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Published: 15 May 2026
Created: 08 May 2026
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La menzogna del moderatismo

di Mario Sommella

i id3607 mw600 1x.jpgTacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

 

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.

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Published: 15 May 2026
Created: 08 May 2026
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napolimonitor

Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona

di Stefano Portelli

 simone massi 1.jpegDopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall'esterno, sembri "tutto a posto". Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull'ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l'esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui "contenuti da moderare"  sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere]

* * * *

Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni.

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Published: 15 May 2026
Created: 12 May 2026
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piccolenote

Ucraina: pressing per chiudere la guerra

di Piccole Note

Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l'egemonia è finita da anni).

“Credo che la questione stia giungendo al termine” ha detto Putin il giorno della commemorazione della vittoria sul nazismo. E la questione è la guerra ucraina. A sorprendere non è solo la dichiarazione, ma anche il termine usato, che derubrica il conflitto a qualcosa di secondario per la politica estera russa e le prospettive globali.

D’altronde, Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).

Lo zar ha poi aggiunto di essere pronto a incontrare Zelensky. Apertura non nuova che ha trovato successiva specifica nelle usuali posizioni del Cremlino, cioè che un summit tra presidenti è possibile solo a conclusione di un processo di pace che preveda negoziati di più basso livello. E, però, la modalità con cui ha rilanciato la possibilità ha toccato nuove e diverse corde.

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Published: 15 May 2026
Created: 12 May 2026
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officinaprimomaggio

Il complesso militar digitale tra USA e Cina

di Marco Veruggio

Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026) di Dario Guarascio, docente di Economia dell’Innovazione alla Sapienza, è un testo consigliabile per varie ragioni. Intanto perché affronta i temi della digitalizzazione del militare e della militarizzazione del digitale, che per decenni, e almeno fino all’ultima elezione di Trump, sono stati dissimulati dalla cortina fumogena della propaganda sulla Silicon Valley “progressista” e a tutt’oggi continuano a essere mal compresi. I commentatori, ad esempio, dopo la cerimonia di insediamento di Trump, con Bezos, Zuckerberg e compagnia in prima fila, hanno parlato degli imprenditori della Silicon Valley accorsi a celebrare il loro nuovo padrone, senza dubitare neanche per un attimo che almeno in qualche misura fosse l’esatto contrario, una presenza densa di significato accanto al loro nuovo rappresentante e procacciatore di commesse in gran parte militari (e anche un modo per marcarsi stretti l’un l’altro: Musk e Bezos, ad esempio, sono concorrenti nel settore dei satelliti a orbita bassa).

Il secondo motivo è che se sull’intreccio tra big tech e guerra in occidente esisteva già una letteratura in lingua italiana specialistica ma abbastanza ampia, Guarascio dedica un terzo del libro alle big tech cinesi, colmando un vuoto importante, perché capire il futuro dei conflitti commerciali, geopolitici e militari senza aver presente le due facce del problema è impossibile.

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Published: 15 May 2026
Created: 08 May 2026
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lafionda

Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana

di Giuseppe Gagliano

 

Washington ha fretta, Teheran no

La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.

È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.

Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.

Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.

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Published: 15 May 2026
Created: 07 May 2026
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fattoquotidiano

Nato e Ue sono costituzionali? Sulla difesa Mattarella e Meloni la vedono in modo molto diverso

di Enrico Grazzini

l presidente vuole l’Europa federale, la premier vuole un’Europa confederale, all’incirca come quella che voleva Charles De Gaulle

Nato e Unione Europea sono costituzionali? Sono conformi all’articolo 11 della Costituzione? La mia risposta (e di alcuni autorevoli costituzionalisti) è no!

Nel messaggio di fine anno 2025 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha descritto l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica come le essenziali “coordinate della nostra azione internazionale”. Anche per Giorgia Meloni la Nato e la Ue sono dei pilastri insostituibili. Per entrambi la Nato a guida americana è indispensabile per la difesa e la sicurezza dell’Europa. Sulla Ue invece i due hanno, come vedremo, idee molto differenti. Il problema però è che sia la Nato che l’Ue sono in grave crisi, anche perché perseguono la stessa politica di riarmo per prepararci alla guerra con la Russia. Ma questa politica ci porterà alla rovina.

Lo scontro perpetuo con la Russia viene giustificato da Mattarella, da Meloni, da Ursula von der Leyen e dalle altre élite europee al potere con il fatto che il despota Vladimir Putin non solo ha invaso l’Ucraina ma starebbe preparando l’invasione dell’intera Europa. Putin in questo senso viene spesso paragonato a Hitler. Ma questa è pura propaganda. Per quanto Putin sia realmente un despota, Mosca non ha alcun interesse ad attaccare e invadere l’Europa.

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Published: 14 May 2026
Created: 12 May 2026
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mondocane

Nella Galleria degli Orrori --- Annessione costi quel che costa --- Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle

di Fulvio Grimaldi

armageddon soldatoCitazione del giorno:

“Imporre all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con l’asta”

 

Verso Armageddon

Nel mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico, che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo, delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti, tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a oggi.

Tutto questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler) a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare l’Iran all’Età della pietra”.

Da una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi mai perduta: Pete Hegseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e cinque figli.

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Published: 14 May 2026
Created: 11 May 2026
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lafionda

Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto

di Elisabetta Frezza

Arte1.pngNella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).

Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.

Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani.

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Published: 14 May 2026
Created: 11 May 2026
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contropiano2

Come funziona il capitalismo statale cinese?

di Dazibao*

capitalismo cinese 720x300.jpgPer capire come funziona il capitalismo in Cina, partiamo dal caso recente di ZXMOTO, una giovane azienda privata cinese emersa a sorpresa nel panorama mondiale. La sua storia, un mix tra iniziativa imprenditoriale e sostegno pubblico, è un caso emblematico del modo in cui Stato e mercato interagiscono nel sistema economico cinese.

Da un lato, oltre il 90% delle imprese registrate in Cina sono private, ma le imprese statali continuano a rappresentare una quota molto significativa dell’economia, contribuendo a circa il 40% del PIL; dall’altro lato, il Sistema di Proprietà Mista favorisce l’ingresso di capitale statale in aziende private, per favorirne la crescita, e l’ingresso di capitale privato in aziende pubbliche, per favorirne l’efficienza.

In alcuni casi la simbiosi è favorevole all’azienda privata, come nel caso di BYD, in altri, come per Alibaba, è un freno all’iniziativa privata.

Se ne parla in questo testo, buona lettura!

*****

A fine marzo una notizia è spopolata nel web cinese: Zhang Xue Moto (ZXMOTO) ha conquistato due vittorie nella tappa portoghese del Campionato Mondiale Supersport. Per la prima volta, un costruttore motociclistico cinese è salito sul gradino più alto del podio in due giornate di gara consecutive in uno sport a lungo dominato da marchi europei e giapponesi.

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Published: 14 May 2026
Created: 14 May 2026
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contropiano2

L’Impero che chiede la pace. Come mai?

di Lavinia Marchetti*

Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c’è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

Trump minaccia attacchi “a un livello molto più alto“. Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la “pausa” dell’operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…

Perché?

La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione).

Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

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Published: 14 May 2026
Created: 10 May 2026
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lantidiplomatico

La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell'Italia

di Andrea Zhok

L’Italia rappresenta dal punto di vista geopolitico uno snodo letteralmente centrale tra nord e sud del mondo, tra oriente e occidente. Per note ragioni storiche, legate alla nascita della civiltà europea intorno al bacino del Mediterraneo, il mondo della politica internazionale ha articolato le sue categorie Nord-Sud, Est-Ovest in un modo peculiare, asimmetrico. In questo contesto storico-geografico l’Italia è il centro fisico del Mediterraneo, luogo di connessione intorno a cui si sono articolati i due principali monoteismi (Cristianesimo e Islam: insieme 4,3 miliardi di persone sul pianeta).

L’eredità latina è stata in effetti essa stessa un’eredità sintetica, capace di incarnare una fusione tra culture europee e mediterranee. Se uno guarda alla lista degli imperatori romani vede imperatori nati nell’odierna Spagna, Algeria, Libia, Siria, Serbia, Libano, Bulgaria, Turchia, Grecia oltre che naturalmente nella penisola italica. Dopo la caduta dell’Impero Romano l’Italia fu il centro del cristianesimo, poi la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, tutte forme di vita che avevano un’ambizione “universalistica”, ma non nel senso dell’universalismo apolide dell’Illuminismo, bensì come sintesi autonoma di diversità.

Come per gli esseri umani, anche per le nazioni l’identità è solo in parte qualcosa che può essere deciso con un atto volontario. La portata di qualunque decisione deve fare i conti con la propria base materiale e storica. L’identità italiana può definirsi soltanto nel momento in cui le decisioni politiche accolgono la propria realtà geopolitica, che non può essere trattata come una variabile arbitrariamente modificabile, perché non lo è.

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Published: 14 May 2026
Created: 11 May 2026
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lafionda

Frank Furedi, La guerra contro il passato

di Andrea Balloni

A chi giova abbattere la nostra storia, l’immenso monumento del nostro passato? A chi giova aggirarsi tra edifici caduti, rovine di templi e colonne stroncate, sporcarsi la faccia col fumo nero dei libri bruciati o respirarne la cenere bianca sospesa in lamelle sottili, impalpabili come il ricordo delle pagine scomparse? A chi giova, infine, non avere più una tribuna dalla quale elevarsi per guardare lontano, ma osservare il mondo e le relazioni umane da terra, senza scorgerne un orizzonte, senza poter fare tesoro delle esperienze di chi è venuto prima di noi?

Eppure siamo nel mezzo di un attacco violentissimo contro l’edificio della cultura occidentale, la nostra cultura.

Frank Furedi, nel suo ultimo saggio La guerra contro il passato (Fazi, 2026), ci accompagna in una visita guidata al centro di una città saccheggiata dai lanzichenecchi della cancel culture, nesso lemmatico che, curiosamente, ove si inverta l’ordine dei sostantivi, non solo non perde di senso, ma, al contrario, approfondisce i suoi significati e la sua efficacia; per cui la “cultura della cancellazione” rivela, già nelle parole che la identificano, anche un secondo significato: la “cancellazione della cultura”, in un assunto finale che prevede come la guerra contro il passato sia una riscrittura della storia e dunque il tentativo di cancellazione della cultura di un’intera civiltà.

E coerentemente, e in maniera inversa, è proprio facendo appello alla cultura, ovvero stando sulle spalle dei giganti, come si tramanda abbia suggerito Bernardo di Chartres, che si può godere e fruire del libro del grande sociologo ungherese.

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Published: 14 May 2026
Created: 09 May 2026
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fattoquotidiano

"La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite"

di Pino Arlacchi

Il 7 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di distruggere la civiltà dell’Iran. Qualche settimana prima, su Gaza, lo stesso Trump aveva dichiarato di voler “ripulire” il territorio, evocando la soluzione finale per i palestinesi. Sono dichiarazioni che, nel linguaggio del diritto internazionale, si chiamano minacce di crimini di guerra. Eppure le Nazioni Unite non hanno fatto nulla. Solo qualche pronunciamento di circostanza da parte di un imbelle Segreterario Generale che neppure a pochi mesi dalla sua uscita di scena ha avuto il coraggio di fare alcunchè.

Cercherò adesso di spiegare perché, al di là della carenza di leadership, l’ONU attuale è incapace di rispondere alle tragedie del nostro tempo. Ed illustrerò una mia proposta concreta di rifondazione che renderebbe l’organizzazione finalmente all’altezza del suo mandato originario.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza del pianeta. Cinque paesi, presunti vincitori di una guerra del secolo scorso, vi siedono come membri permanenti con diritto di veto. Ogni delibera operativa può essere bloccata da uno solo di questi cinque. Quando uno di loro è direttamente coinvolto in un conflitto, o ne protegge una parte in causa, il Consiglio si paralizza. Diventa uno scudo per l’impunità.

Il caso Palestina-Israele ne è uno degli esempi più clamorosi. Nell’aprile 2024 una proposta al Consiglio di Sicurezza allargato per ammettere la Palestina come Stato membro a pieno titolo ha ottenuto 12 voti favorevoli su 15. Gli Stati Uniti hanno esercitato il veto.

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Published: 13 May 2026
Created: 11 May 2026
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analisidifesa

Le prospettive economiche della crisi prolungata a Hormuz

di Giacomo Gabellini

Tasnim.jpgLo scorso 3 maggio, il presidente Trump ha proclamato l’imminente avvio del cosiddetto Project Freedom, un’iniziativa volta a «ripristinare la libertà di navigazione per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz». Dal relativo comunicato del Central Command si evince che l’operazione prevede il coinvolgimento di «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 militari».

Il Wall Street Journal ha sottolineato che Project Freedom «non prevede la scorta di navi da guerra statunitensi attraverso lo Stretto di Hormuz, bensì uno sforzo coordinato da parte di compagnie di navigazione e di assicurazione» per facilitare i movimenti marittimi nello stretto.

Ad appena un giorno di distanza, lo stesso Trump ha annunciato la sospensione «per un breve periodo di tempo» dell’iniziativa. Più specificamente, recita il relativo post pubblicato dall’inquilino della Casa Bianca sul suo profilo Truth, «su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, in considerazione del formidabile successo militare conseguito durante la campagna contro l’Iran e, inoltre, del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani, abbiamo concordato reciprocamente che, pur rimanendo il blocco pienamente in vigore ed efficace, il Project Freedom sarà sospeso per un breve periodo, al fine di verificare se l’accordo possa essere finalizzato e sottoscritto».

Nel frattempo, il Pentagono continua ad ammassare truppe e mezzi militari in vista di una eventuale ripresa delle operazioni militari, reputata possibile se non addirittura probabile da una moltitudine di osservatori alla luce del sostanziale impantanamento delle trattative tra Washington e Teheran.

Per settimane, i contendenti hanno continuato a manifestare totale indisponibilità a temperare il tenore delle richieste, convinti di poter contare su una soglia di tolleranza al dolore più alta della controparte. Il blocco navale statunitense contro i porti iraniani ha limitato la capacità della Repubblica Islamica di esportare petrolio, senza tuttavia azzerarla. Quando l’iniziativa statunitense è scattata, l’Iran manteneva già centinaia di petroliere cariche di greggio in acque internazionali a “distanza di sicurezza” dal Golfo Persico.

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Published: 13 May 2026
Created: 08 May 2026
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contropiano2

La bolla di illusioni dell’Occidente su Israele – e su se stesso – sta per scoppiare

di Jonathan Cook*

Starmer e Israele.jpgPer decenni, due narrazioni inconciliabili su Israele e le sue motivazioni sono coesistite in parallelo.

Da un lato, la narrazione ufficiale occidentale ritrae un coraggioso e assediato Stato di Israele “ebraico”, disperatamente impegnato a raggiungere la pace con i suoi ostili vicini arabi. Ancora oggi, questa narrazione domina il panorama politico, mediatico e accademico.

Più e più volte, o almeno così ci viene detto, Israele ha teso un ramoscello d’ulivo agli “arabi”, cercando l’accettazione, ma è sempre stato respinto.

Un sottotesto in gran parte inespresso suggerisce che i regimi presumibilmente irrazionali, sanguinari e antisemiti di tutta la regione avrebbero portato a termine il programma di sterminio nazista se non fosse stato per la protezione umanitaria offerta dall’Occidente a una minoranza vulnerabile.

La contro-narrazione palestinese, condivisa in gran parte del resto del mondo, viene soffocata nel silenzio in Occidente come una “calunnia del sangue” antisemita.

Il libro presenta Israele come uno stato etnicamente suprematista, fortemente militarizzato, armato dagli Stati Uniti e dall’Europa, determinato all’espansione, alle espulsioni di massa e al furto di terre.

Secondo questa interpretazione, l’Occidente ha impiantato Israele come avamposto militare coloniale, con lo scopo di sottomettere la popolazione palestinese autoctona e terrorizzare gli stati confinanti, costringendoli alla resa attraverso dimostrazioni di forza implacabili e schiaccianti.

I palestinesi non possono raggiungere la pace né alcun tipo di accordo, perché Israele persegue solo la conquista, il dominio e l’annientamento. Non è possibile alcuna via di mezzo.

La prova, fanno notare i palestinesi, è il persistente rifiuto di Israele di definire i propri confini. Con la crescita della sua potenza militare decennio dopo decennio, sono emerse agende politiche sempre più estreme, che chiedono non solo l’annessione da parte di Israele degli ultimi lembi di territorio palestinese illegalmente occupato, ma anche l’espansione verso stati confinanti come il Libano e la Siria.

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Published: 13 May 2026
Created: 08 May 2026
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lantidiplomatico

La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi

di Alessandra Ciattini

dpsnruotVarie fonti giornalistiche di destra e di sinistra hanno commentato in questi ultimi giorni il Manifesto, pubblicato da Palantir Technologies, e alcuni lo hanno giudicato correttamente un manifesto politico, in cui si prospetta una nuova concezione della società, che si concreterebbe in un certo percorso del capitalismo digitale, che sbocca in ciò che alcuni hanno già chiamato tecnoschiavismo. I progetti della corporazione Palantir mettono in evidenza quando sia inconsistente la pretesa della neutralità della scienza e della tecnologia, le quali sono elaborate e costruite sempre secondo determinate finalità politico-sociali; pretesa ripresentata al tempo dei vaccini impiegati per combattere la recente pandemia e che ha provocato una semplicista opposizione tra pro vax e no vax, su cui oggi varrebbe la pena discutere serenamente.

Per chi non lo sapesse Palantir (parola presente nel Signore degli anelli che significa “coloro che sorvegliano da lontano”) è un’importante azienda tecnologica, i cui prodotti sono impiegati per i sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani. A queste attività si dedicano, insieme a Plantir, le varie Big Tech. Palantir vanta almeno due condanne: una da parte di Amnesty International e l’altra da parte di Human Rights Watch.

Non sorprende che questa impresa, lanciata da miliardari appartenenti all’ultradestra, abbia stretti rapporti con Google, Amazon e Microsoft, tutte implicate nelle stesse attività spionistiche, con le quali ha collaborato rifornendo di dati l'esercito israeliano per far terra bruciata di Gaza e sterminare i palestinesi, l’esercito ICE a rendere più rapida la cattura degli immigrati da espellere e i manifestanti delle grandi proteste a Minneapolis da arrestare.

Il su menzionato manifesto, presentato anche a Roma da Peter Thiel lo scorso 26 marzo, illustra  un progetto di alleanza fascista digitale, che si avvale dell'intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, forniti gratuitamente da noi stessi, per produrre strumenti manipolatori e per combattere il non allineamento ideologico, per tenere sotto controllo e sorveglianza la popolazione, come del resto ha sempre fatto il potere, una volta autonomizzatosi dall’organizzazione sociale, sia pure con metodi diversi.

Secondro il saggista Rezgar Akrawi, kurdo di nascita, membro de Partito comunista irakeno e fondatore di Electronic Left Movement, un gruppo volto a far avanzare la sinistra nella conoscenza e nell’uso delle nuove tecnologie, il manifesto scaturisce dall’alleanza tra il nazionalismo dell’estrema destra e le élite tecnologiche legate alla tanta celebrata Silicon Valley.

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Published: 13 May 2026
Created: 11 May 2026
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acropolis

La guerra contro l’Iran finirà probabilmente con una ritirata americana

di Jeffrey D. Sachs

L’impero americano non può vincere la guerra contro l’Iran a costi finanziari, militari e politici accettabili.

Questa non è stata né una guerra di necessità, né una guerra di scelta. È stata una guerra di capriccio. La premessa di fondo era l’egemonia. Gli Stati Uniti stavano tentando di preservare un dominio globale che non possiedono più, e Israele stava cercando di stabilire un dominio regionale che non avrà mai.

A distanza di cinque anni possiamo ripercorrere gli eventi del periodo emergenziale 2020-3, che sono stati essenzialmente il tentativo di un colpo di stato globale, in cui praticamente tutti gli Stati hanno agito secondo un copione?

* * * *

La guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio 2026 finirà probabilmente con una ritirata americana. Gli Stati Uniti non possono continuare la guerra senza provocare conseguenze disastrose. Una nuova escalation porterebbe probabilmente alla distruzione delle infrastrutture petrolifere, del gas e di desalinizzazione della regione, causando una catastrofe globale prolungata. L’Iran può imporre in modo credibile costi che gli Stati Uniti non possono sopportare e che il mondo non dovrebbe subire.

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Published: 13 May 2026
Created: 09 May 2026
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contropiano2

9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina

di Fulvio Scaglione*

Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.

Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.

 

Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale

Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).

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Published: 13 May 2026
Created: 08 May 2026
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lantidiplomatico

Addio SWIFT, Addio Egemonia: Il Piano Sino-Iraniano per il Nuovo Mondo

di Pepe Escobar – Sputnik

Qualche giorno fa, il signor Araghchi si è recato in Russia. All'inizio di questa settimana, il signor Araghchi si è recato in Cina.

Questi due viaggi riflettono in tutta la loro imponenza la forza del nuovo triangolo Russia-Iran-Cina, che è emerso come motore dell'integrazione eurasiatica e della multipolarità.

Alcune delle osservazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai media iraniani sono state piuttosto affascinanti. Ad esempio:

"I nostri amici cinesi credono che l'Iran dopo la guerra sia diverso dall'Iran prima della guerra. La sua posizione internazionale è migliorata e ha dimostrato le sue capacità e la sua potenza. Pertanto, si avvicina una nuova era di cooperazione tra l'Iran e altri Paesi."

Questo significa, in sostanza, che Pechino ora riconosce – e sostiene – Teheran come una delle principali potenze mondiali.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, da parte sua, ha fornito la definizione definitiva della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran: "illegittima".

Questo significa, in sostanza, che tutto ciò che riguarda questa guerra di scelta, dalle cause alle innumerevoli conseguenze, è impantanato in una palude di illegalità.

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Published: 13 May 2026
Created: 30 April 2026
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quodlibet

Una voce

Rubrica di Giorgio Agamben

 

Quem Deus vult perdere dementat

È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Trump – come certamente Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere. Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti –che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza? Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia [30 marzo 2026].

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Published: 11 May 2026
Created: 07 May 2026
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poliscritture

Sull’onnipotenza

di Paolo Di Marco

giudizio.pngQuando faccio vibrare l’enorme calotta di plasma, investendola con successioni di frequenze che ne amplificano l’oscillazione a livelli insostenibili, fino all’istante della sua trasformazione in un solo punto di energia infinita; quando dopo un attimo di trasecolata incertezza questo punto si espande furiosamente, si coagula in vortici di energia e materia insieme, si espande nuovamente per poi ancora coagularsi in materia vorticante; quando questi vortici perdono abbrivio diventando galassie, e al loro interno stelle, e intorno a queste pianeti, e su alcuni di questi forme senzienti di ogni possibile fattura…quale controllo ho, io creatore, su tutte queste creature?

Nessuno.

Meno di quanto un bimbo che butta un sasso lungo il pendio ha sulla precisa traiettoria della pietra. Chè fra creazione e controllo non c’è solo il caos ma un intero abisso.

È solo un vezzo perverso di qualche buontempone l’attribuire al creatore anche la potenza del controllo.1

Come ben sanno Geoffrey Hinton e Dario Amodei2 che dopo aver creato quella forma indebita e improvvida di elaborazione basata su LLM chiamata AI e dopo essersi impegnati a cercare di trasformarla in più intelligente materia, una AI ‘generale’ capace non solo di imitazione ma anche di un qualche raziocinio, si vedono travolti da una mandria di AI di vario modello che corrono all’impazzata, pungolate all’inizio dal profitto e dalla concorrenza ma poi trascinate in uno stampede inarrestabile indifferente al precipizio di un’economia che vede sparire progressivamente tutto il lavoro ma con esso anche quei salari che ancora alimentano la domanda e quindi dell’economia permettono l’esistenza stessa.3

Ma d’altro canto che le pietre rotolanti si attribuiscano il libero arbitrio solo perché la loro traiettoria è imprevedibile sembra atto di gratuita superbia: ne sanno qualcosa gli ‘ingegneri del caos’,4 da Finkelstein a Bannon a Cambridge Analytica che in questo secolo hanno imparato a usare le reti virtuali non per pescare i pesci ma per manipolarli, per creare branchi e poi spingerli volta a volta nella direzione voluta trasformando così elezioni già di per sé truccate in un eterno gioco delle tre carte.

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Published: 11 May 2026
Created: 07 May 2026
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laboratorio

L’uscita degli Emirati arabi dall'OPEC, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump

di Domenico Moro

Immagine Eau.jpgCome abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa. La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi. La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.

L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.

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Published: 11 May 2026
Created: 11 May 2026
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tempofertile

A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Seconda

di Alessandro Visalli

Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link.

web brics ansaSeconda stanza: Patnaik, la meccanica della necessità

Se fosse completa e adeguata al tempo l’analisi di Bond, con la sua diagnosi di “sub-imperialismo” riferita alla posizione dei paesi Brics sarebbe tecnicamente corretta. Nel paradigma Harvey-Bond, concentrato più su circolazione che su produzione, il punto dirimente non è, infatti, l’apparenza di ricchezza registrabile nelle forme di investimento, il capitale fisso, e finanche nel capitale fisso sociale (ma orientato a rendere possibili gli scambi e quindi soggetto al rischio di mutarsi in un mucchio di ruggine se questi si riducono), quanto il controllo effettivo dei flussi ed il potere che le metropoli esercitano sulle periferie per ottenere i saggi di sfruttamento del lavoro vivo necessari a tenere in piedi la meccanica complessiva della valorizzazione. Valorizzazione che si definisce alla scala del “sistema-mondo”.

In altre parole, lo schema teorico di Bond, in parte desunto dalla concettualità di Harvey e utilizzando la sistemazione di Ruy Mauro Martini di cui abbiamo parlato nella Parte Prima, definisce la posizione dei paesi Brics come strutturalmente subalterna al complessivo ciclo di valorizzazione del capitale egemonizzato dai centri “imperiali”. Ciclo che coinvolge le élite dei paesi semi-imperialisti, ma senza che queste possano governare i flussi, o definire i saggi di sfruttamento, ovvero di estrazione del surplus. Abbiamo visto dall’analisi di Marini che questa impossibilità deriva direttamente dalla incapacità di controllare la dinamica della tecnica, ovvero dalla subalternità tecnologica.

Se così non fosse bisognerebbe cambiare frame teorico e parlare, se mai, di “Co-imperialismo”, ma con seri problemi di tenuta del termine “Imperialismo”.

Ma se così fosse, come già visto, il nervosismo palese degli Stati Uniti in questi ultimi mesi e anni sarebbe difficile da spiegare.

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Published: 11 May 2026
Created: 04 May 2026
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lafionda

Quando l’algoritmo si fa sovrano. Dieci punti per un’alternativa italiana al manifesto di Palantir

di Margherita Furlan

Palantir teorizza apertamente la quarta stagione del capitalismo, quella sovrana: il dato si fa comando, l’azienda privata si sostituisce allo Stato. È la Costituzione degli azionisti dell’Apocalisse. Dieci punti per una geometria variabile italiana e per una nuova élite culturale che sappia dialogare con i BRICS

135646856 92239a59 c281 49c6 a869 8b031ad732bd.jpgC’è una soglia, nella traiettoria di ogni potere, oltre la quale la dissimulazione diventa superflua. La compagnia di Peter Thiel ha varcato quella soglia sabato 18 aprile 2026, quando ha pubblicato sul profilo ufficiale X un manifesto in ventidue punti che condensa il pensiero del suo amministratore delegato, Alexander Karp. Non un esercizio letterario: una dottrina politica esplicita, rivendicata, sottoscritta. La prima volta, nella storia recente, in cui una multinazionale della guerra algoritmica mette per iscritto la teoria del diritto a governare.

 

Chi è Palantir: il software che vede dentro le persone

Palantir Technologies nasce a Palo Alto nel 2003. La fondano cinque uomini: Peter Thiel, già capostipite di PayPal e prossimo finanziatore di Donald Trump e di J. D. Vance; Alexander Karp, filosofo formatosi a Francoforte sotto la scuola di Jürgen Habermas e oggi amministratore delegato del gruppo; Joe Lonsdale, giovane investitore californiano di area libertaria; Stephen Cohen e Nathan Gettings, ingegneri provenienti dall’universo PayPal.[1]

Il primo capitale arriva da un soggetto inconsueto per una start-up: In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. Due milioni di dollari nel 2005, sufficienti a indirizzare lo sviluppo del software verso le esigenze dell’intelligence statunitense.[2] La nascita stessa della compagnia porta dunque iscritto, nel codice genetico, il vincolo all’apparato di sicurezza nazionale americano. Non un cliente fra i tanti: il committente originario, l’architetto invisibile delle prime scelte tecniche.

Il nome lo sceglie Karp, lettore appassionato di Tolkien. I palantíri sono, nel Signore degli Anelli, sette pietre veggenti che permettono a chi le possiede di scrutare a distanza, vedere ovunque, sorvegliare l’intero Middle-earth. Una metafora trasparente, quasi imprudente, che dice tutto del mestiere che la compagnia intende svolgere.[3] Karp ne ha parlato più volte con compiacimento, come se la citazione letteraria fosse anche dichiarazione di intenti: vedere senza essere visti e da quella asimmetria ricavare il proprio potere.

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Published: 11 May 2026
Created: 07 May 2026
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ilpungolorosso

Israele progetta decenni di guerre…

di Il Pungolo Rosso

Mentre nel vorticoso susseguirsi di giravolte comunicative provenienti dalla Casa Bianca non è dato sapere – a noi comuni mortali – se ci sarà o no un qualche accordo provvisorio tra Teheran e Washington, le notizie che arrivano da Israele non lasciano dubbi di sorta: lo stato sionista si prepara ad altri anni, se non decenni, di guerre, contro il popolo palestinese, l’Iran, il Libano, e non solo – esplicitamente, su giornali e tv, si parla della Turchia come del prossimo bersaglio da colpire, ma le folli ambizioni di questo esecutivo di terroristi macellai vanno perfino al di là del Medio Oriente (o Asia occidentale che dir si voglia).

Nei giorni scorsi, infatti, il governo Netanyahu ha deciso di raddoppiare il numero dei caccia F-351 Adir ed F-15IA a propria disposizione. Le imprese fornitrici sono, rispettivamente, la Lockheed Martin e la Boeing. Le due nuove squadriglie di bombardieri per un totale di 50 aerei sono necessarie, dicono, “per garantire la superiorità delle Forze Aeree israeliane nei prossimi decenni”. L’obiettivo è arrivare a disporre di 100 caccia F-35I e 50 caccia F-15IA. Secondo Tel Aviv, questi acquisti sono “il primo passo nel piano di rafforzamento delle Forze Armate israeliane per il prossimo decennio, con un budget totale di 118 miliardi di dollari” – pari al 20% del pil annuale del paese – un gigantesco programma di potenziamento del suo apparato di distruzione e sterminio.

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  1. comidad: Era evidente dall'inizio che Trump fosse un neocon
  2. Davide Malacaria: Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?
  3. Stephen Walt: L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?
  4. Antonio Cantaro: La democrazia e i suoi simulacri
  5. Sandro Moiso: Philip Roth, l’ebreo e l’altro
  6. Giuliana Commisso: Nell’economia di guerra permanente il pacifismo non è resistenza
  7. Mario Lombardo: USA-Iran, il fantasma della pace
  8. Martino Dettori: Postdemocrazia? Solo un'autocrazia con lo smoking
  9. Piccole Note: La Cina non riconoscerà più le sanzioni Usa. Aragchi a Pechino
  10. Il Chimico Scettico: Antropomorfizzami mi, ti prego! - Un primo maggio di simulacri
  11. Eros Barone: Il fenomeno Trump
  12. Conor Gallagher: IA e stupidità artificiale nel Golfo Persico
  13. Brian Berletic: Dall'Europa all'Asia: il piano di Washington per il dominio energetico globale attraverso il caos
  14. Dante Barontini: A piccoli passi nel delirio
  15. Stefania Consigliere e gruppo TUAS: Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia
  16. Alberto Giovanni Biuso: Esami
  17. Vincenzo Brandi: I deliri pseudo-tecnologici di Palantir e il nuovo imperialismo digitale
  18. Luca Malgioglio: Cecità selettiva
  19. Alessandro Visalli: A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Prima
  20. Carlos Javier Blanco Martín: L'Impero Occidentale: Il Grande Buco Nero
  21. Jeko Calabrone: Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro
  22. Davide Malacaria: Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra
  23. Gianandrea Gaiani: Trump e il ritiro delle forze USA: forse non tutti i mali vengono per nuocere
  24. Il Chimico Scettico: La storia, che non sapeva di essere finita -3
  25. Mario Sommella: Le ali di vetro dell’oligarchia

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