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Published: 01 October 2025
Created: 22 September 2025
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I dilemmi dei tolkieniani “di sinistra” e l’inconscio politico della Terra di Mezzo

di Wu Ming 4

co freud cs lewis und die frage nach dem boesen licht und finsternis.jpg«Quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia.»
Roland Barthes

 

1. Intro: Tolkien controcorrente

Se nel corso degli anni gli estimatori destrorsi di Tolkien non hanno mai perso occasione di rinfacciare a quelli sinistrorsi un certo quale “abusivismo”, finanche accusandoli di appropriazione indebita, è pur vero che noi altri non ci siamo mai fatti mancare un certo bisogno di autogiustificazione per apprezzare un narratore reazionario come Tolkien. Ne è un buon esempio l’articolo uscito recentemente sulla rivista Dissent, intitolato «Tolkien against the grain» e tradotto e pubblicato in Italia da Internazionale (n. 1631, 12/09/2025) col titolo «Tolkien controcorrente».

L’articolo è firmato da Gerry Canavan, allievo di Fredric Jameson (1934-2024) e professore d’inglese alla Marquette University di Milwakee. Non un’università qualunque per gli studiosi di Tolkien, ma quella che custodisce il “reliquiario”, cioè i manoscritti originali dello Hobbit e del Signore degli Anelli, e dove l’opera di Tolkien viene studiata regolarmente. Lo stesso Canavan nell’articolo fa sapere che, avvalendosi di quel materiale di prim’ordine, tiene un corso su Tolkien ogni due anni. E come lui anche il professor Robert T. Tally jr., altro allievo di Jameson, il quale

«scava nel testo alla ricerca di una serie d’indizi che suggeriscono che il declino degli elfi non è poi così tragico, o che, in fondo, la ragione sta dalla parte degli orchi. Nei rari momenti in cui vediamo gli orchi senza filtri, esprimono anche loro il desiderio di mettere fine alla guerra, manifestando disprezzo per il signore oscuro Sauron che li comanda e per i suoi orrendi Nazgûl, gli spettri dell’anello».

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Published: 01 October 2025
Created: 28 September 2025
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metis

Il cane del deserto

di Enrico Tomaselli

Donald Trump è uno abituato a vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Lo ha fatto – giustappunto… – con l’orso russo, e adesso ci rifà con l’ingarbugliata matassa mediorientale. Sta dando per prossimo alla soluzione il conflitto di Gaza, in virtù dell’ennesimo piano predisposto dalla sua amministrazione, che però non tiene conto della volontà delle parti in causa – la Resistenza palestinese e Israele – che per ragioni diverse e opposte semplicemente non accetteranno mai il suo piano.

Che, nella sua ultima versione, anche a prescindere dalla oscena ipotesi di affidare a Tony Blair la guida di questo organismo internazionale che dovrebbe governare i territori palestinesi, quasi una riedizione del mandato britannico sulla Palestina, contiene degli elementi assolutamente inaccettabili sia per Netanyahu che per Hamas.

Ci sono delle previsioni di tempistica dell’attuazione che sarebbero, già di per sé, degli enormi ostacoli: la Resistenza dovrebbe liberare tutti i prigionieri israeliani subito, l’IDF dovrebbe ritirarsi gradualmente da Gaza – due condizioni sfavorevoli ai palestinesi. E altre di poco chiara definizione: la composizione della forza internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza durante il periodo transitorio (cinque anni), non si sa se composta da forze ONU o da contractors appositamente arruolati.

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Published: 01 October 2025
Created: 28 September 2025
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crs

L’Italia vera sta con la Palestina

Giulio De Petra intervista Vincenzo Miliucci

L’eccezionale giornata di lotta vissuta in tutta Italia il 22 settembre è un moto generale voluto e partecipato dalla gente comune. Non nasce all’improvviso ma è il prodotto di due anni di una straordinaria varietà di iniziative e mobilitazioni in ogni angolo del paese

Lo straordinario successo in tutta Italia delle mobilitazioni del 22 settembre dimostra la capacità che ha avuto il sindacalismo di base di interpretare politicamente l’umore popolare e di offrirgli la possibilità di esprimersi. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Miliucci, storico esponente dei Cobas e da sempre tenace sostenitore della causa palestinese.

* * * *

Che valutazione dai della grande giornate di mobilitazione del 22 settembre?

L’eccezionale giornata di lotta vissuta in tutta Italia, così come la grande partecipazione allo sciopero politico indetto dalle organizzazioni sindacali conflittuali dal titolo “Stop genocidio, con la Flotilla, blocchiamo tutto”, è il risultato di un moto generale voluto e partecipato dalla gente comune, sfinita dall’orrore quotidiano suscitato dalla totale distruzione di Gaza, dal genocidio in corso, dall’esodo impietoso nella Striscia, dal sistematico annientamento del popolo palestinese.

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Published: 01 October 2025
Created: 26 September 2025
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lantidiplomatico

Il calice avvelenato del riconoscimento

Un'arma a doppio taglio per la Palestina

Ilan Pappé* – The Palestine Chronicle

Anche se non dovremmo considerarlo un “momento storico” o un “punto di svolta”, questo riconoscimento ha il potenziale per aiutare i palestinesi a condurci verso un futuro diverso

In passato, ero piuttosto scettico riguardo al riconoscimento della Palestina, poiché sembrava che coloro che erano coinvolti nella conversazione si riferissero solo a parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza come Stato di Palestina, e a un governo autonomo da parte di un ente come l'Autorità Nazionale Palestinese, privo di una vera e propria sovranità: una Palestina Bantustan. Un simile riconoscimento avrebbe potuto creare l'errata impressione che il cosiddetto conflitto in Palestina fosse stato risolto con successo.

Molti dei capi di governo e dei loro ministeri degli esteri che oggi parlano di riconoscimento fanno ancora riferimento a questo tipo di Palestina. Quindi, dovremmo sostenere maggiormente questa iniziativa in questo momento?

Suggerirei di affrontarla in modo più sfumato in questo particolare momento storico, mentre il genocidio continua.

Non sorprende che nessuno a Gaza abbia tratto speranza, ispirazione o soddisfazione da questa dichiarazione. Solo a Ramallah e in alcuni settori del movimento di solidarietà è stata celebrata come un grande risultato.

I governi che hanno riconosciuto la Palestina la associano direttamente alla soluzione obsoleta e ormai morta da tempo dei due stati, una formula impraticabile, immorale e basata sull'ingiustizia fin dal momento in cui è stata concepita come "soluzione".

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Published: 01 October 2025
Created: 01 October 2025
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sinistra

Fumo e ceneri

recensione di Marina Minicuci

Il saggio “Fumo e ceneri” (di Amitav Ghosh, Einaudi 2025, 387 pagine, 22,00 euro) racconta più dei migliori libri di storia come in Cina e successivamente in India, prima i colonizzatori olandesi e poi i britannici, abbiano fatto dell’oppio un sistema di domino contribuendo in modo decisivo a costruire il mondo d’oggi, sull’orlo del baratro. Ghosh annoda magistralmente i fili del commercio dell’oppio alla base delle fortune degli imperialismi e delle loro élite e specularmente alla base delle disgrazie e dello sterminio delle popolazioni con le sue propaggini che a tutt’oggi affliggono il mondo. Un esempio fra tutti il Fentanyl un potente oppioide sintetico, detto anche “la droga degli zombie”, 50 volte più letale dell’eroina, che sta seminando morti fra la popolazione U.S.A. “in quattro o cinque anni più morti che durante la Seconda Guerra Mondiale”. E poiché il suo commercio è molto redditizio fa gola a tutte le mafie, quella farmaceutica in testa, cosa che fa temere che l’epidemia si propagherà anche alle nostre latitudini.

La pianta del papavero, Papaver somniferum, data almeno 20.000 anni, mentre il suo addomesticamento e il riconoscimento delle sue proprietà medicinali risalgono a un periodo successivo, tra il 6000 e il 3500 a.C.; è sempre stata usata per usi farmacologici, ancora oggi il 50% dei farmaci contiene oppiacei. L’oppio è una sostanza salvifica il cui uso mai si potrebbe vietare e continuerà a esserlo per molto tempo a venire. Mentre letale è stata la sua trasformazione in droga, alienante come lo è stata per gli abitanti della Cina, di parte dell’India, Giava, Sumatra…

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Published: 01 October 2025
Created: 01 October 2025
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Ostaggi

di Paolo Bartolini

L’articolo tristemente noto di Massimo Recalcati uscito su La Repubblica, dove in sostanza lo psicoanalista italiano vorrebbe farci interrogare sulla nostra (presunta) assenza di empatia e interesse verso gli ostaggi israeliani sequestrati da Hamas, insinuando sottilmente che i movimenti di solidarietà verso i palestinesi mancano di introspezione ed equità, può essere sondato capovolgendo la sua impostazione. Io credo che obiettivamente la sorte degli ostaggi sia andata sullo sfondo, e che ciò accada non per una difficoltà psicologica dei singoli a provare compassione per questi poveri disgraziati, ma perché Israele agisce da molto tempo in un modo talmente aggressivo, sproporzionato, persecutorio e – palesemente – genocida, da consegnare esso stesso all’oblio i suoi cittadini. Una delle responsabilità più gravi del governo Netanyahu, e in generale dello Stato etnico-religioso che rappresenta, è di aver attenuato ogni slancio solidale verso le proprie vittime. Era il 7 ottobre, e avevamo appena fatto in tempo a provare orrore per quel barbaro atto terroristico, che già era diventato chiaro a chiunque che l’evento in questione avrebbe schiuso le porte dell’inferno per i palestinesi, popolo occupato, vessato e frequentemente aggredito dalle imponenti forze militari dell’“unica democrazia del Medioriente”. Domani Israele dovrà rispondere di parecchi crimini, tra i quali l’aver seppellito i propri morti in un terreno inospitale della psiche collettiva, poiché la pulizia etnica e lo sterminio dei palestinesi – ovviamente programmati e a lungo desiderati dagli estremisti sionisti – sono fenomeni così giganteschi da rendere impossibile qualunque equiparazione tra i danni subiti dalle due popolazioni.

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Published: 30 September 2025
Created: 30 September 2025
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sinistra

La Dialettica della natura di Engels e la ricerca di una sintesi tra la filosofia e la scienza

di Eros Barone

engels frame.jpgMarx ed io siamo stati presso a poco i soli a salvare dalla filosofia idealistica tedesca la dialettica cosciente e a trasferirla nella concezione materialistica della natura e della storia. Ma per una concezione dialettica e a un tempo materialistica della natura è necessario che siano note la matematica e le scienze naturali. Marx aveva solide cognizioni di matematica, ma le scienze naturali le potevamo seguire solo parzialmente, saltuariamente, sporadicamente. Perciò, quando, col mio ritiro dalla mia azienda commerciale e il mio trasferimento a Londra, ne ebbi il tempo, nella misura in cui mi fu possibile mi sottoposi a una compiuta “muda” matematica e naturalistica […]e vi consacrai la parte migliore di otto anni.

Friedrich Engels, Dalla prefazione alla seconda edizione dell’Antidühring.

 

1. Significato e costruzione di una “dialettica della natura”

Per valutare il significato storico e teorico del modo in cui Engels ha esteso la dialettica dal campo delle scienze storico-sociali a quello delle scienze fisico-naturali occorre considerare nel suo significato complessivo la elaborazione teorica da lui sviluppata, che comprende la scienza, la dialettica e il materialismo, e individuare nel contempo lo sfondo storico-culturale di tale elaborazione. Né si può prescindere, per un verso, dai limiti storici inerenti allo stadio di sviluppo delle scienze che offrono a Engels la base di appoggio per la sua costruzione di una “dialettica della natura” e, per un altro verso, dal fine che egli in generale attribuisce a tale dialettica, quindi alla funzione che essa svolge nella prospettiva del comunismo. Questo duplice aspetto è stato al centro dell’attenzione critica e della ricerca teoretica che, nell’àmbito del marxismo italiano, hanno contraddistinto i contributi forniti da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola.

La feconda vitalità del pensiero di Geymonat nasce infatti da una riflessione originale sul materialismo dialettico.

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Published: 30 September 2025
Created: 26 September 2025
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lafionda

Dal fondo umanitario alla critica del capitalismo: brevi note sulle mobilitazioni del 22 settembre

di Ugo Boghetta

Il grande movimento sceso in piazza il 22 settembre non si ferma. Le navi dirette verso Gaza, attaccate da droni che sembrano lanciati da ignoti (mentre altri sono sempre russi), mantengono alto il livello della mobilitazione.

All’Onu, intanto, è andato in scena il Nuovo Mondo, a cui Trump e Israele rispondono con un’arroganza suicida.

Il fondo umanitario che caratterizza questo movimento non va inteso come mero umanitarismo. È un fondo politico, che condensa anche anni di frustrazioni su tanti temi vissuti con impotenza: scuola, sanità, lavoro, precarietà, salario, casa. L’instabilità internazionale si somma a queste difficoltà e alimenta l’incertezza della vita quotidiana. Byung-Chul Han la definisce “società ansiogena”.

La domanda è: quale quadro di riferimento, quale consolidamento nel tempo potrà darsi questo imponente movimento, che non si spegnerà nemmeno con la fine delle mobilitazioni?

Essere un agente capace di incidere sul quadro internazionale proietta l’aspetto umanitario oltre la pura indignazione, trasformandolo in contestazione dei cosiddetti “valori occidentali”. Valori ormai giunti alla fine che meritano. L’Occidente altro non è che il capitalismo giunto, dopo secoli di eccellenze ma anche di barbarie — colonialismo, imperialismo, schiavismo, razzismo — alla sua disfatta umana, morale ed etica. Esaurita la spinta propulsiva, resta solo la forza militare. Ma con la sola violenza non andrà lontano, anche se, se non fermato, potrà ancora produrre morte e distruzioni immani.

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Published: 30 September 2025
Created: 26 September 2025
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contropiano2

La non-notizia degli aerei russi ‘intercettati’ vicino la Lettonia, fabbricata dai guerrafondai

di Redazione

Il segno dei tempi che viviamo è dato dal fatto di dover in continuazione spiegare come le notizie allarmistiche lanciate dai media nostrani riguardo minacce imminenti di sconfinamenti russi siano fabbricate ad arte dai guerrafondai europei, che devono pur legittimare la scelta di far scivolare l’intero continente in guerra.

Anche il delirio di titoli sugli aerei russi ‘intercettati’ ieri nei pressi della Lettonia va annoverato nella lista della disinformazione di guerra europeista. Innanzitutto, perché nessun aereo è stato ‘intercettato’, formula che nel linguaggio dell’aviazione rimanda più all’ingaggio tra velivoli. Per fortuna, ancora nessuno si è sparato addosso.

I signori della guerra europei, però, che siedano a Bruxelles o parlino a nome della NATO, annunciano questa intenzione un giorno sì e l’altro pure. Così hanno fatto anche a margine di un evento che non ha nulla di straordinario, ma che è stato montato per escalare ancora i rapporti con Mosca.

I fatti sono questi: due caccia Gripen ungheresi, facenti parte dell’unità di sorveglianza NATO Baltic Air Policing, sono decollati ieri dalla base lituana di Siauliai, per seguire da vicino il percorso di un SU-30, un SU-35 e tre MiG-31 russi, che “volavano in prossimità dello spazio aereo lettone“, ha comunicato il Comando Alleato su X.

Il che, tradotto, significa che viaggiavano in cieli internazionali, rispettando tutte le disposizioni del caso. Ma l’occasione è stata colta al volo da varie voci europee per tornare a minacciare il Cremlino di una guerra imminente: il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha detto che le truppe del Patto Atlantico sono pronte ad abbattere droni e jet russi, se sconfinano nello spazio aereo dell’alleanza.

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Published: 30 September 2025
Created: 25 September 2025
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ilchimicoscettico

Il simulacro della scienza e l'autoritarismo

di Il Chimico Scettico

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7 anni fa un'istanza puramente politica (poi ideologica) finiva nel corpus legislativo della Repubblica Italiana mascherata da "scienza": era il D.L n. 73 7 giugno 2017, altresì noto come Decreto Lorenzin. Il simulacro della scienza faceva il suo ingresso nella politica italiana del nuovo millennio.

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Published: 30 September 2025
Created: 23 September 2025
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piccolenote

L'Occidente e la pericolosa isteria della minaccia russa

di Davide Malacaria

La spinta isterica per dar vita a un’escalation contro la Russia si intensifica, con i Paesi Nato a inventare sempre nuovi pretesti per favorire tale sviluppo. Dapprima i droni russi sui cieli polacchi, capitati lì a causa di un disturbo elettronico che li ha deviati – come dimostra anche lo sconfinamento in Bielorussia, paese alleato di Mosca, che certo non aveva alcuna necessità di minacciare. Sconfinamento che ha avuto una coda nella distruzione di una casa – per fortuna nessuna vittima – e nella violazione delle spazio aereo della residenza del presidente polacco da parte di un drone.

Le solite accuse roboanti alla Russia per entrambi gli episodi, seguite poi dalle sussurrate smentite perché si è scoperto che la casa era stata distrutta da un missile partito da un F-16 Nato, dicono impazzito, e che il drone era teleguidato da un ragazzo ucraino e una ragazza bielorussa. Poi c’è stato l’allarme per lo sconfinamento di un drone, dicono russo, in Romania e l’asserito sconfinamento di jet russi nei cieli di Paesi Nato.

Un’escalation progressiva che hanno avuto il suo momento epifanico nell’allarme lanciato dalla guerrafondaia Ursula von der Lyen su un asserito attacco hacker russo al suo velivolo in fase di atterraggio in Bulgaria, allarme dimostratosi del tutto infondato, anzi inventato di sana pianta.

Se ricordiamo l’episodio è perché l’invenzione della Von der Lyen era, oltre che sciocca, di una gravità assoluta: il fatto che non sia stata rimossa dall’alto incarico che presiede getta luce sugli allarmi successivi.

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Published: 30 September 2025
Created: 17 September 2025
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doppiozero

Il fondamentalismo occidentale e gli spari

di Alessandro Carrera

Le università americane sono al centro di una battaglia politica altrettanto importante di quella che coinvolge la magistratura o l’istituzione sanitaria degli Stati Uniti. L’attuale presidenza, insieme ai media e agli opinionisti che compongono la galassia della nuova destra, ha individuato nel mondo universitario il “cuore del sistema” che garantirebbe il perpetuarsi dell’egemonia culturale della sinistra. L’attacco alle università è dunque prioritario al fine di ristabilire un’egemonia conservatrice che può far pensare a un ritorno agli anni Cinquanta, alla paura del comunismo e al periodo del maccartismo, mentre in realtà si tratta di un fenomeno politico nuovo, e che mira a stabilire un vero e proprio “fondamentalismo occidentale”.

Come tutti i movimenti nati dopo la crisi della modernità (che possiamo datare all’incirca tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso), e che aspirano a essere fondativi o rifondativi, anche il fondamentalismo occidentale, non diversamente dal fondamentalismo islamico, senza escludere quello neoconfuciano, si basa su principi largamente ricostruiti ad hoc.

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Published: 29 September 2025
Created: 26 September 2025
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manifesto

Roger Waters, al cuore

Fabrizio Rostelli intervista Roger Waters

Intervista esclusiva con Il musicista inglese, storico componente dei Pink Floyd, interviene sulla Palestina, sulla Flotilla e sulla fase politica che stiamo attraversando

roger waters conferenza stampa roma copyright photo fabrizio rostelli ritoccataIl suo ultimo tour «This is not a drill» è forse la sintesi più alta e senza compromessi della sua creatività artistica e del suo impegno politico. Un concerto in cui l’estasi musicale accompagna il bombardamento visivo di immagini di denuncia sociale e di resistenza al capitalismo e al fascismo. «Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd, ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene a fanculo al bar», questo l’annuncio a inizio concerto. Roger Waters ha la libertà di mirare al cuore, senza fronzoli. Da anni in prima fila per il sostegno al popolo palestinese, ha portato la guerra nei suoi show mostrando il video «collateral murder» nel mondo. Waters, da intellettuale, ha scelto di esporsi e prendere posizione. Dall’impegno nella campagna per la liberazione di Assange, al supporto delle comunità native contro l’oleodotto in Dakota, fino all’appello per la riapertura dell’ospedale calabrese di Cariati raccolto nel film sulla sanità pubblica C’era una volta in Italia di Greco e Melchiorre.

 * * * *

La Global Sumud Flotilla ha iniziato la navigazione verso Gaza per consegnare aiuti umanitari. Diverse barche sono già state attaccate da droni probabilmente israeliani. Cosa accadrà?

È molto improbabile che una qualsiasi delle imbarcazioni della flotilla riesca a consegnare cibo, latte per neonati e medicinali a Gaza, perché gli israeliani le intercetteranno tutte.

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Published: 29 September 2025
Created: 26 September 2025
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analisidifesa

Le contraddizioni di Trump azzoppano la NATO per annichilire L’Europa

di Gianandrea Gaiani

Russian SU 27 Flanker with RAF Typhoon MOD 45157730.jpgDonald Trump ci ha ormai abituato a dichiarazioni roboanti spesso smentite da successive dichiarazioni, ad affermazioni contraddittorie o sopra le righe ma anche se la chiave di lettura che ci offre oggi Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano parlando di “catalogo completo di sindromi psichiatriche” non sembra priva di riscontri oggettivi, per gli europei sarebbe ingenuo ritenere che la Casa Bianca non persegua, forse in modo volutamente confuso, obiettivi ben precisi e tutti a nostro danno.

Negli ultimi giorni hanno destato sorpresa ed entusiasmo (quest’ultimo giustificato forse a Kiev, molto meno nelle capitali europee) le dichiarazioni circa le prospettive del conflitto in Ucraina rilasciate da Trump il 23 settembre, che sembrano imprimere un deciso cambio di rotta (o forse solo narrazione), dopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a New York.

 

Abbattete gli aerei russi

Nel sostenere che le nazioni della NATO dovrebbero “abbattere gli aerei russi” se violano il loro spazio aereo, Trump sembra definire l’Alleanza Atlantica come una organizzazione estranea o comunque diversa dagli Stati Uniti che della NATO sono (o erano) azionista di maggioranza.

A conferma di questo approccio nei confronti degli alleati europei, che appare basato sul concetto “voi siete la NATO, noi gli Stati Uniti”, Trump ha fornito una risposta sibillina ma al tempo stesso chiarificatrice alla domanda se gli Stati Uniti aiuterebbero in armi gli alleati europei contro la Russia: “dipende dalle circostanze”.

In ogni caso la demenziale macchina propagandistica che anche in Italia punta a riscaldare la guerra fredda con la Russia utilizzando le supposte violazioni dello spazio aereo NATO si è subito rimessa in moto, forte dell’invito di Trump ad andare (noi, la NATO) in guerra contro la Russia contando sul fatto che loro (gli USA) ci venderanno le armi.

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Published: 29 September 2025
Created: 25 September 2025
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La politica degli interessi e la politica delle gerarchie

di comidad

L’accordo di mutua difesa firmato da Arabia Saudita e Pakistan lo scorso 17 settembre ha precedenti storici abbastanza noti, dato che è stata proprio la petro-monarchia di Riad a finanziare il programma nucleare militare pakistano, ufficializzato nel 1998. D’altra parte occorre considerare la tempistica dell’annuncio di tale accordo, che arriva pochi giorni dopo l’attacco israeliano al Qatar, sebbene la petro-monarchia di Doha ospiti una grande base militare degli Stati Uniti. In altre parole, l’inaffidabilità degli USA ha costretto il regime saudita a diversificare i “fornitori di sicurezza” ed a favorire l’ingresso di un nuovo soggetto nell’area medio-orientale; il Pakistan, appunto. Il regime di Islamabad ha ufficialmente buoni rapporti con gli USA, quindi il suo ingresso nell’area medio-orientale non assume il carattere di una sfida dichiarata al presunto “ordine” statunitense, sebbene oggettivamente rappresenti un segnale del suo crescente discredito.

Molte analisi geo-strategiche si sono concentrate sulle conseguenze negative che un tale accordo potrebbe comportare per il principale avversario del Pakistan, cioè l’India. Sembra però che in questo ambito non si sia detto finora molto di concreto, specialmente per ciò che riguarda le sorti del corridoio infrastrutturale e commerciale che dovrebbe collegare l’India al Medio Oriente. Il porto israeliano di Haifa avrebbe dovuto essere tra le infrastrutture essenziali per rendere operativo il corridoio con l’India; è stato però lo stesso Israele a bruciare questa prospettiva attaccando l’Iran, i cui missili hanno dimostrato che Haifa è troppo vulnerabile e insicura. La stampa sionista finge che nulla sia cambiato per Haifa, ma intanto il regime israeliano continua a minacciare l’Iran, scoraggiando gli investimenti in un’infrastruttura dal destino così incerto.

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Published: 29 September 2025
Created: 24 September 2025
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La gramigna e il campo coltivato. Il 22 settembre tra spontaneità e organizzazione

di Me-Ti*

Sulla giornata di ieri 22 settembre, come crediamo un po’ tutte le persone che hanno partecipato allo sciopero e alle manifestazioni di piazza per la Palestina e lo stop al genocidio, abbiamo letto tanti commenti sui social, sui giornali, etc. Vorremmo dire due parole su un argomento che ci sembra tanto importante quanto trascurato: il modo in cui questa giornata è stata costruita, in cui è cresciuta e germogliata.

Perché a ben vedere è proprio di questa costruzione che nessuno parla e la rappresentazione ricorrente che ritroviamo, anche da parte di voci insospettabili perché esperte in dinamiche politiche e di movimento, è che stante una certa sensibilità – che si sarebbe prodotta spontaneamente a furia di assistere alle brutalità e alle ingiustizie inflitte al popolo palestinese, a furia di assistere al primo genocidio in diretta mondiale – le mobilitazioni esplodono, le piazze traboccano di gente, i cortei vanno a bloccare tutto, i cuori si infiammano e i potenti si inginocchiano (ma magari!).

Leggendo Il Manifesto ma anche riviste autorevoli e vicine come Jacobin Italia ci sembra che la narrazione prevalente sia quella di un movimento che nasce e che cresce praticamente in autonomia. L’USB e gli altri soggetti organizzatori sono nominati a stento e quasi per errore, seguendo la retorica secondo cui lo sciopero lo hanno chiamato loro, sì, ma chiunque si fosse presentato a quell’“appuntamento con la Storia” avrebbe ottenuto il medesimo risultato.

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Published: 29 September 2025
Created: 24 September 2025
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linterferenza

Non ci caschiamo

di Fabrizio Marchi

A Gaza (ma anche in Cisgiordania) proseguono senza sosta il genocidio e la pulizia etnica del popolo palestinese da parte dello stato (e non solo dell’attuale governo) terrorista, razzista e nazifascista israeliano ma il sistema mediatico e il governo Meloni fingono di scandalizzarsi per qualche tafferuglio e qualche vetrina infranta da parte dei soliti (noti) scemi durante una manifestazione. Circa 500.000 persone sono scese in piazza in tutto il paese in 81 città per protestare vigorosamente ma pacificamente contro questa spaventosa carneficina, ma i TG e i vari talk show non fanno altro che parlare di queste scaramucce (sia detto tra parentesi, quanto successo ieri a Milano avviene nei pressi degli stadi una domenica sì e l’altra pure ma non solleva certo un simile can can mediatico…) fra alcuni dimostranti e la polizia.

Ora, se avessero tentato di assalire il consolato israeliano (cioè quello di uno stato razzista, nazista e genocida) non avrei avuto molto da ridire, devo essere onesto. Personalmente penso che non è tirando sassi e bottiglie che si risolvono le questioni, ovviamente, perché la politica è una vicenda decisamente più complessa. Però se non vogliamo essere ipocriti oppure ragionare da anime belle (che è comunque meglio che essere ipocriti) sappiamo perfettamente che esiste violenza e violenza. La violenza agita da parte di chi, come oggi i palestinesi, combatte contro un regime oppressivo o contro uno stato imperialista e razzista che occupa la propria terra e il proprio popolo non può essere messa sullo stesso piano della violenza agita da quel regime o da quello stato imperialista e razzista. Gli esempi potrebbero ovviamente moltiplicarsi, ma credo non ci sia bisogno di aggiungerne altri.

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Published: 29 September 2025
Created: 21 September 2025
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poliscritture

Speranza e violenza

di Ennio Abate

Che il mondo potesse essere salvato dai ragazzini si è dimostrato impossibile. Che dopo il ‘68 potesse nascere in Italia un partito rivoluzionario come quello di Lenin è stata l’illusione delle generazioni che hanno fatto politica negli anni Settanta del Novecento. Che la riproposta della lunga marcia nelle istituzioni contenuta ne Il Sessantotto e noi di Luperini e Corlito sia sbagliata è la mia opinione che ho già argomentato.

Qui controbatto per punti alle obiezioni che Corlito ha mosso al mio Compianto sul Sessantotto https://www.poliscritture.it/2025/05/26/compianto-sul-sessantotto/

 

1. Affermi: «Come a dire che la violenza del potere borghese, che non abbiamo mai sottovalutato tanto meno ora in questa epoca di guerra, richiede inevitabilmente l’uso di un altrettanto potente uso della violenza rivoluzionaria.». Non esito a rispondere di sì. Dove si è vista mai una rivoluzione che non abbia dovuto contrapporre una violenza capace di spezzare la violenza dei dominatori?

 

2. «Non è un caso che, pur nella sua precisione esegetica, Abate non citi mai direttamente la questione cilena, che è invece centrale nelle nostre conclusioni».

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Published: 29 September 2025
Created: 23 September 2025
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mondocane

Occidente: suicidio assistito

di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=zF5gEwp6YKs

https://youtu.be/zF5gEwp6YKs

Cos’è che ci ha fatto sapere Mattarella nel suo quotidiano mattinale con cui, dal monte Quirinale, che vale il Sinai di Mosè, ti erudisce il pupo? Pupi che saremmo noi, popolo italiano imberbe e perennemente plaudente a lui, come al consimile andreottiano Pippo Baudo e al dio del made in Italy, Giorgio Armani, assurto a eroe della nazione quando fu inquisito per sfruttamento di poveracci. Il che ci spiega perché da Meloni, giù giù fino a Nordio, la magistratura delenda est.

Devono essere stati ispirati, i nostri governanti UE, guidati dall’avanguardia dei Volenterosi, da quella setta di fanatici del culto della morte (propria e altrui) che in Medioriente è riuscita nel genocidio di maggiore successo della storia umana. Genocidio che fisiologicamente avrà un coronamento affine a quella della “Setta del Popolo” in Guyana, ricordate quel suicidio collettivo di madri, padri, nonni e bambini? Il celebrante era Jim Jones. Oggi si chiama Bibi Netaniayhu.

Ma Ursula von der Leyen, che a partire dal modello Ucraina, confortata da famuli come Merz, Starmer, Macron, Meloni, va approntando un simile crepuscolo degli dei anche per l’Europa, E per i suoi “valori”. A proposito dei quali ci si impone un breve excursus verso il monte del Mosè qurinalizio. Irrinunciabile la promozione di uno dei suoi espettorati più recenti: quello dell’Europa che, in virtù dei suoi valori non ha mai fatto guerre.

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Published: 29 September 2025
Created: 23 September 2025
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quodlibet

Moneta e memoria

di Giorgio Agamben

Moneta, il termine latino dal quale il nostro deriva, viene da moneo, «ricordare, pensare» ed era in origine la traduzione del greco Mnemosyne, che significa «memoria». Moneta divenne così a Roma il nome del tempio in cui si celebrava la dea memoria e si coniava la moneta. È a partire da questo nesso etimologico fra la moneta e la memoria che si dovrebbe guardare al riaccendersi oggi delle discussioni sull’abolizione della moneta unica europea e del recupero di ogni paese della propria moneta tradizionale. Sotto l’urgente questione «monetaria» agisce una non meno urgente questione di memoria, cioè nulla di meno che la riscoperta della memoria propria di ciascuno dei paesi europei che, abdicando alla sovranità sulla propria moneta, hanno senza accorgersene in qualche modo abrogato anche il proprio patrimonio di ricordi. Se la moneta è innanzitutto il luogo della memoria, se nella moneta, in quanto può pagare per tutto e stare al posto di tutto, ne va per il singolo e per la collettività del ricordo del passato e dei morti, non sorprende allora che nella rottura del rapporto fra passato e presente che definisce il nostro tempo emerga con inaggirabile urgenza il problema monetario.

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Published: 28 September 2025
Created: 18 September 2025
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progettononviolento.png

Che cosa si può fare?

di Aligi Taschera

71V7hX8g1uL. UF10001000 QL80 .jpgGià nel 2013 il generale Fabio Mini scriveva:

“Il fatto è che oggi stiamo vivendo, a livello globale e per la prima volta nella storia umana, il ‘tempo della guerra’: la stagione in cui la guerra, come atteggiamento mentale e in tutte le sue forme visibili ed invisibili, sembra rappresentare la sola risposta ai problemi di relazione tra gli uomini”.

E poi proseguiva:

“Senza un ritorno al primato della politica per il bene pubblico, al rispetto reciproco – anche tra avversari – e all’eccezionalità della guerra, in futuro come oggi ci saranno guerre senza limiti tra diverse culture della guerra … guerre fatte in ogni zona del pianeta e in ogni luogo d’elezione…”

Parole profetiche.

E ora? Come siamo messi? Molto male, direi.

Sulla sponda est del “nostro” mediterraneo una guerra che dura almeno da 57 anni (se la si vuol fare decorrere dall’occupazione israeliana della Cisgiordania) o da 77 (se la si vuol far decorrere dalla proclamazione unilaterale dello stato di Israele del 1948) è da due anni (o più esattamente un anno e 11 mesi) degenerata in una strage quotidiana (che la si voglia chiamare genocidio o no il fatto resta) di proporzioni mostruose.

Questa strage quotidiana mostra senza veli l’estrema degradazione morale del cosiddetto “occidente” in toto. Una degradazione morale senza precedenti. Perché la quotidiana strage genocidaria degli ebrei compiuta dalla Germania nazista non era messa in mostra: era nascosta. Non solo, ma avveniva nel corso di una guerra mondiale, che vedeva mobilitate contro la Germania nazista e i suoi alleati (Italia e Giappone) le più importanti potenze: Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Russia (allora denominata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e Cina.

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Published: 28 September 2025
Created: 25 September 2025
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guerredirete.png

La Cina contro Nvidia

di Cesare Alemanni

Il 17 settembre il governo cinese ha ordinato alle principali aziende tecnologiche del paese di interrompere l’acquisto e l’uso di chip Nvidia, inclusi l’RTX Pro 6000D e l’H20, due chip progettati appositamente per aggirare le restrizioni imposte dal governo americano all’export di hardware USA avanzato in Cina.

Nei giorni immediatamente precedenti, la Cina aveva avviato un’indagine antitrust in merito all’acquisizione di Mellanox: un’azienda israelo-americana, specializzata nell’interconnessione di rete ad alte prestazioni, comprata da Nvidia nel 2020 per oltre 7 miliardi di dollari. L’indagine antitrust segna l’ingresso in una nuova fase della “guerra dei chip”, che ora si estende non solo ai singoli processori ma a tutti i componenti delle infrastrutture di calcolo critiche.

La posizione cinese ha ovviamente fatto molto rumore, con il titolo di Nvidia che ha immediatamente subito una flessione e il CEO dell’azienda – Jensen Huang – che si è detto estremamente deluso (“disappointed”) dalla decisione di Pechino.

Dal canto suo, come spesso accade, subito dopo aver acceso il fuoco il governo cinese ha indossato i panni del pompiere. Il giorno successivo all’annuncio del veto, il ministero degli Esteri ha assicurato che, in ogni caso, la Cina “intende mantenere il dialogo con tutte le parti”, e non intende “danneggiare le catene globali del valore della micro-elettronica”. Frasi che paiono messaggi in codice inviati ai centri di potere di Washington, in passato accusati proprio di provocare danni sistemici.

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Published: 28 September 2025
Created: 25 September 2025
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lantidiplomatico

C'è stato un "cambiamento" di Trump sul conflitto in Ucraina?

di Francesco Dall'Aglio

Poco fa Vance ha riferito che quello di Trump non è un cambiamento di posizione sul conflitto, ma che è solo "molto impaziente" e vuole che la guerra finisca perché danneggia la Russia, e se non negozieranno la pace sarà molto male per il paese. Da Mosca, immagino, ringraziano per l'interessamento. Che non sia un cambio di posizione è abbastanza chiaro, ad ogni modo. Lo dicono fonti ucraine (Tatarigami ad esempio, che pubblica analisi interessanti anche se a volte sbilanciate), e varia altra gente - Goncharenko, Zheleznyak e Fesenko, ad esempio (link 1), che giustamente dicono che non gli pare di ravvisare alcun cambio di politica. Anche qualche europeo, rigorosamente in anonimato, ha detto che gli pare che, sostanzialmente, Trump abbia salutato tutti, e perfino Nawrocki non sembrava particolarmente entusiasta (link 2). Come dar loro torto, in effetti: nessuna ulteriore sanzione, nessuna promessa reale di aiuto, solo l'offerta, diciamo così, di vendere armi all'Europa e una pacca sulla spalla.

Va bene, uno dice, è già qualcosa la vendita delle armi, loro ce le mettono e gli europei pagheranno, e l'Ucraina avrà tutto quello di cui ha bisogno (tranne il personale, quello ovviamente è un altro discorso). Le cose, come sempre, sono un po' più complicate. Qualche giorno fa The Atlantic (link 3, se è il vostro primo articolo del mese lo potete leggere) aveva, discretamente, suonato l'allarme: gli USA stanno "quietamente" mettendo in pausa la consegna di sistemi d'arma per gli alleati.

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Published: 28 September 2025
Created: 23 September 2025
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mondocane

“La criminalizzazione della resistenza è l’arma degli oppressori”

Grimaldi su Gaza, proteste e crisi dell’informazione occidentale

Francesco Mastrobattista intervista Fulvio Grimaldi

Fulvio Grimaldi, classe 1934, giornalista di lungo corso, inviato di guerra per la RAI e la BBC e autore indipendente. Negli anni ha scritto per storiche testate militanti di sinistra e collaborato con importanti giornali come La Repubblica, L’Espresso e Il Manifesto. Grimaldi è da sempre famoso per le sue posizioni filo-palestinesi riguardo al conflitto arabo-israeliano. È noto soprattutto per aver seguito da vicino il conflitto israelo-palestinese e aver prodotto numerosi reportage e documentari, frutto di esperienze sul campo a Gaza, in Cisgiordania e Libano. Non un giornalista “neutrale” nel senso classico, ma una figura da sempre vicina a cause anti-imperialiste e anti-NATO. Francesco Mastrobattista ha deciso di intervistarlo in esclusiva per il Corriere delle città con qualche domanda piccante in merito agli ultimi avvenimenti sullo scenario italiano e mondiale.

* * * *

F.M: Ciao Fulvio. Innanzitutto grazie per la disponibilità. Dalla Capitale è partito un grido di battaglia che si è esteso in tutta la nazione. Milano e Torino, in particolare, sono state teatro di guerra tra manifestanti pro-Palestina e forze dell’ordine. Come mai improvvisamente una buona parte dell’opinione pubblica prende questa posizione netta? Perché anche una parte del mainstream cambia narrazione rispetto a mesi fa?

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Published: 28 September 2025
Created: 24 September 2025
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lantidiplomatico

Chi sarà a cadere per primo nella Terza guerra mondiale ibrida?

di Fabrizio Poggi

Droni à gogo, si sarebbe detto un tempo. Chi più ne ha, più ne metta. Sembra la moda del momento e solamente i più indolenti si lasciano sfuggire l'occasione di “avvistamenti”, “sconfinamenti” e, alla fin fine, “abbattimenti”... Ieri è stata la volta di Danimarca e Norvegia, in una spinta “verso ovest” che non lascia dubbi sulla matrice di tale pericolosa escalation provocata da quella che è oggi la capitale più ostinata del cosiddetto “asse del male”.

Così pochi dubbi, che La Repubblica non perde nemmeno tempo a dire qualcosa che non siano le solite veline di Bruxelles e scrive direttamente che «Secondo il presidente ucraino Zelensky, la matrice è chiaramente russa: “Se non ci sarà una risposta decisa da parte degli alleati - sia Stati che istituzioni - alle provocazioni, la Russia continuerà a perpetrare tali violazioni”», salvo comunque, bontà sua, aggiungere che «Al momento comunque non ci sono conferme ufficiali su un effettivo coinvolgimento di Mosca, né che gli episodi di Oslo e Copenaghen siano collegati».

Ma intanto il vate di Kiev ha oracolato e, di rinforzo, si cita la premier danese Mette Frederiksen, secondo la quale «Non escludiamo alcuna ipotesi riguardo a chi ci sia dietro. È chiaro che questo è in linea con gli sviluppi che abbiamo potuto osservare di recente con altri attacchi con droni, violazioni dello spazio aereo e attacchi hacker agli aeroporti europei». Chiaro, no?

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  1. Domenico Moro: La stanza 49, un noir che parla dell'Italia di oggi
  2. Alessandra Ciattini: La politica contraddittoria degli Usa e dell’Ue verso la Russia
  3. Carlos X. Blanco: L'intuizione di Alexander Dugin. Il 3 settembre e il Morto Occidente
  4. Paolo Di Marco: Kirk, bufale e boomerang
  5. Militant: Dal Tevere al Giordano: Gaza chiama Roma risponde
  6. Andrea Balloni: La funzione dell’URSS nel benessere collettivo occidentale
  7. Giuseppe Masala: L'Asse russo-cinese apre la rotta marittima del Nord 
  8. Giorgio Agamben: Dove siamo?
  9. Thomas Fazi: La fine dell’illusione democratica
  10. Franco Padella: Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato
  11. Giuseppe Masala: La decisione che cambia gli equilibri geopolitici in Medio Oriente
  12. Enrico Tomaselli: L’ottavo fronte
  13. Alessio Mannino: La nuova resistenza a Usrael? Non solo memoria, ma utopia sperimentale
  14. Il Chimico Scettico: Sistemi, belief systems, indipendenza, libertà di parola
  15. Carolina Escarrá: "Così ci prepariamo a resistere"
  16. Vladimir Putin: Cosa si pensa nel resto del mondo?
  17. Luca Benedini: Effetti culturali dell’economia neoliberista V
  18. Fabrizio Casari: Russia, Cina e la rotta dell’Artico
  19. Gianandrea Gaiani:I baltici gridano al lupo (russo) per non perdere i dollari di Washington
  20. Il Rovescio: Prepariamoci alla guerra
  21. Andrea Zhok: Alcune considerazioni su giustizia e libertà dialettica
  22. Fulvio Grimaldi: Mai così al centro del mondo la Palestina, mai così in crisi Israele
  23. ALGAMICA: L’assassinio di Charlie Kirk: sgomento e caos di fronte al declino
  24. Paola Caridi, Tomaso Montanari: Due potenti e un genocidio
  25. Barbara Spinelli: Menzogne europee sulle due guerre

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