Il 17 settembre il governo cinese ha ordinato alle principali aziende tecnologiche del paese di interrompere l’acquisto e l’uso di chip Nvidia, inclusi l’RTX Pro 6000D e l’H20, due chip progettati appositamente per aggirare le restrizioni imposte dal governo americano all’export di hardware USA avanzato in Cina.
Nei giorni immediatamente precedenti, la Cina aveva avviato un’indagine antitrust in merito all’acquisizione di Mellanox: un’azienda israelo-americana, specializzata nell’interconnessione di rete ad alte prestazioni, comprata da Nvidia nel 2020 per oltre 7 miliardi di dollari. L’indagine antitrust segna l’ingresso in una nuova fase della “guerra dei chip”, che ora si estende non solo ai singoli processori ma a tutti i componenti delle infrastrutture di calcolo critiche.
La posizione cinese ha ovviamente fatto molto rumore, con il titolo di Nvidia che ha immediatamente subito una flessione e il CEO dell’azienda – Jensen Huang – che si è detto estremamente deluso (“disappointed”) dalla decisione di Pechino.
Dal canto suo, come spesso accade, subito dopo aver acceso il fuoco il governo cinese ha indossato i panni del pompiere. Il giorno successivo all’annuncio del veto, il ministero degli Esteri ha assicurato che, in ogni caso, la Cina “intende mantenere il dialogo con tutte le parti”, e non intende “danneggiare le catene globali del valore della micro-elettronica”. Frasi che paiono messaggi in codice inviati ai centri di potere di Washington, in passato accusati proprio di provocare danni sistemici.
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C'è stato un "cambiamento" di Trump sul conflitto in Ucraina?
di Francesco Dall'Aglio
Poco fa Vance ha riferito che quello di Trump non è un cambiamento di posizione sul conflitto, ma che è solo "molto impaziente" e vuole che la guerra finisca perché danneggia la Russia, e se non negozieranno la pace sarà molto male per il paese. Da Mosca, immagino, ringraziano per l'interessamento. Che non sia un cambio di posizione è abbastanza chiaro, ad ogni modo. Lo dicono fonti ucraine (Tatarigami ad esempio, che pubblica analisi interessanti anche se a volte sbilanciate), e varia altra gente - Goncharenko, Zheleznyak e Fesenko, ad esempio (link 1), che giustamente dicono che non gli pare di ravvisare alcun cambio di politica. Anche qualche europeo, rigorosamente in anonimato, ha detto che gli pare che, sostanzialmente, Trump abbia salutato tutti, e perfino Nawrocki non sembrava particolarmente entusiasta (link 2). Come dar loro torto, in effetti: nessuna ulteriore sanzione, nessuna promessa reale di aiuto, solo l'offerta, diciamo così, di vendere armi all'Europa e una pacca sulla spalla.
Va bene, uno dice, è già qualcosa la vendita delle armi, loro ce le mettono e gli europei pagheranno, e l'Ucraina avrà tutto quello di cui ha bisogno (tranne il personale, quello ovviamente è un altro discorso). Le cose, come sempre, sono un po' più complicate. Qualche giorno fa The Atlantic (link 3, se è il vostro primo articolo del mese lo potete leggere) aveva, discretamente, suonato l'allarme: gli USA stanno "quietamente" mettendo in pausa la consegna di sistemi d'arma per gli alleati.
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“La criminalizzazione della resistenza è l’arma degli oppressori”
Grimaldi su Gaza, proteste e crisi dell’informazione occidentale
Francesco Mastrobattista intervista Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi, classe 1934, giornalista di lungo corso, inviato di guerra per la RAI e la BBC e autore indipendente. Negli anni ha scritto per storiche testate militanti di sinistra e collaborato con importanti giornali come La Repubblica, L’Espresso e Il Manifesto. Grimaldi è da sempre famoso per le sue posizioni filo-palestinesi riguardo al conflitto arabo-israeliano. È noto soprattutto per aver seguito da vicino il conflitto israelo-palestinese e aver prodotto numerosi reportage e documentari, frutto di esperienze sul campo a Gaza, in Cisgiordania e Libano. Non un giornalista “neutrale” nel senso classico, ma una figura da sempre vicina a cause anti-imperialiste e anti-NATO. Francesco Mastrobattista ha deciso di intervistarlo in esclusiva per il Corriere delle città con qualche domanda piccante in merito agli ultimi avvenimenti sullo scenario italiano e mondiale.
* * * *
F.M: Ciao Fulvio. Innanzitutto grazie per la disponibilità. Dalla Capitale è partito un grido di battaglia che si è esteso in tutta la nazione. Milano e Torino, in particolare, sono state teatro di guerra tra manifestanti pro-Palestina e forze dell’ordine. Come mai improvvisamente una buona parte dell’opinione pubblica prende questa posizione netta? Perché anche una parte del mainstream cambia narrazione rispetto a mesi fa?
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Chi sarà a cadere per primo nella Terza guerra mondiale ibrida?
di Fabrizio Poggi
Droni à gogo, si sarebbe detto un tempo. Chi più ne ha, più ne metta. Sembra la moda del momento e solamente i più indolenti si lasciano sfuggire l'occasione di “avvistamenti”, “sconfinamenti” e, alla fin fine, “abbattimenti”... Ieri è stata la volta di Danimarca e Norvegia, in una spinta “verso ovest” che non lascia dubbi sulla matrice di tale pericolosa escalation provocata da quella che è oggi la capitale più ostinata del cosiddetto “asse del male”.
Così pochi dubbi, che La Repubblica non perde nemmeno tempo a dire qualcosa che non siano le solite veline di Bruxelles e scrive direttamente che «Secondo il presidente ucraino Zelensky, la matrice è chiaramente russa: “Se non ci sarà una risposta decisa da parte degli alleati - sia Stati che istituzioni - alle provocazioni, la Russia continuerà a perpetrare tali violazioni”», salvo comunque, bontà sua, aggiungere che «Al momento comunque non ci sono conferme ufficiali su un effettivo coinvolgimento di Mosca, né che gli episodi di Oslo e Copenaghen siano collegati».
Ma intanto il vate di Kiev ha oracolato e, di rinforzo, si cita la premier danese Mette Frederiksen, secondo la quale «Non escludiamo alcuna ipotesi riguardo a chi ci sia dietro. È chiaro che questo è in linea con gli sviluppi che abbiamo potuto osservare di recente con altri attacchi con droni, violazioni dello spazio aereo e attacchi hacker agli aeroporti europei». Chiaro, no?
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La stanza 49, un noir che parla dell'Italia di oggi
di Domenico Moro
Nel 2022 avevo recensito Gli immorali, il romanzo d’esordio di un nuovo autore del panorama noir italiano, Fabio Nobile. A distanza di tre anni Nobile ci regala il suo secondo romanzo, La stanza 49 (Edizioni Efesto, euro 15).
Si tratta di una conferma della capacità di questo autore di utilizzare questa forma letteraria, il noir, non solo per farci passare qualche ora piacevole immersi in una lettura avvincente, ma anche per descrivere in modo acuto la società italiana odierna. Infatti, come dicevamo già in riferimento a Gli immorali, si tratta di un romanzo generazionale, che parla di una generazione, quella che era giovane negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, che oggi, nella maturità, si trova a fare i conti con una realtà molto diversa da quella che si aspettava.
Il protagonista della Stanza 49, come già in Gli immorali, è un “perdente”, Flavio Incerti, che fin dal nome rivela una fragilità nei confronti di una realtà che lo vede insoddisfatto e deluso. Incerti è un giornalista che sogna di fare quello scoop che lo porterebbe nell’olimpo del giornalismo, ma che è incastrato in un lavoro banale di rimasticatura di notizie altrui. L’insoddisfazione professionale è accompagnata da quella negli affetti, in particolare dal rapporto con la moglie Marina, manager affermata e di successo, che lo giudica un fallito e un incapace.
Per sfuggire a questa realtà, Flavio si invaghisce di una donna incontrata occasionalmente a una festa, Alice Diafani, intessendo con lei un rapporto virtuale fatto di messaggi via telefono, che diventa via via sempre più intimo.
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La politica contraddittoria degli Usa e dell’Ue verso la Russia
di Alessandra Ciattini
Usa e Ue condannano la Russia di Putin e minacciano di piegarla, riducendola in miseria. Purtroppo per loro, la realtà fattuale e gli stessi meccanismi del sistema economico dominante impediscono l’effettiva rottura con il paese euroasiatico, straordinariamente ricco di risorse. Inoltre, se questo avvenisse, per l’Europa, vaso di coccio tra vasi di ferro, sarebbe il disastro che già si sta delineando.
Il passato 28 agosto è uscito un interessante articolo sulla CNN, a firma di Laurent Kent, sul commercio tra Usa ed Europa da un lato, e Federazione Russa dall’altro, che nonostante vari anni di guerra, continua imperterrito e ammonta a svariati miliardi di dollari. Naturalmente, non avendo sbocchi al mare, né Ungheria né Slovacchia possono fare a meno del petrolio russo, che arriva loro attraverso l’oleodotto via terra Druzhba (Amicizia), bombardato in varie occasioni da Zelensky, e, pertanto, restano nel 2025 i maggiori importatori di questa risorsa energetica.
Come è noto, il grande Trump ha raddoppiato i dazi all’India, portandoli al 50%, con lo scopo dichiarato di castigare il paese asiatico per aver sostenuto la Russia nella guerra in Ucraina, mantenendo in piedi questa per lei vantaggiosa relazione commerciale. Da parte sua, l’India ha correttamente sostenuto di essere stata ingiustamente punita, dal momento che molti altri paesi continuano a commerciare tranquillamente con il paese di Putin, dichiarando che avrebbe varato “dazi secondari”. Dopo aver banchettato nel castello di Windsor con i soliti straricchi, Trump è tornato a invitare gli europei a smettere di comprare il petrolio e il gas russi e a sanzionare chi li compra, ossia soprattutto Cina e India, con le quali l’Ue non può assolutamente non mantenere convenienti relazioni commerciali.
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L'intuizione di Alexander Dugin. Il 3 settembre e il Morto Occidente
di Carlos X. Blanco
C'è una solida intuizione nel pensiero di Alexander Dugin: la Russia, pur essendo una parte essenziale dell'Europa, non ha altra scelta che rivolgersi all'Asia e unirsi a essa.
Chi può negare l'idea che la Russia faccia parte dell'Europa? Chi confuterà che l'Europa non è nulla e non sarebbe mai stata nulla senza la nazione russa?
L'ho spesso espresso nei miei scritti, ad esempio nel mio articolo "I due imperi", scritto come prologo all'opera classica di Walter Schubart, L'Europa e l'anima dell'Oriente (Fides, Tarragona, 2019). A Occidente, la Spagna ha trattenuto le orde afro-asiatiche che cercavano di sprofondare l'Occidente cristiano in un'ecumene esclusivamente islamica. La Spagna è stata il baluardo contro l'Islam per più di dieci secoli (otto di Reconquista e almeno altri due di sorveglianza nel Mar Mediterraneo). Ciò che il Regno delle Asturie e León fece dal 722 in poi. Si espanse geograficamente con l'Impero asburgico spagnolo nell'età moderna: una difesa o katechon (un concetto biblico, che ha origine nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, e che descrive una forza o un potere che trattiene l'uomo dal peccato e dal trionfo finale del male, ritardando così l'Apocalisse e la fine del mondo) contro l'atroce e inarrestabile ascesa dell'eresia protestante, che non fu altro che il preludio al liberalismo, al nichilismo e al capitalismo odierni, ideologie e forme materiali di dissoluzione della cultura classica, cattolica e umanista. E una difesa contro il Turco.
Il katechon spagnolo in Occidente era simmetrico allo stesso katechon russo in Oriente. Ciò che passò da Roma a Oviedo, León e Madrid, lo spirito di un Impero di contenimento di fronte al Male, era analogo allo spirito di Bisanzio (la Seconda Roma), che passò anch'esso a Mosca (la Terza Roma). La sostanza spirituale trasmessa era quella di un Impero katechonico che pose fine alle orde turche o tartare e allo stesso tempo salvò la cultura classica, il cristianesimo (ortodosso) e l'umanesimo, adattandoli ai popoli slavi e alle altre popolazioni asiatiche circostanti.
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Kirk, bufale e boomerang
di Paolo Di Marco
Ci risiamo! Continuano a prenderci per idioti…
1- La versione ufficiale-FBI- dell’assassinio di Kirk sembra un film di Ridolini: il colpevole dichiarato, Tyler Robinson, arriva in macchina sotto l’edificio perfetto per il tiro, parcheggia e sale sul tetto con un enorme Mauser, invisibile ma supposto infilato smontato nello zainetto di 40×50 (??). Sul tetto si cambia (!sic), monta il fucile col cacciavite, spara un colpo solo mortale su Kirk che è di fronte a lui a 150m, smonta il fucile col cacciavite- che però dimentica lì, si cambia di nuovo (?!serve a far tornare i conti con le telecamere), scende dal tetto col fucilone nello zainetto (sempre invisibile), corre in vista della gente parcheggiata, si infila in un boschetto dove lascia il fucile montato (?senza il cacciavite che era rimasto sul tetto, con su il suo DNA, ma con intorno uno straccio che ha sempre il suo DNA-ma non il fucile); riprende la macchina, guida 300 miglia, appena arrivato a casa confessa tutto sui social, dove scrive anche dichiarazioni d’amore strampalate a un suo amico, poi confessa tutto al padre -che viene dichiarato ex poliziotto ma invece è imprenditore edile; il padre lo consegna subito all’FBI e incassa la taglia da un milione. E il colpevole è subito in prima pagina con l’FBI trionfante.
Possiamo pensare che questo pasticcio mal riuscito sia dovuto al fatto che il nuovo FBI di Patel sia pasticcione e incompetente come il suo direttore, ma conviene andare a vedere i fatti da vicino.
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Dal Tevere al Giordano: Gaza chiama Roma risponde
di Militant
L’indiscutibile riuscita della piazza di ieri ha relegato, almeno per il momento, ogni manovra da “piccolo cabotaggio” che aveva caratterizzato il movimento di solidarietà per la Palestina nel passato, generando una grande giornata di mobilitazione che ha esondato tutti i soggetti organizzati di movimento. Questo è stato possibile grazie a una straordinaria mobilitazione delle coscienze di fronte a un genocidio in corso e al rigetto della complicità totale e asservita di ogni singolo governo occidentale all’infame colonizzazione sionista.
La generalizzazione dello sciopero di ieri, che più che uno sciopero dei soli lavoratori, almeno a Roma, è stato uno sciopero sociale e politico “per Gaza” è un chiaro segnale per tutto il movimento che si batte al fianco della Resistenza palestinese in questo paese.
Il virtuosismo delle piazze del 22 settembre crediamo sia stato possibile principalmente grazie alla capacità che è stata dimostrata da larghi settori di movimento di intercettare il sentimento dominante nella società italiana rispetto alla questione palestinese – una diffusa solidarietà che trova paragoni solo episodici con altri paesi europei. A questo va sommato il sempre più profondo processo di scollamento tra la società italiana e il Palazzo, che vede la stragrande maggioranza della popolazione su sentimenti “filo-palestinesi” e “contro il massacro”, mentre il governo italiano segue inesorabilmente la parabola sionista ritrovandosi sempre più chiaramente in una condizione di isolamento.
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La funzione dell’URSS nel benessere collettivo occidentale
di Andrea Balloni
Fantasmi
Il fantasma dell’Unione Sovietica ha aleggiato per settant’anni sull’Occidente capitalista, togliendo il sonno ai grandi accumulatori di ricchezze che hanno dovuto confrontarsi costantemente con un esempio diverso di economia che non fosse necessariamente ed esclusivamente quella del “laissez faire” e del profitto privato.
La Rivoluzione Russa e la nascita di uno Stato comunista grande territorialmente e pieno di risorse furono un episodio che sfuggì al controllo della storia; qualcosa che non fu possibile arginare da parte dei ceti dominanti, colti di sorpresa. E tuttavia contro questo episodico esperimento sociale e politico, fu fin da subito scatenata una guerra totale e via via più raffinata; una guerra ibrida portata in profondità, fatta di propaganda e manipolazione del pensiero, boicottaggi, spionaggio, minacce e di guerra reale ove, dall’Asia al Sudamerica, si presentassero nuovi esperimenti di emancipazione delle masse lavoratrici, finché…
…il 25 dicembre 1991 venne abbassata definitivamente la bandiera rossa sul Cremlino: il grande capitale aveva vinto sul sogno socialista. La lotta di classe era finita e, come ebbe a dire Warren Buffett, “L’hanno vinta i ricchi”1. Il capitalismo trionfante dimostrava l’inadeguatezza della prassi economica comunista alla guida delle nazioni e per il benessere dei popoli.
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L'Asse russo-cinese apre la rotta marittima del Nord
di Giuseppe Masala
Varsavia chiude il confine con la Bielorussia bloccando il flusso di merci che dalla Cina arriva in Europa con la ferrovia e immediatamente la Cina risponde aprendo la Rotta Marittima del Nord che abbrevia ancora di più i tempi e i costi di trasporto dalla Cina all'Europa. Uno vero smacco per i filo atlantisti!
L'effetto politico-economico dello strano sconfinamento di droni russi nei cieli polacchi è stato certamente la chiusura del confine tra la Polonia e la Bielorussia. E' bene ricordare, innanzitutto che il confine polacco è peraltro un confine che delimita sia i territori sotto la “protezione” della Nato e soprattutto un confine anche dell'area economica retta dall'Unione Europea. Ed è proprio questo aspetto a rendere la decisione di Varsavia di rilevanza internazionale se non mondiale. Infatti la rotta “continentale” che le merci cinesi utilizzano per arrivare fino ai mercati europei passa proprio tra la Bielorussia e la Polonia dopo aver attraversato il Khazakistan e la Russia.
Quello di qui si parla è uno snodo vitale del commercio euroasiatico e in particolare per i produttori cinesi, ciò in considerazione del fatto che il 90% del traffico merci ferroviario tra Cina ed Europa passa proprio per il confine bielorusso-polacco e che sul piano economico-finanziario ha un valore di 25 miliardi di dollari che è peraltro in forte e costante crescita, sia come volumi che come impatto finanziario (Il corridoio nel 2024 ha rappresentato il 3,7% di tutto il commercio UE-Cina, rispetto al 2,1% dell’anno precedente).
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Dove siamo?
di Giorgio Agamben
All’inferno. Ogni discorso che non parta da questa consapevolezza è semplicemente privo di fondamento. I gironi in cui ci troviamo non sono disposti verticalmente, ma disseminati nel mondo. Ovunque gli uomini si associano, producono inferno. I gironi e le bolge sono dappertutto intorno a noi, che riconosciamo, come nei caprichos di Goya, i mostri e i diavoli che li governano.
Cosa possiamo fare in quest’inferno? Non tanto o non solo, come diceva Italo, custodire una parcella di bene, quello che nell’inferno non è inferno. Poiché è stata anch’essa, tutta o in parte, contaminata – in ogni caso no te escaparas. Piuttosto fermati, taci, osserva, e, al giusto momento, parla, spezza la cortina di menzogne su cui riposa l’inferno. Perché lo stesso inferno è una menzogna, la menzogna delle menzogne che impedisce il varco al non inferno, al lietamente, semplicemente, anarchicamente esistente. Al mai stato che l’inferno ogni volta ricopre col suo stato, come se non ci fosse altra possibilità al di fuori delle bolge e i gironi in cui ti hanno già sempre necessariamente iscritto. Sii tu il punto, la soglia in cui lo stato viene meno, in cui sorgivamente sbuca il possibile, la sola vera realtà. Il pensiero non consiste nel realizzare il possibile, come i demoni ti invitano a fare, ma nel rendere possibile il reale, nel trovare una via di uscita dall’ineluttabilità dei fatti che l’ideologia dominante cerca di imporre in ogni ambito – e innanzitutto nella politica.
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La fine dell’illusione democratica
di Thomas Fazi
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione del libro di Paolo Botta, Cos’è lo Stato. Capitalismo, democrazia e socialismo del XXI secolo (Rogas, 2025), in uscita oggi. Buona lettura!
Esistono libri che cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la realtà, costringendoci a rimettere in discussione concetti che ritenevamo assodati. Il libro di Paolo Botta è, a mio avviso, uno di quei libri. Il tema è lo Stato, inteso non come sinonimo di Paese ma come apparato statuale. Un tema apparentemente ostico, ma in realtà – come dimostra l’autore – centrale in quasi ogni aspetto della nostra vita, da cui discende tutto: la politica, l’economia, la società, la cultura. Il punto di partenza è la consapevolezza che «le nostre conoscenze sullo Stato sono da considerare ancora troppo ristrette, sia sul piano disciplinare che su quello di una visione complessiva». Una consapevolezza che, al termine della lettura, difficilmente il lettore potrà non condividere.
Come spiega Botta nelle primissime pagine: «Il presente contributo non ha avuto come finalità prioritaria quella di esaminare in maniera astratta o normativistica il concetto di Stato, anche se in alcuni passaggi si è proceduto a chiarire la natura giuridica e politica dello stesso, ma di definire secondo un approccio realistico le sue caratteristiche oggettive che si manifestano nelle sue performance strategiche in interazione in primis con la società e l’economia». In altri termini, il libro non si muove sul terreno delle astrazioni teoriche o delle speculazioni accademiche, ma su quello di un’analisi rigorosa e scientificamente fondata, che ambisce a cogliere le dinamiche reali del potere statale così come si manifestano nei contesti concreti: nei rapporti sociali, nei meccanismi economici, nei conflitti geopolitici. È questo approccio empirico e strutturale che conferisce al testo la sua forza esplicativa e la sua rilevanza politica.
Il libro si apre con un’analisi della perdurante centralità dello Stato. Contro la vulgata secondo cui, negli ultimi decenni, lo Stato sarebbe stato progressivamente marginalizzato o reso obsoleto dai “mercati” e da dinamiche globali e sovranazionali, l’autore mostra come in realtà esso rimanga un’istituzione assolutamente centrale nella vita politica ed economica.
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Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato
di Franco Padella
Guerre e politiche securitarie poggiano su sistemi operativi, in primis su Palantir, società di Peter Thiel e Alex Karp diventata fondamentale nei teatri di guerra in corso, per la caccia ai migranti negli Usa. Dopo la visita di Trump a Londra si estende in Uk. Con un piedino in Italia.
I conflitti contemporanei, dall’Ucraina al Medio Oriente, si stanno rivelando essere sempre più guerre digitali, dove l’Intelligenza Artificiale e le capacità di elaborazione dati diventano elementi decisivi sul campo di battaglia. Non si combatte più solo con armi fisiche: informazioni, dati interconnessi e algoritmi avanzati formano ormai un vero e proprio sistema operativo della guerra moderna. E’ il controllo dei flussi informativi a determinare il successo delle operazioni con la stessa – se non maggiore – importanza della potenza di fuoco tradizionale.
In questo scenario, le Big Tech, tradendo le loro originarie narrative di beneficio per l’umanità, si sono posizionate velocemente in prima linea per sfruttare le opportunità offerte dalle tensioni globali, mettendosi pesantemente in corsa per inserire le loro capacità di Intelligenza Artificiale e di calcolo nella gestione dei conflitti, siano essi di tipo geopolitico o di controllo sociale a uso interno. Un’operazione pervasiva che invade non solo gli ambiti securitari e bellici, ma anche settori che fino a poco fa erano dominio esclusivo degli Stati nazionali.
Mentre i riflettori mediatici restano focalizzati sul ristretto gruppo FAMAG (Meta, Apple, Microsoft, Amazon, Google), note per le nostre interazioni quotidiane, è un’altra azienda, mediaticamente “minore”, a rappresentare un’alternativa tanto silenziosa quanto potente: Palantir Technologies. Poco visibile rispetto alle altre, si è già profondamente integrata con gli apparati di sicurezza e di guerra americani, ed è molto avviata nella stessa direzione in tutto l’Occidente. A differenza delle altre, Palantir preferisce rimanere in penombra: non vende se stessa al pubblico, non fa pubblicità. Vende potere. Potere dato in uso a Stati e governi, potere di prevedere, di controllare, di dominare. E facendo questo, in qualche modo, diventa essa stessa Stato.
Gemelli diversi per uno stesso potere
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La decisione che cambia gli equilibri geopolitici in Medio Oriente
di Giuseppe Masala
Pakistan e Arabia Saudita firmano un patto difensivo scalzando di fatto gli USA dalla posizione di Dominus del Medio Oriente. La Cina guadagna posizioni nell'area avendo di fatto un'alleanza militare con Islamabad. Lentamente ma inesorabilmente il mondo multipolare sta vedendo la luce
Uno degli effetti più dirompenti causati dalla guerra “contro tutti” scatenata da Israele dopo gli attentati terroristici del 2023 è che si è diffusa nel mondo arabo la percezione che nessuno possa sentirsi al sicuro. Ciò vale anche se si tratta di paesi formalmente difesi dagli stessi Stati Uniti o da altri paesi occidentali.
Abbiamo visto infatti che, nel corso di questi terribili anni in Medio Oriente Israele ha bombardato la Siria, il Libano, lo Yemen, l'Iran e il Qatar. Ad aver generato il massimo scalpore nel mondo arabo sono stati i bombardamenti in Iran, che detiene delle forze armate molto forti dotate peraltro di un temibile arsenale missilistico e, naturalmente, l'attacco al Qatar, alleato di ferro americano in Medio Oriente, tanto da ospitare l'importante base aerea di Al-Udeid dove ha sede la US Combined Air Operations Center, Da notare peraltro, che questa base americana in Qatar fu bombardata come rappresaglia anche dall'Iran quando prima Israele e poi gli USA bombardarono i siti nucleari iraniani.
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L’ottavo fronte
di Enrico Tomaselli
Il giornalista statunitense Max Blumenthal ha felicemente definito così la guerra ibrida che Israele sta conducendo negli Stati Uniti, e che – per il momento – è essenzialmente incentrata sulla propaganda, ovvero sul controllo dei media. Gli USA sono l’insostituibile retrovia dello stato ebraico, senza il cui appoggio – economico, militare, politico e diplomatico – semplicemente scomparirebbe entro pochi mesi. Il controllo di questa retrovia, pertanto, è una questione vitale per Israele. Sino a ora, era stato possibile esercitarlo essenzialmente attraverso le lobbies sioniste in nord America – che sono due: una, quella rappresentata principalmente dall’AIPAC, costituita dai maggiori rappresentanti della comunità ebraica, ed un’altra, costituita da quelle chiese evangeliche che vedono in Israele una tappa fondamentale verso l’avvento di una nuova era di dio. E la seconda, da tempo, è non meno importante della prima. Queste due lobbies hanno sinora agito fondamentalmente su due livelli, il foraggiamento delle campagne elettorali (a qualsiasi livello) di esponenti politici decisamente schierati per Israele, e la diffusione di una narrativa che accomunerebbe i due paesi non solo per via di una comune radice culturale (quella giudaico-cristiana, che tanto piace anche a molti politici europei), ma anche per una presunta sovrapponibilità dei reciproci interessi strategici.
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Donald Trump ci ha ormai abituato a dichiarazioni roboanti spesso smentite da successive dichiarazioni, ad affermazioni contraddittorie o sopra le righe ma anche se la chiave di lettura che ci offre oggi Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano parlando di “catalogo completo di sindromi psichiatriche” non sembra priva di riscontri oggettivi, per gli europei sarebbe ingenuo ritenere che la Casa Bianca non persegua, forse in modo volutamente confuso, obiettivi ben precisi e tutti a nostro danno.






Già nel 2013 il generale Fabio Mini scriveva:





