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Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi

di Eros Barone

319935 brics adottata allunanimita la dichiarazione di nuova delhi 2026Ho fra le mani il testo della Dichiarazione finale di Nuova Delhi. Si tratta di un documento composto da 140 paragrafi, che è stato approvato all'unanimità al termine del diciottesimo vertice dei BRICS che si è svolto nello scorso mese di settembre. Man mano che procedo nella lettura dei vari paragrafi, capisco perché gli osservatori internazionali abbiano concordemente sottolineato la natura enunciativa, eclettica e compromissoria di un testo che è chiaramente il frutto di lunghe e defatiganti trattative su temi divisivi come il Medio Oriente e l'Ucraina. Pertanto, il richiamo simbolico alla storica Conferenza di Bandung del 1955, che pure compare nel testo della Dichiarazione, non può celare le differenze, le fragilità e le contraddizioni che emergono dai vari paragrafi del documento e che rispecchiano la profonda diversità di interessi economici e geostrategici dei dieci Paesi che lo hanno elaborato e alla fine approvato. Sul piano economico e finanziario, il vertice ha, comunque, ribadito la linea di opposizione alla supremazia del dollaro statunitense, alle sanzioni unilaterali e ai dazi commerciali arbitrari (linea propugnata in particolare da Xi Jinping e Narendra Modi), puntando a una progressiva adozione delle valute locali e a sistemi finanziari alternativi.

Va detto, peraltro, che il documento contiene di tutto: finanza e commercio, clima e ‘governance’, perfino accordi di collaborazione per la promozione delle piante medicinali. Così, ho proceduto pedissequamente pagina per pagina, avvicinandomi sempre più alla fine, convinto che, dopo tanti ponderosi paragrafi, sarebbe arrivata l'unica cosa che contava: gli obiettivi immediati e le azioni conseguenti. E in effetti tre nomi che mi aspettavo di incontrare compaiono: Gaza, Cuba e Israele, poiché nella Dichiarazione si parla anche del conflitto israelo-palestinese. Sennonché ciò che non compare mai nell'analisi di queste crisi sono gli Stati Uniti come agenti della violenza, che pure il documento dichiara di voler contenere. Nel documento si parla pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di limiti da non oltrepassare, di multilateralismo e di multipolarismo, senza mai fare il nome del massimo responsabile di ciò che viene timidamente evocato e virtuosamente deprecato.

Orbene, menzionare una vittima senza nominare l'autore della violenza non può essere considerata una denuncia: perciò ho atteso fino alla fine, pensando che dopo tante frasi la conclusione avrebbe indicato alcuni obiettivi concreti che diano corpo e forma a tutto quel lessico.

Provo ingenuamente a indicarli: un corridoio umanitario protetto da un corpo multinazionale di vari paesi, da far passare all’interno del blocco che è stato posto attorno a Gaza; un corpo analogo nel sud del Libano per impedire nuovi bombardamenti da parte dello Stato sionista; un processo giudiziario e una richiesta di risarcimento agli Stati Uniti per gli attacchi contro la popolazione civile dell’Iran e altre violazioni del diritto internazionale; la richiesta di immediata liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores, catturati dalle forze statunitensi il 3 gennaio e detenuti negli Stati Uniti; un convoglio petrolifero di dimensioni adeguate, protetto dalle marine di diverse nazioni, diretto a Cuba. Si tratterebbe di azioni minimali, ampiamente legittimate dal diritto internazionale e tali da giustificare la pretesa che i BRICS costituiscano, a livello mondiale, un nuovo e alternativo polo di potere. Tuttavia, giunto alla fine della Dichiarazione, non ho trovato la minima traccia di questi obiettivi e delle azioni corrispondenti. Occorre allora chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando le dichiarazioni verbali e i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete? Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare uno sterminio silenzioso senza alzare un dito per porvi termine?

Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva. Il loro sostegno a Cuba, per esempio, si è ridotto alla deplorazione formale nelle assise internazionali e alla fornitura di determinate risorse, senza sfidare strutturalmente il blocco. Perciò non inviano il petrolio necessario, non creano linee di credito che aggirino le sanzioni, non scortano i rifornimenti all’isola con le loro navi. Se viene chiesto loro di motivare un simile atteggiamento, la risposta è quella del politico opportunista: il momento non è giusto, i costi superano i benefici, dobbiamo essere realisti. Ma il realismo, in un contesto di natura bellica, è solo un altro modo di muoversi verso una capitolazione precoce. Comportandosi in tal modo, Russia e Cina stanno facendo un errore di calcolo strategico che la storia non mancherà di punire. Ogniqualvolta uno Stato che ha un certo potere permette all’ordine egemonico di distruggere un anello della catena senza costi, l’ordine, che su quella catena si fonda, si rafforza e l’Impero si avvicina di un altro passo a sottomettere coloro che credevano di essere al sicuro. Il messaggio che da coloro che pretendono di essere realisti viene inviato alle proprie popolazioni e ad altri Paesi dipendenti è quindi terribile: la solidarietà è un lusso che non possiamo permetterci; occorre desistere; sappi che, quando arriverà il tuo turno, sarai solo.

È pur vero che i BRICS non sono mai stati un'alleanza militare e che quindi non hanno un vincolo di difesa comune, ragion per cui la loro cautela è strutturale. Non si può quindi rimproverare al blocco di non essere un esercito. Gli si può tuttavia rimproverare di usare il lessico di un polo — limiti, multipolarità, ordine, ‘governance’, resilienza — e di rifiutarsi di coniugarlo all'imperativo quando è giunto il momento. Gli obiettivi e le azioni che ho prima indicato non rappresentano infatti un'agenda esterna, ma sono la traduzione delle parole del documento stesso. Non vi è altro da aggiungere allora: un polo che non fissa limiti è solo un mercato, che la pretesa di essere un polo non basta a riscattare dalla sua natura mercantile.

A questo punto, incentrando il discorso su Cuba, sorge, inevitabile, una domanda: quali sono le scelte che si presentano al gruppo dirigente cubano? O, per essere più precisi, quali sono le scelte che sono state lasciate ad esso? La prima è accettare di negoziare in condizioni giugulatorie. Questo è ciò che raccomandano i borghesi liberali ben intenzionati: coloro che desiderano che Cuba si impegni nel dialogo e negozi con gli Stati Uniti. Ma negoziare con un Impero che ti punta la pistola alla tempia non è un dialogo; può essere soltanto una resa condizionata. Cuba ha dimostrato la volontà di dialogare in più occasioni, ma sempre da una posizione di dignità: sedersi a negoziare oggi senza prima rompere il blocco energetico e finanziario significa accettare l’inaccettabile. Il risultato sarebbe una omologazione che equivarrebbe al graduale affossamento del progetto rivoluzionario, così come è accaduto nell’Europa orientale dopo la caduta del ‘Muro’, ma con l’incombente presenza dell’Impero a soli 145 chilometri di distanza. La seconda scelta è la resistenza eroica ma solitaria, un percorso che Cuba segue da decenni. Ma quale prospettiva può avere una resistenza, sia pure eroica, senza una retroguardia? La terza possibilità è quella a cui punta l’Impero: l’implosione. Un esito prodotto dalla sofferenza accumulata ed esasperato dalle forze di opposizione finanziate dall’Impero; un esito che consentirebbe un intervento umanitario o una transizione concordata, sempre però in vista del ripristino di un rapporto di subordinazione neocoloniale. La quarta scelta – l’unica che potrebbe cambiare veramente la situazione – non dipende da Cuba. Dipende da coloro che, dichiarando di sostenere Cuba, decidono di passare dalle parole ai fatti, inviando il petrolio necessario, dispiegando delle navi, scortando le forniture e rompendo il blocco finanziario con misure concrete. La quarta scelta pone un’alternativa drastica, che non lascia spazio né alle declamazioni pseudo-solidaristiche né alle tergiversazioni opportunistiche: o è azione o è complicità. Eppure, in mezzo a questo desolante panorama vi è un fattore antagonistico che l’analisi geopolitica classica tende a sottovalutare. Cuba ha qualcosa che nessun blocco è in grado di annientare: ha i popoli del mondo più di quanto abbia gli Stati. La solidarietà degli Stati è fragile, perché dipende dai governi, dai cicli elettorali e dalle alleanze che cambiano; la solidarietà tra i popoli è più lenta e più difficile da organizzare, ma quando viene attivata, non può essere sanzionata dal FMI o circoscritta dalla NATO. Non vi è nessun altro paese al mondo che possa far valere una rete di movimenti di solidarietà così diffusi, persistenti e radicati attraverso più generazioni, come Cuba. Questo tessuto umano è una risorsa strategica che nessun bilancio convenzionale, stilato da un punto di vista geopolitico, prende in considerazione.

E poi vi è da dire un’altra cosa, che è forse quella più importante di tutte nella situazione attuale: se i BRICS non sono ancora stati emarginati, non è merito della Dichiarazione. È perché l'Iran, il giorno in cui è stato invaso, non ha fatto propria come dottrina la strategia della “desistenza” che domina il documento. Tra i membri del raggruppamento, è quello che in questa congiuntura ha portato più lontano l'idea che la sovranità richieda una risposta in grado di fermare l’aggressività imperialista; è quello che ha preso sul serio, con la propria pratica, la retorica di un ordine multipolare. L’eroica resistenza dell’Iran contro l’imperialismo ha mostrato la strada: una società, che ha interiorizzato la difesa della nazione come un valore inalienabile, ha reso nel contempo la resistenza un’arma collettiva più forte della paura. Cuba ha la stessa identità: è una nazione armata non in forza della leva obbligatoria, ma a causa di una coscienza storica accumulata in sessantacinque anni di assedio. Un’invasione di Cuba non sarebbe l’operazione chirurgica di Grenada né la passeggiata nei giardini di Panama; sarebbe un immane bagno di sangue, durerebbe anni e costerebbe migliaia di vite americane. Tutto questo, nelle democrazie liberali con l’opinione pubblica e le elezioni periodiche, urterebbe contro il limite misurabile delle bare e degli indici di gradimento presidenziali. Cuba, con la sua complessa geografia e una popolazione preparata per decenni alla difesa territoriale, potrebbe essere allora per l’Impero, insieme con l’Iran, un nuovo Vietnam.

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Comments

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Giulio Bonali
Sunday, 18 October 2026 11:11
Grazie, Eros, spero tanto che tu non ecceda in ottimismo della volontà ma anche stavolta ragioni con lucido realismo razionale (che implica un inevitabile pessimismo della ragione)!
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Lella
Sunday, 18 October 2026 10:18
Viene qui confermato in modo documentale l idea che si tratti di economie capitalistiche di forma ibrida che non hanno alla base una cultura del lavoro e che perciò stesso non si possono permettere di dissociarsi dagli Stati Uniti. Ma questo pone un altro quesito sulla possibilità di una economia non capitalistica di sopravvivere in presenza di un contesto mondiale di questa natura. Soprattutto in presenza di elevatissimi livelli di produttività consentiti ora dalle più avanzate tecnologie di cui la Cina detiene il primato. Si direbbe che il vero declino di questo modo di produzione si allontani a grandi passi.
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Aniello Galasso
Thursday, 15 October 2026 20:44
Sistemi finanziari alternativi.... tradotto abolizione valuta fisica! Problema per la
gente della strada in totale balia del potere.
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