Details
Published: 24 November 2025
Created: 23 November 2025
Hits: 830
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Perché il "piano Trump" non è una resa a Putin (anzi)

di Francesco Dall'Aglio

Ormai i 28 punti del piano di pace sono stati elencati, analizzati e sviscerati talmente tante volte che non devo più occuparmene, e questo è un sollievo. Mi limito dunque ad alcune considerazioni generali, in ordine sparso.

Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo (link 1), Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato dalla vignetta che allego, comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese. Ora, "capitolazione" ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c'è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l'Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l'ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.

Dal punto di vista territoriale l'Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco).

Read more ...

Details
Published: 24 November 2025
Created: 22 November 2025
Hits: 2452
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

La settimana che ha cambiato il fronte: la caduta di Kupyansk e l’avanzata russa

di La Redazione de l'AntiDiplomatico

Negli ultimi sette giorni il fronte ucraino ha subito uno dei peggiori rovesci dall’inizio del conflitto. Mentre le cancellerie europee continuano a ripetere meccanicamente la formula dello “stallo”, le forze russe hanno riconquistato sedici località, inclusa la città chiave di Kupyansk, un nodo logistico il cui controllo era considerato vitale per l’intera difesa ucraina nel settore di Kharkov. Secondo il Ministero della Difesa russo, le unità impegnate nell’operazione hanno avanzato simultaneamente su più assi, liberando Dvurechanskoye, Tsegelnoye e Petropavlovka nella regione di Kharkov, Novosyolovka, Stavki, Maslyakovka, Yampol e Platonovka nella Repubblica Popolare di Donetsk, oltre a Gai, Nechayevka e Radostnoye nella regione di Dnepropetrovsk e diversi centri nello Zaporozhye, tra cui Malaya Tokmachka, Yablokovo, Ravnopolye e Vesyoloye. La riconquista di Kupyansk, in particolare, rappresenta un punto di svolta.

Situata sulle rive del fiume Oskol e protetta da alture strategiche, la città era divenuta uno dei principali bastioni ucraini a nord. Per mesi il regime di Kiev ha tentato di mantenerne il controllo non solo per ragioni militari, ma anche per motivi simbolici: la linea fortificata che si estendeva da Kupyansk verso ovest era la stessa su cui l’Occidente aveva costruito la narrativa della “resistenza ucraina”. La sua caduta apre ora la strada a un arretramento ancora più profondo delle forze ucraine nella regione. Parallelamente all’avanzata sul terreno, Mosca ha condotto una serie di operazioni coordinate contro l’infrastruttura militare ucraina: un attacco massiccioo e sei colpi combinati hanno bersagliato impianti dell’industria militare, infrastrutture energetiche e di trasporto, siti di assemblaggio di droni d’attacco e aree di dispiegamento temporaneo delle unità ucraine, comprese quelle composte da mercenari stranieri. Il bilancio umano e materiale per Kiev è pesantissimo.

Read more ...

Details
Published: 24 November 2025
Created: 21 November 2025
Hits: 751
Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

A la guerre, “bisogna accettare di perdere i nostri figli”

di Dante Barontini

Nell’Europa guerrafondaia degli svalvolati – ignobile gara tuttora in sospeso tra uomini e donne di potere politico – fin qui si erano prudentemente “tenuti bassi” gli imprenditori e i generali.

I primi, in genere, capiscono al volo che nel produrre armi ci si guadagna molto, ma quando vengono usate ci si può rimettere tutto (la loro pelle magari no, in genere scappano via molto prima che il gioco diventi davvero rischioso, ma affari e fabbriche sì).

I generali, invece, perché cominciano a intuire che le forme della guerra sono così cambiate – negli ultimi quattro anni – che loro stessi sono ora un po’ “disarmati” culturalmente, dovendo ancora metabolizzare le novità. Le quali, quando si parla di sparare, hanno una certa importanza…

Ma quando c’è da mostrarsi fuori di testa la classe dirigente francese riesce sempre a dare il meglio di sé, o comunque sopra la media. Due sortite chiariscono il concetto meglio di un lungo discorso.

Il presidente del consiglio di amministrazione di Airbus (gruppo industriale europeo dell’aeronautica), René Obermann, infrangendo uno dei più grandi tabù della difesa in Europa, ha dichiarato mercoledì che nazioni europee dovrebbero sviluppare un deterrente nucleare tattico congiunto per contrastare l’arsenale in espansione della Russia.

Read more ...

Details
Published: 24 November 2025
Created: 19 November 2025
Hits: 610
Print Friendly, PDF & Email

altrenotizie

Regno Unito, Laburisti a tutta destra

di Mario Lombardo

Il Partito Laburista britannico sotto la guida del primo ministro, Keir Starmer, sta procedendo a passo spedito verso la trasformazione in un soggetto di (estrema) destra, liquidando anche formalmente riferimenti e principi di carattere progressista. Questa involuzione era iniziata almeno ai tempi del “New Labour” di Tony Blair circa tre decenni fa, ma ha registrato una drastica accelerazione dopo la parentesi rappresentata dalla leadership di Jeremy Corbyn, vista evidentemente con orrore dall’ala destra del partito e dai grandi interessi economici e finanziari di cui è ormai in larga misura espressione. La natura odierna del partito al potere a Londra si può osservare proprio in questi giorni con la presentazione, da parte del governo, di un piano di riforma del sistema di “accoglienza” degli immigrati che include, in particolare, nuove norme ultra-restrittive e profondamente anti-democratiche, per non dire illegali, sul trattamento dei richiedenti asilo.

In apparenza, come spiegano praticamente tutti i media ufficiali, si tratterebbe di una strategia ormai consolidata tra i tradizionali partiti socialdemocratici e di centro-sinistra occidentali, i quali, per non perdere consensi, inseguono le politiche dei movimenti populisti di destra in ascesa, in primo luogo incorporando programmi xenofobi per combattere quella che viene spacciata come la piaga che affliggerebbe le società occidentali, la causa di ogni male, ovvero i flussi migratori fuori controllo. Fermo restando che, se anche così fosse, saremmo in presenza di una strategia fallimentare che porta puntualmente alla sconfitta elettorale i governi di centro-sinistra che la perseguono, le ragioni sono in realtà diverse.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 18 November 2025
Hits: 1140
Print Friendly, PDF & Email

coku

Heidegger ha vinto Marx ha perso

di Leo Essen

marx heidegger 1220x600.jpg1.

Il gioco, come osserva Fink con una pesantezza heideggeriana, appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana. In altri termini, il gioco non è un’attività accessoria né un semplice divertimento, ma un modo originario in cui l’essere umano si rapporta al mondo. Di più: La totalità dell’ente, dice, funziona come un gioco. Di più: Il gioco funziona come motore del lavoro del costruire e del demolire. Il gioco come allegoria del cosmo. Come creazione originale e produzione. Rapimento estatico, fascinazione incantata. Momento oscuro e dionisiaco della panica cancellazione di sé. Apoteosi della sovranità. Liberazione dai gravami dell’esistenza.

Il gioco in quanto esistenziale: In-der-Welt-sein, Mitsein, Sorge, Entwurf, Geworfenheit, Sein-zum-Tode e Tutt-u-Cucuzzaru.

Poi c’è il gioco inautentico. Quello che si oppone al lavoro, e come il lavoro diventa necessario alla sussistenza – la contraddizione che muove il mondo (Omnis determinatio est negatio), il produci consuma crepa. L’apparato di civilizzazione della società altamente tecnicizzata, il suo sistema razionale, amministra la produzione, il consumo, il traffico, la comunicazione e il divertimento. Nel gioco sembra di essere trascinati via da questo mondo preordinato, dal tempo parcellizzato e ormai reso estraneo, sembra di raggiungere un nuovo mondo di impulsi di libertà e di realizzazione immaginaria dei desideri. E, invece, poiché siamo nella società dell’industria e della tecnica (e della scienza), dice Fink, ci sono pericoli di tipo nuovo: il gioco cattura le masse in enormi manifestazioni circensi e poiché lo sport della domenica offre materia di discussione dopo la grigia settimana lavorativa, c’è sempre un’immensa industria al lavoro, un’industria del passatempo, una fabbrica per il consumo del gioco o, ancora più inquietantemente, uno sfruttamento della voglia di giocare in una manipolazione totale, che continua a vigere anche là dove i singoli si sentono totalmente liberi e sembrano godere della loro libertà di scelta.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 18 November 2025
Hits: 618
Print Friendly, PDF & Email

mondocane

Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara

Se non è zuppa è pan bagnato

di Fulvio Grimaldi

burattini.jpgQuando ero alla BBC…

C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).

Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.

Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia a difesa del volgo e dell’inclita.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 20 November 2025
Hits: 730
Print Friendly, PDF & Email

comidad

L imperialismo è soprattutto una guerra di classe

di comidad

I governi e i media europei fanno sfacciatamente il tifo per l’intervento militare statunitense in Venezuela; non a caso un po’ alla volta tutti i paesi europei stanno scoprendo di avere qualche cittadino ingiustamente detenuto dal regime di Maduro. Forse però l’attesa sarà delusa. Quello che dice Trump ovviamente lascia il tempo che trova, visto che può cambiare idea di lì a cinque minuti; quindi va presa con le molle la sua dichiarazione circa la possibilità di aprire un dialogo col regime venezuelano.

L’apertura diplomatica potrebbe preludere ad un attacco proditorio, com'è avvenuto contro l’Iran; oppure potrebbe trattarsi di un tentativo di prendere le distanze dal segretario di Stato Marco Rubio, che è il vero regista di questo attacco al Venezuela, ed è inoltre un “neocon” (come a dire: un jihadista del liberalismo), perciò molto inviso alla base popolare di Trump. Il segretario di Stato è stato ribattezzato Narco Rubio, a causa di suo cognato, Orlando Cicilia, noto trafficante di droga; perciò le accuse di narcotraffico lanciate adesso a Maduro sembrano la storia del bue che dice cornuto all’asino.

Ci sono però altri aspetti che stanno ad indicare un’offensiva di pubbliche relazioni da parte di Trump, nel tentativo di recuperare credito nei confronti dell’opinione pubblica che prima lo sosteneva, e adesso lo sostiene sempre meno. Tra le ultime dichiarazioni di Trump ce n’è infatti anche una che sembrerebbe indicare un cambiamento di posizione sulla pubblicazione dei fascicoli del caso Epstein, finora tenuti riservati, poiché pare coinvolgano non soltanto vari personaggi di spicco, ma anche i servizi segreti israeliani.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 19 November 2025
Hits: 708
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Roma, il centrosinistra e il mito della “cura condivisa”

Quando il neoliberismo si traveste da partecipazione civica

di Giuseppe Libutti

“L’affidamento in adozione è uno strumento attraverso il quale Roma Capitale promuove la conservazione e il miglioramento del verde pubblico, consentendo ai cittadini, singolarmente o in forma associata, di occuparsi della gestione, manutenzione e cura delle aree verdi comunali.” Così recita il sito ufficiale del Comune. In pratica, cittadini e associazioni possono presentare domanda per “adottare” alberi, aiuole e spazi verdi, offrendo gratuitamente un servizio alla città.

La chiamano “cura condivisa del verde urbano”, la presentano come un’opportunità per cittadini “attivi” e “responsabili”. Ma la realtà è ben diversa: Roma Capitale sta gradualmente sostituendo servizi pubblici essenziali con attività svolte gratuitamente dai cittadini. Compiti che dovrebbero spettare ad AMA e al personale comunale retribuito vengono delegati alla popolazione senza compensi, senza tutele e senza una vera pianificazione.

Ciò che l’amministrazione propone come un modello virtuoso di partecipazione civica si rivela, nei fatti, una sofisticata espressione del neoliberismo in salsa progressista: trasformare un dovere pubblico in un gesto volontario, sostituire lavoro qualificato con prestazioni gratuite, nascondere l’esternalizzazione dei servizi dietro parole rassicuranti come “comunità”, “bene comune”, “cura condivisa”.

Gli strumenti utilizzati — adozioni di aree verdi, patti di collaborazione, accordi per la gestione dei beni comuni — vengono raccontati come innovazioni democratiche.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 21 November 2025
Hits: 872
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela

di Pino Arlacchi*

Tra le false narrative dei fatti del mondo che imperversano in Occidente, quella sul Venezuela è la più oltraggiosa. Non credete a una parola di ciò che i padroni dei mezzi globali d’informazione dicono sul paese, Maduro e l’aggressione iniziata dagli Usa 27 anni fa, con l’elezione a presidente di Hugo Chávez, e tuttora in corso.

Gli eventi quotidiani smentiscono le menzogne che tentano di coprire una guerra di rapina e sopraffazione coloniale condotta da una potenza giunta all’ultima tappa del suo declino. Il Venezuela è un paese forte, stabile, e deciso a non piegarsi. Un paese che vincerà, pur pagando duramente il prezzo della sua sovranità. La sconfitta Usa sarà la 65ª dall’inizio della Guerra fredda (la 66ª è in dirittura di arrivo, in Ucraina). E ciò avverrà sulla scia di quanto accaduto a quasi tutte le loro guerre, invasioni e tentativi di cambio di regime. Controllate le cifre sfogliando lo studio appena pubblicato su Foreign Affairs, bibbia dell’establishment Usa.

La domanda giusta da porsi, allora, non è quella su quanto durerà Maduro, ma quella su quanto durerà Trump. L’aggressione è un’ulteriore tacca anti-Trump che il deep state ha segnato sulla cintura. Pentagono e intelligence s’oppongono a questa pantomima dello sbarco in Normandia voluta da Rubio e sottoscritta dal presidente. Il deep state, vero padrone dell’America, subisce, abbozza, di fronte a una mossa di politica estera sconsiderata, contraria all’interesse nazionale e decisa da un presidente eletto, per giunta, con il mandato di porre fine alle guerre (e alle sconfitte) infinite.

Read more ...

Details
Published: 23 November 2025
Created: 19 November 2025
Hits: 1769
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Crosetto e il Totalitarismo di Guerra: chi non pensa come la NATO è un nemico della Nazione

di Clara Statello

"5000 hacker contro la disinformazione". L'annuncio shock di Crosetto e il drammatico salto di qualità del totalitarismo di guerra

Il nuovo millennio iniziava con una grande promessa per noi della generazione Erasmus: Internet. La connessione ci avrebbe garantito libertà e democrazia, conoscenza e condivisione. A tutelare il web affinché si mantenesse uno spazio libero, a combattere contro i potenti, c’erano loro, gli hacker.

Figure leggendarie della nuova era postmoderna, avevano addirittura messo su un nuovo partito, il partito dei Pirati. E noi, che pensavamo ancora alla rivoluzione, eravamo bollati come “novecenteschi”. Peccato che i nuovi partigiani ci hanno messo davvero poco a genuflettersi davanti a quello stesso potere che promettevano di voler combattere.

In fondo Google, Meta, il governo israeliano o il Pentagono, pagano bene. Alcuni episodi emblematici: Anounymous Italia, anziché colpire simboli di potere e oppressione, la scorsa primavera ha lanciato attacchi DDos contro testate, giornalisti e media indipendenti, come OttolinaTV, Pressenza e Marx21. Il pretesto: le fantomatiche ingerenze russe nel voto per Bruxelles.

Insomma, da paladini della libertà, i pirati del web si sono trasformati in cyber fascisti, esperti in incursioni criminali contro chi esercita il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 17 November 2025
Hits: 860
Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

L’Ucraina e noi: l’europeismo contro se stesso

di Andrea Guazzarotti

Per Andrea 300x224.jpegL’occultamento del conflitto intra-europeo prima dell’esplosione di quello russo-ucraino

Le élite europee, nel loro nichilismo (E. Todd), hanno sposato la linea del confronto armato a oltranza contro la Federazione russa di Putin. Serviva a ricostituire un nuovo simulacro di unità tra gli Stati membri che due crisi e un’architettura istituzionale (sempre più) disfunzionale stavano (e stanno) minando. Per farlo, quelle élite hanno cinicamente sacrificato l’Ucraina, anche se sarebbe più corretto dire: hanno ceduto alla pressione degli USA affinché l’Ucraina venisse usata come proxy nella guerra contro la Russia di Putin.

Il cedimento è stato, innanzitutto, interno: con una vittoria del fronte della “nuova Europa” sulla vecchia (Minolfi 2023, pp. 76ss.). La battaglia cruciale si è svolta a porte chiuse, al Consiglio NATO di Bucarest del 2008, quando gli USA hanno provato a forzare il corso degli eventi spingendo per l’attivazione immediata delle procedure di ammissione di Georgia e Ucraina nella NATO, scontrandosi con il veto di Francia e Germania, cui replicarono duramente i rappresentanti dei nuovi Stati dell’Europa centro-orientale (Polonia in testa). L’esito fu quello di annunciare comunque come prossima l’attivazione delle procedure di adesione, allarmando Mosca senza offrire alcuna garanzia immediata ai due Paesi in questione (ibidem). Un confronto politico acceso del quale le opinioni pubbliche sono state praticamente tenute all’oscuro, secondo un processo di infantilizzazione dei cittadini europei (Minolfi 2025) perseguito nell’alveo di una strategia delle classi dirigenti europee di disconnessione e immunizzazione dai propri elettorati.

Parallelamente deflagrava in quegli anni la crisi dell’euro, impacchettata come crisi del debito pubblico degli Stati debitori dalle élite europee (leggi: i Governi degli Stati creditori in combutta con i vertici di BCE e Commissione europea). Dinanzi all’impennarsi dell’antieuropeismo degli elettorati (specie di quelli sottoposti all’austerity) quelle élite intravedevano già nelle vicende interne all’Ucraina (le proteste di Euromaidan) lo spiraglio per programmare una nuova, pericolosa, strategia di riattivazione dell’ideologia europeista.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 22 November 2025
Hits: 2731
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità

di Salvatore Palidda

America spaccata.jpgPaese sconfitto alla seconda guerra mondiale (insieme a Germania e Giappone), l’Italia fu costretta a una quasi totale sottomissione alla nuova potenza mondiale dominante lo spazio euro-mediterraneo.

Ma prima di descrivere questa svolta storica e poi gli sviluppi sino a oggi, è utile una digressione storica-geopolitica. Ricordiamo che il sea power (il potere marittimo teorizzato da Mahan[1]) impone che la potenza che vuole dominare uno spazio geopolitico deve accaparrarsi il controllo dei punti cruciali per esercitarlo. Nello spazio euro-mediterraneo l’Italia è il principale punto geostrategico in quanto la penisola e le sue isole sono situate al suo centro. Sin dai tempi di Cartagine e poi di Roma ciò era evidente, tant’è che Roma poté battere la rivale solo accaparrandosi del controllo della Sicilia per sfruttarne la posizione geostrategica, l’enorme risorsa di legname per costruire la sua flotta e quella di grano per pagare il soldo ai suoi militi.[2] E all’epoca delle repubbliche marinare -in assenza di un potere imperiale dominante- queste potevano rastrellare ricchezze enormi non solo grazie all’abilità e alla ferocia dei loro pseudo-nobilotti, noti come i più sperimentati pirati del mondo (più di quelli che la regina Elisabetta aveva integrato nella sua flotta per affermare la sua potenza che però in Mediterraneo doveva arborare la bandiera genovese per potere navigare senza problemi). Il successo di queste potenze marittime fu soprattutto grazie all’intesa ben oliata con i sultani della simile potenza marittima che era Costantinopoli. Ciò, nonostante le crociate o pseudo-guerre di religione, poiché condividevano con i genovesi, i veneziani, i pisani e gli amalfitani la stessa logica dell’accumulo di ricchezze (il business innanzitutto). Inoltre, via via si impadronirono dei punti nevralgici dello spazio mediterraneo rubando non solo le ricchezze ma anche i saperi locali e facendone schiavi i dominanti costretti a pagare somme enormi per riscattare la loro emancipazione. Ma poi queste repubbliche marinare cercavano sempre l’intesa con la potenza spagnola dominante il Mediterraneo (vedi Braudel, 2010).

Dopo Yalta, l’assetto del mondo bipolare impose che l’Italia doveva collocarsi nella sfera occidentale che passava sotto l’egemonia degli Stati Uniti. L’internazionale comunista stabilì che i partiti dei paesi occidentali si adeguassero per definire e seguire le loro specifiche “vie nazionali al socialismo”.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 13 November 2025
Hits: 664
Print Friendly, PDF & Email

lospiteingrato.png

Morte dell’ermeneutica e fine della storia

Su Michele Ranchetti

di Andrea Cavazzini

2025.11.13. CAVAZZINI.pngDifficile scrivere su Ranchetti, almeno nel senso della scrittura “scientifica” normalizzata, che richiede premesse, svolgimento e conclusioni in una forma autoconclusiva e non bisognosa di interrogarsi sulle proprie ragioni e condizioni. Difficile perché, al contrario, le scritture e i lavori di Ranchetti non partecipano di alcuna legittimità univoca e predefinita, non beneficiano dei presupposti rassicuranti delle istituzioni e degli specialismi; ma anche perché la loro intelligibilità intrinseca dipende da un sistema di riferimenti, da un gioco di costellazioni storiche e culturali, che non possono in nessun modo essere riassorbiti dalla corrispondenza del testo ad una norma di valutazione, e la cui condivisione più o meno ampia è diventata altamente problematica già durante la vita di Ranchetti.

In altri termini, leggere e interpretare Ranchetti richiede un lavoro di esegesi particolarmente complesso. E, poiché Ranchetti stesso ha riflettuto sulla crisi dell’esegesi, non solo come pratica savante, ma anche e soprattutto come atteggiamento intellettuale e morale, e come posizione esistenziale, in questa circolarità tra l’oggetto di una meditazione e la chiave di lettura di un’opera si trova forse di che intendere un percorso fortemente atipico e sfuggente.

In un testo relativamente tardo, ma alquanto in anticipo rispetto a una situazione che oggi è evidente in tutto il mondo, intitolato In morte dell’ermeneutica, Ranchetti avanza questa diagnosi:

“Il presente” non sembra più corrispondere a nessuna forma di consocibilità, non appartiene a nessun sistema di misura […]. Fra il passato recente e il presente sembra essere intervenuta una cesura perché non è più operante il sistema di correlazioni su cui si regge, per solito, qualsiasi intelligenza dei fenomeni.1

Ranchetti parte dalla situazione dell’insegnamento universitario: l’esercizio della critica del dato culturale ricevuto e tacitamente accettato, cui dovrebbe essere iniziato lo studente, diventa impossibile a partire dal momento in cui «il dato è inesistente».2 L’inesistenza di un “dato” condiviso tra le generazioni e gli strati sociali, tra i ruoli e le funzioni, l’assenza anzi di una coerenza organica entro gli orizzonti culturali anche di singoli gruppi o individui, fan sì che non solo l’atto critico, ma la stessa operazione interpretativa divengono senza oggetto:

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 16 November 2025
Hits: 724
Print Friendly, PDF & Email

ilsimplicissimus

Gaza e Darwin

di Il Simplicissimus

Oggi che la cronaca langue forse è il caso di fare qualche passo oltre la soglia delle tristi cronache. Tutte le persone dotate di un cervello e di un cuore, cosa ormai piuttosto rara, si domandano come sia stato possibile assistere per due anni a un genocidio a cielo aperto come quello di Gaza senza intervenire, anzi armando e sostenendo finanziariamente il sionismo stragista. Parlo dell’Occidente ovviamente, che solo dopo due anni di orribili massacri ha cominciato a prendere ipocritamente e timidamente le distanze, più pro forma che nella sostanza. Tanto che la famosa tregua di Trump, in realtà mai davvero osservata, fondava le sue basi sulla messa in mora dell’idea di uno Stato palestinese. Ora possiamo discutere all’infinito del potere delle lobby israeliane che ovviamente esiste e non può essere messo da parte, ma con questo non si coglierebbe il nucleo di un problema che si ripresenta di volta in volta con sempre maggior frequenza negli ultimi anni. Per esempio il cinismo assoluto con cui le élite occidentali hanno immolato il popolo ucraino in nome delle loro mire sulla Russia, per esempio la noncuranza verso le vite dei loro stessi cittadini facendoli divenire cavie paganti dell’industria farmaceutica, per esempio l’impudenza nel sottrarre diritti e libertà facendo finta che questa sia democrazia.

Tutto questo va spiegato in termini più profondi, cioè in quelli della cultura anglosassone che ha di fatto spazzato via tutte le altre, almeno nel nostro mondo al tramonto. Essa si regge da secoli su tre pilastri: l’individualismo assoluto che esalta le virtù dello scontro e sottovaluta il solidarismo, il maltusianesimo da ricchi che vede la soluzione di ogni problema in una caduta demografica e il darwinismo sociale.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 22 November 2025
Hits: 672
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Ancora su guerra e pace a scuola

di Fernanda Mazzoli

La normalizzazione della scuola, ovvero il suo allineamento all’agenda neoliberista, è cosa ormai avvenuta, sia sul piano normativo, sia nei fatti e nello spirito di chi vi lavora, al netto di qualche malumore e qualche distinguo.

Tuttavia, rischia di restare sempre un passo indietro rispetto al contesto politico e sociale in cui è inserita, rallentata dal peso dei saperi disciplinari (per quanto alleggeriti e banalizzati in pillole di sapere) e dalla lentezza dei processi di apprendimento, per rimediare alla quale si iniettano dosi crescenti di digitale. Complessivamente diligente agli ordini che vengono dall’alto, resta comunque inadeguata e proprio per questo tenuta a regolarsi giornalmente sull’implacabile orologio che scandisce tempi e ritmi della vita collettiva, seguendo naturalmente il progredire delle lancette nella direzione impressa dagli orologiai.

E le lancette, adesso, vanno in direzione della preparazione psicologica a un’eventualità bellica e docenti e studenti, per anni ammaestrati a considerare la globalizzazione come un pacifico ipermercato su scala mondiale in cui comperare e consumare in perfetta letizia di mente e di corpo merci di ogni natura, anche culturale ed emotiva, si trovano impreparati.

C’è quindi un gap da colmare, tanto più che ce lo chiede l’Europa, dove prendono le cose più seriamente: solo per citare alcuni esempi, in Polonia si introducono nei programmi scolastici esercitazioni militari e corsi di pronto soccorso, in Lituania si prevede di istruire i ragazzini a costruire e pilotare droni.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 17 November 2025
Hits: 674
Print Friendly, PDF & Email

effimera

Paolo Virno. Il linguaggio della moltitudine

di Nadia Cavalera

C’è un punto, in ogni pensiero che conti davvero, in cui la vita e la teoria smettono di essere due linee parallele e si curvano l’una dentro l’altra.

Paolo Virno ha vissuto esattamente in quella piega.

Filosofo napoletano, militante del ’68 e del ’77, detenuto politico, docente e scrittore ironico, Virno non ha mai concepito il pensiero come contemplazione, ma come gesto, pratica, forma di vita.

Per lui la filosofia non serviva a rendere il mondo “un po’ migliore”, ma a rovesciarlo – a pensarlo altrimenti, fino a cambiarne la grammatica.

Nato a Napoli nel 1952 e cresciuto tra Genova e Roma, attraversò da giovanissimo le grandi lotte operaie e studentesche.

Entrò in Potere Operaio dopo le occupazioni di Torino del ’69, e nel movimento del ’77 riconobbe un momento di svolta epocale: non una rivoluzione sconfitta, ma un cambio di paradigma – “che i più spregiudicati compresero e gli altri no”.

Nel 1979 fu arrestato nel cosiddetto Processo 7 aprile, accusato ingiustamente di partecipazione a un’organizzazione eversiva. Passò anni tra carceri speciali e domiciliari, fino all’assoluzione nel 1987.

Fu proprio in quegli anni di reclusione che il suo pensiero prese forma: nelle celle di Rebibbia e Palmi iniziò a interrogarsi sul linguaggio, la memoria, l’azione. Da quell’esperienza nacquero riviste come Metropoli e Luogo Comune, dove una generazione di intellettuali tentò di pensare il comunismo dopo la fabbrica fordista.

Read more ...

Details
Published: 22 November 2025
Created: 18 November 2025
Hits: 681
Print Friendly, PDF & Email

pagineesteri.png

Un Cile stanco e indebitato sceglie la destra: Jara fatica a invertire la rotta

di Geraldina Colotti

Quasi 16 milioni di cileni erano chiamati alle urne, il 16 novembre, per eleggere il successore del presidente Gabriel Boric, oltre che per rinnovare tutta la Camera (155 deputati) e metà del Senato (25 senatori). Per via del ripristino del voto obbligatorio (con relativa multa per i trasgressori) e dell’iscrizione automatica, si è registrato un altissimo tasso di partecipazione (oltre l’85%), il più alto nella storia del paese dal ritorno alla democrazia (1990).

Il primo turno delle elezioni generali ha promosso al ballottaggio, che avrà luogo il prossimo 14 dicembre, Jeannette Jara, candidata della coalizione di centrosinistra al governo (Unidad por Chile), con il 27% delle preferenze, e l’ultraconservatore José Antonio Kast, che ha ottenuto il 24%. Il terzo candidato, Johannes Kaiser, sempre di ultradestra, ha già detto che porterà a Kast il suo 14%, e così probabilmente sarà per il 19,5% dei voti ottenuti dal secondo, il populista Franco Parisi, e per il 12,7% totalizzato dalla destra tradizionale di Evelyn Matthei.

Stando così le cose, la destra supererebbe il 50% e riporterebbe il Cile di nuovo sulla sua sponda estrema, abbandonata dal paese alla fine della dittatura di Augusto Pinochet. Sdoganata ampiamente a livello internazionale, soprattutto dopo l’arrivo di Trump al governo degli Stati uniti, l’estrema destra non nasconde più il suo rimpianto per la dittatura.

Sia Kast che il terzo classificato, Kaiser, lo hanno dichiarato apertamente, promettendo di ripulire la fedina penale degli ex gerarchi e cavalcando il tema dell’insicurezza e della xenofobia contro i migranti (in Cile ve ne sono circa 2 milioni su una popolazione totale di 19 milioni).

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 14 November 2025
Hits: 925
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Palestina oltre la mistificazione della pace

di Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

bnerignl.jpgIeri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale.

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 14 November 2025
Hits: 877
Print Friendly, PDF & Email

machina

Lotte, linguaggio, natura umana: l'itinerario politico-teorico di Paolo Virno

Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero

Intervista tratta da Gli operaisti

0e99dc 366e20efb68c4476950169a5ad9bb513mv2.jpgL'intervista che pubblichiamo oggi, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, è tratta dal volume Gli operaisti (DeriveApprodi, 2005). È un documento importante perché ricostruisce il percorso politico-intellettuale di Paolo Virno, illumina le tracce di ragionamento lasciate aperte dal filosofo e dalla sua tradizione del pensiero. Diversi i nodi che vengono trattati: oltre alle esperienze di organizzazione degli anni Settanta, Virno ci parla delle scommesse degli anni Ottanta e Novanta, ossia il tentativo di capire in che modo la trasformazione del paese negli anni della contro­rivoluzione avesse creato un nuovo tipo umano, oltre che natural­mente diverse forme di produzione, che potevano ormai comincia­re a esprimersi conflittualmente; dei limiti e delle ricchezze della tradizione operaista; dei filoni di ricerca affrontati da «marxista critico», concentrandosi su questioni fondamentali come il linguaggio, la comunicazione e la possibilità di porre al centro politicamente la natura umana.

* * * *

Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali gli inizi della tua attività militante?

P.V.: Mi sono formato politicamente a Genova, dove la mia famiglia viveva e io facevo il liceo. Genova era esposta all’influenza di Torino, dove nel ’67 ci furono le prime occupazioni. Nell’estate di quell’anno si mobilitarono gli studenti medi, più vivaci di quelli universitari, che invece erano in contatto con le organizzazioni tradizionali dei partiti, Ugi e via dicendo. Come studenti medi fondammo il Sindacato degli studenti, che nell'autunno del '67 fece i primi scioperi su tematiche già sessantottesche, lotta all’autoritarismo, solidarietà con gli studenti greci dopo il golpe, e via di questo passo. Questa fu l’iniziazione. Alcuni di quelli con cui feci politica a quel tempo hanno avuto i destini più diversi: da Carlo Panella che adesso lavora per Mediaset, a Franco Grisolia che sta nella segreteria di Rifondazione, trotzkista da allora a oggi senza variazione alcuna (questo hanno di buono i trotzkisti, che si proseguono!).

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 20 August 2025
Hits: 887
Print Friendly, PDF & Email

futurasocieta2.png

DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi

di Alan Freeman

Freeman immagine articolo.jpgLa tecnologia capitalista ha raggiunto un nuovo punto di svolta. L’era elettronica ha liberato gli oggetti mentali dalla loro dipendenza da ogni specifica base materiale, cioè sono riproducibili a prescindere dal supporto materiale prescelto, sia esso un libro, un Cd, un file digitale, ecc. Questa è una causa della loro rapida espansione nella produzione e nell’uso, al punto che stanno diventando i prodotti primari del lavoro umano. Le nuove tecnologie, mentre rendono possibile la riproduzione degli oggetti mentali a costi irrisori, creando le basi per industrie di massa, abbattono anche i tempi di lavoro e, quindi, i costi della produzione materiale. Pertanto, l’unico modo in cui la produzione può espandersi è nella sfera dell’output immateriale. Questo include sia i servizi (per esempio, sanità, istruzione, tempo libero, ecc.) sia i prodotti mentali, che sono strettamente correlati. L’uscita di DeepSeek annuncia una fase della storia, a cui il capitalismo industriale ha dato vita, radicata nella diffusione generale di un nuovo tipo di valore d’uso, prodotto con una nuova tecnologia. Per questo ha sconvolto i mercati e costituisce una risposta da parte di una start-up cinese al presunto dominio Usa in fatto di intelligenza artificiale. Il suo carattere open source, cioè basato su un nuovo tipo di proprietà, diversa da quella privata, è adatto a questa riproducibilità, prestandosi particolarmente a una diffusione in un sistema socialista in cui l’obiettivo del bene collettivo predomina su quello del massimo profitto. La conoscenza e le idee sono oggetti da condividere, mentre gli Stati Uniti le trattano come qualcosa da proteggere e monopolizzare. Pertanto l’IA open source entra in contraddizione col modo di produzione capitalistico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, siano essi anche prodotti mentali.

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 18 November 2025
Hits: 745
Print Friendly, PDF & Email

metis

Sul voto del Consiglio di Sicurezza

di Enrico Tomaselli

Che Russia e Cina perseguano una politica fondamentalmente basata sulla difesa degli interessi nazionali, è cosa che dovrebbe essere ben nota. Anche se trattandosi di potenze che agiscono su scala globale ciò ovviamente comporta una proiezione politica – e quindi un posizionamento – ben al di là del territorio nazionale e della più stretta area d’influenza. Com’è facilmente comprensibile, questo comporta anche delle assunzioni di responsabilità, nei confronti dei paesi partner, e più ampiamente implica una proiezione dell’immagine di sé offerta al mondo – e su cui si costruisce un rapporto non solo di fiducia e stima, ma anche di affidabilità. Sapere che se Mosca o Pechino assumono una posizione, che la si condivida o meno, si può però essere certi che la sosterranno coerentemente.

Ritengo che questo sia un tratto distintivo della politica internazionale di entrambe i paesi. Ragion per cui è con un certo stupore che ho registrato la votazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella serata di ieri, che ha tra l’altro contraddetto le mie relative previsioni.

Il voto, ricordiamo, era sulla proposta di Risoluzione 2803 presentata dagli Stati Uniti, e ricalcava sostanzialmente – accentuandone taluni tratti negativi – il cosiddetto piano Trump in 20 punti, relativamente al conflitto nella Striscia di Gaza. La Russia, che pure aveva avanzato una sua proposta, decisamente più equilibrata, al momento del voto ha deciso di non opporre il veto, così come ha fatto la Cina, dando via libera alla Risoluzione statunitense, approvata con 13 voti favorevoli, 0 contrari e 2 astensioni (Cina e Russia appunto).

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 18 November 2025
Hits: 844
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Come gli USA drenano ricchezza dall’Europa

di Enrico Grazzini

 

Trump mente: l’Europa non succhia risorse all’America. È vero il contrario. I dati sulla bilancia dei pagamenti lo dimostrano

Il presidente americano Trump afferma che l’Europa succhia soldi all’America e che i rapporti economici tra Stati Uniti ed Europa sono fortemente squilibrati a danno degli USA: ma questo è falso. La bilancia commerciale tra Europa e USA è deficitaria per l’America, ma le partite correnti – che comprendono la bilancia commerciale (gli scambi di beni e di servizi), il saldo dei redditi (da capitale e lavoro) e i trasferimenti unilaterali – sono equilibrate, e sul piano finanziario gli USA succhiano capitale dall’Europa. Occorre sottolineare che, quando si parla di flussi internazionali di fondi, ciò che conta davvero non è la bilancia commerciale di beni e servizi ma il saldo complessivo delle partite correnti, che è equilibrato.

Gli USA hanno un forte deficit commerciale con la Cina, intorno ai 295 miliardi di dollari (dati 2024). Il deficit commerciale (beni e servizi) con l’Europa è molto minore, pari a 57 miliardi di euro. Infatti, secondo la BCE, nel 2024 i Paesi dell’area euro hanno presentato un surplus degli scambi commerciali di beni rispetto agli Stati Uniti pari a 213 miliardi di euro. Al tempo stesso i Paesi dell’eurozona presentano un deficit per gli scambi di servizi (servizi digitali, di intrattenimento, servizi finanziari e di consulenza, ecc.), quasi altrettanto rilevante: in questo caso gli USA sono in surplus per ben 156 miliardi, sempre nel 2024. Gli USA registrano un forte surplus, pari a 52 miliardi, anche sui trasferimenti di redditi, grazie agli interessi e ai dividendi che riscuotono sui capitali investiti in Europa.

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 17 November 2025
Hits: 644
Print Friendly, PDF & Email

piccolenote

Israele e la guerra nel cuore dell'Impero

di Davide Malacaria

Qualcosa di grosso sta succedendo negli States e non è solo l’elezione di Mamdami a sindaco di New York, pure impensabile solo qualche mese fa avendo contro tanta comunità ebraica americana e tanti miliardari. Qualcosa che può essere identificata come una vera propria rivolta contro l’Israel First, secondo una precipua definizione di The American Conservative.

Se la rivolta nel partito democratico si disvela nell’ascesa di figure socialiste come Mamdami – un socialismo americano, nulla a che vedere con la sinistra europea – che ieri ha visto la vittoria a Seattle di un altro sindaco che si dice “socialista”, molto più interessante appare quanto accade nel partito repubblicano.

In questo ambito è ormai guerra aperta tra movimento Maga e l’establishment neocon, conflitto che verte sulla sudditanza Usa a Israele e sulla morsa dello Stato profondo su Trump. Uno scontro nel quale sta uscendo fuori di tutto. E qui le cose si fanno davvero interessanti.

A guidare la rivolta, a parte alcuni esponenti politici del mondo Maga, alcuni influencer più seguiti del New York Times e del Washington Post messi assieme, un fenomeno tutto americano che è un po’ il prosieguo delle figure immortalate nei film anni ’70 e ’80 che vedevano il solitario speaker radiofonico denunciare le malefatte del sistema.

Read more ...

Details
Published: 21 November 2025
Created: 21 November 2025
Hits: 771
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Nuovo umanesimo, vecchia ideologia: come trasformare il dissenso in stupidità

di Patrizio Paolinelli

Ha senso riflettere sulla stupidità umana? Sì, perché aiuta a capire cos’è l’intelligenza. In questa direzione muove il libro di Armando Massarenti intitolato, Come siamo diventati stupidi. Una immodesta proposta per tornare intelligenti, (Milano, Guerini e Associati, 2024, pp. 200). Prima di procedere, una nota sull’autore. Massarenti è caporedattore del Sole 24 Ore, giornalista culturale e divulgatore di filosofia per diletto. Dunque è utile occuparsi delle sue idee per l’influenza che esercitano sull’opinione pubblica tramite la testata della Confindustria; perché il suo libro fornisce un’aggiornata panoramica della psicologia umana in chiave cognitivista; e perché, come sosteneva Marx, per capire una società bisogna leggere i reazionari che produce.

Ma che cos’è la stupidità? Tra i germi di questa infezione del corpo sociale Massarenti individua: una generalizzata inclinazione al pessimismo; la scarsa propensione ad affidarsi ai dati statistici per leggere la realtà; la tendenza all’esibizionismo morale (comportamento espressivo che su Internet conduce a una “corsa incontrollata verso l’indignazione”); la scarsa razionalità nell’affrontare i problemi sociali; esercitarsi in “palestre di pregiudizi e regole arbitrarie” come la sociologia e in generale le scienze umane.

Da questo pur incompleto elenco risulta chiaro che la stupidità è un modo di pensare di cui occorre sbarazzarsi. Ma come? Per rispondere prendiamo l’ultimo punto dell’elenco: è davvero necessario rinunciare alle scienze umane tout court?

Read more ...

Details
Published: 20 November 2025
Created: 16 November 2025
Hits: 779
Print Friendly, PDF & Email

Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

di Mario Sommella

mbtohèù.jpgGenocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.

Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

 

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

Read more ...

  1. Francesca Albanese: Perché accuso 63 nazioni di complicità nel genocidio di Gaza
  2. Sandro Moiso: Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso
  3. Mario Lombardo: Gaza, pace che sembra genocidio
  4. Mauro Armanino: La privatizzazione del futuro e i suoi disertori
  5. Paolo Vernaglione Berardi: Paolo Virno filosofo dell’avvenire
  6. Gigi Sartorelli: Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA
  7. Effimera: Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno
  8. Riccardo Fedriga: Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie
  9. Laura Carrer: Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali
  10. Sergio Scorza: Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna… “Ha stato Gheddafi!”
  11. Michele Castaldo: La signora Anna Negri e gli anni ’70 e ’80
  12. Guglielmo Forges Davanzati: Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre
  13. Eric Gobetti: Quale treno della vergogna?
  14. Salvatore Bravo: Essere marxisti oggi
  15. Phil A. Neel: Teoria del partito
  16. Davide Romaniello, Antonella Stirati: Output potenziale vs piena occupazione
  17. Fabrizio Casari: Ucraina, l’agonia del regime
  18. Alessio Mannino: I miliardari non dovrebbero esistere? Giusto. Ma tassarli non basta
  19. Redazione: Gaza. La Russia batte un colpo. All’ONU un piano alternativo a quello di Trump
  20. Marco Santopadre: Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan
  21. Enrico Tomaselli: Il "Grande Gioco" del Medio Oriente
  22. Paolo Virno: Il decennio della controrivoluzione
  23. Silvano Poli: Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione
  24. Davide Malacaria: Gaza: l'ingegneria della fame
  25. Jeffrey Sachs: La manovra di Trump all'ONU è imperialismo americano mascherato da processo di pace

Page 60 of 672

  • 55
  • 56
  • 57
  • 58
  • 59
  • 60
  • 61
  • 62
  • 63
  • 64
Web Analytics