esistenza di qualcosa occorrerebbe preliminarmente definire quel qualcosa. Insomma, per diventare atei bisognerebbe prima essere teologi. Forse non vale la pena di fare tutto questo sforzo, visto che la religione è anzitutto un fenomeno umano; anzi, un po’ troppo umano. L’inattendibilità umana scredita la religione molto di più della inattendibilità divina, perciò è risultato ancor più velleitario voler sostituire la religione trascendente con una religione dell’uomo. Ogni religione è infatti una relazione tra esseri umani, i quali di solito provvedono a smentirsi da soli.
Il 12 dicembre scorso il “Santo Padre” ha concesso una udienza ai “membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica”, ovvero i servizi segreti, quelli che oggi si fanno chiamare AISI ed AISE. La notizia è riportata dal Bollettino della Santa Sede.
Il 15 ottobre 2025 si è celebrato il centenario della fondazione del sistema unificato di “intelligence”. Il Servizio Informazioni Militare è stato fondato all’epoca delle cosiddette Leggi fascistissime, e infatti fu largamente coinvolto nella persecuzione degli antifascisti. Il governo ha conferito ampio risalto a questa imbarazzante ricorrenza, e sul sito del governo si trova anche la conferma della notizia dell’udienza papale del 12 dicembre scorso.
- Details
- Hits: 111
Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo
di Giuseppe Masala
Con l'insperata tregua mediata dal Pakistan e dalla Cina, Iran e USA si avviano a incamerare un "pareggio" in uno scontro che poteva avere esiti drammatici. Ma pareggio in questo caso non significa che tutto rimarrà come prima; la storia del mondo e ad uno snodo cruciale e questo pareggio cambia per sempre gli equilibri
Quando tutto sembrava avviato verso uno sbocco ancora più tragico di quello visto nel corso dell'ultimo mese e mezzo è arrivata la notizia, tanto insperata, quanto attesa: Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di quindici giorni nei quali si impegnano a trovare una soluzione definitiva al conflitto in corso.
L'accordo che potrebbe avere una rilevanza storica ha visto il Pakistan nel ruolo di mediatore decisivo; secondo alcune fonti nella fase finale ci sarebbe stato anche un intervento della Cina che avrebbe spinto anche i settori più oltranzisti della élite iraniana ad accettare i termini dell'accordo.
Cosa contenga in realtà questo accordo, non è dato sapere visto che le parti parlano di vittoria storica e totale sull'avversario. Secondo le fonti iraniane, Trump avrebbe accettato i dieci punti proposti da Teheran; in realtà, pare evidente, che Trump ha accettato di discuterli in questi quindici giorni di cessate il fuoco. Il che è molto diverso.
I punti più difficili da accettare per Washington del “decalogo” di Teheran sono certamente il (1) mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, (2) l'accettazione di Washington che l'Iran arricchisca il suo uranio, (3) il pagamento di un risarcimento all'Iran da parte degli USA, (4) ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
- Details
- Hits: 53
Verso il disastro
di Alessandro Volpi*
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte a una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
- Details
- Hits: 118
Ricapitolando...
di Andrea Zhok
Doppio standard europeo: sanzioni inflessibili contro Iran e Russia, silenzio su Israele e USA. Morale proclamata, realismo assente. Intanto l’Europa paga il prezzo: energia cara, deindustrializzazione, cittadini sacrificati. Certo, la ghigliottina...
L’Unione Europea nel 2012 ha messo sotto severe sanzioni l’Iran, seguendo la scia delle sanzioni statunitensi che risalgono alla nascita della Rivoluzione islamica (1979). Le sanzioni includono il divieto di importazione, acquisto e trasporto di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani.
Le motivazioni ufficiali per le sanzioni sono sempre altamente umanitarie: le violazioni dei diritti umani. Dal 2022 l’Unione Europea ha avviato una serie di sanzioni di pesantezza crescente nei confronti della Russia, primo fornitore energetico dell’Europa.
Anche qui, di fronte alle osservazioni di schietto buon senso, che osservavano come un’area di trasformazione industriale come quella europea, priva di rilevanti risorse energetiche, avrebbe dovuto operare per una rapida chiusura del contenzioso e non per un muro contro muro, la risposta ufficiale ha percorso le usuali linee di alta inflessibile idealità. Non si poteva transigere perché la libertà, la difesa della sovranità ucraina, la violazione del diritto internazionale… Poco dopo – nel 2023 – a fronte dell’aiuto iraniano alla Russia, con la fornitura di droni, l’UE ha esacerbato le sanzioni verso l’Iran. Non era tollerabile un aiuto militare a uno stato che aveva violato il diritto internazionale!
- Details
- Hits: 82
Geopolitica del Caos Controllato: teoria dei giochi, imperi in declino e la lunga marcia verso il mondo multipolare
di Mario Pietri
C’è un filo rosso – sottile ma implacabile – che lega il linguaggio apparentemente erratico della politica estera americana contemporanea, la postura strategica della Russia nella guerra d’attrito ucraina, e la crescente tensione sistemica che attraversa le rotte energetiche globali: quel filo è la teoria dei giochi applicata alla geopolitica del collasso.
La lezione del professore cinese, esperto di strategie predittive – o, per usare una definizione più aderente alla sua cifra intellettuale, nelle analisi di Jiang Xueqin, una sorta di “psico-storico” contemporaneo che mescola teoria dei giochi, cicli storici e intuizioni sistemiche – non parte da slogan ma da una premessa strutturale: ciò che appare caos è spesso una forma sofisticata di razionalità non lineare, una sequenza di mosse che, se osservate nel breve periodo, sembrano incoerenti, ma che nel lungo arco temporale disegnano un tentativo deliberato di riposizionamento sistemico. In questa chiave, la politica di Donald Trump verso l’Iran – dalle minacce esplicite di riportare il paese “all’età della pietra” fino alla possibilità, più volte ventilata, di una invasione terrestre nonostante i limiti operativi evidenti (circa 50.000 uomini nel teatro mediorientale, in un contesto geografico estremamente favorevole alla guerriglia) – non sarebbe il prodotto di impulsività, ma di una strategia dirompente: rompere le catene di approvvigionamento globali per ricostruirle attorno al perimetro nordamericano, anche attraverso un uso deliberato della destabilizzazione come leva sistemica.
- Details
- Hits: 551
Non vedono la tempesta arrivare
di Giovanni Tonlorenzi
Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.
Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
- Details
- Hits: 441
Il cuore di tenebra dell’Occidente
di Antonio Castronovi
Lo sguardo fisso di Kurtz era vasto abbastanza
da abbracciare tutto l’universo, abbastanza acuto
per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra.
Egli aveva tirato le somme e aveva giudicato:
quale orrore!
Joseph Conrad, Cuore di tenebra
Chi governa realmente l’Occidente? Cos’è quel sistema che definiamo comunemente come democrazia liberale? In questo sistema il popolo è veramente sovrano? E se non lo è, a chi appartiene la sovranità reale? Se non risponde al popolo, a chi risponde? Esiste il lato oscuro del Potere? Come s’inserisce il caso Epstein nel sistema liberale occidentale? Democrazia e potere sovrano sono inscindibili oppure si è creata o è sempre esistita una scissione o frattura tra questi due momenti?
La democrazia è sempre sovrana, oppure è solo una forma di legittimazione del potere, che può essere estraneo alla volontà popolare e rimanere oscuro e invisibile? Insomma la democrazia liberale è solo un’opinione?
Possiamo dire che non tutto quello che appare sia vero e non tutto quello che è vero appare nella sua luce. L’Apparenza e la Verità sono i due poli del dualismo alla base dell’epistemologia, cioè della teoria della conoscenza nella filosofia classica greca. La filosofia antica, da Platone ad Aristotele, distingueva, infatti, la doxa, intesa come l’opinione, dall’epistème, cioè dalla conoscenza. In Platone, il Mito della Caverna illustra perfettamente questo passaggio: chi vive nell’oscurità scambia per realtà le ombre proiettate sul fondo. La democrazia che veneriamo come l’apice della civiltà non è che l’ombra proiettata sul muro della nostra caverna. Dietro lo schermo del voto e del consenso, il Potere reale agisce indisturbato. Chiunque tenti di illuminare il meccanismo rischia la fine di Socrate, colpevole di aver svelato che il governo del popolo era già allora il terreno di caccia di demagoghi e oligarchie finanziarie.
- Details
- Hits: 311
Cessate il fuoco di due settimane, l’Iran impone a Trump le condizioni base del negoziato. Riapre Hormuz, incognita Israele
A cura di Redazione CDC
Secondo quanto riportano le principali agenzie di stampa sia occidentali che di parte iraniana, è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco di due settimane mediato dal Pakistan. Dopo quaranta giorni di conflitto, l’Iran dichiara vittoria. Gli Usa avrebbero accettato tutti e 10 i punti chiave messi da Teheran come condizione irrevocabile per la cessazione delle ostilità: secondo quanto dichiara il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti avrebbero accettato il controllo dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, il diritto all’arricchimento dell’uranio e la revoca di tutte le sanzioni. Avrebbero accettato di pagare un risarcimento per i danni di guerra e di ritirare le proprie forze dalla regione.
“Ora diamo alla grande nazione iraniana la buona notizia che quasi tutti gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti, e i vostri coraggiosi figli hanno ridotto il nemico a una storica impotenza e a una sconfitta duratura”, prosegue la dichiarazione del Consiglio.
“A questo proposito, e in conformità con la direttiva della Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Sayyed Mojtaba Khamenei (che Allah lo protegga), e l’approvazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale — e data la superiorità dell’Iran e della Resistenza sul campo di battaglia, l’incapacità del nemico di mettere in atto le sue minacce nonostante tutte le sue affermazioni, e l’accettazione ufficiale di tutte le legittime richieste del popolo iraniano — è stato deciso che si terranno negoziati a Islamabad per definire i dettagli.”
- Details
- Hits: 269
“Salvare il pilota” o “rubare l’uranio” di Teheran?
di Dante Barontini
La «nebbia di guerra» è più fitta quando le cose arrivano a un punto decisivo, E si stende su tutto. Sia sulle trattative per arrivare a un accordo, sia per quanto accade realmente sul campo di battaglia.
Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori a orizzontarsi il più possibile.
Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra.»
Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.
La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Teheran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.
- Details
- Hits: 400
Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile
di Piero Bevilacqua
Quale democrazia?
È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto, offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente ineliminabile della modernità europea.
Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti, comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre immaginarie.
Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni), sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano.
- Details
- Hits: 361
Teologia dello sterminio
di Dante Barontini - Lavinia Merchetti*
L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.
Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese e araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.
Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto a esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.
L’adesione della popolazione israeliana questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre.
- Details
- Hits: 417

La crisi calcistica italiana
di Eros Barone
A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniformesommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesariguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, conl’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è genteche non sa cosa fare; pigramente, qualcuno “va alla partita”; paga il biglietto, si diverte, ammira,deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modonell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio,la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzotti incolti e milionari sicontendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano.Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sonofacoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questomodo, non senza sano divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamentedegradata a oggetto di ilare ludibrio. Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico,infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo digiocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario checontrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto nonprivo di caratteri nitidamente demenziali. Infatti, col procedere della partita gli spettatori sempremeno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni,esplosioni di bave, per concludere nell’esercizio di un’elementare violenza.
Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita.
Quando la nazionale di calcio italiana si qualificava per i campionati mondiali, esplodeva immancabilmente un giubilo popolare che le massime autorità dello Stato, il governo e il sistema dei ‘mass media’ si affrettavano a convertire in una potente arma di distrazione rispetto alle molteplici crisi di un paese più che mai bisognoso di fare del calcio, come sempre avviene con l’uso politico di questo enorme apparato ideologico e spettacolare, un anestetico, per un verso, e un eccitante, per un altro verso: il tutto all’insegna di un “surrealismo di massa” in cui lo sventolio delle bandiere tricolori si accompagnava alle sponsorizzazioni pubblicitarie dei protagonisti dell’‘impresa calcistica’ (nella duplice accezione di vittoria conseguita in una gara internazionale e di stimolo all’espansione dei ‘faux frais’ del capitale in funzione anticiclica).
- Details
- Hits: 338
Dies Iran
di Pierluigi Fagan
Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?
1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.
2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.
3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.
4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza.
- Details
- Hits: 324
Dall’Ucraina europea all’Europa ucrainizzata
di Angelo d'Orsi
Recentemente qualche giornale (in prima fila, al solito, “Il Fatto Quotidiano”) si è occupato di una vicenda accaduta a Recanati, dove, nel liceo Leopardi, uno studente è stato “processato” per aver organizzato nella settimana di autogestione, un incontro, on line, con due reporter di guerra in Donbass, Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso. Il suo nome e il suo volto erano stati addirittura resi pubblici da un giornalista ucraino, principale informatore, sembra, dell’on. Pina Picierno, la quale infatti si è subito scatenata contro i “propagandisti putiniani”. Con seguito di ispezione ministeriale e così via. E io stesso con Lucidi, Francesco Toscano, sono stato a Recanati a portare solidarietà allo studente, e a denunciare pubblicamente questo ennesimo episodio di russofobia e di ucrainofilia, grottesco ma grave, specie per le conseguenze cadute sulla testa dello studente.
Intanto, in tutta Italia, chi, come il sottoscritto, teneva conferenze sul tema guerra, veniva fatto oggetto di intimidazioni, aggressioni, interrogazioni comunali, o persino parlamentari. Il sedicente Partito radicale, con il bel personaggetto che dicono ne sia presidente (il caporione dei miei aggressori a Napoli nello scorso dicembre), con i patetici “+europeisti”, stilavano e rendevano pubblico una mappa della Penisola con l’indicazione delle località, dei nomi, delle azioni inquadrate sotto l’etichetta di “peste putiniana”. Con grande faccia tosta non soltanto presentavano gongolanti l risultato del loro osceno monitoraggio, ma rivelavano che il tutto si era svolto “con la collaborazione” dell’Ambasciata di Ucraina in Italia.
- Details
- Hits: 294
D’istruzione pubblica e di pensiero desiderante
di Gruppo di discussione Oltrelascuola
Come gruppo di discussione formato da docenti impegnati nella critica della scuola azienda, vorremmo prendere parte al dibattito aperto dal film D’istruzione pubblica.
Non possiamo certo dire di essere a conoscenza di tutti gli attacchi che il film ha subito, ma, dopo averlo visto, ci sembra che molti di essi presentino un tratto comune. Ci riferiamo all’applicazione al tema in questione di un noto artificio retorico dal seguente schema: il film contesta la scuola azienda, la scuola azienda si dichiara in contrapposizione alla scuola di un tempo, quindi il film sostiene la scuola di un tempo. Lo scopo è evitare un confronto con i contenuti dell’opera, adattando all’occasione slogan contro la “scuola del passato” già pronti all’uso.
A noi sembra che D’istruzione pubblica non sia una proposta programmatica di modelli nuovi o vecchi, ma una visione critica dell’attualità. Il confronto col passato è certo presente, perché l’opera è incardinata su interviste a persone che hanno conosciuto anche una scuola diversa e, nell’analizzare l’esistente, non possono evitare di riferirsi alla propria esperienza. Tuttavia ciò resta solamente uno degli approcci argomentativi usati. Tanto è vero che, fra le persone intervistate, molte sono prodighe di attacchi anche al passato della scuola italiana.
Da parte di costoro, infatti, un oggetto di elogio esplicito c’è, ma non è “la scuola di un tempo”: è un susseguirsi di interventi legislativi e di lotte che, dalla scuola media unica del 1962 ai Decreti Delegati del 1974, la trasformarono profondamente.
- Details
- Hits: 280
Dall’ordine basato sul diritto internazionale alla proiezione di potenza multipolare
di Alex Marsaglia
“Stiamo combattendo guerre. Non è possibile per gli Stati Uniti occuparsi di asili nido, Medicaid e Medicare”, così Donald Trump nella serata del 1 Aprile proclamava la prosecuzione dell’aggressione in maniera sempre più brutale e indiscriminata all’Iran per altre 2-3 settimane, se necessario sino a “riportarlo all’età della pietra”.
E così l’assalto imperialista e colonialista alla Repubblica Islamica iraniana continua targettizzando sempre più spesso i civili, con costi enormi per le popolazioni coinvolte. E prosegue nel silenzio pressoché totale delle istituzioni internazionali che dovrebbero far rispettare il diritto, ma sembrano più preoccupate ad allinearsi al potere occidentale decadente mettendo sotto analisi l’esercizio della legittima difesa dell’Iran nel Golfo, così come nel 2022 e ancor prima nel 2014 si è fatto con il Donbass e la Russia che rivendicavano i loro legittimi diritti all’autodeterminazione e all’autodifesa dei civili.
D’altra parte siamo di fronte a questo: al diritto internazionale esercitato come strumento del potere occidentale che lo ha concepito, come ha fatto recentemente notare la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zacharova, “l’autodeterminazione dei popoli” è valida solo se questi si asserviscono al potere imperialista, altrimenti prevale “l’integrità territoriale” (vedi dal minuto 18.55: https://youtu.be/OVawyAj5N6E?is=cAzgh3MRpx0yPK_A). Alla luce dell’andamento di 12 anni di escalation e di conflitto permanente contro l’Oriente, continuamente sostenuto e giustificato in punta di diritto internazionale diventa veramente difficile riporre fiducia nel senso di giustizia di qualsiasi decisione giuridica in sede Onu.
- Details
- Hits: 233
Cuba 2026, resistere all’assedio: il piano di Marrero nel nome di Fidel
di Geraldina Colotti
“Mucha gente no entiende que el Estado socialista, ningún Estado, ningún sistema puede dar lo que no tiene, y mucho menos va a tener si no se produce”.(“Molta gente non capisce che lo Stato socialista, nessuno Stato, nessun sistema può dare ciò che non ha, e tanto meno lo avrà se non si produce”).
Con questo richiamo di Fidel Castro Ruz si apre il Programma Economico e Sociale 2026 presentato dal Primo Ministro Manuel Marrero e già disponibile sulle piattaforme Soberanía e sul sito web della Presidenza di Cuba. Il documento – ha spiegato Marrero (il capo del governo cubano, che ricopre la carica di Primo Ministro dal 21 dicembre 2019) – è stato elaborato sulla base dell’analisi di oltre due milioni di persone di diversi settori della società. Come dire che l’epigrafe non è solo un omaggio formale, ma il cuore di una strategia politica: in un sistema socialista, la distribuzione della ricchezza e la protezione dei più vulnerabili presuppongono la sovranità produttiva, che proviene dalla forza del potere popolare.
Ma come si produce sotto un assedio che oggi, nel 2026, ha raggiunto livelli di ferocia chirurgica? La cronaca di quest’anno è segnata da un’escalation imperialista senza precedenti. La strategia di Donald Trump, che ha cristallizzato l’ostilità di Washington attraverso l’inclusione grottesca di Cuba nella lista dei paesi “sponsor del terrorismo”, è oggi arrivata a una fase parossistica. Non si tratta più solo di bloccare le rimesse o il turismo; l’obiettivo è il collasso totale del Sistema Elettroenergetico Nazionale (SEN).
- Details
- Hits: 413

Note sull’Occidente come sintomo
di Alessandro Visalli
Amitav Acharya in Storia e futuro dell’ordine mondiale[1], presenta alcune delle più correnti interpretazioni della prevalenza dell’Occidente europeo, e poi statunitense, sul resto del mondo che per millenni era stato in posizione prevalente. Quella di Philip Hoffman[2], per il quale è la competizione tra piccoli stati ad aver dato un vantaggio nella specifica e decisiva tecnologia militare (le vele e cannoni di Cipolla), Mark Elvin[3], che vede la stagnazione di alto livello della Cina (tesi riverberata anche da Arrighi), Jared Diamon[4] si rifugia nel determinismo ambientale, Pomeranz[5] costruisce una lunga comparazione dalla quale far emergere il dividendo del colonialismo.
Poi concentra la sua attenzione su un libro molto influente dello storico Niall Ferguson, Occidente, ascesa e crisi di una civiltà[6], il quale nega con forza ogni ruolo all’imperialismo nell’ascesa dell’Europa. Infatti, a partire dal 1750 la Cina aveva vantaggi rilevanti sull’Inghilterra, successivamente l’ha sopravanzata, a suo dire, per effetto di sei “killer app”: la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società dei consumi e l’etica del lavoro. In uno dei passaggi della sua argomentazione (sinteticamente, esse sono effetto anche di conoscenze ed idee trasmesse dal ‘resto’ del mondo e l’imperialismo ebbe anche in questo un ruolo cruciale), Acharya richiama la polemica che Pankaj Mishra ebbe con lo stesso Ferguson a partire da una recensione pubblicata nel 2011 su London Review of books[7]. Mishra collocava Ferguson nel contesto della genealogia dell’ansia imperiale inglese e quindi del bisogno delle relative élite di raccontarsi nuovamente, dopo la stagione decoloniale e la crisi aperta dalla finanza anglosassone, come portatrici di civiltà (l’insieme, appunto, di proprietà, concorrenza, scienza, medicina, consumismo, etica del lavoro).
Il libro si apre proprio così, Ferguson racconta l’esperienza dell’ascolto di un brillante compositore cinese e conclude che “stiamo vivendo la conclusione di cinquecento anni di predominio occidentale”[8].
- Details
- Hits: 404
Contrordine! Cessate il fuoco per 15 giorni
di Dante Barontini
Ultim’ora. L’agenzia iraniana Fars ha reso noto il traffico nello Stretto di Hormuz, ripreso stamattina dopo l’accordo con gli Usa, è stato nuovamente interrotto a causa della violazione criminale del cessate il fuoco operata da Israele, che ha ha addirittura intensificato i bombardamenti sul Libano.
****
Tra il bluff e «la fine di una civiltà» per ora continua il bluff. Non stranamente è una buona notizia per tutti. Non si può vivere in un mondo in cui tirare un’atomica diventa una cosa «normale».
Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan, hanno concordato una sospensione dei bombardamenti per quindici giorni. La base fisica per le trattative dirette è Islamabad, quella politica è il «piano in dieci punti» presentato dall’Iran e non quello in «15 punti» – di fatto una richiesta di resa senza condizioni – strombazzato per giorni da Trump. La differenza è sostanziale, perché si tratterà per raggiungere non una imposizione Usa un po’ attenuata, ma per un equilibrio proposto dall’Iran, seppure un po’ annacquato.
Questo è quanto, dopo di che ci sono le diverse trombe delle diverse propagande.
Quella più equilibrata è naturalmente espressa dal mediatore. Poco prima della scadenza diventata ormai un conto alla rovescia, il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif è apparso per dire: «Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano, con effetto immediato».
«Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i Paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le controversie», ha aggiunto.
- Details
- Hits: 274
Il metodo di guerra a Gaza è diventato la normalità
di Branko Marcetic
Usa e Israele, nelle guerre contro Iran e Libano, distruggono infrastrutture civili, massacrano bambini e assassinano operatori sanitari. Esportano così le pratiche brutali adottate nella Striscia
Uno degli aspetti più agghiaccianti del genocidio di Gaza – oltre al massacro quasi senza precedenti di bambini e altri innocenti e al quasi totale annientamento di un’intera società, evento senza eguali nell’era moderna – è che i funzionari sia degli Stati uniti che di Israele speravano apertamente di farne il nuovo, orribile, modello per la guerra moderna. Come stiamo vedendo in questo momento in Iran e in Libano, non stanno perdendo tempo nell’applicare lo stesso modello anche altrove.
L’anno scorso, mentre Gaza era tra le rovine con oltre il 10% della sua popolazione uccisa o ferita, il New Yorker ha pubblicato un articolo agghiacciante sul genocidio di Gaza. Secondo quanto riportato, diversi avvocati militari ed esperti legali statunitensi consideravano la scia di omicidi e distruzioni perpetrata da Israele a Gaza non solo un modo del tutto accettabile di condurre una guerra, ma anche una «prova generale» per un futuro conflitto con un avversario degli Stati uniti come la Cina: ovvero, un conflitto senza freni, senza rispetto del diritto internazionale e senza scrupoli nell’uccidere civili. In altre parole, ciò che Israele ha fatto a Gaza con il pieno appoggio degli Stati uniti dovrebbe diventare la nuova normalità in tempo di guerra, almeno quando a farlo è «la nostra parte».
Il rapporto si inseriva in modo stridente nel contesto di una consolidata prassi di funzionari statunitensi e israeliani intenti a invocare i bombardamenti a tappeto degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale per giustificare il loro genocidio. Per quasi tutto il periodo successivo alla guerra, quei bombardamenti sono stati universalmente considerati crimini di guerra e un orrore morale – persino da Curtis LeMay in persona, il generale psicotico che guidò i bombardamenti incendiari del Giappone e che in seguito invocava una guerra nucleare con l’Unione Sovietica – un orrore che il mondo civilizzato mise immediatamente al bando dopo la guerra, creando il sistema di diritto internazionale che oggi sopravvive a stento.
- Details
- Hits: 443
Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile
di Alessandro Robecchi
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.
La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.
Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
Page 1 of 653





















































