Non è ironico? Non credete? Un centinaio di aziende di veicoli elettrici sono fiorite sotto il comunismo, mentre il capitalismo sovvenziona uno spaccone che produce quattro veicoli e un fermacarte. Una start up ha addestrato un'intelligenza artificiale per 5,5 milioni di dollari sotto il comunismo, mentre l'intelligenza artificiale del capitalismo richiede 500 miliardi di dollari di aiuti governativi. Tutto ciò che i capitalisti vi hanno detto sul capitalismo erano solo stronzate per vendervi altro capitalismo. Il comunismo è in realtà molto più innovativo del capitalismo. Fanno di più con meno, e per scopi migliori.
Lunga e forse inutile digressione storica
La grande potenza tecnica del comunismo era in realtà nota fin dall'inizio. Russia e Cina si sono industrializzate nel giro di una generazione. Nessuna nazione si è mai sviluppata più velocemente o in misura maggiore, un miracolo economico che la maggior parte degli economisti occidentali ha ignorato, perché il comunismo è un male, STFU [zitto, stronzo!]. La capacità produttiva del comunismo è stata screditata perché l'intera faccenda sembrava crollare con la fine dell'Unione Sovietica, ma non era tutto. Come ha detto Xi Jinping nel 2018:
Lo sviluppo storico non è mai rettilineo, ma pieno di colpi di scena. Alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, il crollo dell'Unione Sovietica, la caduta del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e i drammatici cambiamenti nell'Europa dell'Est non solo hanno portato alla scomparsa dei primi Paesi socialisti e dei Paesi socialisti dell'Europa dell'Est, ma hanno anche avuto un grave impatto sul gran numero di Paesi in via di sviluppo che aspiravano al socialismo, e molti di loro sono stati costretti a prendere la strada di copiare il sistema occidentale.
Incontro-dibattito sul libro Intelligenze artificiali e intelligenze sociali di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2024), presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano, 29 settembre 2024
La tecnica e il sociale non vanno confusi: la tecnica è lo strumentale e lo strumentale funziona in modo diverso dalla vita. Renato Curcio aggiunge un altro tassello al suo percorso di ricerca
Questo libro è il seguito di un percorso di ricerca che faccio dal 2015, quindi da un po’ di anni, sul rapporto tra il vivente e lo strumentale, cioè tra le tecnologie nel senso generale del termine - le macchine - e l’umano, come momenti di un tipo di società, quella capitalistica, che sempre più li incrocia e li ibrida. Dopo il periodo della digitalizzazione, quindi di un capitalismo che era passato dal macchinismo industriale a una più complessa tecnologia digitale - che già aveva cambiato moltissime modalità di lavorare ma anche di entrare in relazione - con l’intelligenza artificiale si è fatto un passo ulteriore. Un passo che è stato guardato, da una parte con la curiosità che spesso caratterizza la grande stampa, una curiosità legata alla pubblicità, per cui si parla molto di una certa tecnologia perché questo la promuove - ed è il caso di dispositivi come ChatGPT, che a un certo punto viene immesso nel mercato e nel consumo un po’ come era stato fatto, a suo tempo, coi social network, mitizzandone le potenzialità, le caratteristiche, le prospettive ecc. -; d’altro canto è tuttavia anche vero che, al di là delle mitizzazioni propagandistiche, queste tecnologie progressivamente non solo hanno cambiato, e stanno cambiando, il nostro modo di vivere, ma lo stanno facendo molto velocemente e profondamente, mentre non cambia la nostra capacità di entrare in relazione consapevole con questi strumenti. Questo libro, quindi, parla e si interessa dell’intelligenza artificiale in relazione all’immaginario, ossia in relazione a uno dei problemi di fondo del cambiamento sociale, perché nessun cambiamento sociale si è mai prodotto senza che si generasse un immaginario istituente.
Gramsci è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per il suo grande contributo relativo al concetto di egemonia: sostanzialmente in che modo le classi sociali - e soprattutto quelle che hanno il potere, quindi che si collocano in una situazione di forza rispetto alle altre - costruiscono la cattura dell’immaginario dei cittadini, con quali strumenti li portano a sé; in breve, come esercitano il loro dominio.

L’urgenza di ricostituire la sinistra comunista non è più rimandabile. Le oligarchie transnazionali con la fine della globalizzazione mostrano la verità del dominio. Sono in lotta a Oriente come a Occidente. Con la lotta fra le plutocrazie si aprono spazi di intervento e di verità. Le guerre plutocratiche si moltiplicheranno e i diritti sociali e individuali gradualmente scompariranno dall’orizzonte politico. Il loro posto è, e ancor più, sarà occupato da slogan e dalle parole ambivalenti della società dello spettacolo. L’articolo 31 del DDL sicurezza prepara l’Italia a una lunga guerra. Sarà possibile per le università, se fosse approvato, collaborare spontaneamente con i Servizi segreti. La guerra tra le oligarchie non può che causare un clima di timore. La paura è “arma” per neutralizzare i dissenzienti e per sollecitare il sospetto e il controllo. L’inquietudine è il mezzo con cui il capitalismo cerca di strappare la sua tranquillità, poiché è esso stesso inquieto a causa delle ingovernabili contraddizioni che lo corrodono. Il declino del capitalismo nelle sue formule plurali è inevitabile. I sintomi della decadenza sono ormai evidenti. La sovrapproduzione e la scarsità di risorse da estrarre e da sfruttare sono ormai la tagliola sanguinante del capitalismo. Il saccheggio è anche e specialmente spirituale, nella fase attuale il capitalismo rapina “la capacità di significare”, in tal modo i sudditi non sono che orci bucati in cui tutto fluisce, fino al punto che l’orcio assume la forma dei contenuti. Il sangue degli ultimi ha macchiato la storia dei capitalismi, pertanto la sua storia non potrà che terminare nel sangue e nel sudore degli infelici che già ora non vivono ma sopravvivono. Rileggere Marx è oggi fondamentale per risemantizzare per il presente. Il comunismo che verrà non sarà la riproposizione del passato, ma esso necessita della tradizione comunista e delle sue categorie per pensare il presente e progettare il futuro.
Marx ha riportato l’essere umano nella storia e ha svelato le religioni si sistema nella loro realtà ideologica. La religione con le sue fughe dorate da un mondo reificante è stata la complice del dominio, ha sparso i “fiori sulle catene”, è stata l’oppiaceo che ha consentito di “sopportare l’insopportabile”.
Sarà anche che l’irruzione dell’uragano Trump sulla scena internazionale ha sconcertato molti, o che le aspettative fossero esageratamente alte, ma si direbbe che ciò sta scatenando una serie di misunderstanding davvero considerevole.
Tanto per cominciare, la nuova America non è affatto orientata al multipolarismo, nemmeno nei termini di una semplice accettazione della realtà. Al contrario – e lo dimostrano molte cose – sta semplicemente operando una conversione tattica, che prende atto sì dell’emergere di un mondo multipolare, ma soltanto per combatterlo meglio, e riaffermare il predominio statunitense. Ciò non consegue soltanto dalle reiterate affermazioni (e azioni) che continuano a indicare la Cina come una minaccia, e la necessità di contenerla (anche militarmente), ma anche dal mutato atteggiamento verso la Russia.
Il rovesciamento di 180°, rispetto alle posizioni sostenute dalla precedente amministrazione USA sino a pochi mesi fa, è infatti dovuto a due elementi: da un lato, la constatazione dell’errore strategico commesso innescando il conflitto in Ucraina, che ha spinto Mosca a saldare un’alleanza strategica di fatto con Pechino, e dall’altro la rivalutazione del nemico russo come ostico ma comunque di livello inferiore. Da ciò la nuova politica americana che punta a separare Russia e Cina (e più in generale a rompere il blocco di alleanze quadrilaterale con Iran e Corea del Nord), aprendo una fase di dialogo e collaborazione con Mosca, che punta a coinvolgerla in un meccanismo di riduzione della conflittualità. Fondamentalmente, questo schema si basa sull’idea che depotenziando il conflitto con la Russia, e contemporaneamente accentuando quello con la Cina, ciò finisca con l’insinuare un cuneo tra i due paesi. Ovviamente, il presupposto è che le profferte statunitensi siano abbastanza allettanti per Mosca da convincerla a tenersi fuori da un eventuale acuirsi delle tensioni sino-americane. Vedremo più avanti come questa operazione sia in realtà molto più complicata, a partire dal fatto che Washington non ha effettivamente molto da offrire.
Poche ore prima che a Riad russi e americani definissero i destini dell’Ucraina e riallacciassero le relazioni bilaterali, a Parigi come a Monaco ha trionfato l’aria fritta in salsa europea, cioè la dura espressione di ferree volontà basate però sul nulla, a partire dall’inconsistenza politica e militare. Nei contenuti infatti al summit europeo informale Parigi sembra essere andata in scena la replica della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, raccontata ai nostri lettori dall’articolo di Maurizio Boni apparso ieri sulle nostre pagine.
I leader europei riunitisi su invito del presidente francese Emmanuel Macron per provare a reagire alla soluzione trumpiana al conflitto in Ucraina, avrebbero concordato con il presidente americano su un approccio di “pace attraverso la forza”.
Non è ben chiaro cosa significhi ma questo riferiscono fonti Ue non meglio precisate, citate dalle agenzie di stampa, aggiungendo che “i leader ritengono che sia pericoloso concludere un cessate il fuoco senza un accordo di pace allo stesso tempo”. Affermazione paradossale perché esattamente aderente a quanto chiede Mosca che ha precisato da tempo che non accetterà tregue o cessate il fuoco ma solo un accordo complessivo che risolva il conflitto.
Sempre secondo fonti UE i leader europei “sono pronti a fornire garanzie di sicurezza, con modalità da esaminare con ciascuna parte, a seconda del livello di supporto americano”. E qui il paradosso rischia di scivolare nella comica perché l’Europa dichiara di essere pronta a mostrare muscoli che non ha e a correre rischi che nessun governo europeo è in grado di correre se vuole restare in sella.
Nel Paese delle Meraviglie
Per comprenderlo è sufficiente rilevare le ultime bellicose dichiarazioni rilasciate da alcuni leader riunitisi a Parigi e confrontarle con la realtà.
Il discorso di Monaco del vicepresidente Usa JD Vance è stato di una durezza quasi incredibile verso gli alleati europei, criticandoli aspramente anche per questioni di politica interna; particolare rilievo ha assunto il tema delle limitazioni della libertà di espressione che sono diventate moneta sonante per le classi dirigenti del Vecchio continente, nonché della precedente Amministrazione Biden.
Tale discorso va collegato al video, diffuso il 7 gennaio da Mark Zuckerberg – capo di Facebook e Instagram – a dir poco esplosivo, annunciando che si sbarazzerà (letterale: get rid of…) dei fact-checker per il controllo dei contenuti postati online (al momento solo negli Usa).
Per capire la carica polemica di Vance dobbiamo approfondire le forme di supervisione dei contenuti dei social e di come esse si siano radicate nel mondo del progressismo di establishment; quel mondo che la nuova dirigenza statunitense vede come un nemico ideologico. Con molte ragioni.
Cosa ha detto Zuckerberg
L’uscita del padrone di Meta ha suscitato reazioni forti, in particolare dei diretti interessati, che non ne avevano assolutamente avuto alcuna avvisaglia, apprendendo assieme al resto del mondo del proprio licenziamento.
Nel video Zuckerberg ammette che negli anni dal 2016 si è intensificata la pressione da parte di media tradizionali e governi per controllare i contenuti online, e il risultato è stato: sempre più censura ed errori. Cita anche le recenti elezioni statunitensi che avrebbero espresso una volontà di tornare a maggiore libertà online. I fact-checker avrebbero peccato di faziosità e distrutto più fiducia di quanto non ne abbiano creata.
Ma adesso intende tornare alle radici della sua mission aziendale e virare verso il free speech: vestendo i panni del difensore della libera opinione, indica diversi paesi e soggetti in cui c’è una grande voglia di censura, (fra cui la Ue!) che non riuscivano a contrastare avendo il loro stesso governo che premeva in tal senso.
Bit Truth = contenuto "estratto" in rete (come i Bitcoin). Può essere anche “verità fake” ma se fa audience è comunque buona per inserire pubblicità
Nota – Come si potrà notare in questo articolo non è stato menzionato il tema della censura che le Global Power Élites occidentali esercitano utilizzando argomentazioni e strumenti di controllo ambigui quali le Norme della Comunità nel caso dei Social o le nuove norme contenute nel Digital Services Act. Stavolta ho scelto di trattare questioni proprie della Verità dal punto di vista ontologico, del Monopolio tecnico e dell’uso commerciale.
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Purtroppo la stragrande maggioranza degli occidentali ritiene che esistano azioni e pensieri tali da realizzare “il Meglio Assoluto” per Tutti. Vedi, per esempio, le affermazioni di Yuval Noah Harari o le dichiarazioni della NATO. Da questa idea perversa di Monopolio della Verità derivano scontri, agguati, omicidi e guerre senza fine, combattute per affermare un concetto infantile: “la mia VERITÀ è meglio della tua”…quasi sempre a prescindere poi dagli effetti, dai “frutti generati”.
Affermare VERITÀ e imporle ad Altri conferisce e consolida l’Egemonia di Chi lo fa e pertanto le Élites lo fanno, ogni volta che possono…da sempre. Ovviamente queste Élites dominanti sanno anche molto bene che gli Opposti si esprimono in una dinamica continua tra loro e talvolta addirittura convivono, ma non ne vogliono tener conto. Sanno che c’è Yin e Yang; che “ogni medaglia ha il suo rovescio”; che il Mercato si fa con il mix di offerta/domanda e quindi c’è la Compravendita e non solo l’Acquisto o la Vendita…sanno che ogni Debito è anche un Credito e che ogni Difesa è anche un Attacco e così via.
Eppure le Cupole dominanti, ostinatamente, dal declino del Politeismo in poi, CREDONO o per lo meno FANNO CREDERE FERMAMENTE che esistano VERITÀ in assoluto migliori di altre interpretazioni della Realtà, che sia essa visibile o invisibile.

Il Dipartimento Formazione di Resistenza Popolare segnala come contributo al dibattito la traduzione in italiano di questo corposo saggio di John Bellamy Foster, pubblicato il 1° novembre 2024 sul sito della Monthly Review con il titolo The New Denial of Imperialism on the Left (sul cartaceo è uscito sul n° 6 del volume 76).
Si segnala che, per ragioni organizzative non è stato tradotto il ricco impianto di note (ben 116) che correda il testo dandogli un impianto scientifico.
Il valore del lavoro di Bellamy Foster consiste a nostro avviso in tre aspetti fondamentali:
1. offrire un resoconto molto dettagliato di come sia evoluta nell’ambito del marxismo eterodosso occidentale la teoria dell’imperialismo; si tratta di temi su cui c’è scarsissima cognizione in Italia, dove negli ambienti della sinistra occidentale il trionfo del totalitarismo “liberale” ha portato a dimenticare perfino gli aspetti fondamentali della stessa analisi leninista. A quanto ci dice Bellamy Foster stesso, non manca comunque anche tra molti “intellettuali” una certa diffusa ignoranza di fondo di tali fondamentali teorici.
2. Bellamy Foster prende posizione a favore di quegli intellettuali, come Samir Amin, che hanno ribadito l’attualità del paradigma imperialista in connessione con il persistente fenomeno definito “neocolonialismo” dagli studiosi liberali, ricordando meritoriamente il filo rosso che lega queste analisi con il marxismo e il leninismo. Oltre a ribadire i meriti storici del movimento comunista internazionale, che è stato il pilastro della lotta antimperialista dell’ultimo secolo, viene giustamente riaffermata l’attualità della questione antimperialista correttamente intesa.
In questi ultimi tempi siamo entrati nell’ottica di un necessario riarmo europeo, introdotti qualche settimana fa dal “Meno Europa più libertà” di Matteo Salvini al raduno dei “patrioti” alla periferia di Madrid. Sono gli stati dunque a legittimare l’Europa, (quale Europa per altro?) e non quest’Europa indeterminata, o meglio invocata dall’estrema destra, a legittimare gli stati, peraltro profondamente ineguali che la compongono?
L’attualità sembra richiedere lo smantellamento delle istituzioni sovranazionali, se si tifa per l’Occidente, e quindi ci si predispone “liberamente” a un procedere in ordine sparso verso accordi bilaterali, che l’imperialismo del dollaro sta richiedendo con un comando sempre più legato alla persuasione delle armi. Per l’Europa in questione non c’è problema, dato il suo stato ectoplasmatico buono solo a garantire l’uso di superiore e indiscutibile richiesta di leggi essenzialmente atte all’erosione del salario sociale di classe, nella cosiddetta sovranità appartenente al popolo. L’Europa riunita in questa settimana invece a Parigi, e non a Bruxelles, deve decidere se diventare maggiorenne dal tutorato Usa ed entrare nell’ottica bellicista alla pari con i massimi imperialismi mondiali, o relegarsi definitivamente nella subalternità non solo difensiva, ma soprattutto nell’ulteriore sviluppo produttivo in un asfittico mercato mondiale, in cui l’esportazione di capitali dev’essere pilotata dalla politica dell’alleato sovrastante.
Le recenti dimissioni dall’OMS, invece, e dagli ultimi accordi di Parigi sul cambiamento climatico da parte Usa, l’attacco ai giudici italiani promosso da Musk, seguito da quello del governo italiano alla Corte penale internazionale comunitaria hanno già trascinato il nostro stato – da tempo colonia statunitense – nell’obbedienza all’indebolimento di un’Europa mai nata politicamente, ma da usare in modo surrettizio nelle forme servili di capitali da fondere o acquisire da parte dei monopoli più forti.
La situazione internazionale sta cambiando a una velocità tale che nel tempo necessario a scrivere un articolo si accumulano notizie sufficienti a buttar via tutto e scriverne un altro. Quando questo uragano si fermerà avremo davanti un paesaggio piuttosto diverso e solo allora tutti saranno costretti a riconoscerlo.
Alcune linee fondamentali sono però sufficientemente chiare per chi non si è mai fatto catturare dalle “spiegazioni” della propaganda liberaldemocratica euroatlantica o da quelle “nazionaliste servili”.
Ma andiamo con ordine.
1) Alti funzionari dell’amministrazione Trump si stanno recando in Arabia Saudita per avviare colloqui di pace con i negoziatori russi. Le prime voci da Washington davano per certa anche la partecipazione di una delegazione ucraina (complicato fare trattative di pace senza uno dei due belligeranti…), ma un funzionario ucraino ha dichiarato che Kyiv non è stata informata e non prevede, per il momento, di partecipare.
Il compito della delegazione Usa è ancora quello di preparare il terreno per l’inizio delle trattative vere e proprie, quando il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz si unirà al segretario di Stato Marco Rubio e all’inviato presidenziale per il Medio Oriente Steve Witkoff, nei prossimi giorni. L’inviato Usa alla Conferenza di Monaco, Keith Kellogg, ha confermato che Gli Stati Uniti stanno conducendo un approccio “a doppio binario” con Russia e Ucraina e stanno avendo colloqui separati con Mosca e Kiev.
Secondo il britannico Guardian, un incontro in Arabia Saudita tra i presidenti di Usa e Russia, Donald Trump e Vladimir Putin, potrebbe svolgersi già entro la fine del mese.
La concezione politica della speranza come esplosione della forza umana potenzialmente in grado di svilupparsi giorno dopo giorno intorno al non-ancora, concezione esplorata da Ernst Bloch in un tempo senza speranza come gli anni Trenta e Quaranta, ha orientato movimenti e correnti di pensiero, ma anche pedagogie e teologie. John Holloway e Gustavo Esteva, in modo più brillante e originale di altri, negli ultimi anni hanno restituito centralità a una certa idea di speranza. Per questo oggi le lezioni di Bloch dedicate alla filosofia moderna e ora pubblicate da Mimesis, nella traduzione e cura di Vincenzo Scaloni, ci sembrano essenziali. Stralci dell’introduzione all’edizione italiana di Da Kant a Marx. Lezioni di storia della filosofia moderna.
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L’opera che rendiamo qui disponibile in traduzione rappresenta il quarto volume delle lezioni di storia della filosofia, tenute da Ernst Bloch all’Università di Lipsia tra il 1951 e il 1956. Si tratta delle lezioni che coprono l’intero sviluppo della filosofia moderna da Kant fino a Marx, con una significativa sezione dedicata all’idealismo tedesco e una ulteriore che invece si occupa della dissoluzione dell’hegelismo nelle filosofie di Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche1. In quella che allora era la Repubblica Democratica Tedesca Bloch era approdato dopo il periodo di emigrazione forzata trascorso negli Stati Uniti, avendo accettato la direzione dell’Istituto di Filosofia dell’Università di Lipsia.
Sono nel pallone… dopo la telefonata Trump-Putin e il discorsetto di Vance a Monaco gli euronazi, i satrapi del deep state USA prima delle elezioni americane, quelli che si sono fatti saltare dagli ucronazi, dai servizi britannici e dalla CIA il Nord Stream da sotto il culo, dopo aver mandato armi e al macello migliaia di ucraini vendendocela come imminente sconfitta russa, dopo aver ridotto l’Unione Europea ad area dipendente e sotto “protezione” degli USA, praticamente un protettorato, e dulcis in fundo, dopo aver promesso lacrime e sangue per aumentare il budget bellico per la NATO, tutti questi signori si ritrovano nella scomoda posizione di estranei alla trattativa sull’Ucraina. E se non bastasse è il nuovo inquilino della Casa Bianca, che dopo aver dato il ben servito a USAID, attacca gli euroburocrati svelando la triste verità: nell’UE la democrazia, quel poco che c’era nel delirio dei suoi diktat economici e fonanziari, è morta e sepolta. Vance attacca sulla censura, sulle elezioni cancellate se non vanno bene come in Romania: sono schiaffi che fanno ben capire che se le classi dirigenti corrotte e meschine dell’UE vogliono continuare la guerra con la Russia attraverso l’Ucraina e per mezzo della NATO, devono sborsare i dané per le armi, ma anche per i danni alla fine della fiera, visto che la Russia ha già vinto.
Il tutto col nuovo regime dei dazi statunitensi, dopo la mazzata che i neuro-burocrati si sono dati nei coglioni con le sanzioni alla Russia. Una debacle che non può che preannunciare la fine dell’architettura europea incentrata sull’egemonia USA e iniziata con Maastricht e le sue velleità di terzo polo europeo. Non sarà questa architettura a ricostruire un’idea di Europa dentro un contesto geostrategico che vede affermarsi il multipolarismo, ma semmai l’avvento di stati nazione che mutano l’intero scenario mondiale e la stessa catena imperialista a dominanza statunitense. E che allo stato attuale delle cose, i sistemi democratici europei siano finiti e che stiano finendo le libertà costituzionali, delle costituzioni nate dalle Resistenze è un dato di fatto: tutti fattori che fanno da preludio a ribaltoni elettorali, se non rivolte sociali, dato che i popoli europei, deste o sinistre che siano, la guerra non la vogliono e non vogliono pagarne i costi.
IntroduzioneKohei Saitō, professore universitario e ricercatore giapponese è diventato recentemente la nuova star del pensiero ecologista e marxista. Ricercatore impegnato nella pubblicazione degli inediti e degli appunti di Marx ed Engels (MEGA), autore di numerosi libri incentrati sul pensiero ecologista e sui rapporti tra ecologismo e marxismo. In Italia molti dei suoi lavori non sono tradotti a differenza di due testi: a) L’ecosocialismo di Karl Marx (editrice Castelvecchi, 2023), b) Il Capitale nell’Antropocene (editrice Einaudi 2024).
In questo saggio esamineremo i due testi mettendone in evidenza le continuità e le differenze. Approfondiremo anche i rapporti sempre più stretti che intercorrono tra la teoria del valore-lavoro come espressa nel Capitale di Karl Marx e il pensiero ecologista predominante. In particolare ci riferiremo al pensiero ecosocialista presente in autori come John Bellamy Foster e Ian Angus confrontandolo con il pensiero ecologista prevalente lontano anni luce da un marxismo considerato come una disciplina fondamentalmente antropocentrica e totalmente disinteressata (storicamente) a un discorso sulla scarsità delle risorse naturali.
Noi crediamo a un marxismo basato su una solida applicazione del pensiero scientifico e non “scientista”. In tal senso riteniamo che la lotta per salvare il Pianeta dai disastri ecologici sia una parte fondamentale della lotta per introdurre nuovi rapporti di produzione nel Mondo che portino al riscatto delle classi subordinate e dei popoli oppressi nel Pianeta.
Giustizia climatica e giustizia sociale sono più che mai indissolubili nella lotta dei comunisti.
Ecco le risposte patogeniche al vaccino Covid riportate nella pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico: autoimmunità, trombocitopenia, miocardite, lesioni miocardiche, disturbi del ciclo mestruale, riattivazione di infezioni latenti e sindrome post-vaccino COVID
La pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico [1], “The Immunologic Downsides Associated with the Powerful Translation of Current COVID-19 Vaccine mRNA Can Be Overcome by Mucosal Vaccines” “Gli svantaggi immunologici associati alla potente traduzione dell’mRNA dei vaccini COVID-19 attuali possono essere superati dai vaccini mucosali” pubblicata il 14 Novembre 2024, è importante non tanto perché insiste nel proporci una soluzione vaccinale, quella dei vaccini mucosali, giudicata meno dannosa, quanto perché, un ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituzione italiana che non si è opposta ed ha anzi promosso la campagna vaccinale di massa, oggi, attraverso un suo ricercatore, elenca a posteriori una lunga serie di meccanismi del danno che vengono identificati quali potenziali effetti collaterali immunologici derivanti dall’alta efficienza di traduzione dell’mRNA nei vaccini COVID-19.
Proponiamo, per iniziare, la traduzione dell’abstract dell’articolo:
L’azione dei vaccini a base di mRNA richiede l’espressione dell’antigene nelle cellule bersaglio dei complessi mRNA-nanoparticelle lipidiche. Quando l’antigene del vaccino non viene completamente trattenuto dalle cellule produttrici, la sua diffusione locale e sistemica può avere conseguenze dipendenti sia dai livelli di espressione dell’antigene sia dalla sua attività biologica. Una peculiarità dei vaccini a base di mRNA contro il COVID-19 sono le quantità straordinariamente elevate dell’antigene Spike espresse dalle cellule bersaglio. Inoltre, la proteina Spike del vaccino può essere rilasciata e legarsi ai recettori ACE-2 delle cellule, inducendo così risposte di significato patogenetico, incluso il rilascio di fattori solubili che, a loro volta, possono disregolare i processi immunologici chiave. Inoltre, le risposte immunitarie circolatorie innescate dalla proteina Spike del vaccino sono piuttosto potenti e possono portare a un efficace cross-binding degli anticorpi anti-Spike, nonché alla comparsa di auto-anticorpi e anticorpi anti-idiotipo. In questo articolo, vengono discussi gli svantaggi immunologici della forte efficienza della traduzione dell’mRNA associata ai vaccini contro il COVID-19, insieme agli argomenti a sostegno dell’idea che la maggior parte di essi può essere evitata con l’avvento dei vaccini mucosali di nuova generazione contro il COVID-19.
Tra parentesi graffe qualche richiamo per facilitare la comprensione a chi non sia addentro al linguaggio della biologia.
Questa mia riflessione trae spunto dal saggio di Carl Rhodes dal titolo “Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia”, pubblicato in Italia dalla Fazi Editore nel 2023. L’autore del saggio è professore di Teorie dell’organizzazione e preside della Business School presso l’Università di Sidney in Australia, pertanto ha un punto di osservazione molto interessante. Il saggio analizza il riposizionamento delle grandi imprese rispetto a temi sociali e a istanze rivenienti da movimenti politici e culturali progressisti se non addirittura, fatti passare, di sinistra.
L’autore sviluppa il proprio ragionamento partendo dalla genesi del concetto di “woke” e dal suo significato originario per poi dimostrare come di tale concetto se ne sia appropriato il capitalismo neoliberale ribaltandone il senso in funzione del mercato e dell’occupazione della società con l’obiettivo di sostituire lo Stato. Di recente questo tema è stato affrontato sul quotidiano Avvenire dall’economista Stefano Zamagni[1] il quale scrive nel suo articolo << Non si deve dunque cadere nell’errore di pensare che il fenomeno “trusk” ( Trump + Musk) sia una sorta di fulmine a ciel sereno, qualcosa di inatteso. Invero, nel corso dell’ultimo trentennio si è andata affermando, a partire dalla California, una duplice presa di posizione, tra i segmenti molto alti della scala sociale, nei confronti del modello di ordine sociale verso cui tendere il mondo occidentale (…)>>.
Zamagni fa propria l’analisi di Carl Rhodes e individua i due estremi della questione. Da una parte quella di patriotic millionaires dall’altra il woke capitalismo. I primi chiedono ai governi di aumentare la pressione fiscale a loro carico per finanziare il Welfare state per poi essere lasciati liberi nella loro attività di imprenditori. Su questo punto la riflessione di Rhodes si differenzia.
La scelta del Presidente Trump di ridurre finanze, potere e ruolo che l’agenzia UsAid (United States Agency for International Development)[1] ha avuto nella gestione delle relazioni internazionali negli ultimi decenni, pone forti interrogativi anche sul futuro di altre organizzazioni americane con fini filantropici consimili; in particolare il NED (National Endowment for Democracy) rischia di scomparire o di subire un grave ridimensionamento.
Sulla stampa di area conservatrice americana, hanno iniziato a comparire già da qualche mese articoli dove si invitano Elon Musk e il DOGE (Department of Government Efficiency), che sarebbe stato istituito di lì a breve (il 20 gennaio scorso), a prendere in seria considerazione il NED per la riduzione delle spese federali nel 2025, in quanto rappresenta una “voragine per i soldi dei contribuenti americani” e anche a ragione di tutta una serie di motivi assai criticamente analizzati e riguardanti le funzioni della suddetta fondazione e i suoi tentacoli sul mondo1.
Già nel 2018, in verità, Trump aveva proposto di ridurre i finanziamenti al NED; l’operazione tuttavia allora non riuscì per le accuse di volere così negare il sostegno alla affermazione della democrazia all’estero e di avere, al contrario, una inclinazione di simpatia verso regimi autoritari2, accuse che gli piovvero addosso da quelle stesse oligarchie neoliberiste che macchinarono poi per farlo fuori nel 2020.
D’altronde l’idiosincrasia tra i due ambienti si è manifestata a più riprese negli anni, che hanno visto funzionari e collaboratori del NED dichiarare il loro disappunto all’ipotesi di una rielezione di Donald Trump e di una sua nuova amministrazione, oltreché l’impossibilità concreta di una collaborazione, per gravi divergenze di opinioni intorno a questioni dirimenti, come la faccenda Ucraina.
Il quadro già abbastanza delicato degli equilibri interni al potere statunitense viene ulteriormente complicato dalla presenza di Victoria Nuland, figura importantissima dello stato profondo americano, che ha appena ripreso la sua attività di membro del Consiglio di Amministrazione della fondazione, dopo che averne fatto parte dal 2018 al 2021, per poi diventare, sotto l’amministrazione Biden, prima Sottosegretario di Stato per gli affari politici e poi vicesegretario di Stato ad interim.
I palestinesi non se ne andranno da Gaza. Se rifiuteranno questa realtà, Israele e gli USA finiranno per portare a compimento l’orrendo crimine del genocidio di un popolo
Il presidente americano Donald Trump ha nuovamente spiazzato alleati e oppositori allorché, durante la conferenza stampa con il premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, lo scorso 4 febbraio, ha dichiarato che gli USA avrebbero “preso possesso” di Gaza per trasformarla nella “Riviera del Medio Oriente”.
Senza spiegare sulla base di quale autorità, il presidente ha detto che, dopo aver reinsediato altrove i palestinesi, avrebbe trasformato la piccola enclave sul Mediterraneo in un luogo dove avrebbe vissuto “la gente del mondo”, incluso eventualmente qualche palestinese.
Sebbene non vi siano stati incontri in seno all’amministrazione per definire la proposta, Trump l’ha ribadita più volte nei giorni successivi, spiegando che gli USA non avrebbero schierato soldati sul terreno perché Gaza sarebbe stata loro “consegnata” da Israele “alla fine del conflitto”.
Egli ha anche chiarito che non ci sarebbe stato alcun diritto al ritorno per i palestinesi al termine dell’operazione, smentendo coloro che avevano parlato di una ridislocazione “solo temporanea” della popolazione di Gaza.
Il presidente ha citato Egitto e Giordania fra i paesi che avrebbero potuto accogliere i palestinesi, mentre ha accennato alla possibilità che siano le monarchie del Golfo a pagare il costo della ricostruzione della Striscia.
Trump ha definito Gaza come un luogo ormai invivibile, una terra di morte e distruzione, “un sito di demolizione” dove la vita è impossibile, senza tuttavia dire come ciò sia accaduto, e concludendo che i palestinesi preferirebbero vivere altrove se solo potessero, senza però averli interpellati.
La presidenza Trump – quello che rappresenta ed esprime – è ancora ai suoi esordi, per quanto rutilanti, non è quindi facile comprendere a fondo come si svilupperà, in quale direzione (e soprattutto come) cercherà di portare l’America – e il mondo. Alcuni elementi cominciano però a chiarirsi, e si incistano su quanto si poteva, anche facilmente, prevedere, già dal modo in cui è stata condotta la campagna elettorale.
Il primo di questi elementi è che gran parte dell’azione della nuova amministrazione è rivolta all’interno degli Stati Uniti; rifare grande l’America, nella visione di quel pezzo di potere statunitense che ha portato Trump alla Casa Bianca, significa innanzi tutto smantellare radicalmente quell’intreccio di apparati e istituzioni messo in piedi durante i decenni di dominio neocon-dem. Un’opera alla quale la squadra di Trump si sta dedicando con vigore – e, si direbbe, con un certo stupore da parte delle sue vittime – ma che, al di là degli effetti mediatici, necessita di tempo per produrre effetti concreti. Ovviamente è più facile la parte destruens, alla quale comunque presto si opporrà la resistenza degli stessi apparati [1], al momento ancora frastornati, ma prima o poi dovrà essere affrontata la questione del come / con cosa sostituirli. E questo sarà più lungo e più complesso.
L’altro elemento, fortemente caratterizzato dalla personalità del neo-presidente, è il medesimo approccio sbrigativo, ruvido – e in ultima analisi aggressivo – applicato sul piano internazionale. In un certo senso, simbolicamente riassumibile nella decisione di rinominare il Golfo del Messico in Golfo dell’America, ovvero una decisione unilaterale, sostanzialmente limitata negli effetti concreti ma di grande visibilità, e che soprattutto rilancia un’immagine muscolare degli Stati Uniti, che hanno deciso di mettere da parte le formalità diplomatiche e di riaffermare sin dai toni il proprio potere egemonico.
Ovviamente qui, come si suol dire, casca l’asino, perché se si tratta di rifare grande l’America, significa che a non esserlo più non è soltanto la sua immagine percepita, e quindi questo genere di maquillage non solo non è sufficiente, ma rischia di avere un effetto boomerang. Perché è tutta la realtà globale a essere mutata, non soltanto gli USA, e rifiutare di vedere la realtà è il primo passo per compromettere qualsiasi tentativo di cambiarla.
Introduzione
Il lavoro ha da sempre rappresentato uno degli elementi fondamentali nell’organizzazione delle società umane, non solo come mezzo di sussistenza, ma anche come strumento di definizione dell’identità personale e collettiva. Tuttavia, la sua concezione e il suo ruolo hanno subito trasformazioni radicali nel corso della storia. Nelle società antiche, il lavoro era sinonimo di servitù e sottomissione, un’attività riservata agli schiavi e alle classi inferiori, mentre la libertà e la realizzazione personale erano associate all’otium, il tempo libero dedicato alla riflessione, alla creatività e alla partecipazione alla vita pubblica. In Grecia e a Roma, il lavoro manuale era disprezzato e considerato incompatibile con la dignità della cittadinanza.
Con l’avvento del capitalismo manifatturiero e industriale, il lavoro ha subito una rivalutazione profonda, trasformandosi da attività necessaria ma disprezzata in un valore intrinseco, promosso come dovere morale e strumento di realizzazione personale. Questo cambiamento non è avvenuto spontaneamente, ma è stato il risultato di secoli di violenza, coercizione e imposizione culturale. La Riforma protestante ha giocato un ruolo cruciale in questa trasformazione, con figure come Martin Lutero che hanno esaltato il lavoro come vocazione divina e predestinazione dell’uomo nel mondo. Il capitalismo industriale ha ulteriormente rafforzato questa visione, facendo del lavoro non solo un obbligo economico, ma anche un imperativo sociale e culturale.
Oggi ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione: l’avvento dell’automazione e delle tecnologie avanzate promette di ridefinire ancora una volta il rapporto tra l’uomo e il lavoro. L’introduzione di macchine intelligenti e sistemi automatizzati sta riducendo la necessità del lavoro umano nei processi produttivi, sollevando interrogativi profondi sul futuro del lavoro e sul ruolo che esso dovrà assumere nelle nostre vite. Se da un lato l’automazione offre la possibilità di liberare l’umanità dalle fatiche quotidiane, dall’altro rischia di accentuare le disuguaglianze sociali ed economiche, soprattutto in un contesto capitalistico in cui il profitto e l’accumulazione di ricchezza rimangono gli obiettivi principali.
“Un presidente addormentato al volante ha portato disastri al mondo e Trump è tornato alla Casa Bianca, questa volta con Elon Musk”, scrive Seymour Hersh. A distanza di due anni dal primo esplosivo articolo sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, che per la prima volta chiamò in causa gli Stati Uniti citando informazioni di intelligence, Hersh torna sulla vicenda confermando nella sostanza la sua teoria iniziale e aggiungendo alcuni dettagli: l’operazione, pianificata dagli USA ancor prima dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 anche se realizzata sette mesi dopo, fu resa possibile dalla decisiva collaborazione della Norvegia: le mine furono innescate da “un aereo della Marina norvegese che volava a poche centinaia di metri sopra le onde. L’aereo sganciò il sonar a bassa frequenza e la connessione funzionò”.
Siamo ormai a tre settimane dall’inizio della seconda presidenza di Donald Trump, che ha praticamente consegnato il Dipartimento del Tesoro e più di una dozzina di altri dipartimenti e agenzie del Gabinetto a Elon Musk e al suo team di giovani avvoltoi digitali. Sono in procinto di calpestare la Costituzione mentre raccolgono dati economici e intelligence su tutto ciò che vedono, presumibilmente inclusi i dettagli sui vasti rapporti commerciali di Musk con Washington dall’interno del governo. Trump, che ha settantotto anni, ha persino parlato della sua ricerca di un terzo mandato. Eppure, molti in America e persino al Congresso plaudono il caos.
La chiave del successo di Trump, come tutti sappiamo, è stata la vera e propria scomparsa di Joe Biden, i le cui défaillances fisiche e mentali sono state tenute nascoste al pubblico americano per (a quanto ne so oggi) due anni prima del suo disastroso dibattito con Trump lo scorso giugno.

Andrei Martyanov è un ex ufficiale di marina russo che dissoltasi l'URSS si è trasferito negli Stati Uniti di cui è diventato cittadino. Pluridiplomato in prestigiose accademie militari sovietiche ha una solida formazione scientifica. Ritiene che la scarsa formazione nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) degli attuali ufficiali statunitensi e NATO sia una delle cause per cui l'Occidente non ha idea di come si conduca un grande conflitto continentale ad armi combinate come quello in Ucraina. A ciò si aggiunge una impossibilità materiale a combatterlo dovuta alla finanziarizzazione delle economie occidentali e alla loro deindustrializzazione. Non solo, ma proprio la finanziarizzazione secondo Martyanov ha portato a una diminuzione degli studi scientifici. A queste difficoltà se ne aggiunge una storica: gli Stati Uniti, l'unica vera potenza occidentale, non hanno mai combattuto per la propria difesa ma hanno condotto solo “expeditionary wars”.
La sfera di competenza delle analisi di Martyanov riguarda i rapporti di forza militari tra le grandi potenze - intesi nel senso ampio visto sopra - considerati fattori geopolitici dirimenti.
In questa sfera la sua critica è puntuale e informata, specialmente dal punto di vista della “operational art” nella guerra e dei suoi risvolti fisico-matematici.
Alle spalle dei rapporti di forza Martyanov vede dunque la potenza industriale delle nazioni. E la potenza industriale è valutata in base ai suoi “tangibles” in contrapposizione agli “intangibles” finanziari. Fin qui l'analisi è condivisibile, almeno parzialmente (vedremo nella nota [3] che non in tutti i contesti il livello di industrializzazione è un fattore sufficiente per vincere un conflitto tra stati – il Vietnam ne è una riprova; per le guerriglie e le insorgenze, come in Afghanistan, il discorso è ulteriormente diverso).
Dopo tre anni di retorica sulla democrazia da salvare contro l’autocrazia e la necessità di difendere la libertà e i valori del mondo libero dall’orco russo, Donald Trump ha riportato anche la guerra in Ucraina in un contesto più concreto e di facile comprensione per tutti: soldi, materie prime e interessi!
Dopo il colloquio tra Trump e Putin prende corpo l’ipotesi di un’intesa che veda Russia e Stati Uniti passare all’incasso in Ucraina, in termini di territorio, risorse e sicurezza ai confini per Mosca, in termini economici per Washington che con questa guerra già ha ottenuto il non scontato successo di mettere in ginocchio un’Europa cieca e suicida.
Il presidente statunitense ha chiarito il 10 febbraio di aver ottenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ‘Ucraina paghi gli aiuti americani, che secondo le diverse dichiarazioni di Trump ammonterebbero a 175, poi 200 e infine 300-350 miliardi contro i circa 100 europei.
A Fox News ha detto che gli USA hanno dato l’Ucraina “più di 300 miliardi di dollari, probabilmente 350 miliardi di dollari, e l’Europa è dentro per probabilmente 100 miliardi di dollari, noi siamo dentro per più del doppio”.
A parte il fatto che la Casa Bianca potrebbe dotare il presidente di uno staff che includa consulenti in grado di non far pronunciare al presidente numeri a casaccio, come già fece quando disse che nella Seconda guerra mondiale i sovietici avevano avuto 60 milioni di morti invece dei 27 milioni passati alla Storia che gli vennero poi ricordarti da Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino.
Ciò detto tra 300 e 350 miliardi di dollari di differenza ne passa, e ancor di più tra 175 e 350. E’ interessante notare che Zelensky aveva evidenziato la scorsa e di aver incassato solo 75 miliardi dagli Stati Uniti e di non avere idea di dove fossero finiti gli altri.
Certo l’Ucraina è ultra-corrotta e già diverse istituzioni americane hanno lamentato l’assenza di controllo su armi e denario inviati a Kiev. Esiste però un altro tema che spiega perché le ingenti somme di denaro ufficialmente destinate all’Ucraina non sono mai arrivate a Kiev così come in passato parte dei fondi destinati all’Afghanistan non sono mai arrivati a Kabul.
L'itinerario di Amadeo Bordiga va compreso alla luce della convergenza delle sinistre socialdemocratiche europee verso la fine della Prima Guerra mondiale, fino alla scissione con i rispettivi partiti d'origine e alla formazione dei primi partiti comunisti (tra cui il PCd'I in Italia, fondato nel gennaio 1921, quindi piuttosto tardi), e poi della loro divergenza e marginalizzazione nella fase di arretramento delle lotte di classe di quel periodo. La cristallizzazione e l'irrigidimento di correnti particolari come la Sinistra comunista italiana, la Sinistra tedesco-olandese, ecc. fu un prodotto della controrivoluzione, e la pretesa del bordighismo di detenere il monopolio dell'autentica filiazione marxista, o dell'invarianza del programma comunista, il frutto di una ricostruzione a posteriori. Questa non regge a uno studio della storia reale (la frazione guidata da Bordiga stava ancora nel PSI nel 1920), ma non è arbitraria nella misura in cui l'aspirazione a ristabilire la «vera» dottrina di Marx ed Engels contro le «deviazioni» revisioniste e centriste fu allora, se ci affidiamo alla periodizzazione di Karl Korsch (cfr. Marxismo e filosofia), il tratto distintivo del «terzo periodo» del marxismo. L'invarianza del programma è solo una variazione tardiva su un tema molto più diffuso, legata a doppio filo all'esistenza di un sedicente «socialismo realizzato»; qualsiasi critica che si limiti a sottolinearne la falsità è superficiale, poiché né la storia né le teorie evolvono secondo una razionalità astratta e disincarnata. Inoltre, è bene evidenziare che la convergenza di queste correnti, così come il loro successivo divergere, non avvennero «in ambiente sterile», ma a partire da e in seno a contesti nazionali e persino locali storicamente determinati, con le loro specificità e le loro singolari modalità di costituzione. Il contesto italiano, in particolare, continuava a essere segnato, da un lato, dallo sviluppo assai precoce ma travagliato dei rapporti sociali capitalistici1 e, dall'altro, dalla recente unificazione del paese sotto il vessillo del federalismo monarchico (e non sotto quello del repubblicanesimo unitario mazziniano), nella prevalente indifferenza delle masse popolari.
Il polverone sollevato da Trump e Musk è tale da confondere un po’ tutti gli osservatori, specie quelli ancora fermi alle giaculatorie “liberal” che contestano la rozzezza dei due tycoon ma naturalmente non ne rallentano neanche per un attimo la spinta eversiva.
E’ utile, in questa situazione, tenere d’occhio quanto accade su una scala magari più limitata, ma controllabile, in modo da intravedere meglio la portata della ristrutturazione reazionaria della superpotenza, le sue conseguenze immediate, i suoi rischi, anche di suicidio.
Nei giorni scorsi abbiamo tenuto un faro di attenzione su UsAid – una complessa e articolata Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) – improvvisamente chiusa per decisione dei due nuovi “boss”.
Stiamo parlando di un programma mondiale di intervento Usa, con un budget di circa 50 miliardi, che copre (copriva?) sia iniziative “umanitarie” vere e proprie sia spazi di manovra per la Cia, “formazione” di giornalisti e finanziamento di testate definite però “indipendenti” operanti in decine di Paesi, fino a operazioni “creative” come la distribuzione di contraccettivi in Afghanistan o campagne pro-Lgpt un po’ in tutto il mondo. Tutto documentato, non chiacchiere…
Insomma: è un’agenzia tuttofare, corrispondente all’immagine che Washington ha voluto dare di sé al mondo fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Per capire quanto sia cambiata la politica nel giro di un paio di decenni, approssimativamente gli ultimi del secolo scorso, basta mettere a confronto cosa contrapponeva fino a quel periodo le maggiori forze politiche con ciò che le contrappone ai nostri giorni.
Ieri
Per quanto si possa sostenere a giusta ragione che il PCI non aveva l’obiettivo della rivoluzione e che la DC era un coacervo di forze che rendevano difficile coglierne un’identità definita, non si può negare che, in ultima istanza, l’oggetto più profondo del conflitto che ruotava attorno a questi due grandi partiti era l’alternativa fra socialismo e capitalismo. Ciò è vero anche se non era chiaro a nessuno, neppure al gruppo dirigente del PCI, che cosa potesse essere concretamente il socialismo che si evocava. Non a caso era concepito come il graduale compimento di un lungo processo di transizione di cui si indicavano soltanto le primissime tappe, per altro del tutto compatibili con il capitalismo. Ma, di sicuro, il messaggio col quale ci si rivolgeva alla classe lavoratrice era quello di un cambiamento sostanziale della situazione in cui viveva, e così le masse lo percepivano.
Dall’altro lato, la DC e le forze che le gravitavano attorno, pure attraversate da sensibilità e idealità diverse, convergevano senza il minimo dubbio sulla superiorità del capitalismo non solo sul piano dell’efficienza, ma persino su quello morale in quanto tutt’uno con la democrazia, mentre, al contrario, il socialismo, a loro parere, esisteva e poteva esistere solo in forme dispotiche.
Guardando ai massimi sistemi, dunque, il conflitto era radicale. Ad attenuare tale radicalità provvedevano due presidi. Il primo era la Costituzione, che segnava i confini entro i quali tale conflitto si doveva svolgere. Non mancarono da parte della DC tentativi di valicarne i limiti, ma furono respinti.
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