
Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica
Come molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile a entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la sua macchina bellica.
Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.
Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.
Ma l'arma fondamentale utilizzata dall'Iran è stato il blocco dello stretto di Hormuz che ha impedito a migliaia di navi presenti nel Golfo Persico di uscire verso l'oceano indiano. Come è facile intuire la cosa ha innescato un enorme aumento dei prezzi dell'energia, sia petrolio che gas, e soprattutto – a detta degli esperti – rischiava di imporre alle economie “consumatrici nette di energia” (Europa, India ed Estremo Oriente in primis) un razionamento che sarebbe stato il bis dei lockdown pandemici. E' chiaro che una simile situazione imponeva agli statunitensi la necessità di elaborare una nuova strategia e per fare questo occorreva prendere del tempo. Cosa prontamente fatta con le trattative di Islamabad rivelatesi (almeno finora) un fiasco.
Manco rientrata a Washington la delegazione statunitense delegata alle trattative con gli iraniani ecco che Trump ha annunciato la clamorosa svolta nell'economia del conflitto. Gli USA avrebbero imposto un blocco navale ai porti iraniani, sia quelli che si affacciano sul Golfo Persico, di fatto aggiungendo a quello iraniano il proprio lucchetto allo Stretto di Hormuz; sia a quelli che si affacciano direttamente sull'oceano indiano.
Non sappiamo ancora nulla delle modalità operative attraverso le quali verrà imposto questo blocco. Personalmente mi aspetto che gli statunitensi adottino la strategia già utilizzata nel mar dei Caraibi contro le petroliere che cariche di greggio uscivano dai porti del Venezuela chavista: l'abbordaggio delle navi e il loro dirottamento in porti controllati dagli statunitensi. Ovviamente questa volta le operazioni dovrebbero avvenire nell'oceano indiano, a distanza di sicurezza dalla gittata dei missili antinave e dei droni iraniani.
Una strategia quella statunitense che ha generato ilarità soprattutto sul web, dove molti ironizzavano sul “blocco del blocco”. Ma a guardar bene quello statunitense è un esercizio di pensiero laterale, spiazzante, che agisce sia sul piano tattico che su quello strategico.
Sul piano tattico si vuole levare direttamente all'Iran una rilevante entrata economica che dovrebbe fiaccarne la volontà di combattere. Va detto che, a mio avviso, questa mossa sarà poco efficace avendo dimostrato gli iraniani una enorme coesione sociale e una resilienza invidiabile. Molto più interessante valutare sul piano tattico un effetto indiretto del contro-blocco americano su Hormuz: con questa mossa gli strateghi di Trump fanno vedere al mondo che gli iraniani non hanno il controllo assoluto di Hormuz; se possono vietare ai loro nemici di attraversarlo, a loro volta non possono imporre di far passare chi vogliono perché questi verranno fermati a loro volta dalla US Navy. Si tratta di una sorta di strategia alla “muoia Sansone con tutti i filistei” per usare una immagine efficace.
Ma è sul piano strategico che la mossa del contro-blocco di Hormuz fa emergere la sua rilevanza. Vediamo punto per punto:
1) Le petromonarchie del golfo, formalmente alleate degli Stati Uniti, subirebbero perdite economiche drammatiche da un perdurare della chiusura dello Stretto. Ciò apparentemente sarebbe un danno per gli USA che vedrebbe colpiti degli alleati, ma in realtà le cose sono più complesse. Ormai da anni le petromonarchie tentano di sganciarsi dagli USA sia creando proprie piattaforme finanziarie (Dubai) e tecnologiche (per esempio il NEOM progettato dai sauditi), sia stringendo rapporti con la Cina, la superpotenza emergente, con la quale i sauditi si sono spinti fino al punto di farsi pagare il petrolio da Pechino in Yuan, cosa intollerabile per Washington perché mette a rischio l'egemonia del Petrodollaro. E' chiaro che tra i segreti inconfessabili della Casa Bianca vi sia anche quello di dare una lezione agli sceicchi. Cosa peraltro espressa coloritamente dal “folle Donaldo” con il suo ormai storico “Kiss my ass” rivolto al Principe reggente saudita bin Salman.
2) Viene data una severa lezione anche agli alleati fedeli dell'Estremo Oriente. Che saranno anche fedeli ma sono comunque opportunisti agli occhi di Washington. Gli statunitensi sono anni che lamentano una concorrenza sleale sul piano commerciale non solo da parte giapponese e coreana ma anche da parte di Taiwan e hanno provato anche qui a raddrizzare la situazione con ogni mezzo, compresi dazi commerciali fortissimi e successivi accordi commerciali. Ma la situazione non da segni di miglioramento; la posizione finanziaria netta USA è un abisso incolmabile e paesi come quelli dell'estremo oriente hanno accumulato cifre astronomiche proprio sul piano dei conti con l'Estero. La chiusura di Hormuz per loro rappresenta un danno incommensurabile che potrebbe causare anche il blocco della produzione. Basti dire che nel 2024 sia la Corea che il Giappone hanno acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 80 miliardi di dollari a testa (fonte: New York Times)
3) Infine la Cina che sempre nel 2024 ha acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 110 miliardi di dollari. E' chiaro che il blocco dello stretto rischia di essere un danno economico enorme anche per Pechino che rischia di veder compromessa la propria sicurezza energetica.
Quello che è sempre più evidente è che dietro la strategia apparentemente folle di Trump vi è nient'altro che la riedizione di quanto già avvenuto in Europa con il conflitto russo-ucraino: gli americani hanno fatto esplodere tutto, prima con il colpo di stato neonazista di Majdan e poi imponendo a Zelenski incessanti bombardamenti sul Donbass che hanno spinto i russi ad intervenire direttamente. Il risultato lo conosciamo tutti: sanzioni rovinose per l'Europa imposte alla Russia con relativa chiusura del ricco mercato russo alle aziende europee e blocco del flusso di materie prime a buon mercato che Mosca garantiva all'Europa. Senza contare poi che solo qualche mese fa gli statunitensi hanno fatto la stessa cosa bloccando le petroliere in uscita dal Venezuela e di fatto strangolando il paese caraibico e prendendone così il controllo.
Nel caso venezuelano già scrissi di strategia del pitone di Trump dove peraltro sottolineavo che con la mossa caraibica Washington toglieva un importante fornitore di energia alla Cina.
Ora abbiamo il tris con il conflitto iraniano e il doppio blocco di Hormuz, solo che questa volta “l'assassinio perfetto” degli americani è contro la Cina, il Giappone, la Corea e Taiwan. Questa è la strategia dell'apparente pazzo Donald Hamlet Trump!
Una ulteriore considerazione è che non si può negare che la strategia di bloccare le vie energetiche di approvvigionamento dei concorrenti facendo deflagrare dei conflitti “locali” sia stata elaborata in maniera «Bipartisan» dalla politica USA e che sia dunque una strategia di lungo respiro. Ha proprio ragione Putin quando sostiene che con lo stato profondo USA non ci sono elezioni che tengano: possono cambiare gli atteggiamenti e il contorno ma il piano di fondo rimane quello deciso nelle segrete stanze.
Nel caso mediorientale c'è solo da comprendere se Trump si limiterà al blocco navale (a distanza) dell'Iran o se riprenderà anche i bombardamenti, e forse chissà, inizierà una invasione di terra magari con l'aiuto di qualcuno dei suoi zelanti vassalli.
Altro tema fondamentali al quale risponderà il Tempo è comprendere quale sarà la reazione della Cina al blocco delle sue navi petroliere e gassiere in uscita da Hormuz. Non si può negare che la situazione sia molto pericolosa visto che il blocco navale è comunque un atto di guerra e la Cina ne sta comunque subendo uno, sebbene indiretto. Una prima risposta interessante l'ha data ieri il portavoce del Cremlino Peskov sebbene in maniera indiretta: la Russia è pronta a fornire all'Europa l'energia che gli potrebbe servire...sempre che ne rimanga dagli altri clienti. Ed è difficile che rimanga qualcosa per l'Europa se ai cinesi viene chiuso Hormuz. In altri termini, in questa immensa guerra dell'energia la Russia ha deciso di sostenere la Cina e che l'Europa s'arrangi.
Un ultima considerazione. Il New York Times ieri ha pubblicato un articolo emblematico: “A new Era of world war has arrived”, il mondo è entrato nell'era di una nuova guerra mondiale. Una analisi che si sofferma sul fatto che entrambi i conflitti (quello ucraino e quello iraniano) sono una arena di competizione strategica per le grandi potenze e che le mosse dell'uno hanno effetti sull'altro e viceversa. Tutte cose vere e importanti. Bisogna aggiungere però che si tratta ormai dello stesso conflitto e che l'interconnessione fondamentale è data dal controllo dei corridoi energetici. Quello che stiamo vivendo è la Grande Guerra Energetica se mi è permesso darle un nome.
Emilio Carnevali parte dall’osservazione che lo studio comparativo di sistemi economici alternativi (per lungo tempo incentrato sul confronto fra socialismo e capitalismo) è scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale. Carnevali sostiene che si tratta una grave perdita perché la "Comparative Economics", opportunamente intesa, può ancora essere di grande utilità, soprattutto considerando che crescono i motivi di insofferenza verso lo status quo
Il n’est pas de connaissance véritable sans un
certain clavier de comparaison (Marc Bloch)
Qualche anno fa ho cominciato a interessarmi di una materia che nel sistema universitario anglosassone era solitamente chiamata Comparative Economics (tradotta spesso da noi come “Sistemi Economici Comparati”). Per prima cosa, ho acquistato un po’ di libri considerati dei “classici” della disciplina. Si trattava di volumi che non vengono più ristampati da anni, ma che sono spesso disponibili per poche sterline sulle piattaforme di libri usati del Regno Unito, dove allora vivevo. Quando mi arrivò il manuale di economia sovietica dello studioso britannico di origini russe Alec Nove, vidi che sul frontespizio e sul taglio anteriore sfoggiava un bel timbro rosso: Property of the Financial Times. Molti libri che ho acquistato da allora sugli stessi argomenti sono segnati da timbri analoghi. Un tempo appartenenti a librerie universitarie, istituzioni pubbliche, think tank e organi di informazione, vengono ora venduti nel mercato dell’usato, o semplicemente mandati al macero, come guide turistiche contenenti numeri di telefono di ristoranti e alberghi che non esistono più.
D’altra parte, la materia Comparative Economics non figura praticamente più nei curriculum delle facoltà di economia a livello internazionale, almeno nell’accezione tradizionale di confronto fra sistemi economici diversi (come capitalismo vs socialismo). È opinione largamente condivisa che studiare queste cose sia, se una perdita di tempo, un cattivo investimento del tempo (e una scelta decisamente autolesionista se guardata attraverso il prisma della carriera accademica). È un bagaglio di conoscenze non più utile alla formazione del buon economista di oggi di quanto sia la conoscenza dell’uso delle sanguisughe nella medicina di epoca vittoriana alla formazione del buon medico. In un mondo in cui non esistono più sistemi economici chiaramente alternativi al capitalismo globale che si è affermato dopo il crollo del muro di Berlino, è certamente comprensibile la volontà di dare priorità ad altri temi.
Analisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.
La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.
Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.
Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.
Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari
Questo articolo, scritto, sotto il fuoco nemico, ci è stato inviato da Fatemeh Sadat-Serki a Teheran nel trentaquattresimo giorno dell’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. Fatemeh è un’attivista sociale di sinistra e una nota ricercatrice nel campo della filantropia d’impresa in Iran, con diversi progetti di successo per l’emancipazione economica e lo sviluppo comunitario tra le comunità più vulnerabili del paese.
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Sono trascorsi trentaquattro giorni dall’inizio della guerra e i dati che emergono dai vari quartieri di ogni città dipingono un quadro orribile e sconvolgente della palese violazione dei principi umanitari. Secondo i rapporti della Mezzaluna Rossa, al 2 aprile, più di 3000 civili sono stati uccisi. Almeno 117.239 unità abitative civili sono state danneggiate. Più di 300 centri sanitari, scuole, strutture della Mezzaluna Rossa e persino diversi elicotteri di soccorso sono stati presi di mira o distrutti. Questi vengono colpiti dalle tecnologie di distruzione più precise nel contesto dell’indifesa aviazione iraniana. Questi numeri non sono semplici statistiche; sono una testimonianza vivente del crollo dei confini dell’umanità di fronte alla spietata logica della guerra.
Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.
Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?
Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.
Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.
L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento.
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk https://youtu.be/XC9qManzFdk
Il mantra: destabilizzare
Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.
Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.
Il NYT e le sue gole profonde
Esistono momenti in cui il tempo sembra ripiegarsi su se stesso, come l’Uroboro che si morde la coda: l’aprile del 2026, in Venezuela, non è una semplice ricorrenza del golpe contro Chávez, ma l’eco di quel trauma che si trasforma in scontro presente. Ieri come oggi, l'imperialismo tenta di decapitare la speranza sequestrando il corpo fisico e politico della Rivoluzione. Se nel 2002 lo fece per interposta oligarchia, oggi lo fa calando la maschera e mostrando con arroganza il volto del predatore, colpendo direttamente il Presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie.
È il passaggio dal sabotaggio chirurgico al rapimento di Stato, il tentativo estremo di recidere il legame tra il leader e la sua base. Eppure, proprio in questa escalation di tecnologie belliche mai sperimentate e di menzogne globali, emerge una lezione antica: mentre Washington tenta di gestire una "transizione" che esiste solo nei suoi laboratori di propaganda, il chavismo risponde con la scienza della ritirata strategica. Non una resa, ma il compattarsi della materia politica per proteggere la "semina nuova" di Chávez, perché nessun sequestro può durare contro una coscienza collettiva che ha già preso gusto alla libertà.
Il sequestro di Chávez nel palazzo di Miraflores era arrivato al culmine di un susseguirsi di tensioni determinatesi dopo la mostra d'indipendenza manifestata dal presidente, che non aveva sottoscritto il programma di governo confezionato da Washington per il paese.
Le crisi e le guerre fanno riscoprire l’importanza dell’industria, ma da decenni i paesi occidentali perdono capacità produttive in tutti i settori, ora concentrate in Asia e in Cina. E le politiche di Stati Uniti ed Europa per reindustrializzare l’economia non stanno funzionando
Con la guerra all’Iran, la questione dei processi di deindustrializzazione è tornata a essere rilevante, in particolare per l’economia dei paesi che fanno parte della UE e per gli Stati Uniti.
Le cifre. Quanto è stato veramente rilevante il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali?
Un recente articolo comparso su Il Sole 24 Ore (Fotina, 2026) ci fornisce una prima valutazione. Secondo tale fonte tra il 2000 e il 2025 il peso del settore industriale sul totale del Pil dei vari paesi è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. Tutti ne hanno dunque sofferto, anche se in misura differente. Forse non a caso chi ha avuto più problemi, come la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, sono anche quelli che hanno cercato di varare successivamente con maggiore determinazione dei processi di reindustrializzazione. La Germania solo molto di recente sta cercando di fare qualcosa, mentre l’Italia appare forse la più smarrita e la più inerte di tutte.
Ma il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali appare in maggiore risalto se guardiamo a quello che è avvenuto nel frattempo in Asia. Prendendo spunto da alcune osservazioni di Emmanuel Todd, lo storico, demografo e antropologo francese, possiamo segnalare il peso delle produzioni anche solo dei paesi dell’area culturale confuciana (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan) sul totale mondiale per alcuni prodotti. In tale area, in particolare in Cina, Corea del Sud, Giappone si produce il 95% del naviglio mondiale, circa l’80% dei chip, circa il 60% delle vetture, includendo in questo caso tutti i paesi asiatici, il 94% dei telefonini includendo l’India (l’82% senza), sempre l’85-90% dei televisori, mentre per quanto riguarda l’installazione dei robot industriali Cina, Giappone e Corea del Sud pesano per il 75-80% del totale mondiale.

Quando leader squilibrati invocano una catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a esserne travolti. Se non li fermiamo, saremo tutti vittime di questi due psicopatici
Ecco il messaggio pasquale di Donald Trump al mondo:
Martedì in Iran sarà il «Giorno della centrale elettrica» e il «Giorno del ponte», tutto in uno. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite quel cazzo di Stretto, bastardi pazzi, o vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Il Presidente Donald J. Trump
Donald Trump e il suo complice nei crimini di guerra, Benjamin Netanyahu, stanno conducendo congiuntamente una guerra di aggressione omicida contro l’Iran, una nazione di 90 milioni di persone. Sono in preda a tre patologie incascata. La prima è la personalità: entrambi sono narcisisti maligni. La seconda è l’arroganza del potere: uomini che possiedono il potere di ordinare l’annientamento nucleare e, di conseguenza, non provano alcun freno. La terza, la più pericolosa di tutte, è l’illusione religiosa: due uomini che credono, e a cui viene detto quotidianamente da chi li circonda, di essere messia che compiono l’opera di Dio. Ogni patologia esacerba le altre, così che insieme mettono il mondo in un pericolo senza precedenti.
Il risultato è una glorificazione della violenza che non si vedeva dai tempi dei leader nazisti. La domanda è se i pochi adulti del mondo – leader nazionali responsabili che rimangono fedeli al diritto internazionale e sono disposti a dirlo – possano frenarli. Non sarà facile, ma devono provarci.
Cominciamo dal disturbo psicologico alla base di tutto. Il narcisismo maligno è un termine clinico, non un insulto. Lo psicologo sociale Erich Fromm coniò questa espressione nel 1964 per descrivere Adolf Hitler, come una fusione di megalomania patologica, psicopatia, paranoia e personalità antisociale in un’unica struttura caratteriale. Il narcisista maligno non è semplicemente vanitoso: è strutturalmente incapace di provare autentica empatia, costituzionalmente immune al senso di colpa e guidato dalla convinzione paranoica che i nemici lo circondino e debbano essere distrutti. Già nel 2017, lo psicologo John Garnter e molti altri professionisti mettevano in guardia dal narcisismo maligno di Trump.
Quando il potere non incontra limiti, l’unico freno interno rimasto è la coscienza e lo psicopatico non ha coscienza.
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno di quanto le centinaia di miliardi investiti tra Dubai e le altre capitali locali – oggi praticamente azzerati come valore di scambio – avrebbero meritato.
Silenzio assoluto, invece, causa ignoranza (anche nostra, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) sulle infrastrutture digitali che senza dare nell’occhio erano cresciute in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Anche queste sono ricchezza, potenzialità, potere vero e proprio, disponibilità al dual use (civile e militare insieme), anche grazie all’interconnessione con il resto delle analoghe infrastrutture occidentali.
Una serie di legami a rete che rende totalmente irrazionale e materialmente impossibile il sogno statunitense di America first. Se tutto si tiene ormai da decenni, sbrogliare la matassa può creare solo danni. Soprattutto per chi quella matassa l’ha abbondantemente filata. Ossia gli Stati Uniti.
“Il nostro paese non prende parte e non intende prendere parte al conflitto in Iran”. Così ha assicurato la premier Giorgia Meloni intervenendo in Parlamento l’11 marzo scorso. Due giorni dopo è giunto il sigillo del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella. “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio”, si legge nel comunicato finale. “Il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico (…) Eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.
Le basi USA e NATO in Italia solo per l’addestramento e il supporto tecnico-logistico delle forze armate di Washington che con Israele hanno aggredito l’Iran in palese violazione del diritto internazionale? No, assolutamente no, con buona pace del Capo dello Stato e del governo. Il belpaese è in prima linea e non solo per le centinaia di militari italiani presenti in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Gibuti, Somalia e nelle acque del Mar Rosso. In prima linea e belligerante, con un contributo strategico innanzitutto per le operazioni di intelligence e individuazione degli obiettivi dei velivoli con e senza pilota statunitensi.
Il festival “Il tempo dei nostri eroi” che si sta tenendo a Bologna in questi due giorni, caratterizzato dalla documentaristica russa e promosso da forze politiche sotto traccia e la stessa RT, ci deve riportare ad alcune considerazioni.
Ovviamente l’iniziativa non poteva restare inosservata. E i soliti dem fascisti e frattaglie varie del liberalismo di sinistra si sono adoprate per far intervenire le autorità di polizia appellandosi alla famigerata legge europea che vieta la trasmissione di contenuti russi nei paesi dell’UE. Scalfarotto di Italia Viva ha segnalato il caso presso il Governo, sollecitando un intervento in merito da parte dele autorità.
Pina Picierno, vicepresidente del parlamento Europeo, che interviene tutte le volte su iniziative del genere, ha definito questo festival come: “… peggior propaganda putiniana”, dichiarando che “È necessaria una reazione delle istituzioni europee e italiane”.
Non v’è dubbio che le forze liberal europeiste, PD, Italia Viva, Azione di Clenda, radicali, + Europa, quasi tutte in quota al campo largo, si siano trasformate (loro sì) in propagandisti dell’intervento bellico in Ucraina e in censori di qualsiasi posizione politica che tematizzi quella guerra in corso.
Lo abbiamo visto in tante circostanze, con sale negate all’ultimo momento, spazi chiusi come Villa paradiso a Bologna a opera della junta che definire poliziesca per la repressione sui comitati cittadini come alle Besta e al Pilastro è un dato di fatto.
Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20
Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale.
La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si soffermarono ampiamente insieme alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.
Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali era per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di persone schiavizzate) erano diffuse e diffuse a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).
Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’impiego del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.
Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.
Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce della popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Portò anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò con capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.
Non mancano certo i colpi di scena nella guerra in atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.
Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.
Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.
Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.
Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.

Prendo spunto dall’articolo sul Rovescio “Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano” dell’”Assemblea contro la guerra” perché tocca alcuni elementi della discussione sull’aggressione all’Iran da un punto di vista “più schierato” sull’importanza della resistenza (anche statale) all’imperialismo e sul nesso di quest’ultima con la necessità/possibilità che si creino le condizioni per la ripresa di un resistenza generale e di classe internazionale al sistema di sfruttamento capitalistico.
Intendo più schierato, come mi suggerisce il titolo, dal punto di vista dell’orbo nel paese dei ciechi antagonisti che invece semplicemente la demonizzano (la resistenza iraniana) pur declamando la propria opposizione alle nefandezze del tecno-imperialismo, rimandando semplicemente “il dire e il fare” a una vera opposizione di classe tout-court. Il classico né con gli uni né con gli altri. Poi c’è anche di peggio in giro. Va dato atto a loro e altri compagni che si mobilitano contro l’aggressione all’Iran e al Libano di operare in un ambiente ostile e refrattario e di cercare di promuovere controcorrente uno schieramento contro il nostro imperialismo. Pertanto le osservazioni che seguono, pur partendo dal loro documento, valgono come riflessioni su interrogativi e problemi che si parano di fronte a tutti coloro che generosamente stanno in questi giorni contrastando quest’infame aggressione.
Evidenziando un tema di discussione mi chiedo e chiedo se si possa scindere il dire e il fare, ovvero come suggerisce l’articolo: “… non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere…”. In altre parole se sia possibile scindere la battaglia per il sostegno alla resistenza (quella che i compagni giustamente vedono come un tutt’uno con quella palestinese etc.), i suoi esiti, le sue “Stalingrado” (il che implica il “dire”, l’espressione pubblica di un sostegno, che è un atto politico concreto) dal nostro “fare” qui. “Solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.”
Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare a suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.
Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.
Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi e israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.
Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – e “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.
Ha scelto la seconda, per ora. Visto che si era arrivati a un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.
Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.

A Islamabad si era quasi raggiunto un accordo, “ma quando eravamo arrivati a un passo dal siglare il ‘Memorandum d’intesa di Islamabad’ ci siamo imbattuti nel massimalismo, nel continuo mutare delle regole del gioco e nella chiusura”. Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi.
Parole che indicano quanto avvenuto durante i colloqui, conclusi con Vance che, tornando in patria, ribadiva il massimalismo Usa del prendere o lasciare. Tre le interpretazioni dei fatti. Gli Stati Uniti hanno dato vita all’ennesima farsa, l’apertura a negoziati fasulli: di fatto, una pausa tattica delle ostilità per aver modo ricalibrare le strategie di guerra, guerra che non poteva continuare così come si stava dipanando perché l’Impero stava perdendo.
La seconda interpretazione è che gli Stati Uniti, accecati dalla solita Hubrys, intendessero ottenere per via negoziale quel che non gli era riuscito con le bombe, pretesa che si è scontrata con il muro iraniano, con Teheran intenzionata a ottenere almeno in parte quanto richiesto nella proposta inviata a Washington e da questa accettata. Infine, terza interpretazione, nel corso dei negoziati Trump ha subito tante e tali pressioni alle quali alla fine ha dovuto cedere, mandando all’aria tutto.
Probabilmente è un mix di queste interpretazioni. Probabile che Trump volesse un negoziato che chiudesse la partita, altrimenti non si spiega la furia epica di Netanyahu e dei neoconservatori americani quando ha annunciato la tregua per aprire i colloqui.
Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson è tornato in libreria per Einaudi. Forse la scomparsa del suo autore nel settembre del 2024 ha incoraggiato una ripubblicazione che si aspettava da troppo tempo, dato che la versione uscita per Fazi nel 2007 era ormai fuori mercato. Rispetto a quella prima e già ottima edizione è cambiato poco: la traduzione è rimasta quella di Massimiliano Manganelli, la postfazione di Daniele Giglioli è diventata una prefazione arricchita da un’aggiunta, e in copertina una scultura di Jeff Koons ha sostituito una foto di Jeff Wall. Com’è ovvio, invece, molte cose sono cambiate dal 1991, anno di uscita del saggio negli Stati Uniti. E se già la prima traduzione integrale del 2007 arrivava in Italia dopo che il dibattito su questi temi aveva dato i suoi frutti più maturi (Ceserani, Raccontare il postmoderno, 1997; Jansen, Il dibattito sul modernismo in Italia, 2002; Luperini, La fine del postmoderno, 2005), ora questo saggio non solo può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma può persino essere percepito come il reperto di una stagione intellettuale esaurita – con il postmoderno che è stato dato per morto e con un marxismo ridotto a pezzo da museo già a partire da quegli anni Novanta in cui diventavano egemoni i metodi destrutturanti della French Theory. E tuttavia, a differenza di tanti altri testi coevi, anche a rileggerlo oggi pare che Postmodernismo non sia per nulla invecchiato male.
Rilanciamo questa riflessione che il Prof. Vincenzo Costa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook. Affronta due temi per noi centrali: da un lato, quello della "Difesa europea", uno snodo potenzialmente drammatico per il nostro paese che si potrebbe vedere costretto a sostenere un conflitto con la Russia per volere di Bruxelles, e poi l'alternativa che si sta costruendo in Italia intorno al cosiddetto "campo largo". Riflessioni che meritano di essere lette e dalle quali intavolare un dibattito costruttivo.
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Niente, io la vedo diversamente da quasi tutti i miei amici.
1) C’è questa tendenza a moralizzare e a sentimentalizzare tutto. Così sembra che il problema sia Trump e le sue uscite demenziali. E allora tutti contro Trump, che essere d’accordo su quello è troppo facile. Ma davvero crediamo che con i democratici sarebbe stato meglio? 70.000 palestinesi sono stati uccisi con Trump o con le bombe inviate dai democratici? La guerra in Ucraina chi la ha voluta? La Siria?
2) Trump è davvero mandato dal signore: c’è un bisogno enorme di sentirsi parte di un noi, e anche se questo “noi” è costruito sul niente va bene lo stesso. Attorno all’essere contro Trump si può costruire un’indignazione che permette di costruire un simulacro di collettività, attorno a un delirio.

Possiamo parlare un attimo del coraggio degli iraniani? Per favore, mi sembra sia qualcosa da ammettere universalmente, anche da parte di sionisti, islamofobi o esportatori netti di democrazia.
Questi sono stati uccisi in serie, su appuntamento, testa dopo testa. Poi ecco subito il ricambio, un morto che cammina, uno che sa che sarà il prossimo, e lo vedi tranquillamente camminare in pubblico nei cortei, con gli occhi sorridenti e la barba pettinata, pronto al martirio. Poi muore e ne arriva un altro identico, all'infinito. Ciò che doveva scoraggiare il morale dell'aggredito ha finito per scoraggiare il morale dell'aggressore.
Da noi è diverso. L'anno scorso Crosetto osò opporsi al sacrificio del nostro Pil per una guerra non nostra, quella ucraina. Il giorno dopo l'aereo governativo in cui viaggiava atterrò d'emergenza per fumo in cabina. Magari fu solo un'assurda coincidenza, ma da quel momento il pover'uomo è irriconoscibile. Non appena gli sfugge qualcosa di compromettente, si affretta su Twitter a scansare ogni equivoco, con gli errori di ortografia di chi digita con mani tremanti.
Draghi due anni fa, in un suo raro momento di onestà, osò proporre sull'Economist linee guida contro l'architettura economica europea a trazione nordica. Un'intervista che ebbe risonanza mondiale. Qualche giorno dopo andò a fuoco una parte della sua villa (questo ebbe meno risonanza). Da quel giorno non rilascia più interviste sull'argomento né accetta incarichi.
Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.
C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.
Due memorie, nessuna fiducia
Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.
Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.
A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).
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Sulle tracce del discorso neoliberale
Il presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran“3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.
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