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marx xxi

Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti

di Marco Pondrelli

9788817180924 0 0 424 0 75.jpgIl volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].

È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.

Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.

 

Colonialismo, Occidente e guerra

Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.

Formenti richiama, tra gli altri, gli studi di Fabien Lebrun sui crimini belgi in Congo per mostrare come la violenza coloniale non possa essere considerata un elemento marginale o accidentale della storia occidentale. Il problema, secondo l’Autore, è che ancora oggi quei crimini vengono spesso minimizzati, sia nelle loro dimensioni sia nel carattere sistematico della violenza.

A questa rimozione se ne aggiunge un’altra: l’idea secondo cui, nonostante le violenze, il colonialismo avrebbe comunque avuto il merito di esportare valori universali, dalla democrazia ai valori giudaico-cristiani. Formenti contesta questa lettura e mette in discussione anche la rappresentazione della democrazia greca come origine di un percorso europeo contrapposto a un Oriente barbaro e autoritario. In questo passaggio utilizza anche le riflessioni di Costanzo Preve sul rapporto fra universalismo cristiano ed ebraismo.

La riflessione sul genocidio si collega direttamente a questo discorso. Formenti contesta l’idea della Shoah come unico paradigma attraverso cui leggere il genocidio e propone di considerare la violenza genocidaria anche come esito storico del colonialismo. Da qui deriva l’importanza del capitolo dedicato a Gaza.

Secondo l’interpretazione proposta dall’Autore, il sionismo nasce all’interno della questione ebraica europea e trova nel sostegno dell’Impero britannico, sancito dalla Dichiarazione Balfour del 1917, uno dei passaggi decisivi. Il problema è che il territorio destinato alla costruzione della nuova nazione era già abitato. Il sionismo assume quindi, nella lettura di Formenti, anche il carattere di un progetto coloniale, nel quale alla dimensione etnica si affianca fin dall’inizio una dimensione sociale e di classe.

Il discorso sul colonialismo conduce così alla crisi dell’Occidente contemporaneo. Per Formenti, questa crisi coincide in larga misura con quella della potenza statunitense. Torna quindi la «Trappola di Tucidide»: una potenza egemone in declino può arrivare a considerare la guerra come lo strumento necessario per ritardare, o rendere meno traumatico, il proprio declino.

È qui che Formenti propone una riflessione sul realismo politico. Non un pacifismo astratto, ma la consapevolezza che la guerra nasce da rapporti di forza e da condizioni storiche determinate e, proprio per questo, non deve essere considerata inevitabile.

L’esempio di George Kennan è significativo. Nel secondo dopoguerra fu un conservatore americano a elaborare la politica del contenimento dell’Unione Sovietica sulla base di una concezione competitiva ma non necessariamente bellica della convivenza fra Stati Uniti e URSS. Lo stesso Kennan fu tra le voci più critiche nei confronti dell’espansione della NATO verso est.

In questo quadro Formenti interpreta anche la politica di disimpegno dall’Europa e di maggiore concentrazione sull’Asia avviata da Trump, pur sottolineandone le pericolose oscillazioni verso il conflitto. Se gli Stati Uniti non sono più in grado di sostenere contemporaneamente tutti i fronti, sarà l’Europa a dover assumere una parte crescente del confronto con la Russia. Il prezzo di questa scelta rischia però di essere pagato dagli stessi europei: «in poche parole, per difendere l’American way of life, l’Europa dovrà dire addio al proprio stile di vita» [pag. 57].

Secondo Formenti, elementi di questa impostazione realista si ritrovano oggi anche nella rivista Limes e nelle analisi di Emmanuel Todd. Su quest’ultimo l’Autore formula però alcune critiche, in particolare per la spiegazione della crisi occidentale attraverso quella della religione protestante. Al di là delle differenze, queste analisi convergono sulla necessità di interrogarsi non tanto sul ritiro dell’Occidente quanto sulla possibilità di una redistribuzione del potere mondiale.

La crisi dell’Occidente non viene quindi presentata come una semplice parentesi geopolitica, ma come il risultato di contraddizioni storiche più profonde. Per comprenderla non basta guardare alle scelte degli ultimi governi statunitensi: occorre interrogarsi sulle caratteristiche del sistema economico e politico che ha prodotto l’ordine internazionale oggi in discussione.

 

Marx e la natura del capitalismo

La seconda parte, introdotta da un preludio dedicato a Lukács, affronta direttamente Marx. È la sezione più teorica del libro, ma anche quella che fornisce gli strumenti per comprendere le conclusioni politiche di Formenti.

Il punto centrale è la specificità del modo di produzione capitalistico. Formenti scrive:

«detto altrimenti: a determinare la differenza fra il modo di produzione capitalistico e tutte le altre forme sociali – nonché il suo dominio su di esse – è, da un lato, il carattere limitato della produzione semplice di merci […] dall’altro, il carattere illimitato della produzione capitalistica» [pag. 90]. La distinzione è fondamentale perché consente di separare capitalismo ed economia di mercato. Il mercato precede il capitalismo e quest’ultimo non ha quindi semplicemente generalizzato la produzione mercantile. Al contrario, l’esistenza di modi di produzione differenti da quello capitalistico può essere una delle condizioni della sopravvivenza del capitalismo metropolitano [pag. 92].

Da questa premessa Formenti propone una lettura non meccanicista del Manifesto del Partito Comunista. I passaggi nei quali Marx descrive l’espansione mondiale della borghesia e del capitalismo non devono essere interpretati automaticamente come un giudizio positivo sull’imperialismo. Le elaborazioni di Lenin, Baran e Sweezy permettono di leggere quei processi alla luce delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico.

Il problema cambia ulteriormente quando il denaro diventa capitale e il processo D-D’ diventa il modello di una ricchezza che sembra generarsi da sé. La celebre battuta di Nove settimane e mezzo sul «fare denaro con il denaro» rende quasi caricaturale il meccanismo individuato da Marx. Il punto, però, è tutt’altro che caricaturale: se il capitale deve continuamente valorizzarsi, il sistema produce una dinamica espansiva che non può essere arrestata senza mettere in discussione la propria stessa natura.

Da qui nasce anche una delle principali fratture interne al marxismo del Novecento. Secondo Formenti, una parte del marxismo occidentale ha finito per concepire il socialismo soprattutto come trasformazione economica e produttiva, mentre il marxismo influenzato da Lenin e dalla rivoluzione del 1917 ha posto al centro la lotta politica e anti-imperialista, cioè la necessità di modificare i rapporti di forza.

Questa distinzione permette a Formenti di sottrarsi a una lettura del marxismo confinata alla sola organizzazione economica della società. Il capitalismo non è soltanto un sistema produttivo, ma anche un rapporto di potere che si riproduce attraverso rapporti internazionali diseguali. È da qui che la riflessione teorica può tornare alla politica.

 

Centro e periferia

Su questa linea si collocano le riflessioni dedicate a Braudel, Arrighi, Rosa Luxemburg, Baran, Sweezy e Samir Amin. Pur con differenze importanti, questi autori permettono di allargare lo sguardo oltre la storia europea del capitalismo.

Braudel e Arrighi mostrano innanzitutto che il mercato è molto più antico del capitalismo. Arrighi distingue inoltre tra governanti territorialisti, per i quali il potere dipende dall’estensione e dalla popolazione dei domini, e governanti capitalisti, per i quali il potere è invece legato all’accumulazione.

Con Samir Amin questa riflessione conduce alla contrapposizione fra centro e periferia. Le diseguaglianze dei Paesi periferici non possono essere spiegate esclusivamente attraverso dinamiche interne: devono essere considerate anche alla luce dei rapporti di dipendenza e della spoliazione esercitata dai Paesi imperialisti.

Qui il libro compie un passaggio decisivo. Se il sottosviluppo non è semplicemente una fase arretrata dello sviluppo, ma anche il prodotto di una determinata collocazione nella divisione internazionale del lavoro, allora la storia mondiale non può più essere raccontata come una successione di Paesi che percorrono tutti la medesima strada, alcuni prima e altri dopo. Centro e periferia sono parte dello stesso processo storico.

È in questo quadro che assume particolare importanza la Cina. Formenti richiama l’opera di Alberto Gabriele per rispondere a una posizione diffusa in una parte della sinistra: quella secondo cui ogni apertura al mercato, dalla NEP alle riforme cinesi avviate nel 1978, rappresenterebbe necessariamente un cedimento al capitalismo. La questione è invece più complessa. Se capitalismo e socialismo fossero due blocchi rigidamente separati, non ci sarebbe spazio per una transizione. La possibilità di una fase nella quale strumenti di mercato possano essere utilizzati all’interno di una strategia socialista diventa quindi decisiva per comprendere l’esperienza cinese.

 

L’Africa e il pensiero anticoloniale

La terza parte del libro affronta un tema particolarmente interessante perché ancora poco frequentato dal marxismo occidentale: l’Africa e il pensiero rivoluzionario, anticoloniale e marxista sviluppatosi tra la decolonizzazione e gli anni successivi alla Conferenza di Bandung.

Formenti ricostruisce questo percorso attraverso autori come Okoth, Eric Williams, George Padmore, Aimé Césaire, Saïd Bouamama, Walter Rodney, Amílcar Cabral e Cedric Robinson. Alcuni sono dichiaratamente marxisti, altri hanno invece sviluppato una critica profonda al marxismo europeo, accusando Marx ed Engels di eurocentrismo.

Il loro contributo è importante perché rovescia l’immagine di un’Africa priva di storia e cultura, destinata semplicemente a ripercorrere le tappe dello sviluppo europeo. La stessa riflessione dell’ultimo Marx offre, in questo senso, strumenti preziosi. Nella corrispondenza con Vera Zasulič, Marx mette infatti in discussione l’idea che la rivoluzione borghese debba necessariamente costituire una tappa obbligata verso il socialismo.

La lotta contro il colonialismo diventa così anche una lotta nazionale. Padmore e Césaire individuano un rapporto stretto fra fascismo e colonialismo, mentre Eric Williams vede nella schiavitù una forma di accumulazione originaria e nel razzismo una giustificazione ideologica della sua necessità economica.

Il tema non appartiene soltanto al passato. Il colonialismo assume oggi forme diverse e si trasforma in neocolonialismo. È questo uno dei fili che collegano la riflessione africana alle altre parti del libro. Il merito di Formenti è anche quello di ricordare quanto questa tradizione sia rimasta marginale nel dibattito marxista occidentale, nonostante abbia prodotto categorie indispensabili per comprendere il rapporto fra capitalismo, razzismo e dominio internazionale.

 

La Cina e la possibilità di un’altra modernità

La riflessione sulla Cina chiude il volume e, per molti aspetti, ne rappresenta il punto di approdo. Dopo aver ripercorso la storia cinese e il «secolo delle umiliazioni», Formenti affronta una domanda centrale: la Cina è un Paese capitalista?

La risposta dell’Autore è negativa e viene argomentata attraverso il confronto con studiosi come Alberto Gabriele, Cheng Enfu e Vladimiro Giacché. La presenza del mercato e delle imprese private non è sufficiente, secondo questa impostazione, per definire capitalista un sistema nel quale lo Stato conserva il controllo dei principali strumenti economici e orienta lo sviluppo sulla base di obiettivi politici di lungo periodo.

Allo stesso modo, Formenti respinge la definizione della Cina come potenza imperialista e critica l’uso della categoria di totalitarismo, che considera in larga misura uno strumento ideologico della lettura neoliberale dell’esperienza socialista.

È proprio sulla Cina, tuttavia, che il lettore è chiamato a confrontarsi con una delle questioni più difficili poste dal libro. Se la Cina rappresenta una forma originale di transizione al socialismo, come devono essere interpretate la crescita del settore privato, l’integrazione nei mercati internazionali, le forti differenze di reddito e la presenza di dinamiche tipicamente capitalistiche? La risposta di Formenti si fonda sul ruolo dello Stato e sulla direzione politica dell’economia.

Non è casuale che la sezione si chiuda con Giovanni Arrighi e Adam Smith a Pechino. Il riferimento ad Arrighi riannoda molti dei fili del libro: la storia del capitalismo, il rapporto fra centro e periferia, il declino dell’egemonia occidentale e l’emergere di una potenza che non sembra adattarsi alle categorie con cui l’Occidente ha interpretato per secoli il resto del mondo.

La mole del volume ha impedito a Formenti di dedicare all’America Latina lo spazio che avrebbe meritato. Le pagine dedicate al continente sono comunque significative, soprattutto quelle nelle quali, attraverso gli scritti di Álvaro García Linera, vengono analizzati i limiti delle esperienze rivoluzionarie latinoamericane e le difficoltà determinate dal ritorno della potenza statunitense.

 

Oltre l’Occidente

La forza di Oltre l’Occidente sta nella sua ambizione. Formenti mette insieme questioni che spesso vengono affrontate separatamente: colonialismo, capitalismo, imperialismo, crisi dell’egemonia statunitense, pensiero anticoloniale, Africa e Cina.

Il suo merito principale è quello di costringere il lettore a mettere in discussione categorie che per lungo tempo sono state considerate universali e che spesso universali non sono. La storia del capitalismo viene riletta dal punto di vista dei rapporti fra centro e periferia; la storia del colonialismo entra nel cuore della storia europea; il pensiero africano viene sottratto alla marginalità nella quale è stato spesso confinato; la Cina viene studiata non come semplice imitazione dell’Occidente, ma come possibile esperienza autonoma di modernizzazione e transizione.

Formenti non offre una risposta definitiva alla crisi dell’Occidente, né pretende di risolvere tutte le contraddizioni del socialismo contemporaneo. Offre piuttosto una prospettiva dalla quale quelle contraddizioni possono essere discusse senza assumere come punto di partenza la superiorità storica dell’Occidente.

Ed è forse questo il significato più profondo del titolo. Oltre l’Occidente non significa semplicemente immaginare un mondo nel quale l’egemonia statunitense venga sostituita da quella di un’altra potenza. Significa interrogarsi sulla possibilità che la storia mondiale non debba più essere interpretata secondo una sola traiettoria, quella costruita dall’Occidente e presentata come universale. In questo senso il libro di Formenti è utile anche quando non convince completamente. Il suo valore sta soprattutto nel porre una domanda che una parte della cultura occidentale ha preferito a lungo evitare: siamo di fronte soltanto alla crisi di una potenza, oppure alla crisi di un modo di pensare la storia?

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