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Iran. Tregua prolungata. Trump non sa come uscire dal conflitto

di Davide Malacaria

La proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell'improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l'Iran

Un sospiro di sollievo: la proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell’improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l’Iran (e con esso il mondo), come annotava il Timesofisrael, che riferiva come Israele si stesse coordinando con gli Stati Uniti per riprendere le ostilità.

Due giorni intensi, nei quali tutto poteva precipitare, con Trump che insisteva nei suoi farneticanti discorsi nei quali appariva certo che l’Iran avrebbe negoziato, alternando prospettive rosee a minacce orrorifiche, con l’aggiunta, altrettanto improvvida, che non il cessate il fuoco non sarebbe stato procrastinato.

Così ieri, di fronte alla fermezza di Teheran, che continuava a ribadire che non avrebbe inviato alcuna delegazione a Islamabad se gli Usa non avessero tolto il blocco allo Stretto di Hormuz, tutto sembrava precipitare.

La posizione di Teheran era legittima: si aspettava che dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana decisa a fine settimana gli Usa avrebbero fatto altrettanto sollevando il blocco imposto alle navi in transito da e verso i porti iraniani.

La decisione americana di non procedere ha fatto infuriare la controparte, già fin troppo scottata dalla doppiezza dell’Impero, che ha richiuso lo Stretto a tutti i navigli.

Inoltre, ha innescato un dibattito all’interno della gerarchia iraniana sulla necessità, e soprattutto sulla percorribilità, di adire a un negoziato già compromesso da tale ambiguità.

Un dibattito pubblico, nel quale la fazione più intransigente, rappresentata dai Guardiani della rivoluzione, si è scontrata con quella moderata guidata dal ministro degli Esteri Aragchi e dal presidente del parlamento Qalibaf (e supervisionata dal presidente Pezeshkian).

Questi ultimi avrebbero voluto comunque recarsi a Islamabad nell’idea di far valere le proprie ragioni, con i primi fermi ad attendere che l’America sollevasse prima il blocco. La controversia è stata aspra e pubblica, con i media iraniani che l’hanno riportata con dovizia di particolari, come riferisce Joe Lauria su Consortium news.

Uno scontro favorito dall’assassinio di figure carismatiche, in grado di ricomporre i dissidi più aspri, come ad esempio Larijani e lo stesso ayatollah Khamenei, una strategia perseguita da Israele proprio allo scopo di creare divisioni interne che, nei loro piani, avrebbero indebolito il nemico e offerto occasioni di trovare sponde interne pronte a vendersi.

In realtà, l’esistenza di questo dibattito pubblico rende solo conto di una vivacità politica e intellettuale che l’Occidente ha perduto, con i leader del momento che decidono in solitaria, e rende l’unità di intenti di fondo della politica iraniana, che oggi si riassume nel contrastare un’aggressione esterna, ancora più tenace, ricomprendendo tutti gli strati della società (come dimostra l’adesione massiva alla richiesta di arruolamento di volontari: le cifre ufficiali parlano di milioni di persone, da 7 a 29… la verità forse sta nel mezzo, ma sempre tanti sono).

Il braccio di ferro alla fine si è risolto con la vittoria dell’ala più dura, che ha così imposto la non partecipazione dell’Iran ai colloqui di Islamabad, con la delegazione americana che invece per tutto il giorno era data in partenza per la capitale pakistana per poi disporsi a disfare mestamente le valigie.

A nulla è valso anche il tentativo in extremis di riannodare i fili del dialogo attraverso un bizzarro escamotage, con Trump che ha chiesto a Teheran di liberare otto donne iraniane condannate a morte (probabilmente, per avanzare tale richiesta, una di esse o più di una, è una spia americana o del Mossad). Chiedere la libertà di detenuti è una strategia spesso usata nell’ambito dei negoziati tra nazioni antagoniste.

Tentativo fallito perché la magistratura iraniana ha risposto che alcune di esse erano state “già rilasciate”, mentre altre devono “affrontare accuse che, se confermate, comporterebbero al massimo la reclusione“. Da notare che ha risposto la magistratura e non la politica… Insomma, altro buco nell’acqua.

A quel punto toccava all’America, meglio a Trump, decidere se tenere la barra fissa sulla scadenza e riprendere le ostilità o prorogare il cessate il fuoco rimangiandosi le ribadite asserzioni sull’improrogabilità dello stesso.

Ha deciso per quest’ultima opzione. Così su Axios: “Diversi funzionari statunitensi e collaboratori di Trump sono giunti alla stessa conclusione: il presidente ritiene che gli Stati Uniti abbiano ottenuto tutto il possibile sul piano militare e vuole uscire da questa guerra sempre più impopolare. Non la riprenderà finché non avrà esaurito ogni altra opzione”.

E, di seguito: “Sembra proprio che Trump non voglia più ricorrere alla forza militare e abbia deciso di porre fine alla guerra”, ha affermato una fonte vicina a Trump. Inoltre, “il prolungamento del cessate il fuoco ha fatto perdere a Trump parte del suo potere negoziale”.

Trump non sa come uscirne, non solo per la sua evidente mancanza di equilibrio, ma anche perché le sue capacità immobiliari, che finora l’hanno fatto passare per politico, adesso che serve la Politica si stanno rilevando del tutto inadeguate.

Ma soprattutto perché non sa opporsi, se non attraverso ambigue elusioni, alle pressioni del partito della guerra globale per adire alle ragioni dei tanti che allarmano sulla catastrofe planetaria incombente.

L’Europa potrebbe aiutare. Ma sebbene i suoi leader rilascino dichiarazioni ragionevoli, anche qui predomina una tragica ambiguità. Infatti la Ue ha rinnovato le sanzioni all’Iran, nonostante sia vittima di un’aggressione brutale, e si registra una strana riunione londinese di 30 nazioni per garantire la navigabilità dello Stretto di Hormuz una volta finita la guerra. Il fatto che a partecipare siano stati gli strateghi militari di tali Paesi non rassicura affatto sulle prospettive di pace.

Ricacciata l’opzione Nato dalla crociata anti-Iran, una delle poche decisioni ragionevoli prese da Trump nel corso di questa aggressione (anche se poi ne ha lamentato la latitanza… il tycoon è fatto così), sembra che questa voglia rilanciarsi sotto le mentite spoglie dei volenterosi com’è avvenuto per il parallelo conflitto ucraino… vedremo.

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