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Published: 17 October 2026
Created: 13 October 2026
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Tecnologia, comando, potere, accumulazione: Panzieri di fronte all’I.A

Alberto Deambrogio intervista Massimiliano Amato*

 

Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto?

Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto del fatto che la tecnologia continui a essere comando. Era esattamente la sua tesi: non esiste una macchina neutra che il capitale userebbe bene o male, esiste la macchina capitalistica. In questo senso la gestione algoritmica del lavoro di piattaforma non è una rottura rispetto alla sua analisi, ma una conferma spettacolare. Anche “Plusvalore e pianificazione”, il suo ultimo scritto teorico, già diceva che la pianificazione capitalistica tende a estendere alla società intera il comando che prima era confinato dentro i cancelli della fabbrica. Oggi quella fabbrica non ha più cancelli: è ovunque, dentro un’app, e il comando si è semplicemente disperso nello spazio sociale, esattamente come lui aveva previsto. Quello che credo lo sconvolgerebbe, invece, è la caratteristica peculiare che questo comando ha assunto: l’opacità.

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Published: 17 October 2026
Created: 17 October 2026
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sinistra

Anwar Shaikh, un economista eterodosso

di Antonio Pagliarone1

Anwar Shaikh è nato a Karachi nel 1945 da una famiglia sindhi. Diplomatosi alla Stuyvesant High School di New York nel 1961 ha poi conseguito una laurea in ingegneria (B.S.E.) presso l'Università di Princeton nel 1965. Dal 1965 al 1967 lavorò per due anni in Kuwait: inizialmente come impiegato bancario e ingegnere, e successivamente, dal 1966, come insegnante di matematica, fisica e scienze sociali presso la Kuwait-American School di Kuwait City. Una volta tornato negli Stati Uniti per studiare economia con Gary Becker, Robert Heilbroner e Luigi Pasinetti alla Columbia University ha poi conseguito il dottorato di ricerca sotto la guida di Ronald Findlay nel 1973. Durante gli studi di specializzazione, insegnò scienze sociali e matematica alla Harlem Preparatory School di Harlem (New York), un istituto privato fondato nel 1967.

Nei primi anni Sessanta a Princeton Shaikh si avvicina alla politica ascoltando Martin Luther King durante un'assemblea generale e Malcolm X quando intervenne ad un seminario ristretto presso il Dipartimento di Studi Islamici. Durante gli studi post-laurea alla Columbia,Shaikh simpatizzò per i Black Panthers e la Nation of Islam. Nel 1968 partecipò all'occupazione studentesca nel corso delle proteste alla Columbia University e fu cofondatore della Union for Radical PoliticalEconomics, ma venne espulso dal gruppo per aver invitato Joan Robinson a tenere un intervento presso il Dipartimento di Economia della Columbia.

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Published: 16 October 2026
Created: 13 October 2026
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lantidiplomatico

L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

di Domenico Moro

kgprfmgitflDa quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

 

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.

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Published: 16 October 2026
Created: 16 October 2026
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seminaredomande

La domanda di energia dei data center farà aumentare la bolletta di tutti

di Francesco Cappello

Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale

data center 2 rid 585x293 1.jpgIl progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l’equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino.

Per capire che cosa può succedere quando decine di nuovi data center si collegano alla rete elettrica italiana bisogna prima capire una cosa apparentemente semplice, ma che spesso viene raccontata in modo troppo complicato: come si forma il prezzo dell’energia elettrica che paghiamo in bolletta.

L’elettricità non è ancora come un’automobile che può essere prodotta oggi, immagazzinata in un magazzino e venduta domani. Per la maggior parte del tempo deve essere prodotta esattamente nel momento in cui viene consumata. In ogni istante Terna deve quindi mantenere in equilibrio la quantità di energia immessa nella rete e quella prelevata da famiglie, imprese, treni, industrie e, sempre più, data center.

È questo equilibrio continuo fra domanda e offerta che sta alla base del funzionamento del mercato elettrico.

Ogni giorno, nel Mercato del Giorno Prima gestito dal Gestore dei Mercati Energetici, i produttori presentano le loro offerte per vendere elettricità nelle ore del giorno successivo. Le offerte vengono ordinate partendo, in linea generale, da quelle economicamente più convenienti. Il mercato accetta progressivamente le offerte fino a quando viene raggiunta la quantità di energia richiesta. L’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda determina il cosiddetto prezzo marginale: tutte le offerte accettate in quella zona e in quella determinata ora vengono valorizzate sulla base di quel prezzo. È il meccanismo del market clearing price descritto dal GME. (GME Mercato Elettrico)

È qui che si trova una delle chiavi per comprendere il rapporto fra data center e prezzo dell’elettricità.

Immaginiamo una determinata ora della giornata. Una parte dell’elettricità viene prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici, che hanno costi marginali molto bassi: una volta costruito l’impianto, il sole e il vento non devono essere acquistati.

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Published: 16 October 2026
Created: 14 October 2026
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lantidiplomatico

Altro che solidarietà a Kiev: la grande truffa tedesca degli "aiuti" militari all'Ucraina

di Fabrizio Poggi

14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che evidenti e sonore smentite ai fantomatici “attacchi russi” in giro per l'Europa, “certificati” dalle più indicibili fonti europeiste, riescono a frenare il grido di guerra delle redazioni a libro-paga dell'industria militare. Dunque, se si ventila un accordo Trump-Putin sul diesel, dall'Europa ci si attende che reagisca prontamente, sbraita il signor Jacopo Iacoboni su La Stampa e lo deve fare «agendo su due leve: petroliere ombra russe, e terminal di Primorsk... I Paesi Ue o il Regno Unito da un anno hanno stretto controlli, e potrebbero farlo ancora di più: sequestrare le navi della flotta ombra sotto sanzioni, e per quelle non sanzionate trovare motivi specifici come assicurazione mancante, falsa bandiera, rischi ambientali»; in casi estremi, si potrebbero anche minare le rotte di quelle navi, o mandare U-Boat d'attacco, pare frenarsi controvoglia dall'aggiungere il signor Iacoboni. E la sua collega di redazione, la signora Anna Zafesova plaude ai «nuovi bersagli della guerra» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, che prende di mira «Agenzie statali, trasporti e servizi di pagamento bloccati». Più forte! Più in alto!

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Published: 16 October 2026
Created: 14 October 2026
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lantidiplomatico

L'alternativa ce la indica il grande sud

di Pino Arlacchi*

I BRICS e le analoghe aggregazioni del Grande Sud stanno cambiando in meglio l’economia mondiale. E in modi che gli economisti dell’establishment, i vari Draghi, Monti e simili, non hanno neppure immaginato. La stabilità economica del pianeta non viene più prodotta da un egemone occidentale, ma da un insieme di economie che producono stabilità e sicurezza come beni pubblici, a disposizione di tutti.

Di cosa sto parlando? Parlo della tenuta della domanda cinese e asiatica durante le ultime recessioni, del freno alla piovra finanziaria americana costituito da circuiti alternativi di pagamento usati da tutti paesi del Grande Sud, siano essi alleati o avversari di Washington e dell’Occidente. Questo bene comune nasce sul terreno dell’economia reale. Un sistema nel quale il credito viene indirizzato verso la capacità produttiva di lungo periodo invece che verso il casinò della finanza globale.

L’industria cinese, che controlla oltre l’80% della catena produttiva dei pannelli fotovoltaici, ha contribuito in misura decisiva alla riduzione del 90% del costo medio dell’elettricità solare registrata nel mondo fra il 2010 e il 2023. E dinamiche analoghe hanno investito le batterie, i veicoli elettrici, le turbine eoliche, i macchinari e i materiali per le infrastrutture di trasporto.

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Published: 16 October 2026
Created: 13 October 2026
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doppiozero

Le tribù degli isolati e connessi

di Alfonso Maurizio Iacono

È da più di un secolo che si parla di Tramonto dell’Occidente, da quando, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, Oswald Spengler scrisse il suo tanto fortunato quanto discusso libro. La Prima Guerra Mondiale è effettivamente lo spartiacque storico: per la prima volta in modo massiccio e organizzato la tecnologia diventò uno strumento decisivo di distruzione e di devastazione. Anche se ancora c’era l’assalto con la baionetta e quella terribile vita stagnava dentro le trincee, dove, come ricorderà genialmente Marc Bloch, ebbero origine le false notizie di guerra, tuttavia i carrarmati sparavano solcando il terreno e gli aerei bombardavano sfrecciando nell’aria. Nel 1919 Max Weber, nella Scienza come professione, constatava che ormai i giovani non credevano più alla scienza e alla tecnologia e così il mito positivistico del progresso occidentale si faceva carico non più solo dello sfruttamento degli uomini ma anche del potere del massacro, una modalità di annientamento che affondava già le sue radici moderne nella distruzione degli Aztechi perpetrato da Cortez. Dopo il 1915-18 tornano in gioco il nichilismo e la trasvalutazione di tutti i valori. Quel che di distruzione e di morte lasciò la guerra, voluta con entusiasmo da molti, si rigenerò in linfa vitale con il fascismo e con il nazismo. Mentre i valori che si pretendevano universali si trasformano in merci, mentre le metropoli, come avevano visto Baudelaire, Simmel e Benjamin, determinano il nuovo senso di solitudine degli individui, quell’animale sociale – così era stato definito, sulla scia di Aristotele, da Seneca, Tommaso e Marx – che è l’essere umano, reagisce all’isolamento cercando o ritrovando appartenenze, aggregazioni, comunità.

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Published: 16 October 2026
Created: 11 October 2026
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contropiano2

UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

di Gigi Sartorelli

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato“. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi: dimezzare le vendite di ibride cinesi nei paesi UE, la facilitazione delle licenze per l’export di terre rare verso l’Europa, e anche il miglioramento dell’accesso reciproco ai mercati.

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Published: 15 October 2026
Created: 15 October 2026
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mondocane

Ritiro USA... vince Saddam

Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

di Fulvio Grimaldi

mrjtuihud.jpegUn ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo.

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

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Published: 15 October 2026
Created: 10 October 2026
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marx xxi

Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti

di Marco Pondrelli

9788817180924 0 0 424 0 75.jpgIl volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].

È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.

Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.

 

Colonialismo, Occidente e guerra

Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.

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Published: 15 October 2026
Created: 15 October 2026
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sinistra

Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi

di Eros Barone

319935 brics adottata allunanimita la dichiarazione di nuova delhi 2026Ho fra le mani il testo della Dichiarazione finale di Nuova Delhi. Si tratta di un documento composto da 140 paragrafi, che è stato approvato all'unanimità al termine del diciottesimo vertice dei BRICS che si è svolto nello scorso mese di settembre. Man mano che procedo nella lettura dei vari paragrafi, capisco perché gli osservatori internazionali abbiano concordemente sottolineato la natura enunciativa, eclettica e compromissoria di un testo che è chiaramente il frutto di lunghe e defatiganti trattative su temi divisivi come il Medio Oriente e l'Ucraina. Pertanto, il richiamo simbolico alla storica Conferenza di Bandung del 1955, che pure compare nel testo della Dichiarazione, non può celare le differenze, le fragilità e le contraddizioni che emergono dai vari paragrafi del documento e che rispecchiano la profonda diversità di interessi economici e geostrategici dei dieci Paesi che lo hanno elaborato e alla fine approvato. Sul piano economico e finanziario, il vertice ha, comunque, ribadito la linea di opposizione alla supremazia del dollaro statunitense, alle sanzioni unilaterali e ai dazi commerciali arbitrari (linea propugnata in particolare da Xi Jinping e Narendra Modi), puntando a una progressiva adozione delle valute locali e a sistemi finanziari alternativi.

Va detto, peraltro, che il documento contiene di tutto: finanza e commercio, clima e ‘governance’, perfino accordi di collaborazione per la promozione delle piante medicinali. Così, ho proceduto pedissequamente pagina per pagina, avvicinandomi sempre più alla fine, convinto che, dopo tanti ponderosi paragrafi, sarebbe arrivata l'unica cosa che contava: gli obiettivi immediati e le azioni conseguenti. E in effetti tre nomi che mi aspettavo di incontrare compaiono: Gaza, Cuba e Israele, poiché nella Dichiarazione si parla anche del conflitto israelo-palestinese. Sennonché ciò che non compare mai nell'analisi di queste crisi sono gli Stati Uniti come agenti della violenza, che pure il documento dichiara di voler contenere. Nel documento si parla pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di limiti da non oltrepassare, di multilateralismo e di multipolarismo, senza mai fare il nome del massimo responsabile di ciò che viene timidamente evocato e virtuosamente deprecato.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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piccolenote

Yemen. Non c'è una soluzione militare a questa guerra infinita

di Davide Malacaria

Non si comprende appieno perché le autorità di Riad abbiano voluto riaprire la guerra da loro iniziata nel 2015, quando decisero di intervenire in Yemen per rimettere al potere il loro governo fantoccio scalzato dalla rivolta Houti

Si intensifica la guerra yemenita, con le forze governative sostenute dai sauditi e i loro alleati che continuano a martellare le aree sotto il controllo dei cosiddetti “ribelli” Houti e con questi ultimi che bersagliano obiettivi in Arabia Saudita. Ha fatto notizia la strage all’aeroporto di Riad, 12 le vittime, poco o nessuno spazio mediatico è invece accordato alle molte più numerose vittime civili causate dai bombardamenti sauditi in Yemen (vedi raro dossier del New York Times).

In realtà, gli Houti avevano avvertito che avrebbero colpito gli aeroporti sauditi come rappresaglia per gli speculari attacchi di Riad, ma questi hanno preso l’avvertimento alla leggera, continuando a tenerli aperti.

A rivelare il motivo dietro questa improvvida decisione è quanto sottende un cenno del New York Times: “Gli attacchi all’aeroporto sono avvenuti alla vigilia di diversi importanti eventi politici e commerciali in Arabia Saudita, tra cui il vertice annuale sugli investimenti del principe Mohammed [bin Salman], evento di punta durante il quale leader mondiali, miliardari e dirigenti d’azienda si recano solitamente a Riad”.

Non solo l’evento in questione: chiudere gli aeroporti impedirebbe a Riad di ricevere i ricchi del mondo che vi affluiscono ogni giorno per i loro affari miliardari. Ma dopo l’attacco hanno dovuto chiuderlo, né possono contare sugli altri sparsi nel Paese, anch’essi bersagliati. Senza garanzie di sicurezza i vip ci penseranno due volte prima di utilizzarli.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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sollevazione

Il golpe elettorale e il partito della guerra

di Leonardo Mazzei

Sulla legge elettorale è il momento di tirare le somme. Giovedì scorso la Camera l’ha votata, ed il giorno dopo Mattarella l’ha prontamente firmata. Che si tratti di una legge truffaldina ed incostituzionale lo abbiamo spiegato fin dall’inizio. Una legge che, con la norma sulle firme, è diventata un vero e proprio golpe.

Per opporsi a questo stupro delle più elementari regole democratiche può essere utile capire come si è potuti arrivare a questa enormità.

Dice un proverbio cinese che “il ghiaccio non si forma in una sola notte”. E la legge meloniana è ispirata a quegli stessi dettami che il regime bipolare di centro-sinistra-destra ci ha imposto fin dai primi anni ‘90, quando si volle stracciare il meccanismo della rappresentanza proporzionale, l’unico che può garantire il principio “una testa, un voto”. Da allora – sia a livello nazionale, che regionale e comunale – è stato un fiorire di leggi maggioritarie e presidenzialiste, sempre meno democratiche e sempre più tese a conservare il blocco dominante.

Giorgia Meloni è certamente la prima responsabile di questa ennesima porcheria, ma la finta opposizione del cosiddetto “campo largo” non ha certo la coscienza pulita. E di certo Mattarella non è nato sotto un cavolo.

Adesso siamo ai “si dice”. Si dice che la Corte costituzionale accelererà i tempi dell’esame della legge. Si dice che il suo pronunciamento arriverà prima del voto.

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Published: 15 October 2026
Created: 11 October 2026
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contropiano2

Più dell’onore potè il diesel

di Dante Barontini

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui l’America controllava e dava forma il mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di diesel raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’”asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto…”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato).

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Published: 15 October 2026
Created: 09 October 2026
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Legge elettorale: il vero obiettivo di Meloni

di Ugo Boghetta

1. Ebbene sì, abbiamo una nuova legge elettorale: l’ennesima della cosiddetta Seconda Repubblica. Cinque sono state le leggi approvate, due sono state cancellate dalla Corte costituzionale. Vediamo come va a finire questa.

La propaganda è sempre quella: i cittadini scelgono governi che sono stabili e operativi subito dopo le elezioni. In realtà, i governi sono rimasti instabili con i vari sistemi, poiché le alleanze sono contraddittorie, in quanto create solo per vincere. E così le coalizioni vincono, ma poi non convincono. L’esempio più ovvio è che M5S e Lega sono contrari all’invio di armi all’Ucraina e sono scettici sull’Unione Europea e sulla Nato, ma si trovano nei due fronti opposti. Ciò accade in Paesi come l’Italia, dove esiste il pluripartitismo e il maggioritario è innaturale. Inoltre, i sistemi maggioritari sono pensati anche per tagliare le cosiddette ali: i partiti critici o alternativi. Ma il paradosso è che eliminano soprattutto il cosiddetto centro, stritolato com’è dalle due coalizioni date per vincenti. Non a caso, i due schieramenti hanno in comune il termine «centro»: centrodestra e centrosinistra. Nel caso del Melonellum, che ha invece un impianto di base proporzionale a cui si aggiunge poi il premio, le ali sono tagliate con l’innalzamento smisurato del numero di firme da raccogliere per presentarsi.

Il fatto è che i partiti che vanno per la maggiore credono di risolvere i problemi cambiando le regole e non le politiche. Politiche che sono il vero motivo per cui, da alcuni decenni, siamo dinanzi al nomadismo elettorale: a ogni elezione, dagli 8 ai 16 milioni di elettori cambiano voto, delusi dalla scelta precedente e alla ricerca del partito che non c’è.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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laboratorio

Cosa c'è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro

Rivolte in Francia.jpgDa quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

 

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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jacobin

Shaikh, il più grande economista marxista

di Vivek Chibber

Scompare uno dei più brillanti studiosi di Marx, capace di aggiornare la sua lettura del capitalismo e di offrire un’analisi rigorosa, completa e utile alle trasformazioni attuali

Anwar Shaikh jacobin italia.jpgCon la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.

Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.

Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.

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Published: 14 October 2026
Created: 08 October 2026
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Un’Europa che divora i suoi figli

 di Lavinia Marchetti

Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 007c885c 39d7 4779 9ba8 4e3bea470eef 871x1600.jpegAbbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.

Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.

Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.

Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista.

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Published: 14 October 2026
Created: 10 October 2026
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contropiano2

Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio

di Alessandro Volpi*

La folle dipendenza dell’Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo.

La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.

Con l’avvicinarsi della stagione fredda e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.

In questo contesto si inserisce la recente Intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.

Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.

È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.

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Published: 14 October 2026
Created: 10 October 2026
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analisidifesa

La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati

di Giacomo Gabellini

Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della US Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

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Published: 14 October 2026
Created: 09 October 2026
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lantidiplomatico

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere

di Alessandro Bartoloni

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.

A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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sinistra

Democrazia liberale e nuova destra

di Patrizio Paolinelli

Nel panorama politico statunitense le correnti di destra abbondano e, in prima istanza, possono essere divise tra conservatrici e reazionarie. Oggi la corrente reazionaria più aggressiva è rappresentata da figure come Elon Musk, Peter Thiel e Curtis Yarvin. Nel saggio Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025, pp. 208, 16,00 euro), Alessandro Mulieri offre una documentata ricostruzione di un fenomeno al contempo politico, economico e tecnologico. L'autore, Direttore di ricerca del Cnrs e docente a Sciences Po di Parigi, osserva criticamente le origini e le idee di un movimento che minaccia le fondamenta della democrazia liberale. La sua prospettiva si mantiene all’interno della stessa democrazia liberale e muove dalla preoccupazione per il radicalismo di alcuni ideologi reazionari legati alla Silicon Valley e vicini al trumpismo.

La tesi di Mulieri è che non stiamo semplicemente assistendo all’assalto contro le istituzioni democratiche da parte dell’attuale amministrazione statunitense, ma a una vera e propria “rivoluzione reazionaria” organizzata da una rete di imprenditori, ideologi e politici etichettati dallo studioso come tecnomonarchi. Gli esponenti della nuova destra presi in esame non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. Condividono però una radicale sfiducia nei confronti della democrazia egualitaria e immaginano forme di governo nelle quali lo Stato è amministrato secondo logiche aziendali. Nel libro compare anche la nozione di “tecnofascismo”. La quale non si riferisce al fascismo storico, ma a un potere assolutistico, fondato sull’incontro tra dominio politico, ricchezza privata e controllo tecnologico.

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Published: 13 October 2026
Created: 10 October 2026
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tempofertile

Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma - Parte prima e seconda

di Alessandro Visalli

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Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, parleremo del contesto emerso nei dialoghi tenuti alla riunione Brics di New Delhi. Di seguito presenteremo due casi utili a comprendere il contesto del confronto e scontro tra sistemi diversi che si sta affacciando sulla scena mondiale. Nella seconda ne approfondiremo ragioni e conseguenze.

La prima pubblicazione è avvenuta sul sito on line de La Fionda (https://www.lafionda.org/2026/10/06/discorsi-a-new-delhi-questioni-di-dipendenza-e-scontro-di-piattaforma/)

 

Parte Prima

Sommario

La trasformazione in corso della struttura dell'economia mondiale può essere descritta attraverso la chiave della transizione tra il modello neoliberale[1] e il potere unipolare occidentale ed un modello che si fa strada dentro gli spazi creato dalla sua estenuazione[2]. Tutto questo incarna la lotta per controllare, ancora una volta, il mutamento della “Piattaforma tecnologica”[3]. Piattaforma mutata nel tempo da quella fordista (dei cosiddetti ‘trent’anni gloriosi’) a quella dell’accumulazione flessibile (neoliberale), verso una nuova dimensione della produzione dell’umano stesso che si affaccia con le recenti e potentissime tecnologie dell’informazione. Provvisoriamente, consideriamo “Piattaforma tecnologica” il complesso delle condizioni e regolazioni, ma anche delle relazioni che integrano e rendono efficaci i diversi “Sistemi tecnici” intorno ai quali si attiva la competizione tra sistemi.

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Published: 13 October 2026
Created: 05 October 2026
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intellettuale collettivo

Dibattito sulla Cina

La pratica demolisce la tesi putrescente della Cina imperialista

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

La politica internazionale cinese va giudicata attraverso rapporti economici, strumenti coercitivi e proiezione militare, non mediante analogie astratte. I fatti del 2026 confermano una distanza strutturale dall’imperialismo statunitense, pur imponendo di analizzare con rigore le nuove forme della presenza cinese all’estero

 833075372 1776797414034602 8897824208670309592 n 1024x683.jpgÈ passato circa un mese dalla pubblicazione del nostro articolo intitolato Perché la Cina non è una potenza imperialista[1], testo finalizzato a confutare un articolo apparso sul sito Pungolo Rosso: La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin.[2]

Ora, anche durante questo breve periodo la praxis globale su scala internazionale ha demolito la teoria sulla presunta equazione tra Cina contemporanea e imperialismo.

 

Aiuti, sanzioni e cooperazione

Partiamo dai Caraibi: venerdì 7 agosto, protagonisti Cuba e la Cina.

“Il governo cinese ha consegnato a Cuba altri 5.000 sistemi fotovoltaici destinati ai 169 municipi del paese, per elettrificare abitazioni rurali isolate e garantire energia di riserva a strutture sanitarie, servizi per l’infanzia e altre infrastrutture essenziali.

Il Governo cinese ha consegnato ufficialmente a Cuba, questo venerdì, una seconda donazione di 5.000 sistemi fotovoltaici, che interesserà tutti i 169 municipi del paese. Le apparecchiature saranno destinate all’elettrificazione di abitazioni isolate nelle zone rurali e a garantire, attraverso l’energia solare, una fonte di alimentazione di riserva per strutture sanitarie e servizi di emergenza medica, asili nido, case di accoglienza per minori privi di tutela familiare, filiali bancarie e altre strutture, così da assicurare la continuità di questi servizi essenziali alla popolazione cubana.

La cerimonia di consegna si è svolta presso la sede del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dove le autorità dei due paesi hanno sottolineato l’importante impatto sociale della donazione.

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Published: 13 October 2026
Created: 10 October 2026
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piccolenote

Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump

di Davide Malacaria

La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all'irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: "Okey"

L’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ne consente l’esportazione, non riguarda le Midterm, di cui a Trump non importa nulla (lo ha pure detto…), quanto la geopolitica globale. Infatti, Trump sa perfettamente che non abbasserà di molto il prezzo del gasolio in America, fattore che dovrebbe condannare il suo partito alla sconfitta, e che l’impatto vero di tale misura, comunque sempre insufficiente a riequilibrare il mercato, inizierà a novembre, quando il voto si sarà consumato.

Per un’analisi dettagliata sul tema rimandiamo al Washington Post, quel che interessa evidenziare, invece, è che la mossa di Trump è Politica, con la P maiuscola (cioè non elettorale) più che economica, e avrà effetti sia nel ristretto ambito del conflitto ucraino sia a livello globale.

Sull’Ucraina è palese che è una mossa contro Zelensky e i suoi sponsor internazionali, che infatti sono furibondi, e per dimostrarlo Kiev ha colpito una infrastruttura petrolifera russa subito dopo l’annuncio dell’intesa.

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  1. Roberto Iannuzzi: Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
  2. Alberto Comparini: Anne Carson Nobel unanime
  3. Emiliano Brancaccio: Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
  4. Fabio D’Alessandro: Il miraggio della fine del lavoro
  5. Lavinia Marchetti: Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?
  6. Fulvio Grimaldi: Prima di me? Il diluvio!
  7. Franco Berardi Bifo: Geronto-fascismo
  8. Fabrizio Marchi: A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)
  9. Tiziana Miano: L'urlo, la carne e l'algoritmo
  10. Michele Blanco: Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
  11. Francesco Cappello: Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
  12. Lavinia Marchetti: Smemoriale 
  13. comidad: Non è censura, è cleptocrazia
  14. Pierluigi Fagan: Il futuro della civiltà occidentale
  15. Elena Basile: Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
  16. Danny Shaw: "L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
  17. Thomas Fazi: La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?
  18. Alessandro Scassellati: Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei
  19. Davide Malacaria: 7 ottobre, tre anni dopo
  20. Martino Dettori: Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?
  21. Aurelio Angelini: La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?
  22. Emanuele Maggio: Dialogo tra Calenda e Socrate
  23. Olessia Kirtchik: Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?
  24. Antonio Martone: Il sintomo Vannacci
  25. Alfonso Gianni: Il “rivolgimento” necessario e urgente

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