La vera guerra nascosta dalla teoria del pazzo
di Salvatore Minolfi
Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.
Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?
Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.
Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.
L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento.
Gli israeliani, in particolare, hanno bombardato chirurgicamente, pochi giorni fa, una precisa sezione dei 14.000 km di rete ferroviaria iraniana: giusto quegli otto segmenti e dieci tratte del corridoio ferroviario strategico Iran-Cina, inaugurato ufficialmente il 3 giugno scorso (appena dieci giorni prima dello scatenamento della fase 1 della guerra) e frutto di un significativo investimento cinese, nel quadro della “Belt and Road Initiative”.
Il progetto è il “Corridoio Ferroviario Cina-Iran”, un percorso di 10.400 km che collega la Cina (Xi'an) al porto secco di Aprin, vicino Teheran. L’investimento cinese per la sua costruzione è stato di circa 40 miliardi di RMB (circa 5,5 miliardi di dollari USA).
L’obiettivo strategico del corridoio ferroviario è quello di consentire all'Iran di esportare petrolio direttamente in Cina via terra, aggirando lo Stretto di Hormuz e di importare merci, riducendo drasticamente i tempi di trasporto (15 giorni contro i 40 previsti dalla rotta via mare), diminuendo la vulnerabilità alle sanzioni e alla potenza navale occidentale che controlla l’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca (da cui transita il 90% del petrolio che la Cina importa dall’Iran).
Il porto secco di Aprin, situato a sud-ovest di Teheran, è un importante snodo intermodale e ferroviario. Nel 2025 è diventato centrale per la logistica eurasiatica, ricevendo i primi treni merci diretti sia dalla Cina che dalla Russia e accorciando i tempi di trasporto merci via terra. A maggio 2025 è giunto il primo treno diretto dalla Cina (Xi'an). Nel novembre 2025 è arrivato il primo treno merci dalla Russia, consolidando una nuova rotta logistica attraverso Kazakistan e Turkmenistan.
Quello iraniano rappresenta un segmento cruciale del più ampio corridoio ferroviario Cina-Iran-Turchia-Europa, che offre un'alternativa competitiva al trasporto marittimo attraverso il Canale di Suez.
Il porto secco di Aprin costituisce anche un nodo strategico nel Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), che collega Russia-Iran e dunque la Russia al Golfo Persico, con una straordinaria capacità di movimentazione di merci containerizzate (oltre 20 milioni di tonnellate nel 2025) tra Russia, Asia centrale e Medio Oriente.
Oltre ad approfondire l'integrazione dell'Iran nella “Belt and Road Initiative” (BRI), a cui Teheran ha aderito nel 2019, la nuova infrastruttura offre nuove opportunità ai paesi dell'Asia centrale da tempo interessati ad accedere ai porti iraniani sulle acque internazionali. Questo obiettivo ha ispirato l'incontro del 12 maggio 2025 a Teheran tra alti funzionari ferroviari di Iran, Cina, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Turchia, incentrato sulla costruzione di una rete ferroviaria transcontinentale destinata a rimodellare le dinamiche geopolitiche eurasiatiche.
Infine, il corridoio ferroviario Cina-Iran si profila come una potenziale alternativa al Corridoio India-Medio Oriente-Europa (IMEC), il progetto indo-occidentale volto a trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici in Asia occidentale (progetto ufficializzato – ah, le coincidenze della vita! – nel settembre 2023, poche settimane prima del fatidico 7 ottobre).
È questo progetto che israeliani e americani stanno bombardando, rinunciando in questo caso anche al conforto delle tradizionali narrative edificanti care agli occidentali da circa cinquecento anni.
A essere precisi, però, sono gli israeliani a bombardare le infrastrutture ferroviarie. E su tale circostanza dovrebbero riflettere gli illustri politologi che lamentano la capacità di Netanyahu di manipolare il presidente della superpotenza americana. Si tratta della vecchia metafora, poco convincente, della coda che muove il cane (e che in queste settimane viene ripetuta come un mantra).
Certo, Israele persegue con determinazione i suoi interessi geopolitici locali, ma se bombarda gli asset cinesi in Iran, lo fa per conto di chi conduce un gioco molto più grande e fuori scala per il nazionalismo sionista in fase sterminista.
È bene, dunque, rovesciare la prospettiva: a chi sta reggendo il gioco Natanyahu? Per conto di chi agisce, facendo ciò che gli americani non potrebbero fare direttamente senza rischiare la terza guerra mondiale? In quale laboratorio del potere americano è stato allevato e istruito il piccolo Frankenstein che regna in Terra Santa tra il fiume e il mare? Chi sta utilizzando chi? È cos’è precisamente la follia? Un inconveniente di percorso? O, piuttosto, la forma mentis più adeguata a perseguire il progetto di rovesciamento del naturale corso delle cose?
Insomma, tra cinquant’anni, guardando a queste folli guerre, ne comprenderemo il legame, profondo e ineludibile, con il tentativo endogeno di ristrutturazione radicale del sistema della connettività eurasiatica, il cui sviluppo renderebbe inutile, superflua, periferica tutta la struttura talassocratica su cui si è retta la lunga stagione dell’egemonia americana (e prima ancora britannica; e prima ancora elisabettiana...) e dei suoi specifici orientamenti geopolitici e militari. Nelle sue conseguenze epocali, sarebbe qualcosa di equivalente a ciò che accadde al Mediterraneo nel corso del Cinquecento, dopo l’inaugurazione delle rotte atlantiche... (Braudel docet).
Anche la guerra russo-ucraina è iniziata così.
Nel 2011 presero avvio i servizi di trasporto merci su rotaia Asia-Europa, con 17 treni spediti dalla regione cinese di Chongqing agli hubs di distribuzione interna dell’Europa in Polonia e Germania (Duisburg). Il corridoio ferroviario attraversava la Russia, ovviamente. E nel giro di pochi anni, il volume complessivo del trasporto su rotaia sarebbe cresciuto da 3000 a 420.000 TEU (Twenty-foot Equivalent Unit).
Per bloccare quella prospettiva (che alcuni studiosi chiamavano il “Supercontinente”) è stato costruito un muro invalicabile, fatto di centinaia di migliaia di corpi di russi e di ucraini; una montagna di odio invalicabile, che solo una guerra lunga e apparentemente interminabile poteva costruire.
Non sappiamo se il Supercontinente riuscirà effettivamente a prendere forma. Lo sapremo forse tra cinquant’anni e solo allora ci renderemo conto di quanto dolorosa sia stata la sua lunga gestazione.










































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