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La dottrina sociale della Chiesa cattolica fra continuità e discontinuità
Le religioni monoteistiche: sovrastrutture di “lunga durata”
di Eros Barone
1. La morte di papa Francesco e l’elezione del nuovo papa nella persona del cardinale statunitense Robert Francis Prevost, il quale ha scelto per caratterizzare il suo pontificato di chiamarsi Leone XIV, hanno richiamato l’attenzione del movimento di classe sulla crescente importanza di un’organizzazione - la Chiesa cattolica, per l’appunto – che esiste da oltre duemila anni, pur con vari adattamenti e con diversi gradi di influenza rispetto ai diversi modi di produzione (da quello schiavistico a quello feudale e da questo al modo di produzione capitalistico), e costituisce un fattore non secondario sia nella dinamica socio-politica e ideologica italiana sia in quella internazionale.
La natura anfibologica e proteiforme delle religioni (non solo del cristianesimo ma anche dell’ebraismo e dell’islamismo, per limitarci alle tre grandi religioni monoteistiche) spiega in parte la ‘lunga durata’ di certe sovrastrutture (non solo religiose ma anche filosofiche, giuridiche e artistiche): si tratta di un fenomeno su cui hanno acutamente riflettuto Marx ed Engels, i quali hanno posto in luce tanto le corrispondenze tra la base e le sovrastrutture quanto lo ‘sviluppo ineguale’ o la dissimmetria, fatta di ritardi e di anticipazioni, fra l’una e le altre. Occorre inoltre considerare un aspetto a cui raramente si presta attenzione, e cioè che la Chiesa, in quanto organizzazione gerarchica e centralizzata contrapposta alle prime comunità cristiane, che erano di natura del tutto differente, reca in sé stessa il codice ‘negativo’ della propria costituzione ed esistenza, essendo il prodotto della mancata ‘parousia’ (III secolo d. C.) e del conseguente patto costantiniano con l’Impero romano (IV secolo d. C.).
È poi opportuno sottolineare, per quanto concerne la problematica del rapporto tra Stato e Chiesa, che esiste una differenza assai profonda tra formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella religiosa (tali sono quella medievale in Europa, per lo meno fino alla rivoluzione francese, e attualmente quelle di un certo numero di paesi arabo-islamici) e formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella giuridico-politica (tali sono le formazioni esistenti ed operanti nei paesi europei e americani e in un certo numero di paesi asiatici). Quindi, non è vero che nel capitalismo contemporaneo non esiste più alcun limite, poiché i sistemi giuridici romani e anglosassoni, pur adeguandosi alla base economica di cui sono le sovrastrutture, retroagiscono su di essa, sottoponendo il capitalismo a vincoli più o meno stretti a seconda dei differenti rapporti di forza tra le classi e delle differenti tradizioni storiche dei diversi paesi.
L’attacco al socialismo e al comunismo (i due grandi nemici della Chiesa, rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento) ha rappresentato una direttiva costante della maggior parte dei pontefici che si sono succeduti sul soglio petrino negli ultimi due secoli: da Leone XIII a Benedetto XV, da Pio X a Pio XI, da Pio XII a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tale direttiva ha trovato la sua piena espressione teologica, politica e pastorale nelle diverse encicliche in cui si è venuta svolgendo l’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa.
2. La Centesimus annus: un ircocervo ideologico
In questa sintetica ricognizione degli assi tematici e dei capisaldi concettuali della dottrina sociale cattolica si può assumere come punto di partenza l’enciclica Centesimus annus dettata nel 1991 dal papa polacco Karol Wojtyla 1. Per quanto riguarda la polemica nei confronti del socialismo e del comunismo, è da rilevare che tale polemica viene condotta, secondo moduli più sofisticati - Giovanni Paolo II si era formato nell’àmbito della scuola del filosofo tedesco Max Scheler, seguace della fenomenologia di Husserl -, attraverso il ricorso alla categoria della alienazione (ricorso che non solo è tipico di quella strategia dell’appropriazione ideologica, tanto camaleontica sul piano culturale quanto sapiente sul piano della ricerca del consenso, strategia in cui la Chiesa è maestra, come è possibile accertare sia a proposito dell’utilizzazione cattolica della sociologia di derivazione positivistica, oltre che della stessa dottrina socialista nella sua versione lassalliana, sia a proposito dell’analoga utilizzazione della sociologia nordamericana e delle varie forme di critica romantico-spiritualistica dell’estraniazione generata dal capitalismo nella nostra epoca: critica ridotta peraltro al riciclaggio dei filosofemi e dei sociologemi più vulgati della scuola di Francoforte (da Horkheimer a Fromm).
Orbene, la funzione tattica del ricorso alla categoria dell’alienazione (così come di altre categorie concettuali) è stata esplicitamente teorizzata dal magistero sociale della Chiesa, di fronte alla difficoltà di affermare i princìpi costitutivi della dottrina cattolica all’interno di società largamente secolarizzate, se non scristianizzate, e di fronte alla consapevolezza che l’agire entro tali società comporta alleanze e compromessi, con la distinzione tra la “tesi”, che prospetta i princìpi nella loro purezza e li mantiene come obbiettivi e punti di arrivo della propria azione nella storia, e l’“ipotesi”, che rappresenta il necessario adattamento alle realtà esistenti, senza però perdere di vista il proprio obiettivo. La categoria di alienazione viene pertanto scorporata dalla concezione marxiana, la quale è respinta in quanto “fa derivare (l’alienazione) solo dalla sfera dei rapporti di produzione e di proprietà, cioè assegnandole un fondamento materialistico e, per di più, negando la legittimità e la positività delle relazioni di mercato” (par. 41 della C. a.), e incorporata nella visione cristiana, ove viene definita nei seguenti termini: “inversione tra i mezzi e i fini”, rifiuto della “capacità di trascendenza della persona umana”, “prevalenza” dell’avere sull’essere e, soprattutto, venir meno dell’“obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo”, che “è la condizione prima della libertà”. Laddove quest’ultima definizione della alienazione, che può sembrare stravagante a chi non abbia dimestichezza con i celesti teologemi e con la più prosaica prassi di gestione del potere all’interno della Chiesa, non solo ci ricorda che è pienamente in vigore il dogma dell’infallibilità del papa in quanto maestro di fede e di morale, dogma proclamato nel 1870 dal Concilio Vaticano I, ma introduce anche il primo di una serie di “paralogismi”, ossia ragionamenti logicamente scorretti, come quello della identificazione tra verità trascendente e verità oggettiva, in cui il termine medio del ragionamento non è usato in modo univoco, cosicché tale modo di procedere si rivela sbagliato già sul piano della logica formale e mette a nudo la radice ideologica della dottrina sociale della Chiesa, vieppiù confermata dalla sintomatica denegazione di un approccio immanente alla questione sociale, che viene formulata nel par. 55 (“La dottrina sociale della Chiesa... appartiene al campo della teologia e, specialmente, della teologia morale”).
A questo punto, è possibile determinare pienamente la differenza di questa ideologia, per così dire, intermedia rispetto all’ideologia borghese e a quella proletaria, differenza che è di qualità rispetto alla seconda e soltanto di grado rispetto alla prima. In effetti, l’ideologia cattolica, quale si esprime in questa e nelle altre encicliche papali, non si presenta “prima facie” come emanazione diretta di nessuna delle due classi antagoniste (il che consente alla Chiesa e al mondo cattolico di inserirsi nei conflitti sociali con una peculiare capacità trasformistica: la capacità di non stare con nessuno e di stare con tutti), bensì come prodotto intellettuale di quegli strati di piccola e media borghesia che sono costituzionalmente incapaci di elaborare sistemi dottrinali autonomi e sono quindi portati a elaborare concezioni di tipo ‘sincretistico’ che mescolano, giustappongono e confondono ingredienti diversi, propri sia dell’ideologia della classe dominante che di quella della classe dominata, oppure - secondo le forme caratteristiche della “rivoluzione passiva”, acutamente indagate da Antonio Gramsci - incorporano un certo contenuto, svirizzandolo e privandolo della carica originaria, per inserirlo all’interno di un contesto teorico-ideologico che offre un supporto alla consacrazione dello stato di cose esistente (sicché, non a onta ma proprio in forza di tali operazioni da essa condotte sul terreno ideologico-culturale e socio-politico, la Chiesa dimostra che la sua natura è quella di un’istituzione pienamente e coscientemente partecipe del capitalismo).
Gli ‘ircocervi’ ideologici che la genesi strutturale (radicata nel capitale finanziario multinazionale) e la formazione sovrastrutturale (segnata dalla ricerca di un compromesso fra tradizione premoderna, categorie della modernità e tendenze post-moderne), che questi ‘sistemi dottrinali’ concorrono a produrre, non sono in realtà classificabili, proprio come gli animali fantastici che partecipano della natura del capro e del cervo, alla stregua di ideologie vere e proprie, poiché sono sotto-sistemi ideologici variamente funzionali alle necessità di organizzazione di una classe non omogenea (più esattamente di frazioni di classe e strati sociali), la quale risulta profondamente differenziata e squilibrata al suo interno e soltanto attraverso questo tipo di ‘connettivo’ può essere subordinata alla direzione politica e ideologica della classe dominante. È invero a questa categoria che appartiene - insieme con le “ideologie” tecnocratiche, razziste, gerarchico-autoritarie, nazionaliste e fasciste, 1’ideologia veicolata dalla Centesimus annus ed è agitando queste bandiere che storicamente la piccola borghesia è salita alla ribalta dei processi politici della nostra epoca, svolgendovi la funzione di forza principale (ma in nessun caso la funzione di forza dirigente) di movimenti di massa che, a seconda delle specifiche congiunture e dei rapporti di forza tra le classi antagonistiche, hanno rivelato o un carattere conservatore e reazionario o un carattere progressista e rivoluzionario.
Naturalmente il processo nel quale questi sottoprodotti ideologici generati da forze di origine piccolo-borghese si saldano alle necessità transitorie e contingenti di certi gruppi economici dominanti è un processo contraddittorio, che si realizza sempre in congiunture critiche particolari e che, se da un lato spiega le saldature e gli accordi fra la Chiesa e i vari fascismi europei (e la Centesimus annus costituisce un’inquietante riprova di questa solidarietà di classe, giacché non contiene alcuna condanna esplicita del nazifascismo, mentre tutto lo schema concettuale che la sorregge tende semmai a giustificare il nazifascismo come legittima reazione al “totalitarismo comunista”), dall'altro non esclude che talune esperienze associative e politiche maturate nel mondo cattolico - come, ad esempio, quella di Murri e Miglioli all’inizio del Novecento ed altre che le hanno seguite in periodi più recenti - abbiano messo in discussione l’intero sistema sotto-ideologico da cui erano partite e si siano scontrate con !a gerarchia ecclesiastica nel momento in cui, per affrontare i problemi dello sfruttamento e della pauperizzazione, minacciavano di fatto l’alleanza fra la Chiesa e il grande capitale agrario e finanziario. In questo senso la posizione di classe, che definisce il ruolo reale della Chiesa, risulta con cruda evidenza dal par. 18, ove nel caratterizzare la situazione del secondo dopoguerra cade la maschera ipocrita e filistea del democraticismo e appare il viso grifagno dell’anticomunismo: «Metà del continente è caduta sotto il dominio della dittatura comunista, mentre l’altra metà si organizzava per difendersi contro un tale pericolo».
Nel paragrafo successivo viene invece delineato un quadretto tanto idilliaco quanto falso dell’“alternativa” rappresentata dai regimi democristiani, fondati sullo Stato assistenziale e sul “capitalismo popolare”, ossia dalla giusta risposta alla seguente domanda: “Qual è il modo migliore di lottare contro il comunismo e di sconfiggerlo?” (risposta che, peraltro, non considera abbastanza congruenti allo scopo indicato né i “sistemi di sicurezza nazionale” - la parola “fascismo”, chissà perché, è bandita dal linguaggio della Centesimus annus -, né la “società dei consumi”, anche se quest’ultima ha avuto il merito di «mostrare il fallimento del marxismo nel costruire una società nuova e migliore»).
D’altra parte, non è difficile mostrare che l’analisi che la Centesimus annus svolge a proposito del socialismo, del comunismo, del marxismo e dei loro nessi si fonda sulla deformazione e sulla falsificazione (oltre che, come si è già notato, sull’appropriazione più o meno indebita). A parte l’apologia indiretta - o ‘contra se’ - del socialismo, che risulta dal par. 12, ove esso viene configurato come “l'attraente presentazione di una soluzione tanto semplice quanto radicale della questione operaia” (ma il papa non può ignorare che è proprio un aforisma della Scolastica quello che assevera: “simplex sigillum veri”...), quando poi si attribuisce al socialismo, nel medesimo paragrafo, quale scopo finale, «l’inversione delle posizioni di poveri e ricchi» e si contrappone ad esso la difesa dei «diritti dei legittimi proprietari», si cade nel pantano della volgarità (se non della malafede) e si cancella il fatto che l’obiettivo del socialismo è l’eguaglianza economica e sociale, cioè (non l’inversione ma) la distruzione della divisione di classe fra ricchi e poveri, laddove per la Chiesa è di vitale importanza la perpetuazione dì un assetto classista in cui le sia possibile continuare a deporre “fiori immaginari” sulle catene dello sfruttamento (Marx).
La critica teorica fondamentale che viene mossa al socialismo è formulata nel par. 13: essa ha una portata generale, dal momento che individua il “vizio radicale” del socialismo in “un errore di carattere antropologico”, ossia nella negazione di quel cardine della ideologia religiosa cristiana che è la nozione di persona come soggetto autonomo di decisione morale (laddove è dato registrare la confusione, già prima rilevata, fra piano morale e piano sociale dell'indagine e, soprattutto, la conseguente eternizzazione giusnaturalistica del più feroce individualismo possessivo, giacché il nesso fra soggetto e proprietà, cui viene conferito il carattere di una “legge naturale e divina”, non solo definisce la sostanza reale dell’ideologia giuridico-religiosa della “persona umana”, ossia lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, ma indica anche fino a che punto, in una prospettiva marxista, la critica della religione sia preliminare - e contestuale - alla critica dell’economia politica borghese).
Tale concezione, cioè il personalismo cristiano, si sposa intimamente e offre un supporto filosofico-teologico alle rappresentazioni “eternitarie” e apologetiche del capitalismo come “spirito animale del mondo moderno” e insopprimibile istinto della natura umana, talché l’autore dì questa “teologia della proprietà privata” non può non giungere alla conclusione angosciosa che «l’uomo, privo di qualcosa che possa ‘dir suo’ (cioè della proprietà privata borghese) e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua iniziativa (cioè della possibilità di sfruttare il lavoro altrui)», perde «la sua dignità di persona». Dove è appena il caso di notare il rapporto di funzionalità reciproca che intercorre fra siffatte “astrazioni generiche” e la legittimazione di particolari rapporti economici e sociali. Per converso, l’esclusione di tale ideologia (il personalismo cristiano-borghese) dal campo teorico del materialismo storico è motivata sia dal riconoscimento delle determinazioni sociali dei rapporti di produzione entro cui gli individui si collocano, sia dalla demistificazione del pregiudizio metafisico di una originaria e permanente natura ed essenza dell’uomo. La confusione tra piano morale e piano sociale (e tra piano morale e piano economico) sfocia quindi nella individuazione dell’ateismo come radice teorico-pratica del socialismo («la negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l’ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona»).
Questa interpretazione corrisponde ad un luogo comune plurimillenario, inscindibilmente connesso all’esistenza di un’economia monetaria e testimoniato dalla comune etimologia di parole come ‘giuramento’, ‘giuridico’ e ‘giovamento’ (lo stesso Grozio, fondatore del giusnaturalismo moderno, spiegando che “jus a juvando”, sottolinea che il diritto sorge dall’utilità), luogo comune che giustificava l’esclusione degli atei dal consorzio civile (tale esclusione sarà affermata anche dal padre del liberalismo moderno, John Locke), in quanto questi non risultavano affidabili, cioè solvibili, sul piano del credito e del commercio, dove il “profit upon alienation” poteva essere conseguito solo attraverso il rispetto, “consacrato” dalla comune fede religiosa dei contraenti, dei termini del contratto di compravendita o del prestito erogato (in ciò si ritrova un’ulteriore conferma di quell’interscambio storico e ideologico fra cristianesimo e liberalismo, dì cui quello, cui si è già accennato, fra cristianesimo e fascismo è una variante: interscambio la cui base reale è il capitalismo, alle diverse fasi di sviluppo del quale - da quello commerciale e usurario del basso medioevo a quello industriale e finanziario dell’età contemporanea - vanno correlate le specifiche determinazioni del suddetto interscambio).
3. L’analisi marxista del fenomeno religioso
La deformazione consiste, invece, nel confondere l’origine dell’ateismo marxista (che risale storicamente all’illuminismo) con il suo contenuto, che non coincide affatto - come i teisti più ottusi e gli ateisti più sprovveduti sostengono - con quello che la Centesimus annus chiama il “razionalismo illuminista” né con la concezione volontaristica e soggettivistica, a esso sottesa, della religione come inganno perpetrato dal “callidum genus sacerdotum” (cioè dagli astuti rappresentanti del clero) ai danni delle masse popolari (secondo un modello interpretativo, non materialistico ma idealistico, che, trapassando nel campo della teoria politica dello Stato e della strategia per la conquista del potere, sosterrà il revisionismo socialdemocratico di Bernstein e le commistioni fra positivismo, socialismo e anticlericalismo che si verificheranno in Italia).
La differenza è fondamentale e non consente neanche di confondere i contenuti e le ragioni dell’ateismo dì Feuerbach, oltre che di Marx, Engels e Lenin, con il “razionalismo illuministico”. La religione è analizzata dai classici del socialismo scientifico come estraniazione dell’individuo umano, che si produce non a partire da un imbroglio, bensì a partire dalla sua base reale, che è nella nostra epoca il sistema della proprietà privata borghese, di cui la religione rappresenta 1’“aroma spirituale” e in cui vanno ricercate le radici, per l’appunto economiche e sociali, di questa forma di oppressione spirituale. Il fatto che la religione non possa essere ridotta a un imbroglio non esclude naturalmente che gli imbroglioni abbiano svolto e possano svolgere la loro parte - così in questa come in altre organizzazioni di tutt’altra natura -, ma dal punto di vista del materialismo storico il loro campo di azione - che è quello dei rapporti intersoggettivi fra gli uomini - trova un limite invalicabile nel campo dei rapporti fra le classi, perché - come osservava giustamente Lenin – “si possono ingannare gli uomini, non le classi”, in quanto il comportamento di queste ultime è determinato, in ultima istanza, dalla logica oggettiva degli interessi economici e dei rapporti di produzione.
È dunque erroneo interpretare la rnetafora marxiana della religione come “oppio dei popoli”, isolandola dal rigoroso contesto teorico di cui essa fa parte (altrettanto erroneo sarebbe, seguendo il filo di tale metafora, individuare la causa dello spaccio di droga negli spacciatori e non nel sistema di produzione e di scambio di questa merce, che sono fenomeni tipici del capitalismo a partire dall’infame “guerra dell’oppio” intrapresa negli anni quaranta del XIX secolo dai colonialisti inglesi contro la Cina allo scopo di imporne il consumo su quel mercato, per giungere alla formazione di un mercato mondiale della droga che costituisce la base materiale del potere economico e politico di una specifica frazione della borghesia, quella mafiosa).
Al fine di chiarificare le coordinate basilari dell’analisi del fenomeno religioso, conviene allora riportare testualmente alcune proposizioni marxiane tratte dall’“Introduzione” allo scritto Per la critica della filosofia del diritto di Hegel: «Questo Stato, questa società, producono la religione... La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo ‘point d’honneur’ spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamente solenne, la sua fondamentale ragione di consolazione e giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché la essenza umana non possiede una vera realtà... La miseria religiosa esprime tanto la miseria reale quanto la protesta contro questa miseria reale. La religione è il gemito dell’oppresso, il sentimento di un mondo senza cuore, e insieme lo spirito dì una condizione priva di spiritualità. La soppressione della religione in quanto felicità illusoria del popolo è il presupposto della sua vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione è quindi, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola.»
4. Un’enciclica “demagogica e antisocialista”
Ciò detto riguardo alla funzione ideologica della Chiesa nelle diverse fasi storiche, per quanto riguarda la critica marxista della medesima conviene prendere le mosse da una disamina del trittico formato dalle encicliche wojtyliane sulla dottrina sociale della Chiesa, trittico formato dalla Laborem exercens del 1981, dalla Sollicitudo rei socialis del 1987 e dalla Centesimus annus del 1991. Fin dal 1° par. di quest’ultimo documento il Papa mette in rilievo la profonda consonanza con il suo predecessore del secolo XIX e la continuità ideale fra la Centesimus annus e la Rerum novarum e si preoccupa di “mostrare che la ricca linfa, che sale da quella radice non si è esaurita col passare degli anni, ma è anzi diventata più feconda”. È da osservare, inoltre, la coincidenza, di sapore a un tempo provocatorio e plagiario, con la festa del Primo Maggio, data di pubblicazione dell’enciclica, poiché attesta quel modulo mimetico - di appropriazione e imitazione di forme e contenuti della tradizione socialista, depotenziati del loro significato di classe e resi politicamente innocui -, che ha sempre caratterizzato il comportamento della piccola borghesia, base di massa dei movimenti “terzaforzisti”, alla cui ideologia si deve la tendenziale identità, che si può riscontrare, su questo così come su altri terreni (si pensi al comune modello corporativo, la cui essenza è la “soppressione” della lotta di classe), fra il cattolicesimo (‘soi-disant’) terzaforzista e il fascismo.
Il 2° par. enuncia lo stretto e organico legame che intercorre fra l’elaborazione pluridecennale che ha contraddistinto il pontificato di Karol Wojtyla e l’enciclica di Pio XI (la Quadragesimo anno del 1931), da un lato, e quello che viene definito un “immortale documento” dall’altro, ossia la Rerum novarum di Leone XIII, che segnò, nel 1891, la genesi della moderna dottrina sociale della Chiesa. Il 3° par. determina le tre direzioni in cui si esplica la visione contenuta nell’enciclica: una “rilettura” della Rerum novarum, una rilevazione delle “cose nuove che ci circondano... ben diverse dalle ‘cose nuove’ che contraddistinsero l’ultimo decennio del secolo passato”, con la correlativa “analisi di alcuni avvenimenti della storia recente”, e la proiezione verso il futuro, che viene prefigurato come “terzo Millennio dell’era cristiana, carico di incognite, ma anche di promesse”. Il 4° par., con cui ha inizio il I cap. delinea i “tratti caratteristici della Rerum novarum”, rievocando il processo storico della industrializzazione europea e la nascita del movimento operaio e socialista: mentre il primo evento è descritto e interpretato alla luce di un modello di analisi che sembra ricalcato, anche dal punto di vista terminologico, su quello marxiano, il secondo viene definito come la “forma organizzata, e non poche volte violenta”, in cui si esprimeva “un’altra concezione della proprietà e della vita economica, che implicava un nuova organizzazione politica e sociale”. Dove si fa evidente i1 ‘leitmotiv’ astrattamente moralistico (ma ricco di una concreta incidenza politico-ideologica per gli effetti che produce nel campo della lotta di classe: paralizzanti per gli strati subalterni e stabilizzanti per il dominio capitalistico), che scandirà la polemica contro il movimento operaio e il socialismo rivoluzionario, cioè il tema della violenza, condannata non solo in quanto metodo di azione, ma anche (e soprattutto) in quanto logica conseguenza di una ideologia totalizzante. A questo punto il linguaggio populistico e anticapitalistico (tanto più adoperato nell’enciclica quanto più occorre dissimulare la sostanza socialmente retriva e politicamente reazionaria del discorso in essa contenuto) si alterna a quello tipico dei difensori dell’ordine borghese: “Nel momento culminante di questa contrapposizione (fra capitale e lavoro salariato), quando ormai apparivano in piena luce la gravissima ingiustizia della realtà sociale... ed il pericolo di una rivoluzione favorita dalle concezioni allora chiamate ‘socialiste’, Leone XIII intervenne con un documento che affrontava in modo organico la ‘questione operaia’”.
Nel 5° par. la rilettura dell’enciclica leoniana entra nel vivo e vengono passati in rassegna i fattori a cui in quel documento veniva ricondotta “la divisione della società in due classi separate da un abisso profondo”: “la brama di cose nuove, che da tempo sta sconvolgendo gli Stati... i desideri di cambiamento” (trasferiti dall’ordine politico a quello economico) e - continuando con la fenomenologia di una società divisa dal conflitto tra il capitale e il lavoro – “l’accumulo della ricchezza nelle mani di pochi, accanto alla miseria della moltitudine; la maggiore coscienza che i lavoratori hanno acquistato di sé e, di conseguenza, una maggiore unione tra essi e inoltre il peggioramento dei costumi”. L’intervento del Papa di allora, commenta il Papa della fine del XX secolo, si situò nel contesto di un conflitto che obbediva alla logica hobbesiana basata sul principio “homo homini lupus” e sul dualismo tra la “sussistenza fisica per gli uni” e l’opulenza per gli altri”: tale intervento era diretto a “ristabilire la pace”, ma soprattutto - come il Papa polacco, dimentico della dura lotta di classe, da lui stesso promossa e condotta nel suo Paese di origine, si preoccupa di segnalare al distratto “lettore contemporaneo” - si esprimeva nella “condanna”, “severa”, e “senza mezzi termini”, “della lotta di classe”. Naturalmente, secondo il moto pendolare del meccanismo della ‘bascula’ che regge l’ideologia della conciliazione fra gli opposti interessi di classe (ossia la subordinazione reale, anche se più o meno mascherata da politiche riformiste, degli interessi morali e materiali della classe proletaria alla classe borghese), la delegittimazione della lotta di classe viene subito controbilanciata dalla mistificante alternativa etico-politica della “pace che si edifica sul fondamento della giustizia” (dove la mistificazione consiste nel duplice effetto illusorio, creato una prima volta dal falso universalismo della morale cristiano-borghese che pone sullo stesso piano, a partire dalla compravendita della forza-lavoro da parte del capitale, soggetti disuguali, astraendo dalle loro concrete condizioni economico-sociali e unificandoli nel concetto generico di “persona umana”, e creato una seconda volta da quel correttivo della disuguaglianza, che è la carità, intesa come fattore di “equilibrio” e di stabilizzazione dell’ordine vigente).
D’altronde, che la Rerum novarum e la Centesimus annus, pur separate da un periodo di 100 anni, siano espressione dello stesso sforzo diretto di riconquista cattolica della società moderna è confermato da proposizioni come quelle che seguono, il cui contenuto e il cui senso attestano l’inequivocabile integralismo che ha contrassegnato il pontificato di Giovanni Paolo II (si tratta di un fenomeno caratteristico della fase presente di acutizzazione delle contraddizioni interimperialistiche e intraimperialistiche, cui si deve la ricerca, sia fra le forze dominanti sia fra le masse dominate, di una crescente compenetrazione tra l’ideologia politica e l’ideologia religiosa, come dimostrano la diffusione, a partire dalla centrale statunitense, del fondamentalismo protestante nel continente americano e lo sviluppo del fondamentalismo islamico, che ha superato da tempo i confini del mondo arabo): “Leone XIII stabiliva un paradigma permanente per la Chiesa”; “Nuova evangelizzazione e annuncio della dottrina sociale della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, a indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie, vanno di pari passo”. I parr. 6, 7, 8 e 9 espongono i capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, inquadrati nei concetti filosofici del giusnaturalismo cattolico: dalla difesa della proprietà privata, che è il fulcro di tale costruzione teorica, all’“affermazione della dignità del lavoratore e, perciò stesso, (del) lavoro... che produce la ricchezza degli Stati” (apologia lavoristica che, nella misura in cui prescinde dalle concrete determinazioni storico-sociali, cioè dallo sfruttamento capitalistico del lavoro salariato, merita, per il comune sostrato giusnaturalistico, qui cattolico e lì lassalliano, la stessa sferzante ironia che Marx rivolgeva, nella sua “Critica al programma di Gotha”, a “simili frasi vuote che si possono girare e rigirare come si vuole”); dal principio della destinazione universale dei beni della terra, che funge da contrappeso, secondo il solito meccanismo della ‘bascula’, a quello del diritto alla proprietà privata, di cui viene comunque rivendicata l’estensione sia nei sistemi dove imperava la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sia anche di fronte ai crescenti fenomeni di povertà - considerati quali “impedimenti della proprietà privata” -, che si presentano in tante parti del mondo, al diritto a formare associazioni private, cioè “associazioni professionali di imprenditori e di operai, o di soli operai” (che la Chiesa approva “non certo per pregiudizi ideologici, né per cedere a una mentalità di classe, ma perché l’associarsi è un diritto naturale dell’essere umano”), dal diritto alla limitazione delle ore di lavoro al diritto al “giusto salario”, perno del sistema del lavoro salariato, di cui si sottintende, come già accadeva nell’economia politica classica, il carattere “naturale ed eterno”, anche se nel quadro di un capitalismo ‘dal volto umano’, basato sulle politiche redistributive dello Stato assistenziale e sui blocchi interclassisti di un regime corporativo, e non del “cosiddetto capitalismo selvaggio”.
Il 10° par. ricorda la critica rivolta dalla “Rerum novarum” ai «due sistemi sociali: il socialismo e il liberalismo» (critica che, essendo rivolta in misura preminente e decisiva al socialismo, rende pienamente motivato il giudizio espresso su tale enciclica, qualificata come “demagogica e antisocialista”, da uno dei maggiori studiosi della storia contemporanea del nostro paese, il Candeloro), e teorizza il rapporto fra Stato e classe proletaria come un rapporto di patronato fra un’istituzione benefica e alcune categorie bisognose di particolare assistenza, in omaggio al principio della solidarietà (o “amicizia” o “carità sociale” o “civiltà dell’amore”), richiamato da Giovanni Paolo II nella precedente enciclica dedicata allo stesso tema di cui è questione, la “Sollicitudo rei socialis” (1987), e considerato come «uno dei principi basilari della concezione cristiana dell’organizzazione sociale e politica». Da tali presupposti nel successivo paragrafo viene fatta discendere la cosiddetta “opzione preferenziale verso i poveri”, dedotta, secondo una modalità quanto mai significativa e isomorfa a quella postulato dall’ideologia liberale, da «ciò che fa da trama e, in certo modo, da guida... a tutta la dottrina sociale della Chiesa», vale a dire «la corretta concezione della persona umana e del suo valore unico». Dove vale la pena di rilevare sul piano teorico l’aporia, già segnalata dai più avvertiti studiosi della dottrina sociale cattolica, che consiste nel cercare di costruire tale dottrina a partire da un messaggio religioso sul fini ultimi della vita umana e a partire dal primato dei beni dell’anima rispetto a quelli del corpo, di quelli spirituali rispetto a quelli temporali, della morale rispetto all’economia: primato, quest’ultimo, che comprova non solo l’intimo nesso di questa elaborazione dottrinale con le fondamentali premesse filosofiche ed etico-religiose del pensiero cattolico restaurato sulla base del tomismo, la cui rinascita fu promossa proprio da Leone XIII con l’enciclica “Aeterni Patris” del 1879, ma anche lo stretto rapporto con la nascita della sociologia cattolica, che costituirà la base della dottrina sociale della Chiesa, e il “connubio”, verificatosi specialmente nel mondo culturale tedesco degli ultimi decenni dell’Ottocento, fra il cattolicesimo sociale di ascendenza romantica, il giusnaturalismo cattolico, la scuola etico-storica dell’economia e le teorie sociologiche di impronta positivistica dei cosiddetti “socialisti della cattedra”. Costoro, duramente criticati da Marx e da Engels per le loro concezioni “volgarmente apologetiche”, erano economisti come Wagner e Schäffle, teorizzatori della “missione sociale degli Hohenzollern” e fautori di una politica di riforme condotta dall’alto nell’àmbito dello Stato capitalistico: un prodotto della conoscenza di questo mondo culturale tedesco sarà in Italia il sociologo e pubblicista cattolico Giuseppe Toniolo, che si propose di elaborare, ispirandosi all’enciclica “Rerum novarum” e alla tradizione di pensiero ad essa sottesa, il modello di una società di tipo corporativo.
Il par. 25° della “Centesimus annus”, oltre ad iterare l’interpretazione trionfalistica degli “avvenimenti dell’89”, riprende la confutazione rosminiana del perfettismo (“Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male... la politica diventa allora una ‘religione secolare’, che si illude di costruire il paradiso in questo mondo”). Con un disinvolto pressappochismo (sul piano della correttezza logica, gli Scolastici avrebbero ravvisato in questo caso la fallacia detta ‘ignoratio elenchi’), il papa scambia la critica di Rosmini al socialismo utopistico con una critica al socialismo scientifico, che, essendo fondato sulla dialettica materialistica, non ha mai concepito il socialismo come la realizzazione terrena della ‘Gerusalemme celeste’. Pertanto, ancora una volta (non la cosiddetta ‘crisi del marxismo’ ma) la ‘crisi’ prodotta dalla ‘mancanza di marxismo’ obbliga a precisare, citando prima Marx e poi un marxista contemporaneo, che il marxismo è nato proprio dalla rottura con l’utopismo [e, quindi, dalla rottura col perfettismo di quei costruttori di “castelli in aria”, che - come è possibile constatare a proposito, questa volta, dell’utopia sociale di quella sorta di socialismo piccolo-borghese neo-sismondiano, condito, poiché “non c’è nulla di più facile che dare una tinta socialistica all’ascetismo cristiano”, con un pizzico di “socialismo pretesco”, cioè con una variante del socialismo reazionario feudale – “fanno appello alla filantropia dei cuori e delle tasche borghesi”) e che “trasformare il mondo non è esplorare la luna, ma fare la rivoluzione e costruire il socialismo senza regredire verso il capitalismo (corsivo nostro). Il resto, luna compresa, ci sarà dato in sovrappiù” (Louis Althusser)].
Nel par. 32 ci imbattiamo in una rappresentazione dell’odierno sistema capitalistico incentrata sul felice connubio tra una nozione smithiana dell’industrialismo moderno e l’elogio del ‘libero mercato’, rappresentazione che non rifugge - in nome degli imperativi di tale modello di “razionalità economica” - dal giustificare i licenziamenti di massa (e questa volta la coerenza logica non fa difetto). Come, infatti, interpretare diversamente l’esaltazione della seguente “virtù” imprenditoriale: “la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci dì fortuna”? Continuando a sgranare questo rosario di truismì vetero-liberali, troviamo nei parr. 34 e 35 la concezione del ‘libero mercato’ come “strumento per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni”, concezione che prescinde dall’esistenza della grande impresa monopolistica multinazionale e sfocia nella visione romantica di un’economia basata sull’impresa medio-piccola, visione del tutto difforme dalla realtà attuale del mercato imperialistico dominato dai monopoli capitalistici. Le conseguenze strutturali di quest’ultimo, cioè il sottosviluppo e il blocco economico-finanziario del Paesi periferici della formazione imperialistica mondiale, sono ridotte alle dimensioni di un problema che nasce “sia dalle carenze umane del capitalismo, sia dalla incapacità personale dei ‘poveri’ nell’adeguarsi al ‘sistema di impresa’”. In tal modo, il punto di vista efficientistico, tipicamente borghese, sconfina in un paternalismo non privo di coloriture razziste: “coloro che non riescono a tenersi al passo coi tempi possono facilmente essere emarginati”, sicché “è necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze, ad entrare nel circolo delle interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare al meglio capacità e risorse” (a questo proposito, non ci si può esimere dall’osservare che, sul piano storico-morale, fin quando il diritto alla vita e il riscatto delle grandi masse della popolazione del pianeta saranno subordinati alla condizione giugulatoria della carità del privati e delle Chiese, la questione del comunismo resterà aperta).
Nel par. 36 il “fenomeno del consumismo” e la stessa “diffusione della droga” sono invece ricondotti (non alla logica della ricerca del massimo profitto bensì) ad “una lettura materialistica dei bisogni umani” e al “vuoto spirituale”: lettura, questa, che merita per un verso di essere posta a confronto con la spietata dimostrazione del nesso di funzionalità reciproca fra mali sociali e sviluppo del capitalismo, che indusse Marx a giudicare Bernard de Mandeville, l’autore settecentesco della Favola delle api, ovvero vizi privati e pubblici benefici, “infinitamente più coraggioso e sincero degli apologeti filistei della società borghese” (categoria alla quale può senz'altro essere ascritta l’ideologia liberal-cristiana patrocinata da Giovanni Paolo Il), e merita per un altro verso di essere qualificata come espressione della “pretesca sete di potere”, del “fanatismo religioso”, della “ciarlataneria”, della “ipocrisia pietista” e delle “pie frodi” di quei “Dalai Lama idealistici”, i quali - come l’estensore della Centesimus annus – “vorrebbero persuadersi che il mondo, dal quale traggono il nutrimento, non potrebbe esistere senza i loro sacri escrementi”, santoni il cui idealismo, “quando passa nella pratica, rivela subito il suo carattere maligno” (secondo la caustica e profonda osservazione svolta da Marx ed Engels in un passo dell’Ideologia tedesca dedicato alla stroncatura di queste forme, oggi risorgenti sotto molteplici spoglie, di apologia critica, o critica apologetica, del capitalismo).
Il par. 34, nel momento stesso in cui riconosce che “esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato”, afferma però - come si è visto - che “il libero mercato” è “lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni”, delineando quella prospettiva del “capitalismo dal volto umano”, tematizzata in particolare dal filosofo cattolico Michael Novak, ispiratore delle encicliche wojtyliane e consigliere personale di Ronald Reagan, prospettiva la cui estensione ai Paesi della periferia imperialistica è indicata come l’unico sbocco dello “stato di umiliante subordinazione” in cui “purtroppo” (sic!) vive “la grande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo”. Tale prospettiva rivela la sua natura di terzomondismo filo-imperialistico – oltre che sul terreno delle scelte pratico-politiche (basti ricordare la consegna di Noriega, che si era rifugiato nella sede della nunziatura vaticana, alle truppe nord-americane che invasero Panama nel 1989 o le due prese di posizione assunte dalla Chiesa rispettivamente all’inizio – “guerra, avventura senza ritorno” - e alla fine – “pace con giustizia” - della guerra contro l’Iraq). Così, nei parr. 28, 33, 35, 39, 52, 57 (ove si precisa che “l’opzione preferenziale per i poveri... non è mai esclusiva né dìscriminante verso altri gruppi”), 58 e 59 (dove spicca l’affermazione seguente: “la luce della fede... rende umanamente vivibili anche le situazioni dì sofferenza”, e dove, inoltre, viene ribadita la “dimensione interdisciplinare” della dottrina sociale della Chiesa, cioè l’uso coordinato delle scienze umane e delle tecniche relative nella gestione cristiana dello sfruttamento capitalistico e/o degli ammortizzatori sociali di tale sfruttamento, a proposito dei quali - uso e gestione – va ricordato che un ruolo di avanguardia fu svolto fin dagli anni ’30, in Italia, da Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell'Università cattolica di Milano, nonché fondatore e direttore del laboratorio di psicologia sperimentale che operò nell’àmbito di questo importante apparato dì ricerca e formazione della Chiesa).
Nel par. 35 un appello di carattere apertamente politico-ideologico viene rivolto ai “sindacati” e “alle altre organizzazioni dei lavoratori”, affinché si impegnino nella lotta per “una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione” (parola d’ordine fumosa, che non impedisce però di scorgere, una volta dissipata la nebulosità lessicale, i contorni di una variante del sistema capitalistico, dal momento che l’appello è coronato dal pieno riconoscimento, da parte della Chiesa, della “giusta funzione del profitto”, la cui esplicazione “come indicatore del buon andamento dell’azienda” (è questo il senso della sottolineatura del sintagma: “funzione del profitto”) è inscritta nel solito quadro, che alterna i toni eulogici del tecnicismo efficientistico agli afflati di una sorta di umanesimo aziendalistico nel declamare ‘le magnifiche sorti e progressive’ di tale sistema: “quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti”. Questo orientamento e gli orientamenti che ne conseguono segnano un chiaro passaggio dalla tradizionale ‘opposizione’, sostenuta dal movimento cattolico ‘intransigente’ nei confronti del capitalismo, ad una accettazione ‘tecnica’ del capitalismo, basata sulla distinzione tra economia di mercato e liberismo. In tale contesto, il ruolo della Chiesa sia rispetto al sistema economico sia rispetto al sistema politico risulta essere quello consistente nel fornire ad entrambi i sistemi quel ‘supplemento d’anima’, quello ‘spirito’ (in senso weberiano), che dovrebbero consentire a questi sistemi di operare per il ‘bene comune’. Coerenza e simmetria impongono perciò, a questo punto, che l’esaltazione del libero mercato si accompagni con la piena legittimazione religiosa del sistema democratico-borghese (cfr. il par. 46, ove, polemizzando con coloro che affermano che “l’agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche”, si disconosce la genesi storico-ideale degli Stati moderni che, per poter superare le sanguinose vicende delle guerre di religione, scelsero coscientemente - a partire dai teorici borghesi della nuova scienza politica: Hobbes e Locke - di anteporre alla ricerca della verità la ricerca della pace, ossia di un ordine socio-politico adeguato alle necessità poste dal compimento della transizione dal sistema feudale al sistema capitalistico, e si declina la democrazia borghese come una sorta di ‘itinerarium societatis in Deum’: “La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno”. Trova così conferma quel rapporto di simbiosi rnutualistica fra liberalismo e cristianesimo, in virtù del quale il primo cerca in un’ideologia religiosa la stampella di un’egemonia che senza tale sostegno resta vacillante (dal momento che i più avvertiti difensori della società borghese-capitalistica sanno bene, dopo Hobbes, Locke e John Stuart Mill, che la democrazia è solo un mezzo e non un fine); mentre il secondo fornisce, attraverso la religione, un appropriato involucro solidaristico alla sostanza della democrazia monetaria. D’altronde, non è stato proprio don Benedetto (Croce), cioè un padre del liberalismo contemporaneo, a scrivere il famoso articolo intitolato: “Perché non possiamo non dirci cristiani”?
Il par. 48 fissa i capisaldi di un programma di governo, che in primo luogo deve fornire “sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà”, princìpi la cui difesa è totale e incondizionata, come dimostrano la critica dello “Stato assistenziale” (convergente con l’attacco neo-liberista), il cui succo si può raccogliere nella nota formula: “Più mercato, meno Stato!” (ma, soprattutto, meno servizi pubblici e più servizi privati cattolici!). Gli ultimi 3 paragrafi traggono le conclusioni tattiche e strategiche dell’ampio e articolato discorso sviluppato dalla Centesimus annus: un discorso che rivela pienamente il volto neocostantiniano della Chiesa (nel senso di una rinnovata e durevole alleanza - che, tuttavia, non esclude momenti conflittuali - fra il grande capitale monopolistico e la Chiesa wojtyliana) e conferisce un plastico rilievo alla linea dominante della Centesimus annus: linea in cui l’accento batte sulla evangelizzazione (cioè sulla necessità di una grande crociata, condotta sotto l’insegna di un fondamentalismo cattolico di nuovo tipo, per la ‘reconquista’ di tutto il mondo: Est e Ovest, Nord e Sud), non sul dialogo. In tal senso, viene richiamato il principio-cardine, a suo tempo proposto da Leone XIII per la soluzione della questione operaia: “la collaborazione tra tutte le forze”; non manca infatti l’invito, diretto alle forze della sinistra opportunista, a percorrere, insieme con la Chiesa, la strada del capitalismo ‘dal volto umano’, dando vita ai necessari blocchi corporativi ed interclassisti: “c’è la fondata speranza che anche quel gruppo numeroso che non confessa una religione possa contribuire a dare il necessario fondamento etico alla questione sociale”; viene, infine, espressa la persuasione (assai poco fondata alla luce delle crescenti tensioni manifestatesi con le chiese ortodosse in occasione della guerra civile che ha dilaniato la Jugoslavia e a causa della sfrenata corsa alla evangelizzazione della ex-Unione Sovietica, per tacere del rapporto, tutt’altro che ecumenico, con il fondamentalismo islamico e protestante, sia in Africa sia in America) che “le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione dì una società degna dell’uomo”.
D’altronde, se il contenuto politico-ideologico del ‘manifesto’ wojtyliano risulta essere del tutto funzionale agli imperativi dell'accumulazione imperialistica su scala mondiale (ovviamente nella forma mistificata del capitalismo ‘dal volto umano’, della filantropia terzomondista e del culto reazionario del pauperismo), ciò non dipende soltanto dalla posizione di classe della Chiesa (ossia dall’appoggio all’industrializzazione e dall’inserimento, sia pure graduale e travagliato, nelle nuove formazioni politico-statuali dirette dalla borghesia, secondo un indirizzo che la Chiesa cominciò a seguire fin dal ’700), ma deriva anche dal ruolo obbiettivo di grande potenza proprietaria, che svolge la Chiesa (ruolo che il titolo di un saggio, pubblicato sulla rivista della Terza Internazionale negli anni ’20 del Novecento, Il capitale finanziario sotto il mantello del papa, poneva efficacemente in luce). Vi è poi da notare che nella “catena di forze reazionarie” che media il dominio della borghesia in Italia un anello fondamentale è costituito dal mondo cattolico con la sua miscela moderna di liberalismo e ‘socialità’, di localismo e universalismo, di riformismo e reazione, di tendenze socialmente progressiste e politicamente conservatrici - quali quelle espresse da alcuni dei suoi settori popolari, giovanili ed operai -, con il suo intreccio di egemonia economica (la borghesia cattolica), sociale (le masse inquadrate dalla Chiesa e dalle sue diverse ‘cinghie di trasmissione’) ed egemonia ideologico-culturale (democraticismo, interclassismo, solidarismo, eticismo e personalismo). In conclusione, il movimento comunista ha due esigenze da soddisfare nel confrontarsi con la Chiesa cattolica: esso deve, per un verso, affondare la sonda della sua analisi di classe nella base di questo potere duttile, ma molto resistente, che non solo condiziona storicamente, ma dirige, sul piano politico-statuale, attraverso i suoi quadri, il nostro Paese, e deve condurre questa indagine con il fine di scoprire e mettere a nudo le molteplici contraddizioni che vi si annidano; per un altro verso, deve anche penetrare all’interno di tale base con il profilo tagliente dello scontro sociale e della lotta rivoluzionaria. Questa duplice azione, teorica e pratica, è tanto più necessaria in una fase, quale quella attuale, di progressivo restringimento del margini di mediazione e di crescente inasprimento degli antagonismi: in una fase ove le antitesi - sociali, politiche e ideali - della società cristiano-borghese dissolvono l’illusione retorica di una ‘terza via’, alimentata dal variopinto coacervo delle classi medie, e rimettono al centro del destino di questa stessa società il problema storico del superamento del modo di produzione capitalistico da parte della classe dei lavoratori salariati.
5. Fratelli tutti: un’enciclica che segna una netta discontinuità
Quando nel 2013 Jorge Mario Bergoglio uscì dal conclave eletto papa, fu difficile negare che quella elezione, avvenuta dopo le dirompenti dimissioni di Benedetto XVI, rappresentasse un fatto epocale. In effetti, come Sun Tzu, Lao Tse e i gesuiti insegnano, l’unica guerra vinta è quella che si vince senza combattere. E la prova più attuale di ciò è stata proprio la vicenda della Compagnia di Gesù tra il 1980 e il 2013: fortemente osteggiata da papa Wojtyla, si prese la rivincita portando nel 2013 un suo uomo sul soglio pontificio (cosa mai accaduta nell’intera storia della Compagnia).
Sennonché questa affermazione si può ritenere valida da un punto di vista puramente strategico, indipendentemente dalle posizioni assunte da papa Francesco. Del quale occorre, comunque, riconoscere, fra le doti di cui era in possesso, una straordinaria sensibilità per i rapporti di forza esistenti a livello geopolitico e la capacità di individuare le congiunture critiche della storia, come dimostrano, fra le sue osservazioni quasi sempre penetranti e anticipatrici, il riconoscimento dell’esistenza di una “terza guerra mondiale che si sta svolgendo a pezzi” e l’individuazione della responsabilità per la guerra in Ucraina, dovuta all’“abbaiare” della NATO “davanti alle frontiere della Russia”.
Del resto, dal punto di vista della sensibilità per i rapporti di forza interni alla Chiesa, una persona avveduta, quale era papa Bergoglio, sapeva che quando si è costretti a combattere o si vince o si perde. Nel primo caso, bisogna subito riconciliarsi con l’avversario per evitare che si vendichi; nel secondo caso, vale il principio di Mao Tse-tung: “imparare dalle sconfitte per preparare le vittorie”. Così, la carta vincente giocata da papa Bergoglio nel conflitto inevitabile con quella parte della gerarchia ecclesiastica e del clero che lo osteggiava, è stata quella di trasformarsi in un personaggio pubblico, mutuando l’esempio di papa Wojtyla ma seguendo una diversa direttrice (e qui hanno avuto forse un certo peso sia l’origine italiana sia l’esperienza pastorale e culturale acquisita in Argentina, suo paese di provenienza).
Sta di fatto che, rifuggendo da uno stile fastoso e solenne e assumendone uno pauperistico e minimalista, questo papa, con la spontaneità e la semplicità dei suoi discorsi, alla portata di tutti non meno che degni di ascolto, ha suscitato, fra credenti e laici, un’ondata di consensi e di apprezzamenti che la Chiesa di Roma non aveva più conosciuto dai tempi di papa Giovanni XXIII. Il cristianesimo che proponeva papa Francesco, rifacendosi direttamente al messaggio di Cristo, era infatti di tipo genuinamente evangelico e fermamente anticuriale: era dunque per le forze borghesi e piccolo-borghesi più conservatrici e reazionarie, interne ed esterne al mondo cattolico, a lui avverse, un atteggiamento inaccettabile e odioso. Egli si è comportato, insomma, non da papa ma da uomo; così come si comportò da uomo quando in solitudine, sotto la pioggia battente, pregò di fronte a una piazza deserta al tempo del Covid.
Riguardo alle posizioni di papa Francesco sui temi politici e sociali più scottanti va quindi preso in considerazione un documento vasto, chiaro e articolato come Fratelli tutti, l’enciclica pubblicata nel 2020. In questa enciclica la critica del papa colpisce su due fronti: da una parte, le modalità e le istituzioni della politica neoliberista; dall’altra, la durezza e l’intransigenza riconducibili agli schieramenti cosiddetti populisti. Sennonché il taglio bifronte di tale critica sorprende, ma solo fino ad un certo punto: non bisogna infatti dimenticare che la Chiesa cattolica è sempre stata un’avversaria del mondo liberale fin dai tempi in cui esso era una forza progressiva ed era oggetto dell’aspra campagna anti-illuministica e medievaleggiante di Pio IX. Non per nulla nella stessa direzione, integrando nella critica del liberalismo anche la critica del socialismo e del comunismo, si muoveva la dottrina sulla questione sociale elaborata da Leone XIII o l’esplicito appoggio di Pio XI al corporativismo fascista. La prima cosa che colpisce nella lettura di questa enciclica è invece l’antinazionalismo esplicito e dettagliato di Fratelli tutti: «La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali». Questa condanna del nazionalismo colpisce, in secondo luogo, perché è anche una presa di distanza esplicita dalla Chiesa del passato: «La Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza. Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi».
È doveroso insistere su questi aspetti dell’enciclica perché di fatto sottintendono una netta polemica verso il corporativismo. Si tratta, cioè, della presa di distanza da ciò che la Chiesa è stata per molto tempo, prima del Concilio Vaticano II. Alcuni commentatori sottovalutano questo passaggio. Rileggono questa enciclica sociale all’interno della tradizione iniziata con la Rerum novarum, dove il rilievo dato ai corpi intermedi (corporazioni, corpi intermedi tra Stato e società civile, in sostanza il mercato) ha sempre implicato uno sguardo rivolto all’indietro, cioè alle “società di antico regime”, secondo una riflessione che ha aperto la strada al compromesso con il fascismo, cioè con la più compiuta espressione del nazionalismo. In questione era dunque l’autonomia non solo della dottrina, ma anche del patrimonio e dell’azione sociale. Il compito, in fondo, era quello di riconquistare a palmo a palmo quel dominio sulla società che la Chiesa aveva perduto con la Rivoluzione francese, per apprestarsi a riconquistare il dominio sullo Stato. Ecco allora che l’antiliberalismo di Fratelli tutti assume un connotato differente da quello che risulta da una lettura continuista delle encicliche sociali.
Il secondo aspetto dell’enciclica, che merita di essere sottolineato è la critica del capitalismo liberista. Niente di nuovo, si dirà. Anche in questo caso la Chiesa ribadisce una critica a quell’egoismo materialistico e relativistico tipico del pensiero e della società borghese-liberale. Eppure anche in questo caso sembra di poter affermare che lo sguardo di Fratelli tutti è rivolto all’oggi e al domani e non al passato. Non possiamo dimenticare, infatti, la rottura provocata all’interno della Chiesa proprio dal cosiddetto liberismo economico, anche nelle sue forme più dirompenti e più disgregatrici del tessuto umano della società. Quanto è avvenuto in Italia assume un valore esemplare, laddove bisogna rammentare che il più immane processo di privatizzazione dell’economia e di liberalizzazione dei mercati, che sia avvenuto nel mondo occidentale, si è realizzato nel nostro paese ed è stato condotto da esponenti del cattolicesimo politico-economico. Né bisogna dimenticare che la liberalizzazione ha coinvolto soprattutto, se non esclusivamente, il mercato del lavoro perché in altri mercati prevale fiorente la rendita oligopolistica, a seconda dei casi industriale, finanziaria ed economico-politica. Insomma, non bisogna mai dimenticare che gli esponenti di questo cattolicesimo liberista sono ancor oggi operanti: in America Latina, nel mondo intero, in Italia. Mai dimenticare, dunque, che il nazionalismo e l’autoritarismo xenofobo, razzista e corporativo hanno avuto una declinazione anche liberista: in Italia, in America Latina, nel mondo. La stessa esperienza della pandemia ha insegnato che non sono mancati, all’interno del liberismo cattolico che si presenta come “progressista” e antinazionalista, personaggi (basti pensare a Romano Prodi) che sono arrivati a pensare di disfarsi di conquiste sociali fondamentali come la sanità pubblica, riducendola a un affare di mercato.
Terza annotazione: non si scorge in Fratelli tutti quell’anelito alla pacificazione sociale tipico di diverse forme di corporativismo nazionalistico e confessionale: «amare un oppressore non significa consentire che continui a essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile». Rinunciando a indicare un preciso e unico modello sociale e politico da realizzare, Fratelli tutti apre di nuovo il campo alla politica, il cui spazio è quello del conflitto («la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto»): «l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate»; ci vuole uno «Stato presente e attivo»; non si può accettare che l’economia «assuma il potere reale dello Stato». L’enciclica ridà di fatto dignità al problema dello Stato, affrontandolo, questa volta, con gli strumenti della cultura moderna, non certo con quelli del corporativismo medioevale, del nazionalismo o del liberismo. L’impressione, insomma, è che l’enciclica si ponga il problema dello Stato facendo leva su quella cultura che, a cominciare dalla Rivoluzione francese (il cui motto è ripreso nell’enciclica), ha inteso il progresso come organico concatenamento tra diritti individuali e diritti sociali, tentando di piegare a favore dell’interesse generale la logica del profitto e della proprietà privata. Sarebbe politicamente irresponsabile negare che questa posizione sulla proprietà privata non fa che riproporre, senza novità alcuna, una lunga tradizione di pensiero. È invece la cornice ideale e morale in cui essa è ora inserita a renderla nuovamente operativa e in forme del tutto nuove rispetto al passato.
Quarta annotazione: la scarsa continuità Fratelli tutti con le precedenti encicliche sociali trova riscontro nel fatto che non sembra dia eccessiva importanza al cosiddetto “principio di sussidiarietà”, recente incarnazione del ruolo dei corpi intermedi tra Stato e mercato. Il principio è ancora richiamato, certo (ogni enciclica vuole e deve presentarsi come continuità dottrinale), anche se una sola volta e in un’accezione particolarmente audace – ogni essere umano deve diventare artefice del proprio destino – e soprattutto aperta. In fondo, il principio di sussidiarietà può essere considerato come uno dei prodotti della fine del “secolo breve”: è vero in realtà che i corpi intermedi, epicentri di varie forme di economia sociale di mercato, pur agendo talvolta come argine alle forme più disumane di capitalismo e spesso come succedanei dello “Stato sociale”, sono stati di fatto uno degli strumenti del suo smantellamento.
Ci si può chiedere allora e se questa enciclica è il coronamento di quella riflessione che ha portato a individuare un centro propulsore molto preciso nell’azione di papa Bergoglio: l’urgenza di una Chiesa povera per poter riacquistare voce e credibilità in una società dominata dall’oppressione e dallo sfruttamento. Certamente, quello che si può dire è che questa enciclica cade in un mondo che ha deliberatamente fatto carta straccia proprio di quella cultura sulle cui spalle sale la Chiesa che papa Bergoglio avrebbe voluto. E il fuoco di sbarramento con cui è stata accolta dalla pubblica opinione ora liberista ora nazionalista, se non propriamente oscurantista e confessionale, dimostra che sarebbe un errore non accettare l’invito di Fratelli tutti a un serio dialogo con questo tipo di Chiesa.
In conclusione, occorre tenere presente il rapporto conflittuale che la Chiesa cattolica intrattiene con il mondo liberale. Se nel secondo dopoguerra la “guerra fredda” e il pericolo comunista l’hanno portata vicino agli Stati Uniti, questa collocazione non ha certo significato un’adesione al liberalismo. Parimenti, l’opposizione della Chiesa alle varie forme di violenza perpetrate contro i migranti rientra nella scelta preferenziale a favore dei popoli del “terzo mondo”, a favore degli “ultimi”, per usare un’espressione cara al lessico religioso. In questo senso, l’atteggiamento della Chiesa si distingue nettamente dal crudo cinismo dei due principali schieramenti politici in campo, mentre il fatto che si prenda questo atteggiamento come l’espressione di una sorta di opzione comunista dimostra soltanto la sprovvedutezza e la superficialità di coloro che ignorano o fraintendono la teoria del socialismo scientifico.
È pertanto opportuno, dopo aver valorizzato le discontinuità e le aperture di un’enciclica fortemente innovatrice come Fratelli tutti, ribadire che, comunque sia, va posta in luce la contraddizione, già segnalata dai più avvertiti studiosi della dottrina sociale cattolica, che consiste nel cercare di costruire tale dottrina a partire da un messaggio religioso sui fini ultimi della vita umana, a partire quindi dal primato dei beni dell’anima rispetto a quelli del corpo, di quelli spirituali rispetto a quelli temporali, della morale rispetto all’economia. Orbene, la Chiesa cattolica è riuscita a durare per duemila anni e perciò ha sempre goduto, anche fra i suoi avversari più irriducibili, di un certo rispetto. Va detto però che, se bastasse la durata a sancire l’eccellenza di un’istituzione, allora bisognerebbe riconoscere alla filosofia, la quale, perlomeno nella nostra tradizione storica, dura da duemilacinquecento anni, un rispetto non minore di quello dovuto alla Chiesa. Nel sottolineare la discontinuità rappresentata dall’enciclica Fratelli tutti, è quindi doveroso riconoscere che per un’istituzione la cui voce sembrava sempre più flebile è stato importante ciò che è avvenuto grazie al pensiero e all’azione di papa Francesco: farsi nuovamente ascoltare, rendere il proprio linguaggio sgradito alle orecchie delle classi dominanti e farlo risuonare in nuove orecchie.
Note
1 Cfr. Le encicliche sociali – Dalla Rerum novarum alla Fratelli tutti, Roma 2022.
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Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
di nlp
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta a entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee.
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Un professore viene mangiato
di Leo Essen
1
Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.
Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.
Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.
È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.
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Una voce II
di Giorgio Agamben
Stato e terrore
Che cos’è un stato che, ignorando ogni forma di diritto, assassina metodicamente o rapisce i capi degli stati che dichiara a suo arbitrio nemici? Eppure è questo che avviene con l’approvazione o il silenzio imbarazzato dei paesi europei. Ciò significa che noi viviamo nel tempo in cui lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore. È probabile, tuttavia, che questa situazione estrema sia letteralmente tale, che, cioè, la deposizione delle maschere coincida con quella fine della forma stato, senza la quale una nuova politica non sarà possibile.
2 marzo 2026
La vergogna dell’Europa
Un paese è stato attaccato senza alcuna vera ragione e a tradimento, mentre si fingeva di trattare, assassinando il suo capo spirituale. La comunità europea – o quella illegittima organizzazione che porta questo nome – non solo non ha condannato un’aperta violazione del diritto internazionale, operata da due paesi che sembrano aver smarrito ogni coscienza di sé e ogni responsabilità, ma ha ingiunto al popolo iraniano di cessare di difendersi.
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Sovranità satellitare
di Marco Schiaffino
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezza
La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
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Come gli Stati Uniti sono diventati un paese di serial killer a livello internazionale
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies
“Più gravi diventano i problemi dell’umanità, meno strumenti abbiamo per l’azione collettiva. E questa strada conduce solo alla barbarie”
Per decenni, gli Stati Uniti sono passati da complotti segreti per assassinare i nemici all’adozione aperta dell’assassinio o delle “uccisioni mirate” come politica ufficiale. Ora, nella guerra con l’Iran, questa evoluzione sta raggiungendo la sua fase più pericolosa.
Il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno assassinato tre alti funzionari del governo iraniano con attacchi aerei mirati: Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano; il generale di brigata Gholamreza Soleimani, comandante delle forze di sicurezza interne iraniane Basij; ed Esmaeil Khatib, ministro dell’intelligence iraniano.
Il missile che ha ucciso Ali Larijani ha anche demolito un condominio e ucciso più di cento persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le forze israeliane sono ora autorizzate ad assassinare qualsiasi alto funzionario iraniano ogniqualvolta ne abbiano la possibilità, e hanno continuato a farlo, portando il numero di funzionari iraniani assassinati nell’ultimo anno ad almeno settanta.
L’assassinio di Ali Larijani rappresenta un duro colpo per le già precarie possibilità di una pace negoziata tra Iran, Stati Uniti e Israele.
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Basta con il falso mito della Costituzione
di Alessio Mannino
Vorremmo poter scrivere del lato noir, ribelle, sfrontato pur senza esibizionismi di Gino Paoli, lo chansonnier che ancor giovane si sparò al cuore perché si era “rotto i coglioni” e voleva vedere “cosa c’è dall’altra parte” (e naturalmente il Caso, o una mira auto-conservativa, lo graziò). E invece, non avendo granché titolo a farlo ci limitiamo a segnalare una grave distorsione cognitiva tornata prepotentemente alla ribalta con il referendum sulla magistratura, vinto dal No con nostra somma soddisfazione.
Si tratta della pestifera retorica sulla Costituzione. Secondo gli idolatri con l’orologio fermo al ‘48, la bocciatura della riforma Nordio (sbagliata nel merito e nel metodo, sia chiaro) si spiegherebbe con l’insorgere in massa a difesa della Carta. Ma per cortesia. Una certa sua forza evocativa può aver giusto motivato in coloro che avrebbero votato a priori contro qualsiasi altra modifica avanzata dal centrodestra (o che andasse in direzione di rafforzare l’esecutivo, come fu con Renzi nel 2016 quando tentò di superare il bicameralismo perfetto). Le motivazioni che hanno affossato l’intemerata tardo-berlusconiana di Meloni & C sono state politiche, e si possono riassumere così: quattro anni di questo governo hanno rivitalizzato non soltanto l’ovvia ostilità di chi gli si oppone, ma anche di chi l’aveva votato nel 2022, deluso da una politica estera indifferente all’opinione pubblica (appecoronata a Usa e Israele su Ucraina e soprattutto Gaza, e oggi sull’Iran), da una politica socio-economica che ha tolto senza dare (via il reddito di cittadinanza, in cambio di un caro-vita devastante), e perfino di una politica migratoria identica a quella di sempre (500 mila ingressi ammessi nei prossimi 4 anni, che per un elettore di centrodestra sono fumo negli occhi).
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Quando metti i pezzi assieme
di Pierluigi Fagan
L’Europarlamento, con maggioranza popolari, socialdemocratici, conservatori e liberali, ha approvato l’accordo con US in base al quale loro avranno accesso privilegiato al mercato UE e zero dazi mentre i nostri prodotti saranno tassati con dazi fino al 15%.
Quindi più import da US e meno export, affarone! Quando Trump avrà finito di sollazzarsi con l’Iran (si fa per dire) e verrà a prendersi la Groenlandia, voglio proprio vedere l’insurrezione dei partigiani di Bruxelles.
Altresì, i primi conti sul 2025, dicono che la spesa militare europea è aumentata dell’11% sul 2024 arrivando alla fatidica soglia del 2%. Ma Trump aveva più volte detto di apprestarsi a portarla al 5%. Ci sta tornando su ogni giorno con dichiarazioni molto critiche sulla NATO. L’ultima è di ieri in cui ha detto che, visto che la NATO ha ignorato il suo appello a scendere in acqua per Hormuz, gli US taglieranno da subito e pesantemente i propri contributi NATO.
Gli europei debbono far digerire l’impopolare spesa militare alle proprie opinioni pubbliche, esagerando i pericoli di una quanto mai improbabile invasione russa e quindi sono impediti, anche volendolo, da assumere posizioni di relazioni internazionali più equilibrate e realistiche, viepiù oggi e nell’immediata prospettiva di grossi problemi di fornitura energetica.
L’India, ad esempio, giusto ieri ha chiuso un acquisto in armi per 25 mil UD$ dalla Russia, il che non le impedisce di avere ottimi rapporti con Israele, US ed EU, nonché aprirsi anche a investimenti cinesi e ottenere concessioni di transito dall’Iran ad Hormuz.
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A somma zero
Spunti per un dibattito sull’aggressione imperialista all’Asia Occidentale
di Senza Tregua
Con l’aggressione militare lanciata dall’imperialismo a matrice sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran, il primo ha deciso di arrivare alla resa dei conti con chi finora ha resistito alle sue mire neo-colonialiste sull’intera Area. Con l’attacco “a sorpresa” sferrato il 28 febbraio scorso, gli USA e Israele hanno dichiarato guerra all’intera regione. “A tradimento” come candidamente ammesso dal presidente statunitense che, durante l’incontro con la sua omologa giapponese alla Casa Bianca, ha equiparato l’odierna “sorpresa” statunitense a quella dell’Impero giapponese anti-statunitense di Pearl Harbour!
Mai fidarsi degli imperialisti, questa lezione storica va introiettata senza eccezioni.
La tipologia di guerra che si sta combattendo in Asia Occidentale
Senza dubbio in Asia Occidentale ci troviamo di fronte a una guerra imperialista. Ma fermarsi a questa ovvietà, senza declinarla ulteriormente, non permette di assumere una posizione coerente e materialista. Non la decliniamo infatti come guerra inter-imperialista, bensì come guerra di aggressione imperialista. Secondo i nostri criteri di analisi politica, non ci troviamo di fronte allo scontro tra contrapposti campi imperialisti – ad esempio NATO vs BRICS… -. Le maggiori potenze (Cina, Russia, India, Brasile) dei BRICS non sono direttamente coinvolte nel conflitto, e quelle minori (Iran, Arabia Saudita, EAU) lo sono trasversalmente, negli opposti schieramenti. Sempre secondo i principi di nostro riferimento, l’Iran non può essere considerato un paese imperialista. Tante altre cose, ma non imperialista. E’ vero che all’interno dell’aggressione imperial-sionista possono essere considerate sia la componente di contenimento della Repubblica Popolare Cinese, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea – come in Ucraina… -, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione.
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Il Katechon e la sua merce
di m.l.
Tra Intelligenza Artificiale e Anticristo
Peter Thiel è cofondatore di Palantir Technologies, primo finanziatore esterno di Facebook, tra i principali esponenti del trumpismo.: «presidente ombra degli Stati Uniti», secondo alcune voci¹. Il suo arrivo a Roma, nel cuore della cristianità latina, con il nuovo Papa ritenuto non meno «woke»² di Bergoglio, per tenere un ciclo di conferenze private sull’Anticristo, non poteva non attirare l’attenzione dei media e della politica. Conferenze tenute a porte chiuse, con il divieto di registrarle e persino di prendere appunti. A promuovere l’iniziativa figura l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia, grottescamente dedita alla «restaurazione del Cattolicesimo come fulcro dell’identità nazionale», da «accompagnare al rinvigorimento dei territori, cuore pulsante della storia, della geografia e della cultura italiane, [...] ripensando l’Italia come una vera federazione di genti caratterizzate da un’unità spirituale», sì da smarcarsi «definitivamente da vicende e riferimenti ormai consegnati al passato – il Risorgimento, il Fascismo, la guerra civile», per aiutare «il Paese che conosciamo oggi a proiettarsi verso il futuro e a essere più consapevole della sua diversità interna e, dunque, della sua forza a livello globale»³. L’evento segue altri seminari su tali questioni, organizzati da realtà della destra cristiana e nazionalista in vari Paesi.
Può far sorridere o destare un senso di inquietudine leggere i motivi dell’organizzazione dell’evento, nel Comunicato stampa del direttivo dell’associazione:
«Peter Thiel ha il coraggio e la libertà intellettuale di denunciare questo pericolo [la distruzione dell’Occidente], in faccia a parrucconi e giornali che si ostinano a voler versare vino nuovo in vecchie botti ermeneutiche, ormai buone solo per il fuoco – il fuoco della Tradizione che arde in noi. Per Thiel, guardarsi dall’Anticristo significa, innanzitutto, diffidare da chi grida che la fine è vicina per proporre la creazione di un nuovo ordine fondato su un messianismo utopistico e su ricette già logore.
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Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo
di Pepe Escobar
"Pointed threats, they bluff with scorn
Suicide remarks are torn
From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn
Plays wasted words, proves to warn
That he not busy being born is busy dying"
Bob Dylan
Il piano in 15 punti che il Team Trump ha presentato all’Iran è già destinato al fallimento
Si tratta di una capitolazione imposta: un atto di resa mascherato da “negoziazione”.
Il piano-non-piano – che impone richieste mentre implora una tregua di un mese – prevede l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espulsione di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; il programma missilistico estremamente limitato; nessun finanziamento a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; lo Stretto di Hormuz totalmente aperto.
Tutto ciò in cambio di una vaga “revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni”.
L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di vane speranze potrebbe essere il signor Khorramshahr-4 che distribuisce il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati – in linea con l’utilizzo della deterrenza economica e militare per dettare le vere condizioni.
E le condizioni reali sono dure:
Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di diritti proprio come l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.
Conclusione: l’infernale macchina dell’escalation continua a girare.
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Iran: l’incredibile mix di arroganza e incompetenza che ha messo all’angolo USA e Israele
di Roberto Iannuzzi
Trump non ha preso in considerazione la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e non ha tenuto conto dell’enorme fragilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo
A quasi un mese dall’inizio della guerra di aggressione lanciata da USA e Israele contro l’Iran, tutti i piani israelo-americani sono saltati.
La decapitazione della Repubblica Islamica tramite il brutale assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri leader politici e militari iraniani non ha portato al crollo del governo iraniano.
Al contrario, la compattezza con cui i vertici di Teheran hanno risposto all’attacco ha fatto svanire il miraggio di una guerra lampo vagheggiato da Washington e Tel Aviv.
La paralisi della navigazione nel Golfo Persico, e l’espandersi del conflitto a livello regionale, hanno provocato uno shock economico senza precedenti, con prezzi energetici alle stelle e l’interruzione di catene di fornitura essenziali. Uno shock destinato a propagare inflazione, recessione e instabilità a livello mondiale.
Una simile catastrofe è frutto di incredibili errori strategici commessi da Stati Uniti e Israele.
Al fondo di questi errori vi è un peccato di arroganza, oltre che di incompetenza, che ha impedito ai vertici israelo-americani di leggere la realtà iraniana.
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Russia e Iran nel mirino della guerra esistenziale della Coalizione Epstein allargata all’Ucraina
di Alex Marsaglia
“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova Venerdì 20 evidenziava proprio il pericolo di estensione territoriale di un conflitto che si stava paurosamente saldando con quello ucraino a partire dai grandi mari eurasiatici: “questa importante baia del Caspio è un fondamentale nodo commerciale e logistico, che viene attivamente utilizzato per garantire il commercio russo-iraniano, anche di prodotti alimentari. Sono stati danneggiati gli interessi economici della Russia e di altri Stati del Caspio, che sostengono i collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso questo porto. Il Mar Caspio è sempre stato percepito dai paesi della regione e dalla comunità internazionale come uno spazio sicuro di pace e cooperazione. Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori minacciano di trascinare gli Stati del Caspio in un conflitto militare”.
L’attacco americano-sionista ai porti del Caspio è stato portato avanti contemporaneamente a una serie di attacchi ucraini nel Mar Nero con droni e missili a navi commerciali, porti e petroliere.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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Un'ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità.
L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse.
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Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra in Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento.
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La macchina da guerra statunitense sta distruggendo il pianeta
di Karissa Halstrom*
Dopo aver visto il nuovo documentario di Abby Martin e Mike Prysner, Earth’s Greatest Enemy (Il Più Grande Nemico Della Terra), ho dovuto riconsiderare completamente il mio orientamento verso l’attivismo ambientale.
Ora mi è chiarissimo che la massima priorità per ogni attivista nei movimenti per il clima, per l’ambiente in generale e contro la guerra deve essere quella di affrontare la nostra più grande minaccia: l’Impero Militare Statunitense, che si basa su livelli criminalmente inesplorati di combustibili fossili mortali mentre siamo sull’orlo della catastrofe climatica.
La Macchina da Guerra avvelena le comunità su scala globale, e tutto questo al servizio dell’insaziabile brama di risorse del capitalismo, che succhia la vita. Per sollevare il velo dai nostri occhi, questo film dovrebbe essere una visione obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del nostro pianeta. Non possiamo più illuderci su dove debbano essere indirizzate le nostre energie.
Il film segue Martin e Prysner in giro per il mondo mentre scoprono le numerose vittime nascoste del Complesso Militare-Industriale Statunitense, dai neonati avvelenati dai rifiuti tossici nella base militare di Camp Lejeune ai mammiferi marini massacrati dai test di detonazione nel Pacifico meridionale. Ho visto il film diverse volte ormai, ed è la scena iniziale quella che mi è rimasta più impressa.
Una melodia di pianoforte allegra e vibrante proviene da una tenda in un campo per senzatetto in una strada conosciuta come Veteran’s Row a Brentwood, in California. Martin e Prysner parlano con il pianista, un veterano afroamericano della guerra in Iraq di nome Lavon Johnson, che un tempo era apparso in uno spot pubblicitario dell’esercito americano. Lavon rivela di aver subito danni ai nervi a causa dell’esposizione a fluidi idraulici durante il servizio militare, che gli causano forti dolori alle sue mani, abilissime nella musica. La scena si conclude con Lavon seduto sullo sgabello del pianoforte che afferma esasperato: “La mia vita è finita”.
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Il sogno della rivoluzione
di Giuseppe Muraca
Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026
Con il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.
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La “coalizione Epstein” all’ultimo miglio
di Andrea Zhok*
I segni di disperazione nella “”coalizione Epstein”” cominciano a farsi sempre più evidenti.
Per la seconda notte di fila i (non molti) missili arrivati su Israele sono passati quasi tutti come nel burro. Le difese aeree sembrano andate.
La strategia iraniana non è quella della distruzione massiva – che caratterizza Israele – ma quella del logoramento. I missili a grappolo, pressoché non intercettabili, non producono distruzioni imponenti, non fanno crollare caseggiati, ma disseminano granate che non consentono alcun ritorno alla normalità. Ciò avviene soprattutto di notte, impedendo il sonno in intere aree del paese.
Le basi americane in Iraq sono in fase di liquidazione. Il comando americano ne ha ordinato l’abbandono entro 20 giorni e le milizie sciite in Iraq ne hanno concessi 5. L’occupazione americana dell’Iraq sembra dunque stia volgendo rapidamente al termine.
In questo contesto in cui è palese che il tempo gioca a favore dell’Iran, che si è preparato per un confronto di lungo periodo, i segni di impazienza nel reparto neurodeliri che guida la “coalizione Epstein” si fanno sempre più preoccupanti.
Ieri pomeriggio [23 marzo, ndr] Donald Trump sembra aver minacciato in maniera piuttosto esplicita il ricorso all’atomica (c’è chi dice che il post sia un fake, forse è un ballon d’essai, in ogni caso il suo contenuto è plausibile e riecheggia discorsi già fatti).
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Evviva l’internazionalismo!
di Valerio Romitelli
Recensione al libro di Nielsen e Mezzadra, “The Rest and the West”, Meltemi, 2025
Evviva l’internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l’ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un’ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e documentatissimo trattato – recentemente tradotto in italiano da Federico Smania ed Elisa Virgili dall’edizione in inglese già uscita.
Nelle sue più di trecentocinquanta pagine suddivise in cinque capitoli, oltre all’ultima dedicata appunto a delineare un “nuovo internazionalismo” in funzione delle nuove forme di mobilità e di lotta di classe, nonché in contrasto con “la guerra e la proliferazione dei regimi di guerra”, sono affrontate alcune delle maggiori questioni che tormentano il nostro tempo. “I processi di diversificazione e moltiplicazione che hanno fatto esplodere la precedente omogeneità della classe operaia industriale su diverse scale geografiche” sono così analizzate, come lo sono “le logiche capitalistiche” risultanti dalle “costanti negoziazioni” tra “poteri, compresi gli Stati e altri attori governativi”: il tutto inquadrato alla luce di una riformulazione della nozione intesa non più solo in senso strettamente economico di “capitalismo politico” e di quella intesa non più solo in senso strettamente geografico di “polo”.
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Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
di Sergio Fontegher Bologna
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti?
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Le Nuove Crociate: chi sono i fanatici evangelici che ispirano la guerra in Iran
di Alessandro Bartoloni
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi?
Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran.
La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare così il segnale per il suo ritorno sulla Terra”.
La seconda notizia riguarda le parole dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, che dieci giorni prima dell’attacco americano ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson che se Israele colonizzasse tutto il vicino Oriente, dall’Egitto all’Iraq, “non ci sarebbe nulla di male”, perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa a loro destinata (in Genesi 15 c’è scritto che Israele si espanderà “dal Nilo all’Eufrate”).
La terza è la preghiera collettiva avvenuta il 5 marzo nello Studio Ovale. Nel video che è circolato si vede chiaramente un gruppo di leader evangelici che circondano Trump e guidano una preghiera collettiva augurando al Presidente americano protezione e buona fortuna in guerra.
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Il conflitto tra Iran e Regno di Spagna. La teoria del guscio di noce
di Carlos X. Blanco
Stiamo vivendo un'epoca di cambiamento. Ciò significa che ci troveremo ad affrontare tempi pericolosi. Un intero sistema di certezze, abitudini e sicurezze si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma bisogna avvertire: quello stesso sistema, il cui declino e crollo ci avevano dato tranquillità, ci ha anche tenuti alienati e in uno stato di narcosi. Si trattava del sistema del "nordamericanismo".
Il controllo selettivo ed efficace dello Stretto di Hormuz rappresenta, come fatto storico unico, la grande "contro-sanzione" di uno stato ribelle, come quello persiano, all'imperialismo degli Stati Uniti.
La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti. Fino a ora, i popoli del mondo che hanno resistito all'Impero occidentale potevano solo giocare le carte della guerriglia, giocare la carta del caudillismo o del partito rivoluzionario antimperialista. Fare ciò significava, niente di più e niente di meno, affrontare le sanzioni e i blocchi imposti dall'Impero occidentale, soffrire la fame e la miseria, aggirare i blocchi di approvvigionamento, diventare martiri ed eroi dell'antimperialismo. La resistenza persiana è di tutt'altro genere.
Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra in senso stretto dal 1945, se intendiamo la guerra come un conflitto militare convenzionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq parlano al mondo e sono monumenti eloquenti del fallimento militare americano. La strategia di "bombardare dal cielo, ad altissima quota, e poi darsela a gambe" assomiglia più a quella di un gruppo terroristico che a quella di un esercito imperiale.
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Non li hanno visti arrivare
di Alfonso Gianni
L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni. Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il Sì ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè la differenza nei rapporti tra Sì e No tra le città (grandi e medie) e i piccoli centri.
Il primo elemento di sorpresa – che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum e alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024 e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà degli aventi diritto.
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

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