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Published: 15 October 2026
Created: 10 October 2026
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marx xxi

Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti

di Marco Pondrelli

9788817180924 0 0 424 0 75.jpgIl volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].

È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.

Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.

 

Colonialismo, Occidente e guerra

Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.

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Published: 15 October 2026
Created: 15 October 2026
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sinistra

Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi

di Eros Barone

319935 brics adottata allunanimita la dichiarazione di nuova delhi 2026Ho fra le mani il testo della Dichiarazione finale di Nuova Delhi. Si tratta di un documento composto da 140 paragrafi, che è stato approvato all'unanimità al termine del diciottesimo vertice dei BRICS che si è svolto nello scorso mese di settembre. Man mano che procedo nella lettura dei vari paragrafi, capisco perché gli osservatori internazionali abbiano concordemente sottolineato la natura enunciativa, eclettica e compromissoria di un testo che è chiaramente il frutto di lunghe e defatiganti trattative su temi divisivi come il Medio Oriente e l'Ucraina. Pertanto, il richiamo simbolico alla storica Conferenza di Bandung del 1955, che pure compare nel testo della Dichiarazione, non può celare le differenze, le fragilità e le contraddizioni che emergono dai vari paragrafi del documento e che rispecchiano la profonda diversità di interessi economici e geostrategici dei dieci Paesi che lo hanno elaborato e alla fine approvato. Sul piano economico e finanziario, il vertice ha, comunque, ribadito la linea di opposizione alla supremazia del dollaro statunitense, alle sanzioni unilaterali e ai dazi commerciali arbitrari (linea propugnata in particolare da Xi Jinping e Narendra Modi), puntando a una progressiva adozione delle valute locali e a sistemi finanziari alternativi.

Va detto, peraltro, che il documento contiene di tutto: finanza e commercio, clima e ‘governance’, perfino accordi di collaborazione per la promozione delle piante medicinali. Così, ho proceduto pedissequamente pagina per pagina, avvicinandomi sempre più alla fine, convinto che, dopo tanti ponderosi paragrafi, sarebbe arrivata l'unica cosa che contava: gli obiettivi immediati e le azioni conseguenti. E in effetti tre nomi che mi aspettavo di incontrare compaiono: Gaza, Cuba e Israele, poiché nella Dichiarazione si parla anche del conflitto israelo-palestinese. Sennonché ciò che non compare mai nell'analisi di queste crisi sono gli Stati Uniti come agenti della violenza, che pure il documento dichiara di voler contenere. Nel documento si parla pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di limiti da non oltrepassare, di multilateralismo e di multipolarismo, senza mai fare il nome del massimo responsabile di ciò che viene timidamente evocato e virtuosamente deprecato.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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piccolenote

Yemen. Non c'è una soluzione militare a questa guerra infinita

di Davide Malacaria

Non si comprende appieno perché le autorità di Riad abbiano voluto riaprire la guerra da loro iniziata nel 2015, quando decisero di intervenire in Yemen per rimettere al potere il loro governo fantoccio scalzato dalla rivolta Houti

Si intensifica la guerra yemenita, con le forze governative sostenute dai sauditi e i loro alleati che continuano a martellare le aree sotto il controllo dei cosiddetti “ribelli” Houti e con questi ultimi che bersagliano obiettivi in Arabia Saudita. Ha fatto notizia la strage all’aeroporto di Riad, 12 le vittime, poco o nessuno spazio mediatico è invece accordato alle molte più numerose vittime civili causate dai bombardamenti sauditi in Yemen (vedi raro dossier del New York Times).

In realtà, gli Houti avevano avvertito che avrebbero colpito gli aeroporti sauditi come rappresaglia per gli speculari attacchi di Riad, ma questi hanno preso l’avvertimento alla leggera, continuando a tenerli aperti.

A rivelare il motivo dietro questa improvvida decisione è quanto sottende un cenno del New York Times: “Gli attacchi all’aeroporto sono avvenuti alla vigilia di diversi importanti eventi politici e commerciali in Arabia Saudita, tra cui il vertice annuale sugli investimenti del principe Mohammed [bin Salman], evento di punta durante il quale leader mondiali, miliardari e dirigenti d’azienda si recano solitamente a Riad”.

Non solo l’evento in questione: chiudere gli aeroporti impedirebbe a Riad di ricevere i ricchi del mondo che vi affluiscono ogni giorno per i loro affari miliardari. Ma dopo l’attacco hanno dovuto chiuderlo, né possono contare sugli altri sparsi nel Paese, anch’essi bersagliati. Senza garanzie di sicurezza i vip ci penseranno due volte prima di utilizzarli.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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sollevazione

Il golpe elettorale e il partito della guerra

di Leonardo Mazzei

Sulla legge elettorale è il momento di tirare le somme. Giovedì scorso la Camera l’ha votata, ed il giorno dopo Mattarella l’ha prontamente firmata. Che si tratti di una legge truffaldina ed incostituzionale lo abbiamo spiegato fin dall’inizio. Una legge che, con la norma sulle firme, è diventata un vero e proprio golpe.

Per opporsi a questo stupro delle più elementari regole democratiche può essere utile capire come si è potuti arrivare a questa enormità.

Dice un proverbio cinese che “il ghiaccio non si forma in una sola notte”. E la legge meloniana è ispirata a quegli stessi dettami che il regime bipolare di centro-sinistra-destra ci ha imposto fin dai primi anni ‘90, quando si volle stracciare il meccanismo della rappresentanza proporzionale, l’unico che può garantire il principio “una testa, un voto”. Da allora – sia a livello nazionale, che regionale e comunale – è stato un fiorire di leggi maggioritarie e presidenzialiste, sempre meno democratiche e sempre più tese a conservare il blocco dominante.

Giorgia Meloni è certamente la prima responsabile di questa ennesima porcheria, ma la finta opposizione del cosiddetto “campo largo” non ha certo la coscienza pulita. E di certo Mattarella non è nato sotto un cavolo.

Adesso siamo ai “si dice”. Si dice che la Corte costituzionale accelererà i tempi dell’esame della legge. Si dice che il suo pronunciamento arriverà prima del voto.

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Published: 15 October 2026
Created: 11 October 2026
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contropiano2

Più dell’onore potè il diesel

di Dante Barontini

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui l’America controllava e dava forma il mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di diesel raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’”asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto…”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato).

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Published: 15 October 2026
Created: 09 October 2026
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Legge elettorale: il vero obiettivo di Meloni

di Ugo Boghetta

1. Ebbene sì, abbiamo una nuova legge elettorale: l’ennesima della cosiddetta Seconda Repubblica. Cinque sono state le leggi approvate, due sono state cancellate dalla Corte costituzionale. Vediamo come va a finire questa.

La propaganda è sempre quella: i cittadini scelgono governi che sono stabili e operativi subito dopo le elezioni. In realtà, i governi sono rimasti instabili con i vari sistemi, poiché le alleanze sono contraddittorie, in quanto create solo per vincere. E così le coalizioni vincono, ma poi non convincono. L’esempio più ovvio è che M5S e Lega sono contrari all’invio di armi all’Ucraina e sono scettici sull’Unione Europea e sulla Nato, ma si trovano nei due fronti opposti. Ciò accade in Paesi come l’Italia, dove esiste il pluripartitismo e il maggioritario è innaturale. Inoltre, i sistemi maggioritari sono pensati anche per tagliare le cosiddette ali: i partiti critici o alternativi. Ma il paradosso è che eliminano soprattutto il cosiddetto centro, stritolato com’è dalle due coalizioni date per vincenti. Non a caso, i due schieramenti hanno in comune il termine «centro»: centrodestra e centrosinistra. Nel caso del Melonellum, che ha invece un impianto di base proporzionale a cui si aggiunge poi il premio, le ali sono tagliate con l’innalzamento smisurato del numero di firme da raccogliere per presentarsi.

Il fatto è che i partiti che vanno per la maggiore credono di risolvere i problemi cambiando le regole e non le politiche. Politiche che sono il vero motivo per cui, da alcuni decenni, siamo dinanzi al nomadismo elettorale: a ogni elezione, dagli 8 ai 16 milioni di elettori cambiano voto, delusi dalla scelta precedente e alla ricerca del partito che non c’è.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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laboratorio

Cosa c'è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro

Rivolte in Francia.jpgDa quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

 

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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jacobin

Shaikh, il più grande economista marxista

di Vivek Chibber

Scompare uno dei più brillanti studiosi di Marx, capace di aggiornare la sua lettura del capitalismo e di offrire un’analisi rigorosa, completa e utile alle trasformazioni attuali

Anwar Shaikh jacobin italia.jpgCon la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.

Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.

Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.

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Published: 14 October 2026
Created: 08 October 2026
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laviniamarchetti.png

Un’Europa che divora i suoi figli

 di Lavinia Marchetti

Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 007c885c 39d7 4779 9ba8 4e3bea470eef 871x1600.jpegAbbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.

Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.

Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.

Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista.

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Published: 14 October 2026
Created: 10 October 2026
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contropiano2

Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio

di Alessandro Volpi*

La folle dipendenza dell’Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo.

La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.

Con l’avvicinarsi della stagione fredda e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.

In questo contesto si inserisce la recente Intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.

Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.

È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.

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Published: 14 October 2026
Created: 10 October 2026
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analisidifesa

La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati

di Giacomo Gabellini

Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della US Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

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Published: 14 October 2026
Created: 09 October 2026
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lantidiplomatico

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere

di Alessandro Bartoloni

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.

A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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sinistra

Democrazia liberale e nuova destra

di Patrizio Paolinelli

Nel panorama politico statunitense le correnti di destra abbondano e, in prima istanza, possono essere divise tra conservatrici e reazionarie. Oggi la corrente reazionaria più aggressiva è rappresentata da figure come Elon Musk, Peter Thiel e Curtis Yarvin. Nel saggio Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025, pp. 208, 16,00 euro), Alessandro Mulieri offre una documentata ricostruzione di un fenomeno al contempo politico, economico e tecnologico. L'autore, Direttore di ricerca del Cnrs e docente a Sciences Po di Parigi, osserva criticamente le origini e le idee di un movimento che minaccia le fondamenta della democrazia liberale. La sua prospettiva si mantiene all’interno della stessa democrazia liberale e muove dalla preoccupazione per il radicalismo di alcuni ideologi reazionari legati alla Silicon Valley e vicini al trumpismo.

La tesi di Mulieri è che non stiamo semplicemente assistendo all’assalto contro le istituzioni democratiche da parte dell’attuale amministrazione statunitense, ma a una vera e propria “rivoluzione reazionaria” organizzata da una rete di imprenditori, ideologi e politici etichettati dallo studioso come tecnomonarchi. Gli esponenti della nuova destra presi in esame non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. Condividono però una radicale sfiducia nei confronti della democrazia egualitaria e immaginano forme di governo nelle quali lo Stato è amministrato secondo logiche aziendali. Nel libro compare anche la nozione di “tecnofascismo”. La quale non si riferisce al fascismo storico, ma a un potere assolutistico, fondato sull’incontro tra dominio politico, ricchezza privata e controllo tecnologico.

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Published: 13 October 2026
Created: 10 October 2026
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tempofertile

Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma - Parte prima e seconda

di Alessandro Visalli

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Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, parleremo del contesto emerso nei dialoghi tenuti alla riunione Brics di New Delhi. Di seguito presenteremo due casi utili a comprendere il contesto del confronto e scontro tra sistemi diversi che si sta affacciando sulla scena mondiale. Nella seconda ne approfondiremo ragioni e conseguenze.

La prima pubblicazione è avvenuta sul sito on line de La Fionda (https://www.lafionda.org/2026/10/06/discorsi-a-new-delhi-questioni-di-dipendenza-e-scontro-di-piattaforma/)

 

Parte Prima

Sommario

La trasformazione in corso della struttura dell'economia mondiale può essere descritta attraverso la chiave della transizione tra il modello neoliberale[1] e il potere unipolare occidentale ed un modello che si fa strada dentro gli spazi creato dalla sua estenuazione[2]. Tutto questo incarna la lotta per controllare, ancora una volta, il mutamento della “Piattaforma tecnologica”[3]. Piattaforma mutata nel tempo da quella fordista (dei cosiddetti ‘trent’anni gloriosi’) a quella dell’accumulazione flessibile (neoliberale), verso una nuova dimensione della produzione dell’umano stesso che si affaccia con le recenti e potentissime tecnologie dell’informazione. Provvisoriamente, consideriamo “Piattaforma tecnologica” il complesso delle condizioni e regolazioni, ma anche delle relazioni che integrano e rendono efficaci i diversi “Sistemi tecnici” intorno ai quali si attiva la competizione tra sistemi.

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Published: 13 October 2026
Created: 05 October 2026
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intellettuale collettivo

Dibattito sulla Cina

La pratica demolisce la tesi putrescente della Cina imperialista

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

La politica internazionale cinese va giudicata attraverso rapporti economici, strumenti coercitivi e proiezione militare, non mediante analogie astratte. I fatti del 2026 confermano una distanza strutturale dall’imperialismo statunitense, pur imponendo di analizzare con rigore le nuove forme della presenza cinese all’estero

 833075372 1776797414034602 8897824208670309592 n 1024x683.jpgÈ passato circa un mese dalla pubblicazione del nostro articolo intitolato Perché la Cina non è una potenza imperialista[1], testo finalizzato a confutare un articolo apparso sul sito Pungolo Rosso: La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin.[2]

Ora, anche durante questo breve periodo la praxis globale su scala internazionale ha demolito la teoria sulla presunta equazione tra Cina contemporanea e imperialismo.

 

Aiuti, sanzioni e cooperazione

Partiamo dai Caraibi: venerdì 7 agosto, protagonisti Cuba e la Cina.

“Il governo cinese ha consegnato a Cuba altri 5.000 sistemi fotovoltaici destinati ai 169 municipi del paese, per elettrificare abitazioni rurali isolate e garantire energia di riserva a strutture sanitarie, servizi per l’infanzia e altre infrastrutture essenziali.

Il Governo cinese ha consegnato ufficialmente a Cuba, questo venerdì, una seconda donazione di 5.000 sistemi fotovoltaici, che interesserà tutti i 169 municipi del paese. Le apparecchiature saranno destinate all’elettrificazione di abitazioni isolate nelle zone rurali e a garantire, attraverso l’energia solare, una fonte di alimentazione di riserva per strutture sanitarie e servizi di emergenza medica, asili nido, case di accoglienza per minori privi di tutela familiare, filiali bancarie e altre strutture, così da assicurare la continuità di questi servizi essenziali alla popolazione cubana.

La cerimonia di consegna si è svolta presso la sede del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dove le autorità dei due paesi hanno sottolineato l’importante impatto sociale della donazione.

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Published: 13 October 2026
Created: 10 October 2026
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piccolenote

Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump

di Davide Malacaria

La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all'irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: "Okey"

L’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ne consente l’esportazione, non riguarda le Midterm, di cui a Trump non importa nulla (lo ha pure detto…), quanto la geopolitica globale. Infatti, Trump sa perfettamente che non abbasserà di molto il prezzo del gasolio in America, fattore che dovrebbe condannare il suo partito alla sconfitta, e che l’impatto vero di tale misura, comunque sempre insufficiente a riequilibrare il mercato, inizierà a novembre, quando il voto si sarà consumato.

Per un’analisi dettagliata sul tema rimandiamo al Washington Post, quel che interessa evidenziare, invece, è che la mossa di Trump è Politica, con la P maiuscola (cioè non elettorale) più che economica, e avrà effetti sia nel ristretto ambito del conflitto ucraino sia a livello globale.

Sull’Ucraina è palese che è una mossa contro Zelensky e i suoi sponsor internazionali, che infatti sono furibondi, e per dimostrarlo Kiev ha colpito una infrastruttura petrolifera russa subito dopo l’annuncio dell’intesa.

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Published: 13 October 2026
Created: 09 October 2026
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Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele

di Roberto Iannuzzi

Le rivelazioni sugli avvertimenti di Emirati ed Egitto al governo Netanyahu prima dell’attacco di Hamas infiammano una campagna elettorale decisiva per il futuro di Israele e della regione

A tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, mentre la regione mediorientale è avvolta da conflitti che rischiano di estendersi ulteriormente, Israele si avvia verso elezioni cruciali in un clima estremamente teso.

La crisi economica aggravata da una mobilitazione militare permanente, la collera diffusa per l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare, le violenze dei coloni in Cisgiordania, lo scontro fra governo e magistratura, compongono una miscela esplosiva potenzialmente in grado di affossare il paese.

Gran parte della campagna elettorale ruota attorno alla polemica su cosa accadde realmente il 7 ottobre. Accuse reciproche vengono scambiate fra gli apparati di sicurezza e il governo riguardo alle responsabilità per la reazione tardiva e scomposta all’attacco di Hamas e delle altre fazioni palestinesi.

In questo quadro, hanno avuto un impatto dirompente le rivelazioni apparse su giornali israeliani ed americani, secondo cui Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto avrebbero preavvertito il premier Benjamin Netanyahu su una possibile minaccia proveniente da Gaza nei giorni precedenti l’attacco.

Tali avvertimenti si sommano a un insieme già cospicuo di indizi che erano in possesso dei vertici israeliani nelle settimane e nei mesi che precedettero il 7 ottobre, mettendo così in discussione la narrazione dell’attacco “inaspettato”.

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Published: 13 October 2026
Created: 09 October 2026
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doppiozero

Anne Carson Nobel unanime

di Alberto Comparini

Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esamine (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.

Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.

Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, “ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura”.

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Published: 13 October 2026
Created: 09 October 2026
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manifesto

Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo

di Emiliano Brancaccio

La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica

«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.

QUESTI REPLICÒ in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.

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Published: 12 October 2026
Created: 12 October 2026
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Il miraggio della fine del lavoro

di Fabio D’Alessandro*

La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio

schiavismo.jpegNel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.

Mentre Sam Altman e i CEO della Silicon Valley promettono un futuro di abbondanza alimentato dall’AI, a Nairobi un lavoratore di Sama etichetta contenuti traumatici per 1,32 dollari l’ora — il prezzo per rendere ChatGPT presentabile al mercato. A Stoccolma, Klarna licenzia 700 dipendenti sostituendoli con un chatbot, salvo poi riassumere esseri umani quando i clienti iniziano a lamentarsi in massa. La gig economy globale vale 582 miliardi di dollari nel 2025 e cresce al ritmo del 15% annuo, trascinando milioni di persone in un limbo contrattuale dove i diritti sono un optional e la precarietà è la norma. Il nocciolo della questione è semplice: la tecnologia non ha mai avuto l’obiettivo di liberarti dal lavoro. Ha sempre avuto l’obiettivo di rendere il tuo lavoro più redditizio — per qualcun altro.

Per capire come siamo arrivati qui, a un mondo in cui l’automazione crea più precarietà invece che meno, bisogna guardare chi ha preso le decisioni e chi ne ha pagato il prezzo. E bisogna partire da una profezia mancata.

 

Da Keynes ai bullshit jobs: come ci hanno rubato il tempo

La previsione di Keynes non era un delirio utopico. Poggiava su un ragionamento solido: se la produttività cresce al ritmo del 2% annuo — e nel 1930 stava effettivamente accelerando, con la produzione industriale americana aumentata del 40% in soli sei anni — entro un secolo il problema economico fondamentale sarebbe stato risolto. L’umanità avrebbe prodotto abbastanza beni per tutti con una frazione del lavoro necessario ai suoi tempi. E in un certo senso aveva ragione: la produttività è esplosa.

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Published: 12 October 2026
Created: 05 October 2026
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laviniamarchetti.png

Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?

 di Lavinia Marchetti

Da Gaza alle nostre piazze, la sicurezza giustifica tutto. Chi ci difende da chi dice di proteggerci?

550e6620 192e 4fbf a824 763a3cdb08a5 670x664.jpgTrovo molto esemplificativo del declino cognitivo di questa epoca il fatto che si fatichi a comprendere, nell’opinione pubblica, il legame tra Gaza, un genocidio, e le lotte per la scuola, la dignità, il welfare e contro il riarmo. Non volerci vedere un collegamento può essere un effetto di apoptosi neurale derivato dallo scrolling? Un effetto del successo della propaganda di guerra? Non saprei. Basta guardare. Siamo una società che assorbe quotidianamente violenza e autoritarismo, insieme alla paura, all’erosione dei diritti e alla macelleria sociale. «Eh, ma che c’entra Gaza?». «Invece di protestare per la Palestina protestassero per i problemi dell’Italia». E bla bla bla. Veramente non capite o fate solo finta?

Abbiamo imparato a pensare la politica per cassettini, compartimenti stagni. Gaza va negli esteri. La scuola va nella scuola e la pensione di nostra madre sta nel welfare. I carri armati hanno il loro cassettino chiamato «difesa». Poi ci sono gli stipendi bassi, il caro affitti, poi il declino della sanità. Questa separazione fa un favore enorme al potere, impedendoci, ad esempio, di vedere dove finiscono i soldi o peggio quali comportamenti diventano leciti a colpi di DDL incostituzionali e anche quanto spazio viene concesso alla forza e allo stato d’eccezione permanente.

Quando parliamo di «Laboratorio Gaza» parliamo soprattutto di questo. Gaza ha mostrato fino a quale punto uno Stato alleato (e foraggiato, difeso e perché no? Anche giustificato) dell’Occidente possa spingersi oltre, oserei dire oltre l’umano, continuando a ricevere protezione diplomatica e sostegno politico.

Fino a tre anni fa qualcuno poteva ancora rifugiarsi nell’argomento dell’ignoranza. In effetti pochissimi seguivano il conflitto israelo-palestinese. Era quasi impensabile, se non per gli addetti ai lavori, parlare di Apartheid, colonialismo, terrorismo israeliano e così via. Adesso è diventato difficile non vedere. Abbiamo visto di tutto. Abbiamo anche letto. I documenti sono arrivati uno dietro l’altro, spesso quando i morti erano già molti di più di quelli descritti nel documento precedente. E nel frattempo cosa abbiamo imparato? Anzi, cosa ci è stato conficcato a forza nelle coscienze? Che un principio giuridico come il diritto internazionale può senza dubbio continuare a esistere sulla carta, ma che è scritto su carta straccia. La faccio semplice per una volta. Il laboratorio “Gaza” è esattamente questa forma di apprendimento.

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Published: 12 October 2026
Created: 11 October 2026
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mondocane

Prima di me? Il diluvio!

di Fulvio Grimaldi

 

Avant moi, le deluge

L'espressione francese "après moi, le déluge" si traduce "Dopo di me, il diluvio". Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.

C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.

Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.

Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.

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Published: 12 October 2026
Created: 06 October 2026
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machina

Geronto-fascismo

di Franco Berardi Bifo

Pubblichiamo un estratto dell’illuminante saggio introduttivo di Franco Bifo Berardi a Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, appena uscito per DeriveApprodi. Bifo interroga la specificità delle nuove destre: dall’aggressività giovanile del fascismo storico alla depressione senile del presente, dalla repressione sessuale alla paralisi del desiderio. Una riflessione sulla dimensione psichica dell’autoritarismo contemporaneo e sulla retorica libertaria che trasforma la libertà di una minoranza nel diritto di sottomettere gli altri.

* * * *

Innegabile è il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, faro della civiltà occidentale, durante l’ultimo decennio, cioè da quando negli Stati Uniti ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo, motore della storia di quel popolo. La prova è sotto gli occhi di tutti: violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i potere dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare.

Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché in quella parola non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadendo, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente.

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Published: 12 October 2026
Created: 07 October 2026
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linterferenza

A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)

di Fabrizio Marchi

Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.

Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani.

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Published: 12 October 2026
Created: 04 October 2026
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L'urlo, la carne e l'algoritmo

di Tiziana Miano

Cosa accade alla dimensione dell’umano? Se proviamo a interrogare gli scenari ricorrenti certe figure della letteratura distopica contemporanea, la risposta è disarmante: ci troviamo di fronte a sistemi chiusi, organismi ormai quasi del tutti esausti nella propria energia vitale. Un panorama, in cui  libero arbitrio, empatia e l'originalità biologica appaiono degradati in una sorta di "morte termica" della coscienza. Per comprendere appieno i meccanismi di questo declino energetico, basta osservare il presente asettico e geometrico palesato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021). Un’opera di straordinaria bellezza che, se da un lato genera nel lettore un senso di sgomento e impotenza, dall'altro offre un approdo fondamentale: quando un sistema perfetto e calcolatore cerca di cancellare l'essenziale, allora ribadire l’ovvio smette di essere un mero esercizio retorico. Esso diventa un necessario atto di resistenza. Queste riflessioni vogliono essere esattamente ciò: un atto di doverosa resistenza intellettuale.

Nel microcosmo del romanzo, guidato dalla voce narrante di un'IA, in una scrittura volutamente essenziale ma di assoluta eleganza, si muovono personaggi che sono, in realtà, frammenti di un’umanità in pezzi. C'è Klara, l'androide alimentato dal Sole che impara a decodificare un mondo in cui le disuguaglianze sono scritte nel DNA; c'è Josie, quattordicenne malata a causa del "lifting ", il potenziamento genetico richiesto dal mercato sociale; e c'è il suo opposto, il vicino Rick, l'antitesi non potenziata in un mondo iper-selezionato.

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  1. Michele Blanco: Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
  2. Francesco Cappello: Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
  3. Lavinia Marchetti: Smemoriale 
  4. comidad: Non è censura, è cleptocrazia
  5. Pierluigi Fagan: Il futuro della civiltà occidentale
  6. Elena Basile: Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
  7. Danny Shaw: "L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
  8. Thomas Fazi: La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?
  9. Alessandro Scassellati: Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei
  10. Davide Malacaria: 7 ottobre, tre anni dopo
  11. Martino Dettori: Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?
  12. Aurelio Angelini: La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?
  13. Emanuele Maggio: Dialogo tra Calenda e Socrate
  14. Olessia Kirtchik: Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?
  15. Antonio Martone: Il sintomo Vannacci
  16. Alfonso Gianni: Il “rivolgimento” necessario e urgente
  17. Peter Oborne: Gaza, le prove della complicità britannica e il trucco contabile per negare i crimini d'Israele
  18. Marco Veronese Passarella: Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza
  19. Alessandro Volpi: La finanza elimina il lavoro
  20. StoriaSegreta: Gli Usa lasciano l’Iraq: la guerra è finita?
  21. Fulvio Grimaldi: Yemen, stavolta David è arabo - Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare
  22. Mario Sommella: La vergogna sbagliata
  23. Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia): Si alza il vento / 6 – Tutta un’altra (prei)storia
  24. John Mearsheimer: Il grande bluff di Trump sull’Iran
  25. Lavinia Marchetti: La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe

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