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Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

di Mario Sommella

truppe usa afghanistan 690x362Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

 

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

 

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

 

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

 

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

 

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

 

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

 

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.


Fonti
— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.
— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.
— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.
— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.
— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.
— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.
— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.
— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.
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