Padroni del potere
di Enrico Tomaselli
Che il capitale abbia sempre cercato di controllare i governi, per ottenerne tutti i vantaggi possibili, è ovviamente storia antica. E anche di successo, dobbiamo dire. Ma negli ultimi anni si sta facendo strada – niente affatto a caso – l’idea che sia giunto il tempo di superare questa intermediazione, e che siano direttamente i capitalisti ad assumere la responsabilità di governare. Questa è peraltro la diretta conseguenza della finanziarizzazione estrema che l’economia liberista occidentale ha propalato praticamente ovunque nel mondo, creando una classe di super-ricchi, i cui patrimoni (personali o controllati) sono spesso superiori al bilancio di molti stati. Da questo punto di vista, è ad esempio paradigmatico ciò che ha cercato di fare Bill Gates con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che in effetti rappresenta una forma di governo globale surrettizio.
Questa pulsione verso un governo tecnocratico spesso si ammanta di buone intenzioni, si fa schermo obiettando che l’essere miliardari non deve essere di impedimento ad assumere posizioni politiche pubbliche (ovviamente fingendo di ignorare che tali posizioni hanno spazio e peso solo in virtù del patrimonio di chi le sostiene), e talvolta assume tratti visionari e quasi teologici. Impossibile qui non pensare al fondatore di Palantir, Peter Thiel, recentemente venuto a Roma a predicare il suo verbo. Il dato costante è che praticamente tutti questi aspiranti benefattori dell’umanità vengono dal mondo dell’high-tech digitale e dell’AI. Con quest’ultima che sempre più si configura come uno strumento di controllo totalizzante, quello che Shoshana Zuboff definì “Capitalismo della sorveglianza” – nell’omonimo libro, scritto nel 2019, quando ancora Palantir non aveva sviluppato il suo software Gotham…
E se l’attuale best seller “La Repubblica Tecnologica”, scritto a due mani da Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska (rispettivamente CEO e Responsabile della Strategia Aziendale di Palantir), punta a presentarsi come un manifesto per la rinascita americana, senza esplicitamente proporsene come guida, in realtà utilizza l’idea-chiave dell’AI come strumento neutro di governo per mascherare il fatto che, in ultima analisi, non c’è alcuna neutralità nell’intelligenza artificiale, e che quindi chi ne controlla l’architettura diventa di fatto il controllore dell’intera società. Tra l’altro, mentre Thiel definisce come anticristo ogni forma di freno allo sviluppo tecnologico, Karp e Zaminska definiscono chiaramente un quadro in cui l’AI è prima di tutto uno strumento di guerra, e quindi finalizzata più che al benessere delle genti alla sopraffazione del nemico. Nemico che individuano nelle civiltà altre rispetto a quella occidentale, e/o nella decadenza della stessa civiltà occidentale – che ovviamente individuano nella società americana, e nei suoi valori.
Sintomatico che Karp, in un post su X in cui riassume la filosofia del suo manifesto, scriva: “La potenza americana ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato, o forse danno per scontato, che per quasi un secolo nel mondo sia prevalsa una qualche forma di pace, senza un conflitto militare tra grandi potenze.” [1] Impossibile non rilevare l’assonanza con l’idea trumpiana di “pace attraverso la forza”, che è poi la maschera apposta sul volto del dominio globale statunitense. Karp, infatti, non solo dà per scontato che l’assenza di una guerra mondiale sia merito degli Stati Uniti, ma fa finta di ignorare che – secondo i dati del Congressional Research Service (CRS) e di istituti di ricerca come il Military Intervention Project della Tufts University [2] – si stima gli USA abbiano effettuato oltre 250-300 interventi militari all’estero, investendo oltre 50 nazioni. Una enorme e prolungata guerra mondiale a pezzi.
Quest’idea del governo tecnocratico non è comunque nuova. Già qualche anno fa si era parlato dei cosiddetti Stati della Rete, una sorta di utopia immaginata da Balaji Srinivasan, fondatore dell’omonimo Fondo d’investimento, e ovviamente basata su ideali libertari. Ma non da intendere come una sorta di paradiso anarchico, quanto piuttosto come “un ‘luogo’ in cui i ricchi sono sottratti a qualsiasi legge o regola che non sia quella da loro stessi stabilita, una sorta di paradiso del capitale”. [3] In questa edenlandia utopica, “gli individui ricchi possono rivendicare il loro potere sulle istituzioni pubbliche”. [4]
Quella di Srinivasan comunque era un’idea per troppi versi fuori dalla realtà, ma sintomo comunque di questa brama del capitale di liberarsi da qualsiasi vincolo legislativo. Assai più concretamente, i magnati dell’high-tech più che a liberarsene in una sorta di universo parallelo, puntano invece a plasmare direttamente le regole.
Si tratta comunque di un’idea che viaggia anche attraverso linee di pensiero per certi versi inaspettate. In una pubblicazione del Royal United Services Institute (RUSI) – il più antico e autorevole think tank occidentale nel settore della difesa e della sicurezza nazionale – si sostiene che le corporation occidentali devono cambiare approccio, e la geopolitica deve diventare parte della strategia aziendale alla stregua della finanza. Secondo gli autori, (Colin Reid e Lewis Sage-Passan) le aziende devono comprendere il contesto politico e saper operare al suo interno, altrimenti perdono competitività. E indicano esplicitamente il modello da far rivivere: la Compagnia delle Indie! In effetti ciò che l’articolo del RUSI [5] sembra suggerire non è poi molto diverso da quello che già fanno grandi aziende multinazionali – basti pensare all’ENI. Ma la scelta non casuale di quello che viene individuato appunto come un modello, indica che si suggerisce qualcosa di più. La Compagnia delle Indie, infatti, operava di fatto come un governatorato, con proprie forze militari e logistiche, un proprio territorio, e faceva riferimento solo in termini vaghi alla corona britannica. Ciò che il RUSI suggerisce, quindi, è di fatto la creazione di stati privati, governati da aziende, a loro volta dotate di tutti gli strumenti per esercitare tale governo. E, ancora una volta, quale migliore risposta – sia per l’analisi geopolitica, sia per il processo decisionale, sia per il controllo tipico di uno stato – se non appunto l’intelligenza artificiale? Il cortocircuito è appena dietro l’angolo, anche se Reid e Sage-Passan non lo girano.
Ma ovviamente in quella risposta non c’è soltanto la naturale simbiosi tra le esigenze di visione globale delle corporation e gli strumenti analitici dell’AI. C’è, in nuce, anche il passaggio successivo, ovvero: a cosa servirebbe ancora lo stato?
C’è insomma, per diversi rivoli, un flusso di idee di governance globale, che individua in misura crescente le nuove tecnologie digitali come strumenti di potere privato, che rendono sempre più marginale e ininfluente il ruolo delle istituzioni statuali, pubbliche, e spesso assumono anche caratteristiche quasi teocratiche, prefigurando una sorta di religione software. E tutto questo si colloca in un contesto in cui i principi basilari della democrazia vengono sostituiti da un utopico (e assai ipotetico) paradiso tecnocratico. Che però, al tempo stesso, si colloca in un futuro indeterminato, mentre al presente chiama alla guerra di civiltà per costruirlo. Il tutto, ha proprio molto il sapore – appunto – di una nuova religione.
Inevitabile pensare al neo-rinominato Dipartimento della Guerra, guidato da quell’Hegseth che si tatua sul petto la croce di Gerusalemme e la scritta “Deus Vult”. Pur nella volgarità dell’immagine, e nella pochezza del personaggio, difficile non riscontrare i segni di una convergenza – o forse di una conversione… – della politica verso una privatizzazione del potere, che passa attraverso la guerra come fattore di mobilitazione identitaria. Quando Thiel scrive “dovremmo seriamente considerare l’abbandono di un esercito composto interamente da volontari e combattere la prossima guerra solo se tutti ne condividono il rischio e il costo” [6], il discorso è chiaro. Parafrasando Mosse, si potrebbe dire che siamo di fronte ad un processo di privatizzazione delle masse, e che la guerra viene individuata come lo strumento per realizzarla?










































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