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operaviva

La politica nelle pieghe della materia

Un libro di Karen Barad

di Giorgio Griziotti

vivre mosiac 800x643 2.jpgIl 24 aprile esce in italiano per le edizioni Mimesis, con la cura e la traduzione di Floriana Ferro, l’importante volume di Karen Barad «Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entaglement tra materia e significato». Filosofa e fisica teorica, esponente del nuovo materialismo, nelle sue ricerche propone un ripensamento radicale del dualismo del pensiero occidentale che comporta profonde implicazioni politiche e, in sintonia con alcune intuizioni dell’operaismo italiano, apre a una nuova visione del mondo in chiave postcapitalista. Qui proponiamo in anteprima l’introduzione al volume scritta da Giorgio Griziotti, ringraziando l’autore e la casa editrice per la disponibilità.

* * * *

Leggendo per la prima volta Karen Barad, mi ha colpito la radicalità della sua svolta onto-epistemologica rigorosamente basata sulla fisica quantistica: la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra corpi, tecnologie, pratiche e infrastrutture. La conoscenza non rispecchia un mondo preesistente — vi partecipa, lo trasforma dall’interno.

Ho riconosciuto in questa visione teorica elementi che appartengono alle pratiche dell’operaismo come per esempio la conricerca. Il metodo elaborato da Alquati non raccoglieva dati sul soggetto oppresso — co-produceva realtà con esso. La conoscenza si formava nel conflitto, nel rifiuto, nella comunanza situata. Non descriveva il mondo: lo riconfigurava. È esattamente ciò che Barad chiama «respons-ability».

Il ravvicinamento non cancella le tensioni — i nuovi materialismi hanno talvolta attenuato la dimensione del conflitto, l’operaismo ha faticato a pensare fuori dai confini dell’umano.

Ma è in questa tensione che si apre lo spazio più fecondo: estendere il soggetto eccedente di Negri al più-che-umano, pensare l’agentività della materia senza perdere i rapporti di potere che la attraversano, cercare linee di fuga dal capitalismo che includano vivente, ecosistemi e tecnologie sottratte alle logiche estrattive. La prefazione che segue muove in questa direzione.

***

Di fronte alle crisi sistemiche che devastano il nostro presente – l’avanzata del tecnofascismo, la guerra come regime globale permanente, le infrastrutture tecnologiche che riconfigurando i rapporti sociali plasmano la vita e la morte e un collasso ecologico-climatico che dissolve il quadro storico stesso entro cui le crisi erano finora pensabili – si impone un’urgenza politica che esige una rivoluzione del pensiero critico.

Tale urgenza spinge le diverse tradizioni materialiste – da quella marxiana ai nuovi materialismi critici dell’antropocentrismo – a convergere verso una ridefinizione teorica radicale, non come esercizio accademico, ma come condizione per comprendere e trasformare un mondo che devasta molte reti della vita, compresa quella umana.

Il materialismo storico ha mostrato che la storia è fatta di rapporti materiali e di conflitti e che le macchine non sono mai neutrali, ma condensazioni di potere e di lavoro catturato; tuttavia, ha spesso ereditato una concezione meccanicistica della materia come sfondo passivo della prassi. I nuovi materialismi, al contrario, hanno restituito alla materia una capacità attiva e relazionale. Karen Barad, con il suo realismo agenziale, ne offre una delle elaborazioni più rigorose. Tuttavia, parte di questa tradizione teorica ha talvolta attenuato la dimensione del conflitto e dei rapporti di sfruttamento. La sfida politica che ne deriva è tenere insieme queste due esigenze: pensare la materialità come attiva e non antropocentrica, senza perdere di vista il carattere storicamente e politicamente costruito delle gerarchie sedimentate, dei rapporti di produzione e delle forme di potere.

In questo quadro, la proposta di Karen Barad in Incontrare l’universo a metà strada – opera centrale e teoricamente imponente – non riguarda soltanto una nuova ontologia della materia, ma implica una riconfigurazione profonda del modo in cui pensiamo il sapere, il potere e la politica.

Al centro dell’opera c’è l’idea che la materia non sia un deposito inerte di proprietà, una massa da manipolare o un fondale muto sul quale gli umani imprimono forma. Rileggendo la fisica quantistica attraverso l’epistemologia di Bohr, Barad ci invita a pensare la materia come campo di attività e nodo dinamico di relazioni: non entità già costituite che interagiscono, ma fenomeni che emergono da processi di «intra-azione» – termine che sostituisce «interazione». Così facendo, costruisce una onto-epistemologia in cui essere e conoscere non sono separabili: le pratiche conoscitive non rivelano una realtà preesistente ma partecipano attivamente alla sua configurazione.

Per Barad l’unità minima non è la particella ma l’evento, non l’oggetto ma la configurazione materiale-discorsiva che lo produce. Il mondo emerge continuamente attraverso tagli agenziali che separano ciò che conta da ciò che viene escluso, distinguendo provvisoriamente ciò che appare come soggetto, come oggetto, come contesto, come dato. L’indeterminazione quantistica non è un limite della conoscenza, ma la condizione perché la realtà emerga da fenomeni di intra-azione, e non da entità preesistenti.

Questi fenomeni si producono attraverso apparati materiali-discorsivi – reti di organismi, tecnologie, norme, categorie politiche e infrastrutture – che rendono possibile conoscere, agire e trasformare il mondo. È su questo sfondo che la questione politica si ridefinisce: non più soltanto come conflitto tra soggetti già dati, ma come lotta per gli apparati che producono i fenomeni, che rendono certi mondi possibili e ne escludono altri.

 

Il metodo diffrattivo come prassi politica

Un concetto centrale del lavoro di Barad è quello di diffrazione, che contrappone alla riflessione come modalità dominante del pensiero critico. La riflessione funziona per rispecchiamento: presuppone soggetti, oggetti e categorie già dati. Quando si presenta come critica, tende a muoversi all’interno dell’ordine esistente, riproducendo le separazioni su cui esso si fonda; quando si fa antagonista, genera opposizioni simmetriche che invertono i termini senza trasformare le relazioni che li costituiscono.

La diffrazione, al contrario, rinvia a un fenomeno fisico in cui un’onda, incontrando un ostacolo, non si limita a riflettersi ma si piega e genera interferenze. Pensare diffrattivamente significa assumere che la teoria non sia uno specchio del mondo, ma una pratica situata che lo attraversa e lo trasforma. «La diffrazione è una tecnologia narrativa, grafica, psicologica, spirituale e politica per la creazione di significati che contano»1.

Far passare diverse tradizioni teoriche e pratiche di conoscenza le une attraverso le altre – per esempio il pensiero femminista attraverso gli studi postcoloniali, o il materialismo storico attraverso la fisica quantistica – non produce una sintesi conciliatoria, ma interferenze produttive che modificano entrambi i termini. La diffrazione non cerca una posizione esterna di giudizio, ma produce scarti e fratture che rendono visibili le relazioni di potere incorporate nei dispositivi del sapere. In questo senso, per Barad, la teoria è già una forma di azione e di conflitto: ogni atto di conoscenza modifica il campo in cui interviene e implica una presa di responsabilità.

Applicato all’analisi dei sistemi tecnologici, questo metodo evidenzia come le scelte progettuali, le decisioni politiche e i dati incorporino materialmente responsabilità e rapporti di potere. La tecnologia non è esterna alla vita sociale e naturale. Ogni apparato – dal chatbot al drone militare letale e autonomo – produce un «taglio del reale» sempre attraversato da rapporti di potere. Non esiste una tecnologia neutra: ogni strumento è intriso di storia, istituzioni, desideri ed esclusioni.

Il concetto di entanglement – mutuato dalla fisica quantistica – illumina la configurazione contemporanea del potere: Big Tech e Big State negli Stati Uniti non sono alleati esterni ma co-costituiti in un unico apparato di governance. Stato e Capitale emergono come fenomeno inseparabile, dove le infrastrutture tecnologiche private diventano infrastrutture di governo e il potere statale si esercita attraverso piattaforme algoritmiche. L’esempio più inquietante è l’Intelligenza Artificiale Generativa ecologicamente devastante, che gli oligopoli privati tentano di trasformare in una «tecnologia-mondo», un ecosistema informativo totalitario che ridefinisce conoscenza, relazioni e percezione.

 

Verso una politica più-che-umana

Il realismo agenziale di Barad ci offre una prospettiva in cui le relazioni materiali co-producono fenomeni, soggetti e possibilità di azione, con conseguenze politiche decisive: i rapporti di potere e le disuguaglianze non si sommano dall’esterno, ma emergono e si riformano continuamente attraverso le intra-azioni tra corpi, ambienti e tecniche. Quando Barad afferma che «non otteniamo conoscenza stando fuori dal mondo; conosciamo perché siamo del mondo. Siamo parte del mondo nel suo divenire differenziale»2, dissolve la separazione tra osservatore e osservato e mostra come conoscenza e realtà si co-costituiscano nello stesso processo.

L’eccedente umano – per usare il termine ed il concetto di Antonio Negri – designava la capacità delle moltitudini di sfuggire ad una cattura sistematica del capitale. Attraverso Barad, questo concetto si estende al più-che-umano: l’eccedenza si manifesta dinamicamente nei fenomeni di intra-azione che coinvolgono vivente, ecosistemi e tecnologie quando vengono sottratti alle logiche estrattive e riconfigurati in assemblaggi che aprono nuove possibilità di esistenza.

Barad non rifiuta la dimensione del conflitto, ma la distribuisce su un piano più ampio, che non separa l’umano dal non umano, il vivente dagli artefatti o dalla materia in generale. La questione politica non riguarda soltanto i rapporti di comando, ma anche quali mondi vengono resi possibili da certi apparati e quali vengono esclusi. Non si tratta di sostituire il soggetto rivoluzionario con una nebulosa di oggetti attivi, ma di riconoscere che il soggetto stesso è un effetto di configurazioni materiali e può essere trasformato solo trasformando gli apparati che lo costituiscono.

Le lotte contemporanee – dalle insurrezioni climatiche alle mobilitazioni transfemministe, dalle rivolte delle Gen Z3 nel Sud del mondo alle pratiche di riappropriazione tecnologica, dalle forme di cooperazione tra umani e non umani agli esperimenti di commoning – possono essere lette come esperimenti di nuove configurazioni della realtà, tentativi di aprire tagli alternativi contro apparati di dominio che si riproducono con violenza materiale.

Da questo punto di vista, Barad non propone un’uscita ontologica dal materialismo storico, ma offre un lessico per comprendere che la produzione contemporanea non si limita a organizzare merci e lavoro: organizza il mondo stesso come fenomeno. Il sistema capitalista non sfrutta soltanto forza-lavoro, ma produce e mette a valore apparati tecnici, scientifici e istituzionali che organizzano ciò che può essere percepito, valutato e computato, configurando il reale stesso come campo di governo. Il potere diventa così un’operazione materiale di delimitazione del reale. In questo senso, l’intuizione marxiana sulla centralità dei rapporti di produzione non perde significato, ma si amplia: essi non riguardano più solo il rapporto tra capitale e lavoro, ma l’intero insieme di processi attraverso cui infrastrutture tecnoscientifiche definiscono ciò che conta come informazione, dato e valore.

Nel regime di guerra del capitalismo contemporaneo emergono responsabilità che producono derive verso il caos e che vanno affrontate intervenendo sugli apparati che le generano. In questo quadro, i commons non sono solo spazi o risorse condivise, ma configurazioni materiali e relazionali in cui esseri umani di tutte le classi subalterne e le altre componenti di Gaia4 co-costituiscono possibilità di vita condivisa. Ripensare oggi il materialismo significa quindi intervenire su questi apparati, smantellarne le gerarchie e riappropriarsi delle condizioni di esistenza che essi definiscono, non per dissolvere la politica, ma per restituirle il suo terreno: la materia viva, instabile e generativa del mondo, allargando il concetto marxiano di lavoro vivo.

La politica diventa così la pratica di trasformare il reale attraverso la disattivazione di apparati che producono esclusione e violenza e la creazione di altri che rendano possibili pratiche comuni e sostenibili. La «respons-ability» – la capacità di rispondere agli intrecci contribuendo a modificarli – non è un imperativo morale astratto ma una pratica materiale di intervento. Incontrare l’universo a metà strada ci ricorda che non osserviamo il mondo dall’esterno, ma lo trasformiamo dall’interno delle sue pieghe: ogni gesto conoscitivo è già un gesto politico, ogni apparato che costruiamo configura possibilità di vita o di morte. In un’epoca di crisi sistemica, questo libro non offre soluzioni definitive ma apre interferenze produttive tra pensiero e materia, tra critica e trasformazione – uno spazio di possibilità per la rivoluzione degli apparati che producono il mondo.


Note
↩1 K. Barad, Incontrare l’universo a metà strada, Mimesis 2026, cap. 2.
↩2 Ibid.
↩3 Gen Z, abbreviazione di Generazione Z, è un termine di origine mediatica utilizzato qui come semplice etichetta descrittiva, consapevole del suo carattere mainstream e marketing-discorsivo, e non come nome di un soggetto politico omogeneo
↩4 Il termine «Gaia» è qui utilizzato nel senso sviluppato da James Lovelock e Lynn Margulis, e ripreso da pensatori come Bruno Latour e Donna Haraway, per designare il sistema Terra come insieme dinamico e auto-organizzato di relazioni tra vivente, atmosfera, oceani e litosfera.
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Comments

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Franco Trondoli
Friday, 24 April 2026 19:55
Molto bello grazie.
Questi sono articoli importanti che presentano questioni innovative all'altezza dei problemi di questo tempo.
Come il concetto di
Neurocapitalismo.
Cordiali Saluti
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