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Il complesso militar digitale tra USA e Cina

di Marco Veruggio

Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026) di Dario Guarascio, docente di Economia dell’Innovazione alla Sapienza, è un testo consigliabile per varie ragioni. Intanto perché affronta i temi della digitalizzazione del militare e della militarizzazione del digitale, che per decenni, e almeno fino all’ultima elezione di Trump, sono stati dissimulati dalla cortina fumogena della propaganda sulla Silicon Valley “progressista” e a tutt’oggi continuano a essere mal compresi. I commentatori, ad esempio, dopo la cerimonia di insediamento di Trump, con Bezos, Zuckerberg e compagnia in prima fila, hanno parlato degli imprenditori della Silicon Valley accorsi a celebrare il loro nuovo padrone, senza dubitare neanche per un attimo che almeno in qualche misura fosse l’esatto contrario, una presenza densa di significato accanto al loro nuovo rappresentante e procacciatore di commesse in gran parte militari (e anche un modo per marcarsi stretti l’un l’altro: Musk e Bezos, ad esempio, sono concorrenti nel settore dei satelliti a orbita bassa).

Il secondo motivo è che se sull’intreccio tra big tech e guerra in occidente esisteva già una letteratura in lingua italiana specialistica ma abbastanza ampia, Guarascio dedica un terzo del libro alle big tech cinesi, colmando un vuoto importante, perché capire il futuro dei conflitti commerciali, geopolitici e militari senza aver presente le due facce del problema è impossibile.

Soprattutto, però, il merito del libro è aver affrontato in modo dialettico il nodo del rapporto tra big tech e Stato, un problema la cui soluzione non è data una volta per tutte, ma viene influenzata dall’evoluzione storica dei rapporti di forza internazionali tra potenze imperialiste e, di conseguenza, anche tra i segmenti delle classi dominanti al loro interno, incluso quello che Guarascio, rifacendosi al celebre discorso di Eisenhower, ha ribattezzato “complesso militar digitale”. Il rapporto tra Stati e monopoli privati della difesa, insomma, non è statico, ma muta in base a quelle che, prendendo a prestito un’espressione dei matematici, potremmo definire le condizioni politiche e sociali al contorno. Negli anni ‘90, terminata la Guerra fredda e il keynesismo militare, gli Stati hanno demandato lo sviluppo tecnologie duali al settore privato. In America alla Silicon Valley, che tuttavia ha fatto di tutto per nascondere i residui legami col Pentagono, ammantando le proprie azioni di una retorica che vedeva in internet e nel digitale il volano di una nuova era di democrazia “dal basso”, trasparenza e progressismo.

Perciò quando, qualche anno fa, anche la “fine della storia” è finita, la storia è ineluttabilmente tornata col suo carico di diseguaglianze crescenti, epidemie e guerre più o meno ibride, e gli Stati si sono ritrovati impreparati a fare i conti con gli effetti di decenni di tagli alla spesa anche militare, e soggetti a un tasso di dipendenza inedito dal capitale privato, nel caso delle big tech, da monopoli i cui fatturati eguagliano il PIL di paesi come il Belgio o l’Austria. L’esempio di Elon Musk, che ha sfruttato il suo potere di spegnere Starlink e accecare le forze armate ucraine (come effettivamente ha fatto) per aggiustare le proprie partite negoziali con le autorità statunitensi, ad esempio, per aggirare le grane legate all’acquisizione di Twitter, è solo uno dei tanti esempi. Allo stesso tempo, però, già con Biden la Casa Bianca inizia a imporre alcuni vincoli importanti alle big tech, come il divieto di gettare cavi sottomarini (quelli su cui scorre il grosso del traffico internet globale) tra gli Stati Uniti e le aree di loro interesse e Hong Kong o altre zone sotto controllo cinese. E le big tech si adeguano, perché in un quadro segnato da tensioni internazionali e dal conseguente calo del loro business estero lo Stato americano rappresenta un’occasione per compensare con le commesse militari. Certo, con qualche distinguo, perché c’è chi in Cina, ad esempio Tesla, ha investito molto (è una delle ragioni della rottura tra Musk e Trump) e chi invece, come Amazon, nel mercato cinese non è mai potuto entrare.

Dall’altra parte del Pacifico, spiega Guarascio, anche se la presenza del regime “capitalistico di Stato” cinese potrebbe suggerire il contrario, colossi come Baidu, Alibaba, Tencent – omologhi di Google, Amazon, Meta – e Huawei nel campo dell’hardware hanno dimostrato di sapersi di sottrarre, almeno in parte, all’arcigno controllo del PCC e che comunque il rapporto è più di osmosi che di rigida subordinazione. Meglio ancora, proprio come per le big tech oltre oceano, il governo cinese, per recuperare il divario tecnologico con gli Stati Uniti, per alcuni decenni ha lasciato correre a briglia relativamente sciolta il capitale privato nei settori strategici. E le big tech cinesi ne hanno approfittato raggiungendo traguardi significativi. Alibaba, ad esempio, ha approfittato dell’assenza di un sistema finanziario fortemente digitalizzato di tipo occidentale per creare un sistema di pagamenti online particolarmente capillare ed efficace, mettendo in discussione il monopolio delle banche di Stato. Anche qui tutto ha funzionato fino a che la questione militare non è tornata al centro dell’agenda politica globale e, soprattutto con l’arrivo di Xi Jinping, Pechino ha deciso di ricondurre l’azienda all’ordine. Lo ha fatto, come naturale, coi metodi peculiari di quel tipo di regime. Quando il fondatore di Alibaba, Jack Ma, ha oltrepassato la linea rossa, ad esempio criticando apertamente il governo cinese, questo ha bloccato la quotazione in borsa del braccio finanziario della piattaforma, Ant Group, e Ma è sparito dalla circolazione per tre mesi (per poi tornare in auge e riprendere a collaborare col PCC, a quanto pare con reciproca soddisfazione).

La storia si ripete. In quella europea il caso Krupp è stato forse il più emblematico. Dopo lunghi anni di suppliche al Kaiser affinché i vertici militari prussiani, inizialmente restii, adottassero i suoi cannoni in acciaio al posti di quelli di bronzo, il capostipite della dinastia la spunta e nella guerra franco-prussiana i suoi pezzi d’artiglieria si rivelano decisivi. Da allora tra i Krupp e lo Stato prussiano e poi tedesco si apre un perenne negoziato, soggetto alle stesse dinamiche descritte da Guarascio, in cui per Berlino l’alternativa è tra assicurare loro un adeguato flusso di commesse o vedere i cannoni di acciaio prodotti nelle loro officine finire venduti anche a nemici e competitor strategici. Nel 1887 i Krupp hanno venduto 25.587 cannoni a lunga gittata a 21 paesi, molti dei quali verranno puntati contro i soldati del Reich. Durante la Prima guerra mondiale Karl Liebknecht denuncerà al Reichstag che la dinastia di Essen, grazie a un accordo per la produzione di spolette di artiglieria su licenza col secondo produttore di armi del Regno Unito, Vickers, per ogni proiettile con impresso il marchio “Krupp Patent Zünder” sparato contro le truppe tedesche incasserà generose royalty. In una fase storica come quella che stiamo attraversando essere consapevoli di queste dinamiche è fondamentale per capire ciò che succede nel mondo. Perciò il documentato lavoro di Guarascio arriva davvero al momento giusto.


Pezzo pubblicato su PuntoCritico.info
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