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Published: 18 October 2025
Created: 14 October 2025
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lantidiplomatico

Premio Nobel per l'Economia o per il Nichilismo?

di Giuseppe Masala

Il premio Nobel per l'economia di quest'anno incentrato sugli studi relativi all'innovazione sembra nascondere un messaggio politico sullo sfondo del furibondo scontro "tecnologico" tra occidente e Cina: dovete accettare questo scontro con i disagi e i rischi che si possono verificare perché non vi è alternativa possibile a un mondo fondato sul dominio dell'uomo sull'uomo. Un mondo dunque dominato dalla Techné e dal Nichilismo

Puntuale come la malasorte arriva anche quest'anno un'assegnazione del premio Nobel per l'Economia che ha il sapore di non voler disturbare il manovratore. «Tutto procede per il meglio e le magnifiche sorti e progressive ci attendono» sembra volerci dire la Banca Nazionale di Svezia che assegna questo ambito premio. Eppure, a voler scavare a fondo, si tratta di un premio Nobel problematico. Pieno di trappole logiche che - paradossalmente - gli danno un valore intrinseco (inteso come presa di coscienza) al di là delle intenzioni conservatrici di chi lo assegna.

Ad averlo vinto sono tre economisti a me del tutto sconosciuti: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt. Ma è la motivazione che li ha elevati a principi della Scienza triste a essere importante: «per aver spiegato la crescita economica guidata dall’innovazione» si legge. Più precisamente, sempre continuando a leggere le motivazioni, Joel Mokyr ha vinto il premio «per aver identificato i prerequisiti di una crescita economica duratura attraverso il progresso tecnologico» mentre Philippe Aghion e Peter Howitt lo hanno vinto «per la teoria della crescita sostenuta attraverso la distruzione creativa». Dunque, si tratta di un premio assegnato per gli studi su un tema – l'innovazione – ampiamente scandagliato dagli economisti fin dagli albori della nascita della disciplina.

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Published: 18 October 2025
Created: 14 October 2025
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lafionda

Il nuovo antisemitismo come verità di Stato

di Alessandro Somma

Il prossimo numero de La fionda, il secondo del 2025 in uscita per fine anno e intitolato “La Terra promiscua. Israele, il Medioriente e la tragedia senza fine della Palestina”, conterrà una intervista-dialogo di Diego Melegari con Valentina Pisanty[1]. Lì si ricostruisce l’operazione messa in campo dalla destra israeliana per equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, ovvero per considerare la critica alla costruzione di Israele come Stato a fondamento etnico e religioso alla stessa stregua delle ostilità nei confronti degli ebrei. Si racconta poi di come la riduzione dell’identità ebraica all’identità sionista abbia portato a innovare la nozione di antisemitismo: non è più quello di matrice ottocentesca alimentato dai cliché antiebraici e dalla volontà di colpire gli ebrei in quanto tali, bensì quello che mira a condannare le critiche a Israele in quanto ebreo collettivo[2].

L’intervista documenta come il tutto abbia trovato una sintesi nella “definizione operativa” di nuovo antisemitismo formulata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance): organizzazione intergovernativa che comprende 35 Stati membri e 8 Stati osservatori[3]. Per questa definizione “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”, mentre “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Con la precisazione che “le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica”[4].

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Published: 18 October 2025
Created: 13 October 2025
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giubberosse

È iniziato il disaccoppiamento totale

di Hua Bin, huabinoliver.substack.com

Come se seguisse un copione prestabilito, la guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto il culmine la scorsa settimana, quando la Cina ha lanciato una serie di dure contromisure contro gli Stati Uniti in rappresaglia per le sue provocazioni, tra cui severe restrizioni sui prodotti a base di terre rare.

Come prevedibile, Trump è andato su tutte le furie e ha aumentato del 100% le tariffe sulle importazioni di prodotti cinesi, minacciando al contempo di annullare un incontro con il presidente Xi, cosa che Pechino non ha mai confermato.

Trump ha lanciato una serie di tweet roboanti sul suo Truth Social, denunciando l’ostilità e l’ingiustizia della Cina.

Se non altro, questo dimostra che Pechino ha imparato a padroneggiare l’arte di premere il pulsante di Trump. Come un giocattolo, l’umore e il comportamento di Trump sono controllati a distanza dai tecnocrati di Pechino, che progettano le sue politiche per contrastare gli Stati Uniti.

Nonostante i progressi dimostrati e l’ottimismo dichiarato per una potenziale de-escalation nei colloqui commerciali di Madrid, gli Stati Uniti non hanno perso tempo e hanno subito lanciato una serie di sanzioni commerciali e tecnologiche contro la Cina, proprio come avevano lanciato l’attacco a sorpresa all’Iran subito dopo il quinto round di colloqui nucleari con Teheran.

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Published: 17 October 2025
Created: 03 October 2025
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antropocenejpg

Le frontiere del valore

di Michael Roberts

Merci porto 1.jpgGüney Işıkara e Patrick Mokre hanno pubblicato un libro approfondito che spiega come la teoria del valore di Marx funzioni per spiegare le tendenze e le fluttuazioni nelle moderne economie capitalistiche. Il titolo, Marx’s Theory of Value at the Frontiers – Classical Political Economics, Imperialism and Ecological Breakdown[La teoria del valore di Marx alle frontiere – Economia politica classica, imperialismo e collasso ecologico], indica al lettore che il libro tratta della legge del valore di Marx applicata a quelle che gli autori definiscono le sue “frontiere”, ovvero i mercati e il commercio, l'imperialismo e la crisi ambientale globale.

Si tratta di un progetto ambizioso, ma gli autori riescono con grande chiarezza a spiegare come il valore (creato dalla forza lavoro umana al massimo livello di astrazione) sia modificato e mediato dalla concorrenza tra capitalisti in quelli che Marx chiamava “prezzi di produzione” (dove i tassi di profitto dei singoli capitali si stabilizzano) e dai prezzi di mercato (dove i profitti in eccesso spingono i capitalisti a una concorrenza incessante).

Gli autori, ex studenti di Anwar Shaikh, adottano la sua teoria della “concorrenza reale” in contrapposizione alla tradizionale “concorrenza perfetta”. Quest'ultima si basa su una visione della produzione capitalistica fondata su armonia ed equilibrio, mentre la concorrenza reale è [caratterizzata da] una turbolenza incessante. Questa è la concorrenza reale in azione: «antagonista per natura e turbolenta nel suo funzionamento» (Shaikh). Gli autori sostengono che questa concorrenza reale sia il principio regolatore centrale del capitalismo, ma che «qualsiasi teoria della concorrenza, inclusa la concorrenza reale, deve essere supportata da una teoria del valore. Altrimenti, la fonte dei ricavi che spettano alle diverse classi sociali (tra le altre cose) rimarrà indeterminata».

Işıkara e Mokre si sono prefissati di dimostrare la connessione logica (e storica) tra il valore creato dalla forza lavoro e i prezzi di mercato.

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Published: 17 October 2025
Created: 14 October 2025
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giubberosse

Hitlerismo, Trumpismo, Netanyahismo, Le Penismo, Macronismo

Un approccio comparativo ed espressionista

di Emmanuel Todd, emmanueltodd.substack.com

Immagine5 2.jpgI riferimenti agli anni ’30 si moltiplicano. La degenerazione della democrazia americana sembra riportarci a quella della Repubblica di Weimar tedesca. Trump, attraverso il suo godimento della violenza e della menzogna, attraverso la pratica del male, ci riporta irresistibilmente a Hitler. In Europa, l’ascesa di movimenti classificati come di estrema destra ci costringe a rivisitare la nostra storia.

Eppure le società occidentali non assomigliano più molto a quelle degli anni Trenta. Sono vecchie, consumistiche, orientate ai servizi, le donne sono emancipate e lo sviluppo personale ha sostituito l’affiliazione politica. Qual è il legame con le società degli anni Trenta: giovani, frugali, industriali, operaie, maschili e con tessera? È questa distanza socio-storica che mi ha portato a considerare, fino a ora, a priori invalido il parallelo tra l'”estrema destra” del presente e quelle del passato. Ma le dottrine politiche esistono, oggi come ieri, e non possiamo semplicemente postulare l’impossibilità, ad esempio, di un nazismo dei vecchi, di un franchismo dei consumatori, di un fascismo delle donne emancipate o di un LGBT della Croce di Ferro.

È giunto il momento di confrontare le dottrine del nostro presente con quelle degli anni ’30. Ecco uno schema di come potrebbe apparire uno studio comparativo di cinque fenomeni storici: hitlerismo, trumpismo, netanyahismo, lepenismo. Aggiungerò brevemente il macronismo alla fine. L’estremismo centrista e filoeuropeo che sta portando la Francia al caos ci obbliga a questo esame. Questo estremismo è davvero così centrista?

Sarà un approccio impressionistico, senza alcuna pretesa di completezza o coerenza, il cui scopo è aprire strade, non concludere. Forzo linee e colori per mettere in relazione i concetti tra loro. Esagero deliberatamente, per recuperare o addirittura anticipare una storia che si sta evolvendo rapidamente. Un approccio espressionista sarebbe forse una metafora più appropriata.

Cominciamo con la dimensione generale del razzismo o della xenofobia.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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sbilanciamoci

Dialogo sulla Cina post globalizzazione

Kunling Zhang intervista Pompeo Della Posta

ciii.jpegKunling Zhang, un economista della Beijing Normal University, intervista Pompeo Della Posta, già professore di economia all’Università di Pisa. Il dialogo affronta i nodi dei rapporti tra Europa e Cina nella nuova fase di deglobalizzazione.

* * * *

Kunling Zhang: La deglobalizzazione non è una novità di oggi. Alcuni sostengono che i suoi primi segnali possono essere fatti risalire alla crisi finanziaria globale del 2008/09, con la contrazione del commercio mondiale e l’escalation durante la pandemia COVID-19. In base alle tue osservazioni, quali sono i fatti, i modelli e le tendenze nello sviluppo della deglobalizzazione? E quali sono le sue motivazioni?

Pompeo Della Posta: “La crisi finanziaria globale che cominciò nel 2008 può essere considerata senz’altro come uno dei possibili spartiacque che hanno segnato l’inizio del declino del processo di globalizzazione economica e, naturalmente, la pandemia COVID-19 ha ulteriormente chiuso i mercati internazionali e limitato il commercio internazionale. La guerra fra Russia e Ucraina ha poi alimentato il senso di insicurezza in molti Paesi europei (ad esempio riguardo all’approvvigionamento delle fonti energetiche), contribuendo così a deteriorare ulteriormente il quadro della globalizzazione. La differenza con l’attuale fase di slowbalization (come alcuni osservatori, probabilmente ottimisti, preferiscono definirla, piuttosto che deglobalizzazione) è che mentre quegli eventi hanno ridotto (drasticamente, nel caso del COVID-19) la possibilità stessa di intraprendere il commercio internazionale, nella situazione attuale questo è il risultato di una scelta deliberata, operata da governi populisti, solitamente di destra. Questo dimostra chiaramente che la globalizzazione non è inevitabile, come invece diceva Margaret Thatcher proponendo il suo famoso acronimo “TINA” (There Is No Alternative). Questo ci porta alla seconda parte della tua domanda.

I fattori economici hanno certamente giocato un ruolo nel determinare il cambiamento di direzione del mondo.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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labottegadelbarbieri

Libertà per Marwan Barghouti, libertà per i prigionieri politici palestinesi, libertà per la Palestina

Un appello (in coda le indicazioni per aderire)

In Italia, come nel mondo intero, è vivo e forte un movimento che vuole la pace in Palestina e Israele per aprire la strada a un mondo multipolare, unica soluzione possibile contro il rischio di una catastrofica guerra generalizzata.

Ma nel coloniale “piano di pace” concordato tra Trump e Netanyahu è completamente assente il riferimento alla autodeterminazione del popolo palestinese e a una soluzione che riconosca i diritti politici dei palestinesi.

Al tavolo delle trattative mancano i palestinesi e soprattutto sono assenti le voci di coloro che potrebbero rappresentare con la loro storia l’intera comunità palestinese. Sono donne e uomini che giaccciono da più di vent’anni in galera, in condizioni disumane. Le voci che mancano di più sono quelle di Marwan Barghouti, già leader di Fatah, formazione laica e principale forza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), e di Amhad Sa’adat, presidente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, organizzazione storica della sinistra palestinese. Barghouti, in particolare, è il leader più amato dai palestinesi e gode del rispetto di tutti i partiti, fazioni e movimenti della Resistenza.

Moltissime azioni possono promuovere la pace e inceppare i meccanismi del genocidio. La Sumud Flotilla, prima, e la Freedom Flotilla, ora, hanno mostrato al mondo che è possibile rallentare la macchina di morte israeliana e svergognare la complicità di tutti i paesi che ancora sostengono Israele, con armi e appoggio diplomatico.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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linterferenza

Alcune riflessioni sulle grandi mobilitazioni per la Palestina

di Fabrizio Marchi

Le grandi, talvolta oceaniche e molto spesso spontanee manifestazioni che si sono svolte in tutta Italia in queste settimane in solidarietà con il popolo palestinese sono ovviamente da salutare molto positivamente. Il fatto che centinaia di migliaia, milioni di persone si riversino sulle piazze per testimoniare il loro sostegno a un popolo martirizzato da un regime razzista e genocida ci dice che c’è tanta gente ancora “viva”, che esiste ancora una potenzialità e una capacità di lotta non sopita. Soprattutto perché si tratta di un tema considerato tabù fino a pochi giorni fa. Criticare infatti le “politiche” criminali dello stato sionista significava e significa in larga parte tuttora essere tacciati di antisemitismo e questo impediva e impedisce a molte persone di pronunciarsi per paura di essere scomunicate, ostracizzate, bollate, appunto, come antisemite. Le mobilitazioni di questi giorni hanno quindi segnato un passaggio importante. Oggi in tanti definiscono apertamente Israele come uno stato terrorista, lo gridano nelle piazze e, addirittura, in televisione alcuni intellettuali ed esponenti del mondo della “sinistra” si sono espressi in modo esplicito in tal senso; fino a poco tempo fa non era possibile. Ma lo hanno potuto fare proprio perché consapevoli che dietro c’è un popolo (e non solo quello di sinistra) che la pensa in quel modo. Da sottolineare anche la grandissima partecipazione alle manifestazioni e ai cortei di giovani e giovanissimi che nonostante il rincoglionimento a cui sono sottoposti da un contesto mediatico e ideologico altamente pervasivo e astuto, confermano di avere ancora una sensibilità e una coscienza critica.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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bastaconeurocrisi

La finanziarizzazione non è invincibile

di Marco Cattaneo

Consiglio la lettura di un libro pubblicato da pochi mesi, “Prima che tutto crolli” di Luciano Balbo (Longanesi 2025). Contiene parecchie considerazioni illuminanti e centrate sulla finanziarizzazione delle economie, cioè sul predominio dell’establishment finanziario rispetto al sistema produttivo e al sistema economico, sugli effetti negativi che ha prodotto riguardo a diseguaglianze e concentrazione della ricchezza, sul rischio che prima o poi (più prima che poi) inneschi una crisi sistemica.

Consiglio la lettura ma siccome sono un noto rompiscatole (!) segnalo il suo principale (s’intende a mio parere) difetto. Una carenza di interpretazione di alcuni temi macroeconomici, che conduce l’autore a pensare che gli Stati dipendano necessariamente dai mercati finanziari per sostenere i deficit e i debiti pubblici e che la mobilità dei capitali sottragga ai singoli governi la capacità di contrastarli (“se no scappano altrove”).

Per la verità qualche sentore che le cose non stiano esattamente così Balbo ce l’ha: cita la MMT commentando grossomodo che sembrano degli eretici ma forse, probabilmente, hanno delle ragioni. Ma è solo un sentore.

I fatti che, rispetto all’interessante esposizione di Balbo, vanno meglio compresi sono IMHO i seguenti (ben noti ai lettori di questo blog…).

UNO: il deficit pubblico non è un impoverimento del paese che lo genera ma un normale strumento di immissione del potere d’acquisto finanziario, che deve crescere di pari passo con lo sviluppo del PIL nominale.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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Il piano di pace farsa di Trump

di Chris Hedges* - Scheerpost

Non mancano piani di pace falliti nella Palestina occupata, tutti caratterizzati da fasi e tempistiche dettagliate, risalenti alla presidenza di Jimmy Carter. Finiscono tutti allo stesso modo. Israele ottiene inizialmente ciò che vuole – nell'ultimo caso, il rilascio degli ostaggi israeliani rimasti – mentre ignora e viola ogni altra fase fino a quando non riprende gli attacchi contro il popolo palestinese.

È un gioco sadico. Una giostra di morte. Questo cessate il fuoco, come quelli del passato, è una pausa pubblicitaria. Un momento in cui al condannato è permesso fumare una sigaretta prima di essere ucciso a colpi di pistola.

Una volta liberati gli ostaggi israeliani, il genocidio continuerà. Non so quanto presto. Speriamo che il massacro di massa venga ritardato di almeno qualche settimana. Ma una pausa nel genocidio è il massimo che possiamo aspettarci. Israele è sul punto di svuotare Gaza, che è stata praticamente annientata da due anni di bombardamenti incessanti. Non ha intenzione di fermarsi. Questo è il culmine del sogno sionista. Gli Stati Uniti, che hanno fornito a Israele la sbalorditiva cifra di 22 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023, non chiuderanno il loro oleodotto, l'unico strumento che potrebbe fermare il genocidio.

Israele, come sempre, darà la colpa ad Hamas e ai palestinesi per non aver rispettato l'accordo, con ogni probabilità un rifiuto – vero o falso – di disarmare, come previsto dalla proposta. Washington, condannando la presunta violazione di Hamas, darà a Israele il via libera per continuare il suo genocidio, realizzando la fantasia di Trump di una riviera di Gaza e di una "zona economica speciale", con il suo trasferimento "volontario" dei palestinesi in cambio di token digitali.

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Published: 17 October 2025
Created: 13 October 2025
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lafionda

Segnali di insubordinazione da parte di Israele?

di Antonio Magariello

Quantunque la stampa nostrana – e, a onor del vero, anche quella straniera – sovrabbondi di articoli sulla sororale relazione tra Trump e Netanyahu, salutando con giubilo in questi giorni l‘avveramento della tanto agognata, e più volte differita, pace in Palestina, a ben vedere è stato eclissato un aspetto decisivo dell’evoluzione di questo rapporto: il progressivo sbilanciamento a vantaggio del secondo e a scapito del primo.

Diversi nodi problematici erano già vistosamente emersi con la precedente amministrazione a stelle e strisce. Basti pensare per esempio ai duri e accorati – rivelatisi poi del tutto inefficaci – ammonimenti che Biden aveva rivolto a Netanyahu, sperando di dissuaderlo dal varcare la “linea rossa” rappresentata da Rafah; oppure alla ridicola minaccia americana di non fornire bombe di grandi dimensioni, cui ha fatto seguito la replica secca del primo ministro: “se necessario combatteremo da soli e con le unghie”.

Con la vittoria presidenziale di Trump, il quale aveva proclamato durante la sua campagna elettorale di portare a termine tanto la guerra russo-ucraina quanto il massacro palestinese (da questi eufemisticamente definita guerra contro Hamas), pareva configurarsi uno spazio, sebbene difficile e con molti caveat, per la trattazione quanto meno di una tregua all’immane eccidio in Medioriente.

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Published: 16 October 2025
Created: 13 October 2025
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giubberosse

Nessun governo senza la resistenza: il futuro di Gaza nel dopoguerra e il crollo delle illusioni straniere

di Mohammad al-Ayoubi, thecradle.co

Immagine3 7.jpgMentre le potenze occidentali promuovono la tecnocrazia a scapito della sovranità, i movimenti di resistenza palestinesi avvertono che non può esserci ricostruzione senza liberazione

 All’indomani della devastante guerra a Gaza, la domanda più urgente non è più quella di un cessate il fuoco o della ricostruzione, ma di chi governerà l’enclave.

Si tratta di una lotta per il significato, la legittimità e la sovranità. Il futuro di Gaza sarà plasmato dalla sua gente o dalle stesse potenze straniere che hanno contribuito a distruggerla sotto la bandiera della “salvezza”?

Ogni volta che si aprono le porte della “ricostruzione” e degli “aiuti”, le finestre della sovranità vengono chiuse di colpo. Ciò che si palesa è uno spettacolo coloniale ricorrente: un ordine politico palestinese rimodellato sotto la supervisione straniera, dove il “realismo politico” viene promosso come sostituto della giustizia e la “tecnocrazia” viene commercializzata come una sterile alternativa alla resistenza.

 

Il giorno dopo

Ayham Shananaa, un alto funzionario di Hamas, ha dichiarato a The Cradle che l’esito della guerra non può essere misurato secondo gli standard dei tradizionali conflitti tra stati, ma deve essere inteso come “una lotta esistenziale tra un popolo in cerca di liberazione e un’occupazione sostenuta dall’Occidente”.

Egli sostiene che la sopravvivenza stessa di Hamas nell’arena politica dopo due anni di guerra costituisce una vittoria strategica, poiché Israele non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, nonostante un sostegno internazionale senza precedenti.

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Published: 16 October 2025
Created: 13 October 2025
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machina

Colonialismo accelerato: un piano contro la Palestina

di Alberto Toscano

0e99dc 438b3d7d09ef4dbe9ce92b17cb5ea573mv2Qual è la logica del piano Trump su Gaza? La costruzione di spazio meticolosamente controllato e depoliticizzato, cioè pacificato, per la circolazione, il consumo e la produzione del capitale. Come spiega Alberto Toscano nell'articolo che pubblichiamo oggi, la creazione della «Nuova Gaza» servirebbe a trasformare la Striscia nel «centro dell’architettura regionale filoamericana», assicurando potere economico, politico e militare sul flusso di energia, capitale e merci. Un'operazione che integra il genocidio in corso in un disegno neocoloniale più ampio e lo rende funzionale al nuovo regime di accumulazione primitiva.

Così, per Trump, Netanyahu e Blair, «a Gaza si può costruire una riviera solo sulle ossa dei morti».

* * * *

Questi predoni del mondo, dopo aver distrutto la terra con le loro devastazioni, stanno ora saccheggiando l’oceano: spinti dall’avidità, se il loro nemico è ricco; dall’ambizione, se è povero; insaziabili tanto verso l’Oriente quanto verso l’Occidente: l’unico popolo che contempla la ricchezza e la miseria con la stessa bramosia. Saccheggiare, massacrare, usurpare con falsi titoli — questo lo chiamano impero; e dove fanno un deserto, lo chiamano pace.

Tacito, Agricola

Ciò che è bello di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono. Nulla la distrae; nulla le toglie il pugno dalla faccia del nemico. Non le forme dello Stato palestinese che costruiremo, fosse anche sul lato orientale della luna o sul lato occidentale di Marte, quando sarà esplorato.

Mahmoud Darwish, Silence for Gaza

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Published: 16 October 2025
Created: 16 October 2025
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futurasocieta.png

Trump e l’idea della guerra come valore

di Alessandra Ciattini

512px President Donald Trump Vice President JD Vance and Defense Secretary Pete Hegseth 19640046481440403361Le inquietanti dichiarazioni fatte dal presidente Usa e dal segretario Pete Hegseth a Quantico ripropongono una pericolosissima concezione della guerra, che nel corso di secoli il diritto internazionale aveva tentato di superare. Inoltre, ancora una volta presentano come invincibili le forze militari Usa, quasi assimilate ai protagonisti delle pellicole commerciali hollywoodiane, nonostante la stessa intelligence riconosca la loro inferiorità in vari campi.

È oggi assai difficile comprendere se tutta l’aggressività presente nei discorsi di Trump, definito da qualcuno “il buffone apocalittico”, o di Pete Hegseth, ora segretario del meno ipocrita Dipartimento della guerra, sia solo frutto di un bluff o se riveli una qualche folle concretezza o consistenza. Certamente si vuole impressionare e terrorizzare con metodi diversi da quelli dei cerimoniali nazisti costellati da lugubri svastiche su fondo rosso, con le coreografie elaborate dall’architetto Albert Speer; metodi che sono la volgare secrezione della rozza cultura di massa televisiva e cinematografica di matrice statunitense. Certamente si vuole convincere il pubblico con un pugno allo stomaco che gli Usa sono sempre forti, battendo i piedi e strepitando, come fanno i bambini quando non vengono presi in considerazione. Probabilmente uno psicoanalista direbbe che tutta la retorica bellicista, strombazzata nella mega riunione di generali e ammiragli a Quantico (Virginia), serve anche a persuadere gli stessi parlanti che sono invincibili, pur essi costatando contraddittoriamente nello stesso tempo che il loro esercito è in decadenza, che bisogna far rinascere lo spirito guerriero, che evidentemente è scemato, anche se non per colpa loro.

Per comprendere se effettivamente tutta questa retorica bellica, che giunge a prospettare una guerra senza limiti in un mondo in cui solo il più forte ha ragione, occorrerebbe capire fino a che punto le minacce lanciate in questi insoliti consessi, in cui ci si attende anche di essere applauditi, abbiano una base concreta, se per esempio la Russia è effettivamente una “tigre di carta”, proverbiale espressione impiegata da Mao Zedong per definire i nemici reazionari della Cina e che stranamente il presidente Usa ha evocato, forse non sapendo chi stava citando.

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Published: 16 October 2025
Created: 12 October 2025
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barbaraspinelli.png

La “Succession” parigina: Macron punta sul caos

di Barbara Spinelli

A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.

Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.

Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero.

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Published: 16 October 2025
Created: 11 October 2025
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laboratorio

Il riarmo italiano impatterà sullla spesa sociale e sanitaria e sui salari pubblici

di Domenico Moro

Quando i paesi della Nato accettarono il diktat trumpiano di aumento della spesa militare dal 2% al 5% sul Pil e la Ue di conseguenza varò il piano Rearm Europe – Readiness 2030, Giorgia Meloni promise che gli aumenti della spesa militare non sarebbero stati compensati con la diminuzione di altre voci di spesa. La verità, però, è che la determinazione del governo italiano a perseguire gli obiettivi di riduzione del deficit e del debito pubblico, previsti dai trattati europei, non consente di mantenere quella promessa.

La conferma di questa situazione viene dalla recente audizione sul Documento programmatico di finanza pubblica 2025, davanti alla Commissioni Bilancio riunite della Camera e del Senato, di Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), e di Andrea Brandolini, capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia.

In particolare, Cavallari ha affermato: “Un aumento permanente della spesa per la difesa dovrà necessariamente essere compensato da misure di riduzione della spesa in altri settori o di aumenti discrezionali delle entrate”.[i] Sulla stessa linea è Brandolini, che ricorda come la maggior parte delle risorse “andranno reperite attraverso aumenti di entrate e tagli alla spesa”.[ii] Dal momento che quello che si prospetta è un aumento permanente della spesa militare e che gli esponenti più importanti del governo, Meloni, Salvini e Tajani, hanno fatto della diminuzione dell’imposizione fiscale un punto decisivo del loro programma di governo, l’unica soluzione è la diminuzione della spesa sociale.

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Published: 16 October 2025
Created: 11 October 2025
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effimera

Manovra economica e ininfluenza della finanza pubblica

di Roberto Romano

Entro il 15 ottobre prossimo il governo italiano deve presentare all’Europa il Documento di programmazione finanziaria per il prossimo triennio. Roberto Romano anticipa alcuni contenuti del disegno di legge che dovrà essere approvato entro la fine dell’anno. Si tratta di un intervento di politica economica di fatto “neutrale”, non in grado di incidere su una situazione economica che si presenta, nonostante la propaganda di Meloni, alquanto desolante. Grazie alle maggiori entrate fiscali, a carico del lavoro, è possibile che entro la fine dell’anno il rapporto deficit/Pil non superi la soglia del 3%, consentendo così di non incorrere nella procedura europea di infrazione del debito. Un magro risultato che conferma la supina accettazione del paradigma dell’austerity (per la gioia delle società di rating) a scapito di una politica economica più espansiva, capace di riequilibrare la disastrosa distribuzione del reddito e contrastare la stagnazione economica e salariale

* * * * *

Può la contabilità pubblica andare peggio di così? Il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) nasce all’interno di un quadro europeo fortemente vincolante: le nuove regole sulla finanza pubblica hanno trasformato i documenti contabili in un esercizio quasi esclusivamente ragionieristico.

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Published: 16 October 2025
Created: 10 October 2025
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Chi comanda (veramente) in Europa

di Alessandro Volpi*

Chi comanda in Europa. In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt. A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea.

Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario. In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin. Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.

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Published: 16 October 2025
Created: 10 October 2025
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contropiano2

7 ottobre 2023 e altre narrazioni fasulle

di Paolo De Prai

Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23.

Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza.

La prima cosa da rimarcare è che quel giorno non è successo niente di particolarmente strano – se non nelle dimensioni – perché nei 15 anni precedenti lo stato sionista aveva sterminato 6.085 palestinesi e ne aveva rapiti oltre 8mila, chiamandoli “arresti amministrativi”.

Quel giorno sono avvenuti due eventi contemporanei e opposti: il primo condotto dalla resistenza palestinese a guida Hamas (in coda faccio una ulteriore riflessione), azione che mirava a rompere l’isolamento dei palestinesi stritolati lentamente dallo stato sionista con in vista gli “accordi di Abramo” che dovevano rendere definitivamente invisibili ed eliminati nel tempo i palestinesi, il secondo evento è stato l’inizio della guerra per la “grande Israele”.

Questa azione militare sionista è stata organizzata da molto tempo e aspettava solo il momento giusto per attuarla, preparazione dimostrata sia da come i sionisti preparano le loro azioni terroriste (cerca-persone e walkie-talkie che ha richiesto almeno 4 o 5 anni di preparazione).

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Published: 15 October 2025
Created: 15 October 2025
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perunsocialismodelXXI

Il Capitale fra ontologia e storia

Alle radici della scissione fra marxismo occidentale e marxismo orientale

di Carlo Formenti

ea62dc296c72a6d610a0eae5fd13b9ac.jpgDue parole sulle curiose origini di questo post

Non ho mantenuto la promessa di qualche settimana fa. Dopo l’interruzione estiva, scrivevo, il flusso dei post tornerà regolare. Il protrarsi della pausa è dovuto a problemi di salute (la vecchiaia non perdona) e a scadenze editoriali (il lavoro a due mani che io e Alessandro Visalli stiamo scrivendo uscirà nell’estate del 26, ma Meltemi vuole i manoscritti entro due mesi e il succedersi degli eventi impone aggiornamenti. Però nei prossimi giorni usciranno due libri (Arlacchi sulla Cina e Pappé su Israele) che mi impegno a recensire (nel post su Arlacchi mi occuperò anche di certe perle regalateci dai marxisti nostrani sulla Cina).

Restando in tema di marxismo nostrano, segnalo un curioso evento. Diversi mesi fa vengo invitato a un convegno sul pensiero di Marx. Accetto l’invito e, dal momento che Meltemi mi chiede di raccogliere in un volumetto gli articoli sul II e III Libro del Capitale pubblicati su questo blog, ne approfitto per approfondire certe riflessioni suggeritemi dalla loro rilettura. Invio il titolo (quasi uguale a quello che leggete sopra) agli organizzatori, ma chi mi aveva invitato (si dice il peccato ma non il peccatore) mi scrive che si scusa ma non sono stato inserito nel programma a causa:“della tardanza con cui mi ha comunicato il Suo titolo intrecciatasi perversamente con la mia dimenticanza nel sollecitarLe l’invio del titolo” (sic). Ricordate il detto“a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”?

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Published: 15 October 2025
Created: 10 October 2025
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intelligence for the people

A due anni dal 7 ottobre, inquietanti interrogativi tuttora senza risposta

di Roberto Iannuzzi

Nuovi elementi confermano la possibilità che almeno alcuni apparati di sicurezza israeliani fossero informati dell’imminenza di un attacco da parte di Hamas

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 49e4f2f3 108f 48b8 988b 81ff5d56d000 2400x1600.jpegUno dei fronti chiave sui quali Israele ha combattuto nei due anni di conflitto seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è quello dell’informazione.

La battaglia per il “controllo della narrazione” ha ruotato sia intorno agli eventi del 7 ottobre che alla violentissima campagna militare condotta in questi due anni da Israele a Gaza.

In entrambi i casi il governo Netanyahu ha aggressivamente propagandato la propria versione dei fatti.

In Occidente, la descrizione del 7 ottobre imposta dai media di grande diffusione ha essenzialmente ricalcato la versione ufficiale fornita da Tel Aviv.

C’è però un aspetto di quel tragico evento sul quale il governo israeliano non ha tentato di imporre la propria narrazione, quanto piuttosto di stendere un velo di silenzio.

Tale aspetto riguarda il cosiddetto “fallimento” dell’intelligence israeliana (ovvero la sua apparente incapacità di prevedere l’attacco di Hamas) e copre i mesi, le settimane, e la notte stessa, che hanno preceduto lo sconfinamento dei miliziani palestinesi in territorio israeliano.

La Striscia di Gaza era uno dei territori più controllati del pianeta, sottoposta ad un sistema di sorveglianza pervasivo. I servizi di intelligence israeliani sono tradizionalmente considerati tra i più sofisticati a livello mondiale.

Anche alla luce degli impressionanti “exploit” dei servizi di Tel Aviv nei mesi successivi al 7 ottobre – allorché essi sono stati in grado di scovare e assassinare leader di Hamas da Beirut a Teheran, di decapitare l’intera leadership di Hezbollah in Libano, e di infiltrare massicciamente un paese come l’Iran alla vigilia della “guerra dei 12 giorni” combattuta lo scorso giugno fra i due paesi – l’apparente fallimento del 7 ottobre sembra ancor più incredibile.

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Published: 15 October 2025
Created: 14 October 2025
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lantidiplomatico

Stato palestinese, dove? “Piano di pace": Gaza a me, Cisgiordania a te?

di Fulvio Grimaldi

cmlzkdndkg.jpg“Tu ucciderai tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i bambini, tutte le bestie” (Libro di Giosuè 6:21, relativamente a Gerico, oggi Cisgiordania)

Va premesso un dato incontrovertibile. Quello della misura in cui alla sedicente comunità internazionale festante (celebrano un deserto e lo chiamano pace) gliene freghi del popolo palestinese. Lo dimostra la grottesca e oscena farsa di un Piano di Pace che quel popolo di 15 milioni non lo prende minimamente in considerazione.

Primo, con riguardo all’irrisolto peccato d’origine dello Stato ebraico, stragista, espropriatore, razzista, che ne esce rafforzato; secondo, per la totale cancellazione dalla scena della Cisgiordania, con i suoi 2,5 milioni, e dei cinque milioni di profughi. Ciò che resta sono: un frammento di Palestina dalle grandi prospettive immobiliariste e petrolifere, affidato a Trump, Blair e BP; e un altro frammento, premio di consolazione allo Stato ebraico che ne faccia la base di partenza per il Grande Israele.

 

Primum, inventarsi qualcosa che tolga di mezzo flottiglie e milioni in piazza

9 ottobre, sono passati tre giorni dalla proclamazione della” pace” a Gaza e, a detta di Trump, in tutta la regione. Pace in primis per tagliare le gambe a quella che, con flottiglie, milioni in piazza e riemersione dello Stato Palestinese, era diventata un intralcio di portata mondiale. Pace, peraltro, celebrata da Israele con la continuità delle bombe e della fame e che trova una sua particolare interpretazione anche in Cisgiordania. Per esempio, con quei coloni che il 9 ottobre scendono dal loro insediamento, come tutti i sacrosanti giorni dal 1967, per praticare la convivenza con chi c’era prima e ancora insiste a star lì. A forza di devastazioni, incendi, omicidi.

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Published: 15 October 2025
Created: 11 October 2025
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lantidiplomatico

Genius Act, la "silver bullet" di Trump per abbattere il debito USA

di Giuseppe Masala

In più di una circostanza ho sostenuto la tesi secondo la quale la causa di fondo dell'instabilità geopolitica che sta spingendo il mondo verso una guerra su vasta scala, che vede fronteggiarsi anche potenze globali come gli USA, la Russa e la Cina, è da ricercarsi nell'enorme debito estero americano ormai insostenibile. Un debito estero americano insostenibile che mette a rischio il ruolo egemone del dollaro come moneta standard degli scambi internazionali e che, in definitiva, mette in pericolo l'esistenza stessa dell'Impero Americano sorto con la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e rafforzatosi ulteriormente con il crollo del Muro di Berlino e la caduta dell'Unione Sovietica.

La mia tesi è che l'instabilità geopolitica mondiale, che ha generato svariati conflitti in Europa, Africa e “Medio Oriente Allargato” e che Papa Bergoglio definì “guerra mondiale a pezzi” sia stata scientemente causata da Washington con la finalità di bloccare la penetrazione cinese e russa in Africa e “Medio Oriente Allargato” e in Europa con l'intento di rompere l'asse tra UE (Germania in particolare) e Russia che garantiva agli europei materie prime a basso costo che rendevano le loro aziende ultra competitive nel mercato mondiale a tal punto da mettere in ginocchio il sistema produttivo USA fino a mandare in enorme passivo sia la bilancia commerciale che quella dei pagamenti a stelle e strisce.

Per quanto riguarda il teatro europeo, va detto, che l'operazione imbastita da Washington è stata coronata da un successo enorme.

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Published: 15 October 2025
Created: 15 October 2025
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metis

Tre guerre

di Enrico Tomaselli

La storia dello stato di Israele è una storia di guerra. Come tutti i colonialismi d’insediamento, in cui la popolazione indigena viene rimossa o sostituita da una comunità di coloni che si insedia stabilmente nel territorio, la guerra è innanzitutto un atto fondativo; ma, diversamente da quanto accaduto nel caso degli altri colonialismi di tale natura (Nord America e Australia), che hanno potuto portare a termine la eliminazione/sostituzione della popolazione autoctona anche grazie al fatto che non vi fossero paesi confinanti ove questa fosse presente, Israele si è collocata in un contesto regionale nel quale è invece circondata da paesi con la medesima composizione etnica della popolazione originaria del territorio occupato. Pertanto, la guerra è stata non solo necessaria per l’instaurazione dello stato ebraico, ma è divenuta anche una necessità difensiva, nel senso che è lo strumento attraverso il quale Israele impedisce il suo rigetto come corpo estraneo, rispetto al contesto regionale.

Sino agli anni ’70, ciò ha significato fondamentalmente due guerre, quella dei sei giorni (nel 1967) e quella dello Yom Kippur (nel 1973), condotte contro alcuni degli stati arabi vicini. Guerre che hanno tra l’altro consentito di occupare ulteriori territori, annettendoli allo stato israeliano. E queste due guerre si sono intrecciate con tutta la prima fase della lotta di liberazione palestinese, quella definibile come del nazionalismo laico, che comportarono tra l’altro una invasione del Libano, con l’assedio di Beirut.

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Published: 15 October 2025
Created: 10 October 2025
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marxdialectical

Sommersi o salvati. O della crisi sistematica del capitalismo crepuscolare

(schematico quadretto di riferimento)

di Roberto Fineschi

Le dinamiche del capitalismo crepuscolare sono legate a trasformazioni dei processi produttivi e dei relativi rapporti sociali che hanno un impatto non indifferente sulla vita associata e sulle risposte politiche correlate dei vari partiti.

La premessa teorica generale è la tendenza di sistema all’estromissione dei lavoratori dal processo lavorativo per il perfezionamento tecnologico da un lato, la sempre più difficile valorizzazione reale del capitale dall’altro per la crisi strutturale di sovrapproduzione. Ciò da un lato determina la rinascita del capitalismo di rapina, che cioè non valorizza effettivamente il capitale attraverso il processo reale di produzione, ma lo fa o in maniera speculativa o sottraendo risorse o imponendo decisioni anti-economiche ad altri soggetti che aumentano la rentabilità di un qualche capitale ma solo attraverso un trasferimento di ricchezza a somma zero da parte di terzi. Dall’altra pone il problema di una disoccupazione di massa interna (servono sempre meno lavoratori attivi, inclusi quelli intellettuali) e migrazioni internazionali dovute a guerre, carestie, impossibilità di sopravvivere a casa propria per gli effetti del capitalismo di rapina. Tutto ciò pone delle domande cruciali ai governi dei paesi centrali o semi-periferici nella gestione politica delle dinamiche interne ed esterne. Vediamo qualche ipotesi generale.

Di fronte a una crescente disoccupazione strutturale, la pletora di lavoratori disponibili pone problemi di fondo, sia per gli interni che per gli esterni.

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  1. Gianmarco Martignoni: «Una democrazia senza popolo»
  2. Alessandro Mantovani: Palestina: Chi vince?
  3. Aurora Caredda e Giovanni Pillonca: Bambini senza infanzia, futuro senza bambini
  4. Vincenzo Comito: I robot cinesi alla conquista del mondo
  5. Geraldina Colotti: VENEZUELA. Machado premio Nobel
  6. Fabrizio Marchi: Il “piano di pace” di Trump è una truffa
  7. Andrea Carnevale: Ciò che precede
  8. Dante Barontini: La “democrazia” occidentale va al patibolo
  9. Umberto Franchi: Ecco perché Ursula Von Der Leyen doveva essere sfiduciata
  10. Tendenza internazionalista rivoluzionaria: Dopo le grandissime giornate di lotta del 3 e 4 ottobre
  11. Carlos X. Blanco: L’Europa e la giungla
  12. Andrea Daniele Signorelli: La bolla dell’intelligenza artificiale sta per scoppiare
  13. Alex Marsaglia: Gaza: la Pax Americana
  14. Antiper: Tendenze della guerra globale: la depurazione dei fronti interni negli Stati Uniti e in Palestina
  15. comidad: L’arte di governo è eludere le responsabilità
  16. Gerardo Lisco: Da una debacle all’altra: forse si apre il confronto nel M5S
  17. Fabio Ciabatti: Contro il militarismo e la logica del nemico, la nostra parte non è già data
  18. Jacques Bonhomme: Contro il diritto internazionale
  19. Roberto Fineschi: Homo homini lupus?
  20. Fulvio Grimaldi: Piano di pace, piano di resa o piano della disperazione?
  21. Geraldina Colotti: “Chi c'è dietro, chi c'è dietro?” L'Algoritmo del Sospetto: 10 passaggi per dimostrare che il gatto ti sta manipolando
  22. Jeffrey Sachs: Una nuova politica estera per l’Europa
  23. Eros Barone: “Per chi suona la campana”: etica ed epica di un capolavoro della letteratura mondiale
  24. Leo Essen: Baran e Sweezy e il Potere operaio
  25. Geraldina Colotti: Perù in fiamme, Bolouarte sotto accusa: contestata all’ONU e nelle piazze

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