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Published: 04 January 2026
Created: 04 January 2026
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lantidiplomatico

Venezuela 1999-2026: un quarto di secolo sotto attacco USA e oggi sotto le bombe

di Fabrizio Verde

Da Chávez a Maduro, il Venezuela ha resistito a ogni forma di guerra non convenzionale. Oggi, il mondo assiste al passaggio alle armi vere e al sequestro di un capo di Stato

L’assalto militare degli Stati Uniti contro il Venezuela non è un fulmine a ciel sereno. È il culmine di una campagna durata un quarto di secolo, articolata su piani diplomatici, economici, militari e informativi, e concepita per soffocare un’esperienza politica che a Washington ha sempre rappresentato un affronto strategico: la Rivoluzione Bolivariana.

Tutto cominciò nel dicembre 1998, quando Hugo Chávez, un ex paracadutista con un carisma popolare raro nella storia latinoamericana, vinse le elezioni alla guida di una una coalizione che comprendeva anche le masse storicamente emarginate, promettendo di capovolgere un modello di disuguaglianza radicato da decenni. Fino ad allora, il Venezuela era stato un alleato docile di Washington, una fonte inesauribile di petrolio a basso costo e un pilastro della cosiddetta stabilità nell’emisfero occidentale. Il “voltear la tortilla”, come diceva Chávez, non poteva restare impunito.

 

Dalla destabilizzazione al golpe: le prime mosse di Washington

Già nel 2001, Washington osservava con crescente inquietudine le 49 leggi promulgate dal governo venezuelano, tra cui quelle sulla riforma agraria, tributaria e soprattutto petrolifera.

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Published: 04 January 2026
Created: 04 January 2026
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perunsocialismodelXXI

Diritto internazionale? Non fatemi ridere!

di Carlo Formenti

(una prima reazione a caldo al blitz Usa in Venezuela)

Le motivazioni dell’attacco americano al Venezuela (la guerra al narcotraffico) sono così scopertamente pretestuose che persino i media italiani (i più asserviti dell’Occidente agli interessi dell’imperialismo Usa) non possono fare a meno di ammettere che il vero obiettivo del blitz è il controllo sulle immense risorse petrolifere del Paese latinoamericano. Un prima rapida occhiata ad alcune delle maggiori testate europee conferma che le voci di condanna prevalgono sulle giustificazioni (il che è tanto più significativo in quanto l’atteggiamento dell’Europa nei confronti del regime socialista venezuelano è sempre stato a dir poco vergognoso: dalle fake news sulla presunta natura totalitaria della rivoluzione bolivariana, all’esaltazione di personaggi come la politica venezuelana di estrema destra Machado, insignita del premio Nobel per la Pace).

Ciò detto è opportuno porsi una domanda: se l’attacco fosse stato ordinato, invece che da Trump, da Biden o da un altro presidente democratico la reazione sarebbe stata la stessa, oppure staremmo assistendo a un coro di felicitazioni per il rovesciamento del “dittatore” Maduro e per la restaurazione della “democrazia” a Caracas? La domanda è ovviamente retorica, ma se chi mi legge avesse dubbi in proposito, gli consiglio di ricordare (se non è troppo giovane) quale è stata la reazione delle “democrazie” europee a tutte le aggressioni criminali perpetrate dagli Stati Uniti in Iraq, Afganistan, Libia, Serbia (occasione in cui siamo stati complici attivi).

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Published: 03 January 2026
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lantidiplomatico

Aggressione al Venezuela. Le prime (vergognose) dichiarazioni del governo Meloni

di Redazione

C'è un aggressore e un aggredito. Il Satana dei nostri tempi, come l'ha correttamente definito il Prof. Marandi in queste ore, gli Stati Uniti, hanno iniziato l'ennesimo crimine per il dio petrolio e denaro.

Nella notte venezuelana del 3 gennaio, Washington ha iniziato bombardamenti sul territorio venezuelano. Il governo di Caracas, con un recente comunicato, ha denunciato una "gravissima aggressione militare" da parte degli Stati Uniti su località civili e militari negli stati di Miranda, Aragua, La Guaira e nella capitale Caracas, e ha ordinato "lo spiegamento del comando per la difesa integrale della nazione".

Come l'AntiDiplomatico vi stiamo aggiornando in tempo reale soprattutto attraverso il nostro canale Telegram che vi invitiamo a seguire per aggirare tutte le censure del monopolio statunitense che filtra le notizie nel nostro paese.

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Published: 03 January 2026
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linterferenza

Venezuela: Trump e gli USA gettano la maschera

di Fabrizio Marchi

La banditesca aggressione al Venezuela conferma, per chi avesse nutrito dei dubbi, la natura squisitamente imperialista dell’attuale amministrazione americana. Ma in realtà conferma la natura (e la struttura) imperialista degli USA di cui l’attuale amministrazione è soltanto una delle sue diverse rappresentazioni. Che alla Casa Bianca ci siano i repubblicani o i democratici, i conservatori o i “progressisti”, i neoconservatori o i liberal, Bush oppure Obama, Clinton o Trump, la musica non cambia né può cambiare. Possono mutare le strategie, le tattiche e le “coperte” ideologiche, ma la sostanza resta immutata. Gli Stati Uniti nascono e si affermano come potenza e poi come superpotenza imperialista mondiale e tale vogliono rimanere, a qualsiasi costo.

Questo sfacciato e criminale attacco ha diversi obiettivi. Innanzitutto liberarsi di un governo socialista e ovviamente non prono ai diktat di Washington sostituendolo con un governo fantoccio e asservito, e naturalmente mettere le mani sulle grandi risorse petrolifere di quel paese, con la complicità delle classi proprietarie locali, cioè di una borghesia corrotta, sordidamente reazionaria e antipopolare che non ha mai fatto mistero dei suoi intenti golpisti. Una borghesia stracciona e “compradora” di cui la neo vincitrice del Premio Nobel per la Pace (ormai da tempo una farsa a scopi propagandistici e mediatici), Maria Corina Machado, è la più “valida” rappresentante.

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Published: 03 January 2026
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lantidiplomatico

"Ferma solidarietà al popolo venezuelano": telefonata Lavrov-Delcy Rodriguez

di Redazione

Un fermo appoggio a Caracas e la condanna per quella che viene bollata come una "gravissima aggressione militare". È quanto emerge dalla conversazione telefonica intercorsa tra il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez, a seguito dell'attacco aereo condotto dagli Stati Uniti contro obiettivi nella capitale venezuelana e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Secondo un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca, Lavrov ha espresso "ferma solidarietà con il popolo venezolano di fronte all'aggressione armata", ribadendo che "la Russia continuerà a sostenere la politica del governo bolivariano volta a proteggere gli interessi nazionali e la sovranità del paese".

Il colloquio ha visto entrambe le parti esprimere sostegno per "impedire un'ulteriore escalation e trovare una soluzione alla situazione attraverso il dialogo". Mosca e Caracas hanno inoltre confermato il loro "mutuo impegno a continuare a rafforzare la partnership strategica integrale tra Russia e Venezuela". Una presa di posizione netta che si inserisce nel solco delle forti tensioni che stanno scuotendo il Venezuela.

Il governo bolivariano ha reagito con durezza all'operazione militare statunitense, descritta come un atto che "costituisce una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite". In un comunicato ufficiale, Caracas ha accusato Washington di volersi "impadronire delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l'indipendenza politica della Nazione".

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Published: 03 January 2026
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lafionda

C’è un aggressore e un aggredito?

di Paolo Arigotti

La notizia dell’ennesimo atto di forza di Washington contro uno stato sovrano è di queste ultime ore. Nella mattinata di oggi, sabato 3 gennaio 2026, nel comunicato ufficiale rilasciato dalle autorità della Repubblica Bolivariana del Venezuela si legge che “… l’aggressione militare estremamente grave perpetrata dall’attuale governo degli Stati Uniti d’America contro il territorio venezuelano e il suo popolo”, specificando che gli attacchi hanno colpito “… siti civili e militari nella città di Caracas, capitale della Repubblica, e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira”.

Tali azioni militari, sempre stando al comunicato di cui sopra, costituiscono “…una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, in particolare degli articoli 1 e 2, che sanciscono il rispetto della sovranità, l’uguaglianza giuridica degli Stati e il divieto dell’uso della forza”, oltre che rappresentare una “… minaccia la pace e la stabilità internazionale, in particolare in America Latina e nei Caraibi, e mette seriamente in pericolo la vita di milioni di persone”.

Nessun dubbio neanche sulle ragioni alla base dell’aggressione militare. Scrivono da Caracas che “l’obiettivo di questo attacco non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione. Non ci riusciranno”, si legge nel testo.

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Published: 03 January 2026
Created: 03 January 2026
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lantidiplomatico

Vergogna agli Stati Uniti, gloria eterna al Venezuela!

di Alberto Bradanini

Il vero stato canaglia del pianeta, gli Stati Uniti d’America, stanno aggredendo un paese sovrano, che nulla ha fatto contro la più grande “cosiddetta democrazia” del pianeta, guidata in questo momento da un sociopatico bisognoso di cure psichiatriche, ma in realtà teleguidato dalle grandi corporazioni private che controllano, in sequenza, lo stato profondo (Cia, Fbi, Nsa e le altre sorelle di merende), i produttori di morte (armi e virus), generali “stranamori” pronti a distruggere il mondo per sete di potere, e politici al soldo del miglior offerente.

Aggredendo il Venezuela, il bellicismo americano, conferma di essere la concentrazione di potere finanziario, militare e tecnologico più pericolosa oggi sul pianeta Terra, pronta finanche a mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano, priva di umanità e di rispetto dei diritti altrui.

Come tutti i vigliacchi, tuttavia, gli Stati Uniti non si attentano ad attaccare grandi potenze come la Russia o la Cina, ma paesi poveri e indifesi, che però non si piegano ai capricci imperiali, che difendono la loro sovranità, facendo semmai errori come tutti, ma che cercano la strada per generare quel po’ di prosperità e benessere per i propri cittadini che le loro condizioni politiche ed economiche consentono.

Il giornalista John Pilger[1] ci ricorda che negli ultimi 70 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di oltre trenta paesi, bombardando popolazioni di trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese.

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Published: 03 January 2026
Created: 03 January 2026
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lantidiplomatico

In Venezuela non c'è un aggressore e un aggredito?

di Alessandro Di Battista*

Al netto di quel che potete pensare di chi governa in Iran e Venezuela la verità è che Stati Uniti e Israele stanno attaccando due paesi che hanno deciso di cacciare via le imprese petrolifere straniere.

Il Venezuela detiene la 1° riserva al mondo di petrolio e l'8° di gas. L'Iran vanta la 2° riserva al mondo di gas naturale (la prima ce l'ha la Russia) e la 4° di petrolio. Ancora oggi, nel 2026, quella che viene definita la più grande democrazia al mondo, bombarda, uccide, destabilizza e promuove regime-change esclusivamente per il petrolio.

Se in occidente vi fossero media davvero liberi nessuno crederebbe alle balle nauseabonde dell'esportazione di democrazia, della tutela dei manifestanti o della lotta al narcotraffico utilizzate per giustificare i cosiddetti “massacri democratici”.

Gli Stati Uniti hanno appena attaccato un paese che non rappresenta alcuna minaccia per loro. Se non avesse il petrolio non avrebbero mai attaccato il Venezuela e allo stesse tempo se a Teheran e a Caracas vi fossero al governo i peggiori terroristi del pianeta, i peggiori sterminatori di bambini ma questi fossero alleati dell'occidente, nessuno gli torcerebbe un capello. E abbiamo le prove per affermare questo. Guardate l'impunità dello Stato terrorista di Israele.

Infine pensate a questo. Per quattro anni parlando della guerra in Ucraina, media e politici hanno ripetuto il mantra del “c'è un aggressore e un aggredito e si sta con l'aggredito fornendogli armi per metterlo in condizione di negoziare la Pace con l'aggressore”.

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Published: 02 January 2026
Created: 30 December 2025
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Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

di Mario Sommella

giustizia2 2 720x398.jpgQuando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:

• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;

• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;

• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

 

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

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Published: 02 January 2026
Created: 02 January 2026
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marxismoggi

Fascismo, storia e ideologia: note critiche sull’uso contemporaneo del concetto

di Gabriele Repaci

9788815245311.jpg1. Introduzione

Negli ultimi decenni, e con crescente intensità nel dibattito politico contemporaneo, il termine fascismo ha subito un processo di progressiva inflazione semantica. Esso viene impiegato come categoria onnicomprensiva per designare fenomeni tra loro eterogenei: governi autoritari, regressioni dello Stato di diritto, politiche securitarie, populismi di destra, fino a forme di dominio economico esercitate da élite transnazionali. Questa estensione indiscriminata del concetto non rappresenta un avanzamento della comprensione critica del presente, ma al contrario ne segnala una regressione sul piano analitico.

L’uso inflazionato del termine svolge infatti una funzione eminentemente retorica e morale, più che teorica. Fascismo diventa sinonimo di male politico assoluto, un’etichetta mobilitabile a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui i fenomeni analizzati si producono. In questo modo, una categoria nata per descrivere un preciso assetto di potere viene trasformata in un giudizio di valore metastorico, perdendo la propria capacità esplicativa.

Dal punto di vista del materialismo storico, tale slittamento è tutt’altro che neutrale. La dissoluzione del fascismo come concetto storicamente determinato comporta l’oscuramento dei rapporti di classe, delle condizioni economiche e delle specifiche dinamiche politiche che ne resero possibile l’ascesa nel primo Novecento. Chiamare fascismo ogni forma di autoritarismo contemporaneo significa sottrarsi all’analisi concreta delle nuove configurazioni del dominio capitalistico, rifugiandosi in una categoria del passato elevata a metafora universale.

Questo saggio muove da una tesi semplice ma rigorosa: il fascismo è stato un fenomeno storico specifico, nato e sviluppatosi in un contesto politico-sociale determinato, e conclusosi con la sconfitta militare dei regimi dell’Asse nel 1945.

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Published: 02 January 2026
Created: 29 December 2025
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lafionda

Logica sacrificale e cattiva coscienza

di Geminello Preterossi

La logica sacrificale perseguita Aldo Moro: dal “deve accettare di morire” alla liquidazione dell’art. 32 II comma, causa Covid, sancito dalla Consulta. È un paradosso amaro: monumentalizzazione retorica e rimozione etico-politica vanno di pari passo. Un atteggiamento che serba quasi un accanimento sospetto, un bisogno inconscio di negare, rivelativo di un modo complessivo di vedere il rapporto con il potere: quello che si è via via affermato dopo la cesura del ’78 e il cambio di regime mascherato del ’92/’93, e che non ha nulla a che fare con l’energia della Costituente e le sue culture politiche, tantomeno con il lascito, le convinzioni profonde e la sensibilità di Moro. Anche in virtù di tale abreazione, si spiega l’adesione totale all’ideologia del vincolo esterno presuntamente salvifico e il conseguente riorientamento dei cosiddetti “poteri neutri”, già in parte dopo Moro e definitivamente dopo Maastricht. Poiché oggi prevalgono gli arcana imperii finanziari, e l’unica fede è la salus fisica (non civile), si moralizzano gli interessi dei giganti farmaceutici. Tanto si trova sempre un leguleio, un praticone dell’Amministrazione, pronto a legittimare l’illegittimabile.

Il nodo è teorico, e per coglierne certe implicazioni è utile richiamare il saggio che Habermas (esponente prototipico del pensiero liberal-progressista) ha dedicato a Il coronavirus e la protezione della vita (uscito nei Blätter für deutsche und internationale Politik nel 2021 e pubblicato in italiano dal Mulino nel 2022).

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Published: 02 January 2026
Created: 26 December 2025
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comuneinfo2

Se Leone diserta il riarmo

di Leonardo Animali

C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella – già ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu – il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno, e quelle rese note il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio (parole rafforzate nell’Angelus sulla “pace disarmata” pronunciate il 26 dicembre, festa di santo Stefano). Altro che figura defilata rispetto a Francesco: Leone mette al centro la nonviolenza, attacca l’ipocrisia della politici che sostengono il riarmo, prende le distanze da chi parla di guerra per fare la pace e da chi usa le religioni per promuovere una cultura bellicistica

C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

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Published: 02 January 2026
Created: 16 December 2025
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labottegadelbarbieri

Pillole di bancarotta n. 4

di Alessandro Volpi

Le pillole di oggi di Alessandro Volpi ci parlano del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offrono una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.

Infine, ci illustrano le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.

Buona lettura!

A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.

* * * *

La follia della Bce

Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.

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Published: 02 January 2026
Created: 30 December 2025
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Ma davvero Hamas è “terrorismo”?

Alcuni semplici fatti e puntini sulle i

di Emanuele Maggio

Nel diritto internazionale non esiste alcuna classificazione di Hamas come organizzazione terroristica. Singoli suoi atti sono stati considerati terroristici in virtù della Risoluzione ONU 1269/1999 (la quale sostiene che una forza combattente che è nel suo diritto, come Hamas, compie comunque terrorismo se colpisce obiettivi civili).

Non è terrorista l’organizzazione in sé, che è un vero e proprio apparato burocratico, un partito-Stato con decine di migliaia di funzionari, impiegati, collaboratori della società civile, impegnato a garantire la continuità statale dei servizi sanitari, scolastici, sociali sul suolo palestinese di Gaza.

L’ala militare di Hamas è una piccola parte della sua organizzazione, e gli atti terroristici di questa ala militare sono una minima parte dei suoi atti di combattente legittimo secondo il diritto internazionale (legittimità derivante dalle Risoluzioni 194/1948, 242/1967, 338/1973 e altre successive).

L’analfabetismo politico-giuridico dilagante impone una precisazione: che Hamas sia nel suo diritto nell’usare la forza militare contro Israele non significa che è buono bravo e bello, significa solo che è l’autorità politico-militare de facto di un Paese invaso (la Palestina), e dunque detiene la legittimità della resistenza all’invasore. Questo semplice fatto giuridico non esclude il giudizio politico su Hamas, che per molte buone ragioni può essere assolutamente negativo.

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Published: 01 January 2026
Created: 01 January 2026
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Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato

di Eugenio Donnici

esame 1220x600.jpg1.

C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».

Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.

La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.

E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.

Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.

La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.

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Published: 01 January 2026
Created: 17 December 2025
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transform

Oltre la melanconia di sinistra

di Mario Sommella

xoltre la melanconia di sinistra 12 26 2025.jpg.pagespeed.ic.mYmWpnOAXI.jpgIn Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.

La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

 

Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura.

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Published: 01 January 2026
Created: 29 December 2025
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La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun

di Sergio Cararo

L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. E’ indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.

Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.

Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.

I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.

Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.

a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.

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Published: 01 January 2026
Created: 26 December 2025
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Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

di Mario Sommella

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni.

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Published: 01 January 2026
Created: 27 December 2025
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Il compito che ci spetta

di Andrea Zhok

In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.

Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale e inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.

Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.

L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.

Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una posizione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.

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Published: 01 January 2026
Created: 29 December 2025
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La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea

di Thomas Fazi

Thomas Fazi descrive il braccio di ferro tra Bruxelles e il premier belga sui capitali russi congelati in Europa

Acuto osservatore delle politiche di Bruxelles, Fazi sostiene che, opponendosi alla confisca dei beni di Mosca depositati presso Euroclear, il premier belga ha difeso il diritto internazionale dalle pressioni di Germania e Commissione. Ma la risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. L’Unione europea ha aggirato il veto attraverso un escamotage finanziario da 90 miliardi di euro, che scarica il rischio della guerra direttamente sui contribuenti europei.

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Il primo ministro del Belgio ha imparato a proprie spese che non c’è bisogno di essere un sedizioso populista per incorrere nell’ira dell’Unione europea. Fino a poco tempo fa, il conservatore moderato Bart De Wever era rimasto fuori dai riflettori europei. Nulla di cui stupirsi, dato che il suo partito appartiene al gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento europeo, che si è allineato con forza alla Commissione di Ursula von der Leyen sull’Ucraina.

Eppure, in pochi mesi De Wever è diventato il nemico pubblico numero uno dell’establishment di Bruxelles. La sua colpa? Opporsi al piano Ue di sequestrare i beni congelati russi detenuti in Europa.

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Published: 31 December 2025
Created: 31 December 2025
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sinistra

La canea filosionista e l’arresto di Hannoun

di ALGAMICA

hannounIl giornalismo è l’arte di come si monta una notizia da fatti più o meno accertati, sviluppando poi una trama secondo gli interessi di chi si vuole servire.

A far gran cassa in questi giorni è l’operazione congiunta da parte della DNAA, Digos, Guardia di Finanza e la logistica dei servizi segreti israeliani che hanno portato all’arresto di 9 persone, tra cui Mohammad Hannoun e altri esponenti e attivisti dell’Associazione Palestinesi d’Italia (API). Un’operazione che prima di essere di polizia e della Magistratura è del governo, che nella complicità col genocidio ancora in atto in Palestina e a Gaza, mira a colpire, disorientare e scoraggiare una mobilitazione generale in fase di riflusso contro lo Stato di Israele e tutti i suoi complici occidentali.

Le carte degli inquirenti, di cui la stampa del libero Occidente è felice di fare da megafono, raccontano di come certe organizzazioni dei palestinesi in Italia abbiano raccolto la cifra di 7,28 milioni di euro, di cui uno sequestrato durante il bliz poliziesco. Una raccolta fondi cresciuta nell’ultimo periodo “strumentalizzando” le mobilitazioni ProPal di questi ultimi due anni, il cui scopo non erano gli aiuti per i gazawi ma per altri fini: ovvero finanziare la rete “terroristica” di Hamas. Una ricostruzione degli inquirenti cui si aggiungono i ricami della stampa liberale e del governo Meloni, che collegano Hannoun alle operazioni Flotilla e all’attivismo di Francesca Albanese additando i partecipanti di un intero movimento quali utili idioti. Mentre i partiti di opposizione AVS e M5S, vergognosamente fanno proprie le ragioni degli inquirenti e si rivolgono al movimento ProPal, nella sua fase di riflusso, suggerendo di prendere le distanze da una strenua difesa di Mohammad Hannoun, Abu Omar (e l’intera API di conseguenza), e lasciati in balia delle autorità costituite perchè nemici della causa palestinese.

Vogliamo chiarire da subito che ci interessa poco accertare se i fatti da cui originano le indagini degli inquirenti e che i giornali riportano con dovizia di particolari siano veri o artefatti.

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Published: 31 December 2025
Created: 27 December 2025
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effimera

Il Politico nella storia dell’analisi economica. Una discussione sulla nuova edizione di “Filosofia Economica” di Adelino Zanini

di Stefano Lucarelli

Ebook 4 Effimera.jpgIn questi tempi terribili cimentarsi con un testo dedicato alla relazione fra fondamenti economici e categorie politiche può sembrare il vezzo di un Don Ferrante, l’erudito manzoniano che dinanzi alla pestilenza si rifugia nelle riflessioni filosofiche: “Non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera […] un accidente non può passare da un soggetto all’altro”. Ma il mio intento non è indicare la strada del letto dove andare a morire “come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”[1]. La nuova edizione di Filosofia Economica (DeriveApprodi, 2025) suscita alcune questioni che meritano di essere approfondite e sciolte in un linguaggio comune. E la mia lettura dell’opera di Adelino Zanini – non solo del suo ultimo libro[2] – è sempre stata sorretta dalla necessità di renderla intellegibile, innanzitutto a me, negli anni della mia formazione, poi, oggi, alle nuove generazioni. Ecco alcune ragioni per compiere questo sforzo interpretativo:

  1. penso che un libro che si preoccupa della dyscrasia fra Politico ed Economico debba poter parlare ai più giovani; una generazione che ha vissuto buona parte della sua vita dopo la crisi economica globale, nel pieno della crisi climatica e, ora, in un tempo in cui esiste fortissimo un discorso pubblico che torna a normalizzare la guerra, quasi a farne nuovamente la “sola igiene del mondo”;
  2. penso anche che Filosofia Economica – la cui prima edizione apparsa nel 2005 si basava su ricerche preliminari che erano cominciate venti anni prima – sia il frutto di un lavoro molto serio da parte di un accademico che ha fatto della smithiana prudence la sua regola. Zanini cela dietro la sua colta prosa una eccezionale sensibilità politica. È questa eccezionalità che mi ha sempre spinto a seguire tanti suoi suggerimenti negli anni della mia formazione: è stato un utile esercizio alzare il velo dell’erudizione dietro alla quale lo studioso protegge la sua immagine in società. È davvero importante ritrovare una cultura che proviene da tempi e luoghi in cui “i maestri si bruciavano le mani con le fiamme che avevano acceso”[3].

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Published: 31 December 2025
Created: 31 December 2025
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ilsussidiario logo

Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra

Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto

L'Ue ha scelto di sostenere l'Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro e i suoi Stati membri aumenteranno le spese nella difesa

vonderleyen macron merz 1 ansa1200.jpgDopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, Donald Trump ha detto che tra poche settimane si potrebbe raggiungere un accordo per porre fine alla guerra russo-ucraina. Il Consiglio dei ministri ha intanto ieri varato un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev e l’ultimo Consiglio europeo del 2025 si è chiuso con la decisione di autorizzare un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina (per il biennio 2026-27), garantito dal bilancio Ue.

Secondo Sergio Cesaratto, già professore di economia internazionale e politica monetaria europea presso l’Università di Siena, quest’ultima non è certo una buona decisione, “anche se l’altra opzione, quella del furto degli asset russi, sarebbe stata politicamente una dichiarazione di guerra definitiva – nei fatti stiamo in guerra con la Russia da ben prima l’invasione russa dell’Ucraina. Ma questo già lo dicono tanti, anche se il 90% del giornalismo italiano è embedded, in servile buona fede, naturalmente. Ciascuno/a sa come comportarsi per incrementare la pagnotta. Mi faccia prendere la questione da un altro punto di vista, dove posso offrire un valore aggiunto quale accademico”.

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Dica professore

Ebbi la fortuna molti anni fa di insegnare Economia dello sviluppo in una facoltà di Scienze politiche. Avevo nel frattempo incrociato la International Political Economy (Ipe), una sorta di ponte fra lo studio tradizionale delle Relazioni politiche internazionali e quello, piuttosto arido, dell’Economia internazionale. Mi sembrò doveroso dedicare qualche lezione all’Ipe. Adottai un libro di testo di Relazioni internazionali di autori stranieri (un americano e un danese) al di sopra di ogni sospetto, per giunta pubblicato da un editore legato all’Università Bocconi di Milano.

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Published: 31 December 2025
Created: 28 December 2025
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lantidiplomatico

L’arresto di Hannoun. Repressione-metodo e movimento innocuo

di Pasquale Liguori

C’è qualcosa di ipnotico nel leggere, in fila, le dichiarazioni di Calenda, Meloni, Renzi, Lupi, Picierno, Salvini e Tajani. Non è politica: è karaoke. Uno spartito unico, un’impressionante omogeneità lessicale, simbolica e politica. Parole d’ordine preconfezionate: infiltrazioni, tolleranza zero, sicurezza, ordine.

L’arresto di Mohammad Hannoun ha un obiettivo tricolore preciso: criminalizzare retroattivamente e in prospettiva l’intero campo palestinese. Non è un caso che Calenda parli di “movimenti infiltrati”, che Picierno ne approfitti per cucire il fantasy del filo “galassia putiniana”-Palestina, che Salvini ironizzi sulle masse e che Meloni celebri l’operazione come una vittoria geopolitica. Tutti mobilitati a ridefinire il perimetro del dicibile.

Dentro questo trionfalismo securitario colpisce soprattutto ciò che manca (al netto della disonestà intellettuale e della profonda ignoranza storico-politica su cosa siano resistenza, Hamas, Gaza). È un’analisi condotta col buco intorno: non esiste occupazione illegale; non esiste idiritto alla resistenza; non esiste la parola genocidio.

Per costoro, bisogna infatti rassicurare i carnefici. Dire a Israele, agli Stati Uniti, all’architettura imperiale occidentale: «Siamo affidabili. Conteniamo il dissenso. Facciamo anche noi il lavoro sporco». È lo stesso ceto politico che esprime esponenti apicali che, senza imbarazzo, dichiarano di voler accogliere sul suolo italiano criminali sionisti ricercati a livello internazionale. Qui il doppio standard non è un inciampo: è la regola. Da questa gente te lo puoi aspettare.

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Published: 31 December 2025
Created: 27 December 2025
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unblogdirivoluzionari.png

L’unica democrazia del Medio Oriente

di Mario Sommella

Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua

“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.

Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.

 

Un suprematismo scritto in legge

Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.

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  1. Fulvio Scaglione: “Caso Limes” e molto oltre: quattro anni di disastro informativo e moralismo un tanto al chilo
  2. Antonio Di Siena: Il "welfare surrogato" del turismo di massa
  3. Redazione: Italia come Israele. Arresta i palestinesi, protegge i genocidi
  4. Diego Melegari: L’ora di sionismo? I disegni di legge sull’antisemitismo e la scuola
  5. Eros Barone: Profilo di un importante filosofo del Novecento
  6. Guy Van Stratten: “Una poltrona per due” e il Natale violento del capitale
  7. Alex Marsaglia: Asset russi, riserve d'oro e bolla delle armi: come la dedollarizzazione continua a scavare la fossa dell'imperialismo
  8. Elena Basile: «Quando la forza sostituisce il diritto»Elena Basile:
  9. Giorgio Agamben: Credere e non credere
  10. Il Rovescio: Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
  11. Giuseppe Gagliano: Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra
  12. comidad: La fine di una globalizzazione mai cominciata
  13. Leo Essen: Lenin: Lezione ai geopoliticanti
  14. Osservatorio Repressione: Torino. La violenza che non fa notizia
  15. Andrea Zhok: “Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II
  16. Fabrizio Poggi: Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all'Italia (tramite La Stampa)?
  17. Gianandrea Gaiani: L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia
  18. The Islander: L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
  19. Agata Iacono: Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso
  20. Gianmarco Pisa: “Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
  21. Algamica: I torti di Askatasuna: credere nella libertà e nella democrazia
  22. Clara Statello: Putin ha ucciso Babbo Natale: come funziona la guerra cognitiva NATO e come liberarcene
  23. Paolo Di Marco: I punti critici (tipping points): clima, impero, AI
  24. Emanuele Maggio: Il caso Jacques Baud. Perché l'UE è ridicola anche quando è autoritaria
  25. Barbara Spinelli: Kiev, soldi e sangue: la furbata dell’Ue

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