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Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione
di Nello Barile
Una delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.
Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel L’America oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).
L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.
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Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
di Francesco Cappello
Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali.
La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel 2003 con il Decreto Legislativo numero 387, emanato in attuazione della direttiva europea 2001/77/CE. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L’impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare le procedure di esproprio per pubblica utilità non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. Lo stesso decreto introduce l’Autorizzazione Unica, un procedimento centralizzato che concentra in un’unica sede regionale il potere decisionale, esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica e riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all’avanzata delle centrali elettriche a terra.
Parallelamente all’accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, trasformando il rischio d’impresa in una rendita garantita dai consumatori.
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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
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L’assistenzialismo per ricchi smentisce le gerarchie antropologiche del sacro occidente
di comidad
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo.
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Una maglietta da calcio per sudario
di Paola Caridi
«E a proposito… nel Paese in cui i bambini stanno morendo, indossano le maglie dell’Argentina, del Barcellona, del Manchester City e del Real Madrid.»
È proprio vero, quello che ha detto Hossam Hassan, l’allenatore dell’Egitto, dopo la partita con l’Argentina che ha estromesso la nazionale egiziana dai Mondiali. Una partita con un risultato ribaltato nella fase finale, su cui pesano pesantissime accuse di razzismo e corruzione.
Quei bambini indossano le magliette del Barcellona, del Real Madrid. Sempre meno le magliette delle squadre di calcio italiane. Indossano le divise delle nazionali più ambite. Brasile, Argentina, Italia, Spagna. Sulle maglie c’è impresso il nome di Ronaldo o di Messi, certamente. Più spesso, dalle parti che ho frequentato, il nome di Mo Salah.
In quelle magliette, i bambini di Gaza ci sono anche morti. Ammazzati dalle bombe israeliane, dai droni israeliani, dai cecchini israeliani. Avvolti in strani sudari che sanno di miti globalizzati, ma anche di piccoli sogni per uscire dall’inferno e respirare altro. Altro oltre il puzzo di morte.
Non ci pensiamo spesso, a questa dimensione. Basta, però, aprire bene gli occhi. Guardare i video che escono da Gaza e dai campi profughi palestinesi in Libano. Pensare a Maradona e ai suoi fratelli di pallone. Ricordare gli oratori cattolici, le favelas brasiliane. E allora tutto torna.
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Partito e fronte ampio: una questione di metodo e un dibattito aperto
di Alessandro Testa*
Il metodo marxista
Il pensiero di Marx e Lenin mi ha insegnato quanto la lotta teorica rivesta un’importanza perlomeno uguale alla lotta economica ed a quella politica. E per poter svolgere con sicurezza una vera lotta teorica, necessitano robusti strumenti di analisi e gestione della prassi. Forse il più potente tra questi è il materialismo dialettico.
Come dispositivo di analisi, la dialettica opera attraverso tre snodi metodologici fondamentali:
- Il primato della totalità: ogni fenomeno — un bene di consumo, una norma giuridica, un’ideologia — non è un oggetto isolato, ma un nodo in una rete globale di relazioni sociali. Epistemologicamente, questo impone di risalire dalle manifestazioni superficiali (fenomeni) alle determinazioni profonde (essenza) che le producono.
- La decodifica delle antinomie: la dialettica funge da lente per rilevare le contraddizioni immanenti a ogni sistema. Invece di leggere la stasi come equilibrio, l’epistemologia marxiana la interpreta come una “quiete temporanea” di tensioni opposte. Il compito dell’analista è isolare il punto in cui la forma attuale diventa una camicia di forza per le forze che essa stessa ha generato.
- L’immanenza della critica: a differenza delle metodologie scientifiche che si pretendono neutre, questo toolbox assume che non esista osservatore esterno. La teoria non descrive un mondo dato, ma interviene in esso. La conoscenza non è riflessa speculare della realtà, ma un’operazione di “messa in crisi”: rivelare come ciò che appare come una legge di natura (es. il mercato) sia in realtà un prodotto storico, contingente e, pertanto, modificabile.
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Il cielo stellato sopra di noi
di Davide Miccione
Sono sempre meno le opere, sempre più rari i libri che non siano semplicemente una giustapposizione di brani o di articoli creati in altra sede e per altre occasioni e poi riuniti alla meglio e siano invece qualcosa che nasca da un’idea organica e che un organismo punti ad essere. Qualcosa di animato da un’idea, da una struttura, da una intenzione. Un’opera appunto. Del resto le opere nascono lentamente e, indipendentemente dal tempo di scrittura, sedimentano a lungo nello spirito dell’autore. Caratteristiche che poco concordano con la cifra delle nostre esistenze individuali: la presentificazione, lo schiacciamento temporale o, per dirla con Hartmut Rosa, l’accelerazione alienata. Tutto muta, tutto cambia, tutto deve cambiare, di nulla resta memoria. Ma senza memoria, come scrive Brancati ne I piaceri, “il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore”, in fondo un eterno presente, un coagulo temporale del tutto inadatto allo sviluppo armonico di un essere umano, adatto soltanto a una esistenza ansiogena, incline all’autosfruttamernto e, volendo ricorrere ad un ossimoro, a una sorta di esaltazione depressa.
Un’opera cerca l’ulteriorità, la permanenza, la possibilità di essere di più della somma delle parti. Per provare a creare un’opera bisognerebbe però possedere un linguaggio, provare il piacere di dire qualcosa nel modo più efficace e piacevole, possedere nel proprio rapporto con il linguaggio una dimensione estetica, ed è invece ben visibile come i miglioramenti dell’intelligenza artificiale nella scrittura siano solo metà della verità, l’altra metà è che sempre più gente scrive come un’intelligenza artificiale. Non è un sorpasso, è, purtroppo, un incontro a metà strada.
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Oltre l'occidente(2)
di Alessandro Visalli
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
* * * *
Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.
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Quando un movimento sceglie la strada collettiva
di Pino Cabras
Agorà ha pubblicato la sua analisi della gestione pandemica. Vi invito a leggerla per intero, perché è un documento che segna un passaggio politico raro.
Raro non tanto per i contenuti – l’asimmetria tra chi esercitò la costrizione e chi la subì, il ricatto del Green Pass, la subordinazione delle istituzioni alle multinazionali del farmaco, il filo che lega la militarizzazione della profilassi alla normalizzazione della guerra – quanto per il metodo. Questa non è l’opinione di un singolo, soggetta ai ripensamenti della persona: è una posizione entrata nel patrimonio costitutivo di un movimento, nero su bianco, in un documento collettivo. È diventata, per usare un linguaggio da giuristi, il suo “acquis”: ciò che è acquisito e non si ridiscute a ogni stagione.
E questo spiazza. Spiazza chi ha costruito la propria rendita politica inchiodando il mondo a una fotografia del passato, al tempo in cui certe verità non riuscivano a circolare oltre una cerchia di persone coraggiose. Quelli che hanno già accatastato la legna in piazza e aspettano solo di gettare la torcia: a loro nessun ripensamento basterà mai, perché non cercano la verità, cercano il rogo. Il professor D’Orsi – fondatore generoso di Agorà, non padrone dei pensieri e delle prassi che ha favorito far emergere – ha accompagnato questo passaggio con parole personali di un’onestà intellettuale che in politica si vede di rado. Chi le liquida, si qualifica da solo.
Per chi viene da un percorso che su questi temi non ha mai ammainato la bandiera – penso alla comunità di Democrazia Sovrana Popolare, e a quanti pagarono di persona quando tenere il punto costava caro – questo documento è una notizia enorme. Significa che quelle battaglie hanno esercitato egemonia nel senso più pulito, argomentato e morale del termine: non hanno piegato nessuno, perché semmai hanno convinto. È così che si misura la forza vera delle idee: quando diventano patrimonio anche di chi partiva da altre sponde.
La storia insegna che i grandi cambiamenti funzionano così.
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
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La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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La Babele dell’I.A.
di Paolo Bottazzini
Marx e le icone bibliche
Leone XIV sembra concordare con il Marx dei Grundrisse che le macchine non possano essere racchiuse nel dominio della tecnica, ma debbano essere pensate come una cristallizzazione di rapporti sociali. L’automazione trasforma in ingranaggi e in procedure normalizzate un sapere che è maturato nelle pratiche dei lavoratori, con le operazioni di produzione e nell’interazione con i clienti. I vantaggi che derivano dalla robotizzazione della conoscenza però vengono accumulati solo dai padroni dei dispositivi, mentre tutti gli altri ne restano espropriati, insieme alla perdita del lavoro e all’emarginazione dalla comunità.
L’analisi dell’ambiente tecnologico contemporaneo per il Pontefice deve quindi passare da una ricognizione degli effetti che le piattaforme digitali iscrivono sui rapporti tra nazioni, sulla dialettica tra finanzia, impresa e lavoro, sui comportamenti interni alle famiglie, sulla formazione scolastica. I due riferimenti biblici che vengono invocati nell’Enciclica riguardano due opere di tecnologia edilizia che collocano la comunità al centro dell’impresa: la Torre di Babele e la ricostruzione delle Mura di Gerusalemme. Nel primo caso la tracotanza del progetto si conclude con il fallimento dell’iniziativa e con la dissoluzione della società, che si frammenta in una pluralità di lingue e di fazioni incapaci di comprendersi tra loro. La seconda icona invece rievoca la figura di Neemia, l’uomo della preghiera e della mediazione, che consegna una nuova identità al popolo di Israele attraverso la ricerca pragmatica della concordia.
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Il ronzio delle macchine deve farsi ruggito?
di Pierluigi Fagan
Dal discorso di Rutte ad Ankara emerge senza troppi veli la nuova dottrina transatlantica: meno welfare, più warfare; meno Europa politica, più industria bellica integrata nella piramide strategica di Washington
Il titolo del post è tratto dal discorso di Rutte, Segretario NATO, ieri ad Ankara, è una citazione letterale, formalmente sarebbe un virgolettato.
Rutte si riferiva a quella che ha invocato e promesso come una “rivoluzione industriale della difesa transatlantica”. Come mood, siamo tra fine Ottocento e primi Novecento, clangore di fabbriche alacremente impegnate a produrre guerra, unica igiene del mondo (Marinetti 1909).
Ha aggiunto che questo deve essere notato dalla Russia e da tutti gli altri e già quest’anno, saremo in grado di produrre quattro milioni di proiettili di artiglieria, il doppio dell’anno scorso. Le decisioni del “vertice” sono chiare, il messaggio all’industria e relativi Stati inequivocabile, così è deciso e pianificato. Più o meno è letteralmente quello che ha detto.
La recente sparata di Trump contro il “comunismo” va tradotta, per lui “comunismo” è il debole e sempre più limitato welfare europeo, lo aveva detto e specificato già in passato e del resto, dal punto di vista della sua strategia basata su un rinforzo di potenza americana a base di un totalitarismo del mercato (tutto, tutto letteralmente, deve diventare mercato di modo che la prima potenza di mercato occidentale -se non del tutto economica, del tutto finanziaria- possa dominare il sistema e con questo quantomeno tutto l’Occidente allargato), è conseguente.
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Tucker Carlson & Zohran Mamdani: la rivolta contro l'unipartito Usa
di Piccole Note
Se le cosiddette forze anti-sistema europee conservano per lo più un rapporto di sudditanza verso Israele le forze anti-sistema americane, di destra e di sinistra, contestano al potere imperiale proprio tale subordinazione
L’America va controcorrente rispetto all’onda anomala che ha sommerso l’Europa, dove, nella risacca della sinistra, la rivolta contro le élite che l’hanno governata nel post ’89, è appannaggio della destra nazionalista (salvo eccezioni che confermano la regola) che, al netto delle divergenze, pure eclatanti, condivide con il potere che sta sfidando certa indifferenza-disprezzo per la democrazia e le norme che ne discendono, da cui i rischi. Tra i quali, non ultimo, quello di essere strumentalizzata dal potere che stanno sfidando, che potrebbe usarle per conservare tale potere sotto altre e più brutali spoglie (è accaduto in passato, può perfettamente ripetersi).
Solo il futuro dirà se tale rischio sarà sventato, come solo il futuro potrà dire se dalle ceneri dell’autodafé potranno rinascere forse progressiste non consegnate alla religione liberal-neocon che impera sul Vecchio Continente.
Al netto di quanto accade o accadrà in Europa, dove la disfida in oggetto, sebbene i toni siano accesi, si consuma in un contesto stagnante e decadente, si rileva che, al contrario, in America la sollevazione contro le élite si gioca in un clima più che vivace e al di fuori del rigido orizzonte nazionalista-destroso che limita il gioco politico delle forze cosiddette anti-sistema europee (dove quel cosiddette discende dai rischi di cui sopra).
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Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- Egitto, l'ottava piaga
di Fulvio Grimaldi
Infanticidi come strategia di espansione coloniale
A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen
Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.
Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.
Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.
Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore.
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La cura sotto punteggio
di Mario Sommella
Nell’era del welfare algoritmico anziani, disabili e non autosufficienti rischiano di diventare variabili di costo da ottimizzare, non persone da riconoscere. Viaggio dentro la nuova frontiera dell’esclusione automatizzata
In Francia esiste un numero, compreso tra zero e uno, che ogni mese contribuisce a decidere il destino di milioni di persone. Più quel numero si avvicina all’uno, più cresce la probabilità di finire nel mirino di un controllo, di vedersi sospendere un sussidio, di essere trattati come potenziali truffatori. Non conta la storia personale, non conta il volto, non conta la fatica accumulata in una vita: conta il punteggio. E fra i fattori che quel punteggio fanno salire, il sistema pubblico francese ha inserito per anni tre condizioni che dovrebbero togliere il sonno a chiunque abbia a cuore la giustizia sociale: l’essere poveri, l’essere senza lavoro e il percepire un’indennità di disabilità.
Non è una fantasia distopica, non è la trama di un romanzo sul futuro. È il presente, ed è già installato dentro le pieghe amministrative di alcune tra le più mature democrazie europee. La chiamano innovazione. Ci raccontano che l’intelligenza artificiale renderà più efficienti i servizi pubblici, taglierà gli sprechi, semplificherà la vita dei cittadini. Ma dietro questa narrazione luminosa si nasconde una domanda che non è tecnica bensì squisitamente politica: chi deciderà, domani, chi ha diritto all’assistenza, alle cure, alla protezione sociale? E soprattutto, con quali criteri, sotto il controllo di chi, con quale possibilità di replica per chi finisce dalla parte sbagliata del calcolo?
È attorno a questa domanda che si gioca una delle partite decisive del nostro tempo. Perché sotto la parola apparentemente neutra «algoritmo» si sta costruendo un dispositivo di potere che rischia di ridisegnare in silenzio il confine tra chi merita di essere curato e chi viene classificato come costo da contenere. Questa inchiesta prova a smontare quel dispositivo, pezzo per pezzo.
1. La favola dell’efficienza
Ogni potere che vuole tagliare i diritti ha bisogno di parole che facciano sembrare naturale ciò che è invece una scelta.
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Prosciugamento della liquidità globale e rallentamento dell’economia reale trascinano giù bitcoin e azioni
di Francesco Cappello
Premessa
Le banche tradizionali gestiscono il rischio di credito (il debitore sarà in grado di ripagare?). Il sistema dello shadow banking [1] (basato sull’eurodollaro) è ossessionato dal rischio di liquidità (sarò in grado di trovare i contanti domani per rifinanziare il debito?). Poiché il sistema dell’eurodollaro non ha una banca centrale che faccia da “prestatore di ultima istanza” (cioè che stampi denaro in caso di panico), il sistema è costantemente sul filo del rasoio. Lo shadow banking ha ereditato esattamente questa fragilità.
La finanza ha smesso di servire l’economia reale; di conseguenza, un sistema intero (shadow) ritrovandosi in assenza di un ancoraggio reale, esiste solo per mantenere in vita il rifinanziamento costante di sé stesso.
Se l’Eurodollaro non circola, il commercio internazionale si congela perché viene a mancare il carburante monetario globale. Questo provoca la cosiddetta distruzione della domanda. Le multinazionali americane (dalle aziende tecnologiche ai colossi manifatturieri) scoprono che i loro clienti esteri non possono più permettersi di comprare i loro prodotti, sia perché non trovano i dollari sul mercato offshore, sia perché il dollaro è diventato troppo costoso rispetto alle monete locali svalutate. Il risultato è un calo drastico degli utili delle aziende americane e una pesante correzione dei mercati azionari di Wall Street.
Le banche e le imprese globali, non riuscendo più a ottenere prestiti in Eurodollari dalle banche private, sono costrette a liquidare i propri asset e a vendere le proprie valute locali (Euro, Yen, Yuan) pur di accaparrarsi i pochi dollari commerciali disponibili per pagare i debiti in scadenza. Questo crea un “dollaro forte” che schiaccia il resto del mondo, agendo come un vero e proprio cappio al collo dell’economia globale.
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Tra “Quaderni Rossi” e Intelligenza Artificiale
di Renato Pisani
Stavo leggendo un testo di Raniero Panzieri tratto da Quaderni Rossi del lontano 1961. Ero un po’ perso nelle sue dotte riflessioni marxiste quando mi sono imbattuto in una frase che, con violenza stravagante, mi ha riportato al 2026. Si è trattato di un breve passaggio in cui Panzieri critica coloro che interpretano l’innovazione tecnologica delle aziende come un fatto oggettivo e neutro. In particolare, Panzieri nota come costoro tendano a “riconoscere la scomparsa della parcellizzazione delle funzioni” nella fabbrica, e cioè i lavori più specifici e meccanici, in favore di mansioni più gratificanti, più intelligenti, e cioè “qualificate da responsabilità, capacità di decisione, molteplicità di preparazione tecnica”. Ho subito pensato: ma guarda, si dice lo stesso dell’IA. Così sono andato a recuperare qualche esempio.
Nel 2025 Hayes e Downie, due redattrici di IBM, hanno scritto un articolo sul sito dell’azienda chiamato “L’AI e il futuro del lavoro”, in cui spiegano che le IA possono “automatizzare compiti ripetitivi e potenziare il processo decisionale umano, permettendo ai lavoratori di concentrarsi su attività più creative e di maggior valore”. Così anche Microsoft, nel suo “Report 2025 sul Nuovo Futuro del Lavoro” scrive che “le persone si stanno spostando verso lavori di guida, critica e miglioramento. Le organizzazioni che ce la faranno sono quelle che investono in giudizio, capacità critica e supervisione responsabile”. Ho trovato anche una testimonianza ben più vecchia (si fa per dire) del 2023 in cui l’ex Product Manager di Google Workspace, citando un report finanziato da Google, spiegava che “con l’IA come supporto […] si elimineranno le mansioni banali, contribuendo a una maggior creatività e innovazione”.
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Ma perché Donald Trump continua ad insultare l'Italia? La risposta è molto semplice
di Alessandro Volpi*
L'ineffabile presidente della più grande democrazia del mondo, che fa allusioni sessuali persino ai figli, torna a irridere la presidente del Consiglio italiana, la patriottica Giorgia Meloni.
Lo fa con un "meme" in cui esprime una pessima ironia sulle molestie che la leader di Fratelli d'Italia gli infligge.
Ma come è possibile che la più grande amica degli Stati Uniti sia diventata la principale destinataria dei principali insulti di Donald Trump?
Per rispondere a questa domanda è necessario richiamare la più volte citata dipendenza dell'Italia dagli Stati Uniti che Giorgia Meloni ha accuratamente coltivato.
L'ultima prova è proprio il regalo fatto ai grandi fondi Usa del Tfr degli italiani e delle italiane che acuirà ulteriormente il collegamento direttissimo fra le sorti delle Borse Usa e i risparmi delle famiglie italiane.
In merito a ciò vorrei richiamare un solo dato costituito dal fatto che, ogni anno, 1000 miliardi di euro di risparmi italiani vanno in direzione delle Borse Usa.
Ecco come.
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Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
di Francesco Piccioni
Tutte le contraddizioni dell’America trumpiana in una giornata sola, quella del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dall’Inghilterra.
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre“, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio“.
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Lavoro e coscienza di classe nell'epoca dell'IA
di Matteo Patriciello
Si assiste in misura sempre maggiore al discorso relativo agli effetti dell’introduzione dell’IA nelle nostre vite. C’è chi ne esalta le potenzialità e chi, invece, le critica per l’impatto negativo sulle abilità cognitive dell’uomo, auspicando così una regressione tecnologica.
Qualsiasi sia il parere relativo all’IA, rimane un’unica certezza: come qualsiasi innovazione scientifica e tecnologica l’IA ha un preciso ruolo sociale, ovvero contribuire al processo di valorizzazione del capitale. Per capire in che modo l’IA e le tecnologie siano connesse allo sviluppo del modo di produzione capitalistico basta riprendere Marx, che, a più riprese, parla dello sviluppo scientifico, in generale, e delle macchine, in particolare. Nello specifico, all’interno del capitolo XIII del 1° libro de il Capitale viene effettuata l’analisi delle macchine e della grande industria. La macchina, sostiene Marx, è molto più vantaggiosa del semplice strumento di lavoro perché dura più a lungo, perché il suo funzionamento è regolato da leggi rigorosamente scientifiche e perché il suo campo di produzione è infinitamente più vasto di quello dello strumento. Per questo motivo, la macchina è destinata a diventare uno dei perni del capitalismo, in quanto, grazie alla maggiore produttività, garantisce una maggiore valorizzazione del capitale.¹
Nell’analisi che Marx dedica alle macchine viene descritta la nuova condizione di sfruttamento e di alienazione a cui sono sottoposti gli operai.
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Le ragioni della crisi dell'auto tedesca ed europea e dell'affermazione dell'auto cinese
di Domenico Moro
Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche dell’Italia e dell’Europa. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.
Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].
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Rudd, il marxismo di Xi Jinping e Palantir
di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Il pensiero di Xi Jinping, letto perfino da osservatori anticomunisti come Kevin Rudd e dagli strateghi tecnologici di Palantir, mostra la centralità del marxismo, della pianificazione e della direzione politica nel successo storico della Cina contemporanea
Kevin Rudd è un politico australiano che è stato primo ministro dal 2007 al 2010 e nuovamente nel 2013. Apertamente anticomunista, egli è in ogni caso lucido e intelligente e pertanto in grado sia di leggere con cura la relazione tenuta da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, al XX Congresso del Partito tenutosi nell’ottobre 2022, sia di analizzarla con onestà, a differenza dei finti tonti della sinistra occidentale anticinese [1].
In quell’occasione, Rudd aveva, tra le altre cose, evidenziato che il termine “lotta” compariva alcune decine di volte nella relazione di Xi Jinping, e alla sua giusta osservazione si può subito aggiungere come vi siano anche una dozzina di aperti riferimenti, sempre nel rapporto del segretario del Partito Comunista Cinese, rispetto al marxismo, al materialismo dialettico e a quello storico: estratti che demoliscono ancora di più la favoletta sul Partito Comunista Cinese che “finge” di essere comunista e marxista.
Riportiamo alcune di queste citazioni tratte dalla relazione congressuale di Xi Jinping, per non lasciare spazio a dubbi:
“Abbiamo istituito e sostenuto un sistema fondamentale per garantire il ruolo guida del marxismo in ambito ideologico”.
“Il marxismo è l’ideologia guida fondamentale su cui si fondano e prosperano il nostro Partito e il nostro Paese”.
“La solida guida teorica del marxismo è la fonte da cui il nostro Partito trae la sua ferma convinzione e che gli consente di cogliere l’iniziativa storica”.
“Adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi è un processo di ricerca, rivelazione e applicazione della verità”.
“I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche e la raffinata cultura tradizionale della Cina, e solo applicando il marxismo dialettico e storico, possiamo fornire risposte concrete alle grandi questioni poste dai tempi e scoperte attraverso la pratica, e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità”.
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La cosmotecnica e il ritorno delle civiltà
di Antonio Martone
Recensione a: Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026
I
Negli ultimi decenni la filosofia politica ha rivolto la propria attenzione soprattutto ai processi di globalizzazione, alla crisi della sovranità, alla finanziarizzazione dell’economia, alle trasformazioni della democrazia liberale e, più recentemente, all’impatto delle tecnologie digitali sulle forme della vita collettiva. Anche quando si è confrontata con il mutamento degli equilibri internazionali, lo ha fatto prevalentemente attraverso categorie economiche o giuridiche: capitalismo, governance, biopolitica, neoliberalismo, diritti, Stato. Meno frequente è stato, invece, il tentativo di assumere le civiltà come oggetto specifico della riflessione filosofica. Dopo la stagione inaugurata da autori come Toynbee, Spengler o, in forme profondamente diverse, Huntington, la nozione stessa di civiltà è progressivamente uscita dal lessico della teoria politica, gravata dal sospetto di essenzialismo o ridotta a categoria descrittiva della storia delle culture.
È precisamente su questo terreno che si colloca il nuovo libro di Alessandro Visalli. Oltre l’Occidente non è soltanto un contributo alla riflessione geopolitica sul declino dell’egemonia occidentale, né una nuova interpretazione della transizione verso un ordine multipolare. Più radicalmente, esso rappresenta il tentativo di restituire dignità filosofica alla categoria di civiltà, sottraendola tanto alle semplificazioni geopolitiche quanto alle letture culturalistiche che ne hanno spesso accompagnato l’impiego. Il problema del libro non consiste infatti nello stabilire quale potenza dominerà il XXI secolo, bensì nel comprendere se la modernità occidentale possa ancora essere pensata come il destino universale dell’umanità oppure se essa debba essere reinterpretata come il risultato storico di una particolare forma di civiltà. Va detto subito che l’opera di Visalli si inserisce in un progetto più ampio: si tratta infatti del primo volume di un’opera a due mani, realizzata in collaborazione con Carlo Formenti, che firmerà il secondo volume intitolato L’alba di una nuova era. I due autori dichiarano di aver lavorato in stretto scambio di bozze e osservazioni critiche, dando vita a due testi complementari, pur nella diversità degli stili e delle angolazioni. A unirli è un approccio che si potrebbe definire “marxista ancorché eretico”, che vede nell’universalismo occidentale non già una filosofia neutrale, ma una “macchina da guerra” al servizio del modo di produzione capitalistico, volta a imporre al mondo intero forme economiche, istituzioni e valori del blocco euroatlantico.
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La mistica dei buchi neri
di Felice Cimatti
“Per l’impossibilità di credere a ciò che crede il mistico” – scriveva Elvio Fachinelli nella Mente estatica – “si è finito spesso per non credere all’esistenza del mistico”. In effetti il fenomeno del mistico, quello che Wittgenstein nel Tractatus chiama “das Mystische”, non va confuso con quello che qualcuno dice di ‘vedere’ durante le sue ‘visioni’, appunto mistiche. Raimondo da Capua racconta, nella Legenda maior, che un giorno Caterina da Siena ebbe la “visione […] che lo Sposo eterno venisse a lei come al solito; invece, le aprì il fianco sinistro, ne estrasse il cuore e si allontanò; le sembrò di essere rimasta senza il cuore”. Nonostante il suo confessore non le creda e anzi si faccia beffe di lei (oggi siamo tutti come Raimondo, e forse questo non è l’ultimo dei nostri problemi) Caterina “continuava a ripetere: ‘Sinceramente, padre, per quanto possa sentire con i sensi del corpo, mi sembra che il cuore mi manchi davvero. Infatti”, prosegue Caterina, “il Signore mi è apparso e, aprendomi il lato sinistro, mi ha estratto il cuore’” (La mistica cristiana, I, p. 1526). Per la sensibilità ‘comune’ (almeno per quella non religiosa) il racconto di Caterina è del tutto inverosimile (anche se lo stesso Raimondo racconta che, successivamente, il Signore sarebbe apparso di nuovo a Caterina, e le avrebbe collocato nel fianco del costato il suo cuore: “le sue compagne hanno detto a me”, osserva stupito e incredulo Raimondo, “e a molte altre persone che, come segno del miracolo, in quel punto era rimasta una cicatrice”).
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Riarmo permanente: la vera posta in gioco dietro i meme di Trump
di Infoaut
Donald Trump riesce a fare una cosa che la diplomazia atlantica prova sempre a nascondere: ricordare a tutti qual è il vero rapporto di forza dentro la Nato
Alla vigilia del vertice in Turchia ha scelto di prendere in giro Giorgia Meloni pubblicando un meme sui social, l’ennesimo episodio di un rapporto fatto di continue pressioni, ricatti politici e richiami all’ordine rivolti agli alleati europei. Dietro la retorica dell’unità dell’Occidente resta un dato molto concreto: gli Stati Uniti continuano a dettare la linea e all’Europa viene chiesto di pagare il conto.
Quel conto ha un numero preciso: è il famoso 5% del PIL da destinare entro il 2035 alla difesa e alle spese collegate alla sicurezza, l’obiettivo fissato dalla Nato che il governo italiano si prepara a inseguire. Per l’Italia significa passare dagli attuali circa 45 miliardi di euro destinati ogni anno alla spesa militare a una cifra che potrebbe arrivare intorno ai 145 miliardi. Cento miliardi in più ogni anno. Una somma enorme, che dice molto di più di qualsiasi dichiarazione ufficiale sulla direzione che sta prendendo il Paese.
Da mesi questa trasformazione viene raccontata quasi esclusivamente come una questione di nuovi armamenti, di deterrenza e di sicurezza internazionale.
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