L’arrogante impotenza di Washington
di Dante Barontini
Se li conosci, li eviti. O quanto meno fai verifiche triple prima di accettare un incontro…
Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano a proposito dei colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad.
A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.
A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.
A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).
Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata alla tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).
Stamattina invece una petroliera di Teheran è passata senza problemi, forse perché chi deve scommettere in borsa sulle oscillazioni provocate dalla Casa Bianca aveva bisogno che i titoli tornassero su.
Andar dietro ai singoli episodi, in definitiva, non fornisce una visione chiara. Anzi.
La sintesi migliore della situazione strategica, al momento, resta quella fornita da quella vecchia canaglia di Ian Bremmer, fondatore e capo dell’Eurasia Group: “Trump è in un vicolo cieco, l’unica cosa che può fare è scegliere il danno minore: dichiarare vittoria e chiuderla qui”. Lo stiamo del resto scrivendo da almeno un mese…
La superiorità militare statunitense e israeliana si è rivelata meno straripante del previsto. E la voglia di Tel Aviv di usare l’atomica (questo e non altro significava “potremmo cancellare una civiltà in una notte”) avrebbe proiettato il mondo intero in una situazione senza via d’uscita.
E’ trasparente infatti che l’unico interesse vero statunitense per attaccare l’Iran è disgregare la catena di relazioni che si sono andate cementando nei Brics intorno a Russia e Cina, mentre queste due superpotenze nucleari stanno operando il più sottotraccia possibile per contenere la corsa verso il baratro.
Israele ha altri interessi, completamente folli e incompatibili con gli equilibri mondiali esistenti, ma perseguiti tenacemente e apparentemente possibili finché gli Stati Uniti partecipano alla fetida “coalizione Epstein”. Per Tel Aviv, esplicitamente, “il lavoro sull’Iran non è finito”, una trattativa vera, per una pace vera e duratura, sarebbe mortale.
La potenza Usa è insomma relativamente impotente, pressata da ogni lato per una conclusione rapidissima del conflitto che sta gettando l’intero pianeta nella crisi economica, nella scarsità di carburanti, nell’inflazione e in ormai prevedibili proteste di massa fin dentro il cuore dell’impero. Non c’è un solo Paese che approvi questa guerra, ed anche il blocco elettorale che ha portato Trump di nuovo alla Casa Bianca si va sfaldando.
Nulla ha funzionato come previsto ormai due mesi fa, e non c’è un piano di riserva. Il consiglio di Bremmer è scontato e al tempo stesso difficilissimo da seguire. Sarebbe servita almeno una “vittoria” visibile. Ma non c’è stata. Anche l’uccisione di Ali Khamenei è stata svuotata dalla scelta del figlio Mojtaba come successore.
Così la potenza impotente si sfoga in un’orgia di tweet bipolari che annunciano esiti opposti più volte al giorno e in un’impostazione della diplomazia alla Quentin Tarantino, con pistole e stivali sul tavolo. E un avversario più freddo, che aspetta il momento giusto per sedersi, quando il tavolo sarà ripulito.
Arroganza concentrata nelle parole, impotenza dimostrata nei fatti. Manca solo la presa d’atto del prigioniero del suo stesso gioco. Ma non è affatto detto che avvenga. Né che sia pacifica…










































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