La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe
Francia e Spagna in rivolta e anche nel Sud Italia qualcosa si muove.
di Lavinia Marchetti
Non vorrei azzardare ipotesi senza prove, ma ho come il vago sospetto che le guerre coloniali in Medio Oriente (accluso un genocidio), le sanzioni alla Russia, il finanziamento ad libitum dell’Ucraina, il dissennato riarmo proposto dalla classe dirigente e criminale europea, possano entrarci qualcosa. Ma è solo un impressione. Vediamo che succede.
1. In Francia la rivolta comincia dentro una scuola che cade a pezzi.
La Seine-Saint-Denis è giovane, povera e da anni riceve una scuola pubblica peggiore di quella promessa dalla République. Mancano professori e saltano settimane di lezione, gli edifici hanno infiltrazioni e topi, anche i controsoffitti che cedono. Un rapporto parlamentare citato dal Manifesto di ieri calcolava che uno studente del dipartimento perda durante il proprio percorso scolastico l’equivalente di diciotto mesi di lezione per le assenze dei docenti e la difficoltà di sostituirli.
I liceali hanno bloccato gli ingressi e la protesta si è propagata molto oltre Parigi diventando ormai un movimento nazionale. La questione del riarmo è entrata direttamente nelle rivendicazioni. Marius Mesnil, diciott’anni, dirigente dell’Union syndicale lycéenne, la mette in termini piuttosto chiari: «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare».
Avrei qualche difficoltà a spiegargli che un professore di francese è fiscalmente insostenibile e le spese militari appartengono invece alla sfera delle necessità metafisiche. Ridurre tutto a cassonetti e scuole bruciate o a studenti contro polizia non ha senso. Attorno ai ragazzi, si sta muovendo una parte consistente del lavoro pubblico francese. Il 29 settembre oltre 170 manifestazioni hanno attraversato il paese contro il bilancio 2027 e il congelamento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici. 206 mila partecipanti secondo il ministero dell’Interno, oltre 300 mila secondo la CGT. In piazza c’erano insegnanti, personale sanitario e dipendenti degli enti territoriali e nel frattempo i pompieri erano in sciopero nazionale. L’intersindacale dei Services d’Incendie et de Secours ha depositato un preavviso di sciopero che copre quasi senza interruzione settembre e ottobre, fino al 20 del mese. Chiede impegni sulla legge di modernizzazione della sicurezza civile, sulle risorse della finanziaria 2027 e sulle condizioni di salute e sicurezza dei vigili del fuoco.
2. La risposta repressiva francese racconta parecchio dell’Europa che stiamo costruendo.
Oltre cinquemila fermi dall’inizio della protesta, secondo il ministro dell’Interno Laurent Nuñez. Moltissimi riguardano minorenni. La polizia ha impiegato lacrimogeni e LBD, i proiettili di gomma già tristemente celebri durante le proteste dei Gilet gialli. Un sedicenne è stato gravemente ferito a un occhio. Un quattordicenne colpito al volto da un lacrimogeno ha riportato lesioni alla bocca e ai denti. Il governo ha vietato manifestazioni attorno a centinaia di istituti. Ci sono stati incendi e aggressioni contro agenti. Inevitabile. Basta però guardare un attimo la proporzione per capire il problema politico: adolescenti che chiedono docenti e scuole decenti vengono affrontati da reparti antisommossa e con migliaia di fermi. Questa è una «guerra interna», una guerra contro i giovani che pensano al proprio futuro e ottengo in cambio il solito vocabolario securitario. La pace pubblica deve significare obbedienza? Questa settimana la Francia ne sta offrendo un caso di studio piuttosto brutale.
3. La Spagna ha scoperto che una casa può ancora fare politica.
María del Carmen Abascal ha 87 anni e viveva da settant’anni nello stesso appartamento di Madrid. Il caso del suo sfratto è diventato uno dei detonatori della mobilitazione contro il caro affitti. Puerta del Sol si è riempita di tende. L’acampada ha resistito per giorni e oggi decine di migliaia di persone sono scese in strada in più di cinquanta città. Reuters stima circa 70 mila manifestanti a Madrid. Il Parlamento spagnolo ha intanto bocciato, 178 voti contro 172, i due decreti del governo Sánchez destinati a contenere gli sfratti e rafforzare alcune tutele degli inquilini. Junts ha votato insieme a PP e Vox. Pablo Bustinduy, ministro di Sumar, ha usato una parola che non si sentiva da molto tempo nella politica europea, ha detto, con nostro sommo sbigottimento: «Oggi è conflitto di classe», in Parlamento, accusando chi votava contro di proteggere «un’oligarchia internazionale» che ricava dividendi dagli stipendi dei lavoratori. Piano piano ci arrivano anche loro. Al momento una protesta nata attorno alla casa di una signora si sta organizzando in uno sciopero generale. Quindi il conflitto uscirà fuori dalla sola questione abitativa e penetrerà dentro i rapporti di forza economici. Il Sindicato de Inquilinas sta discutendo con le organizzazioni del lavoro una possibile convocazione nazionale; una data, al momento, manca.
Da quanti anni ci viene spiegata la tiritera del caro affitti con i grafici, l’inflazione, le speculazioni, Air b&b. A un certo punto una pensionata viene portata fuori dalla casa in cui vive da una vita e poche settimane dopo una capitale europea si riempie di persone che chiedono di fermare il Paese. Sì la “classe” c’entra eccome. In Francia è anche la classe scolastica, in Spagna è una questione di giustizia sociale.
4. Intanto la Calabria. Sì, proprio la Calabria.
Da lunedì circa duemila persone hanno partecipato a presidi e blocchi stradali intermittenti in varie zone della regione. Agricoltori e autotrasportatori protestano contro il costo dei carburanti e contro lo squilibrio fra prezzi riconosciuti alla produzione e prezzi al dettaglio. A Cosenza oltre cento manifestanti hanno lasciato del letame davanti alla Prefettura. Il presidio è diventato un corteo e il traffico cittadino è rimasto paralizzato per ore. I presidi continuano a Spezzano, Firmo e Davoli. Lunedì è prevista una mobilitazione davanti alla Cittadella regionale di Catanzaro. Il 10 ottobre gli organizzatori annunciano una manifestazione nazionale a Cosenza. Il caro carburante è la scintilla dichiarata. Gli organizzatori parlano apertamente di costo della vita e redditi compressi. Ed è importante che questo accada al Sud, dove per decenni il disagio sociale è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso l’emigrazione individuale: vattene, arrangiati, cerca lavoro altrove, rimboccati le mani. Stavolta qualcuno ha messo un trattore di traverso.
5. Cosa lega queste proteste?
In Francia si chiede una scuola pubblica decente, si chiede che i vigili del fuoco possano operare in sicurezza e altri mille motivi di welfare. In Spagna il conflitto è nato in senso alla rendita immobiliare e si è espanso al welfare e ai diritti sul lavoro. In Calabria il prezzo del carburante entra direttamente nei costi di chi produce e lavora. Al momento non c’è un unico movimento europeo, spero sia coordinabile e che nessuna forza politica ci voglia mettere il cappello per silenziarlo. La coincidenza politica è difficile da ignorare: pezzi di società che per anni hanno ricevuto risposte tecniche stanno tornando a usare il conflitto collettivo, un tempo si sarebbe chiamata “lotta di classe”. L’Unione europea sta mobilitando fino a 800 miliardi per Readiness 2030. Nel 2026 ha finalizzato altri 90 miliardi di prestito all’Ucraina, con 60 indicativamente destinati all’assistenza militare. Queste sono decisioni di bilancio, prese da governi che da anni ci spiegano quanto sia difficile trovare denaro per i servizi pubblici. Qual è la risposta del potere davanti a richieste legittime e doverose? Ma è ovvio. Stato di polizia e divieti. Vedremo…














































Add comment