Ucraina: pressing per chiudere la guerra
di Piccole Note
Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l'egemonia è finita da anni).
“Credo che la questione stia giungendo al termine” ha detto Putin il giorno della commemorazione della vittoria sul nazismo. E la questione è la guerra ucraina. A sorprendere non è solo la dichiarazione, ma anche il termine usato, che derubrica il conflitto a qualcosa di secondario per la politica estera russa e le prospettive globali.
D’altronde, Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).
Lo zar ha poi aggiunto di essere pronto a incontrare Zelensky. Apertura non nuova che ha trovato successiva specifica nelle usuali posizioni del Cremlino, cioè che un summit tra presidenti è possibile solo a conclusione di un processo di pace che preveda negoziati di più basso livello. E, però, la modalità con cui ha rilanciato la possibilità ha toccato nuove e diverse corde.
Avevamo accennato a come il premier della Slovacchia Robert Fico, presente alla Parata della Vittoria, fosse latore di un messaggio di Zelensky a Putin. Così Strana sulle dichiarazioni di Putin: “Le parole del presidente russo indicano che il primo ministro slovacco Fico ha trasmesso a Putin l’offerta di un incontro da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky”. Evidentemente il messaggio conteneva più che la proposta di un incontro, dal momento che tale proposta era stata più volte prospettata da Zelensky e accolta con molta più prudenza dal Cremlino.
Qualcosa, si è mosso. Certo, immaginare che la mattanza ucraina sia prossima alla fine rientra nell’ambito delle cose sperate, ma l’endorsement di Putin dà sostanza a tale speranza. Anche perché si sta trattando sottotraccia, e non solo sottotraccia, della ripresa del dialogo tra Russia e Ue.
Tanto che Putin ha proposto un mediatore per la Ue nella persona dell’ex Cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Nome, però, inaccettabile per gli stretti rapporti con Mosca. Ma è evidente che era solo un segnale, non potendo essere la Russia a scegliere per la controparte. Lo scopo era quello di segnalare che non avrebbe trattato con la dirigenza della Ue: sia la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che il ministro degli Esteri Kaja Kallas hanno dimostrato ampiamente la loro mediocrità e un’acrimonia verso la Russia che a Mosca risulta inaccettabile.
Sul nome del prescelto si registra una dinamica analoga al totopapa del pre-Conclave, quando si citano papabili per bruciarli o per segnalare implicitamente figure similari, con sorprese successive… esercizio simpatico, ma l’importante è che la leadership europea faccia il passo e in fretta. Ma davvero ci sono speranze che la macelleria ucraina finisca il suo triste corso? Tanti fattori, a onta dell’ostinazione degli sponsor della mattanza, stanno favorendo tale svolta.
In sintesi: la stanchezza del mondo per questa guerra persa e per le conseguenze economiche della stessa sull’Europa, aggravate da sanzioni suicide e dalle ingenti risorse inviate a Kiev; la guerra mediorientale, che ha vampirizzato ulteriori risorse occidentali stornate dall’Ucraina; le catastrofiche conseguenze globali del blocco dello Stretto di Hormuz, da cui la necessità del salvagente russo (gas e altro); la determinazione dell’amministrazione Trump a chiudere un conflitto che non gli interessa e a farlo prima delle elezioni di Midterm, alle quali vuole vantare tale successo geopolitico (che attutirebbe l’insuccesso in Medio oriente, sperano invano…).
Fin qui i fattori pubblici. Quelli meno pubblici sono legati alla posizione di Zelensky, sul quale si è scatenato un pressing asfissiante. Anzitutto il ritorno dell’inchiesta sul caso Mindich, che mesi fa ha colpito, ma non affondato, il capo dello staff presidenziale Andrij Yermak (oltre a diversi politici e funzionari ucraini). Il nuovo filone di indagine riguarda l’edificazione di un complesso residenziale, il “Dinasty”, che sarebbe servita per riciclare milioni di dollari.
Nuova tegola su Yermak. Così Strana: “L’avviso di garanzia nei confronti dell’ex capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, sembra essere un ‘ultimo avvertimento’ al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Yermak è il suo alleato più stretto. È il principale stratega politico del clan presidenziale (la ‘famiglia‘). Non c’è nessuno più vicino a Zelensky di lui”.
“Più precisamente, c’è un altro amico altrettanto intimo, Serhiy Shefir. Certo, per rafforzare il messaggio, o semplicemente per amore dell’arte, potrebbero anche accusarlo. Ma dopo Yermak, non avrà un peso determinante. L’ex capo dell’ufficio presidenziale è, in ogni caso, la figura più significativa sotto ogni punto di vista”.
Indagati, nel caso “Dinasty”, appunto Yermak e Mindich, identificati nelle carte rispettivamente come R2 e R3. C’è anche un R1, il cui nome è secretato, “ma tenendo conto delle informazioni apparse in precedenza sui media, può essere identificato come Vladimir Zelensky”.
Avevamo accennato come la scorsa settimana fosse stato inviato negli States Rustem Umerov, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e della Difesa, presumibilmente per chiedere protezione visti i rapporti tra l’FBI e gli inquirenti ucraini. Probabile che abbia trovato orecchie attente, ma anche richieste stringenti.
Non solo l’inchiesta. L’ex addetta stampa del presidente, Yulia Mendel, intervistata da Tucker Carlson, ha sparato a zero su Zelensky, accennando a una sua possibile tossicodipendenza e a come avesse accettato di ritirarsi dal Donbass nel corso dei negoziati del 2022 di Istanbul (ne abbiamo scritto in abbondanza, ricordando che l’Occidente lo costrinse a proseguire la guerra), mentre oggi rigetta con sdegno tale ritiro…
Non sorprende che Carlson rilanci informazioni che contrastano la narrativa ufficiale sulla guerra ucraina, quanto l’improvvisa loquacità dell’ex addetta stampa. Per Zelensky il tempo si è fatto breve. Non rischia solo la carica, ma anche la vita, dato che è al centro di interessi e segreti alti e inconfessabili, e che gli sponsor della guerra premono per sostituirlo con una figura meno compromessa e più gestibile. Paradossalmente lo possono proteggere solo Trump e Putin, lo sa e sembra conseguente. Per ora.











































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