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Pensiero critico, critica del pensiero

di Antonio Cantaro

77100 1500x680 1.jpgIl mio apprezzamento per l’ultimo libro di Gaetano Azzariti (“Dove è finito il pensiero critico? Dalla rivoluzione promessa all’utopia concreta”, Manifestolibri, 2025) è fuori discussione. Mi attrae la nitidezza dell’interrogativo contenuto nel titolo: dove è finito il pensiero critico? Trovo stimolante la sua perentoria e incalzante risposta: è finito, ed è finito male. Sento autentica la motivazione, non autoconsolatoria, del perché il pensiero critico sia finito male. Il pensiero critico è finito male non a causa della fine delle grandi narrazioni, ma perché si è rifiutato di fare i conti con la dimensione istituzionale, con quella utopia concreta evocata sin dal sottotitolo.

* * * *

La crisi del pensiero critico è, per Azzariti, frutto di una sconfitta a cui ha contribuito esso stesso, per eccesso di utopismo e di pratica spontaneista: per non aver fatto seguire alla protesta la capacità di costruire la Città futura. Esemplarmente questo è, secondo l’autore, avvenuto nelle tre declinazioni che vengono complessivamente e partitamente esaminate nel libro: l’operaismo, il pensiero della differenza femminile, l’uso alternativo del diritto. A tutte e tre queste culture e movimenti viene imputata una colpa inemendabile: da una parte, la sottovalutazione della dimensione della legge in nome di una rivoluzione promessa e, dall’altra, la sopravvalutazione della conquista dello Stato, dell’orizzonte onirico della Città ideale. Ma dove sono oggi, si osserva polemicamente, il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa?

 

Vita, politica e diritto oggi

In un rapido scambio di battute che ho avuto con Michele Prospero, a margine della presentazione del suo Ideologia della guerra (https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/lideologia-della-guerra-dalloperazione-speciale-alla-pace-ingiusta/), Prospero mi chiedeva, con il suo essenziale e inconfondibile stile, perché avessi “attaccato”, nel seminario urbinate dello scorso 5 marzo, il libro di Azzariti (https://fuoricollana.it/vita-politica-e-diritto-oggi/). Potevo cavarmela rinviando alla registrazione e alla trascrizione degli interventi pubblicati sull’ultimo numero di fuoricollana.it. E, invece, con un certo imbarazzo, ho farfugliato che ne avremmo parlato nel corso della presentazione romana del prossimo 28 aprile (https://www.fondazionebasso.it/2015/28-iv-2026-18h00-presentazione-volume-dove-finito-il-pensiero-critico-dalla-rivoluzione-promessa-allutopia-concreta-di-g-azzariti/). Ho aggiunto, altresì, che mi aspettavo che fosse lui a prenderne le difese. Non so se Prospero lo farà, ma la sua fulminante domanda mi ha – felix culpa – costretto a riflettere ulteriormente sulla distanza che sento tra il pensiero di Azzariti e i miei contraddittori pensieri. Sulla distanza, emotiva ancor prima che epistemologica, che c’è tra il suo pensiero critico e la mia critica del pensiero, pur nella comune lontananza dal neoliberalismo messa nitidamente in luce da Massimo Baldacci proprio in occasione dell’incontro urbinate (https://fuoricollana.it/critica-del-pensiero-e-pensiero-critico/).

 

Il pensiero critico che fu. Diversamente istituzionalista

Prima di provare a dire qualcosa di generale e sensato sulle differenze tra questi due diversi approcci alla vita, alla politica, al diritto, è utile che io ricordi, sia pur brevemente, le ragioni che mi inducono a non condividere il giudizio di anti-istituzionalismo rivolto da Azzariti all’operaismo, al pensiero della differenza femminile, al movimento dell’uso alternativo del diritto. Tutti e tre questi tipi di pensiero – si dice nel libro – si sono posti «alla ricerca di una via originale per affermare un altro sistema di potere, un altro modo di relazionarsi, un altro modo di tutelare i diritti delle persone». Dov’è, allora, il problema? In che senso questi pensieri avrebbero ontologicamente ignorato la dimensione istituzionale?

Il problema, credo, sia, per Azzariti, che l’orizzonte dell’operaismo, del pensiero della differenza, del movimento dell’uso alternativo del diritto non è esclusivamente, e nemmeno prevalentemente, quello della “democrazia costituzionale”. Il che è vero. Ma questo, con riferimento in particolare all’operaismo di Mario Tronti, non giustifica l’accusa di anti-istituzionalismo. Per Tronti, il “politico”, nella sua autonomia, doveva dar vita a un soggetto partitico che sublimasse l’antagonistica condizione operaia: conflitto, cioè, al massimo livello con il potere costituito, con il capitalismo e con lo Stato borghese. Diversamente istituzionalista, più che anti-istituzionalista. A meno che non si creda che l’unico istituzionalismo meritevole sia quello giuridico; che l’unica utopia concreta per la quale valga la pena battersi sia quella sublimata dal costituzionalismo illuminista e liberale: separazione dei poteri e tutela dei diritti fondamentali. Non avrai altra Costituzione che me.

 

Nostalgia?

Se il mio dissenso fosse circoscritto a questo, saremmo di fronte a un dissenso certamente non piccolo, ma comunque limitato. Cantaro nostalgico del pensiero critico che fu; Azzariti critico del pensiero critico che fu in nome di un altro pensiero critico. Un pensiero più moderno, più realista, politicamente più spendibile. Può darsi. Può darsi che io, nell’incontro urbinate, mi sia assunto il temerario compito di avvocato d’ufficio del pensiero critico che fu, essendo culturalmente e idealmente cresciuto alla scuola di Pietro Barcellona e di Pietro Ingrao, avendo sfogliato qualche scritto operaista e avendo, sia pur superficialmente, respirato qualche volta l’aria del pensiero della differenza.

Se così fosse, fine delle trasmissioni: non varrebbe la pena continuare. Ma c’è l’impertinente domanda di Prospero: perché hai attaccato il libro e, dunque, il pensiero di Azzariti? Credo che Michele abbia colto un non detto del mio discorso. Dietro il mio intervento urbinate – e dietro altri recenti, penso in particolare ad alcuni di quelli contenuti in Amato popolo – c’è un dubitare sull’adeguatezza dell’odierno pensiero critico. C’è il “timore” che questo condivida, per certi versi, lo stesso “stile” del pensiero che critica.

 

Pensiero moderno, pensiero critico

Il pensiero moderno, esemplarmente il pensiero giuridico, è un pensiero sistematico-analitico, razionale. “Scienza pratica” che fonda sistemi – tipicamente la legge, i codici – e vi riconduce i casi della vita: “questo è un caso di x”, dove x è un fatto descritto dal sistema, una fattispecie, mentre “questo” è qualcosa che si presenta nella vita e che il pensiero analitico riporta alla razionalità del sistema.

C’è, indubbiamente, qualcosa di eroico nella fondazione dei sistemi; c’è il fascino di poter condurre scientificamente le nostre vite. Ma qui risiede anche il pericolo: i sistemi conducono le nostre vite sulla base di un “dover essere” posto dai fondatori del sistema. Di qui la sacrosanta diffidenza del pensiero critico, che si interroga sulle condizioni che fanno sì che il sistema possa operare, sui suoi pregiudizi, sulle ingiustizie che di fatto produce, e che denuncia.

Anche il pensiero critico è, tuttavia, un pensiero razionale, analogamente al sistema che critica. Anche la Costituzione di Azzariti è sistema: la verità è tutta scritta nel dover essere della razionalità costituzionale. Non c’è spazio per la dimensione mitica dell’esistenza: la verità è tutta nel suo programma (diritti, doveri, valori) e nel suo sistema di garanzie (separazione dei poteri). Manca l’altrimenti, il mutamento, le canettiane metamorfosi dell’umana e molteplice verità.

 

Critica del pensiero

L’orizzonte della critica del pensiero – la critica di Cantaro, si parve licet – ricorda ai sistematori moderni e ai loro critici che la verità non si possiede e ai postmodernisti che ciò non significa che la verità non esista, ma che va cercata tanto nell’essere (“L’Italia è”, l’incipit identitario-mitico della nostra Carta fondamentale) quanto nella libertà di divenire qualcos’altro da ciò che si è. Perché «la verità che non si trasforma in qualcos’altro è terrore e annientamento».

E il critico del pensiero, al pari dello scrittore canettiano, non si rivolge ex cathedra a chi non ha voce, ma si mette al suo posto, davanti alle vittime, agli umili, agli oppressi. Non usa la propria voce credendo di pronunciare le parole altrui, come un ventriloquo, ma si sforza di diventare chiunque, senza condizioni e senza reciprocità, perché è l’immediatezza che gli consente di essere segugio del proprio tempo e di essere, al contempo, contro il proprio tempo (A. Brighenti, Elias Canetti. Le voci del diritto, in G. Campesi, I. Pupolizio, N. Riva [a cura di], Diritto e teoria sociale. Introduzione al pensiero sociologico contemporaneo, Carocci, Roma, 2009).

 

L’ipercostituzione senza effetti costituzionali

La grammatica intransigente dell’attuazione “senza sé” e “senza ma” della Costituzione, lungi dal rivelarsi un antidoto alla musealizzazione dei suoi valori, si rivela troppo spesso esserne un alimento. La nostra non è solo l’epoca dell’iperpolitica senza effetti politici; è anche l’epoca dell’ipercostituzione senza effetti costituzionali: il “dover essere” della Costituzione ripetutamente contraddetto dall’“essere”, la frustrazione per l’Isola di Utopia che gli altri non vedono e l’accusa di tradimento rivolta verso coloro i cui cuori non si scaldano alla ragione degli apostoli della dignità della persona umana, del pluralismo, della solidarietà, della separazione dei poteri.

L’ipercostituzione senza effetti costituzionali non è un incidente di percorso. A monte c’è un’idea di Costituzione che contiene in sé il rischio dell’utopia tout court: la Costituzione come legge. Nobilmente legge, quella di Gaetano. Ma la legge è legge, ora e domani: legge che determina il futuro, avanza la pretesa di vincolare il passato, inibisce il cambiamento qualificandolo come trasgressione. Ha scritto, in altro contesto, Luigi Alfieri, polemicamente “dialogando” con Sergio Quinzio, sul duplice significato di legge e di mito culturale che la Bibbia ha avuto nella storia occidentale.

 

La Costituzione non è solo legge

Fatte le debite proporzioni, anche la Costituzione di cui Cantaro parla è, come la Bibbia, un mito: un mito politico, un racconto fondativo. Qualcosa che ieri ha fondato, qualcosa di accaduto, origine, passato: un passato su cui si può costruire il futuro, ma la cui contingente mancata attuazione non ne inficia la natura di pasoliniana “bella Bandiera”. Una riserva di senso, nella vittoria e nella sconfitta, come tutte le “belle bandiere”.

Certo, dai miti nascono istituzioni e leggi, ma il racconto continua e non si può pretendere di bloccarlo in nome della legge. Anche quando “il popolo sbaglia”. Questa, tra Azzariti e Cantaro, non è una differenza da poco. Non ci impedisce di dialogare, ma non consente di “diplomatizzare” le nostre sensibili differenze.

Il costituzionalismo di Azzariti corre il rischio, dal mio punto di vista, di essere un costituzionalismo messianico, un costituzionalismo dell’attesa: contiene la promessa di un Regno e il mancato avvento della sua legge rischia di esserne la verità; la realtà come trionfo dell’insensatezza, come distopia che, a un certo punto, per incanto, come in ogni racconto apocalittico, porterà alla salvezza.

Il costituzionalismo di Cantaro è anti-messianico: la sua grammatica non è l’attesa della legge, ma quella del plebiscito di ogni giorno, la dialettica sempre aperta tra potere costituente e potere costituito. E quando il plebiscito quotidiano produce esiti che non corrispondono ai nostri valori – “quando il popolo sbaglia” – Cantaro non pensa che viviamo nel tempo dell’anticristo o dell’anti-sovrano, ma che, in quel momento, il popolo la pensa diversamente. È la democrazia: la democrazia come regime che ontologicamente non conosce ragione e verità assolute.

Nessun diritto di veto da parte dei sacerdoti della Costituzione, chiunque essi siano. Altrimenti, la “sovranità della legge e della Costituzione” si mangia la democrazia e scivola nell’antipolitica e nel populismo: etico, ma pur sempre populismo.

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