
Il coraggio degli iraniani
di Emanuele Maggio
Possiamo parlare un attimo del coraggio degli iraniani? Per favore, mi sembra sia qualcosa da ammettere universalmente, anche da parte di sionisti, islamofobi o esportatori netti di democrazia.
Questi sono stati uccisi in serie, su appuntamento, testa dopo testa. Poi ecco subito il ricambio, un morto che cammina, uno che sa che sarà il prossimo, e lo vedi tranquillamente camminare in pubblico nei cortei, con gli occhi sorridenti e la barba pettinata, pronto al martirio. Poi muore e ne arriva un altro identico, all'infinito. Ciò che doveva scoraggiare il morale dell'aggredito ha finito per scoraggiare il morale dell'aggressore.
Da noi è diverso. L'anno scorso Crosetto osò opporsi al sacrificio del nostro Pil per una guerra non nostra, quella ucraina. Il giorno dopo l'aereo governativo in cui viaggiava atterrò d'emergenza per fumo in cabina. Magari fu solo un'assurda coincidenza, ma da quel momento il pover'uomo è irriconoscibile. Non appena gli sfugge qualcosa di compromettente, si affretta su Twitter a scansare ogni equivoco, con gli errori di ortografia di chi digita con mani tremanti.
Draghi due anni fa, in un suo raro momento di onestà, osò proporre sull'Economist linee guida contro l'architettura economica europea a trazione nordica. Un'intervista che ebbe risonanza mondiale. Qualche giorno dopo andò a fuoco una parte della sua villa (questo ebbe meno risonanza). Da quel giorno non rilascia più interviste sull'argomento né accetta incarichi.
Ciampi raccontò una delle notti del "golpe lento", quello che guidò la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un blackout notturno a Palazzo Chigi e al Quirinale contemporaneo alle bombe di Roma e Milano, che lo fece impallidire e gli fece capire che si era vicini a un colpo di stato.
Timore, pallore, tremore. Siamo dei cagasotto.
Da noi basta un omicidio piccolino, o anche solo minacciarlo, o una bombicina, basta togliere la corrente, una telefonatina anonima, una fotina compromettente, una bustarella gonfia, o magari solo uno sguardo truce. E chi deve capire capisce ed esegue. E i leoni da campagna elettorale diventano gattini da poltrona.
Colpirne uno per educarne cento. Da noi lo straniero colpisce uno e crea cento alleati. In Iran lo straniero colpisce uno e crea cento nemici.
È questa la banale spiegazione del nostro declino, della svendita completa della nostra sovranità, dei nostri asset, della nostra industria, della nostra moneta, della nostra Costituzione. Una classe dirigente che è pura espressione della nostra cultura.
Non c'è bisogno di fare grande filosofia. Per noi non esiste nulla di più importante dell'Individuo. Nemmeno la famiglia, figuriamoci la comunità o addirittura la "patria". La nostra è un'etica di compromesso in tutti gli ambiti, quel menefreghismo latino su cui ha attecchito bene l'etica del capitalismo: prima pensa al tuo interesse, tanto la ricaduta sociale sarà positiva. La ricchezza collettiva non è che la somma delle varie ricerche individuali del profitto.
Nessun principio superiore è ammesso. Nulla per cui valga la pena di lottare, figuriamoci di morire. Morire per delle idee, vabbè, ma di morte lenta.
In Iran i traditori e spie del Mossad sono mele marce; nel nostro sistema marcio i pochi patrioti si ergono giganteschi come eroi.
L'eccezionalità di persone come Falcone e Borsellino non cessa di stupirci e commuoverci, proprio perché sono rarità. Come possono esistere persone che sanno che saranno uccise e che ogni mattina vanno lo stesso a compiere il proprio dovere mortale? Come hanno fatto a trovare qualcosa più importante di se stessi? Per noi è talmente inspiegabile da avere un fascino lirico.
Nella foto a sinistra vediamo una civiltà millenaria, in quella a destra il triste circo di una repubblica nata dalla fuga di un re codardo.









































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