Per Romano Luperini
È morto nella notte Romano Luperini, maestro e riferimento per diverse generazioni di studiosi, tra cui la mia. Romano è stato un militante politico, uno storico della letteratura, un docente, uno scrittore, un interlocutore dialettico sempre rigoroso e appassionato, grazie alla sua fiducia, citando uno dei suoi studi più noti, nel “dialogo” e perché no nel “conflitto”. I suoi percorsi attraverso i movimenti e gli autori del moderno e del modernismo, categoria, quest’ultima, di cui ha ridefinito con nettezza critica i contorni, restano fondamentali, come tutta la sua produzione saggistica, le monografie sui singoli autori (Verga, Pirandello, Tozzi, tra gli altri) o su categorie e questioni problematiche (il Postmoderno, la critica come ermeneutica, l’allegoria). La sua figura verrà perciò meritatamente ricordata nei prossimi giorni e a lungo termine, ma oggi il cordoglio va naturalmente alla sua famiglia, con un pensiero per tutti quelli che lo hanno conosciuto attraverso le sue lezioni o le sue pagine e hanno avuto il privilegio di condividere con lui anche questi ultimi anni di attività forzatamente ridotta.
Mi piace ricordare subito un passaggio da un contributo a cui teneva molto, su un racconto poco conosciuto di Musil: “imparare a capire la spinta profonda del proprio destino è anche impadronirsi di una verità universale che l’uomo preferisce dimenticare: la sua condizione creaturale”.
Qui rileggiamo l’ultimo suo Diario in pubblico, apparso sul numero 340 de «l”immaginazione» (marzo-aprile 2024), ringraziando Agnese Manni e Anna Grazia D’Oria.
Ciao Romano. [GP e Le parole e le cose]
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Diario in pubblico. Genocidio o no?
di Romano Luperini
Non si fa che discutere se sia legittimo o no, sia giusto o sbagliato, usare la parola “genocidio” per parlare del massacro dei palestinesi della Striscia di Gaza. In effetti se si va a guardare il Grande Dizionario della lingua italiana di Battaglia o il Grande Dizionario dell’uso di De Mauro si potrebbe dubitare della correttezza. Infatti entrambi usano questo termine (attestato dal 1949-’50) per parlare, si legge in entrambi, della “distruzione sistematica di un gruppo etnico, razziale o religioso” mediante il “massacro” degli individui, “la dispersione delle famiglie e delle comunità, la soppressione delle istituzioni sociali, politiche, religiose, culturali”. In effetti oggi si assiste al massacro dei palestinesi (25.000 sinora), alla dispersione delle famiglie e delle comunità spinte da una parte all’altra della Striscia ridotta a una montagna di macerie e indirizzate verso l’Egitto che si rifiuta peraltro di accoglierli. E un massacro simile era stato compiuto da Hamas il 7 ottobre, sia pure più contenuto nei numeri (i morti di Israele sono stati intorno a 2.000 individui). Si direbbe che all’immagine dell’ebreo errante oggi si aggiunga quella del palestinese senza più né terra né patria. Manca però la sistematicità del massacro come c’era invece negli anni dell’Olocausto. Quindi, si conclude soddisfatti, di genocidio non si può propriamente parlare. Mai, nel dibattito culturale e politico più recente, ci sono state tanta passione e acribia filologica e storica nel discutere una questione linguistica. Passione e acribia che mi lasciano abbastanza deluso. Di fronte a questa montagna di morti (la maggior parte civili, con un numero enorme di bambini e minori) di altro si dovrebbe parlare. Sottilizzare se la parola “genocidio” è appropriata o no mi lascia freddo. Non hanno altro da pensare gli intellettuali italiani? Perché non si chiedono come e perché è potuto accadere? Quali sono le loro responsabilità? Quale il loro contributo (non importa se cosciente o no) all’orrore? Che lo sterminio non sia sistematico e scientifico come quello nazista non ci salva l’anima, anzi aggrava la nostra posizione. Lo sterminio piano piano è diventato pratica quotidiana in ogni parte del mondo nella indifferenza dei più, compresi gli uomini di cultura che oggi discettano se è lecito o no parlare di “genocidio”. Assistere alla morte in mare di migliaia di migranti e abituarsi a questo spettacolo è diventato fenomeno consueto e, si direbbe, normale. Così come oggi è normale disquisire se si tratta di genocidio o no. È questa indifferenza, questa assuefazione all’orrore che deve preoccupare molto di più di una parola usata in modo improprio. E poi nella catastrofe di cose e di pensieri, nella disumanizzazione di parole e di immagini, nel susseguirsi di guerre, di epidemie e di sciagure climatiche in cui viviamo siamo proprio sicuri che la parola “genocidio” sia inappropriata? Temo ormai che lo sia per difetto, che cioè non sia più nemmeno in questione una razza e un popolo, o due etnie e due popoli, ma questa nostra umanità e questo nostro pianeta.










































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