Perché abbiamo ancora bisogno della Comparative Economics*
di Emilio Carnevali
Emilio Carnevali parte dall’osservazione che lo studio comparativo di sistemi economici alternativi (per lungo tempo incentrato sul confronto fra socialismo e capitalismo) è scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale. Carnevali sostiene che si tratta una grave perdita perché la "Comparative Economics", opportunamente intesa, può ancora essere di grande utilità, soprattutto considerando che crescono i motivi di insofferenza verso lo status quo
Il n’est pas de connaissance véritable sans un
certain clavier de comparaison (Marc Bloch)
Qualche anno fa ho cominciato a interessarmi di una materia che nel sistema universitario anglosassone era solitamente chiamata Comparative Economics (tradotta spesso da noi come “Sistemi Economici Comparati”). Per prima cosa, ho acquistato un po’ di libri considerati dei “classici” della disciplina. Si trattava di volumi che non vengono più ristampati da anni, ma che sono spesso disponibili per poche sterline sulle piattaforme di libri usati del Regno Unito, dove allora vivevo. Quando mi arrivò il manuale di economia sovietica dello studioso britannico di origini russe Alec Nove, vidi che sul frontespizio e sul taglio anteriore sfoggiava un bel timbro rosso: Property of the Financial Times. Molti libri che ho acquistato da allora sugli stessi argomenti sono segnati da timbri analoghi. Un tempo appartenenti a librerie universitarie, istituzioni pubbliche, think tank e organi di informazione, vengono ora venduti nel mercato dell’usato, o semplicemente mandati al macero, come guide turistiche contenenti numeri di telefono di ristoranti e alberghi che non esistono più.
D’altra parte, la materia Comparative Economics non figura praticamente più nei curriculum delle facoltà di economia a livello internazionale, almeno nell’accezione tradizionale di confronto fra sistemi economici diversi (come capitalismo vs socialismo). È opinione largamente condivisa che studiare queste cose sia, se una perdita di tempo, un cattivo investimento del tempo (e una scelta decisamente autolesionista se guardata attraverso il prisma della carriera accademica). È un bagaglio di conoscenze non più utile alla formazione del buon economista di oggi di quanto sia la conoscenza dell’uso delle sanguisughe nella medicina di epoca vittoriana alla formazione del buon medico. In un mondo in cui non esistono più sistemi economici chiaramente alternativi al capitalismo globale che si è affermato dopo il crollo del muro di Berlino, è certamente comprensibile la volontà di dare priorità ad altri temi.
Io credo, tuttavia, che lo studio comparativo di sistemi economici alternativi, tanto da un punto di vista storico, quanto da un punto di vista, diciamo così, “teorico-normativo”, possa avere ancora un ruolo e una utilità. E non solo all’interno delle istituzioni scolastico-universitarie e della comunità scientifica in senso stretto. Cercherò qui di fornire alcuni argomenti a sostegno di questa tesi, partendo proprio da alcune considerazioni sul dibattito fra non specialisti.
Se il socialismo reale è morto da tempo nei paesi che un tempo ne erano i portabandiera, lo spettro del socialismo, o del comunismo, continua ad aggirarsi nella discussione politica dei paesi democratici. Nel corso delle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Donald Trump ha più volte accusato la sua sfidante Kamala Harris di essere una “socialista” o una “comunista” (più raramente una “fascista”; ma sì, ha detto anche questo). Lo stesso Trump, nel corso del suo primo mandato (e in occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx), aveva commissionato al suo Council of Economic Advisers un dettagliatissimo rapporto di 72 pagine. Intitolato The Opportunity Cost of Socialism, lo scritto intendeva mettere in guardia il popolo americano dagli esiti catastrofici cui condurrebbero non solo l’economia pianificata di tipo sovietico, ma anche il modello socialista dei paesi scandinavi, e le proposte del partito democratico americano che ad esso si ispirano. L’accusa di “socialismo” è il più delle volte scagliata da politici conservatori contro politici progressisti. Ma non mancano esempi, anche numerosi, di “direzioni diverse” della stessa accusa. Il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, reagì alle critiche del settimanale britannico The Economist (paladino del liberalismo economico e politico) ribattezzandolo The Ecommunist. Più recentemente, diversi politici conservatori inglesi hanno stigmatizzato le proposte di politica economica di Reform UK, il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage e attualmente in testa nei sondaggi, come socialiste.
C’è anche chi rivendica con orgoglio la propria identità socialista, come il neoeletto sindaco di New York Zohran Mamdani. Quello di Mamdani è certamente un posizionamento controcorrente negli USA, ma meno stravagante di quanto possa apparire a un primo sguardo. Secondo un sondaggio dello scorso settembre dell’autorevole Gallup, ben il 64% degli elettori del Partito Democratico americano hanno un’opinione favorevole del socialismo (solo il 42% dello stesso campione vede favorevolmente il capitalismo). In un contesto del genere, gioverebbe senz’altro una più diffusa conoscenza di queste categorie del linguaggio politico, le quali sembrano mostrare una sorprendente inerzia nel dare forma alle identità collettive e individuali.
Ad accogliere come benvenuta una discussione un po’ più informata in materia, sia detto per inciso, non sarebbero solo quei progressisti capaci di far comprendere come molte loro proposte non hanno nulla a che fare col socialismo sovietico. Ma anche coloro che difendono il sistema capitalista dalle perduranti accuse di essere all’origine di praticamente ogni problema collettivo. Si prenda ad esempio il tema della mobilità sociale. Anche in paesi non capitalisti l’istituto della famiglia (e la “trasmissione intergenerazionale” dell’istruzione), il divario città-aree rurali, l’importanza del network e delle entrature politiche, hanno fortemente limitato l’ambizione di rendere irrilevante quella “lotteria della nascita” su cui molte critiche del sistema capitalista si imperniavano (e si imperniano tuttora).
Nel nostro Paese, l’Italia, è politicamente egemone una destra profondamente corporativa e allergica a ogni refolo di concorrenza che possa sfiorare i gruppi alla base del proprio blocco elettorale. Riflettere sui punti di forza e sul dinamismo del capitalismo potrebbe aiutare a non selezionare solo le cose peggiori del sistema a disposizione, come talvolta sembriamo inclini a fare.
C’è però un contributo che il metodo della Comparative Economics potrebbe dare che va ben oltre la polemica politica contingente. Ne ha scritto recentemente l’economista Branko Milanovic, in una edizione della sua newsletter significativamente intitolata Should comparative economics still exist?: avere una conoscenza di come “differenti sistemi economici erano organizzati può essere importante per allargare gli orizzonti della propria visione del mondo oltre i confini di ciò che esiste oggi. Conferisce inoltre una maggiore capacità di contestualizzare ciò che osserviamo e di immaginare possibili cambiamenti per il futuro. Il ‘presentismo’ nelle scienze sociali tende a reificare il sistema corrente e a farlo sembrare naturale e insostituibile”.
Negli ultimi anni l’economia mondiale si è trovata a fronteggiare due crisi gravissime: quella “endogena” originata dal crack finanziario del 2007/2008 e quella “esogena” innescata dalla pandemia da Covid-19. Sono stati commessi innumerevoli errori nella loro gestione da un punto di vista economico. Ma sono state anche messe in campo idee sorprendentemente non convenzionali, che hanno fortemente mitigato l’impatto di entrambe le crisi rispetto a quello che si sarebbe verificato ricorrendo soltanto alla tradizionale cassetta degli attrezzi di politica economica.
Due esempi saranno sufficienti per rendere l’idea. Quando nel 2009 il sistema finanziario statunitense era sull’orlo del collasso, il governo americano non ha esitato ad entrare direttamente nel capitale delle banche, investendo 236 miliardi di dollari in 758 istituti di credito. Senza contare gli interventi in altri settori, come quello dell’automotive. Ci fu allora chi protestò contro le politiche “socialiste” intraprese dall’amministrazione Obama (Let Detroit go bankrupt!, fu l’esortazione del repubblicano Mitt Romney, che poi sfidò Obama nelle elezioni presidenziali del 2012). Fortunatamente, quelle voci non prevalsero.
Con lo scoppio della pandemia da Covid-19, le banche centrali hanno di fatto concesso credito illimitato ai governi, che a loro volta hanno sostenuto i redditi di famiglie e imprese quando il funzionamento del sistema produttivo è stato arrestato dalle misure di contenimento del virus. Nel Regno Unito, l’attivazione della Way and Means Facility presso la Bank of England (BOE) prevedeva la possibilità per l’esecutivo di indebitarsi senza emettere titoli di debito pubblico sul mercato. Sarebbe stato sufficiente prelevare base monetaria “allo scoperto” direttamente dal proprio conto presso la stessa BOE. Nel Regno Unito, come in tutte le principali economie avanzate, questa disponibilità delle autorità monetarie a fare whatever it takes per portare i rispettivi paesi “al di là del guado”, è stata sufficiente a tranquillizzare i mercati ed eliminare qualsiasi problema di liquidità per gli esecutivi impegnati nella battaglia economica, oltre che sanitaria, contro il virus. Come in occasione della crisi finanziaria, l’economia è stata tenuta in piedi con soluzioni distanti non solo dal tipico laissez-faire capitalistico, ma anche dalle tradizionali misure di stabilizzazione macroeconomica keynesiana.
Questa capacità di pensare out of the box, fuori dai recinti dell’ortodossia economica, è una risorsa indispensabile in tempi di crisi. Lo è stata nelle crisi recenti, dovrà esserlo nelle crisi future e di fronte ai ciclopici problemi che oggi i nostri sistemi economici e sociali si trovano a fronteggiare, dall’invecchiamento della popolazione all’emergenza climatica.
Da questo punto di vista, non solo sarebbe utile preservare lo studio storico-comparativo di sistemi diversi, ma dovrebbe anche essere incoraggiata la capacità di immaginare qualcosa di non ancora pensato o sperimentato fino ad ora. In passato i critici dell’economia capitalistica erano spesso riluttanti a delineare progetti di economia alternativa: vuoi perché il modello ideale ritenevano di averlo già trovato al di là della cortina di ferro (almeno fino a quando la irreversibile crisi del socialismo reale non ha cominciato a palesarsi dalla seconda metà degli anni Settanta); vuoi perché si pensava che la città futura sarebbe nata quasi “spontaneamente” dalle irrisolvibili contraddizioni della società presente (ho discusso il complicato rapporto fra “socialisti” e “modelli” in un articolo scritto insieme a Matteo Sommacal e pubblicato sul Journal of Economics). Oggi i critici radicali delle istituzioni economiche vigenti sono consapevoli di dover fornire validi e dettagliati argomenti a sostegno delle loro tesi. Sanno che hanno l’onere di spiegare con cosa vorrebbero sostituire ciò che non piace loro. Un rinnovato ruolo per la Comparative Economics potrebbe dunque passare dall’analisi e dalla valutazione di quell’ormai ricco serbatoio di proposte accumulatosi nella letteratura economica degli ultimi anni (e di cui ho cercato di dare in parte conto, insieme ad André Pedersen Ystehede, in un articolo pubblicato sul Journal of Economic Surveys).
Si potrebbe naturalmente obiettare che tanto la conoscenza dei fallimentari sistemi alternativi del passato, quanto quella di astratte e apparentemente velleitarie teorizzazioni del presente, sono un “lusso” che tanto meno ci possiamo permettere, quanto più si manifesta l’urgenza di soluzioni realistiche, pratiche ed efficaci ai grandi problemi del mondo contemporaneo. Eppure, sigillare i confini del territorio esplorabile non è mai stato un buon servizio reso al cammino della conoscenza, che ha spesso proceduto in maniera erratica, a zig-zag, trovando prospettive sorprendenti e imprevedibili anche dietro tornanti imboccati non solo per un’inspiegabile vocazione, o per un’eccentrica curiosità, ma anche solo per caso o per errore. L’America fu in fondo “scoperta” da un uomo partito verso l’India in direzione contraria rispetto alle rotte dell’allora mainstream nautico. Più recentemente, il cidrato di sildenafil è stato sintetizzato nei laboratori della Pfizer come farmaco contro l’angina pectoris e l’ipertensione arteriosa. Non ha funzionato. Ma gli imbarazzanti effetti collaterali osservati sugli individui maschi nel corso della sperimentazione sono stati alla base di uno dei più straordinari successi scientifici e commerciali dell’industria farmaceutica dell’ultimo quarto di secolo: il Viagra.
Viviamo in un’epoca in cui una diffusa insofferenza per lo status quo finisce spesso per soffiare nelle vele di movimenti populistico-nazionalisti. Movimenti che promettono di riportare indietro, e in salvo, la caravella della nostra società, sconquassata dai venti della globalizzazione, e alla deriva nel mare aperto del multiculturalismo. Purtroppo, non è difficile prevedere in che tipo di “porto sicuro” si rischia di ritornare.
La teoria economica potrebbe aiutare a tracciare delle rotte diverse. E la Comparative Economics potrebbe contribuire a far conoscere meglio il passato, sia per evitarne gli errori, che per coglierne le potenzialità inespresse. Del resto, come ebbe a commentare John Maynard Keynes esattamente un secolo fa (1926), è difficile dire cosa renda un uomo più conservatore: “non conoscere nulla se non il presente, oppure nulla se non il passato”.










































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