Un’Europa che divora i suoi figli
di Lavinia Marchetti
Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati
Abbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.
Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.
Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.
Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista.
Io credo che il nichilismo consumistico abbia vinto in una maniera che i suoi stessi critici avevano sottovalutato. Ha insegnato per decenni che la felicità coincideva con l’accesso individuale alle merci, e che il successo fosse qualcosa di privato come la sconfitta e che dunque la società non fosse altro che carriera e consumo. Il famoso produci, consuma, crepa. In questi giorni scopriamo una generazione costretta a difendere collettivamente ciò che avrebbe dovuto ricevere senza farsi massacrare in piazza. Cose garantite costituzionalmente come istruzione, casa, tempo, pace. E tutto ciò lo incontriamo dietro una nuvola di lacrimogeni e crani spaccati di 16enni. Questa è l’Europa che abitiamo. Un luogo in cui il futuro, per un giovane, non esiste, un luogo dove si prepara una guerra dove quei giovani dovranno morire per far godere di eccedenze e privilegi un 1% del mondo.
Come abbiamo ucciso i sogni dei ragazzi europei?
Stamani su Libération c’è un ottimo articolo di Nicolas Delalande, storico e autore di Une histoire mondiale des riches. Osserva che i liceali francesi appartengono alla prima generazione nata dopo la grande crisi dei debiti sovrani europei. Hanno conosciuto l’austerità come condizione normale dell’esistenza. La pandemia è arrivata durante la loro infanzia o prima adolescenza, lasciando dietro di sé una «debt Covid» fatta di apprendimento degradato e sofferenza psichica. Delalande richiama David Graeber reinquadrando il “debito” non tanto come una mera cifra nei conti pubblici, quanto come una relazione morale fra generazioni e classi sociali. Un ragazzo nato nel 2010 si sente spiegare oggi che per la sua scuola mancano risorse e, contemporaneamente, che dovrà pagare il debito accumulato prima che avesse l’età per sapere cosa fosse un bilancio pubblico. (Libération, 8 ottobre 2026, p. 5, Nicolas Delalande, «La Gen Z a mal à la dette»)
A questa esperienza se ne è aggiunta un’altra che Fisher morendo nel 2017 poteva soltanto intravedere. I ragazzi europei che oggi hanno sedici o diciotto anni hanno trascorso una parte decisiva della loro formazione dentro una sequenza di guerre trasmesse in tempo reale. Gaza occupa un posto particolare. La vedono sul telefono, la condividono e ne parlano, la portano con loro nelle manifestazioni. Nel corteo francese descritto da “il manifesto” di oggi, un professore cita esplicitamente il genocidio in Palestina fra le questioni che attraversano le discussioni dei suoi allievi. Sui cartelli e nelle fotografie pubblicate da Libération compaiono riferimenti alla Palestina accanto alle rivendicazioni scolastiche. Mame-Fatou Niang ricorda che questa generazione francese aveva già conosciuto gli attentati del 2015 e poi il Covid; adesso vive «gli echi di mille guerre e catastrofi». La guerra, per loro, non è un’astrazione geopolitica come lo era per noi adolescenti europei cresciuti negli anni Novanta e neanche per la generazione precedente. (Libération, 8 ottobre 2026, p. 4, Mame-Fatou Niang, «Face au monde en crise, l’arme de joie»)
Come l'Europa tratta i suoi figli, numeri e storie
Le cifre sono utili quando il potere prova a ridurre le proteste a qualche cassonetto incendiato. Per quello che sappiamo fino ad ora abbiamo almeno 215 studenti lesionati, migliaia di fermi (solo in Francia circa 6.000), diciotto inchieste aperte dall’IGPN sulle condotte delle forze dell’ordine. Molti dei ragazzi di cui voglio riportare la storia sono minorenni. Alcuni hanno presentato denuncia, molti sono in attesa di un processo, altri ancora sono usciti dal commissariato, senza alcuna imputazione, almeno per adesso.
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Quindici anni, Lens. Una mano perduta.
Lunedì 5 ottobre, davanti al liceo Auguste-Béhal di Lens, un ragazzo di quindici anni perde la mano sinistra in seguito all’esplosione di una granata utilizzata dalla polizia durante gli interventi intorno alla protesta. È difficile trovare un’immagine più precisa della sproporzione raggiunta in queste giornate. Abbiamo un adolescente davanti alla propria scuola, un’arma destinata al teorico mantenimento dell’ordine che si traduce in una mutilazione permanente. Il caso arriva immediatamente all’IGPN e costringe il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ad annunciare la sospensione dell’impiego delle granate assordanti durante le mobilitazioni studentesche (dovremmo anche ringraziarlo). In realtà il lancio manuale rimane consentito: si vieta solo il lanciagranate, mentre la maggior parte delle granate viene lanciata a mano. Il ragazzo ha quindici anni e dovrà vivere con quanto è accaduto. (Filippo Ortona, «I liceali non si fermano, nonostante il governo», il manifesto, 7 ottobre 2026, p. 7; Filippo Ortona, «Francia, si uniscono gli universitari. Governo in panne», il manifesto, 8 ottobre 2026, p. 6).
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Sedici anni. Un LBD, un occhio.
Un altro studente, sedici anni, viene colpito da un LBD, il lanceur de balle de défense, arma cosiddetta subletale utilizzata da anni dalla polizia francese e da altre forze di “sicurezza”. Il ragazzo perde un occhio. La famiglia presenta denuncia. L’aggettivo “subletale” è molto rassicurante. La realtà è che un proiettile di gomma sparato in faccia ad un adolescente lo mutila. (Filippo Ortona, «I liceali non si fermano, nonostante il governo», il manifesto, 7 ottobre 2026, p. 7).
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Eden, quattordici anni. Il lacrimogeno sparato in volto.
Eden ha quattordici anni. Secondo la denuncia presentata dalla famiglia, durante gli interventi della polizia davanti ai licei un agente gli spara un lacrimogeno a distanza ravvicinata, colpendolo direttamente al volto. La famiglia deposita una denuncia per «tentato omicidio volontario» e l’IGPN apre un’inchiesta. Se vogliamo capire perché insegnanti e genitori abbiano cominciato a disporsi fisicamente fra gli studenti e i reparti antisommossa, casi simili spiegano parecchio senza bisogno di ulteriori commenti.
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Ethan, quindici anni. Dopo il commissariato ha paura di uscire di casa.
Mediapart cambia il suo nome per proteggerlo e lo chiama Ethan. Ha quindici anni e frequenta il penultimo anno del liceo professionale Frédéric-Bartholdi di Saint-Denis e viene fermato durante un blocco studentesco tra il 24 e il 25 settembre. Trascorre ventiquattro ore in commissariato. Qualche giorno dopo viene visitato da uno psichiatra infantile. Nel certificato medico citato nell’inchiesta compaiono incubi, angoscia, ipervigilanza, evitamento del mondo esterno e paura di tornare a scuola. La diagnosi riportata è quella di stress post-traumatico acuto. Ethan racconta ai giornalisti di avere ormai paura di incontrare nuovamente gli agenti della BAC. Prima di allora era semplicemente uno studente che aveva partecipato a un blocco. Dopo ventiquattro ore di custodia teme perfino di uscire da solo. (Inès Bennacer e Pierre Jequier-Zalc, «Botte e insulti razzisti. Gli studenti raccontano le prime ore di fermo», inchiesta Mediapart, traduzione italiana di Riccardo Antoniucci, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2026, p. 4).
Il racconto delle ore trascorse in commissariato aggiunge particolari ancora più gravi. Ethan sostiene che durante la perquisizione un agente gli abbia ordinato di spogliarsi; al suo rifiuto di togliere i calzini, il poliziotto gli avrebbe abbassato con la forza pantaloni e biancheria. Riferisce insulti rivolti a lui e alla sua famiglia, quindi racconta di essere stato afferrato per il colletto, scaraventato contro il letto di cemento della cella e colpito dietro la testa. Esce dal commissariato senza accuse penali. Alla fine dell’intervista Ethan racconta che era la prima volta che partecipava a uno sciopero per qualcosa che riteneva giusto; dopo quell’esperienza dubita di volerlo fare di nuovo. La repressione ha già raggiunto il suo obiettivo.
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Mohammed. Quarantotto ore e un insulto razzista.
Mohammed frequenta il secondo anno del liceo generale Paul-Éluard di Saint-Denis. Tra il 29 settembre e il 1° ottobre trascorre quarantotto ore in custodia cautelare con l’accusa di danneggiamento di beni. Il ragazzo contesta i fatti e il procedimento deve ancora arrivare a giudizio, dunque siamo ancora all’interno della presunzione d’innocenza. Il suo racconto riguarda ciò che sarebbe accaduto dal momento del fermo. Dice che i poliziotti lo hanno tirato per i capelli e caricato nell’auto; durante il trasporto uno degli agenti gli avrebbe piegato il braccio con tale forza da fargli temere che si spezzasse. Quando chiede cosa abbia fatto, racconta di aver ricevuto come risposta soltanto l’ordine di tacere. In commissariato viene collocato con altri tre ragazzi in una cella predisposta per tre persone; riferisce un unico pasto al giorno e manganelli battuti sulle sbarre durante la notte per svegliare i fermati. Poi l’insulto: «sporco piccolo arabo». La madre di Mohammed racconta a sua volta di essere stata trattata aggressivamente quando si è presentata al commissariato per vedere il figlio.
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Noham, sedici anni. Era andato a scuola per evitare un’assenza.
La storia di Noham è il classico caso che accade durante le vicende di repressione violenta della dissidenza. Ha sedici anni e frequenta il liceo Jean-Jacques-Rousseau di Sarcelles. Il 24 settembre decide di presentarsi regolarmente a scuola perché teme che un’assenza possa essere considerata ingiustificata. Alle 8.15 due agenti della BAC lo fermano e lo portano via, gli amici riprendono la scena e avvertono sua madre, Sophia Fichera. Secondo il racconto della donna, durante il trasporto Noham domanda ripetutamente perché sia stato arrestato e gli agenti lo minacciano dicendogli che lo faranno «a pezzi» se continua. La madre riferisce inoltre colpi al volto e al fegato. Il ragazzo viene rilasciato alle diciotto. Da allora, racconta Fichera, rifiuta di tornare a scuola da solo e accetta di andarci soltanto quando il padre lo accompagna. Nel gennaio 2027 dovrà comparire davanti al giudice minorile per la contestazione di partecipazione a un assembramento con possesso di un’arma, accusa che nega. Prima di quel fermo temeva un’assenza sul libretto.
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Lionel, diciassette anni. Cinque agenti davanti alla scuola.
Lionel è un altro nome di fantasia utilizzato da Mediapart. Ha diciassette anni, frequenta anche lui il Paul-Éluard di Saint-Denis e conosce già la custodia cautelare. Questo dettaglio è utile per un confronto. Racconta di essere stato fermato altre volte e insiste sul fatto di non aver mai subito un trattamento paragonabile a quello ricevuto durante le proteste dei liceali. Mostra ai giornalisti un video nel quale, secondo il reportage, cinque agenti lo scaraventano violentemente a terra davanti al suo istituto. Esce dal fermo senza accuse penali e con una lesione profonda al sopracciglio. Lionel racconta di essere stato picchiato e insultato come mai gli era accaduto nei precedenti passaggi in custodia. Il confronto viene dunque da un ragazzo che conosce già quella procedura e percepisce una differenza concreta nella violenza utilizzata durante queste mobilitazioni. (Inès Bennacer e Pierre Jequier-Zalc, «Botte e insulti razzisti. Gli studenti raccontano le prime ore di fermo», Mediapart, trad. Riccardo Antoniucci, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2026, p. 4). UN RICORDO DEGLI ANNI ’70A queste storie si aggiunge il precedente storico recuperato da Philippe Artières su Libération. Nel febbraio 1971 Richard Deshayes aveva diciannove anni. Partecipava a una manifestazione nei pressi del liceo Chaptal di Parigi quando una granata della polizia lo colpì, provocandogli la perdita di un occhio. Venne successivamente arrestato e condannato. Artières ricostruisce quella vicenda dentro l’analisi della politica dell’ordine di Raymond Marcellin, ministro dell’Interno francese fra il 1968 e il 1974, e parla apertamente del «ritorno della dottrina Marcellin» per leggere la gestione attuale delle mobilitazioni liceali. Cinquantacinque anni separano Deshayes dai ragazzi del 2026, ma la violenza è la medesima. (Philippe Artières, «Répression: le retour de la doctrine Marcellin», Libération, 8 octobre 2026, p. 5).














































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