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Fascismo, storia e ideologia: note critiche sull’uso contemporaneo del concetto

di Gabriele Repaci

9788815245311.jpg1. Introduzione

Negli ultimi decenni, e con crescente intensità nel dibattito politico contemporaneo, il termine fascismo ha subito un processo di progressiva inflazione semantica. Esso viene impiegato come categoria onnicomprensiva per designare fenomeni tra loro eterogenei: governi autoritari, regressioni dello Stato di diritto, politiche securitarie, populismi di destra, fino a forme di dominio economico esercitate da élite transnazionali. Questa estensione indiscriminata del concetto non rappresenta un avanzamento della comprensione critica del presente, ma al contrario ne segnala una regressione sul piano analitico.

L’uso inflazionato del termine svolge infatti una funzione eminentemente retorica e morale, più che teorica. Fascismo diventa sinonimo di male politico assoluto, un’etichetta mobilitabile a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui i fenomeni analizzati si producono. In questo modo, una categoria nata per descrivere un preciso assetto di potere viene trasformata in un giudizio di valore metastorico, perdendo la propria capacità esplicativa.

Dal punto di vista del materialismo storico, tale slittamento è tutt’altro che neutrale. La dissoluzione del fascismo come concetto storicamente determinato comporta l’oscuramento dei rapporti di classe, delle condizioni economiche e delle specifiche dinamiche politiche che ne resero possibile l’ascesa nel primo Novecento. Chiamare fascismo ogni forma di autoritarismo contemporaneo significa sottrarsi all’analisi concreta delle nuove configurazioni del dominio capitalistico, rifugiandosi in una categoria del passato elevata a metafora universale.

Questo saggio muove da una tesi semplice ma rigorosa: il fascismo è stato un fenomeno storico specifico, nato e sviluppatosi in un contesto politico-sociale determinato, e conclusosi con la sconfitta militare dei regimi dell’Asse nel 1945.

Ogni tentativo di trasformarlo in una categoria eterna, riproducibile in forme indefinite, non solo è teoricamente infondato, ma politicamente fuorviante. Per comprendere il presente non è sufficiente evocare il passato: occorre analizzarne le discontinuità, le nuove forme e i nuovi rapporti di forza.

A partire da questa impostazione, il lavoro si articolerà in tre momenti principali: una ricostruzione del fascismo come fenomeno storico e sociale determinato; una critica delle interpretazioni che ne propongono una lettura metastorica, in particolare quella dell’“Ur-Fascismo”; e infine una riflessione sul significato dell’antifascismo oggi, inteso non come adesione astratta a valori formali, ma come pratica politica inseparabile dalla critica del capitalismo che rese storicamente possibile il fascismo stesso.

 

2. Il fascismo come fenomeno storico determinato. Genesi sociale, funzione di classe e forma politica (1919–1945)

Il fascismo non può essere compreso se non come fenomeno storico specifico, radicato in un contesto politico, sociale ed economico ben determinato. Esso nacque e si sviluppò in Europa tra la fine della Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale, in un arco temporale circoscritto (1919–1945), come risposta controrivoluzionaria alla crisi dell’ordine liberale e all’ascesa del movimento operaio organizzato. Ogni tentativo di astrarne i tratti dal contesto che li produsse finisce per svuotarne il significato storico e politico.

Il fascismo va interpretato come una forma eccezionale di dominio borghese, attivata in condizioni di crisi organica del capitalismo. La fine della Prima guerra mondiale produsse una profonda destabilizzazione sociale: inflazione, disoccupazione di massa, radicalizzazione dei conflitti di classe, espansione dei partiti socialisti e comunisti, nonché esperienze rivoluzionarie reali o percepite come imminenti. Il biennio rosso in Italia e la rivoluzione spartachista in Germania costituirono, per le classi dirigenti europee, la manifestazione concreta di una minaccia sistemica all’ordine sociale esistente.

In questo contesto, il fascismo si affermò inizialmente non come regime, ma come movimento politico di massa, caratterizzato da una struttura paramilitare, da un uso sistematico della violenza e da una forte capacità di mobilitazione extra-istituzionale. Esso reclutò prevalentemente settori della piccola borghesia impoverita, del ceto medio declassato e del sottoproletariato urbano e rurale: strati sociali colpiti dalla crisi, privi di una collocazione stabile nei rapporti di produzione e fortemente ostili tanto al grande capitale quanto al movimento operaio organizzato.

La funzione storica del fascismo, in questa fase, fu eminentemente repressiva: distruggere le organizzazioni dei lavoratori, spezzare il conflitto di classe, neutralizzare le istituzioni democratiche incapaci di garantire l’ordine sociale. Tale funzione non avrebbe mai potuto essere svolta senza il sostegno attivo — politico, finanziario e logistico — delle élite economiche. Industriali, grandi proprietari terrieri, apparati militari e settori delle gerarchie ecclesiastiche individuarono nei movimenti fascisti uno strumento utile a svolgere un “lavoro sporco” che lo Stato liberale non era più in grado di compiere.

È fondamentale sottolineare che i fascismi storici non nacquero come emanazioni dell’apparato statale, ma come formazioni politiche autonome, spesso in aperto conflitto con le istituzioni esistenti. Mussolini non fu un uomo dell’esercito, né un funzionario dello Stato; Hitler non emerse dall’amministrazione pubblica tedesca. Entrambi guidarono movimenti di massa esterni allo Stato, finanziati e protetti dalla grande borghesia in funzione antiproletaria, salvo poi sfuggire parzialmente al controllo delle stesse classi dirigenti che ne avevano favorito l’ascesa.

Una volta conquistato il potere, il fascismo si trasformò da movimento controrivoluzionario in regime politico totalitario. Il pluralismo partitico venne abolito, le libertà civili soppresse, la stampa sottoposta a controllo, il dissenso criminalizzato. Il potere si concentrò attorno alla figura del capo, costruita attraverso una propaganda capillare e un processo di estetizzazione della politica che permeava ogni ambito della vita sociale. L’indottrinamento giovanile, la militarizzazione della società e l’uso sistematico della violenza divennero elementi strutturali del regime.

Sul piano economico, il fascismo non rappresentò una negazione del capitalismo, bensì una sua riorganizzazione autoritaria. L’economia corporativa abolì formalmente il conflitto di classe, integrando sindacati e associazioni imprenditoriali nello Stato e subordinandoli agli interessi generali del capitale. I grandi gruppi industriali e finanziari non solo sopravvissero ai regimi fascisti, ma ne furono spesso i principali beneficiari, godendo di protezione statale, commesse pubbliche e repressione del movimento operaio.

Questa configurazione trova una formulazione teorica particolarmente efficace nella definizione elaborata dal XIII Plenum dell’Internazionale comunista, secondo cui «il fascismo è una dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario». Tale definizione restituisce con precisione la natura di classe del fascismo e la sua funzione storica: una forma specifica di dominio politico attraverso cui il capitale, in condizioni di crisi acuta, sospende le mediazioni democratiche e ricorre alla violenza organizzata per ristabilire il proprio controllo sociale.

In questo senso, il fascismo va inteso come una scelta estrema delle classi dominanti, attivata in presenza di crisi sociali percepite come esistenziali. Esso non fu un’anomalia irrazionale o un accidente ideologico, ma una risposta storicamente determinata alla possibilità concreta di una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di produzione. Senza il capitalismo, e senza la volontà delle élite economiche di difenderlo anche a costo della sospensione della democrazia liberale, il fascismo non avrebbe mai potuto affermarsi.

Con la sconfitta dell’Asse e la fine della Seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto non solo militarmente, ma anche politicamente e simbolicamente. Il suo crollo segnò la delegittimazione storica di una forma di dominio che si era rivelata incapace di garantire stabilità, controllo e prevedibilità alle stesse classi dirigenti che l’avevano sostenuta. Il cosiddetto “neofascismo” del secondo dopoguerra rimase per decenni un fenomeno marginale, privo di reale capacità egemonica: da un lato nostalgia ideologica e folkloristica, dall’altro manovalanza utilizzabile all’interno delle operazioni clandestine della Guerra Fredda, come nel caso delle reti Stay Behind, di Gladio e della strategia della tensione. Mai, tuttavia, una forza politica in grado di proporsi come opzione di governo stabile, né in Italia né altrove.

Anche nei contesti in cui i regimi fascisti sopravvissero più a lungo, come nella Spagna franchista, il secondo dopoguerra segnò l’avvio di un lento e controllato processo di transizione verso forme di democrazia parlamentare. Un processo che testimonia come persino i dittatori fascisti compresero che il tempo storico del fascismo era concluso. Dopo il 1945, nessuna élite occidentale razionalmente orientata alla conservazione del potere ha più scommesso su un movimento fascista di massa come strumento di governo. Non perché tali élite fossero divenute improvvisamente democratiche, ma perché l’esperimento mussoliniano e hitleriano aveva rivelato una verità strutturale: i movimenti fascisti sono strumenti funzionali finché eliminano gli avversari politici e sociali; diventano invece pericolosamente ingestibili una volta conquistato il potere statale.

Il fascismo storico fu, in questo senso, una “tigre” che le classi dirigenti credettero di poter cavalcare. In Italia essa fu addomesticata solo parzialmente; in Germania finì per divorare i suoi stessi sponsor. La lezione venne appresa in modo duraturo. Quando, nel secondo dopoguerra, le élite politiche, economiche e militari occidentali hanno ritenuto necessario imporre soluzioni autoritarie, non hanno più fatto ricorso a movimenti fascisti di massa, ma a forme di dominio più controllabili: giunte militari e generali (Cile di Pinochet, Argentina, Brasile, Turchia del 1980), regimi dei colonnelli (Grecia, 1967), oppure governi tecnocratici e apparati burocratico-militari dotati di ampi poteri esecutivi.

Questo mutamento segnala in modo inequivocabile che il fascismo non è una forma politica “eterna” o spontaneamente ricorrente, ma una soluzione storicamente situata, adottata in condizioni eccezionali e abbandonata una volta dimostratane l’inefficienza sistemica per la gestione ordinaria del dominio capitalistico.

Questa ricostruzione storica è decisiva non solo per comprendere il passato, ma per evitare proiezioni improprie sul presente. Sottrarre il fascismo alla sua specificità storica significa rinunciare a comprendere tanto la sua funzione reale quanto le forme nuove e diverse che oggi assume il dominio capitalistico.

 

3. Contro il “fascismo eterno”: limiti teorici della lettura culturalista

Una delle interpretazioni più influenti e al tempo stesso più problematiche del fascismo nel dibattito contemporaneo è quella proposta da Umberto Eco nel celebre saggio sull’“Ur-Fascismo”. In esso, il fascismo viene definito non come un fenomeno storicamente determinato, ma come una costellazione di tratti ricorrenti — culto della tradizione, rifiuto del pensiero critico, paura del diverso, autoritarismo, nazionalismo, sessismo, populismo, anti-intellettualismo — che attraverserebbero epoche e contesti diversi, rendendo il fascismo una possibilità sempre latente della modernità politica.

Questa impostazione, pur animata da una comprensibile preoccupazione antifascista, presenta limiti teorici rilevanti. In primo luogo, essa opera uno slittamento concettuale decisivo: il fascismo viene sottratto alla sua storicità e trasformato in una categoria culturale metastorica, una sorta di disposizione ideologica permanente, sempre pronta a riemergere sotto nuove forme. Così facendo, il fascismo cessa di essere un oggetto di analisi storico-materialista e diventa una tipologia morale, definita da atteggiamenti, stili cognitivi e tratti simbolici più che da rapporti sociali e strutture di potere.

Dal punto di vista marxista, questo approccio risulta insufficiente perché prescinde dalla dimensione fondamentale del fenomeno: la sua funzione di classe. I tratti individuati da Eco — molti dei quali rintracciabili in contesti politici, religiosi e sociali molto diversi tra loro — non spiegano perché il fascismo emerga in un determinato momento storico, né perché assuma una specifica forma politica. Autoritarismo, nazionalismo o sessismo, presi isolatamente, non sono esclusivi del fascismo e non permettono di distinguerlo da altre forme di dominio reazionario o da regimi autoritari di natura differente.

L’effetto di questa astrazione è duplice. Da un lato, il fascismo viene diluito fino a coincidere con una generica sindrome dell’intolleranza, perdendo la sua specificità storica. Dall’altro, ogni fenomeno autoritario contemporaneo può essere facilmente ricondotto al fascismo per semplice analogia culturale, senza che venga svolta un’analisi delle condizioni materiali che lo producono. In questo modo, il concetto di fascismo diventa tanto onnipresente quanto analiticamente sterile.

Particolarmente problematico è il presupposto implicito dell’Ur-Fascismo secondo cui il fascismo costituirebbe una sorta di costante antropologica o culturale, indipendente dalle dinamiche del capitalismo e dal conflitto di classe. Una simile impostazione tende a occultare il nesso strutturale tra fascismo e crisi del modo di produzione capitalistico, sostituendo alla critica dell’economia politica una lettura incentrata sulle mentalità, sui simboli e sulle patologie del discorso pubblico. Il risultato è una depoliticizzazione del fascismo, che viene spiegato attraverso categorie psicologiche o culturali anziché come forma storicamente determinata di dominio borghese.

In questo senso, la nozione di “fascismo eterno” finisce per svolgere una funzione ideologica: se il fascismo è sempre possibile e ovunque presente, allora non è più necessario interrogarsi sulle condizioni specifiche che ne rendono possibile l’affermazione. Il problema non è più il capitalismo in crisi, ma una presunta inclinazione permanente all’autoritarismo. Così, il conflitto di classe scompare dall’analisi e l’antifascismo rischia di ridursi a una vigilanza morale sui linguaggi e sui comportamenti, piuttosto che a una critica radicale dei rapporti sociali esistenti.

Da un punto di vista teorico, dunque, l’Ur-Fascismo non rappresenta un avanzamento nella comprensione del fascismo, ma un arretramento: dal terreno della storia e della struttura a quello della metafisica politica. Contro questa deriva, è necessario riaffermare che il fascismo non è un’ombra eterna che incombe sulla modernità, ma una soluzione storica specifica adottata dalle classi dominanti in condizioni determinate. Solo mantenendo ferma questa distinzione è possibile evitare che il concetto di fascismo venga trasformato in un contenitore indistinto, buono per ogni uso polemico ma incapace di orientare un’analisi materialista del presente.

 

4. Conclusione. Antifascismo, capitalismo e conflitto di classe nel presente storico

La ricostruzione storica del fascismo e la critica delle sue interpretazioni metastoriche consentono di chiarire un nodo politico decisivo: il significato dell’antifascismo nel presente. Se il fascismo è stato una forma storicamente determinata di dominio, strettamente connessa alle crisi organiche del capitalismo e alla necessità delle classi dominanti di spezzare il conflitto di classe, allora l’antifascismo non può essere ridotto a una postura etica astratta o a una generica adesione ai valori della democrazia liberale.

La difesa della democrazia, dello Stato di diritto e dell’uguaglianza giuridica degli individui costituisce senza dubbio un terreno necessario di lotta politica. Tuttavia, assunta isolatamente, essa risulta insufficiente. La storia del fascismo dimostra infatti che le forme democratico-liberali possono essere sospese o svuotate dall’interno quando cessano di garantire la riproduzione dell’ordine sociale capitalistico. In questo senso, la democrazia borghese non rappresenta un argine assoluto contro l’autoritarismo, ma una forma storica contingente, subordinata agli equilibri economici e ai rapporti di forza tra le classi.

Un antifascismo che si limiti alla difesa delle istituzioni formali rischia dunque di trasformarsi in un antifascismo puramente difensivo, incapace di interrogare le cause strutturali che rendono possibile il ricorso a soluzioni autoritarie. Al contrario, un antifascismo coerente con la lezione storica del Novecento deve assumere come proprio oggetto centrale la critica del capitalismo. Non perché ogni forma di capitalismo conduca meccanicamente al fascismo, ma perché il fascismo è storicamente emerso come risposta estrema del capitale a crisi che mettevano in discussione la sua stessa sopravvivenza.

Essere antifascisti oggi significa quindi opporsi non solo alle manifestazioni esplicite di autoritarismo, ma alle dinamiche di accumulazione, sfruttamento e polarizzazione sociale che erodono le basi materiali della convivenza democratica. Significa riconoscere che la compressione dei diritti, la militarizzazione dello spazio pubblico, la criminalizzazione del conflitto sociale e la costruzione di nemici interni non sono deviazioni accidentali, ma strumenti ricorrenti attraverso cui il capitale tenta di governare le proprie contraddizioni.

In questa prospettiva, l’antifascismo non può essere separato dal conflitto di classe né ridotto a una memoria rituale del passato. Esso è, o dovrebbe essere, una pratica politica orientata alla trasformazione dei rapporti sociali, non alla loro semplice amministrazione. Solo un antifascismo che assuma esplicitamente la critica del capitalismo come proprio fondamento teorico e politico può evitare di ridursi a un linguaggio morale svuotato di efficacia storica.

Il fascismo è stato sconfitto nel 1945. Ma le condizioni che lo resero possibile — crisi sistemiche, disuguaglianze strutturali, paura del declino sociale — non sono scomparse. Un antifascismo che rinunci a interrogare queste condizioni non è vigilanza democratica, ma commemorazione. Al contrario, un antifascismo radicato nella critica dell’economia politica resta, oggi come allora, una pratica necessaria di emancipazione.


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[contiene “Il fascismo eterno”]
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Sergio
Saturday, 03 January 2026 10:06
Analisi ineccepibile, conclusioni da approfondire.
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