Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà
di Alessandro Scassellati
Il presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran“3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.
Ma molti leader europei considerano la guerra dell’alleanza USA-Israele contro l’Iran un “conflitto di scelta” non concordato con loro4, definendolo in alcuni casi illegale (con accuse di stare commettendo molteplici crimini di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra) e rifiutando di farsi trascinare in una crisi mediorientale che non ritengono coperta dall’Articolo 5 di mutua assistenza militare5.
I leader europei non hanno fatto nulla per fermare il genocidio che il governo israeliano di Netanyahu (il governo di un Paese che USA e NATO considerano come avamposto della democrazia occidentale in Medio Oriente malgrado la sua politica colonialista, razzista e genocida) sta perpetrando ai danni del popolo palestinese con la complicità attiva degli Stati Uniti di Biden prima e ora di Trump, e della stessa NATO (con la fornitura di armi e di copertura politica). Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ringraziato Israele che “fa per noi il lavoro sporco”. Ora, nel conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran, i leader europei non si sentono rispettati dagli Stati Uniti e non sono più disposti a essere complici di crimini di guerra, a correre rischi e a subire impatti economici negativi per loro conto.
Quando Donald Trump ha minacciato di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, dicendo ai leader europei di “andare a procurarsi il petrolio da soli” e definendoli “codardi” che “dovranno imparare a combattere” per conto proprio, perché gli Stati Uniti “non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi”, le capitali degli altri 31 Paesi membri6 non hanno mostrato particolare sorpresa; piuttosto, stanchezza, fastidio e allarme. Era chiaro che se lo aspettavano. Solo Macron ha affermato che l’atteggiamento degli Stati Uniti sta “erodendo la sostanza stessa della NATO”. “Abbiamo tutti bisogno di stabilità, calma, un ritorno alla pace: non è uno spettacolo! … Credo che organizzazioni e alleanze come la NATO siano definite da ciò che non viene detto, ovvero dalla fiducia che le sostiene. Se si mette in dubbio il proprio impegno ogni giorno, se ne erode la sostanza stessa”.
La NATO ha già affrontato sfide alla sua coesione in passato, non ultima quella durante il primo mandato di Trump, dal 2017 al 2021, quando il presidente prese in considerazione l’ipotesi di ritirarsi dall’alleanza. Ma mentre fino a poco tempo fa molti funzionari europei credevano che Trump potesse essere tenuto al suo posto con pompa e adulazione, ora sono in pochi a pensarla così, stando alle affermazioni di decine di ex e attuali funzionari statunitensi ed europei. D’altra parte, nel corso dell’ultimo anno i leader europei hanno accettato di essere umiliati come vassalli dell’impero statunitense. Si pensi alle questioni dei dazi imposti, della Groenlandia e delle mosse degli Stati Uniti che gli europei considerano particolarmente accomodanti nei confronti della Russia7, che definiscono la loro principale minaccia alla sicurezza. Nonché ai discorsi di Trump a Davos nel 2026 e a quelli di JD Vance nel 2025 e di Marco Rubio nel 2026 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (si vedano i miei articoli qui e qui). Ciò nonostante i leader europei si sono impegnati a fondo per dimostrare la loro disponibilità e capacità ad assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa.
A questo punto, la domanda più importante è perché, proprio in questo momento, una simile dichiarazione possa essere stata fatta dagli statunitensi.
La crisi del progetto NATO
Nel nuovo ciclo di conflitti in Medio Oriente, gli Stati Uniti non hanno mostrato alcuna considerazione per gli interessi europei, né alcun rispetto per l’Europa. Le loro azioni sono indubbiamente una coercizione diretta, che costringe l’Europa a schierarsi. Soprattutto dopo aver vissuto il conflitto tra Russia e Ucraina, l’Europa non sembra essere più disposta a sostenere costi inaccettabili. Le perdite superano i guadagni. Le divisioni all’interno della NATO tra i membri statunitensi e non statunitensi sono dunque sempre più evidenti.
La NATO è sempre stata un’istituzione funzionale agli interessi statunitensi. Non è mai esistito un partenariato paritario fra le due sponde dell’Atlantico. La totale subordinazione dei Paesi europei – e quindi delle loro democrazie e sovranità nazionali – agli interessi di dominio imperiale degli Stati Uniti è emersa in tutta la sua imbarazzante evidenza con la guerra in Ucraina, allorquando i membri europei si sono dovuti fare carico della guerra economica contro la Russia anche contro i loro stessi interessi economici e geopolitici. Fino ad aggravare il proprio status di vassalli rimpiazzando le forniture energetiche di Mosca con quelle, assai più care, di Washington. I Paesi europei hanno agito e agiscono contro i propri interessi perché integrati in una NATO totalmente egemonizzata dagli Stati Uniti, sottoposti dunque al ricatto dell’unica superpotenza occidentale in grado di usare armi nucleari su scala significativa e che ha un “global reach”, ossia ambizioni geopolitiche globali e una definizione dell’interesse nazionale che prevede di abbracciare l’intero pianeta.
L’Europa ha accettato la subordinazione al dominio imperiale degli Stati Uniti perché essere a loro sottomessi significava mantenere l’”Occidente” dominante. Paesi importanti come la Gran Bretagna, la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Germania, la Spagna, il Portogallo e l’Italia hanno tutti avuto un passato coloniale/imperiale in Africa, Sud America, Oceania e Asia. C’è un modo di pensare e vedere il mondo che fa sì che l’Europa accetti di sottomettersi agli Stati Uniti con l’idea che insieme, questo “Occidente collettivo” possa dominare il resto del mondo. Questa è l’offerta di una partnership suprematista bianca che il Segretario di Stato Marco Rubio ha rinnovato ai governanti europei nel suo discorso a Monaco quest’ anno. Rubio propone di costruire insieme un “nuovo secolo occidentale” radicato nell’impero, nel (neo)colonialismo estrattivista predatorio e nel suprematismo bianco. L’offerta di Rubio si basa sul presupposto che l’Occidente (Europa+Stati Uniti) ha un primato e un legittimo predominio sugli altri continenti e popoli non bianchi. In Europa, i governanti britannici sono di norma i maggiori sostenitori di questa visione: ancora mantengono una mentalità imperiale nonostante che il loro grande impero sia finito da quasi 80 anni. Ma l’attacco militare immotivato e illegale degli Stati Uniti e Israele è stato talmente scandaloso che pure i britannici in questo caso hanno fatto un po’di resistenza a farsi coinvolgere.
È tempo che i leader dei Paesi europei comprendano che ora “non siamo seduti al tavolo ma nel menù”, come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney a Davos. Per cui, ad esempio, la fine delle sanzioni dell’UE sulle importazioni energetiche russe contribuirebbe ad affrontare la crisi energetica derivante dalla guerra in Iran. Ma, per ora, nonostante prezzi alle stelle e carenze, è stato soltanto il Primo Ministro slovacco, Robert Fico, insieme a quello ’ungherese Viktor Orbàn, a chiedere all’UE di revocare le sanzioni sul petrolio e sul gas russi. L’UE dovrebbe riprendere il dialogo con la Russia affinché gli Stati membri possano ottenere le forniture mancanti di gas e petrolio da tutte le fonti, inclusa la Russia8.
Inoltre, i leader europei hanno l’urgente necessità di ridurre la dipendenza economica e militare dei loro Paesi dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono oggi il principale mercato di esportazione per l’Europa, rappresentando oltre il 20% delle esportazioni europee all’inizio del 20269, nonché il principale fornitore di capitali di rischio per le nuove iniziative imprenditoriali e la fonte di capacità militari cruciali per la loro difesa e la deterrenza nei confronti della Russia.
L’attuale crisi della NATO è la conseguenza di una lenta erosione strutturale in atto da decenni. Già nel novembre 2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese Macron aveva affermato che “La NATO è in stato di morte cerebrale”10. La sua crisi attuale è dovuta alla sua incapacità di tenere il passo con un mondo multipolare in rapida evoluzione.
La logica originaria dell’alleanza era semplice e si inquadrava nella Guerra Fredda e nell’era della de-colonizzazione (ilo sgretolamento degli imperi coloniali europei). Nel 1949, come ha notato Luciano Canfora, l’Unione Sovietica era l’Occidente “cattivo” che rappresentava un pericolo chiaro e imminente per il “mondo libero” dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, l’Occidente “buono”11. L’Europa occidentale aveva bisogno della protezione economica e militare statunitense (il cosiddetto “ombrello americano”). Washington aveva bisogno di profondità strategica e di mercati di sbocco nel continente europeo. Lord Hastings Lionel Ismay, il primo Segretario Generale della NATO, Ismay sintetizzò la funzione e gli obiettivi strategici dell’Alleanza Atlantica nel 1949 con una celebre formula in lingua inglese: “Keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”12. La minaccia era reale (anche se il Patto di Varsavia nasce solo nel 1955, ossia quando la Germania Occidentale entra nella NATO), condivisa e sufficiente a tenere uniti interessi divergenti. Anche se il prezzo pagato dalle democrazie europee è stato quello delle continue interferenze dell’alleanza (leggi Stati Uniti con la CIA e altri partner degli apparati di sicurezza) nel campo politico dei Paesi membri13. Il fatto è che i governanti degli Stati Uniti hanno le loro idee sul mondo che possono essere condensate nel controllo egemonico. Non è possibile criticare gli Stati Uniti anche quando commettono azioni illegali e folli proprio perché il controllo egemonico è una irrealtà. Per questo una serrata propaganda (anticomunista e antisovietica), una guerra cognitiva e una manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa è stata condotta in tutti i Paesi del blocco occidentale durante la Guerra Fredda e poi fino ai nostri giorni.
Quella minaccia è scomparsa nel 1991, quando si è passati dall’Unione Sovietica alla Russia, un Paese integrato nel campo dell’economia capitalistica, ma non ammesso in quello dell’Occidente “buono”. La NATO, il fronte politico-militare dell’Occidente “buono”, no. Invece di dissolversi, l’alleanza ha cercato di consolidare la propria coesione. Pertanto, ha dovuto trovare un nuovo obiettivo. Ha iniziato a espandersi verso est, rafforzandosi come baluardo contro una Russia considerata sempre meno subordinata, più assertiva. Una politica espansiva minacciosa e provocatoria nei confronti di Mosca, che ha violato le promesse formulate nel 1990 dall’amministrazione Bush e dal governo della Germania occidentale a Gorbaciov “che la NATO “non si sarebbe allargata di un solo centimetro verso Est”14. La guerra in Ucraina, dove la NATO e l’Ucraina hanno condotto una guerra “per procura” (pro bono degli USA) contro la Russia, hanno dato l’impressione di poter rallentare la crisi della NATO e, al contrario, di rafforzare l’alleanza euroatlantica. Ma via via che il conflitto si è trascinato nel tempo e che l’Ucraina (insieme alla NATO) si è avvicinata alla sconfitta finale sul campo, la tendenza alla coesione interna all’alleanza si è nuovamente affievolita. Un processo favorito anche dal ritorno alla presidenza di Trump.
Si è anche coltivata l’ambizione di far diventare l’alleanza un player offensivo a livello globale15. Così, negli ultimi anni è stata auspicata un’estensione dell’influenza della NATO nell’Indo-Pacifico (arruolando Giappone e Corea del Sud), persino la formazione di una “NATO economica” contro la Cina16 e contro i Paesi del Sud del mondo (ad esempio, attraverso l’utilizzo di sanzioni economiche che creano crisi economiche, aggravando la povertà e alimentando i disordini sociali, ai quali viene risposto con una crescente repressione statale), sollevando interrogativi sull’orientamento strategico e la rilevanza della NATO – in quanto organizzazione custode di un ordine mondiale profondamente ingiusto con tendenze neocoloniali e imperialiste – in un mondo in profondo cambiamento.
Un’alleanza che deve continuamente inventare nuovi nemici per giustificare la propria esistenza è già in difficoltà strutturali. In un mondo sempre più multipolare, il tentativo della NATO di esercitare il potere militare, principalmente attraverso quello statunitense, per gestire gli affari globali non è più possibile. Gli stessi Stati Uniti non sono più nelle condizioni economiche, politiche e militari di sostenere il loro dominio egemonico globale. Tuttavia, alcuni all’interno della NATO non hanno ancora compreso questo cambiamento.
Critici di sinistra e pacifisti sostengono da tempo che la NATO – creata per contrastare una minaccia della Guerra Fredda che ha cessato di esistere 35 anni fa – sia superflua e abbia contribuito a provocare l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia. I sostenitori dell’alleanza affermano invece che essa sia fondamentale per la pace e abbia contribuito alla prosperità senza precedenti di cui hanno goduto la maggior parte dei Paesi europei nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Certamente, la NATO ha consentito ai Paesi europei di delegare la sicurezza esterna agli USA, potendosi così permettere di tenere bassa la spesa per la propria difesa militare (anche se di questo gli USA si sono sempre lamentati) e alzare quella sociale. L’Europa occidentale ha potuto seguire politiche di stampo socialdemocratico, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto “un’economia di guerra permanente” (dando vita al cosiddetto Keynesian warfare state o military Keynesianism).
Il problema più profondo è che nel tempo gli interessi occidentali si sono silenziosamente ma profondamente diversificati. Quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina, l’Europa ne ha subito le conseguenze, tra cui l’impennata dei prezzi dell’energia, la crisi e delocalizzazione industriale e ondate di milioni di rifugiati ucraini. Oggi, le prospettive economiche europee sono stagnanti o recessive e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti persistono.
Dopo l’imposizione unilaterale dei dazi del 15% sulle importazioni dall’UE e le minacce di Trump relative all’acquisizione della Groenlandia, l’Europa ha iniziato a porsi una domanda scomoda: stiamo difendendo “valori condivisi” che ci uniscono o stiamo semplicemente sovvenzionando le ambizioni strategiche altrui? Questa distinzione ha sollevato dubbi sullo scopo dell’alleanza.
La guerra in Iran ha acuito notevolmente tale interrogativo. I governi europei si sono rifiutati di partecipare. Persino la Gran Bretagna, il partner più affidabile di Washington, ha declinato l’invito17. Non si è trattato di un tradimento, bensì di un calcolo radicato in mutamenti politici interni e priorità strategiche, a dimostrazione di come le trasformazioni politiche interne nei principali Paesi membri della NATO influenzino la coesione dell’alleanza e il processo decisionale.
L’ascesa di Trump – oramai sostenuto dalle forze più potenti del capitalismo statunitense come il complesso militare-industriale, il mondo della finanza, le potenti e ricche lobbies ebraiche che guidano la politica estera in Medio Oriente, e le Big Tech del “capitalismo digitale della sorveglianza” – è di per sé sintomo di forze più profonde. Le classi medie e lavoratrici statunitensi sono indebolite e svuotate. I fallimenti degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq hanno distrutto la legittimità interna dell’intervento militare all’estero. I giovani (anche quelli MAGA) mostrano scarso attaccamento all’idea che il loro Paese sia il garante indispensabile del mondo.
I conti economici non ammettono scuse. Il debito federale statunitense ha superato i 39 trilioni di dollari. Gli interessi passivi superano ormai il bilancio della difesa. Il costo del mantenimento di una presenza militare globale è reale, ricorrente e sempre più insostenibile. Non si tratta di ideologia, ma di pura aritmetica.
Quanto a una NATO economica orientata verso la Cina, la sola ambizione di tale strategia rivela la profondità dell’ansia strategica occidentale. Ma se l’alleanza militare si sta già sgretolando, cosa terrebbe unita una coalizione che chiedesse ai suoi membri di prepararsi a una lunga guerra economica con la Cina, la seconda economia mondiale? Una simile mossa sarebbe fatale per gli Stati membri della NATO.
L’idea di utilizzare la NATO per espandere il dominio e l’ideologia suprematista occidentale a livello globale – una proposta formulata da Marco Rubio quest’anno a Monaco – è anacronistica o semplicemente folle. La NATO non possiede più (se mai lo ha posseduto) questo tipo di potere.
La storia non offre alcun esempio di una grande potenza che abbia mantenuto indefinitamente i propri impegni globali dopo contraddizioni politico-culturali interne, declino economico e fratture sociali ed economiche interne. Gli Stati Uniti, con Trump o senza Trump, non faranno eccezione, il che sottolinea la necessità di un adattamento strategico per i Paesi europei.
La storia della NATO non è ancora finita. Ma le forze che la stanno disgregando non sono frutto delle decisioni ed azioni di una singola amministrazione. Sono il peso accumulato di contraddizioni irrisolte, contraddizioni che si sono formate fin dalla caduta del muro di Berlino con l’ubris di una potenza che ha scelto di percorrere la strada del dominio unipolare indicata dai neoconservatori e dal complesso militare-industriale. Trump non ha creato quel peso. Ha semplicemente anticipato e accelerato il momento in cui la crisi si è manifestata.
La guerra in Iran ha offerto al mondo uno spaccato di ciò che attende le potenze egemoniche se non riescono a tenere il passo con il cambiamento globale. Il destino della NATO non fa eccezione. Questa alleanza si trova ora ad affrontare una grave crisi interna, alimentata dall’intensificarsi delle tensioni tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Alcuni esperti suggeriscono che l’alleanza potrebbe aver raggiunto un “punto di non ritorno”, anche se esistono importanti ostacoli legali e politici che impediscono la sua formale dissoluzione18.
Alcuni analisti suggeriscono l’ipotesi che gli Stati Uniti potrebbero non uscire formalmente dall’alleanza, ma piuttosto orientarsi verso una “NATO dormiente” o una NATO “in un coma indotto da Trump”, rimanendo membri ma rifiutandosi di impegnare risorse militari o di adempiere agli obblighi di difesa previsti dall’articolo 5, rendendo di fatto l’alleanza priva di significato19. Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte (quello che chiama Trump “Grande Papà”), deve visitare Washington questa settimana per incontrare il Presidente Trump nel tentativo di fargli cambiare idea, stabilizzare le relazioni e riaffermare gli impegni dell’alleanza. Fino a febbraio, Rutte, aveva liquidato l’idea che l’Europa potesse difendersi senza gli Stati Uniti come “un’idea assurda”.
Le proposte degli europei per una ”nuova NATO” (senza gli Stati Uniti)
In risposta all’incertezza sull’Articolo 5, con le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di non intervenire in difesa degli alleati “non amici”, rendendo l’alleanza “vuota” agli occhi di avversari come la Russia, alcuni leader e analisti europei chiedono un nuovo quadro di sicurezza indipendente che sostituisca “la vecchia NATO”. Un quadro incentrato sulla deterrenza nucleare europea e sull’aumento (al 5% del PIL) della spesa per la difesa. L’”autonomia strategica” europea, un tempo concetto teorico, è diventata a inizio 2026 una necessità politica urgente a causa delle tensioni con gli Stati Uniti e dell’incertezza sul futuro della NATO. “La NATO resta necessaria, ma dobbiamo essere in grado di pensare alla NATO senza gli statunitensi”, ha affermato il generale François Lecointre, che ha ricoperto la carica di capo delle forze armate francesi dal 2017 al 2021. I leader europei iniziano a considerare l’assenza del supporto americano come lo scenario di base per il prossimo futuro e i dibattito attuale si articola su tre tesi principali:
- la tesi della “dissuasione avanzata” (a leadership francese): proposta dal Presidente Emmanuel Macron nel marzo 2026, questa tesi suggerisce di europeizzare la forza di dissuasione nucleare francese. Francia, Regno Unito e altri 7 partner UE (tra cui Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca) hanno concordato di partecipare a esercitazioni nucleari comuni e consultazioni strategiche. L’obiettivo sarebbe quello di creare un “ombrello nucleare” continentale che non dipenda dagli umori di Washington, pur mantenendo il comando finale a Parigi;
- la tesi della “autonomia industriale e tecnologica”: questa posizione sostiene che la vera indipendenza non sia solo militare, ma passi per il controllo delle tecnologie critiche. Esperti avvertono che la dipendenza dall’intelligenza artificiale americana per scopi bellici sia un’emergenza di sicurezza (tra le altre cose, le forze armate statunitensi forniscono una serie di capacità che l’Europa non può facilmente sostituire, come l’intelligence satellitare)20. Pertanto, si propone un “nuovo corso” basato su investimenti comuni nel settore della difesa (privilegiando aziende europee come Leonardo e Rheinmetall) e regole più flessibili per finanziare il riarmo attraverso debito comune europeo;
- la tesi della “coalizione dei volenterosi”: di fronte alla frammentazione interna dell’UE, alcuni analisti e leader propongono di superare l’obbligo di unanimità in politica estera. Invece di aspettare un consenso a 27, piccoli gruppi di Stati membri stanno già agendo in modo coordinato (una “integrazione flessibile” ) per la difesa comune al di fuori degli schemi NATO. L’Agenzia spaziale dell’UE (EUSPA) sta assumendo un ruolo centrale, spostando i fondi verso programmi satellitari per la sorveglianza (cybersicurezza) e la difesa.
Nonostante le ambizioni, l’autonomia strategica incontra ostacoli significativi. La creazione di un sistema nucleare multinazionale potrebbe violare il Trattato di non proliferazione (TNP). Inoltre, alcuni Stati membri (Paesi Baltici, Romania e Polonia) continuano a preferire la garanzia statunitense, temendo che un’Europa autonoma sia troppo debole contro minacce esterne come la Russia21.
I problemi finanziari e di bilancio degli Stati Uniti: l’impero non è più sostenibile
Quello a cui stiamo assistendo è la fine del dominio imperiale degli Stati Uniti. L’agonia di un impero che non vuol rinunciare al proprio dominio. Sul piano economico e finanziario, gli USA non si possono più permettere di mantenere un impero. Come sostiene Lucio Caracciolo: “lo zio d’America è impegnato a salvare se stesso”. Il dollaro si sta indebolendo con il processo di de-dollarizzazione che procede spedito (i Paesi BRICS regolano i loro scambi con le monete nazionali, mentre gli iraniani fanno pagare in yuan il pedaggio alle navi che passano per lo Stretto di Hormuz). Progressivamente, il ruolo dominante del dollaro statunitense nel sistema finanziario globale si sta riducendo (anche data la costante propensione delle amministrazioni statunitensi a utilizzare l’accesso alla liquidità in dollari come arma sanzionatoria). Soprattutto, il debito totale non finanziario degli Stati Uniti ha raggiunto l’enorme cifra di circa $80,7 trilioni alla fine del quarto trimestre del 2025. Ecco il breakdown aggiornato ad aprile 2026:
- Debito Federale: ha superato la soglia dei $39,0 trilioni a metà marzo 2026. Cresce a un ritmo di circa $1 trilione ogni 100 giorni, ovvero oltre $4,5 miliardi al giorno. Il rapporto debito/PIL è stimato intorno al 124%. Gli interessi netti sul debito sono quasi triplicati negli ultimi cinque anni, arrivando a pesare per circa il 13,8% delle uscite totali nel 2026;
- Debito del Business (non finanziario): $22,2 trilioni. Rappresenta i prestiti e i titoli di debito emessi dalle aziende americane per finanziare le loro operazioni. Sebbene sia cresciuto in termini assoluti, il suo peso rispetto al PIL è rimasto relativamente stabile nell’ultimo anno;
- Debito delle Households (Famiglie): $18,8 trilioni. Ha raggiunto un nuovo record storico nel quarto trimestre del 2025. I mutui costituiscono la quota maggiore con $13,17 trilioni. I debiti delle carte di credito hanno toccato quota $1,28 trilioni, con tassi di insolvenza in aumento tra i mutuatari più giovani. I prestiti per l’acquisto delle auto ammontano a circa $1,67 trilioni;
- Debito statale e locale: ~$6,1 trilioni. Di questi, circa $2,66 trilioni sono riconducibili ai governi statali, mentre il resto è suddiviso tra municipalità, distretti scolastici e contee.
L’impatto dei tassi d’interesse ad aprile 2026 riflette un panorama di cauta attesa, con la Federal Reserve che ha mantenuto il tasso di riferimento nel range 3,50%-3,75% nell’ultima riunione di marzo. Ecco come i tassi attuali stanno influenzando le quattro categorie di debito:
- Debito Federale: La spesa netta per interessi è proiettata a raggiungere $1 trilione nell’anno fiscale 2026, diventando una delle voci di spesa più grandi del budget federale. Il tasso d’interesse medio sull’intero debito pubblico è salito al 3,35% (gennaio 2026), più del doppio rispetto ai livelli del 2020. I Treasury a 10 anni scambiano in un range tra il 4,0% e il 4,3%, riflettendo le aspettative di un’inflazione persistente;
- Debito delle Households (Famiglie). Il tasso medio per un mutuo fisso a 30 anni è risalito al 6,46 all’inizio di aprile 2026, dopo aver toccato minimi vicini al 6% a febbraio. I tassi medi rimangono estremamente elevati, con previsioni che oscillano tra il 19,1% e il 19,7% per l’anno in corso. Nonostante i tassi stabili, si registra un aumento delle insolvenze (delinquencies) sui saldi delle carte di credito;
- Debito del Business. Le aziende devono affrontare il rifinanziamento di debiti contratti a tassi bassi durante la pandemia con i tassi attuali molto più onerosi, limitando la capacità di investimento. Molte società stanno ricorrendo al “bond laddering”22 per gestire il rischio dei tassi mentre attendono potenziali tagli della FED nella seconda metà dell’anno;
- Debito statale e locale. I rendimenti rimangono attrattivi per gli investitori ad alto reddito, ma l’offerta di nuovi titoli potrebbe spingere i tassi leggermente al rialzo durante l’anno. Gli Stati mantengono riserve record, il che aiuta a mitigare l’impatto dei costi di prestito più elevati rispetto al passato.
I mercati prevedono uno o due tagli dei tassi da 25 punti base entro la fine del 2026, ma la tempistica dipenderà dalla traiettoria dell’inflazione, attualmente al 2,7% e tendente ad un forte rialzo in conseguenza degli effetti della guerra in Medio Oriente.
Per l’anno fiscale 2026, la spesa federale degli Stati Uniti è attualmente stimata in $7,4 trilioni, mentre per il 2027 le proiezioni indicano un ulteriore aumento guidato dai costi del debito e dalle nuove proposte di bilancio. La spesa nel 2026 dovrebbe rappresentare circa il 23,3% del PIL statunitense. Si prevede che l’anno si chiuda con un deficit di $1,9 trilioni (6,2% del PIL). I principali aumenti riguardano la Previdenza Sociale (+$10 miliardi a febbraio rispetto all’anno precedente), Medicare e gli interessi netti sul debito pubblico. Al 31 marzo 2026, il governo ha già speso circa $3,10 trilioni per l’esercizio fiscale in corso.
Le previsioni per il 2027 sono di un budget di ~$7,6 – $7,8 trilioni. L’amministrazione Trump ha presentato ad aprile 2026 una proposta che prevede investimenti “storici” nella Difesa, richiedendo al Congresso $1.500 miliardi (un aumento del 50% rispetto ai livelli precedenti). Per compensare la spesa militare, la proposta prevede tagli del 10% a molti programmi federali non legati alla difesa e una riduzione del 19% del budget per il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA). Le analisi esterne stimano che il deficit per il 2027 salirà a circa $2,1 – $2,2 trilioni a causa delle nuove priorità di spesa e delle assunzioni economiche.
Secondo i dati del US Treasury, la distribuzione della spesa rimane dominata dai programmi obbligatori: Social Security: 22%, Medicare: 15%, Interessi Netti: 14% (in forte crescita a causa dei tassi elevati), Difesa Nazionale: 13% (quota destinata a salire nel 2027 secondo le nuove proposte).
In sostanza, il quadro fiscale degli Stati Uniti per il biennio 2026-2027 mostra una divergenza significativa tra le proiezioni ufficiali e le recenti proposte dell’amministrazione, con un forte sbilanciamento verso la spesa per la difesa nazionale a scapito dei programmi civili. Il deficit federale è previsto in costante aumento, (dovrebbe salire tra $2,1 e $2,2 trilioni) spinto dall’estensione dei tagli fiscali e dall’incremento della spesa militare. Il Congressional Budget Office (CBO) indica che l’estensione degli sgravi fiscali del 2017 e i nuovi dazi avranno effetti contrastanti, ma il saldo netto rimarrà negativo per oltre $600 miliardi aggiuntivi rispetto alle stime precedenti.
La spesa militare rischia di diventare una pietra al collo. L’amministrazione Trump ha proposto un incremento record delle risorse per il Pentagono, definendolo il più grande bilancio della storia moderna. Nel Budget 2026 sono stati previsti stanziamenti per la difesa per circa $901 – $961 miliardi. La proposta per il 2027 prevede una richiesta: di $1,5 trilioni per la difesa, un aumento del 44% rispetto al 202623. Le priorità dichiarate sono $17,5 miliardi per lo scudo missilistico “Golden Dome” e gli aumenti salariali per le truppe tra il 5% e il 7%. Un bilancio del Pentagono di 1.500 miliardi di dollari farebbe esplodere il debito statunitense di 7.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio.
Per cercare di finanziare questo aumento, la proposta prevede tagli di $73 miliardi (circa il 10%) alla spesa discrezionale non legata alla difesa, inclusi riduzioni drastiche per NASA, istruzione ed energia verde. I programmi civili maggiormente colpiti sarebbero la ricerca scientifica e la salute (un taglio del 12% – $55 miliardi, al NIH – National Institutes of Health, riducendo i fondi per la ricerca su cancro e Alzheimer; un taglio del 55% – $4,8 miliardi alla NSF – National Science Foundation; un taglio 12,5% – $111 miliardi allo HHS – Salute e Servizi Umani), l’ambiente ed energia (taglio del 52% – oltre $6 miliardi all’ EPA – Agenzia per la Protezione Ambientale, con l’eliminazione dei programmi di “Environmental Justice”, cancellazione dei progetti legati al “Green New Deal” e tagli del 12% al Dipartimento dell’Energia); l’istruzione e sociale (taglio del 2,9% al Dipartimento dell’Istruzione, ma con l’obiettivo dichiarato di metterlo su un “percorso di eliminazione” restituendo il controllo agli Stati; riduzioni ai fondi per l’infanzia, con Trump che ha dichiarato: “Non possiamo occuparci di nidi, siamo in guerra”; riduzione del 13% – $73,5 miliardi, eliminando programmi di assistenza abitativa); l’agricoltura e lo spazio (taglio del 19% – $4,9 miliardi dell’USDA, inclusa una riorganizzazione forzata del personale; taglio del 23% – $5,6 miliardi alla NASA, con la chiusura di oltre 40 missioni scientifiche e dei programmi educativi STEM; la cultura e gli affari esteri (proposta la chiusura del National Endowment for the Arts – NEA e del National Endowment for the Humanities – NEH; riduzione del 30% dei fondi per i programmi internazionali e di assistenza).
Presenza e basi militari statunitensi/NATO in Europa
La possibilità che si arrivi a una “NATO dormiente” manda nel panico i leader dei Paesi europei, specie quelli del fronte orientale. Legalmente, l’Articolo 5 richiede che ogni membro intraprenda l’azione che “ritenga necessaria”. Se il Presidente Trump decide che nessuna azione è necessaria, l’obbligo legale viene svuotato di significato senza violare tecnicamente la lettera del trattato. Inoltre, il comandante in capo ha l’autorità legale di spostare o ridurre le truppe in Europa senza uscire dal trattato, come già avvenuto con la riduzione della presenza in Romania a fine 2025.
A inizio aprile 2026, a circa 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la presenza militare statunitense in Europa conta circa 100.000 soldati distribuiti in oltre 40 basi principali. L’Europa, insomma, è ancora soggetta a un’occupazione militare statunitense. Nonostante le recenti minacce di tagli da parte dell’amministrazione Trump, una legge firmata a fine 2025 garantisce una presenza minima di 76.000 effettivi per tutto il 2026, a meno che il ritiro di truppe non sia inferiore a 45 giorni o non ottenga l’approvazione del Congresso.
La distribuzione geografica vede una forte concentrazione nell’Europa centrale e un rafforzamento nel fianco est. La Germania (~35.000 – 38.000) rimane il fulcro logistico con 5 delle 7 guarnigioni dell’esercito USA in Europa: Ramstein Air Base (sede del comando delle forze aeree), Wiesbaden (sede del quartiere generale di US Army Europe and Africa e centro operativo per i nuovi sistemi missilistici), Stuttgart (sede del comando EUCOM – European Command). L’Italia ospita circa 13.000 militari distribuiti in 7 basi strategiche. Vicenza (sede della Southern European Task Force), Aviano (base aerea fondamentale per le operazioni nel Mediterraneo), Sigonella (hub logistico e per droni cruciale per le attuali operazioni in Medio Oriente)24, Napoli/Gaeta (base operativa della Sesta Flotta). La Polonia (~10.000 – 14.000) ha visto un aumento significativo, diventando il centro logistico per il supporto all’Ucraina e la difesa dell’est. Ospita il comando del V Corps a Poznań. Il Regno Unito (~10.000) ospita principalmente personale dell’Air Force stanziato in basi come RAF Lakenheath e Mildenhall. La Romania (~1.000 – 1.700) ha una presenza ridotta rispetto ai picchi del 2024, focalizzata sulla base di Mihail Kogălniceanu. La Spagna (~3.600 – 4.000) con una presenza militare concentrata principalmente nella base navale di Rota.
A seguito dell’intensificarsi del conflitto con l’Iran, parte delle truppe precedentemente stanziate stabilmente in Europa (come i caccia F-15E di Lakenheath) è stata rischierata in basi avanzate in Medio Oriente (es. Giordania).
Al momento, gli Stati Uniti mantengono un arsenale stimato di circa 100 bombe nucleari tattiche B61-12 in Europa25. Queste armi sono distribuite in sei basi aeree situate in cinque paesi della NATO nell’ambito degli accordi di “condivisione nucleare” (nuclear sharing). Le bombe sono custodite in speciali caveau sotterranei (WS3) all’interno delle seguenti basi. L’Italia è il paese che ospita il maggior numero di testate, con circa 35 bombe ad Aviano (Pordenone), con circa 20-30 testate gestite dal 31st Fighter Wing dell’aviazione USA, a Ghedi (Brescia):, con circa 10-15 testate destinate a essere utilizzate dai caccia italiani (Tornado e i nuovi F-35A). In Turchia ci sono circa 20 testate presso la base di Incirlik, sebbene il loro utilizzo sia oggetto di dibattito politico a causa delle tensioni regionali. In Germania, le testate sono circa 15-20 nella base di Büchel, destinate ai caccia tedeschi. In Belgio, circa 10-15 testate nella base di Kleine Brogel. Infine, nei Paesi Bassi:, circa 10-15 testate sono nella base di Volkel.
Il costo e il finanziamento delle circa 40 basi principali statunitensi in Europa sono regolati da un mix di bilancio nazionale statunitense, fondi comuni NATO e contributi diretti o indiretti dei Paesi ospitanti. Il costo totale è difficilmente quantificabile in un’unica cifra poiché è suddiviso tra diverse voci di spesa: costi operativi e mantenimento26 e investimenti infrastrutturali 27.
Il finanziamento delle basi NATO segue il principio del burden-sharing (condivisione dell’onere), articolato in tre modalità. Gli Stati Uniti (quota maggioritaria) coprono il grosso delle spese per il personale, le attrezzature militari e la gestione operativa diretta delle proprie basi. Nel 2026, gli USA contribuiscono per circa il 14,9% al budget comune NATO. I Paesi ospitanti con contributi diretti e indiretti. Quelli indiretti sono la voce principale e includono la rinuncia ad affitti per i terreni, esenzioni fiscali e doganali. Alcuni Paesi pagano direttamente per opere di pubblica utilità o miglioramenti specifici. Ad esempio, in passato Germania e Italia hanno fornito contributi valutati rispettivamente in centinaia di milioni di dollari all’anno. In Italia, si stima che le basi costino ai contribuenti tra 100 e 200 milioni di euro l’anno in costi di supporto e servizi. Infine, ci sono i fondi comuni della NATO che finanziano le infrastrutture necessarie per le operazioni collettive attraverso i contributi di tutti i 32 membri, basati sul rispettivo PIL28.
In sintesi, mentre gli Stati Uniti pagano la maggior parte delle spese vive per mantenere la propria presenza militare, i Paesi europei forniscono il supporto logistico e territoriale, con un impegno finanziario che l’amministrazione statunitense attuale (aprile 2026) sta spingendo affinché aumenti significativamente.
La spesa militare dei Paesi europei ha raggiunto livelli record, trainata dalla necessità di modernizzazione e dal deterioramento del contesto di sicurezza globale. Gli Stati Uniti rimangono il fornitore dominante, nonostante i recenti tentativi dell’Unione Europea di incentivare l’industria bellica continentale.
Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e del SIPRI la spesa complessiva dei Paesi membri dell’UE è stimata a €381 miliardi (€392 miliardi a prezzi correnti), segnando un aumento dell’11% rispetto al 2024. Di questo totale, circa €130 miliardi sono stati destinati a investimenti diretti in equipaggiamenti e ricerca e sviluppo nel 2025, rispetto ai €106 miliardi del 2024. La spesa media dell’UE ha superato per la prima volta la soglia del 2,1% del PIL nel 2025. L’Europa dipende ancora strettamente dalle tecnologie americane, sebbene la quota di mercato stia mostrando i primi segnali di flessione a favore di fornitori nazionali o alternativi (come la Corea del Sud).
Tra il 2021 e il 2025, gli Stati Uniti hanno fornito circa il 58% delle importazioni di armi dei membri europei della NATO. Questo dato è in leggero calo rispetto al picco del 64% registrato nel quinquennio precedente. Le vendite militari estere (Foreign Military Sales) degli USA verso l’Europa sono state pari a $38,6 miliardi nel 2025, rappresentando il 37% di tutto l’export della difesa statunitense. Si tratta di una contrazione rispetto ai $76,7 miliardi del 2024. Gli USA dominano soprattutto nei segmenti ad alta tecnologia: Circa il 46-48% dei jet da combattimento in servizio attivo nelle forze aeree europee sono di origine americana (principalmente F-35 e F-16). Il 42% dei sistemi di difesa missilistica in Europa è prodotto negli Stati Uniti.
L’obiettivo del 5% del PIL per la spesa militare è diventato il nuovo punto di rottura politico all’interno della NATO a seguito del vertice dell’Aia di giugno 2025. Spinto dalle forti pressioni dell’amministrazione Trump29, questo target sposta l’asticella ben oltre il precedente 2%, innescando polemiche sulla sostenibilità sociale ed economica, specialmente in Europa.
Tutti i 32 membri della NATO (con l’eccezione parziale della Spagna) hanno concordato di tendere al 5% del PIL entro il 2035. La spesa è così ripartita: 3,5%, destinato ad attività di difesa pura (personale, armamenti, prontezza operativa); 1,5%, destinato alla sicurezza “allargata”, che include cybersicurezza, ricerca e sviluppo, infrastrutture e mobilità militare.
In Italia, la decisione ha scatenato uno scontro frontale tra governo e opposizione. La leader del PD Elly Schlein e il presidente del M5S Giuseppe Conte hanno criticato duramente la Premier Meloni, sostenendo che investire il 5% del PIL (circa 100 miliardi di euro l’anno per l’Italia) porterebbe alla fine del sistema sanitario nazionale e della scuola pubblica30. Gli analisti evidenziano che per l’Italia, che spende già circa 32-35 miliardi (poco sopra il 2% del PIL nel 2025/2026), triplicare tale cifra senza deroghe sul deficit UE richiederebbe tagli drastici o nuove tasse. Giorgia Meloni difende la scelta come un impegno “necessario e sostenibile” per garantire la sicurezza nazionale e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, seguendo il principio “se vuoi la pace, preparati alla guerra”.
La Polonia è il nuovo perno militare europeo e la principale sostenitrice del 5%, avendo già raggiunto il 4,7-5% del PIL tra il 2025 e il 2026 per contrastare la minaccia russa. Anche i Paesi Baltici spingono per un rapido adeguamento. La Spagna è stata l’unica a manifestare apertamente contrarietà, ottenendo di rimanere fuori dall’obiettivo vincolante, citando l’insostenibilità delle cifre per le proprie finanze pubbliche. Il Presidente Trump ha definito l’accordo dell’Aia di giugno 2025 una “vittoria monumentale”, ma continua a minacciare che la protezione degli Stati Uniti (Articolo 5) sarà garantita solo a chi “paga la propria parte”.
L’Italia ha avanzato una proposta sugli Eurobond per la difesa. Rilanciata con vigore tra il 2025 e l’inizio del 2026, mira a creare uno strumento di debito comune europeo per finanziare l’adeguamento militare richiesto dalla NATO senza gravare eccessivamente sui bilanci nazionali dei singoli Stati membri. La proposta si articola su alcuni punti chiave. La creazione di un fondo di garanzia UE da 17 miliardi di euro. L’obiettivo è mobilitare fino a 200 miliardi di euro di capitali privati in cinque anni. Secondo le regole UE, queste garanzie pubbliche aumentano il debito solo se effettivamente escusse dalle aziende beneficiarie. L’Italia continua a chiedere che gli investimenti per la difesa siano esclusi dal calcolo del deficit previsto dal Patto di Stabilità, per evitare tagli a sanità e servizi sociali. Una proposta parallela suggerisce di estendere il Recovery Fund (PNRR) oltre la scadenza del 2026, riconvertendo parte dei fondi residui verso la difesa e la sicurezza.
Mentre il dibattito sugli Eurobond prosegue, l’Italia ha già iniziato a utilizzare strumenti di debito comune esistenti: Ha aderito a SAFE (Security Action for Europe), un programma UE di prestiti a basso costo per la difesa. A febbraio 2026, Bruxelles ha dato il via libera a piani di investimento nazionali (incluso quello italiano) finanziati con prestiti SAFE per un valore complessivo di 74 miliardi di euro. L’Italia attinge a questi fondi per finanziare programmi di difesa già pianificati, con l’obiettivo di erogare le prime tranche di fondi a partire da marzo 2026.
La Germania, pur aprendo a finanziamenti mirati, resta scettica sulla mutualizzazione del debito per progetti di riarmo puramente nazionali. Francia e Polonia sostengono l’idea di un fondo speciale europeo, vedendo negli Eurobond l’unica strada per l’autonomia strategica invocata anche da Mario Draghi.
Oltre l’abisso: fine della NATO, sovranità europea, multipolarismo e missione della sinistra
Negli ultimi anni abbiamo dovuto convivere quotidianamente con la guerra in Ucraina, il genocidio dei palestinesi a Gaza e Cisgiordania, i bombardamenti delle popolazioni in Iran e Libano, tragiche vicende che ci hanno portato ad un punto critico di rottura per la nostra coscienza civile. Come italiani ed europei ci interroghiamo in quale abisso di irrilevanza geopolitica, diplomatica e morale dobbiamo ancora precipitare, prima di trovare il coraggio collettivo di recidere il vincolo di servitù – la NATO – verso gli Stati Uniti e le élite europee “compradore” che ci incatena da decenni? È una domanda che non può più essere confinata ai margini del dibattito, ma deve farsi cuore pulsante di una nuova e urgente consapevolezza nazionale ed europea.
Questo legame di subordinazione, che un tempo poteva essere ammantato di ragioni storiche e necessità post-belliche legate alla ricostruzione e alla stabilità bipolare, oggi non sopravvive che per una stanca inerzia burocratica, per viltà politica e per una fitta rete di interessi inconfessabili e di “porte girevoli” che alimentano la corruzione intellettuale dei nostri leader politici. Siamo di fronte a una miseria politica, intellettuale ed etica senza precedenti, che agisce in danno costante, crescente e ormai non più sopportabile del popolo italiano ed europeo, sacrificato sistematicamente sull’altare di un’alleanza che ha smesso da tempo di essere difensiva per farsi puramente predatoria, espansionista, coloniale, imperialista e profondamente destabilizzante.
Sembra che Henry Kissinger una volta abbia detto: “Essere un nemico degli Stati Uniti è pericoloso ma esserne amici è fatale”. Non si tratta di essere “anti-americani”, perché vogliamo essere amici autentici e sinceri del popolo americano, della sua cultura e delle sue istanze democratiche. Siamo, però, avversari irriducibili dei loro gruppi dirigenti autoritari, suprematisti, razzisti e imperialisti. Siamo nemici di quella élite guerrafondaia, cinica e criminale che sta trascinando ormai da decenni l’intero pianeta verso il baratro del conflitto globale (la “terza guerra mondiale a pezzi” profetizzata da Papa Francesco), distruggendo al contempo il tessuto sociale degli stessi Stati Uniti per alimentare la macchina bellica che si basa su quel complesso militare-industriale denunciato dal presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo nel gennaio 1961.
Sciogliere la NATO, chiudere le basi militari – che sono un magnete per il conflitto e riducono la propria sovranità – sul nostro suolo e ovunque in Europa sia possibile, non è un atto di ostilità gratuita verso i cittadini di Los Angeles o di New York, ma un atto di liberazione profonda per loro e per noi. Significa sconfiggere un modello imperiale unipolare che, non potendo più reggersi sulla superiorità economica — ormai insidiata dalle nuove potenze orientali e dai popoli “colorati” dei Paesi del Sud del mondo — tenta disperatamente di sopravvivere attraverso l’imposizione della forza bruta, i genocidi, i cambi di regime realizzati con la strategia militare “shock and awe” e le guerre per procura sempre più rovinose. Rinunciare a questo delirio imperiale di onnipotenza permetterebbe agli Stati Uniti di riscoprire la propria dimensione repubblicana, destinando le spese folli per gli armamenti al Welfare, alla sanità, agli investimenti produttivi, all’adeguamento delle infrastrutture e al benessere di una popolazione interna oggi in larga parte impoverita (oltre il 60% degli statunitensi vivono “from paycheck to paycheck”), tossicodipendente (oltre 70 mila morti di overdose di oppiacei all’anno) e marginalizzata dai propri governanti corrotti e inetti.
In questo scenario, una sinistra che voglia dirsi ancora tale, che voglia onorare la propria tradizione di lotta per l’emancipazione e la giustizia sociale, non può limitarsi alla critica passiva o al timido dissenso procedurale. Al contrario, a sinistra si dovrebbe guardare con favore a una dissoluzione della NATO, lavorando attivamente a campagne di informazione e mobilitazione capillari per la pace e per fermare il riarmo, che la rendano possibile e l’accelerino. La NATO non è più uno strumento di protezione, ammesso che lo sia mai stato in senso stretto; è il braccio armato di un dominio imperiale che impedisce la nascita di un ordine mondiale più giusto, inclusivo e democratico. Occorre battersi per un ritorno radicale alla diplomazia e al diritto internazionale, strumenti che sono stati sistematicamente calpestati in nome di un “ordine internazionale basato sulle regole” a geometria variabile. Regole applicate solo quando e come conviene ai potenti di turno (si veda il mio articolo qui).
Solo attraverso il coraggio della neutralità attiva l’Italia e l’Europa possono sottrarsi alla spirale bellica e tornare a essere interlocutori credibili tra i popoli. La neutralità non è indifferenza, ma la precondizione per la mediazione. Il disarmo non è un’utopia ingenua o un desiderio estetico, ma una necessità vitale per la sopravvivenza stessa della civiltà e dell’umanità nell’era dei droni controllati dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale e delle armi ipersoniche e nucleari. È necessario porre fine alle guerre economiche di un capitalismo sempre più rapace e globalizzato, che vede nel conflitto armato solo l’ennesimo mercato di sbocco, una strategia per il controllo estrattivo delle risorse naturali e un modo per resettare ciclicamente le proprie crisi sistemiche. La sinistra deve tornare a essere la voce che grida contro l’assurda logica del profitto predatorio sulla pelle delle popolazioni civili, denunciando come le attuali politiche di difesa europee siano in realtà sussidi diretti, pagati con le tasse dei cittadini, ai colossi del complesso militare-industriale.
Il ritorno dell’Europa alla sua piena sovranità democratica — politica, monetaria e militare — rappresenta l’unico passo concreto per riportare ordine e pace nello scenario internazionale. Tuttavia, questa sovranità non deve essere intesa come il desiderio stolto o velleitario di costruire una “piccola America” europea per accompagnare o sostituirsi agli USA in una nuova stagione di guerre coloniali. È proprio questo il fallimento drammatico del progetto attuale: i governanti dell’Unione Europea, privi di visione storica e schiacciati dall’ideologia atlantista, sembrano voler perseguire una politica di scontro frontale contro la Russia, la Cina e le popolazioni “selvagge” della “giungla” del Sud del mondo “da civilizzare”, ipotizzando scenari di guerra “autonomi” che servirebbero solo a giustificare tagli al sociale per finanziare i carri armati, i missili e i droni assassini.
Questo programma delirante è codificato in documenti come il “Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030”, che altro non è se non la dichiarazione ufficiale del fallimento di un’intera generazione di politici continentali. Come ha sostenuto Alessandro Somma, l’atlantismo è diventato una sorta di “costituzione materiale” che impedisce all’Europa di pensare la propria sicurezza se non in termini di ostilità verso l’est. Offrire alle nuove generazioni, cresciute nel mito di Erasmo e delle frontiere aperte, un futuro di suprematismo, riarmo, coscrizione e militarizzazione della società è un crimine morale assoluto. Non siamo più nel Novecento: nessuna egemonia durevole può fondarsi su un progetto simile di fronte alla spinta multipolare di Russia, Cina o Iran. I governi possono dichiarare le guerre nei loro salotti dorati, ma a combatterle e a subirle sono i popoli, i quali oggi non possiedono né la forza né la volontà di farsi carne da macello per un’ideologia servile che ha trasformato il continente in una periferia dell’impero.
L’inerzia ha impedito alle élite europee di scorgere la strada maestra che avrebbe potuto evitare la tragedia ucraina. Le nostre classi dirigenti avrebbero dovuto avere l’intelligenza di raccogliere l’invocazione di Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco del 2007, un appello vanamente ripetuto per anni: stabilire un assetto di “sicurezza indivisibile”, un sistema in cui la sicurezza di uno Stato non si costruisca a scapito di quella dell’altro. Invece, è stata scelta la strada della provocazione (l’espansione a est della NATO fino ai confini della Russia) e della retorica della “difesa dell’Ucraina”, che oggi si rivela essere una difesa contro gli interessi e la sopravvivenza del popolo ucraino stesso, ridotto a terra di sacrificio e laboratorio per testare armamenti per conto terzi. La Russia, piaccia o meno, sta reagendo militarmente a quella che percepisce come una minaccia esistenziale per la sua sicurezza e per questo non può smettere di combattere finché non avrà garantita la sicurezza dei propri confini. Continuare ad armare il conflitto senza una via d’uscita diplomatica significa solo garantire la prosecuzione infinita di un massacro inutile, mentre è evidente che la sicurezza europea può essere raggiunta solo collettivamente insieme alla Russia, non in opposizione alla Russia, per costruire quella “casa comune europea” auspicata da Gorbachev alla fine della Guerra Fredda. Non ci può essere stabilità in Europa (e in Eurasia) se una parte non prende in considerazione le legittime preoccupazioni di sicurezza dell’altra parte. L’Europa occidentale deve decidere se continuare a essere l’impotente e declinante periferia orientale del mondo atlantico sotto il dominio statunitense o se darsi un ruolo politico-istituzionale ed economico autonomo nell’ambito di un sistema euroasiatico in ricomposizione (su questo si vedano i miei articoli qui e qui).
Allo stesso modo, siamo testimoni impotenti dei danni economici e sociali provocati dall’aggressività di USA e Israele in Medio Oriente, due Stati mossi da logiche suprematiste, predatorie, paranoiche , psicopatiche e messianiche che rischiano di incendiare l’intera regione, trascinando il mondo dentro la guerra contro l’Iran dalle conseguenze energetiche e migratorie catastrofiche. Come ha proposto con forza Piero Bevilacqua, è giunto il momento di un atto di rottura epocale. Serve il coraggio politico di rischiare l’impopolarità mediatica e l’attacco dei grandi giornali per creare una nuova rete diplomatica con le forze sane, progressiste e consapevoli della Francia, della Germania e della Spagna. L’obiettivo deve essere quello di rendere popolare l’idea di un mondo multipolare, in cui la cooperazione, il commercio paritario e il rispetto delle civiltà sostituiscano la competizione armata per l’egemonia. Una rete europea che deve lavorare per organizzare una grande Conferenza Europea per la Sicurezza, da tenersi in territorio neutrale (come potrebbe essere una nuova Helsinki), che includa finalmente Russia, Cina e Iran come partner paritari.
Solo un dialogo che riconosca le ragioni di tutti può fermare la deriva bellicista. La lotta per la sovranità nazionale e continentale è oggi, indissolubilmente, la stessa lotta che si conduce contro il capitalismo finanziario predatore, contro lo sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali e per la dignità di un mondo che rifiuti finalmente l’ordine unilaterale delle armi. I blocchi imperiali creano una competizione sulla sicurezza. Gli imperi dividono e conquistano per estendere il loro dominio unipolare: sostengono sempre che l’altra parte è il “nemico” di turno, il “male assoluto”, che va combattuto, distrutto, “obliterato”. In un mondo multipolare il realismo in politica estera, invece, è essere amici dei propri vicini, parlare con loro, fare pace, commerciare e interagire sul piano culturale. Non dobbiamo farci dividere dall’impero USA, non dobbiamo costruire nuovi muri ma abbattere quelli che sono stati costruiti dalle generazioni del passato.
Il futuro non può appartenere a chi vuole costruire muri, accumulare testate nucleari e sterminare popolazioni civili inermi, ma a chi ha la visione di un’Eurasia integrata, di un Mediterraneo di pace e di un’Italia che torni a essere quel “ponte” di cui parlava la nostra migliore tradizione costituzionale. È tempo che la sinistra smetta di essere il “partito dell’ordine” atlantico e torni a essere l’avanguardia del dissenso, della pace e della giustizia multipolare. Solo così potremo evitare l’abisso che si spalanca sotto i nostri piedi e restituire un briciolo di speranza alle generazioni che verranno.
Note
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La chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz rappresenta la vera bomba nucleare dell’Iran che tenterà di mantenerne un controllo permanente come strumento di pressione e per ristabilire le relazioni economiche perse a causa delle sanzioni imposte dall’Occidente. Macron ha affermato che il tentativo degli Stati Uniti di aprire con la forza lo Stretto attraverso un’azione militare è “irrealistico” e ha aggiunto che qualsiasi soluzione “può essere trovata solo in consultazione con l’Iran”. Le illusioni di Trump si sono fin da subito scontrate con la realtà in Iran, dove la guerra iniziata da lui e Benjamin Netanyahu non si concluderà facilmente.[↩]
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L’alleanza NATO è già stata messa alla prova in passato. Gli alleati europei della NATO avevano rifiutato di inviare forze militari in supporto a quelle americane nel corso della guerra del Vietnam. Francia, Italia e Spagna negarono ai velivoli da guerra statunitensi il permesso di sorvolare la Libia durante i bombardamenti del 1986 voluti dall’allora presidente Ronald Reagan, e nel 2003 emerse una spaccatura ben più profonda a causa della guerra per il cambio di regime in Iraq, voluta dall’allora presidente George W. Bush. Alcuni alleati degli Stati Uniti, tra cui Regno Unito, Italia e Spagna, presero parte all’invasione e all’occupazione dell’Iraq, mentre altri, guidati da Francia e Germania, si opposero con veemenza a quella che era considerata una guerra illegale.[↩]
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Il giornale ha riportato: ”Mentre molti leader europei hanno pubblicamente condannato gli attacchi statunitensi contro l’Iran, dietro le quinte le loro basi militari stanno facilitando una delle operazioni logisticamente più complesse in cui l’esercito statunitense sia stato coinvolto negli ultimi decenni. Nelle ultime settimane, bombardieri, droni e navi statunitensi sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi situate nel Regno Unito, Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia, secondo quanto riferito da fonti ufficiali. Secondo funzionari tedeschi e statunitensi, i droni d’attacco vengono diretti da una vasta base americana a Ramstein, in Germania, centro nevralgico delle operazioni statunitensi contro l’Iran. Alcuni bombardieri pesanti B-1 sono stati fotografati mentre caricavano munizioni e carburante presso la base RAF di Fairford, nel Regno Unito. La USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, è attualmente ormeggiata in una base navale a Creta per essere riparata dopo aver subito danni a causa di un incendio. Il generale dell’aeronautica statunitense Alexus Grynkewich, comandante militare supremo della NATO, ha dichiarato in una recente testimonianza al Senato che la maggior parte degli alleati europei ‘si è dimostrata estremamente solidale’. Il continente, che ospita circa 40 basi militari statunitensi e 80.000 militari americani, è un punto di partenza per le operazioni statunitensi sia in Medio Oriente che in Africa. ‘Le distanze sono più brevi, è meno costoso ed è molto più facile proiettare la propria potenza grazie alla nostra rete di basi e alleati’, ha affermato”. Da questo articolo emergono due punti principali. In primo luogo, alcuni governi europei hanno criticato pubblicamente la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, riconoscendo che viola il diritto internazionale e costituisce una guerra di aggressione illegale. Tuttavia, dietro le quinte, la maggior parte degli Stati membri dell’UE e il Regno Unito stanno aiutando Washington a condurre questa guerra, consentendo al Pentagono di utilizzare il loro territorio per attaccare Teheran. Il Regno Unito ha rafforzato le proprie risorse militari nella regione mediorientale, schierando ulteriori truppe e sistemi di difesa aerea che si aggiungono ai caccia Typhoon già di stanza in Qatar. L’Europa è quindi parte in causa nel conflitto. In secondo luogo, l’Iran è riuscito a distruggere le principali basi militari statunitensi nel Golfo e a espellere la maggior parte delle truppe americane dalla regione.[↩]
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D’altra parte, come sostiene Alberto Negri, Netanyahu e Trump sapevano bene che l’attacco all’Iran avrebbe messo l’Europa e mezzo pianeta con le spalle al muro. Non hanno avvertito i leader dei Paesi europei per un semplice motivo: tra i bersagli c’erano anche loro. Un bombardamento a colpi di barili di petrolio. “Questa è una guerra tra i combustibili fossili e le energie rinnovabili. Un conflitto di civiltà e di culture. Trump è alla testa del fronte fossile. Per lui noi europei siamo da disprezzare non solo perché non stiamo dalla sua parte in questa guerra contro l’Iran ma perché l’Europa, pur con le sue contraddizioni, favorisce l’energia verde”.[↩]
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Ci sono anche tensioni geopolitiche e interessi divergenti. Esiste una tensione crescente sull’allocazione delle risorse tra Ucraina e Medio Oriente: Gli alleati europei temono che il massiccio dispiegamento di sistemi di difesa (come i missili Patriot) in Medio Oriente stia indebolendo la protezione dell’Ucraina e dell’Europa orientale.[↩]
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Attualmente, la NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) conta 32 Paesi membri. L’ultimo Stato ad aderire è stata la Svezia, diventata ufficialmente membro il 7 marzo 2024. I Paesi fondatori sono i 12 membri che hanno firmato il Trattato di Washington il 4 aprile 1949: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti, Gli altri Paesi membri (in ordine cronologico di adesione) sono: Grecia e Turchia (1952), Germania (1955, come Germania Ovest), Spagna (1982), Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria (1999), Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia (2004), Albania e Croazia (2009), Montenegro (2017), Macedonia del Nord (2020), Finlandia (2023), Svezia (2024).[↩]
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L’amministrazione Trump è rimasta sostanzialmente in silenzio di fronte alle notizie secondo cui Mosca avrebbe fornito all’Iran dati satellitari per colpire obiettivi statunitensi e israeliani in Medio Oriente e ha revocato le sanzioni sul petrolio russo nel tentativo di allentare i prezzi globali dell’energia, che sono aumentati vertiginosamente dall’inizio della guerra. Durante una riunione dei ministri degli Esteri del G7 tenutasi due settimane fa vicino a Parigi, Rubio e Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, hanno avuto un acceso scambio di battute, secondo quanto riferito da persone a conoscenza dei fatti, a sottolineare il crescente disagio nei rapporti transatlantici. Kallas ha chiesto quando la pazienza degli Stati Uniti nei confronti del presidente russo Vladimir Putin si sarebbe esaurita riguardo ai negoziati di pace sull’Ucraina, spingendo Rubio a rispondere con irritazione che gli Stati Uniti stavano cercando di porre fine alla guerra fornendo al contempo supporto all’Ucraina, ma che l’UE era benvenuta a mediare se lo desiderava.[↩]
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Prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia all’inizio del 2022, i gasdotti russi fornivano dal 40 al 45% delle importazioni di gas in Europa. Negli anni successivi, tuttavia, l’UE ha ridotto le sue importazioni di gas russo di circa il 75%. Ciò non sarebbe stato possibile senza le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, che sono più che quadruplicate tra l’inizio del 2022 e il 2025 e che, fino allo scoppio della guerra in Iran, hanno contribuito a far scendere i prezzi del gas nell’UE dopo il picco del 2022-2023. Gli Stati Uniti e la vicina Norvegia sono ora i principali fornitori di gas naturale dell’UE. Dato che i Paesi dell’UE hanno concordato di interrompere tutte le restanti importazioni di gas naturale russo entro la fine del 2027, è probabile che le importazioni dagli Stati Uniti diventino ancora più importanti. Bruxelles deve trovare rapidamente dei sostituti per il gas naturale russo o dovrà affrontare un drastico aumento dei prezzi. Potrebbe essere possibile compensare in parte la differenza con ulteriori forniture tramite gasdotti provenienti da Norvegia, Algeria o dal Mediterraneo orientale, ma la stragrande maggioranza del deficit dovrà essere coperta dalle importazioni di GNL. La guerra in Medio Oriente rende questa sfida ancora più ardua. Se gli attacchi di rappresaglia dell’Iran contro gli impianti di GNL del Qatar dovessero causare danni permanenti, la maggior parte del GNL dell’UE dovrà provenire dagli Stati Uniti. In breve, se l’Europa manterrà la posizione sull’eliminazione delle importazioni di gas russo, la dipendenza del continente dalle forniture statunitensi a caro prezzo aumenterà.[↩]
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Negli ultimi mesi, l’UE ha raggiunto accordi di libero scambio con Australia, India, Indonesia e il blocco sudamericano Mercosur, che insieme rappresentano oltre due miliardi di consumatori, la maggior parte dei quali nei mercati emergenti. Ciò non solo offre agli esportatori dell’UE nuovi mercati, ma conferisce loro anche un certo vantaggio competitivo rispetto alle aziende cinesi, che continuano a dover affrontare tariffe più elevate in questi mercati rispetto a quelle che le aziende europee dovranno pagare in base ai nuovi accordi commerciali. Tuttavia, tutti questi nuovi accordi di libero scambio non permetteranno all’UE di ridurre drasticamente la sua dipendenza dagli Stati Uniti in termini di scambi commerciali e investimenti. Nel 2024, le esportazioni totali di beni e servizi del blocco verso gli Stati Uniti ammontavano a circa 920 miliardi di dollari, una cifra di gran lunga superiore alle esportazioni dell’UE verso Australia (40 miliardi di dollari), India (81 miliardi di dollari), Indonesia (16 miliardi di dollari) e Mercosur (31 miliardi di dollari).[↩]
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Nell’intervista all’Economist, Macron aveva affermato che il problema è che “Trump pone il problema della NATO come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una forma di ombrello geopolitico, ma come contropartita, occorre che abbia una esclusività commerciale, un motivo per ‘comprare americano’”.[↩]
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Canfora ricorda che i russi sono stati aggrediti per via terra da eserciti occidentali nel 1610 dai polacchi, nel 1709 dagli svedesi, nel 1812 da Napoleone, nel 1918 e 1941 dai tedeschi.[↩]
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In italiano, questa frase viene tradotta come: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”. Questa triplice funzione rifletteva le necessità geopolitiche del secondo dopoguerra. “Tenere i sovietici fuori”: impedire l’espansione del blocco comunista e dell’influenza dell’URSS nell’Europa occidentale tramite la “cortina di ferro” e la difesa collettiva. “Tenere gli americani dentro”: garantire la presenza militare e l’impegno politico degli Stati Uniti per la sicurezza europea, evitando un ritorno all’isolazionismo americano. “Tenere i tedeschi sotto”: prevenire il ritorno di un militarismo tedesco aggressivo (ossia per impedire alla Germania di costruire una sua forza militare, considerando che per due volte nel XX secolo Berlino ha lanciato guerre di conquista in Europa), integrando la Germania in una struttura di sicurezza multilaterale.[↩]
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Durante la Guerra Fredda, la NATO ha sistematicamente predisposto delle organizzazioni sovversive per impedire con qualsiasi mezzo, atti di terrorismo inclusi, che le forze politiche di sinistra che contestavano l’appartenenza dei propri Stati all’alleanza atlantica potessero acquisire influenza o potere politico. Si trattava dei cosiddetti gruppi Stay Behind, vale a dire formazioni destinate ad agire dietro le quinte, segretamente e in modo illegale. È noto il caso della forza terroristica denominata Gladio, che ha operato in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cui esistenza venne ufficialmente confermata da Giulio Andreotti in un’audizione al Senato nel 1990 (circostanza in cui fu appurato che tale organizzazione era tuttora operativa e godeva della copertura del servizio segreto militare italiano SISMI). Ma l’Italia, non era un’eccezione: la NATO ha organizzato depositi segreti di armi in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Inoltre ponti e autostrade sono state dotate di speciali cavità in modo che potessero essere fatti saltare all’occorrenza. Anche negli altri Paesi europei i partner incaricati di favorire la creazione di queste reti terroristiche erano i rispettivi servizi militari e le persone reclutate per farne parte erano ex militari con un comprovato passato fascista (nazista in Germania).[↩]
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Promessa ribadita non solo da USA e Germania ma anche da Regno Unito e Francia. Questi impegni trovano conferma in una nota dell’archivio nazionale britannico resa pubblica nel 2022 che si riferisce a una riunione tenutasi a Bonn nel 1991 fra i rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di USA, Gran Bretagna, Francia e Germania, nella quale si chiarisce che “gli Stati partecipanti concordarono sul fatto che l’adesione alla NATO degli europei dell’Est sarebbe stata inaccettabile”. Commentando in un articolo apparso sul “New York Times” nel 1997 il fatto che tale impegno veniva disatteso, il diplomatico George Kennan scrisse che ciò “sarebbe stato il peggior errore della politica estera statunitense dalla fine dell’Unione Sovietica”. Poco più di dieci anni dopo, qualche settimana dopo il vertice NATO di Bucarest (aprile 2008), gli Stati Uniti caldeggiarono una risoluzione che offriva l’adesione alla NATO dell’Ucraina e della Georgia. Una decisione che ha gettato i semi della guerra, di fatto iniziata dopo il colpo di Stato del 2014, orchestrato dall’estrema destra ucraina con l’appoggio degli Stati Uniti e degli europei.[↩]
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Nel 1999 la NATO ha attaccato la Repubblica Federale Jugoslava, avviando una guerra di aggressione con cui ha inaugurato una sequela di violazioni del diritto internazionale. Nel 2003 USA e Gran Bretagna scatenano una guerra illegale di aggressione contro l’Iraq, giustificandola con le inesistenti armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein (con l’esibizione della falsa “pistola fumante” esibita come prova davanti all’Assemblea dell’ONU). Seguono il riconoscimento del Kosovo nel 2008 dopo i bombardamenti di Belgrado e della Serbia di Milošević; l’aggressione alla Libia nel 2011; la palese mistificazione in base alla quale la libertà e la sicurezza dell’Occidente avrebbero dovuto essere difese dalla “minaccia” dei Talebani, oggi reinsediati a Kabul (da dove gli statunitensi se ne sono andati senza neanche avvisare i loro alleati europei).[↩]
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Il Segretario generale Stoltenberg aveva annunciato, in occasione del vertice di Madrid del 2022, la svolta “trasformativa” del nuovo “Concetto Strategico” nel quale ha scritto: “La NATO identifica la Cina come il suo secondo nemico principale dopo la Russia ed estende il suo raggio d’intervento dall’area originaria dell’alleanza nell’area euro-atlantica, alla regione Asia-Pacifico. Se consideriamo lo scenario di continua avanzata degli Stati Uniti e di altri Stati membri in Asia nel corso degli anni precedenti, con questa mossa la NATO inaugura decisamente un duro confronto con la Cina”.[↩]
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Il primo ministro britannico Kier Starmer ha dichiarato che il Regno Unito “non si lascerà trascinare in una guerra più ampia”, mentre il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha affermato che “questa non è la nostra guerra”. Starmer ha poi deciso di ospitare colloqui online tra circa 40 Paesi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz attraverso la diplomazia, senza gli Stati Uniti. Alcuni critici hanno contestato la tesi di Starmer secondo cui non si tratta di una guerra britannica, facendo notare che il suo governo sta permettendo alle forze statunitensi di utilizzare basi nel Regno Unito per lanciare attacchi contro l’Iran. Ma Trump ha paragonato Starmer, per il suo scetticismo circa gli obiettivi e la legalità del conflitto, a Neville Chamberlain, il premier britannico ostracizzato per la sua controversa politica prebellica di pacificazione nei confronti della Germania di Hitler. Starmer ha comunque difeso la NATO dopo le critiche di Trump.[↩]
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Nonostante la retorica, un presidente degli Stati Uniti non può ritirarsi unilateralmente dalla NATO a causa di garanzie legislative: Una legge approvata alla fine del 2023 (inserita nel National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2024) vieta esplicitamente al Presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza una maggioranza di due terzi al Senato o un atto specifico del Congresso. Due senatori statunitensi, il repubblicano Mitch McConnell e il democratico Chris Coons, hanno dichiarato in una nota congiunta che il Senato “continuerà a sostenere l’alleanza per la pace e la protezione che essa garantisce” agli Stati Uniti, all’Europa e al mondo. Ai sensi dell’articolo 13 del Trattato del Nord Atlantico, anche se viene presentata una notifica formale di ritiro, questa non entra in vigore prima di un anno. Qualsiasi tentativo di aggirare il Congresso scatenerebbe una crisi costituzionale immediata e si scontrerebbe probabilmente con immediate azioni legali da parte di Stati a guida democratica o cittadini statunitensi con interessi commerciali e di sicurezza legati all’Europa.[↩]
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L’articolo 5 è la promessa politica fondamentale dell’alleanza: un attacco a un membro è considerato un attacco a tutti, con ogni alleato obbligato a contribuire al ripristino della sicurezza. Gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dal ciclo quadriennale di pianificazione militare della NATO, che determina quali equipaggiamenti e quante truppe ciascun membro deve assegnare all’alleanza in uno scenario di invasione, sulla base di tre piani di difesa specifici per regione. Tecnicamente, ciò non influirebbe sugli impegni militari statunitensi, ma di fatto li congelerebbe come promesso nell’ultimo ciclo conclusosi l’anno scorso. Questo costringerebbe gli europei a darsi da fare per colmare le lacune, anche in settori come la difesa aerea, l’intelligence e il rifornimento in volo. Gli Stati Uniti potrebbero anche boicottare le riunioni della NATO o ritirare la propria delegazione. Ciò sarebbe molto dannoso poiché paralizzerebbe di fatto il lavoro dell’alleanza, dato che si basa su decisioni unanimi. Se Trump volesse adottare una strategia più aggressiva, potrebbe anche guardare alla storia. Nel 1966, il presidente francese Charles de Gaulle si ritirò dal comando integrato della NATO, proprio come fece brevemente la Grecia nel 1974. In pratica, ciò avrebbe conseguenze devastanti per l’alleanza. Dato il ruolo centrale di Washington nell’alleanza, ciò significherebbe probabilmente ritirare tutte le truppe statunitensi assegnate alla NATO e costringere alle dimissioni il comandante supremo dell’alleanza, il generale statunitense Alexus Grynkewich.[↩]
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L’Europa rischia di rimanere sotto il giogo delle grandi aziende statunitensi di tecnologia e servizi Internet. Agli albori di Internet, il continente non è riuscito a creare e a far crescere aziende competitive a livello globale, paragonabili ad Amazon, Google, Meta o Microsoft. Oggi, l’Europa si affida ai loro servizi per molte attività commerciali e governative, ma difficilmente trarrà beneficio dai loro ingenti investimenti di capitale nell’intelligenza artificiale. Con l’avanzare dell’IA, l’UE potrebbe ritrovarsi ancora una volta a essere principalmente un acquirente, piuttosto che un fornitore, di tecnologie all’avanguardia. Il pacchetto sulla sovranità tecnologica del blocco, che dovrebbe essere presentato dalla Commissione Europea questa primavera, mira a ridurre la dipendenza del continente dalle tecnologie non europee, principalmente cloud computing, IA e semiconduttori. Ma il raggiungimento di questo obiettivo richiede dei compromessi. Rendere i beni e i servizi digitali europei competitivi con le offerte commerciali delle aziende tecnologiche statunitensi è un’impresa costosa, e i costi devono essere coperti dai contribuenti europei o dalle imprese europee, riducendo la loro capacità complessiva di investire in questi settori cruciali.[↩]
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Il primo ministro polacco, Donald Tusk, ha dichiarato che le ripetute minacce di Trump di ritirarsi dalla NATO, insieme alla prospettiva di una crisi energetica “enorme” in Europa e ad altri fattori, sembrano un “piano ideale” per il presidente russo Vladimir Putin. I Paesi del fronte orientale (Polonia, Paesi Baltici, Romania) stanno reagendo con profondo allarme e un pragmatismo senza precedenti, poiché si sentono più esposti a un eventuale collasso della credibilità dell’Articolo 5. In particolare, per i Paesi Baltici il corridoio di Suwalki rappresenta il “tallone d’Achille” della NATO e la loro unica linea di via terrestre verso il resto dell’Europa (la preoccupazione principale è che la Russia, attraverso una manovra a tenaglia dall’exclave di Kalimingrad e dalla Bielorussia, possa chiudere il corridoio di 65-100 km in poche ore). La loro strategia si articola su tre fronti principali. 1. La corsa al riarmo autonomo (la tesi polacca): La Polonia ha assunto il ruolo di leader militare “di fatto” del fronte est, distanziandosi dalla dipendenza passiva dagli USA: Per il 2026, la Polonia ha stanziato circa €47 miliardi per la difesa, pari al 4,8%-5% del suo PIL, la quota più alta di tutta la NATO. Varsavia punta a costruire l’esercito di terra più potente d’Europa, con l’obiettivo di raggiungere i 300.000 effettivi entro il 2030, rendendo la propria capacità di difesa indipendente dalle incertezze politiche di Washington. 2. Il rafforzamento regionale: l’operazione “Sentinella dell’Est”. In risposta alle incursioni di droni e atti di sabotaggio russi, i Paesi del fianco orientale hanno intensificato la cooperazione locale: L’”Operazione Sentinella dell’Est” è stata lanciata a fine 2025, per coordinare le forze di Polonia e Stati Baltici per proteggere i confini orientali e le infrastrutture critiche nel Mar Baltico (come i cavi energetici sottomarini) da minacce ibride. Estonia, Lettonia e Lituania continuano a fare pressione per una presenza militare NATO permanente e potenziata, temendo che i piani russi possano accelerare verso un conflitto diretto già nel 2027. 3. Bilanciamento diplomatico. A differenza dei Paesi dell’Europa occidentale (Francia, Italia, Spagna), che hanno rifiutato il supporto agli USA in Iran, i Paesi dell’est mantengono una posizione più sfumata. Mentre temono che un impegno USA in Medio Oriente sottragga risorse al fronte est, evitano critiche aperte a Trump per non compromettere il legame bilaterale di sicurezza. Paesi come la Romania e la Polonia tendono a offrire supporto logistico o politico agli Stati Uniti laddove possibile, sperando di rimanere nella lista degli “alleati meritevoli” in caso di disimpegno statunitense dalla NATO. Il massiccio riarmo della Polonia, che nel 2026 ha raggiunto la cifra record di circa €47 miliardi, non è finanziato solo dal bilancio statale ordinario, ma poggia su un complesso sistema di debito fuori bilancio e prestiti internazionali. I pilastri di questa strategia finanziaria sono: 1. il Fondo di Supporto alle Forze Armate (FWSZ), gestito dalla banca statale di sviluppo BGK. Questo fondo opera parallelamente al bilancio del Ministero della Difesa ed emette titoli di debito garantiti dallo Stato polacco per raccogliere liquidità immediata. Solo nel 2023 sono stati emessi bond per $3 miliardi, seguiti da ulteriori tranche in euro nel 2024 e 2025. Entro la fine del 2026, il debito accumulato da questo fondo potrebbe raggiungere i $46,9 miliardi. Circa il 36-37% di tutta la spesa per la difesa polacca è attualmente coperto da questi strumenti di debito. 2. Prestiti e garanzie internazionali. La Polonia ha negoziato linee di credito dirette con i suoi principali fornitori di armamenti. Nel luglio 2025, ha firmato un accordo per $4 miliardi in garanzie di credito attraverso il programma Foreign Military Financing (FMF) degli USA. Questi fondi riducono il costo del finanziamento commerciale per l’acquisto di elicotteri Apache, caccia F-35 e sistemi Patriot. Inoltre, per finanziare l’acquisto di carri armati K2 e semoventi K9, la Polonia ha ottenuto prestiti dalla Korea Eximbank e da un consorzio di banche private coreane per oltre $9 miliardi. Sono in corso trattative per un’ulteriore linea di credito da $30 miliardi per completare le fasi successive dei contratti. 3. Supporto e prestiti UE. Nonostante le tensioni politiche passate, la Polonia sta iniziando a beneficiare di fondi europei per la difesa come il Programma SAFE. Varsavia prevede di ricevere quasi €44 miliardi da fondi europei destinati al riarmo congiunto e alla produzione industriale bellica per contrastare la minaccia russa. Il governo polacco ha recentemente proposto la creazione di una “Banca del Riarmo” europea per emettere debito comune dedicato alla difesa. Questa strategia presenta sfide significative per il futuro. Il periodo critico per il rimborso di questo debito cadrà tra il 2027 e il 2031. Gli analisti avvertono che l’alto costo del servizio del debito potrebbe limitare la capacità di investimento futuro. L’alto deficit necessario per sostenere questo sforzo è considerato “sotto controllo” dal governo Tusk, ma richiede una crescita economica costante del 3,5% per rimanere sostenibile. Infine, la Corte dei Conti polacca (NIK – Najwyższa Izba Kontroli) ha espresso critiche molto severe nei confronti del sistema di finanziamento della difesa, definendo l’uso massiccio di fondi extra-bilancio come una minaccia alla trasparenza e alla stabilità democratica del Paese. Le principali contestazioni emerse tra il 2024 e l’inizio del 2026 riguardano la violazione dei principi costituzionali (i principi fondamentali del bilancio dello Stato e l’erosione del ruolo del Parlamento) e la sostenibilità del debito a lungo termine con la “trappola degli interessi”. 3. La credibilità internazionale e il rischio capitale per la scarsa trasparenza. Le critiche della NIK sono state riprese da agenzie come Fitch, che ha segnalato le finanze pubbliche indebolite e il debito in crescita (previsto al 65% del PIL entro il 2029) come fattori di pressione sul rating polacco.[↩]
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Il bond laddering o “scala di obbligazioni”) è una strategia di investimento che consiste nel suddividere il capitale in più obbligazioni con date di scadenza diverse (es. 1 anno, 2 anni, 3 anni, ecc.). Invece di comprare un unico titolo a lunga scadenza, si crea una “scala”. Si comprano obbligazioni che scadono a intervalli regolari. Quando l’obbligazione più breve (il primo “piolo”) scade, si reinveste quel capitale nell’obbligazione più lunga della serie (aggiungendo un nuovo piolo in cima). L’obiettivo è proteggersi dalla volatilità dei tassi d’interesse. Nel contesto attuale di tassi alti, il laddering offre due vantaggi enormi. Flessibilità (liquidità), dato che ogni anno (o semestre) una parte del debito scade e rientra liquidità, utile per pagare stipendi o investire senza dover vendere tutto in perdita se i tassi salgono. Inoltre, se i tassi salgono, si reinveste il capitale in titoli nuovi che rendono di più. Se scendono, si hanno comunque i titoli vecchi che “bloccano” i rendimenti alti del passato. In breve, è un modo per evitare di scommettere tutto su un unico momento del mercato.[↩]
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Il comitato editoriale del Wall Street Journal, che ha avuto modo di visionare in anteprima il bilancio del presidente per l’anno fiscale 2027, ha riferito che il piano prevede circa 1.150 miliardi di dollari di spesa militare di base, oltre a 350 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari “che i Repubblicani potrebbero approvare con un disegno di legge di conciliazione di bilancio basato sulle posizioni del partito”. Inoltre, proprio in questi giorni il Pentagono ha chiesto al Congresso almeno 200 miliardi di dollari per la guerra contro l’Iran.[↩]
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La base di Sigonella, situata in Sicilia tra le province di Catania e Siracusa, è soprannominata l'”Hub del Mediterraneo” per la sua posizione geografica unica, che permette di proiettare potenza militare e sorveglianza su tre continenti (Europa, Africa e Asia). Nel contesto attuale, con le tensioni in Iran e in Medio Oriente, le sue funzioni sono diventate vitali per gli Stati Uniti. Sigonella è la principale base di supporto logistico per la Sesta Flotta degli Stati Uniti. Funziona come un “pit stop” per aerei e navi che operano nel Mediterraneo e verso il Golfo Persico. È il punto di transito fondamentale per il trasporto di truppe, munizioni e rifornimenti destinati alle operazioni correnti (come l’Operazione Rough Rider in Yemen), fungendo da collegamento tra le basi negli USA e i teatri di guerra. È anche il Centro Mondiale per i Droni (ISR – Intelligence, Surveillance, Reconnaissance). Questa è probabilmente la funzione più critica della base. Ospita i sistemi aerei a pilotaggio remoto (droni) più avanzati al mondo (MQ-4C Triton e RQ-4 Global Hawk). La base ospita la flotta di droni della NATO, rendendo Sigonella il cuore dell’intelligence collettiva dell’Alleanza per il monitoraggio dei confini meridionali e orientali. Inoltre, ospita i velivoli P-8A Poseidon, aerei specializzati nella caccia ai sottomarini e per il monitoraggio della flotta russa: Infine, Sigonella dispone di infrastrutture ospedaliere e di evacuazione medica di alto livello, utilizzate per il trattamento dei feriti provenienti dai teatri operativi prima del trasferimento nelle basi in Germania o negli Stati Uniti. Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza (UHF) della Marina degli Stati Uniti, progettato per fornire collegamenti veloci e sicuri alle truppe americane e della NATO in movimento in tutto il mondo (altre stazioni analoghe sono in Virginia, Hawaii e Australia). Sebbene spesso associato a Sigonella, l’impianto fisico (la stazione di terra) si trova in realtà a Niscemi (Caltanissetta) dal 2006, a circa 60 km dalla base aerea. Attualmente, la base di Sigonella è al centro del dibattito sull’uso dello spazio aereo italiano. Sebbene l’Italia abbia espresso riserve sull’uso delle basi per attacchi diretti contro l’Iran, Sigonella rimane fondamentale per tutte le operazioni “non cinetiche” (logistica e intelligence) che il governo italiano continua ad autorizzare in virtù dei trattati bilaterali. A fine marzo, il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha formalmente negato l’autorizzazione all’atterraggio e all’uso della base di Sigonella per alcuni bombardieri e caccia americani diretti verso zone di guerra in Iran. Il diniego è stato giustificato dalla mancanza di una “consultazione preventiva” obbligatoria secondo gli accordi bilaterali del 1954. Crosetto ha ribadito che il rispetto dei trattati non significa rottura con l’alleato, ma tutela della sovranità nazionale. La Presidenza del Consiglio ha cercato di smorzare i toni, assicurando che i rapporti con Washington restano solidi, ma confermando che l’Italia non intende farsi trascinare in un conflitto non concordato. Crosetto ha chiarito che le basi italiane restano attive per le attività ordinarie e di intelligence, ma che ogni operazione “cinetica” (di attacco) necessita di un’autorizzazione politica specifica che, in questo caso, non è stata concessa.[↩]
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La potenza esplosiva può essere regolata (“dial-a-yield”) tra 0,3 e 50 chilotoni (per confronto, la bomba di Hiroshima era di circa 15 chilotoni). Le armi rimangono sotto il controllo esclusivo dei militari statunitensi tramite codici di attivazione (PAL) che solo il Presidente degli Stati Uniti può autorizzare.[↩]
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Si stima che mantenere le basi e il personale all’estero costi agli Stati Uniti circa $65-$94 miliardi all’anno a livello globale. Per la sola Europa, il Pentagono ha stanziato circa $3,8 – $4,5 miliardi all’anno attraverso la European Deterrence Initiative (EDI) per rotazioni, esercitazioni e miglioramento delle infrastrutture.[↩]
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La NATO ha approvato per il 2026 un budget militare comune di €2,42 miliardi, parte del quale finanzia infrastrutture condivise come aeroporti, porti e depositi di carburante utilizzati anche dalle forze USA.[↩]
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Gli Stati Uniti di Trump potrebbero rifiutarsi di versare la loro quota al bilancio comune della NATO, che copre voci come le spese operative. Attualmente versano circa 800 milioni di euro, ovvero il 15% del totale. Sebbene ciò sarebbe destabilizzante, non sarebbe la fine del mondo se altri alleati sostituissero tale contributo.[↩]
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Nel 2024, durante la campagna elettorale, Trump dichiarò che avrebbe incoraggiato Putin ad attaccare i membri della NATO che non contribuivano equamente alle spese per la difesa. All’ultimo vertice annuale della NATO, nel giugno 2025, l’alleanza godeva del suo favore, e Trump pronunciò un discorso in cui elogiava con entusiasmo i leader europei, definendoli persone che “amano i loro Paesi”.[↩]
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Il passaggio dell’Italia a una spesa militare del 5% del PIL entro il 2035 comporta uno sforzo economico senza precedenti, stimato in un esborso aggiuntivo di circa 100 miliardi di euro all’anno rispetto ai livelli pre-2024. A metà 2026, l’impatto si manifesta attraverso tre criticità principali: 1. Pressione sul bilancio dello Stato: per il 2026, l’Italia ha già stanziato 12 miliardi di euro aggiuntivi per la difesa, portando la spesa al 2,5% del PIL. Gli analisti evidenziano il rischio che l’incremento bellico sottragga risorse vitali a settori chiave. La spesa per l’istruzione (~4,1% del PIL) è già stata superata dal nuovo target complessivo (5%), mentre quella per la sanità (~6,3% del PIL) è ora sotto pressione diretta per possibili tagli compensativi. Secondo il Documento Programmatico di Bilancio, la spesa salirà di 0,15 punti percentuali all’anno nel 2026 e 2027, con un ulteriore scatto dello 0,2% nel 2028. 2. Rischi per il debito pubblico: S&P Global Ratings ha avvertito che l’attuazione del target NATO, senza misure di compensazione fiscale, potrebbe gonfiare il debito pubblico europeo di 2.000 miliardi di dollari entro il 2035, con l’Italia tra i Paesi più vulnerabili a causa del suo alto stock di debito esistente. Con un debito previsto al 135-140% del PIL verso la fine del decennio, l’aumento dei tassi per finanziare il riarmo rischia di creare una “trappola degli interessi” che potrebbe paralizzare la spesa pubblica post-2026. 3. Strategie di mitigazione: l’Italia ha ufficialmente proposto all’UE di finanziare il target del 5% tramite l’emissione di debito comune europeo (Eurobond), per evitare che l’onere gravi interamente sui singoli bilanci nazionali e sui tassi d’interesse dei Paesi più indebitati. A marzo 2026, il governo ha superato formalmente il vecchio target del 2% anche attraverso una “operazione contabile”, includendo nella spesa NATO voci precedentemente escluse, come la cybersicurezza e la protezione dei cavi sottomarini.[↩]










































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