Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

piccolenote

Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump

di Davide Malacaria

La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all'irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: "Okey"

L’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ne consente l’esportazione, non riguarda le Midterm, di cui a Trump non importa nulla (lo ha pure detto…), quanto la geopolitica globale. Infatti, Trump sa perfettamente che non abbasserà di molto il prezzo del gasolio in America, fattore che dovrebbe condannare il suo partito alla sconfitta, e che l’impatto vero di tale misura, comunque sempre insufficiente a riequilibrare il mercato, inizierà a novembre, quando il voto si sarà consumato.

Per un’analisi dettagliata sul tema rimandiamo al Washington Post, quel che interessa evidenziare, invece, è che la mossa di Trump è Politica, con la P maiuscola (cioè non elettorale) più che economica, e avrà effetti sia nel ristretto ambito del conflitto ucraino sia a livello globale.

Sull’Ucraina è palese che è una mossa contro Zelensky e i suoi sponsor internazionali, che infatti sono furibondi, e per dimostrarlo Kiev ha colpito una infrastruttura petrolifera russa subito dopo l’annuncio dell’intesa.

L’annuncio, peraltro, è giunto mentre a Miami si teneva una riunione tra Wiktoff e Kushner e le delegazioni europee e ucraine, nella quale gli uomini di Trump hanno prospettato nuove opzioni per risolvere il conflitto.

Ma evidentemente tali proposte non hanno trovato riscontro presso gli interlocutori, tanto che gli americani avrebbero ventilato (minacciato, secondo una fonte di Axios) di rescindere i rapporti di intelligence con Kiev. A dimostrazione dell’inutilità del dialogo il fatto che la riunione è terminata prima del previsto, riferisce Strana (all’opposto, la telefonata Putin-Trump non finiva più, nessuno dei due voleva chiudere).

La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all’irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: “Okey“.

Se Kiev continuerà a bersagliare la produzione, la raffinazione e la distribuzione del petrolio russo rischia di incorrere nelle ire trumpiane. Ma è solo uno dei problemi di Zelensky, dal momento che il forcing russo sul conflitto – iniziato quando Kiev ha alzato il tiro bersagliando, oltre alla produzione energetica, il Mar Nero, i grandi magazzini e le infrastrutture russe – sta praticamente demolendo l’Ucraina.

Il porto di Odessa è ormai praticamente chiuso, con conseguente chiusura del commercio ucraino nel Mar Nero, a cui si aggiungono le restrizioni commerciali causate dai bombardamenti ai nodi di interscambio fluviali, alle ferrovie, alle locomotive, ai ponti e ad altre infrastrutture strategiche, target che si sono aggiunti ai precedenti: la produzione e la logistica militare e le centrali energetiche.

Non è possibile sostenere una campagna militare prolungata senza infrastrutture e logistica che la supportino (inutile aggiungere la produzione, ché questa ormai è quasi a zero) e gli sponsor internazionali non possono colmare tale deficit. La realtà dovrebbe vincere la testardaggine di Zelensky, che si ostina invece a proseguire questa guerra per procura contro la Russia fino all’ultimo ucraino.

Il punto è che Zelensky non può liberarsi dai suoi sponsor internazionali, convinti di poterla proseguire fino al punto di indebolire così tanto Mosca da emarginarla dall’agone globale. E nella speranza che la probabile prossima vittoria dei democratici alle Midterm dia nuovo slancio a tale prospettiva (non per nulla, ieri alcuni senatori democratici guidati dal decano Chuck Schumer hanno vergato un durissimo j’accuse contro l’iniziativa di Trump).

Ma la querelle ucraina, che continuerà e probabilmente vedrà azioni volte a sabotare l’accordo (una strage efferata dei russi in stile Bucha o altro), è solo una faccia della medaglia di quanto è accaduto ieri. Infatti, Trump e Putin non si sono limitati a parlare di Ucraina (possibile anche l’invio di Witkoff e Kushner in Russia), ma anche di Iran, l’altro punto nodale della conflittualità globale.

Non sfugge che la conversazione telefonica tra i due presidenti sia avvenuta il giorno successivo all’incontro tra Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian al summit sul Mar Caspio tenutosi in Turkmenistan. Coincidenza temporale evidenziata dal media pakistano Dawn: “Il Cremlino afferma che Putin ha comunicato a Trump la posizione dell’Iran sulla risoluzione del conflitto”… ma ciò è quel che si può dire pubblicamente.

Certo, la querelle iraniana è in stallo, ma “il processo diplomatico è in ancora corso“, come ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, riferendo che il suo Paese si accinge a rispondere all’ultima proposta americana.

Il tira e molla durerà, ché probabilmente ci sarà da attendere l’esito delle elezioni israeliane, come da reiterazione di Trump sul fatto che non attaccherà l’Iran prima delle Midterm (che si svolgono successivamente). Se Netanyahu sarà sconfitto, tutto sarà più facile.

Sul punto, appare di grande interesse la recente dichiarazione di Vance, che ha intimato all’Iran di abbassare la soglia di arricchimento dell’uranio: la richiesta non è più l’iniziale, inaccettabile, arricchimento zero…

Fin qui la portata della conversazione tra i due presidenti nel ristretto ambito dei conflitti in corso. Ma forse l’aspetto più rilevante è quanto sottende: a novembre si terrà a Shengen il prossimo vertice APEC, presieduto dal padrone di casa Xi Jinping.

L’intesa di ieri tra Putin, invitato al summit, e Trump, che ha confermato la sua presenza, rende più probabile la prospettiva che nell’occasione si svolga un trilaterale tra i presidenti delle tre potenze globali, embrione simbolico di una nuova Yalta.

L’Europa? Non pervenuta. La guerra ucraina, sulla quale punta per rilanciare la sua rilevanza internazionale, la sta rendendo sempre più irrilevante. Non una bizzarra eterogenesi dei fini, quanto un destino manifesto fin da quando ha abbracciato incondizionatamente l’ennesima guerra neocon.

Tutti i Paesi usati per le loro guerre infinite hanno subito conseguenze catastrofiche (vedi anche la povera Ucraina).

Pin It

Add comment

Submit