A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Prima
di Alessandro Visalli
In questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare alla fine a una finestra dalla quale affacciarci.
Muoveremo nella prima stanza una lettura critica puntuale, di un interessante articolo[1] di Patrick Bond. In questo primo ambiente metteremo alla prova il suo frame analitico, nel secondo, lo confronteremo con il lavoro dei coniugi Patnaik. In questi primi due ambienti saranno presentate due versioni della ricezione contemporanea della Teoria della Dipendenza che fu oggetto di un mio libro nel 2020[2].
Nella terza stanza, la più ampia, finalmente esporremo un modello concettuale che può servire ad ampliare la percezione della dinamica Occidente/Brics. Lo scopo è di fornire le risorse analitiche per sfuggire al vicolo cieco nel quale, in modo diverso, mi pare ricadono sia Bond come i Patnaik nella loro ricerca di un “soggetto” di trasformazione. Soggetto che, nella forma da loro proposta, non esiste e non può esistere. Ovvero non può attivare la trasformazione del nostro mondo alla scala richiesta. Nello sviluppare questa critica utilizzo in parte risorse argomentative proposte in Classe e Partito[3].
La ragione della chiusura di Bond (e, per certi versi anche dei Patnaik) è che entrambi sono attivi politicamente nell’area di opposizione a due forme neoliberali che informano governi Brics. Si tratta di un atteggiamento più palese nel caso indiano, più mascherato in quello sudafricano. In particolare, il trauma di Bond, nato nel 1961, attivo nel ANC e nel primo governo Mandela, autore di testi importanti come Elite transition[4], e quindi deluso della direzione che il governo Sudafricano ha preso, di fronte alle sfide dello sviluppo di un paese altamente complesso e con ineguaglianze profonde, lo porta ad una postura molto comune. In sostanza si accontenta di aprire il conflitto sociale senza indicare alternative regolative e restando sostanzialmente sul gesto. Questa mossa, diversamente da quella dei Patnaik, risuona peraltro, e profondamente, con una certa linea critica del Marxismo Occidentale, oggetto dell’ultimo libro del noto storico e filosofo marxista Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale[5], e testo centrale di una trilogia che rappresenta il suo lascito più importante[6].
Nei confronti di questa tradizione, la posizione che in Classe e Partito - e nel recente Oltre l’Occidente, vol.1 - propongo e che qui si accenna nelle conclusioni, è che per oltrepassare l’impolitico neoliberale, invece di concentrarsi sul gesto radicale, bisogna dismettere gli abiti del lutto e della sconfitta che rivestono, inavvertiti, tutto il marxismo occidentale e recepire il bisogno di collettivo e umanità. Accettare, con Gramsci (e Labriola), che anche le ideologie sono forze materiali e, sulla base delle formule del testo, esercitare ‘spinta e misura’ sulla soglia della trascendenza[7], agendo al punto di congiunzione di volontà e necessità. Tuttavia, agendo, anche rischiando, senza limitarsi alla posizione testimoniale.
La necessità di costruire questo percorso in modo sintetico, senza prendere lo spazio di un libro, ha obbligato a esplicitare meno del necessario. In parte questo lavoro si appoggia sui tre libri citati (di cui il terzo, Oltre l’Occidente 1, è in uscita a giugno per Meltemi[8]), in parte sull’apparato mostrato in nota.
Il punto è che, come dirò, i Brics sono sicuramente (e necessariamente) impegnati nella protezione e conservazione del loro capitale, e in tal senso sono in buona misura catturati nella “logica del valore”, oltre che minacciati dai “quattro meccanismi” sui quali insisteranno i Patnaik. Ma, d’altra parte, rappresentano comunque una delle decisive arene nelle quali si può oggi porre la questione della modifica degli equilibri nel “triangolo” Regolazione-Cosmotecnica-Spazio, aprendo a un mondo diverso. Mondo che non risolverà tutti i problemi, nel quale bisognerà lottare, per allargare gli spazi di liberazione.
Serve per questo un coraggio severo, che misuri sobriamente le forze e soppesi passo dopo passo le possibilità, esercitando quella filosofia della prassi[9] necessaria per abitare il mondo sempre nuovo. Mentre non serve né la ricerca di un “soggetto storico”, in un’epoca nella quale la tecnica ci attraversa e soggettivizza diversamente, né, tanto meno, la “frase rivoluzionaria” che si accontenta del gesto estetico e morale.

Prima stanza: Bond ed il subimperialismo: un percorso analitico
Patrick Bond, allievo di David Harvey[10] e molto vicino alla posizione di Ruy Mauro Marini[11] è un geografo sudafricano che insegna a Johannesburg dirigendo il Centre for Social Change[12] (partner regionale della importante Rosa Luxemburg Stiftung[13]).
La tesi di Bond è semplice: l’impero liberale occidentale è oltre ogni possibilità di recupero, ma, nello stesso momento, l’attesa del multipolarismo imperniato sugli Stati (nella fattispecie il polo dei Brics) resta fondata su un equivoco: da una parte non sanno agire collettivamente e si fanno separare quando colpiti individualmente, dall’altra essi sono “sub-imperiali” anziché anti-capitalisti. Ovvero restano dentro il capitalismo e subordinati all’accumulazione imperiale. Secondo il suo argomento lo dimostra empiricamente l’azione condotta nelle istituzioni liberali (ovvero quelle di Bretton Woods, FMI e BM), e lo dimostra la debolezza verso Israele.
Di qui nasce una ‘non-prescrizione’ politica: invece di contare sui Brics per combattere l’imperialismo (e il capitalismo), bisogna uscire da ogni logica polare. Puntare, piuttosto, su un “anti-polar internationalism”, che abbia come prassi le lotte sociali dal basso contro entrambi i blocchi che si formano nel G20. Una postura che ha, ovviamente, importanti precedenti anche entro la tradizione anglofona della linea di sviluppo della “Teoria della Dipendenza” e dei “Sistemi-Mondo” analizzata in Dipendenza[14]. Ad esempio, l’ultimo Gunder Frank diagnostica il medesimo meccanismo proposto da Marini: lo “Sviluppo del sottosviluppo”[15]. Inoltre, negli ultimi anni perviene alla medesima posizione di Bond. Una postura simile, che si affida alle lotte ‘anti-egemoniche’ dal basso, proposta durante la fase ascendente delle mobilitazioni ‘No Global’. Una posizione che è peraltro avanzata da Frank nei medesimi anni in cui Bond, più giovane di quasi venti anni, scrive Elite transition[16]. La somiglianza strutturale della diagnosi e della prescrizione di Frank e di Bond è correlata alla comune e personale disillusione per grandi mobilitazioni statuali fallite o sconfitte (nel caso di Bond la trasformazione della ‘rivoluzione’ sudafricana[17], in quello di Frank la sconfitta cilena[18]).
Il percorso di Frank è interessante: allievo del neoliberale di punta Milton Friedman, si radicalizza nel contesto della critica dello Sviluppo Sud Americana (scuola della “Teoria della Dipendenza”) ed a contatto con i fermenti che nei primi anni Sessanta si consolidano tra Messico e Brasile in linea con la critica di autori marxisti come Paul Baran e Paul Sweezy. Mette a punto uno dei modelli più potenti per criticare lo “Sviluppo del sottosviluppo” che rinvia a una concettualizzazione in termini di ‘Sistemi-mondo’ altamente interconnessi. Dopo il trauma cileno è coinvolto con Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Terence Hopkins, Samir Amin e altri nella stagione della “Scuola del sistema mondo”. Intorno al passaggio di millennio, dopo il suo libro ReOrient[19], Frank critica però in modo radicale l’idea eurocentrica di “sviluppo e progresso”, diagnosticando l’idea che non sia il capitalismo e la modernità ad aver creato un Sistema-Mondo, che preesisterebbe da millenni. Una posizione, questa, molto interessante che, tuttavia, perde il punto di vista dal quale criticare l’esistente. Perde, in altre parole, ogni possibile prospettiva trascendente. L’ultimo Frank, dopo la rottura con i suoi ex compagni (in particolare con Amin e Wallerstein), cerca di sfuggire a questo esito rifugiandosi in una posizione dialettica negativa, come scrive nel 2000,
“Affermare quale sia la pratica giusta, in un dato momento storico, è difficile; più facile è dire quale è la teoria sbagliata. Con la consapevolezza che comprendere è certo un modo di trasformare quello che si comprende, ma, di per sé, non è ancora sufficiente nel desiderio di cambiare il mondo. […] Dalle certezze, tuttavia, è difficile imparare qualcosa di nuovo. È necessario sempre rompere gli schemi anteriori, precedenti. La confusione che ne deriva non garantisce certo l’apprendimento di nuovi elementi, ma né è certo una condizione necessaria.”[20]
Il RiOrientamento che Frank propone apre molte nuove domande, ed interessanti, consente di:
- chiedersi non come l’Europa ha modificato il mondo, ma come il mondo ha costruito l’Europa;
- individuare le dinamiche storiche congiunturali che hanno spostato gradualmente il centro di gravità mondiale e simultaneamente determinato il declino dell’Asia e l’acquisizione da parte dell’Europa di una posizione dominante e vantaggiosa nei commerci e di attrazione dei capitali.
In questa prospettiva la “modernità” diventa il risultato della piena integrazione dell’Europea nel sistema mondo esistente, e non la causa della costituzione del sistema-mondo capitalistico; diventa un evento tra gli altri, che ad un certo punto si concluderà.
Il problema (del venire meno della trascendenza) è che insieme alla “modernità”, viene a cadere ogni possibile mito del “progresso”, e anche che viene in questo modo riclassificata la discontinuità storica che ha dato avvio al capitalismo come una modificazione marginale (questa è l’accusa che gli rivolgerà Amin). In questa prospettiva il sistema mondiale, e la struttura ‘centro/periferia’, sembrano piuttosto posti come invarianti della storia umana, e quindi ontologizzati; diventano fonte di trasformazione ciclica per la quale in sostanza non c’è da fare (ancora l’accusa di Amin, e in trasparenza quella di Arrighi). La storia sembra, alla fine, muoversi da sola, intorno all’economico (l’accusa di Wallerstein, e di Arrighi).
Questo è quel che si perde. Quel che resta, nella prospettiva dell’ultimo Frank, è il fatto che la storia è ancora (e forse ancora più) lotta tra frazioni delle classi dominanti per acquisire posizioni di vantaggio relativo, sulla scena mondiale, e anche per “rendere possibile – e necessaria- l’oppressione sulla classe dominata”.
Insomma, rispetto alla vecchia ‘teoria della dipendenza’, l’ultimo Frank presume che si debba partire dalle relazioni tra parti entro una totalità mondiale e non solo tra ‘centri’ e ‘periferie’. Ciò in quanto anche il ‘centro’, il Nord del mondo, non si è naturalmente sviluppato endogenamente, secondo un’idea di modernizzazione verticale e autocentrata. Gunder Frank propone di considerare ogni sviluppo sempre come effetto di una relazione estesa a livello mondiale.
Ne consegue che “nella lotta che abbiamo fatto contro il capitalismo e per una società socialista, combattevamo il nemico sbagliato con gli strumenti sbagliati”[21].
Questa idea ha radici in una critica che Frank svolge, già nel finire degli anni Settanta, a quello che è il modello implicito replicato da chi spera nei Brics: la contrapposizione tra mondo comunista sovietico e Usa. Per lui il socialismo ‘reale’, sovietico e cinese, sul piano economico erano solo un’altra versione di capitalismo (o, secondo l’ultima posizione, più radicalmente, è proprio il “capitalismo” a essere un’etichetta fuorviante). Erano comunque volti a sfruttare il sud, e quindi ad attivare lo “sviluppo del sottosviluppo”.
Analogamente alla posizione di Bond sui Brics, ne deriva la conclusione che non c’è di fatto un sistema alternativo e dunque “resta solo la lotta”. Si tratta di una posizione che, per usare una formula citata in precedenza, che “veste gli abiti del lutto” (ma se li fa bastare). In questo modo viene, però, chiusa la strada dell’azione collettiva politica. Strada che, per chi veniva dalle speranze degli anni Cinquanta e Sessanta, dalla contrapposizione sovietica, e ha attraversato il Novecento nel quale è caduto prima il mito di Stalin, poi quello sovietico, e infine quello di Mao, appariva svanita.
Dunque, l’ultima speranza di Frank è nei “movimenti”[22]. Precisamente quelli imperniati sull’esperienza della Conferenza di Seattle del 1999, il Forum Sociale di Porto Alegre ed il movimento “No global”.
La somiglianza strutturale tra il percorso logico e politico di Gunder Frank e quello di Patrick Bond (separati biograficamente da trenta anni), risalta agli occhi. Si ritrova la medesima postura, come scrive Lucio Magri[23], che non si illude sul “nuovo mondo” in cammino, esercitando una visione “fredda e impietosa” sullo stato effettivo delle cose.
Come abbiamo appena visto, l’impostazione di Bond è connessa con il dibattito sulla Dipendenza e la critica del Sistema-Mondo di cui ho parlato nel libro del 2020[24], e precisamente al concetto di subimperialismo, proposto da Ruy Mauro Marini che, tuttavia rinvia a Frank in alcuni passaggi chiave[25]. In base a questo operatore analitico, un paese semi-periferico (Marini pensava al Brasile dei militari nel 1965[26]) invece di opporsi all’imperialismo statunitense si adatta ad integrarsi funzionalmente in esso, assumendo il ruolo di potenza intermediaria regionale. In altre parole, esporta capitale ed esercita intimidazione e violenza verso i paesi ancora più periferici della propria area - fungendo in tal modo da centro d’ordine locale - e ottiene in cambio una quota maggiore del plusvalore per le proprie borghesie intermediatrici.
Più dettagliatamente, l’integrazione dell’industria nazionale in quella del centro dominante (Nord Americano, nella fattispecie), attraendo investimenti e tecnologie, da una parte ha aumentato la capacità produttiva, dall’altra ridotto in senso relativo l’impiego di manodopera (perché incrementa l’efficienza, grazie all’importazione di tecnologie e mezzi di produzione avanzati). Ma questo ha aperto uno squilibrio strutturale tra la creazione di mercati interni, via distribuzione del valore, e la struttura produttiva. Ciò ha portato alla “assolutizzazione della tendenza al pauperismo, che conduce al soffocamento della stessa capacità produttiva del sistema”[27]. Questa contraddizione – per la quale la produzione si espande, ma si riducono le possibilità di creare un adeguato mercato nazionale e, al contempo, si ingrossa l’esercito industriale di riserva marxiano – non è, per Marini e Bond, peculiare del capitalismo brasiliano, ma “del capitalismo in generale”.
Tuttavia, nei paesi centrali questa tendenza strutturale è stata combattuta (negli anni in cui scrive Marini) tramite almeno due “controtendenze”: l’espansione interna (adattamento tecnologico e Welfare State) e l’apertura di mercati esteri controllati. Ciò che è interessante (e ci torneremo nella Terza stanza parlando del “triangolo” che proveremo a concettualizzare come arena della lotta), è che per Marini “l’irrazionalità dello sviluppo capitalistico in Brasile deriva proprio dall’impossibilità che ha di controllare il suo processo tecnologico, dato che la tecnologia per esso è un prodotto di importazione”[28]. Di qui, direttamente, scaturisce l’obbligo di rivolgersi al “Subimperialismo”. Infatti, ancora Marini: “praticamente, questo si traduce innanzitutto in una spinta dell’economia brasiliana verso l’estero, nella preoccupazione di compensare con la conquista di mercati già esistenti, soprattutto in America Latina, la sua incapacità di ampliare il mercato interno. Questa forma di imperialismo conduce indubbiamente a un subimperialismo”[29]. La differenza tra “imperialismo” e “subimperialismo” non è, dunque, politica (questione di soggezione, o di cattura delle élite), quanto di struttura economica, in quanto la medesima dinamica di accumulazione, privata della capacità di gestire la traiettoria tecnologica e di governare lo spazio interno ed esterno (il primo per carenze di risorse), determina la particolare posizione nella catena della dipendenza che Marini chiama “Sub-imperialismo”.
Si tratta di una concettualizzazione semplice e potente, perfettamente adeguata al suo modello: il Brasile dei primi anni Sessanta. E perfettamente adeguata all’ambiente tecnico nel quale si muoveva. Infatti, in quanto modello di funzionamento - cambiando i fattori e i mezzi - può essere applicato ovunque: ad alcune forze economico-sociali (e politiche) del Nord Italia verso il centro egemone franco-tedesco in alcune fasi della ristrutturazione europea; ad alcune élite e circoli europei verso l’egemone statunitense; ad alcune regioni del mezzogiorno italiano, del Nord spagnolo, dell’Est tedesco, dell’Ovest britannico e via dicendo.
Come abbiamo visto, Bond applica oggi ai Brics questo modello concettuale, che ha i limiti della sua stessa efficacia.
Svolgendo un’analisi che resta impostata su assetti di transizione che hanno trovato forma compiuta intorno agli anni finali della svolta neoliberale (anni Novanta-Duemila) la sua diagnosi è che le economie “Sub-imperiali” restano centrali nelle catene del valore globali dato che si occupano - per esse - dell’estrazione e della lavorazione delle materie prime e della produzione di beni a basso costo (facendo riferimento soprattutto alla Cina a partire dagli anni Duemila). La differenza con il nucleo “imperialista” è che questo estrae valore da quello “sub-imperiale” attraverso il controllo dell’intermediazione finanziaria, dei diritti di proprietà intellettuale, del controllo della tecnologia e della posizione apicale nella distribuzione[30]. Infine, ciò è confermato, sul piano che poi chiameremo Regolatorio, dall’azione politica dei paesi “sub-imperiali” che cooperano con il multilateralismo imperialista, ovvero con l’ONU, e le altre Istituzioni, incluso il G20.
Questa è l’insieme di ragioni per le quali, per Bond, “anziché perseguire un'agenda multipolare contro l'Occidente, gli stati BRICS operano generalmente all'interno del nucleo dell'imperialismo”. Il primo esempio è il vertice del G20 a Washington nel 2008, convocato per coordinare il salvataggio del sistema finanziario occidentale. In cambio i paesi “semi-periferici” chiesero, nel Comitato per la riforma del FMI, maggiori risorse (1.000 miliardi) per sostenere i creditori Brics dal rischio di insolvenza dei paesi più poveri (ovvero “periferici”). Il piano fu approvato nel 2009 e ciò portò a un maggior ruolo dei Brics nel FMI stesso (la quota di proprietà e di diritto di voto della Cina aumentò del 37%, quella dell'India del 23%, quella del Brasile dell'11% e quella della Russia dell'8%). Questo incremento di influenza dei Brics è letto come a scapito dei paesi più poveri. Quindi, “attraverso la ricapitalizzazione del G20 e del FMI, i leader dei BRICS hanno deciso di aderire – anziché combattere – alle istituzioni di Bretton Woods e ai circuiti finanziari occidentali. È più corretto definirla una deformazione multilaterale, non una riforma.”
Quale ulteriore prova viene portata da Dichiarazione di Kazan,[31] dell’ottobre 2024, nel XVI Summit Brics in Russia, nel quale l’associazione, nel mezzo giova ricordarlo della guerra in Ucraina nella quale la Russia è stata oggetto delle più brutali sanzioni internazionali, di natura finanziaria e commerciale, viene dichiarato l’impegno per il rafforzamento del multilateralismo per uno sviluppo globale giusto e la sicurezza.
Come si trova scritto,
“Riaffermiamo il nostro impegno a mantenere una rete di sicurezza finanziaria globale forte ed efficace, con un FMI basato su quote e adeguatamente finanziato al suo centro... Riaffermiamo il nostro sostegno a un sistema commerciale multilaterale basato su regole, aperto, trasparente, equo, prevedibile, inclusivo, imparziale, non discriminatorio e basato sul consenso, con l'Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.
Impostazione confermata al Vertice di Rio, a luglio, e accompagnata dalla richiesta di aumentare le quote di adesione al FMI e l’appoggio al G20 come “piattaforma per il dialogo tra economie sviluppate ed emergenti su un piano di parità e di reciproco vantaggio, al fine di ricercare congiuntamente soluzioni condivise alle sfide globali e promuovere un mondo multipolare”.
Sulla base di questa diagnosi classica, viene diagnosticato lo “scambio ecologico ineguale” tra centro e periferia (con la differenza, anche questa tipica, che viene interposto un anello intermedio “semi-periferico”, o, è lo stesso, “semi-centrale”).
La conclusione è alta e forte, idealmente brillante, ma del tutto priva di contenuto specifico.
“L'eredità di Trump come presidente del G20 del 2026 e la sua promessa di accantonare ogni considerazione su temi quali il clima globale, la salute pubblica, il commercio internazionale, la pace e la retorica contro la disuguaglianza, ereditata da Lula e Ramaphosa, avrebbero dovuto indurre quest'ultimo a organizzare un'esclusione del 2025 con un voto per cacciarlo (come fece il G8 con Putin nel 2014 dopo l'invasione russa della Crimea).
Nonostante la retorica multipolare che promuove ‘solidarietà, uguaglianza e sostenibilità’ – le parole chiave di Ramaphosa al G20 – l'assimilazione dei BRICS nell'economia politica dominata dall'Occidente e nella cattiva governance globale continuerà a mostrare tutte le caratteristiche di un allineamento sub-imperiale, piuttosto che di una sfida antimperialista. Ciò andrà a discapito di tutti, tranne che delle élite del G7 e dei BRICS, e quindi continuerà a rafforzare la necessità di una resistenza politica antipolare”.
La tesi sarebbe, insomma, che in sostanza continua il drenaggio di ricchezza dai paesi poveri verso i ricchi, passando per i nodi intermedi dei Brics. Ciò passerebbe per gli enormi flussi di profitti che sono accumulati dalle società multinazionali, per grandissima maggioranza ‘occidentali’ sia in patria sia, in misura maggiore, in opportuni paradisi fiscali. Ovvero, sarebbe ancora del tutto vero che seguendo la catena del valore di un qualsiasi prodotto realizzato in un paese a basso costo del lavoro (e sovra-sfruttando lo stesso) e rivenduto al termine di una lunghissima catena in uno ad alto reddito sarebbe invariato il saggio di sfruttamento storico[32].
I punti specifici della critica sono l’enorme eccesso di capacità produttiva creato dalla Cina[33], ovvero la sovraccumulazione e le politiche spesso estrattive nelle aree di proiezione[34]. Politiche che arrivano fino al “supersfruttamento”[35].
Giova sottolineare, ancora una volta, che la struttura teorica e concettuale che è implicita in termini come “supersfruttamento”, proposti negli anni Settanta da Marini, nomina in effetti qualcosa che tra gli anni Sessanta e quelli Novanta del Novecento è stato più che presente, ma ora va in crisi crescente. Si tratta del trasferimento di una parte della quota salari in fonte di accumulazione, ovvero in favore della quota profitti[36]. Questo è il meccanismo, per via di trasmissione attraverso paesi intermedi e ragioni di scambio accuratamente presidiate, al quale, a parere di Bond, partecipano tutt’ora i Brics.
Questa analisi fonda la ragione per la quale essi non sono un’alternativa al capitalismo, come forma organizzativa che informa il Sistema-mondo[37], né sono una semplice appendice a Washington. Sono, piuttosto, delle semi-periferie che si organizzano e cercano di negoziare collettivamente i termini della propria integrazione (e conseguente distribuzione dei margini di plus-valore). Chiedono solo più quote e protagonismo senza mettere in discussione l’architettura generale di sistema capitalista.
Ciò che si ottiene in questo modo è la harveyana “Accumulazione per espropriazione”[38].
Su questa linea, in Dispelling the Multipolar Myth[39], un articolo del 2025 pubblicato a settembre sulla rivista del Rosa Luxemburg Stiftung, Bond sostiene che il multipolarismo è un mito nel senso forte. Non è tanto falso, quanto ideologicamente produttivo di effetti. Permette ai Brics di presentarsi come alternativa mentre lavorano per integrarsi in posizione meno subalterna. E permette alle élite del Sud globale di giustificare con una narrativa che attrae simpatia la propria accumulazione. Alla sinistra occidentale consente di avere un surrogato che attenua il proprio senso di sconfitta strategica.
Come vedremo subito, da questa critica che non è certo completamente infondata emerge, però, una non-prescrizione: l’unica cosa che si può fare è di rifiutarsi di orientarsi verso uno dei poli, ma di porsi come anti-polar political resistance. Una tesi radicale, programmaticamente non chiara, la quale cade nel mezzo di un’accelerazione imperiale brutale, non certo da parte dei Brics[40]. D’altra parte, proprio nell’ultimo saggio, del dicembre del medesimo anno, Like South Africa, the Brics suffer from Trump appeasement syndrome[41], Bond diagnostica e inserisce elementi di “analisi concreta”, ovvero riconosce la tendenza a cedere di fronte alle pressioni trumpiane (e che da allora sono sfociate in una sistematica aggressione militare, prima contro il Venezuela e poi contro l’Iran, entrambi nell’area Brics). Ma, sulla base di questa osservazione, il minimo si può dire che l’integrazione in posizione meno subalterna non sarebbe tanto un confluire, quanto un competere, un adattarsi.
In senso più ampio lo schema del “Sub-Imperialismo” è oggi internamente sfidato dall’autonomizzarsi della Tecnologia (o meglio dei “Complessi tecnici”) dell’ecosistema Brics (sotto la spinta cinese, ma anche per certe aree indiana e russa) e dalla disponibilità di risorse per l’organizzazione autonoma dello Spazio. Come vedremo, si tratta di due dei vertici del Triangolo di cui parleremo nella terza stanza.
Bond sostiene, in definitiva, che la tesi di quella parte della sinistra internazionale che ritiene avere nei Brics un potenziale per generare nuove relazioni di potere basate su reciproco rispetto, e tali da produrre contesti equi, sia in errore. Questa ipotesi avrebbe bisogno, per essere plausibile, di verificare la possibilità di far retrocedere l’egemonia degli interessi occidentali (ad esempio, cambiare OMC, FMI e BM, tutte ancora di ispirazione neoliberale che serve a sostenere l’agenda delle multinazionali).
La fattibilità di una reale multipolarità lo vede, invece, particolarmente scettico. La questione diventa quindi di opporsi sia all’unipolarismo imperialista, americano nella fattispecie (ma anche europeo evidentemente), come alla multipolarità subimperialista. Una sorta di versione “antipolare” della lotta (o, come dice, “quantomeno ‘non polare’”).
Bond, “dal punto di vista della sinistra indipendente”[42], afferma perciò che il blocco Brics si è trasformato in una rete di potenze sub-imperialiste in crescita e a servizio (almeno “in generale”) degli interessi del capitale internazionale; cosa che è mostrata empiricamente dalla loro ubbidienza alle istituzioni multilaterali neoliberiste (FMI, BM, OMC) e strutturalmente dalla forma della loro economia e società[43]. Precisamente nei settori del commercio internazionale, degli investimenti e della finanza.
Salvo poche eccezioni, l'obiettivo dei BRICS non è tanto quello di abolire o modificare radicalmente i meccanismi del capitalismo internazionale – commercio, debito, investimenti e lavoro migrante – quanto piuttosto di ridurre il dominio degli Stati Uniti e, più in generale, dell'Occidente su tali processi.
Questa diagnosi appare per molti versi datata. Questo meccanismo è operante, ed ha una notevole forza, ma viene sempre più sfidato, attraverso un’azione sviluppata su tutti e tre i vertici del Triangolo che troveremo nella Terza Stanza. Azione che spiega e giustifica il nervosismo, e l’esercizio di violenza, nordamericano.
Intermezzo. La “frase rivoluzionaria”
Questa impostazione ha il pregio della chiarezza, ma, nel suo autointrappolamento che è in parte derivante da rigidità analitiche, il difetto di inclinare verso la “frase rivoluzionaria”. L’utilizzo di categorie, il “subimperialismo” di Marini, nate nel post-Bretton Woods ed entro la controffensiva unipolare (entro la logica del Blocchi della Guerra Fredda), potrebbe trovare qualche spazio per paesi come l’Argentina, o, in Medio Oriente, la Turchia, l’Arabia Saudita (i quali, non per caso, agiscono anche come ponte o traduttori tra i poli in formazione), ma fatica ad adattarsi a paesi contro-egemonici come la Cina, e per certi versi la Russia). Qui si tratterebbe, casomai non di “sub-imperialismo”, ma di “concorrenza egemonica” e questa su tutto il campo tensionale del Triangolo, come vedremo.
È una tesi che potrebbe essere oggetto della nota critica di Lenin alla “frase rivoluzionaria”[44], soprattutto se non indica un soggetto plausibile che, dotato delle sufficienti risorse potenziali, possa mobilitarsi in tale direzione e produrre effetti concreti sul mondo. Ovvero, se è sconnessa dalla “analisi concreta della situazione concreta”, analisi rivolta all’azione e non alla mera consolazione della propria identità. Vediamo come la vedeva Lenin, nel momento in cui si trattava di decidere se giungere a compromessi con la Germania del Kaiser o morire: cosa è la “frase rivoluzionaria”? Semplicemente è la ripetizione di parole d’ordine senza tenere conto delle circostanze obiettive. La definizione è perfetta: “parole d’ordine magnifiche, attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé”. Le parole d’ordine sono ‘magnifiche’ perché contengono solo “sentimenti, desideri, collera, indignazione”, ma niente di altro. Quando si pronunciano ‘frasi rivoluzionarie’, continuo a leggere da Lenin, “si ha paura di analizzare la realtà oggettiva”. E, ancora, poco dopo, “se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario, ma un chiacchierone”, ciò non significa che piaccia, ma che “non c’è altra via”[45] che tenere conto della realtà; la “rivoluzione mondiale”, che prevedrebbe di abbandonare la costruzione del socialismo intanto dove concretamente si può tentare, per Lenin arriverà pure, ma, scrivendo nel 1918, “per ora è solo una magnifica favola, una bellissima favola”[46]; dunque crederci nell’immediato significa che “solo nel vostro pensiero, nei vostri desideri superate le difficoltà che la storia ha fatto sorgere”.
Dunque, le difficoltà che la storia fa sorgere devono essere superate. Ma non nel pensiero, bensì nel fango, sul ventre, strisciando, secondo le immagini del grande rivoluzionario russo. Cosa bisogna fare, invece? Ciò che va fatto è del tutto diverso: bisogna “porre alla base della propria tattica, anzitutto e soprattutto, l’analisi precisa della situazione obiettiva”[47].
Note
[1] - Bond, P., Dispelling the Multipolar Myth, Rosa Luxemburg Stiftung, 5 settembre 2025.
[2] - Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare, Meltemi, Milano 2020
[3] - Visalli, A. Classe e Partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo, Meltemi, Milano, 2023.
[4] - Bond, P., Elite Transition: from apartheid to neoliberalismo in South Africa, Pluto Press, London, 2000.
[5] - Cfr. Losurdo, D., Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017,
[6] - Insieme a Losurdo, D., La lotta di Classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013, e il postumo Losurdo, D., La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, Carocci Editore, Roma 2021.
[7] - Cfr. Visalli, A., Classe e partito, op.cit., p. 238.
[8] - Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol. 1, Meltemi, Milano 2026.
[9] - Qui l’ovvio riferimento è Antonio Labriola e Antonio Gramsci, si veda Visalli, A., Classe e Partito. op.cit. “Agire”, da p. 263.
[10] - David Harvey non ha bisogno di presentazioni, geografo marxista inglese, autore di centinaia di autorevoli interventi e vicino ad alcune aree anglosassoni della Teoria della Dipendenza, ma in polemica con altre. Ad esempio con la linea dei coniugi Patnaik, come vedremo. Si veda, ad esempio, David Harvey, “The geography of capitalis accumulation: a recostruction of the marxian theory”, Antipode 7, 1975; David Harvey, “Space of capital”, Routledge, 2001; David a Harvey, “The limits of capital”, Blackwell, 1982.
[11] - Teorico della Dipendenza brasiliano, scomparso nei primi anni Novanta, autore di Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, Einaudi, Torino 1974 (raccolta di saggi dal 1969 al 1973).
[12] - https://www.uj.ac.za/faculties/humanities/research-centres/centre-for-social-change/
[13] - https://www.rosalux.de/en/
[14] - Visalli, A., Dipendenza, Op.cit.
[15] - Il ruolo delle borghesie ‘compradore’ nel drenare il surplus prodotto e trasferirlo grazie alla loro interconnessione con i centri dominanti “sviluppati”, con ciò e per ciò riproducendosi come classe. Questo è il meccanismo attraverso il quale il sistema per Frank “sviluppa il sottosviluppo”. Cfr. Frank, A.G., Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino 1969 (ed. or. 1967); Frank, A.G., America Latina: sottosviluppo e rivoluzione, Einaudi, Torino 1971 (ed. or. 1969). Cfr. anche, Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. 171 e seg.
[16] - Nel quale libro, del 2000, Gunder Frank non è citato, mentre Samir Amin lo è 8 volte, Wallestein e Arrighi 4 volte per Anti-Systemic movement, il libro del 1989 con Terence Hopkins. L'assenza di Frank, che sarebbe invece logico acquisire per la genealogia mariniana, e la centralità di Amin e Wallerstein segnalano la provenienza ed il radicamento teorico di Bond: non la dipendenza latinoamericana classica, ma il sistema-mondo in chiave africanista.
[17] - Il partito di Nelson Madela prese il potere in Sud Africa accompagnato da speranze di rinnovamento profondo e sulla spinta di un movimento radicale molto forte. Bond, che è bianco, accompagnò il movimento e assunse ruoli nel primo governo. Ma, molto presto, dovette assistere ad una involuzione radicale verso pratiche estrattive, sfruttamento e impostazioni fiscali neoliberali che lo allontanarono, portandolo su posizioni critiche radicali.
[18] - Il Cile di Allende fu una esperienza chiave della svolta a sinistra del Sud America degli anni Sessanta. Andato al potere vincendo elezioni con una coalizione che andava dalla sinistra democristiana all’appoggio dei comunisti di Corvalan, il presidente socialista avviò una serie di riforme di grande ambizione. Frank fu impegnato a fondo in questa esperienza che, per errori interni, mancanza di radicalità (secondo il nostro) e pressione statunitense, erose il suo consenso nelle classi alte e, soprattutto, in quelle popolari e fu interrotta improvvisamente da un violentissimo golpe condotto dal capo dell’esercito, generale Pinochet.
[19] - Frank, A.G., ReOrient: global economy in the Asian Age, University of California Press, Berkley, 1998. Nel testo Frank sostiene che il “Sistema-mondo” era operativo da seimila anni, con cicli di sviluppo e di crisi che si propagano all’intero pianeta, ed accumulazione di capitale come principio organizzatore di leadership egemoniche che avvicendano ‘centri’ e ‘periferie’. L’attacco è particolarmente pesante, e parte dall’accusa di inconsapevole eurocentrismo, dissolvendo completamente la specificità presunta della civiltà occidentale come forma capace di estendersi ed incorporare, dominandolo, il mondo. Frank rifiuta in radice lo sforzo di buona parte delle scienze storiche di individuare un punto, od un criterio, di demarcazione per spiegare l’eccezionalismo europeo. Prediligendo la continuità e dissolvendo le differenze, interpretate come travestimenti del senso di superiorità occidentale, e della sua falsa coscienza, fa radicalmente venire meno l’idea, sulla quale si forma buona parte della cultura critica occidentale (almeno a partire dall’illuminismo), che esista un solo sviluppo possibile. Una idea che innerva profondamente le scienze economiche. Nella polemica che segue con i suoi vecchi compagni Frank ammette che l’obiettivo critico è la stessa nozione di “capitalismo”. Esso è, come concetto teorico e come ideologia, incoerente con la realtà storica mondiale: il capitalismo non esiste o tutto è sempre stato capitalismo. Cfr. Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. cap. VII “Divaricazioni: ha senso parlare di capitalismo?”, p.341 e seg.
[20] - Frank, A.G., Per una storia orizzontale della globalizzazione. Sette lezioni di Andre Gunder Frank, a cura di Annamaria Vitale, Rubettino, 2004, p. 140.
[21] - Frank, A.G., Per una storia orizzontale della globalizzazione. Op.cit., p.140.
[22] - Ma da studiare con il metodo della “storia orizzontale”, nella loro particolarità ma anche nelle loro relazioni reciproche, consapevoli o non, e nella loro presenza entro un movimento generalizzato, connesso con la fase (espansiva o depressiva) del Sistema-mondo e del suo ciclo di sviluppo. I “movimenti sociali”, nell’accezione di Frank sono quindi connessi al tema della globalizzazione e questa alla caduta del socialismo, che è letto come parte dell’inconsapevole imperialismo culturale occidentale. La critica alla tradizione socialista, e marxista, è dunque drastica e radicale.
[23] - Si veda questo bel pezzo di Lucio Magri in occasione della sua morte nel 2005, “Un marxista del centro e della periferia”, Il Manifesto, 27 aprile 2005.
[24] - Visalli, A., Dipendenza. Op.cit.
[25] - In Il Subimperialismo brasiliano, Frank è citato già in un saggio del 1969 (cf. p. 109), con riferimento agli interventi pubblicati come Capitalismo e Sottosviluppo in America Latina.
[26] - Il riferimento teorico è qui un saggio del 1965 di Ruy Marini in un articolo per i Monthly Review nel quale denuncia il ruolo della giunta militare brasiliana nell’appoggiare il ruolo imperiale americano in Sud America. La forma dell’argomento è interessante, per dare conto della velocità, con la quale vicende di sessanta anni prima in un altro continente sono chiamate a testimonianza e sistemazione teorica di altre del tutto lontane nel tempo e nello spazio (e dunque, per definizione, essendo il “capitale” un’astrazione socialmente, politicamente e spazialmente determinata, non traducibili senza mediazioni). Marini, R., “Brazilian ‘interdipendence’ and Imperialist integration”, Monthly Review.
[27] - Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, op.cit., p. 125. Si veda qui la chiara derivazione luxemburghiana di questa analisi.
[28] - Idem.
[29] - Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, op.cit., p. 126.
[30] - Chiaramente, e qui si ripercorre la classica analisi harveyana, i centri “Sub-imperiali” accumulano capitale, che tende alla sovraccumulazione e quindi cercano di esportarlo “tramite investimenti diretti esteri, o prestiti e scambi commerciali”. Al netto dell’imprecisione della formula (gli “scambi commerciali” dovrebbero, se mai, accentuare l’accumulazione, soprattutto se “ineguali”), la cosa è spiegata con la successiva denuncia di processi di “dumping” intenzionali (il riferimento trasparente sarebbe alla Cina, ma, di nuovo, in tal caso si ottiene un trasferimento di capitale alla controparte, dato che la vendita avviene sotto il prezzo di produzione, ma questo ha effetti molteplici, non solo “indebolimento” – industriale – del potenziale concorrente).
[31] - https://dirco.gov.za/wp-content/uploads/2024/10/XVI-BRICS-Summit-Kazan-Declaration-23-October-2024.pdf
[32] - Quello per il quale non di rado il margine dei produttori primari, quando sono indipendenti, è di pochi punti percentuali, mentre quello della casa madre che li distribuisce nell’ordine dieci e più volte superiore. In altre parole, crescenti flussi di plusvalore provenienti in ultima istanza da lavoratori cinesi, bangladesi, messicani, e accumulati nelle capienti casseforti dei paesi centrali continuerebbe a fluire nel capitalismo occidentale, o dominato dall’occidente. Ruy Mauro Marini imperniava la sua analisi sulla nota distinzione di Marx tra “plusvalore assoluto” (si intende per “plusvalore assoluto” la quota dei profitti della quale si appropria l’imprenditore semplicemente aumentando le ore di lavoro senza incremento della produttività.) e “plusvalore relativo” (si intende per “plusvalore relativo” la quota dei profitti della quale si appropria l’imprenditore aumentando l’efficienza della produzione, attraverso investimenti di capitale o modifiche organizzative), argomentando che già nel finire dell’Ottocento quello che chiamava, appunto, “supersfruttamento” nelle colonie otteneva l’effetto di incrementare il plusvalore “relativo” anche entro la Gran Bretagna. Questa proposta ricostruttiva di Marini tendeva ad enfatizzare il sovrasfruttamento che si dà nelle periferie colonizzate, da parte degli agenti imperiali (in particolare privati). In altri termini, il fenomeno generale, preso ad elevato livello di astrazione, vede l’importazione di beni più a buon mercato rendere possibile al capitalismo ridurre quello che Marx chiama tempo di lavoro necessario alla riproduzione senza ridurre i livelli di consumo. Questo effetto è stato fino ad oggi massivamente presente nel nostro mondo, a tutte le scale, e si è manifestato in grande evidenza durante la mondializzazione degli anni Novanta e Zero: la possibilità di acquistare camice di cotone a pochi euro, come altro, grazie alle importazioni a prezzi calanti da paesi nei quali il costo del lavoro complessivo era inferiore, ha consentito di abbassare i salari senza toccare il livello dei consumi che garantisce la riproduzione. O, almeno, ha messo in moto una meccanica di riduzione progressiva di quelli e questa graduale e sostenibile psicologicamente e quindi socialmente e politicamente. Questa meccanica ha un vincitore, il capitale delle regioni ad alto reddito, e diversi perdenti, i lavoratori “supersfruttati” dei paesi coloniali e quelli “sfruttati” dei paesi ricchi.
[33] - L’analisi deriva da un’analisi di David Harvey del 2001, quando notò che nell’Asia centrale ogni centro di capitale in via di sviluppo in competizione cercava soluzioni spazio-temporali sistematiche per il proprio capitale in eccesso, definendo sfere di influenza territoriali (Harvey, D., The new imperialism, Oxford University Press, 2003).
[34] - Sono anche da segnalare le critiche di Samir Amin, sia pre sia post apartheid per la medesima ragione strutturale, il dominio dei capitali estrattivi e monopolistici i quali spingono i salari sotto la soglia di sussistenza (modello tipicamente vicino a quello di Ruy Mauro Martini). A dire di Bond lo stesso Amin, al vertice Brics di Johannesburg avrebbe aderito a questa interpretazione (Bond, Patrick, “Samir Amin Diagnosis of worst case racial capitalism”, CADTM, 11 novembre 2023).
[35] - Si intende, come cercheremo di chiarire, per “super” sfruttamento, uno sfruttamento che va oltre il livello “normale” nel quale il valore prodotto viene reso a disposizione del lavoratore fino al punto di riproduzione della capacità che è prestata al ciclo produttivo. Ad esempio, se per riprodurre un mese di vita è necessario disporre di una casa, sessanta pasti, una certa dotazione di energia, alcuni vestiti e altri beni durevoli e di intrattenimento, il salario che consente di comprarli è di equilibrio la forza-lavoro è comprata al suo prezzo. Se la produttività del lavoratore consente di produrre i beni il cui valore di scambio è eguale a tale salario in quattro ore al giorno per ventuno giorni, le altre quattro ore di lavoro sono produttrici di plusvalore attraverso il plus-lavoro e quindi definiscono il saggio di sfruttamento. Ci sono due forme attraverso le quali può darsi il “sovrasfruttamento”. Il primo, più ovvio, è la contrazione del salario in condizioni inferiori alla ‘convenzione’, tipica delle economie di esportazione. La seconda è indiretta. Se i vestiti, i beni durevoli e alcuni altri beni nel paniere di riproduzione sono forniti sottoprezzo, a causa della presenza di lavoro meno costoso nelle periferie, allora si può abbassare il salario sotto il (vecchio) livello di riproduzione e lo “sfruttamento”, senza cambiare le ore lavorate, diventa “super sfruttamento”. Questo effetto è il dividendo imperiale.
[36] - Questo trasferimento per lo più è ottenuto non solo aumentando il plusvalore relativo (aumentando, ovvero, la produttività a parità di salario), bensì soprattutto remunerando la forza lavoro al di sotto del suo valore effettivo. Questo effetto, che Marx considerava di fatto non possibile, dato che violava il presupposto (medio, ovviamente) che “le merci, e quindi anche la forza-lavoro, sono comprate e vendute [sempre] al loro pieno valore” (Marx, K., Il capitale, vol III), può essere ottenuto anche tramite il trasferimento di beni al di sotto del valore medio nei paesi di destinazione e quindi tramite lo sfruttamento nelle ‘colonie’ o, in altre parole, l’imperialismo. Ovviamente ciò si mostra anche ‘senza vesti’ nelle periferie vere e proprie, dove la dinamica competitiva e la possibilità di estrarre il plusvalore liberamente conducono alla possibilità di estendere il puro e semplice ‘sovrasfruttamento’ fino ai suoi limiti fisici.
[37] - Cfr. Visalli, A., Dipendenza, Cap VII, Divaricazioni, op.cit.
[38] - Con la sua focalizzazione sulla “accumulazione per espropriazione”, o “capitalismo estrattivo”, Harvey propone di spostare l’accento critico dalle contraddizioni nella produzione (e quindi dello sfruttamento) in quelle della realizzazione di valore (e quindi dello scambio ineguale). Il punto fondamentale si ha quando il valore è prodotto in un ambiente (es. in Cina, con la sua “convenzione” e le sue condizioni strutturali) e realizzato in un altro (es. in Italia, con la sua “convenzione” e condizioni strutturali). Oggi, per Harvey, il capitalismo recupera valore fondando sulla circolazione, più che sulla produzione, e quindi basandosi su una geografia complessa. Nel contesto di questi rapporti un meccanismo che prende spazio è quello, normale nel capitalismo, del puro e semplice “spossessamento” senza contropartita, o con contropartite largamente insufficienti. Questo meccanismo è sempre stato presente, ma ha particolare rilevanza nelle fasi di crisi e transizione.
[39] - Bond, P., Dispelling the Multipolar Myth, op.cit.
[40] - Si veda, per l’analisi di fase gli interventi dell’ultimo trimestre sul blog Tempofertile: “3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto”, “Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas”, “A Trump piace vincere. Note sull’Iran e l’avvio della ‘Campagna delle Guerre’ Usa”, “La Caccia al Cervo della Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”, “Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”, “Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale”, “La scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare”, “Risiko energetico e terza Guerra del Golfo”, “Transizioni. Scenari e poche note sulla crisi del 2026”.
[41] - Bond, P., Like South Africa, the Brics suffer from Trump appeasement syndrome,
[42] - Ovvero da quegli attivisti che chiedono concretamente pratiche economiche e sociali giuste, liberatorie, post-capitaliste, ecologicamente sostenibili. Rivendicazioni avanzate da organismi come “Brics del popolo”, “Break the Brics”, o il “Vertice del popolo noi il 99%” nel 2025.
[43] - Lo schema che caratterizza una potenza “sub-imperiale” è, per Bond, la seguente:
-
elevati livelli di concentrazione aziendale e finanziarizzazione,
-
una tendenza più rapida all'eccesso di accumulazione di capitale (la principale contraddizione interna del sistema),
-
una crescente dipendenza dalla produzione e trasformazione di materie prime per l'esportazione,
-
e, spinti dalle politiche pubbliche neoliberiste, il supersfruttamento del lavoro e la diffusa distruzione ecologica.











































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