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mondocane

Blocco a Hormuz, crack a Washington... Ma follow the money

di Fulvio Grimaldi

Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk    https://youtu.be/XC9qManzFdk

Il mantra: destabilizzare

Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.

Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.

 

Il NYT e le sue gole profonde

Il New York Times, da sempre portavoce strategico dei globalisti, meno ottuso dei nostri gazzettieri dal “comandi” incorporato, ha suonato la campanella del cambio di lezione. Grazie alle gole profonde di cui dispone, ha voluto rivelarci la crepa apertasi nella “Situation Room” della Casa Bianca l’11 febbraio Era il giorno in cui il comandante in capo ha illustrato ai quadri operativi i quattro scenari del trionfo sull’agnello sacrificale indicatogli dagli autonominati succedanei di Giosuè. Dunque non erano i suoi, glieli aveva dettati il socio di maggioranza di Tel Aviv stringendogli un tantino alla gola, casomai rilutasse, il cappio Epstein. Ma da mo’ queste sono, tra Tel Aviv e Washington, mere sottigliezze. Da quelle parti lo si sa benissimo da sempre: uniti ce la si fa, disuniti chissà.

 

Quattro scenari per la vittoria. O per il disastro.

La scaletta discussa nella “Situation Room”, ovviamente imperativa, era: 1) uccidere i capi supremi, 2) disintegrare le forze armate iraniane, 3) innescare una sollevazione popolare, 4) installare un regime suddito. Impossibile sbagliare, data la potenza militare combinata dei due colossi nucleari. Sarebbe bastato agitarla e il castello di carte, eretto dagli ayatollah sui cadaveri di “40.000 (quarantamila) manifestanti trucidati”, sarebbe crollato. Sarebbe bastato, secondo i dissidenti fidati, un soffio del figlio dello Shah.

Così Trump, come gli insider del NYT riferiscono. Così un po’ meno i suoi quattro operativi, per quanto animati dalla stessa ansia millenarista di apocalisse di un presidente che, occasionalmente, fa anche Gesù. Il residuo legame con le cose del mondo li aveva lasciati perplessi. Il più sboccato di costoro, ma anche il più con le mani in pasta, John Ratcliffe, direttore della CIA, osò parlare di “farsa”. Non gli fu da meno il Segretario di Stato Rubio. Ecco il suo squittìo da falco: “in altre parole, bullshit”, che sarebbe merda di toro, ma va inteso come “cazzata”. Come da suo compito, più tecnico il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto: “Si tratta della solita procedura degli israeliani: si sopravvalutano e formulano piani abborracciati”. I

In fine D.J. Vance, con l’occhio lungo su una vicepresidenza che potrebbe diventare presidenza: “Questa è una guerra che potrebbe distruggere la tua coalizione politica”. Poi, scandendo le parole: “Tu sai che si tratta di una pessima idea. Ma se lo vuoi fare, sarò al tuo fianco”. La pronuncia, un voto di fiducia col mal di pancia, venne ripetuta dagli altri tre. Dal generale con queste parole: “Se lei ordina l’operazione, l’esercito la eseguirà”. Crepa aperta e lì per lì chiusa, a briglia sciolte e occhio fisso sul crine giallo, verso il disastro.

 

Primum fare soldi

Ciò che forse nemmeno i quattro apostoli del Gesù giallochiomato sospettavano era che dei quattro punti per l’obliterazione dell’Iran, quinta o sesta potenza militare mondiale, al capo interessava relativamente. E a paroloni. E ancora di meno, una volta constatata l’invincibilità della “civiltà da distruggere in una notte”. Si trattava essenzialmente di due priorità: far star zitto quel rompicazzo di Netaniahu che, un po’ con Epstein, un po’ con i fondi d’investimento, lo tiene per le palle e, soprattutto, fare soldi.

Gli Stati Uniti di Trump e compari, azionisti in varie forme, si sono ridotti, a forza di delocalizzazioni e spargimenti di dollari che la dottrina MAGA avrebbe dovuto correggere, al 18% della capacità produttiva mondiale e a un debito pubblico che si avvicina ai 40 trilioni. Un default ambulante. Ma essendo degli illusi del popolo MAGA l’illusionista il king, del blocco iraniano di Hormuz se ne fotte altamente. Gli basta far figura sbattendo i pugni sul tavolo e, infine, opponendogli il suo di blocco, fuori da Hormuz Nell’Oceano Indiano dove non blocca che l’unico porto iraniano che non sta nel Golfo Persico, ma che è anche porto da cui si diramano gas-e oleodotti in viaggio verso le stesse destinazioni asiatiche delle navi. La contromossa del blocco trumpiano equivale alla ripicca del bambino che ti porta via la macchinetta dopo che gli hai rubato l’orsacchiotto.

E’ vero che Tehran tiene sotto schiaffo tutti i porti e impianti e giacimenti nel Golfo degli amichetti coronati degli USA. Ma tanto quelli rifornivano soprattutto l’Europa e, come si sa dai tempi di Victoria Nuland a Kiev, “Fuck Europe!” Intanto i Maga non avranno più tanto da lamentarsi: al paese arrivano i soldi di chi è costretto, come gli euro-minorati, a farsi luce, caldo e freddo e a far andare le macchine con il petrolio e il gas fracking degli USA. USA divenuti non solo autosufficienti, ma esportatori netti del più costoso fossile del mondo. L’illusionista ne farà ricadere qualcosa sui suoi illusi. A settembre si vota negli USA.

Ma poi se da noi l’amichettismo è quello della distribuzione di poltrone, direzioni d’orchestra e appalti, da loro, oltre Atlantico, si gioca ad altri livelli. Di borsa. Si chiama Insider Trading, classico reato dei manovratori di denaro. Avete visto cosa succede ogni qualvolta Trump rumoreggia? A seconda della notizia buona o cattiva, gli indici di borsa internazionali schizzano o sprofondano. Meccanismo grazie al quale c’è chi si fa un mucchio di miliardi comprando quando conviene comprare, vendendo quando conviene vendere. Conoscendo picchi e tuffi in anticipo. E chi li prepara e poi glieli li comunica? C’è da chiederselo?

Trump è lì per questo. Tutto il resto è ammuina. Salvo morti e macerie.

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