A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)
di Fabrizio Marchi
Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.
Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani.
E però per la premier il problema sono naturalmente i musulmani. Del resto siamo in guerra con l’Islam sciita (Iran, Hezbollah libanesi, Houti yemeniti), e il processo di criminalizzazione culturale e ideologico non può che partire dai giovani e quindi dalle scuole. E’ ciò che ormai va sotto il nome di “guerra ibrida”.
Naturalmente non tutto l’Islam è nostro nemico, anzi, siamo molto amici con la parte del mondo islamico più sordidamente oscurantista come ad esempio l’Arabia Saudita che non a caso riforniamo di armi insieme agli altri alleati occidentali per difendere la sua libertà. Roba da ridere…libertà per chi, da chi o da che cosa non si sa, forse quella di continuare a perpetrare il massacro del popolo yemenita, di mantenere sul proprio territorio le basi USA dalle quali partono gli attacchi contro l’Iran, di sfruttare i lavoratori immigrati (pressochè la quasi totalità dei lavoratori in quel paese) che contribuiscono ad accrescere la ricchezza delle sue classi dirigenti e di continuare ad avere il triste primato di stato con il maggior numero di condanne a morte in tutto il mondo in proporzione al numero di abitanti (la maggior parte dei “giustiziati” sono lavoratori immigrati, seguiti da dissidenti politici e religiosi). Ma tant’è. I sauditi sono nostri amici, difendono i nostri interessi, cioè quelli delle multinazionali del petrolio, degli USA e di Israele (oltre che i loro), e per ciò stesso diventano paladini della libertà e della democrazia.
Si potrebbe scrivere per settimane senza fermarsi un secondo per parlare dei problemi della scuola italiana e delle responsabilità di un’intera classe politica, di destra e di “sinistra” che l’ha progressivamente ridotta nello stato in cui è oggi, ma per la premier il problema principale sono quelle ragazze, forse lo 0,0000 1 per mille, che indossa il burqa. Ma lasciamo stare.
La cosa grottesca e allo stesso tempo scabrosa, perché è un tabù, è un’altra. Lasciamo che le ragazze e le ragazzine, a quattordici, quindici o sedici anni e molto spesso in età ancora più giovane, se ne vadano in giro “smutandate”, mostrando il proprio corpo né più e né meno di come si mostra un’automobile o un appartamento di lusso, educandole al fatto che il sesso è un capitale e come tale deve essere considerato e gestito, e abbiamo anche la sfacciataggine di dire agli altri popoli e alle altre culture come e quali dovrebbero essere i loro costumi. Ci dovremmo vergognare e invece abbiamo la presunzione – oscena e insopportabile – di dire agli altri cosa è giusto e cosa è sbagliato. Giusto – secondo i nostri parametri – è presentarsi a scuola con una minigonna “girofica” mentre sbagliato è venire a scuola con un velo. Giusto è mostrare costantemente il proprio corpo come strumento di seduzione e come modalità di relazione (di dominio? di scambio?) con gli altri, mentre sbagliato è coprirlo (e magari avere anche altre modalità di relazione con gli altri…).
Giorgia Meloni si scandalizza per il “niqab” o per il chador indossato da una percentuale infinitesimale di studentesse straniere. Perché non si scandalizza per tutte quelle (purtroppo tante) giovani e giovanissime ragazze italiane che fanno soldi su Onlyfans mostrando il proprio corpo? O forse anche lei crede che questo nostro modo di concepire la sessualità faccia parte della libertà e dell’autodeterminazione delle donne?
Giorgia Meloni ha superato se stessa con questo suo patetico e ipocrita tentativo di sottrarre voti a Vannacci. In realtà è forse riuscita a scavalcare a “sinistra” (si fa per dire…) perfino la Schlein e la Piccolotti, le quali, ovviamente, non si sono lasciate sfuggire la ghiotta occasione servita su un piatto d’argento, ribadendo la libertà e il diritto delle donne di vestirsi come gli pare.
E così, a botte di ipocrisia, continua il (nauseante) balletto fra destra e “sinistra”.














































Comments
hai colto nel segno. Perfettamente. Sull'uniforme proposta da Nuno, basterebbe anche la blusa nera delle elementari, che non si usa più ormai neppure alle elementari (pardon, primarie).
Alle elementari e alle medie, giustificata peraltro dal fatto che trovarmi come genitore a rattoppare felpe mezze strappate o cercar di tirar via macchie delle sostanze più strane e impensabili... quando con una blusetta nera metà di questi problemi si risolvono, fa ben pensare.
Si risolverebbero poi metà dei problemi che citi, ivi comprese le ragazzine in "tenuta da combattimento" che confermano quel che il povero Pellai grida da queste parti, sale civiche, oratori, case della cultura, ovunque... "tutto troppo presto", citando un suo libro. Che però non sono mai un problema finché non divengono un trafiletto di cronaca nera. Si bruciano quello che dovrebbe essere il periodo più bello della loro vita? Quello che dovrebbe brulicare di quelli che il buon Bloch definiva "affetti di attesa"? Ma chissenefrega. Basta col tempo delle mele.. i lenti.. ste menate... tutto subito.
C'è poi un'altra cosa, che mi ha fatto venire in mente Nuno con la storia della blusa. Sono del secolo scorso... mi ruga usare questa espressione... "ai miei tempi"... ma porca miseria è così... e oggi è peggio, peraltro.
Ho fatto in tempo a beccarmi tutto, ma proprio tutto, il cosiddetto "riflusso". senza sconti. La marcia dei colletti bianchi, la milano da bere, il draiv in, sotto il vestito niente, la vita è tutto un quiz... e i paninari. Milano si popolava di fighetti figli di papà che compravano cinture firmate, pantaloni firmati, scarpe firmate, piumini firmati, milioni di lire indosso... e in tutta la zona intorno fioccavano gli epigoni, anch'essi fighetti figli di papà, che cercavano di imitarli. I soldi non gli mancavano, del resto... Io li guardavo come la mucca vedeva passare il treno, trattavano un articolo di cui non me ne è mai fregato nulla e ascoltavo i loro discorsi come le canzoni in anglofono di cui non capivo un'acca: al mio paese all'epoca c'era donromeo, donantonio, e "doncamìsi" ("tu mì..."). Peraltro con "doncamisi" almeno ci scappava un lento e un tempo delle mele casereccio, da balera, che andava più che bene... lì neanche quello.
Guardavo però quelli del mio quartiere che cercavano con tutte le forze di "imitare i bianchi", avrebbe detto Malcom X: una cintura da trecentomila lire su pantaloni stinti, polo lacoste taroccata con la coda girata dall'altra parte, felpa nera con su scritto "emporio"... e basta. E mi chiedevo, da marziano innamorato della Marceau... ma perché? E lì, riprendendo Nuno... mi era venuta in mente la blusa per togliere tutti dall'imbarazzo. Niente più bisogno di coccodrilli sulle magliette, empori sulle felpe, svenamenti per una cintura col borchione da bovaro... tutto risolto, in attesa che arrivi per tutti "l'age de la raison", come l'avrebbe chiamata la Marceau trent'anni dopo (sempre bellissima, peraltro... titolo italiano Carissima me, spunto ottimo, finale mieloso, veltroniano, ma rispetto a quel che passa il convento oggi siamo già su un altro pianeta).
Il problema è che oggi l'age de la raison non arriva... né prima, come nel film omonimo dove la matura protagonista capisce di aver sbagliato tutto nella vita ed è salvata dalla lei bambina che irrompe nella sua vita con lettere che aveva rimosso. né dopo.
Mi hai fatto venire in mente un'ultima cosa. Qualcuno ha scritto, e mi è capitato recentemente sotto mano, un lavoro sulla condizione della donna in Cina dalla cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria a oggi. All'epoca era divisa e treccione. Oggi... tenuta da combattimento, spesso e volentieri.
Il motivo, quello che sottolinei e che sottolineava anche questo lavoro: le donne cinesi, come le ragazzine, scoprono "il proprio corpo come strumento di seduzione e come modalità di relazione (di dominio? di scambio?) con gli altri".
In entrambi i casi, senza alcuna riflessione sulla possibiltà che esistano altre modalità di relazione con l'altro sesso e che alla tenuta da combattimento ci si possa "persino" arrivare per gradi, senza buttare tutto e subito sul banco di vendita. Anzi, a volte il nostro unico neurone di maschi, assolutamente monotematico, assolutamente non "multitàsching", che rimbalza allegramente e spensieratamente da una parete all'altra della scatola cranica, capita che sia attratto da un sorriso, da uno sguardo, da una battuta spiritosa, da una canzone intonata quando meno te lo aspetti e che ti cambia la giornata, da un fiocchetto sui capelli, da tutte quelle cose che sono anch'esse seduzione. Eccome.
E senza neppure entrare nel merito di "questa falsa divisione fra puttane e spose"...
Un'ultima cosa. La radicalizzazione in un adolescente (con e senza apostrofo dopo "un") è il suo humus costitutivo. Se contesto un modo identitario di essere, cercherò un altro modo identitario di mostrare la mia contestazione: ai miei tempi era portare la kefia, per esempio. Io la portavo anche quando adolescente non ero più, ma sono un caso patologico e non faccio testo. Molti di quei veli sono come quella kefia, esprimono quella cosa lì. Non capirlo, da adulti e mi ci metto in mezzo anch'io visto che sono da decenni dall'altra parte della barricata, è fisiologico. Così come è fisiologico, nell'Italia di oggi, che chi non ha argomenti riempia il proprio vuoto con nonsensi elevati a polemica. Ma la realtà delle cose non cambia. Anzi, chi vuole esprimere quella cosa lì si trova ogni giorno che passa sempre più confermato nella sua "teoria", nel suo "sistema
di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali"... e ci mancherebbe... Dostoevskij ci aveva scritto un romanzo intero, a proposito.
E chi monta queste polemiche, tra l'altro, altro non aspetta: la cazzata che conferma il suo, di teorema. E avanti così...
Che dirti Fabrizio... cerchiamo di trasmettere qualcosa a chi ci sta vicino. E teniam botta.
Un abbraccio
Paolo
per fortuna
Io sono d'accordo a vietare niqab e burqa a scuola, al contempo sarei favorevole a avere una divisa a scuola (]pantaloni e camicia e pullover di colore e taglio predeterminato dallo Stato). Credo che a sinistra semmai questo si dovrebbe chiedere e non fare una battaglia per quanto inutile visti gli scarsi numeri come confermato dall'autore di portare niqab a scuola