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Trump impone a Israele la tregua in Libano. Netanyahu scioccato...

di Davide Malacaria

È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell'alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti "scioccati" dalla sua determinazione

“Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!!!”. Così Trump su Truth social. Un vero e proprio ordine ribadito in un’intervista ad Axios: “Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria gli edifici. Non lo permetterò”.

È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell’alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti “scioccati” dalla sua determinazione, che peraltro contraddiceva, almeno secondo essi, quanto concordato nell’incontro tra la delegazione israeliana e il Segretario di Stato Marco Rubio avvenuta a Washington martedì scorso, nella quale si era stabilito che l’IDF si riservava il diritto di colpire “per legittima difesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.

In pratica, nell’incontro con il neocon Rubio si era deciso per una tregua simile a quella entrata in vigore dopo il cessate il fuoco precedente, con Israele che l’ha violata quotidianamente adducendo motivazioni speciose e provocando centinaia di vittime.

A spiegare la determinazione di Trump la fermezza dell’Iran, che gli Stati Uniti vogliono riportare in fretta al tavolo dei negoziati, che aveva rifiutato il dialogo se in Libano non fosse stata osservata una tregua reale e non un cessate il fuoco che dava mano libera a Israele, com’era accaduto venerdì quando, nel primo giorno di tregua, si erano registrati attacchi in territorio libanese, con Israele che, al solito, li aveva giustificati come “autodifesa”.

Ma dietro la determinazione di Trump c’è anche altro. Tansim, l’agenzia di stampa iraniana, riporta che Teheran “stava pianificando di attaccare Israele se non ci fosse stato un cessate il fuoco in Libano”. Al solito, Teheran lascia filtrare le notizie in sordina, senza eccessivi clamori per evitare inutili drammatizzazioni, ma è più che probabile che l’indiscrezione sia reale. Sarebbe saltato tutto. Trump, e il mondo intero, non poteva permetterselo.

Ora c’è spazio per stringere sul negoziato, sul quale sta lavorando con lodevole intensità il Pakistan. Il Feldmaresciallo Asim Munir, Capo di Stato Maggiore di Islamabad, ha concluso ieri un tour di tre giorni in Iran mentre, in parallelo, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif portava a termine un analogo tour nei “Paesi fratelli“, Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

Islamabad, Teheran e i Paesi del Golfo suddetti, insieme ad altri – in particolare l’Egitto, con Cina e Russia su tutti – sono impegnati a tessere la tela per dar vita a un accordo globale, che ponga le basi per una pace duratura in Medio oriente. Ciò da una parte sta creando le condizioni per una de-escalation regionale, con il Pakistan che ha comunicato che l’80% delle questioni relative a un accordo quadro sono state risolte, dall’altra è fonte di contraddizioni.

Infatti, l’America sta spingendo per un’intesa meno stringente, importando più la tempistica a breve che la prospettiva, dal momento che deve tirarsi fuori in fretta dai pasticci nei quali si è cacciata perché la sua immagine e il suo potere globale si stanno erodendo sempre più ogni giorno che passa.

Da parte sua Israele ha un problema ancora più esistenziale: avendo abbracciato la dottrina delle “guerra infinite” e avendo riposto in essa tutte le speranze per realizzare i suoi obiettivi a lungo termine – la Grande Israele, l’egemonia regionale, l’ascesa al rango di potenza globale – non può accettare un accordo similare e farà di tutto o per sabotarlo o perché riesca precario, così da tenere vive le proprie aspirazioni.

Ma al netto delle manovre di contrasto israeliane, che a tale scopo staranno sicuramente coordinandosi con neocon e liberal Usa, resta che anche la fretta e le pretese di Trump stanno ponendo criticità al negoziato, come denota il botta e risposta con le autorità di Teheran, che hanno smentito quasi tutte le sue dichiarazioni in merito all’esito finale delle trattative.

Certo, Trump è un immobiliarista, da cui un’idea di negoziato del tutto fuori registro rispetto ai canoni della diplomazia, né aiuta la mancanza di equilibrio (blando eufemismo) di cui ha dato evidente prova di recente. Ma a tali complicazioni si aggiunge una discrasia di fondo, rispetto ai suoi interlocutori, sulle prospettive dei negoziati in corso, da cui le difficoltà aggiuntive a un dialogo già arduo.

L’Iran, attaccato due volte in un anno, non può accettare un’intesa precaria. Per Teheran è preferibile la prosecuzione della guerra in corso che permettere ai suoi nemici di usare una momentanea tregua per riprendere le ostilità successivamente, una volta ricostituiti gli arsenali e ricalibrata la strategia, evitando la sufficienza-supponenza che li ha consegnati alla sconfitta strategica.

Ma, al netto delle difficoltà, delle manovre di contrasto e dello stralunato approccio al negoziato del tycoon prestato alla politica, va registrato con certo sollievo che né Trump né nessuno della sua amministrazione, nelle richieste-pretese rivolte alla controparte, ha recentemente menzionato la necessità di un ridimensionamento dell’arsenale missilistico, nodo fondamentale che ha dato il via a questa guerra perché percepito da Israele come il più importante ostacolo ai suoi obiettivi a lungo termine (una deterrenza incrementale da affrontare prima possibile).

Inoltre, Israele e i suoi alleati neocon sanno perfettamente che le pretese in tal senso sono irricevibili, al contrario del nucleare sul quale l’Iran è disposto a trattare al netto di massimalismi. Così che imporre agli americani che tale tema fosse affrontato nei vari negoziati del passato con Teheran ha sempre funzionato, facendo abortire sul nascere qualsiasi dialogo.

Certo, non è sufficiente che Trump abbia accettato di rispettare la più irrevocabile delle linee rosse di Teheran, ma è un inizio.

Avevamo appena finito di scrivere che l’Iran ha revocato l’apertura di Hormuz a causa del persistere del blocco statunitense. Solo un braccio di ferro in vista dei negoziati diretti, ma pericoloso.

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