L'amministrazione Trump parla il linguaggio della diplomazia mentre si prepara a una guerra contro l'Iran che, se attuata, segnerà la fine dell'esperimento democratico americano
L’Iran e gli Stati Uniti stanno prendendo una pausa di due settimane dai negoziati sul programma nucleare iraniano, mentre i negoziatori tornano nelle rispettive capitali per riflettere su ciò che è stato messo sul tavolo fino a oggi. La parte iraniana è apparsa piuttosto ottimista, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha dichiarato ai media iraniani: “Siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo d’ora in poi, e ci muoveremo verso la stesura di un potenziale accordo”.
Più eloquenti sono stati i commenti del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. “Per certi versi è andata bene”, ha dichiarato Vance a un media statunitense al termine dei colloqui martedì. “Ma per altri versi è stato molto chiaro che il presidente ha fissato alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a superare. Quindi continueremo a lavorarci”.
La domanda chiave che emerge da questo scambio è cosa intenda esattamente il vicepresidente Vance quando parla di “lavorarci”.
A un certo punto la comunità analitica globale dovrà fare i conti con la dura realtà che, dal punto di vista degli Stati Uniti, la diplomazia non è un’opzione. La politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non è quella di trovare una via diplomatica verso una soluzione di compromesso che consenta all’Iran di arricchire l’uranio come è suo diritto ai sensi dell’articolo 4 del trattato di non proliferazione nucleare, ma piuttosto quella di un cambio di regime a Teheran.
Ciò significa che gli Stati Uniti sono sulla strada di una guerra con l’Iran che scoppierà prima piuttosto che poi.
Col senno di poi, l’inevitabilità di questa guerra è evidente da mesi, da quando l’amministrazione Trump ha orchestrato eventi all’interno dell’Iran che logicamente potrebbero essere interpretati come un modo per facilitare il rovesciamento del governo della Repubblica Islamica dell’Iran.
Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.
La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.
Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.
Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.
La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari
I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.
Per affrontare l'alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L'Italia potrebbe essere un laboratorio
C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).
Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.
Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione.
Dopo aver pomposamente scoperto l’acqua calda, e cioè che il vecchio ordine internazionale è finito, i leader europei riuniti a Monaco per l’annuale Conferenza sulla Sicurezza hanno dato il meglio di sé e si sono collettivamente inginocchiati davanti al nuovo impero senza norme prefigurato dal presidente Trump.
Solo così si spiega l’entusiasmo con cui hanno ripetutamente applaudito il discorso del ministro degli Esteri Marco Rubio. Non è mancata, alla fine, una standing ovation che conferma l’ottusità di cui son capaci i governanti europei, quando sono in preda a quella che Barbara Tuchman, storica della Prima guerra mondiale, chiamava la “bellicosa frivolezza degli imperi senili” (I cannoni d’agosto).
Un anno prima, sempre alla conferenza di Monaco, il vicepresidente J.D. Vance s’era scagliato contro gli europei, accusandoli di calpestare la libertà di pensiero e di criminalizzare nei loro paesi le destre estreme. Rubio non ha detto cose diverse, pur elogiando con dovizia la comune storia transatlantica. Ha solo adottato, con impressionante successo, la formula Mary Poppins: “Basta un po’ di zucchero e la pillola va giù”.
La pillola accolta con giubilo è addirittura più amara, se solo si pensa ai motivi per cui, nel secondo dopoguerra, gli Stati europei decisero di unirsi per curare le malattie che per secoli avevano afflitto il nostro continente: guerre, cruente conquiste e occupazioni coloniali, nazionalismi autoritari.
Nella mitologia greca Cassandra, sorella di Ettore, era dotata di capacità divinatorie, ma venne condannata da Apollo a rimanere inascoltata.
Oggi, e da un po' di tempo, in Europa per capire i processi in corso non c'è bisogno di essere dotati di divine capacità profetiche. Basta avere una formazione storico-politica decente e non farsi pere quotidiane con gli stupefacenti forniti dal sistema mediatico.
L'Europa odierna è piena di Cassandre che godono del discutibile privilegio di vedere continuamente a posteriori di aver avuto ragione, mentre quelli che avevano torto marcio continuano ad appuntarsi reciprocamente medaglie sul petto, intoccati dai propri fallimenti.
Così, sentire il cancelliere tedesco Merz fare la voce grossa contro il residuo stato sociale tedesco e chiedere sacrifici per alimentare una nuova corsa agli armamenti mette quasi allegria per tutti quelli, e non sono pochi, che ricordano la Germania di Schaüble, la Germania che faceva lezioncine di produttività e moralità all'Europa meridionale (gentilmente connotata con l'acronimo PIGS), mentre utilizzava la leva di un euro artificialmente sottovalutato per nutrire il proprio export.
La Germania che tra il 2011 e il 2016 ha letteralmente sventrato la Grecia - prendendosi una bella rivincita dopo il '45 - spiegava che non era proprio possibile aiutare la solvibilità greca in quanto sarebbe stato un caso di "azzardo morale".
«La deterrenza è l'arte di creare
nell'animo dell'eventuale
nemico il terrore di attaccare»
Il Dottor Stranamore
Lo scorso 5 febbraio si è conclusa – quasi sotto silenzio – un’epoca. Quella del controllo delle armi nucleari (ma anche convenzionali) tra le grandi potenze. Sicuramente i trattati tra superpotenze non sono mai stati uno strumento perfetto per controllare il fenomeno della cosiddetta “corsa al riarmo” ma non si può negare che hanno avuto comunque una certa efficacia nel garantire al mondo di non finire in un abisso fatto di paranoia e armamenti così come descritto dal quel film geniale di Stanley Kubrick intitolato “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”.
Nel corso degli ultimi anni sono stati abrogati i seguenti importantissimi trattati sul controllo degli armamenti (soprattutto relativi al quadrante europeo):
1) Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) – ha perso efficacia nel 2019: USA e Russia si sono ritirati dal trattato (firmato nel 1987) che vietava i missili balistici e da crociera a corto e medio raggio. Gli USA si sono ritirati nell'agosto 2019 a causa delle presunte violazioni russe, seguiti a ruota dalla Russia.
Motivando alla Camera le ragioni per cui l’Italia sarà presente come osservatore al Board of Peace, il ministro degli esteri Tajani ha detto una cosa giusta: “L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo. Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea”.
Il problema è che a una tesi giusta si è dato seguito con una scelta sbagliata, quella di aderire comunque al Board of Peace come “osservatori”.
Partiamo dalla prima questione. L’Italia, storicamente e materialmente, è un paese strettamente connesso a tutte le dinamiche economiche, geopolitiche e se volete culturali, al Mediterraneo. Non solo.
L’Italia in questa regione viene ritenuta e vissuta come un paese importante e non di secondo piano. Quest’ultimo semmai è il ruolo assegnatogli nei rapporti con l’Europa franco-tedesca e con il padrone oltre atlantico.
Con la fine della vocazione mediterranea dell’Italia, che era stato lo spazio di manovra “autonomo” dell’Italia nell’epoca del bipolarismo Usa/Urss e perseguito con lungimiranza dalla classe dirigente della Prima Repubblica, questo spazio è stato trasformato e demolito in più punti.
Per le nuove classi dirigenti della fase di egemonia liberista e del fittizio scontro interno tra berlusconismo e antiberlusconismo, la maledizione è stata sempre quella di dover decidere se essere “primi tra gli ultimi” (la dimensione euromediterranea) o “ultimi tra i primi” (dimensione europea).
La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere e significa alla lettera: «ciò che sta cadendo, che non cessa di cadere». Connessi con questo verbo sono anche i termini caso e casuale. Ciò che non cessa di cadere e tramontare (occasus è in latino il tramonto) è per questo anche in preda al caso, a una incessante casualità. Non sorprende, pertanto, che il governo degli uomini e delle cose abbia oggi la forma di protocolli di intervento, indipendenti da risultati certi, su un mondo concepito come disponibile e calcolabile proprio in quanto casuale. L’Occidente esiste e si governa solo nel tempo della sua fine e della sua assidua caduta e, come il suo Dio, è ininterrottamente in atto di morire. Ma proprio in questo consiste la sua forza: una morte incessante è propriamente senza fine, una caducità o casualità infinita si vuole propriamente inarrestabile.
Una strategia che cerchi di far fronte a questa perpetua caduta deve trovare in essa un interstizio o un’interruzione in cui l’Occidente smarrisca la sua continuità e sprofondi una volta per tutte. Questa cesura abissale è la memoria. L’Occidente, in quanto casuale e caduco, non ha memoria di sé, non conosce un varco e uno spazio in cui qualcosa come un ricordo possa per un attimo irrompere e affiorare. Esso può certamente costruire, come fa, archivi e registri in cui disporre continuativamente gli eventi – i casi – della sua storia, ma manca della capacità di esperire veramente un passato, di aprirsi a qualcosa che spezzi il tessuto uniforme delle sue rappresentazioni.
Ho sempre pensato che la Rivoluzione Bolivariana abbia avuto più successo nel combattere il neoliberismo, che all'epoca era al suo apice, che nel superare i problemi strutturali storici del Venezuela. Non c'è da stupirsi.
Perché superare i problemi storici di un Paese richiede almeno una generazione e, cosa importante, richiede che gli Stati Uniti non frappongano ostacoli sul loro cammino. In Spagna, Franco è morto 50 anni fa, e ancora si sente l'odore del franchismo. La magistratura è piena di franchisti, i partiti di destra sono franchisti e le principali reti televisive sono favorevoli al franchismo. Chávez ha sempre avuto un programma sia immediato che a lungo termine.
Il Venezuela chavista, quello che ha sradicato l'analfabetismo, restituito dignità ai quartieri popolari, redatto una delle costituzioni più avanzate al mondo, iniziato a prendersi cura degli anziani, aperto ospedali, scuole e università, costruito case per la gente, unito il continente con UNASUR e CELAC e restituito dignità ai quartieri popolari, ovviamente deve continuare ad andare avanti. La complessa situazione successiva al 3 gennaio serve proprio a continuare ad avanzare. Andare avanti non significa, come intende l'opposizione, rappresentata da una donna che si definisce terrorista e che ha vinto a malapena qualche elezione nel Paese, smantellare i risultati già ottenuti. Tutt'altro.
Gli analisti politici, gli stessi che per decenni sono rimasti invischiati nella menzogna secondo cui la democrazia statunitense fosse il modello mondiale di democrazia, stanno cercando di paragonare la situazione attuale del Venezuela a quella della Spagna dopo la morte di Franco. Il Venezuela, assediato dall'esercito più potente del mondo, che possiede anche armi nucleari che potrebbe utilizzare, con la Spagna, in fase di transizione, cercando giustificazioni per nascondere il fatto incontrovertibile e più rilevante: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores sono stati rapiti da un altro Paese in una vera e propria dichiarazione di guerra.
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata).
Parte seconda/2: quale comunismo?
3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA.
Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, non di scambio, il comunismo, cioè, a differenza del socialismo, non prevede una permanenza del proletariato, sia pure in posizione di classe dominante, bensì la sua scomparsa in quanto classe legata alla vendita della forza-lavoro e con ciò la scomparsa di tutte le altre classi sociali.
È individuabile qualcosa del genere nei comportamenti storici del proletariato? Nelle fasi di lotta non molto, visto che in quei momenti il problema è combattere le altre classi, mantenendo la propria identità e anzi valorizzandola. Inoltre la questione non può porsi in questi termini in contesti nei quali la scarsità dei beni non consenta una radicale trasformazione delle forme di distribuzione, e imponga la conservazione di una qualche gerarchia sociale, anche se magari capovolta.
Esistono tuttavia comportamenti pre-politici e metapolitici che fanno comprendere come l’abolizione delle classi sia un’altra delle istanze spontanee del proletariato, a pari titolo dell’aspirazione alla democrazia diretta. Per fare un esempio, le lotte alla FIAT dei primissimi anni Ottanta sorpresero gli osservatori per il fatto che protagonista ne era una classe operaia composta da giovani e giovanissimi che, a differenza dei loro “padri”, col luogo di lavoro intrattenevano un rapporto superficiale e non determinante. Le ore di lavoro venivano da questi soggetti, in prevalenza dotati di un buon grado di istruzione, “date per perse”: si trattava ai loro occhi di un sacrificio cui sottoporsi per ottenere il denaro necessario a una gestione del tempo libero analoga a quella dei coetanei. Era del resto difficile anche solo definire “operai” quei giovani; nel senso che “operai” lo erano nelle ore trascorse in fabbrica, ma per il resto del tempo erano membri di gruppi rock, ragazzi di quartiere, frequentatori di discoteche, animatori di varie attività culturali, ecc., e ai loro occhi questo secondo tipo di definizione era molto più importante della prima.
La decisione odierna della Corte Suprema che boccia i dazi d’emergenza imposti unilateralmente da Trump nell’ultimo anno rappresenta una sconfitta giuridica molto pesante per la Casa Bianca su uno dei pilastri della sua strategia economica e geopolitica. La sentenza stabilisce che l’uso dei poteri emergenziali per imporre tariffe globali senza un mandato esplicito del Congresso viola l’architettura costituzionale americana. Allo stesso tempo, il verdetto segnala una frattura crescente dentro la classe dirigente statunitense, dove settori dell’establishment iniziano a temere le conseguenze sistemiche di un uso così aggressivo e imprevedibile della leva commerciale. Preoccupazioni, queste ultime, che sono evidenti dal fatto che il verdetto arriva da una Corte nel suo complesso in larga misura favorevole all’agenda trumpiana.
La spaccatura all’interno della Corte Suprema degli Stati Uniti si è materializzata in un voto 6-3 che ha visto convergere una parte della maggioranza conservatrice con i giudici “liberal” di minoranza. Il parere di maggioranza, firmato dal presidente della Corte John Roberts, stabilisce che il potere rivendicato dalla Casa Bianca – imporre dazi globali senza limiti di entità, durata e portata – richiedeva una chiara autorizzazione del Congresso che nel caso specifico non esiste. Roberts ha ribadito che, quando il Congresso delega poteri tariffari, lo fa con vincoli precisi e verificabili.
Le udienze sul caso dei mesi scorsi davanti alla Corte Suprema avevano già fatto emergere la direzione in cui sarebbe potuta andare la sentenza.
Qualche giorno fa Francesco Dall’Aglio, acuto osservatore delle vicende dell’Europa orientale e in special modo del conflitto russo-ucraino, ha voluto interrogarsi sulla plausibilità di un contrasto intervenuto tra Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale in un intervento assai polemico accusava Trump, cioè gli Stati Uniti, di aver tradito lo spirito di Anchorage, e in sostanza di slealtà nei confronti della Russia: mentre la Federazione – questa la tesi del ministro – ha rispettato gli accordi presi in Alaska, facendo ampie concessioni alle controparti, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti di Mosca, di cui vengono presentate numerose prove.
Il commento di Dall’Aglio è ironico nei toni, ma assai serio sotto il profilo dei contenuti: a un certo punto egli si chiede se Presidente e ministro non si siano per così dire scambiati i ruoli, e Lavrov (di cui si adombra addirittura un’improbabile caduta in disgrazia) non abbia inteso esplicitare una critica, peraltro non isolata, a un Putin che si starebbe rivelando fin troppo morbido e addirittura remissivo nei confronti dell’interlocutore. La chiusa del ragionamento introduce un parallelismo tra la situazione attuale e quella verificatasi al crepuscolo dell’URSS, tra lo “spirito di Reykjavik” e quello di Anchorage: possibile che un uomo scaltro e disincantato quale è Putin possa lasciarsi abbindolare come un Gorbaciov qualunque?
Co2. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni
La minaccia di una catastrofe ecologica incombe tuttora sul mondo. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni.
E ci stanno avvicinando al cosiddetto «punto di non ritorno». Con la temperatura terrestre fuori controllo ed effetti economico-climatici potenzialmente devastanti.
In sostanza, i dati indicano che le politiche ecologiche di decarbonizzazione stanno fallendo. E che pagheremo le conseguenze. Ma perché un tale esito? Per quale ragione le emissioni non diminuiscono? L’attuale dialettica in tema, tra Unione europea e Italia, offre spunti per rispondere.
La politica ecologica dell’Unione europea ha finora seguito una dottrina che è stata talvolta definita di “capitalismo verde”. In pratica, per ridurre le emissioni, si avvale di tipici meccanismi di mercato. Il caso dell’elettricità è emblematico. L’Unione adotta il sistema Ets di «scambio delle emissioni». In poche parole, fissa un tetto alle emissioni totali di anidride carbonica che poi ripartisce distribuendo «diritti» di emissione alle singole aziende produttrici di energia. Più le imprese sono inquinanti, più devono comprare «diritti», per cui i loro costi aumentano.
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente.
Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona.
Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, di cui si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto.
Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali, quello di Giancarlo Pittelli, schierato per il SI e “qualificato come un ‘valore aggiunto’ alle ultime Regionali. Chiederei a Meloni quali sono i contenuti del ‘valore aggiunto’” (Il Fatto Quotidiano, 14.02.26).
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.
La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili.

È fallito: il Pivot to Asia, la grande strategia americana per contenere la Cina, non esiste più; non perché Washington abbia cambiato idea, ma perché non ha più i mezzi per realizzarla. Questo, in sostanza, è il cuore dell’analisi del ricercatore Zack Cooper pubblicata su Foreign Affairs – che, come sai, non è un pamphlet militante, ma il luogo dove Generali, consiglieri di sicurezza nazionale e think tank espongono al mondo la dottrina imperiale: se lì si scrive che la strategia asiatica americana è irrealizzabile, significa che il problema è davvero strutturale. Ma veniamo all’articolo: il Pivot nasce formalmente nel novembre 2011, quando Barack Obama parla al Parlamento australiano e annuncia che gli Stati Uniti sposteranno il baricentro strategico verso l’Asia-Pacifico. La dottrina era semplice: la crescita della Cina rappresenta la principale sfida sistemica al potere americano e, quindi, bisogna investire nella regione che concentra la maggior parte del PIL mondiale, delle rotte commerciali e delle catene industriali. Il piano prevedeva tre pilastri operativi; il primo era, ovviamente, militare: spostare il 60% della flotta americana nell’Indo-Pacifico, rafforzare le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine e aumentare la presenza di basi e pattugliamenti. Il secondo era economico: creare un blocco commerciale guidato da Washington, il Trans-Pacific Partnership, per scrivere le regole del commercio asiatico escludendo Pechino. Il terzo era politico-istituzionale: promuovere governance liberale, anticorruzione e standard democratici per rendere gli Stati regionali più compatibili con l’ordine americano. Cooper, nell’articolo, sostiene che questi tre pilastri avrebbero dovuto funzionare insieme: economia forte, governi stabili e capacità militari locali avrebbero impedito alla Cina di costruire una sfera d’influenza regionale; il problema è che due di questi pilastri non sono mai stati costruiti – provate a indovinare quali.
Il Trans-Pacific Partnership è il primo esempio concreto del fallimento economico: firmato, nel 2016, con dodici Paesi, tra cui Giappone, Vietnam, Malesia e Australia, avrebbe creato una zona di libero scambio che rappresentava circa il 40% del PIL mondiale; il Congresso americano, però, non lo ha mai ratificato.
L’Italia sta affrontando una radicale ristrutturazione del proprio approvvigionamento energetico, fondata sulla transizione dal gas russo a una “flotta globale” di GNL coordinata da Eni attraverso una rete di asset che si estende dall’Africa al Sud America. Questa strategia, pur presentata come una conquista di sicurezza nazionale, nasconde una profonda finanziarizzazione del settore: il gas è stato trasformato da risorsa strategica in un sottostante speculativo, il cui prezzo non è più legato ai costi di estrazione ma alle scommesse dei grandi fondi d’investimento sulle borse di Amsterdam e Londra. Mentre l’assetto societario di Eni risente della pressione dei capitali internazionali per dividendi immediati, il sistema industriale e le famiglie europee subiscono gli effetti di una volatilità estrema e di prezzi strutturalmente elevati. Il costo di questa transizione, aggravato dal rischio di creare infrastrutture destinate all’obsolescenza precoce (asset incagliati) e da un sistema di formazione dei prezzi marginali inefficiente, viene sistematicamente scaricato sulle bollette dei cittadini attraverso oneri di sistema e distorsioni del mercato elettrico, segnando il passaggio da una vulnerabilità politica a una dipendenza sistemica dai mercati finanziari globali.
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Claudio Descalzi ha recentemente espresso una visione molto chiara: il gas naturale liquefatto (GNL) è diventato il vero garante della sicurezza energetica italiana, sostituendo strutturalmente il “tubo” russo. Nelle sue ultime dichiarazioni (tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026), l’Amministratore Delegato di Eni [1] ha sottolineato diversi punti cruciali.
Le Olimpiadi e il Modello Milano sono l'emblema della voracità dei profitti e del sistema escludente che generano. Per questo, sostiene la Cub, bisogna ripartire da diritti e democrazia
A un seminario svolto a Firenze lo scorso gennaio su «Rigenerare la democrazia» nelle organizzazioni sindacali ho incontrato Mattia Scolari della Cub di Milano. La Confederazione unitaria di base nasce a Milano nel 1992 dall’unificazione di varie esperienze sindacali critiche nei confronti dell’operato dei sindacati confederali. Un ruolo di primo piano fu ricoperto dai metalmeccanici ex aderenti alla Fim-Cisl di Milano che si erano formati sotto l’influenza delle idee con cui Pierre Carniti, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva guidato le lotte e il rinnovamento del sindacato milanese dei metalmeccanici. Tra i molti versanti in cui sono impegnati, nelle ultime settimane c’è quello delle proteste intorno alle Olimpiadi a Milano-Cortina, e ho approfittato per fargli qualche domanda.
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Quali sono le ragioni delle proteste sulle Olimpiadi Milano-Cortina dal punto di vista di chi lavora?
Milano è una città che vive grandissime contraddizioni. Cancellato il tessuto industriale e persa la sua anima operaia, si sta trasformando sempre di più in una città turistificata, con i suoi hotel di lusso e i ristoranti stellati, capitale mondiale dei milionari, in cui si abbattono gli alloggi popolari per far spazio ai grattacieli delle banche e delle corporations. Dietro le vetrine e le insegne scintillanti operano però decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici costretti ai gironi infernali del precariato, degli appalti selvaggi e dei salari poveri.
Le Olimpiadi di questo inverno, seguendo il tracciato di Expo 2015, non hanno fatto altro che accelerare ulteriormente queste dinamiche, riproponendo massicce colate di cemento e speculazioni edilizie, massimizzazione dello sfruttamento sul lavoro tramite l’immensa torta degli appalti, l’accentuarsi della repressione con le zone rosse e le limitazioni al diritto di sciopero imposte per decreto o approvate con patti sindacali di «tregua sociale».


Con l’intensificarsi dei processi di innovazione tecnologica e, in particolare, con il diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, andiamo incontro a un’epoca segnata da crescenti fenomeni di disoccupazione di massa e di dequalificazione del lavoro. La drastica riduzione degli orari di lavoro e il Reddito di cittadinanza sono i due soli strumenti in grado di contrastarla. Non agirli entrambi sarebbe imperdonabile.
Proviamo a ragionare su cosa potrebbe rappresentare il ripristino, con opportuni aggiornamenti, del Reddito di cittadinanza (RdC). Sotto questa denominazione intendo qui sia il reddito erogato per contrastare la povertà, sia quello offerto alle persone in cerca di lavoro. La prima considerazione da fare è che, pur essendo due finalità nettamente distinte, converrebbe mantenere un solo istituto. In questo modo si terrebbero strettamente uniti gli interessi, diversi ma del tutto compatibili e per molti aspetti convergenti, di una massa considerevole di persone e di famiglie quale quella che si ottiene sommando le due tipologie. Così facendo, ogni eventuale tentativo di ridurre nel tempo il finanziamento dell’istituto alienerebbe al decisore politico una grandissima quantità di consensi e susciterebbe verosimilmente una forte reazione popolare. Del resto, in entrambe le finalità si conferma in via di principio che lo Stato ha il dovere di intervenire per assicurare il minimo vitale a tutti i suoi cittadini. In questo senso l’unico criterio da osservare per l’erogazione del reddito a contrasto della povertà dovrebbe essere quello derivante dal valore dell’ISEE dei componenti il nucleo familiare ricalibrato sulla base del loro numero e di altri riscontri oggettivamente accertabili.
Diverso e più complesso è il ragionamento sul RdC a sostegno delle persone in cerca di lavoro. Sotto questo profilo occorre assumere un punto di vista più ampio e più di parte, si dovrebbe dire di classe, rispetto a come è stato concepito e realizzato originariamente. Deve essere dichiarato apertamente il suo scopo, quello di strumento fondamentale per combattere la precarietà del lavoro, e i suoi modi di funzionare debbono essere finalizzati al raggiungimento di questo scopo.
Il governo italiano appone la propria firma - o meglio, la propria ombra - accanto a quella di Donald Trump. Si premura di precisare che non aderisce, ma “osserva”. Siede, insomma, nella stanza Board of Peace, ma con le mani nascoste sotto il tavolo. Senza assumere vincoli, senza responsabilità
Ora, partecipare a questa iniziativa crudele è di per sé ripugnante. Ma, per un momento, mettiamoci in una prospettiva più “nazionale”. Dante Alighieri avrebbe identificato la scelta di Meloni senza esitazioni. Nel Canto III dell'Inferno, Virgilio guida il poeta attraverso l'Antinferno, quel luogo liminare e ignobile popolato da coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Non abbastanza coraggiosi da schierarsi col bene (figuriamoci!), né abbastanza onesti da confessare di avere scelto il male più infame. Anime sospese, che per sé fuoro: calcolatori del proprio meschino tornaconto. Dante li disprezza al punto da non concedere loro nemmeno la dignità dell'Inferno vero. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, dice Virgilio.
Purtroppo, la storia non passa. Accusa.
Il Board of Peace - lo strumento ideato da Donald Trump, formalizzato in uno statuto di tredici articoli e costruito sui paradigmi del diritto societario privato - è qualcosa di più di un'atroce idea “diplomatica”. Tra l'altro, istituisce un Chairman a vita (Trump, con diritto di designare il proprio successore) rendendo tale opaca organizzazione una monarchia ereditaria. Un seggio permanente si acquista versando un miliardo di dollari nel primo anno: una sottoscrizione per miliardari.
Vista da lontano, raccogliendo le informazioni disponibili sui media internazionali – meno su quelli italiani, fermi alla propaganda di derivazione Usa – le cose intorno all’Iran non sono molto tranquillizzanti.
Sappiamo tutti da settimane che una flotta militare statunitense è arrivata nell’oceano Indiano, al largo dello stretto di Hormuz, per “fare pressione” sull’Iran nel mentre si tengono colloqui indiretti inizialmente incentrati sul potenziale nucleare del paese. Il loro scopo è come sempre quello di impedire che l’Iran arrivi a possedere l’atomica e quindi fare da effettivo contraltare militare in Medio Oriente a Israele (che un arsenale nucleare lo ha costruito grazie all’Occidente e in barba a ogni trattato internazionale di “non proliferazione nucleare”).
Strada facendo, però, l’amministrazione Trump ha preteso che si parlasse anche di missili convenzionali, che attualmente sono la principale forma di “deterrenza” nei confronti dell’aggressività israeliana e statunitense (come si è visto negli ultimi due anni). La richiesta in questo capitolo è chiara: rendere Teheran incapace di rispondere a eventuali attacchi, e quindi consegnarsi nudo a tutte le “cattive intenzioni” occidentali.
E’ un paese petrolifero come il Venezuela, altrettanto – ma molto diversamente – indipendente e geloso delle proprie prerogative. Fa gola ma rischia di andare per traverso. Meglio renderlo debole…
La flotta statunitense verrà presto rinforzata dall’arrivo di una seconda portaerei (con annessa squadra di sostegno), la Gerald Ford, fin qui schierata proprio per effettuate l’attacco a Caracas e il rapimento di Maduro.
Sandra Teroni, Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, Roma, Donzelli, 2025
Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico. Sartre, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del «manifesto» con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (1938), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».
«Il pastore ha fatto temere il lupo alla pecora durante tutta la sua vita, ma alla fine è il pastore a mangiarsela» (Proverbio georgiano)
L’Europa ha nel mondo una sua specificità che affonda nelle antiche culture mediterranee, caratterizzate dall’identità dello spazio - il Mediterraneo appunto - e dalla differenza sia nei modi di viverlo sia nelle relazioni con la maggiore potenza soltanto in parte mediterranea, l’Impero persiano.
Le radici dell’Europa sono pertanto politeistiche e pagane; l’elemento ebraico-cristiano si è diffuso molto tardi rispetto a tali strutture, anche se è poi diventato dominante. La storia politica, sociale, culturale di questo spazio marittimo e continentale è stata molto variegata e assai complessa e si può ormai constatare che essa sembra arrivata alla sua fine. Il suicidio, insieme traumatico e lento, iniziato con la guerra civile europea (1914-1945) si va compiendo in forme sempre tragiche nella sostanza ma farsesche nell’espressione. Nel XXI secolo, e in particolare negli anni Dieci e Venti, l’Europa è infatti governata da oligarchie senza cultura, senza libertà, senza dignità, è governata da dei veri e propri «ectoplasmi o sonnambuli convertiti al bellicismo» (Alain de Benoist, in Diorama Letterario, n. 389, gennaio-febbraio 2026, p. 9).
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso[1] nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato, oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo deboli.
Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.
Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa occasione un vibrante discorso[2] nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma, Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo europeo.
Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio parla di scontro e di espansione.
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