Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra
Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto
L'Ue ha scelto di sostenere l'Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro e i suoi Stati membri aumenteranno le spese nella difesa
Dopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, Donald Trump ha detto che tra poche settimane si potrebbe raggiungere un accordo per porre fine alla guerra russo-ucraina. Il Consiglio dei ministri ha intanto ieri varato un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev e l’ultimo Consiglio europeo del 2025 si è chiuso con la decisione di autorizzare un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina (per il biennio 2026-27), garantito dal bilancio Ue.
Secondo Sergio Cesaratto, già professore di economia internazionale e politica monetaria europea presso l’Università di Siena, quest’ultima non è certo una buona decisione, “anche se l’altra opzione, quella del furto degli asset russi, sarebbe stata politicamente una dichiarazione di guerra definitiva – nei fatti stiamo in guerra con la Russia da ben prima l’invasione russa dell’Ucraina. Ma questo già lo dicono tanti, anche se il 90% del giornalismo italiano è embedded, in servile buona fede, naturalmente. Ciascuno/a sa come comportarsi per incrementare la pagnotta. Mi faccia prendere la questione da un altro punto di vista, dove posso offrire un valore aggiunto quale accademico”.
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Dica professore
Ebbi la fortuna molti anni fa di insegnare Economia dello sviluppo in una facoltà di Scienze politiche. Avevo nel frattempo incrociato la International Political Economy (Ipe), una sorta di ponte fra lo studio tradizionale delle Relazioni politiche internazionali e quello, piuttosto arido, dell’Economia internazionale. Mi sembrò doveroso dedicare qualche lezione all’Ipe. Adottai un libro di testo di Relazioni internazionali di autori stranieri (un americano e un danese) al di sopra di ogni sospetto, per giunta pubblicato da un editore legato all’Università Bocconi di Milano.
Siamo circa nel 2008. La lettura di questo testo (e naturalmente di molti altri) mi illuminò sull’esistenza di due visioni fondamentali delle relazioni fra gli Stati, quella “liberale” e quella del cosiddetto “realismo politico”.
Può spiegare meglio le due visioni?
Nella prima visione il mondo è composto di buoni e cattivi: i primi siamo “noi”, le democrazie occidentali, il secondo sono “loro”, il variegato resto del mondo fatto di regimi considerati illiberali. Le democrazie sono per la pace, i regimi autoritari sono aggressivi. Due guerre mondiali starebbero a testimoniarlo.
A guardar bene, tuttavia, proprio il vessillo della democrazia è stato sventolato dalle democrazie occidentali, in particolare dagli Usa, per giustificare tante aggressioni a Paesi indipendenti fino alla famigerata nozione di “guerre umanitarie”. Devo a un libro del compianto filosofo del diritto e penna de Il manifesto, Danilo Zolo, la denuncia dei limiti severi di questa visione e l’introduzione a un’altra visione del mondo, il “realismo politico”.
Secondo quest’ultimo, il mondo non è fatto di buoni e cattivi, ma (tendenzialmente) solo di cattivi. Il mondo è dominato da cupidigia e interessi, dalla paura reciproca e dalla conseguente ricerca di sicurezza. Questo è a maggior ragione vero per le grandi potenze, timorose l’una dell’altra. Sicurezza è la parola chiave.
Che brutto mondo professore!
È il mondo in cui c’è dato vivere, che possiamo tuttavia migliorare partendo da quello che è, non dalle utopie, che spesso nascondono fregature. È il mondo di Tucidide, il primo scienziato moderno (l’imparai al liceo da Geymonat), che studiò le guerre fra le città-Stato greche in questi termini, dunque basandosi sui fatti e non sui capricci degli dèi; è il mondo amaro del fondatore della scienza politica moderna, il nostro Machiavelli.
È il mondo di Thomas Hobbes che vede sì lo Stato come contratto sociale per porre fine alla condizione di Homo homini lupus, ma ci induce anche a guardare come sostanzialmente inesistente l’efficacia del diritto e delle organizzazioni internazionali nel limitare l’ostilità latente, determinata dalla paura, fra gli Stati. L’accademia è divisa fra queste due scuole, in particolare quella americana.
Quindi è per questo, per la paura a cedere sovranità a un organismo terzo, che istituzioni sovranazionali come l’Unione europea non riescono a evolvere in Stati sovrani?
Esattamente. Per non parlare del fallimento della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi. Questo è triste, ovviamente, ma dobbiamo essere, appunto, realistici. Un brillante giovanotto americano mi fece notare, credo fosse a Cambridge nel 1990, che la fine della Guerra fredda, al contrario di quanto pensassi, era una iattura perché cancellava un equilibrio fra potenze senza stabilirne un altro. Sappiamo ora che il desiderio della parte vincitrice di stravincere, schiacciando la parte perdente attraverso l’espansione della Nato a Est, è stata alla base dell’odierno confitto sul suolo europeo.
Tornando al libro di testo di cui ho parlato sopra, vi si parlava infatti dei pericoli di quell’espansione ben presenti nel dibattito internazionale – il prof. John Mearsheimer, il noto esponente del realismo politico che ogni persona di elementare onestà intellettuale dovrebbe aver letto (si trovano tante traduzioni italiane), era già citato. Il benemerito prof. Alessandro Orsini è un ovvio esponente della medesima linea di pensiero, suppongo ben nota anche al prof. Alessandro Barbero.
I pericoli denunciati nel libro erano, soprattutto, ben presenti ai leader europei che, infatti, si sono a lungo opposti all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (per esempio, nel summit della Nato a Bucarest nel 2008), per farsi poi trascinare in guerra da Biden. Naturalmente la statura dei leader europei è drammaticamente mutata.
Ma professore, si può obiettare a lei e ai suoi illustri colleghi che l’Ucraina ha pur diritto alle sue scelte, che accondiscendere alla Russia può voler dire alimentare i suoi appetiti sui Paesi Baltici e forse sull’Europa intera. Lo spettro del Patto di Monaco, l’appeasement delle democrazie nei confronti di Hitler che poi tradì i patti, aleggia su di noi…
Sì, tutti ne abbiamo discusso innumerevoli volte a cena con gli amici. Ci sono due aspetti. La Russia, fin dai tempi di Gorbaciov e di Eltsin cercava sicurezza, in fondo quella che era stata garantita a lei e agli Usa a Yalta. L’ha chiesta una volta crollata l’Urss e ancora la chiede. Gli europei, invece, farneticano di schierare forze di interposizione che è precisamente ciò che è esiziale per la Russia (questa chiede anche territori, ma è il minimo che Putin deve ora offrire alla propria opinione pubblica dopo migliaia di morti; ritengo però che la richiesta di sicurezza sia quella prioritaria). Certo questo viola la libertà dell’Ucraina di aderire alla Nato.
Cari amici commensali scegliete: volete la pace o la guerra? Il messaggio amaro di Tucidide è che la sicurezza (per i forti) e la pace (per i deboli) implicano una sovranità limitata per questi ultimi. L’Italia non è stato un Paese a sovranità limitata dal secondo dopoguerra? Con la pace nella sicurezza e un minimo di ristabilita fiducia fra gli Stati si può costruire e prosperare. La guerra è invece la fine di tutto.
E il Patto di Monaco?
Uno dei fondatori del moderno realismo politico, lo storico marxista inglese Edward Carr (1892-1982), sostenne da principio il Patto di Monaco per poi mutare opinione una volta che le più ampie ambizioni di Hitler si manifestarono. Realismo politico può anche voler dire evitare illusori appeasement. Ma con questo che si pretende di dimostrare? Meglio andare subito alla guerra allora? E siamo davvero sicuri che Putin abbia in mente la conquista dell’Europa o che, forse, il problema sia stato quello della minaccia dell’estensione, de facto e forse de iure, della Nato ai suoi confini?
Credo che siano cose che ormai ci siamo detti mille volte a cena. Certo, ora la Russia non si accontenterà di garanzie di sicurezza, ma queste ultime e la prospettiva della riapertura di un dialogo commerciale possono ben addolcire la posizione del Cremlino. Possibile che questo lo capisca Trump e non molti dei miei amici a cena?
Il punto è che Trump, un affarista, è un realista politico, mentre i miei amici, tutti ex sognatori del socialismo, sono ora ammaliati dalle semplificazioni del liberalismo: “morire per Danzica” è una questione di principio, l’Ucraina ha il diritto di decidere il proprio destino, costi quel che costi (a noi). I buoni contro i cattivi.
Suggerisco piuttosto che si cerchi l’appeasement e, essendone capaci, si impieghino invece i 90 miliardi per rafforzare le difese europee (con armi, ricerca e investimenti europei), pur senza identificare un nemico precostituito. Si vis pacem… Andiamo dunque a vedere le carte della pace prospettando la ripresa di un dialogo economico e culturale con la Russia. Il problema dell’Europa è che non riesce né a coordinare la sua difesa, né a sostenere un processo di pace.
Per il prestito a Kiev si fa ricorso al prestito comune, la Bce per finanziare gli investimenti nella difesa dell’Ue si è mostrata favorevole agli eurobond… Non è un po’ curioso che per altri scopi la mutualizzazione del debito in Europa resti un tabù?
Purtroppo, come ben spiegato dal realismo politico, ma non compreso dai miei amici orfanelli del comunismo passati alla fede liberale, l’Europa è un consesso di Stati nazionali che non rinunziano alle proprie prerogative sovrane, figuriamoci mettere il debito in comune, piuttosto che le forze armate o le tecnologie. Si guardi a Francia e Germania che non riescono ad andare avanti col progetto di caccia di nuova generazione poiché i primi non rinunciano alla loro leadership.
Nella situazione attuale, dati i rischi legali della confisca degli asset russi, non c’era alternativa per gli europei che l’emissione di debito comune per sostenere le velleità di Zelensky. Sia detto poi con chiarezza: secondo l’opinione di qualificati osservatori internazionali (come Eurointelligence.com), la confisca era un deliberato bastone europeo fra le ruote del tentativo di pace americano. E al riguardo mi faccia dire due parole sulla Schlein.
Prego.
Io non amo la Meloni che è agli antipodi di ogni mio valore e modo di porsi. Le va però riconosciuto che la sua opposizione al sequestro è stato il carico da undici decisivo per evitare tale sciagurato esito. Sciagurati si sono rivelati invece la Schlein e il suo partito della continuazione della guerra (la cui leadership va purtroppo assegnata al Presidente Mattarella). Tutto quello che ha saputo fare la Schlein è accusare la Meloni per le liste d’attesa ospedaliere ecc. senza esprimersi apertamente su quanto era in gioco nel vertice europeo, come se poi la continuazione della guerra non incidesse negativamente sulle spese sociali.
La sinistra istituzionale ha lasciato alla destra il vessillo del pacifismo, questo è il vero dramma. E il compagno Landini dov’è?
Intanto nel pacchetto d’autunno del semestre europeo è stata posta una certa enfasi sulla necessità per gli Stati membri di aumentare le spese nella difesa. Cosa ne pensa? E cosa pensa della clausola di salvaguardia che è stata prevista al Patto di stabilità per le spese nella difesa? Oltre la metà dei Paesi membri ha chiesto di poterne usufruire…
Quanto ho suggerito sopra dovrebbe compiacere i miei amici nuovo-liberali: si agevolino le trattative di pace con la Russia e si utilizzino i 90 miliardi di debito comune per adeguare lentamente e in maniera pianificata i sistemi di difesa europei, razionalizzando la produzione comune di armamenti sì da beneficiare l’occupazione e il progresso tecnologico in tutti i Paesi (negli Usa la spesa militare è il principale stimolo all’innovazione). Però mi viene poi da ridere.
Perché?
Quello che avremmo sarebbe in realtà un disordinato aumento della spesa, chi vero, chi finto, comunque ciascuno per proprio conto, senza grandi effetti né militari né economici, e con tagli alle spese sociali.
Qual è il suo giudizio su quelli che vengono considerati “i vertici” delle istituzioni europee. La Bce, la Commissione europea, l’asse franco-tedesco: chi è che oggi guida l’Europa?
La Germania è totalmente incapace di leadership. L’ha dimostrato durante la crisi dello scorso decennio quando ha imposto al nostro Paese, e ad altri naturalmente, inutili misure d’austerità fiscale. Così ha fatto perdere a sé e all’Europa un decennio in cui Cina e Usa si sono avvantaggiati tecnologicamente. La Commissione europea ha perso la sfida verde che, evidentemente, pur giusta negli obiettivi non era ben congegnata.
Il punto è che l’Europa regolamenta pensando che il resto lo faccia il mercato. La Germania pensa di cavarsela producendo Leopard invece di Audi. Sappiamo come finì in un passato ancora vicino. La Francia vai a capirla. Sono tutti allo sbando. Spesa militare, repressione del dissenso e nemico esterno sono i classici palliativi per rimanere in sella. E a proposito di repressione del dissenso mi faccia togliere altri due sassolini dalla scarpa.
Se ne è tolti già molti, ma dica.
Il primo è la ferma condanna allo sgombro di sapore un po’ squadrista di Askatasuna e di altri centri sociali. In tal modo si cancellano realtà che sono spesso il solo spazio di umanità e socialità in ampie aree delle città. Certo, di lì possono essere venute azioni non condivisibili come l’assalto alla redazione della Stampa, o i soliti scontri in coda a manifestazioni pacifiche e di massa (fin da piccolo ho detestato le frange autonome che la buttavano in caciara). Ma non credo che la leadership di tali azioni (se c’è) possa essere attribuita ai centri sociali come tali. Purtroppo, questi non prendono le distanze da chi cade, per stupidità o consapevolmente, in trappole e provocazioni.
Dico purtroppo, ma dubito che la stampa andrebbe comunque a investigare senza pregiudizi le funzioni positive e non-violente di questi luoghi d’aggregazione. Una medesima fermezza non viene infine usata per fenomeni molto più violenti, degradanti e in odore di malavita come il tifo dentro e fuori degli stadi.
Il secondo sassolino è la profonda tristezza e indignazione per il sostanziale silenzio dell’informazione e della politica per il genocidio per malnutrizione, freddo, malattie e degrado di cui è vittima l’intera infanzia e adolescenza del popolo di Gaza che sta crescendo con tare fisiche e psicologiche insanabili. Fratelli ebrei, fermatevi.
E qui mi fermo anch’io.









































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