La democrazia e i suoi simulacri
di Antonio Cantaro
Il teatro dei pupi di Garlasco, lo spettacolo del VAR. Non è che l’iperrealtà ha superato la realtà, se l’è proprio mangiata: è l’unica verità in cui crediamo, l’unica verità che ancora ci “emoziona”, ci tiene svegli, attaccati allo schermo, sino a notte fonda. La politica non se la passa meglio. I simulacri della democrazia – il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete, dell’invettiva – si stanno anch’essi mangiando il “popolo in carne e ossa”. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici. Un viaggio, a volo d’uccello, nella genealogia e nella morfologia del plebiscitarismo antipolitico.
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La democrazia come apparenza e finzione non è, in assoluto, un tema inedito. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole? Sino a un certo punto. Il passaggio universalmente più noto de Il contratto sociale è quello in cui Jean-Jacques Rousseau causticamente afferma che «il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla». Un grido di dolore contro lo svuotamento della democrazia, un campanello d’allarme contro la sua trasfigurazione in un simulacro. Quel rischio si è oggi moltiplicato, all’ennesima potenza. Si scrive postdemocrazia, si legge crisi della democrazia a vantaggio di altre forme di governo il cui antico nome è aristocrazia (il governo dei migliori) e oligarchia (comando di pochi). Si tratta del governo tecno-capitalista della vita individuale e collettiva.
Un governo che alimenta un molecolare e permanente bellum omnium contra omnes. Di giorno nei social e in quel che resta delle aule parlamentari, la sera davanti alla TV. Quella guerra di tutti contro tutti che la democrazia moderna aveva promesso di disciplinare, di mettere in forma, se non di estirpare. La canettiana guerra senza morti (Alfieri, 2021). La Politica con la P maiuscola che oggi non c’è più. Al suo posto il Kaos che avanza l’inaudita pretesa di essere riconosciuto come il nuovo ordine (Cacciari, Esposito, 2026).
Possiamo fare qualcosa? Provare, innanzitutto, a capire cosa è andato storto. Il che fare viene dopo.
Odiato popolo
Risalente è l’avversione per la democrazia. Un’avversione alimentata dalla rappresentazione del popolo come una forza rabbiosa, cieca, sorda, preda di viscerali ed estemporanei appetiti che ne compromette in radice la capacità politica (Venanzoni, 2024). Demitizzare il popolo: questa è l’eterna parola d’ordine di “lor signori”. Non si nega l’esistenza “sociologica” del popolo-comunità, si riconosce persino il suo essere la fonte ultima di legittimità del potere, ma si mette in dubbio, a causa della sua “primitiva” antropologia, la capacità politica del popolo-istituzione di governare.
Grecia antica. Per Platone, la politica è un genus della tecnica e, come tale, deve essere praticata ed esercitata dai sapienti, da tecnici che abbiano la competenza per metterla in pratica e che siano tetragoni e impermeabili alla corruttela. Esemplare è la messa in scena (Gorgia, 2022) di un metaforico processo in cui una giuria di bambini giudica le azioni di un sapiente medico accusato da un pasticcere. Il medico, nonostante la sua sapienza e l’oggettiva giustezza, articolata e motivata, delle sue argomentazioni, viene condannato: la giuria di bambini si dimostra più attenta alle delizie promesse dal pasticcere che alle scomode verità del medico.
Diversi gli argomenti di Aristotele, ma analoga è la condanna della democrazia (Politica, 2007): un regime in cui a essere sovrane non sono le leggi (il Nomos), ma dei demagoghi che riducono a unità la moltitudine informe, una massa facilmente eccitabile.
Archeologia costituzionale? Niente affatto. In occasione del dibattito sulla legalità ed efficacia giuridica del referendum con il quale i cittadini britannici hanno sovranamente espresso la loro volontà di uscire dall’Unione europea, degli autoproclamati guardiani della democrazia pluralista hanno sprezzantemente stigmatizzato la decisione popolare come tipica espressione di «governo della plebe». Di quella oclocrazia (governo della massa) che larga parte del pensiero politico greco antico considerava deteriore e degenerata, poiché in essa la guida della polis era interamente alla mercé degli imprevedibili umori popolari (Guidorizzi, 2024).
Demitizzazione del popolo presente anche in buona parte della filosofia politica moderna e del costituzionalismo liberale. Non c’è popolo senza Stato. Passaggio certo rivoluzionario, ma sino a un certo punto. A partire, infatti, dal postulato che senza “sovrano” – senza King – non c’è popolo, una tutt’altro che innocente vulgata ha provato a riesumare l’antica convinzione che anche in epoca moderna c’è solo moltitudine, gens, popolazione, come ancora insegniamo ai nostri studenti alla “prima lezione” di diritto pubblico. Il popolo non vive di vita propria, esiste solo nel soggetto che lo rappresenta. Cosicché Rousseau poteva polemicamente dire che il popolo inglese è sovrano il giorno delle elezioni, immediatamente dopo torna schiavo. E noi “professori” postulare, compiaciuti, che la titolarità della sovranità appartiene solo astrattamente al popolo, che concretamente il popolo si definisce come soggetto solo nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione (Pinelli, 2019), sorvolando sul fatto che è lo stesso popolo sovrano ad aver istituito la Repubblica democratica e ad averne disciplinato “forme e limiti” di esercizio del potere sovrano.
La Costituzione italiana del 1948 non è frutto di un deus ex machina. La tutela dei diritti fondamentali e del pluralismo istituzionale, politico, sociale non è qualcosa di cui una casta di “sacerdoti della Costituzione” si fa carico in nome di una astratta teoria normativa di ciò che è la “vita buona”. È il popolo a decidere cosa è la vita buona. È scritto a lettere cubitali nell’incipit, oggi dimenticato, della nostra Carta fondamentale: “L’Italia è…”.
Amato popolo
Per decidere cosa è la “vita buona” il popolo deve essere sovrano e il popolo è sovrano quando governa nelle forme che esso ha deciso. Principio codificato in epoca moderna a partire dalle due grandi rivoluzioni della fine del XVIII secolo in Nordamerica e in Francia. In entrambe le Dichiarazioni a essere sacralizzato è il principio, rivoluzionario, che il governo dei nobili, dei “migliori” – l’Ancien Régime – è il passato; che l’aristocrazia è un simulacro e che il governo del popolo – la democrazia – è la realtà.
Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. «Noi teniamo per certo che queste verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando un qualsiasi sistema di governo diventa distruttivo di questi fini, è diritto del popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo governo, ponendone il fondamento su questi princìpi e organizzandone i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata a garantire la propria sicurezza e la propria felicità».
Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino. «I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei princìpi semplici e incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti».
Retorica certo, ma che retorica! In entrambe le dichiarazioni, il popolo è assunto a fonte di legittimazione di una nuova sovranità, fondata su un potere che travolge l’ordine preesistente per dare nuova forma ai rapporti sociali ed economici. Il popolo è il soggetto politico per eccellenza. Una “verità evidente” agli occhi di uomini consapevoli che il fondamento dal basso del potere sovrano – a partire dalla fine del diciottesimo secolo si chiamerà sovranità nazionale, sovranità popolare, sovranità democratica – si era rivelata la condizione che aveva permesso la fuoriuscita dalla crisi cinque-seicentesca delle guerre civili di religione e, dunque, il perseguimento della pace.
Una “verità evidente”, un mito politico. Ma, da subito, per le élite – per l’establishment, diciamo oggi – un incubo. L’incubo dell’antica aristocrazia e dell’emergente borghesia di perdere potere, status e privilegi per mano del popolo che, perciò, è bene continuare a dipingere come una forza bambina, rabbiosa, cieca, sorda, preda di viscerali ed estemporanei sentimenti. Un incubo che si materializzerà alla massima potenza nel ’48 del XIX secolo, quando emergerà l’inaudita realtà del popolo sulle barricate per la propria rivoluzione. Non più fondamento solo metafisico, logico-giuridico del potere, ma soggetto politico in proprio e a tutto campo: potere costituente e potere costituito.
Ma la rivoluzione non è una passeggiata. Larga parte del “pensiero borghese” ha da subito reagito nel XIX secolo all’incubo della sovranità popolare, attingendo a tutti gli argomenti possibili per dimostrare che la sovranità popolare non esiste in quanto il popolo politicamente non esiste. Nella realtà – si dice – esistono solo moltitudini, masse informi, gente. Una rappresentazione funzionale, all’epoca, all’esclusione dall’eguale cittadinanza della maggioranza – le classi non abbienti – della popolazione. Così, contro qualsivoglia «contaminazione plebea e popolare» degli organismi rappresentativi, larga parte del pensiero liberale concepisce i diritti politici come un diritto esclusivo delle classi aristocratico-borghesi. Rappresenta il suffragio universale come funesto, incompatibile con la stabilità sociale: lungi dall’essere la “voce di Dio”, il popolo – si dice – è «turbolento e mutevole», invidioso, un «bambino», un «infante» che, non avendo una volontà autonoma, non può votare.
Poi è successo, come dicevano le nostre bisnonne, un quarantotto. Quel ’48 europeo che scuote alle fondamenta la credibilità della narrazione sulla natura infantile del popolo e la connessa pretesa che il suffragio non possa che essere censitario. Movimenti liberali e democratici rivendicano l’estensione dei diritti politici e si mettono alla guida di moti rivoluzionari. La profezia di Tocqueville sull’inevitabilità dell’affermazione della democrazia si incarna nella forma di un nuovo soggetto politico, molto concreto, tutt’altro che metafisico, che comincia a pensarsi come corpo politico.
Le classi non abbienti, che avevano contribuito a fare le rivoluzioni di fine XVIII secolo, si organizzano ora in movimenti socialisti che, saldandosi con moti di ispirazione liberal-democratica e con ribellioni spontanee, uniscono agitazioni contadine e rivendicazioni salariali in una miscela che, agli occhi delle classi borghesi dell’epoca, appare intollerabile.
Restaurazione, in forme antiche e in forme inedite, è la parola d’ordine. Ma la strada per una democrazia di massa, fondata sul suffragio universale, è tracciata. Avversata da nazismo e fascismo, che declineranno tragicamente la domanda di protagonismo politico del popolo che la borghesia liberale aveva provato a disconoscere, riemerge nella forma del protagonismo dei partiti politici di massa, di quella “parte totale” di cui parlava Antonio Gramsci.
A differenza di Max Weber, che pensava che il destino dei partiti fosse quello di una macchina organizzativa al servizio di un capo plebiscitariamente eletto, Gramsci pensa che il loro destino sia quello di un «moderno principe». Pensa che i partiti debbano assumere direttamente una funzione di rappresentanza politica, debbano diventare portatori di una propria visione del mondo, di un progetto di emancipazione del proprio popolo (Antonini, 2021). Questo partito nuovo era, per il pensatore sardo, il partito comunista. Non l’unico, ma un prototipo altamente contagioso.
L’ascesa, nei Trenta gloriosi del secondo dopoguerra, della democrazia dei partiti conferma la perspicuità della “previsione” gramsciana. Le religioni politiche del Novecento avevano, infatti, chiamato le masse a partecipare in prima persona al governo della cosa pubblica e dello Stato, prefigurando che era proprio nelle loro file, nelle file del popolo, che dovevano nascere e formarsi i professionisti della politica. Operando in tal senso, concretamente e quotidianamente: cellule, uffici tematici, sezioni territoriali, consultazioni, campagne di orientamento, congressi cittadini, congressi provinciali, congressi regionali, congressi nazionali, quotidiani, riviste, scuole di formazione, case editrici, centri di studio e di ricerca. Tutti rigorosamente di partito o comunque di “area”. Tutto rigorosamente formalizzato, ritualizzato, proceduralizzato. In termini weberiani, ma in un orizzonte completamente capovolto, è il partito, in quanto formazione sociale, a essere autonomamente detentore di un carisma collettivo che subordina a sé il carisma personale dei capi e dei leader. Fa di questi dei funzionari al servizio di una superiore e sacra causa: tutti necessari, nessuno indispensabile, come si amava dire in quel tempo.
Democrazia caricaturale
Quel tempo è oggi alle nostre spalle. Al carisma collettivo del partito di massa è subentrata una forma burocratizzata di partito leggero che esercita il proprio potere in modo puramente ordinario, funzionalistico, privo di ethos. Il posto del partito-società e del partito-Stato, del partito “plebiscito di ogni giorno”, è stato occupato da una sua versione caricaturale. Partiti neoliberali ma non più liberali; partiti populisti ma non più popolari; partiti che non mettono più in forma identità ma le espongono in pubblico tali e quali nella loro scarnificata conflittualità di emozioni e interessi materiali. Identità presentate nella loro nudità e non più elaborate e rappresentate.
Simulacri che hanno preso il posto del popolo, della democrazia rappresentativa e di quella diretta, della democrazia partecipata e di quella deliberativa. Il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete. Il popolo delle invettive, di “destra” e di “sinistra”.
Questo plebiscitarismo antipolitico è la cifra dei nostri giorni. L’iperrealtà dei simulacri del popolo e dei simulacri della democrazia si è mangiata il popolo dei moderni, si è mangiata la democrazia della Costituzione. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici.
Dobbiamo muovere da questa dolorosa, storica, verità. Il plebiscitarismo antipolitico appare oggi del tutto impermeabile a qualsivoglia teoria normativa su cosa la democrazia è dal punto di vista ideale. Questa è oggi, agli occhi dei più, roba per filosofi e costituzionalisti della cattedra. Il plebiscitarismo antipolitico ha prevalso sulle pratiche che si erano ripromesse, nei Trenta gloriosi, di rappresentare politicamente le masse, di “adultizzarle”. Il plebiscitarismo antipolitico è riuscito a “infantilizzarle”, a riportare indietro l’orologio della storia, nel tempo di quel proto-liberalismo che sociologicamente le dipingeva come mera moltitudine, masse informi, masse bambine bisognose di una guida dall’alto. Nella forma, oggi, di un pilota automatico. Di una molteplicità di piloti automatici: Brussels consensus, algoritmi, intelligenza artificiale…
“Kaos”
Quella guida dall’alto è oggi il tecno-capitalismo, un intreccio di poteri economico-imprenditoriali, burocratico-amministrativi, politico-istituzionali. I suoi esiti abissali sono davanti a noi: una totalitaria passivizzazione della vita sotto l’egida dei supremi valori dell’efficientismo e dell’espertismo. Un mondo nel quale le funzioni di elaborazione dell’interesse collettivo sono svolte dai social network. Ecosistemi nei quali – grazie anche al supporto di strutture commerciali raffinatissime, algoritmicamente organizzate – ciascuno degli “utenti” confida di essere potenzialmente un leader in grado di smascherare la distorsione e l’inganno che viene perpetrato ai danni della gente. E di rappresentarne gli interessi più autentici.
Il carattere largamente illusorio di questa pretesa, per la stragrande maggioranza dei frequentatori dei social, nulla toglie al fatto che la delegittimazione delle tradizionali istituzioni della rappresentanza crea un contesto favorevole al formarsi di una relazione diretta (a suo modo rappresentativa) tra il potere di nuovi leader e larghe masse. Un “capo”, un influencer, un ventriloquo che dà voce al “popolo pupazzo”. Un leader carismatico la cui forma non è quella weberiana dell’eroe che si impone grazie alla sua eccezionalità. Ciò che caratterizza la leadership dell’epoca del populismo digitale è, piuttosto, la sua (presunta) assoluta normalità e ordinarietà, il suo apparire privo di peculiari qualità, se non quella di amplificare il sentire comune. Non chi, in ragione delle sue eccezionali qualità, assume una funzione di leader, quanto chi, più di altri, è emotivamente identico alla massa che pretende di incarnare. Donald Trump, Elon Musk, ma non solo.
Mentre nel populismo classico la leadership è connessa a un esercizio del potere personalista e libero dai vincoli dell’autorità, a un peculiare rapporto tra un leader carismatico e i suoi seguaci, nel populismo digitale questo rapporto passa attraverso una con-fusione della leadership con il suo popolo. Questa morfologia postmoderna del carisma alimenta negli “apostoli” della democrazia costituzionale viscerali diffidenze verso coloro che si ergono ad autentici rappresentanti degli interessi del popolo. Si rinfaccia ai leader neopopulisti di alimentare una plebeizzazione dei rapporti sociali miranti a espellere coloro che sono considerati “culturalmente” ed “etnicamente” diversi dal loro popolo. Dimenticando che la plebeizzazione è l’esito di una massificazione dell’individuo già insita nell’antropologia neoliberale della Silicon Valley, nel thatcheriano postulato che la società non esiste, che esistono solo gli individui e che ciascun individuo è un capitale umano in perenne competizione e guerra, dalla “culla alla tomba”, con altri capitali umani.
Il sacro che manca
Entro un orizzonte antropologico, in particolare entro quello neoliberale, che prescrive che siamo – dobbiamo essere – tutti imprenditori di noi stessi, non c’è spazio per il “noi”, per il “noialtri”. Bisogna, piuttosto, educare continuamente, ossessivamente, le persone all’auto-potenziamento, a obbedire alla ferrea legge della competizione, ad adottare in tutte le sfere della nostra esistenza la logica totalitaria dell’efficienza economica, l’“etica” del problem solving. A proprio esclusivo vantaggio (Bazzigalupo, 2026). Obbedire certo non ad altri – questo sarebbe palesemente illiberale – ma a noi stessi. Ragionevole, suadente, emancipante: il ’68, dentro ciascuno di noi, senza il ’68. Spiazzante per l’etica democratica cresciuta nel XX secolo alla lezione degli scritti dedicati a La democrazia da Hans Kelsen: «è un uomo uguale a me, che diritto ha di comandarmi?».
Ma se sono io a comandarmi non c’è più eterodirezione: anzi, comandandomi potenzio la mia libertà, la mia “resilienza”, la mia capacità di autodeterminazione. Non so che farmene della “egaliberté”: mi basta frequentare quei simulacri per eccellenza della democrazia che sono la rete e gli “eventi” ove “testimoniare” pubblicamente il mio successo e la mia resilienza.
È del tutto inutile, controproducente, ricordare all’uomo nuovo alla ricerca spasmodica della performance che egli, in virtù dell’universale cogenza della norma “morale” della competizione, è comunque sotto comando di un “padrone” che lo obbliga continuamente alla flessibilità e all’adattamento, con lo spettro di un momento, inevitabile, in cui la potenza verrà meno, perderà nella competizione e sarà spinto ai margini. Ci vorrebbe un Kelsen redivivo che ritualizzasse così l’interrogativo a suo tempo posto a fondamento di valore dell’idea democratica: «che diritto ho di comandarmi?». Perché obbedire a sé stessi, direbbe Kelsen, è comunque obbedire. L’autonomia autentica è obbedire a un noi, a un noialtri. È la vita in relazione, la vita nella sua forma più ricca e dispiegata. È il sacro che c’è in una decisione presa in comune. È la dimensione sacra della democrazia dei moderni.
Dopo di che, è ovvio, in democrazia l’uguaglianza sarà spesso poco più che una finzione, della libertà faremo volentieri a meno tutte le volte che ci conviene venderci, la solidarietà starà molto più nelle parole che nei fatti, la memoria la lasceremo perdere perché costa troppa fatica, col futuro se la vedranno i posteri dopo che noi ci saremo fatti gli affari nostri. Nessun dubbio sul fatto che andrà a finire così: non siamo mica i migliori. Però, tutte le volte che riusciamo ancora a dire di essere democratici, tutte le volte che rivendichiamo principi e procedure democratiche, tutte le volte che andiamo a votare invece di andare al mare, stiamo evocando e invocando qualcosa di cui siamo sicuramente incapaci, ma che riconosciamo, riaffermiamo e facciamo esistere come orizzonte di valori (Alfieri, 2021).
Il mio “Amato popolo”
La mia “lectio” potrebbe finire qui, se non avessi di recente pubblicato un libro dal titolo Amato Popolo in cui sostengo che, accanto a questa sacralità politico-costituzionale della democrazia, è necessario riabilitare anche la sacralità socio-antropologica del popolo. Un libro polemico con i tanti che sostengono che il popolo sì, forse, lo si può e deve comprendere, ma non lo si può amare.
Non riesco a concordare con questo sentimento di emotiva apatia. Non sono affatto sicuro che non sia possibile e giusto distinguere tra i “tutti” che compongono il “popolo democratico”: tra i primi, i secondi, i terzi, i penultimi, gli ultimi. Non sto parlando di classi sociali in senso marxista (una dimensione che peraltro ha ancora, per me, una sua nobiltà e attualità), sto parlando degli umili. Dell’“infinito” e del “divino” che c’è nella condizione di quei penultimi ed ultimi che quotidianamente vivono la loro condizione di parte, di “poveri”.
Donne e uomini sani, umili, senza i quali neanche oggi, in un mondo esageratamente digitalizzato, io non avrei potuto scrivere il mio libro. Per la “banale” ragione che, uscendo la mattina presto da casa, non avrei trovato nessuno da cui comprare del pane, mezzo litro di latte, un pacchetto di sigarette, della frutta, un cappuccino e un cornetto da consumare, comodamente seduto e “servito”, al tavolino di un bar.
Ho cercato lumi nella “letteratura specialistica” che confortassero questo mio sentire. Non li ho ancora trovati. C’è, tuttavia, nel Belpaese un’eccezione: la riflessione contenuta in alcune pagine del libro di Luigi Zoja Narrare l’Italia (Zoja, 2024). Un’eccezione che, purtroppo, al momento, conferma la regola.
Salvo, infatti, qualche solitaria voce, nessuno si è realmente misurato con il messaggio di Luigi Zoja. E cioè con il fatto che l’Italia è stata al vertice del mondo solo quando gli “umili” sono stati al suo centro. Un fatto che, sia pur in mezzo ad aspre contraddizioni e frenate, si è realizzato pure negli scorsi decenni, grazie anche al decisivo contributo di una scuola divenuta finalmente di massa. Del popolo, aperta a tutti, di tutti, per tutti.
Una scuola che non solo si fa carico del rispetto e dell’attuazione delle norme contenute nella Costituzione, ma anche del suo sviluppo, per aggiornarne e attualizzarne, nel vivo dei conflitti economici e sociali, il programma fondamentale di emancipazione degli ultimi, delle classi subalterne, degli umili. È avvenuto, non casualmente, nei (ri)costituenti anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo, in quegli stessi anni in cui vede la luce la seconda Costituzione del lavoro della Repubblica, lo Statuto dei lavoratori (Cantaro, 2023).
E può di nuovo accadere se da quelle gloriose pagine della nostra storia politica e sociale sapremo trarre l’insegnamento che esse contengono. Prendere, come accadde allora, il popolo sul serio. Prendere sul serio la drammatica condizione di sradicamento e povertà in cui sono tornati a vivere i lavoratori, giovani e meno giovani, i lavoratori indigeni e i lavoratori immigrati.
Chiamare questa condizione con la lingua semplice degli umili: sfruttamento, alienazione, espulsione delle comunità dai loro mondi vitali, dalle loro culture. Uno sfruttamento, un’alienazione, un’espulsione che, oggi come allora, non sono un destino, ma il prodotto di un tempo che ha visto prevalere negli ultimi decenni una ragione, la ragione tecno-economica neoliberale, oggi ambiguamente contestata e insidiata da un’altra ragione, la ragione (neo)populista e (neo)sovranista, la cui complice grammatica va adeguatamente compresa, decodificata, demistificata ma non passivamente accettata.
Un’impresa che esige che torniamo ad amare il popolo nella sua odierna, dolorosa, sofferente prima pelle. E che, contestualmente, torniamo a far venire alla luce la sua seconda pelle, quella che nomina e fa sua la pratica del riscatto e dell’emancipazione.
Il lavoratore della catena di montaggio incarnato da Charlie Chaplin in Tempi moderni era un uomo sconfitto, non vinto. Quel lavoratore non avrebbe potuto “cantare” la riduzione del suo fare a un’attività meramente meccanica, ripetitiva e asservita a un fine esterno, se non avesse sviluppato la convinzione che la riduzione del lavoro a mero mezzo di sopravvivenza, in funzione del mondo del padrone, era una spaventosa weberiana gabbia d’acciaio, non una legge eterna e naturale.
Ci attende, in un mondo che sempre più assomiglia a una macro gabbia d’acciaio, un compito analogo e ancor più impegnativo. Mettersi sulle spalle gli infiniti “scarti” delle odierne “società fabbrica”. Non si tratta di andare in direzione ostinatamente contraria a come va il mondo, nella supponenza di essere, solitariamente ed aristocraticamente, sulla strada maestra.
«Cercate, cercate ancora», diceva qualche decennio fa, rivolto ai suoi “compagni”, un eterodosso economista di formazione marxista, Claudio Napoleoni (Napoleoni, 1990). Non lo abbiamo, colpevolmente, fatto. È tempo di un’autocritica profonda. È tempo di amare qui e ora il popolo, gli umili, le nuove generazioni, quelle presenti, senza rifugiarsi nella comoda e consolatoria ideologia di un indistinto e futuribile sviluppo sostenibile.
Nell’epoca del disincanto questa ricerca delle radici nell’amore per il popolo potrà apparire un “andar per lucciole”. A questa obiezione ha magistralmente risposto Christopher Lasch: «lo sradicamento sradica tutto, salvo il bisogno di radici» (Lasch, 2001). Assai più che un’emozione e un sentimento, l’amore per il popolo è l’esperienza tramite cui superiamo i limiti della nostra esperienza materiale, è la passione con cui partecipiamo a una dimensione trascendente, con cui ci rivolgiamo all’altro nella sua totalità, senza riserve.
L’amore per il popolo è, analogamente e su più vasta scala, ciò che ci permette di vedere l’unità sottostante alla diversità e di riconoscere il valore intrinseco – la verità – degli altri esseri umani che abitano il nostro mondo, più o meno ampio che esso sia. Un amore universale e partigiano, cristiano e comunista. L’amore di tutti quelli che sanno, per averla praticata, che generosità e fraternité sono una forma superiore di intelligenza.
Riferimenti bibliografici
L. Alfieri, L’ombra della sovranità. Da Hobbes a Canetti e ritorno, Treccani, Roma, 2021
F. Antonini, “Moderno principe e cesarismo nella filosofia politica di Gramsci”, in Rivista Italiana di Filosofia Politica, 1, 2021
Aristotele, Politica, Laterza, Bari-Roma, 2007
L. Bazzigalupo, “Totalitarismo neoliberale”, in https://fuoricollana.it/neoliberalismo-totalitario-che-fare/
M. Cacciari, R. Esposito, Kaos, Il Mulino, Bologna, 2026
A. Cantaro, Amato Popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma, 2025
G. Guidorizzi, Il lessico dei greci. Una civiltà in 30 parole, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2024
H. Kelsen, La democrazia, Il Mulino, Bologna, 2010
C. Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, Milano, 2001
C. Napoleoni, Cercate ancora. Lettera sulla laicità e ultimi scritti, Editori Riuniti, Roma, 1990
C. Pinelli, “Populismo, diritto e società. Uno sguardo costituzionale”, in Questione Giustizia, 1, 2019
Platone, Gorgia, Laterza, Bari-Roma, 2022
A. Venanzoni, “Il potere del popolo per il popolo e sul popolo…”, in Forum di Quaderni Costituzionali, 1, 2024
L. Zoja, Narrare l’Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 2024











































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