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Published: 08 October 2025
Created: 04 October 2025
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clarissa

Lezioni dalla Palestina

di Gaetano Colonna

Le decine di migliaia di vite umane sacrificate in Palestina non sono vite perdute. Spetta però a tutti noi il compito di dare a questo olocausto un significato durevole: valido quindi non solo per il presente ma anche per l’avvenire.

È questa la responsabilità che ci impegna tutti d’ora in avanti, se non vogliamo limitarci alle comprensibili reazioni emotive di sdegno e riprovazione: se riversati solo nelle piazze, questi sentimenti corrono infatti il duplice rischio di essere utilizzati per fini di partito, o di svanire non appena nuovamente assoggettati alla quotidianità.

La prima lezione è che, nel primo quarto del primo secolo di questo terzo millennio, è caduto dagli occhi dell’umanità intera il velo di retorica steso dalle potenze che, attraverso l’imperialismo coloniale e la vittoria in due guerre mondiali, dominano dalla fine del XIX secolo il mondo contemporaneo. Parole chiave come libertà, umanitarismo, democrazia, vengono utilizzate per santificare le guerre, per mascherare il dominio attraverso la forza — economica, tecnologica, militare e mediatica, sistematicamente utilizzata dalle grandi potenze dell’Occidente a guida anglosassone.

Da questo punto di vista, Israele non ha fatto altro che dare la dimostrazione più diretta ed evidente di questa logica, applicandola laddove è stato più facile farlo: vale a dire contro un popolo schiacciato da decenni di impiego sistematico della violenza di Stato, a ogni livello e in ogni occasione, con la complicità della potenza egemone mondiale, gli Usa, nel crescente silenzio di una Europa, sottomessa a quel dominio grazie a due spaventosi conflitti mondiali.

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Published: 08 October 2025
Created: 03 October 2025
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linterferenza 

Joe Trump, i preveggenti “volenterosi” e l’inevitabilità del conflitto

di Norberto Fragiacomo

Non abbiamo mai dubitato dell’imprevedibilità di Donald Trump, ma speravamo che, una volta in carica, si sarebbe mostrato meno aggressivo del predecessore e che non avrebbe scatenato guerre. Si trattava non di una certezza, ma di una scommessa – e salvo ulteriori colpi di scena possiamo serenamente ammettere di averla persa.

A gennaio affermai, nel corso di una puntata de il Processo del giovedì, che nei riguardi della Russia il nuovo Presidente USA avrebbe potuto assumere tre atteggiamenti alternativi: seguire il modello Biden, cioè demonizzare l’avversario e rifornire costantemente di armi l’Ucraina senza troppi clamori (tante minacce, ma di rivendicazioni manco l’ombra); porre fine al conflitto riconoscendo le ragioni dei russi e patrocinando un compromesso realistico; terza possibilità, reagire alla (pronosticabile) fermezza di Putin con un “fallo di frustrazione” e dare il via a una definitiva escalation. Trump è stato all’altezza della sua fama, perché nel breve volgere di nove mesi è riuscito a percorrere un tratto della prima strada (conferma iniziale delle decisioni già assunte dai democratici), poi a imboccare d’impeto la seconda – fino all’incontro in Alaska – e infine a invertire repentinamente la rotta, annunciando l’invio di missili a lungo raggio e il sostegno satellitare “per colpire in profondità la Russia”.

La spiegazione (più) logica dell’ultimo voltafaccia è che, a questo punto, il tycoon consideri l’uso della forza militare l’unico mezzo idoneo a imporre alla Federazione una tregua che altrimenti giammai sarebbe accettata, poiché per il presunto “aggressore non provocato” essa equivarrebbe a una sconfitta strategica.

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Published: 08 October 2025
Created: 03 October 2025
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lafionda

La Palestina può svegliare l’Occidente?

di Stefano Stella

La questione palestinese può divenire la fiamma che risveglia le coscienze collettive occidentali?
Questa è una domanda fondamentale da porsi in una fase storica in cui la politica occidentale sembra essersi confinata in un convergere di sentimentalismi. Come riportato infatti da Zygmunt Bauman:

“Per l’individuo, lo spazio pubblico non è molto più che un maxischermo su cui le preoccupazioni private vengono proiettate e ingrandite senza per questo cessare di essere private o acquisire nuove qualità collettive; lo spazio pubblico è il luogo in cui si rende pubblica confessione di segreti e intimità privati.”

Il privatismo di matrice post-modernista tende a frammentare qualsiasi appartenenza comune, ogni forma di comunità reale e di senso di valore intersoggettivamente condiviso. Si crea quindi un “nichilismo che avanza”, un moralismo senza morale che, attraverso una retorica vittimistica ed emergenzialista, tende a sopprimere ogni forma di reale dissenso emergente. Questo abisso profondo, non bisogna farsi illusioni, è ancora estremamente egemone negli ambienti delle sinistre post-marxiste; tuttavia la questione palestinese qualche speranza la accende.

In effetti, movimentazioni di questa portata non si vedevano da decenni in Occidente e il valore umano e politico che esse rappresentano non è qualcosa che possa essere sminuito. Le manifestazioni e gli scioperi pro-Pal non sono rivoluzioni; leggerle in questo senso non può che rafforzare il potere costituito.

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Published: 07 October 2025
Created: 03 October 2025
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seminaredomande

Il New Start – il trattato sulla riduzione delle armi nucleari. Un “Nuovo Inizio”?

di Francesco Cappello

Quali conseguenze avrebbe il mancato rinnovo del trattato sulla limitazione delle armi nucleari strategiche?

politics nuclear warheads strategic warheads tactical warheads cutting nuclear arms nuclear agenda EC417400 low.jpgMalgrado i leader degli Stati Uniti, della Russia e della Cina abbiano spesso dichiarato che una guerra nucleare non possa essere vinta e non dovrebbe mai essere combattuta, il mondo assiste a una convergenza di follia politica e diserzione diplomatica che sta rischiando di riportare le lancette dell’orologio dell’apocalisse ai momenti più bui della Guerra Fredda. È ormai prossima la scadenza del trattato “New Start”, l’ultimo baluardo contro la ripresa di una corsa agli armamenti tra Washington e Mosca. La data fatidica è il 5 febbraio 2026, e le conseguenze del suo mancato rinnovamento, in questo momento critico della storia dell’umanità, sarebbero potenzialmente catastrofiche. I due più grandi stati nucleari del mondo tornerebbero a non avere, dopo due generazioni, alcun tetto ai loro arsenali atomici.

Secondo alcune analisi, alla cessazione del trattato, gli Stati Uniti potrebbero essere pronti a più che raddoppiare il proprio arsenale nucleare schierato, passando dalle attuali 1.550 testate a una cifra compresa tra 3.000 e 4.000 in poco tempo.

Un articolo della Arms Control Association cita uno studio della Federation of American Scientists (FAS) che valuta che, se il Trattato New START venisse scaduto o non rispettato, gli USA e la Russia potrebbero raddoppiare le loro testate strategiche dispiegate entro uno-due anni usando le testate di riserva già esistenti e caricandole sui vettori esistenti.

Il comandante del Air Force Global Strike Command ha dichiarato che, alla scadenza del New START, “potrebbe arrivare l’ordine” di aumentare la capacità nucleare USA, sia per la componente dei missili terrestri (ICBM) sia per quella dei bombardieri.

Questa capacità di rapido riarmo non è un’ipotesi, ma una condizione che il Congresso americano impose per la ratifica stessa del trattato. La reazione della Russia sarebbe inevitabile e speculare, al fine di mantenere una parità strategica, col risultato che il pianeta cadrebbe in una nuova corsa agli armamenti.

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Published: 07 October 2025
Created: 07 October 2025
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La Sinistra Negata 03

Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)

a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale

sinneg02.jpgParte seconda. Gli Anni Settanta.

1. I “GRUPPI”

Il superamento della crisi del 1963-66 è reso possibile soprattutto da un mutamento nella composizione della domanda estera e da una posizione conseguentemente diversa assegnata all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. L’entrata in scena di paesi produttori di beni di consumo a basso costo costringe l’Italia a modificare le proprie esportazioni, spostando l’accento sui beni finali d’investimento dell’industria pesante e della meccanica leggera1. Acquistano dunque un inedito peso le imprese chimiche, petrolchimiche, siderurgiche, nelle quali le dimensioni degli impianti e gli enormi bisogni finanziari, rendono necessaria la partecipazione statale. È da notare che le industrie di questo tipo, malgrado le proporzioni colossali degli stabilimenti, assorbono quote ridottissime di forza-lavoro2. Il primo effetto della ristrutturazione, seguita alla crisi è dunque quello di contenere l’occupazione in alcuni dei rami industriali trainanti, producendo, con l’esclusione delle figure “deboli” (anziani, giovani, donne), un’ulteriore selezione a favore degli operai delle fasce centrali di età, più di tutti inclini a intraprendere azioni rivendicative.

È dunque un proletariato di fabbrica ridotto ma estremamente compatto, al cui interno continua a detenere l’egemonia (politica anche se non numerica) l’operaio-massa, a dar vita al lungo “autunno caldo” del 1969-1971. È in queste lotte che si sperimentano, con i Comitati Unitari di Base, le prime forme di organizzazione autonoma della classe operaia; ed è in queste lotte che i gruppi sparsi della sinistra rivoluzionaria trovano il cemento necessario alla loro unificazione, dando vita, dopo i convegni delle avanguardie di fabbrica del 1968 e del 1969 a due vaste organizzazioni: del Potere Operaio e Lotta Continua.

La prima metà degli anni ‘70 reca l’impronta di questi due raggruppamenti, che si dividono le spoglie dell’operaismo del decennio precedente e che, unitamente a gruppi di diversa matrice (Avanguardia Operaia, Il Manifesto, i vari “Partiti” di ispirazione maoista, ecc.), danno vita al complesso arcipelago della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”.

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Published: 07 October 2025
Created: 03 October 2025
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La congiuntura americana mentre si accende l'ottavo fronte israeliano

di Alastair Crooke* - Strategic Culture

Putin può convivere con la "schizofrenia di Giano" di Trump, mentre le forze russe avanzano su tutti i principali fronti di battaglia

ianvdrahhfjLa seconda fase del passaggio di consegne della guerra in Ucraina da parte di Trump agli europei è stata chiaramente delineata nel suo post su Truth Social del 23 settembre. Nella prima fase del passaggio di consegne, Trump si è ritirato dal ruolo di principale fornitore di armamenti a Kiev e ha indicato che d'ora in poi l'Europa avrebbe dovuto pagare praticamente tutto, acquistando armi da produttori statunitensi.

Naturalmente, Trump sa che l'Europa è "in bancarotta" dal punto di vista fiscale. Non ha i soldi per finanziarsi, figuriamoci per una guerra su larga scala. Poi ha "aggiunto sale" a questa crisi fiscale sfidando gli stati della NATO a essere i primi a sanzionare tutti i carburanti russi. Ovviamente, anche questo non accadrà. Sarebbe una follia.

In questo ultimo post su Truth Social, Trump porta la linea di Keith Kellogg alla sua reductio ad absurdum . "L'Ucraina, con il sostegno dell'UE, può riportare il Paese [Ucraina] alla sua forma originale, facendo sembrare la Russia una 'tigre di carta'... e chissà, forse potrebbe spingersi anche oltre !"

Certo, Kiev sta avanzando verso Mosca? Prenditi gioco di lui, signor Trump. Certo che sta prendendo in giro Kellogg e gli europei.

Poi, in seguito all'incontro di Trump con Zelensky, Francia, Germania e Regno Unito all'ONU, è stata proposta una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riecheggiava la richiesta esplicita di capitolazione russa avanzata dagli europei e dalla Coalizione dei Volenterosi . Trump ha permesso ai funzionari statunitensi di partecipare attivamente alla discussione sulla risoluzione, ma poi, all'ultimo momento, ha fatto sì che gli Stati Uniti ponessero il veto.

In questo modo contorto, Trump riesce – come Giano – a guardare due direzioni contemporaneamente: da una parte, sostiene al 100% l'Ucraina, esaltando il "Grande Spirito" dell'Ucraina e adottando la linea di Kellogg secondo cui Putin è in grossi guai. Ma "dall'altra parte", Trump si impegna al contrario a "non limitare la possibilità di colloqui di pace, né a far sì che le tensioni si inaspriscano ulteriormente ".

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Published: 07 October 2025
Created: 05 October 2025
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contropiano2

Il mondo finanzia il deficit degli Stati Uniti

di Jaime Bravo - Jorge Coulon

Nell’agosto del 1971, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Ciò pose fine a un ciclo iniziato con gli accordi di Bretton Woods, che avevano concesso agli Stati Uniti – l’unica potenza industriale e finanziaria emersa dalla guerra con le proprie capacità intatte e in qualità di creditrice del resto del mondo – la possibilità di rendere la propria valuta la riserva di valore globale.

Ma, anche con questo potere americano, fu necessario fare concessioni riguardo alla copertura aurea e, quindi, concentrare le riserve dei paesi occidentali. Nessuno era disposto a consegnare la stampa della valuta di riserva a un singolo paese.

Con il gesto di interrompere la convertibilità – il cosiddetto Nixon Shock – il sistema di Bretton Woods, che aveva fornito stabilità al commercio internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, collassò. Il gold standard, che garantiva che ogni dollaro potesse essere scambiato per una quantità fissa di metallo prezioso, fu abbandonato. Da allora, il dollaro è stato sostenuto esclusivamente dalla “fiducia” nell’economia degli Stati Uniti e dal potere politico e militare che la sostiene.

Ma non è tutto. La coercizione per imporne l’uso portò alla nascita dei petrodollari. Lo stesso Nixon firmò un accordo con l’Arabia Saudita, in base al quale quel paese – il più grande esportatore di petrolio dell’epoca – avrebbe accettato pagamenti solo in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza dell’Arabia Saudita.

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Published: 07 October 2025
Created: 04 October 2025
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barbaraspinelli.png

Trump, il piano zoppo per la pace e l’Europa a zero

di Barbara Spinelli

Quest’articolo è stato scritto subito dopo l’annuncio del Piano di pace, prima della reazione di Hamas e della risposta di Trump, ambedue comunicate il 3 ottobre

Non è chiaro se il piano di pace annunciato il 29 ottobre da Trump e Netanyahu (“Il più grande evento nella storia della civilizzazione”) sia oppure no un Truman Show, una realtà parallela e perversa allo stesso modo in cui fu parallela e perversa l’esultanza di Bush jr (“Mission accomplished!”) quando pretese di aver vinto in poco più d’un mese la guerra in Iraq e insediò a Bagdad il catastrofico protettorato Usa diretto da Lewis Bremer.

Tra i tanti disastri accaduti dopo quella guerra – incoraggiata da Netanyahu – c’è l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023: una strage cui Israele ha risposto con l’uccisione in massa di civili palestinesi a Gaza (“tutti terroristi” secondo il Presidente Herzog). Quest’uccisione è l’evento unico di questi anni: unico nella storia delle civilizzazioni, non della civilizzazione suprema menzionata da Trump.

Netanyahu si finge vincente, avendo ottenuto modifiche a proprio favore del piano, ma in cuor suo lo sa: o il genocidio continua fino a quando Hamas accetterà la resa incondizionata, oppure i suoi giorni al governo potrebbero esser contati. L’America non lo salverà se i suoi ministri terroristi (Smotrich, Ben Gvir) lo affosseranno. Per Smotrich il piano è il “tradimento di tutte le lezioni del 7 ottobre, e finirà in lacrime”.

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Published: 07 October 2025
Created: 04 October 2025
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voltairenet

I pacificatori

di Manlio Dinucci

 

“Questo è un giorno molto importante, potenzialmente uno dei giorni più importanti nella storia della civiltà. Cose che vanno avanti da centinaia e migliaia dii anni, noi siamo molto, molto vicini a risolverle. Voglio ringraziare Bibi per essersi davvero impegnato e aver fatto un ottimo lavoro. Abbiamo lavorato bene insieme, come abbiamo fatto, entrambi, con molti altri paesi. Questo è l’unico modo per risolvere l’intera situazione. Accordo completo, tutto risolto. Si chiama pace in Medio Oriente.”

 

Le stime degli esperti sull’ “ottimo lavoro” di Netanyahu a Gaza

“I bambini sono estremamente vulnerabili: l’allattamento al seno è molto problematico per le madri di Gaza gravemente traumatizzate, a cui sono sostanzialmente negati acqua, cibo, riparo, igiene, latte artificiale, elettricità, servizi igienici e altri beni di prima necessità. Stimando che il 33% delle morti violente a Gaza siano quelle di bambini, il 21% di donne e il 46% di uomini e che le stesse proporzioni valgano per le morti per privazioni, si stima che a Gaza siano stati uccisi dalla violenza e dalle privazioni circa 479.000 bambini di cui 380.000 sotto i cinque anni, 63.000 donne e 138.000 uomini: in totale circa 680 mila persone.”

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Published: 07 October 2025
Created: 03 October 2025
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Nel labirinto

di Paolo Giovannetti

Roberto Fineschi, Nel labirinto. Italo Calvino filosofo, Napoli, La scuola di Pitagora, 2025. Collana “Diotìma. Questioni di filosofia e politica”, 33.

Il titolo è, in sé, allettante. Di tante questioni calviniane si è parlato in occasione del centenario della nascita, nel 2023: ma l’aspetto in senso stretto filosofico è rimasto in ombra. Tanto più che – con ogni evidenza – nel libro non si parla di filosofia in genere, ma di rapporti con il marxismo, con la filosofia marxista. E qui, davvero, la bibliografia è sfornitissima. Anche per una ragione ulteriore: oggi si tende a guardare con sospetto il Calvino che si avventura in certe sintesi politiche, come per esempio gli era accaduto in un saggio a cui teneva molto, L’antitesi operaia, del 1964, che già ai tempi gli meritò sorrisi imbarazzati da parte di amici e – senza ironia – compagni, che non ritenevano adeguati i suoi tentativi di orientamento fra opposte tensioni ideologiche. A dirla tutta, il Calvino più esplicitamente e volontaristicamente pubblico degli anni che arrivano fino al 1963-1964 può apparire invecchiato, oggi (anche al netto di certi pezzi stalinisti scritti per “L’Unità”).

Merito di Fineschi è aver valorizzato, intanto, il Calvino del PCI, la cui cultura politica è sottoposta a un’analisi molto istruttiva anche in chiave letteraria, e italiana. In particolare, un certo storicismo “dialettico”, preoccupato di mettere a partito il succedersi temporale e ideale di tesi, antitesi e sintesi, avrebbe poco a che fare con il pensiero di Marx e Lenin, e molto invece con una certa tradizione crociana e umanistica.

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Published: 06 October 2025
Created: 06 October 2025
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materialismostorico

Il capitale di Marx oggi

di Roberto Fineschi (Siena School for Liberal Arts)

20231214 153137 e1702565497375.jpgBuonasera a tutti. Grazie al prof. Azzarà per aver organizzato questo evento e a tutti i colleghi che si sono resi disponibili per venire a discuterne. Estendo i ringraziamenti ai presenti per la loro partecipazione.

Iniziamo dal feticcio: il libro è editorialmente bellissimo, arricchito da stampe di dipinti otto-novecenteschi sulla storia del lavoro. Una prima nota da mettere in evidenza è che il volume è uscito nei Millenni di Einaudi, vale a dire un classico che resiste al tempo e che dura nei secoli. Qualcuno potrebbe interpretarla come una sorta di imbalsamazione, il bel monumento… ai caduti. Invece, almeno per i contatti che ho avuto io con la casa editrice, mi è parso che ci fosse l’idea di un contenuto politico, di politica culturale. Come se ci fosse una sorta di malessere anche all’interno della cultura ufficiale “borghese” nei confronti delle teorie predominanti. Probabilmente anche una borghesia diciamo moderatamente progressista e di vedute più ampie si rende conto che certi paradigmi mainstream, ahimè spiegano sempre meno e che quindi una strumentazione che parta da un paradigma diverso, anche senza volerlo abbracciare ovviamente in toto, può essere presa in considerazione; forse certe categorie non sono da buttar via. C’era anche una dimensione culturale, di politica culturale, per dare degli spunti contenutistici anche a un possibile movimento progressista in senso lato.

Veniamo più concretamente all’edizione. Innanzitutto è una ritraduzione completa, non solo mia; diamo onore ai miei collaboratori che sono Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’. Abbiamo diviso in quattro eque parti e poi chiaramente è stato rimesso insieme, omogeneizzato dal sottoscritto.

Perché una nuova edizione, esistendone già diverse, sia storiche che più recenti. Le più diffuse sono l’edizione Cantimori e l’edizione Maffi. C’è anche l’edizione Sbardella della Newton. Le edizioni Cantimori e Maffi in particolare sono buone. Quindi: perché farne una nuova? Principalmente per la MEGA, cioè la nuova, la Marx-Engels-Gesamtausgabe, la nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels.

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Published: 06 October 2025
Created: 03 October 2025
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intelligence for the people

Il “piano B” di Trump per uscire dal vicolo cieco di Gaza

di Roberto Iannuzzi

Il piano Trump è una “Riviera 2.0” per alleggerire la pressione interna e internazionale sulla Casa Bianca e su Israele, senza concedere nulla ai palestinesi. Ma il fallimento è dietro l’angolo

a1c9b5e1 919c 410a 9479 c49a55ef5aaa 2700x1800Presentato con grande fanfara mediatica, il “piano di pace” del presidente americano Donald Trump per Gaza è essenzialmente un coup de théâtre per tentare di uscire da una situazione sempre più ingestibile per la Casa Bianca, e pericolosamente fallimentare per Israele.

 

La rivolta dell’opinione pubblica mondiale

La reputazione dello Stato ebraico sta crollando a livello internazionale. Perfino negli Stati Uniti, paese storicamente amico, la maggioranza degli americani ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza.

Ma il dato più preoccupante, per la Casa Bianca e per Tel Aviv, è quello dei giovani statunitensi. Fino al 61% della fascia compresa tra i 18 e i 29 anni ormai è schierato dalla parte dei palestinesi, appena il 19% è a favore di Israele.

Ad inquietare particolarmente Trump è la spaccatura all’interno del movimento MAGA (Make America Great Again) che lo sostiene, dove una componente in ascesa accusa Israele non solo dello sterminio di Gaza, ma di indebite ingerenze nelle scelte di politica estera degli Stati Uniti.

L’assassinio del giovane attivista conservatore Charlie Kirk, divenuto via via più critico nei confronti dello Stato ebraico partendo da iniziali posizioni filoisraeliane, ha suscitato un vespaio nella base trumpiana e seri grattacapi non solo per il presidente, ma anche per il governo Netanyahu.

Dopo la scellerata decisione Israeliana di bombardare la capitale del Qatar (uno dei principali alleati di Washington in Medio Oriente) nel tentativo (fallito) di decapitare la leadership di Hamas all’estero, Trump aveva anche il problema di riconquistare la fiducia fortemente scossa delle monarchie arabe del Golfo.

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Published: 06 October 2025
Created: 03 October 2025
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quadernidaltritempi

Come evitare di liberarci… della libertà in tempi di IA

di Francesca Orsi

Gabriele Giacomini: Il trilemma della libertà, Stati, cittadini, compagnie digitali, La Nave di Teseo, Milano, 2025 pp. 320, € 20,00

in rilievo letture trilemma home.jpg“Il dato sorprendente è che, in un mondo sempre più caratterizzato dalla presenza della tecnologia, dove l’innovazione è percepita come un sinonimo del progresso, la libertà preferibile è quella che si realizza in un contesto che non assolutizza il digitale, che evita di idolatrarlo”

(Giacomini, 2025)

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia permea, ormai, ogni aspetto della nostra vita: dal modo in cui comunichiamo, lavoriamo, ci informiamo fino al modo in cui veniamo governati. Di fronte a questo dato di fatto, lo schema mentale più comodo sarebbe quello del determinismo tecnologico, ovvero la rassegnazione silenziosa al fatto che le conseguenze del digitale siano la risultante di forze meramente tecnologiche. Ma un approccio soluzionista, che appunto idolatra il digitale e lo riconosce come unico artefice delle sorti dell’era contemporanea, non prende in considerazione altri attori fondamentali, che parimenti possono influenzarne gli esiti. È di questo avviso Gabriele Giacomini, filosofo politico e ricercatore presso l’Università degli Studi di Udine, attivo nel dibattito pubblico sul futuro delle democrazie nell’era digitale, come si evince dalla letturadel suo Il trilemma della libertà. Stati, cittadini, compagnie digitali. La realtà difatti è decisamente più complicata. Secondo l’autore, i tre soggetti sopraindicati possono dar luogo a configurazioni differenti a seconda delle relazioni che instaurano tra loro. Le tre combinazioni possibili che vedono l’associazione di Stati e compagnie, di Stati e cittadini o di compagnie e cittadini, sono le tre strade possibili e dunque i tre termini del trilemma, oggetto del titolo del saggio. La domanda principale è: possiamo far sì che un diritto fondamentale come la libertà individuale possa realizzarsi garantendo anche un potere statale efficace e un potere illimitato delle Big Tech? Per Giacomini la risposta è: no, non possiamo avere tutto. È proprio a partire da questa consapevolezza che si snoda il trilemma:

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Published: 06 October 2025
Created: 03 October 2025
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Coscienza collettiva e lotta politica: Gaza mette a nudo l'occidente

di Mjriam Abu Samra e Pasquale Liguori

Qualcosa si è rotto nel gran teatro della menzogna che per molti decenni ha coperto con crimini, ombre, giustificazioni e doppie morali il sistema politico occidentale. Per la prima volta in tempi recenti una causa - la Palestina - è deflagrata nell’immaginario collettivo globale e ha incrinato, per quanto in modo parziale e contraddittorio, l’egemonia degli organi di potere e di informazione. Questa rottura è reale e va riconosciuta: è un fatto. Ma riconoscerlo non significa attribuirgli un significato liberatorio né smettere di vederne rischi e contorni di assorbimento sistemico.

La flottiglia è stata scintilla mediatica. Le vele in mare, i lenzuoli alle finestre, gli hashtag e le piazze europee sono via via diventati simboli visibili, facili da fotografare, distribuire, applaudire. Hanno prodotto una narrazione che ha riempito un vuoto simbolico: molti si sono sentiti autorizzati a «essere dalla parte giusta». Ma il gesto visibile non è automaticamente sinonimo di rottura; spesso è il modo più efficace con cui il potere assorbe il dissenso e trasforma la collera in spettacolo gestibile.

Non arretriamo: il punto che si sostiene non è nichilistico. Va detto quello che si osserva con chiarezza teorica e con indignazione politica: una gran parte di queste manifestazioni è strutturalmente esposta al rischio di diventare valvola di sfogo per una coscienza collettiva che pretende pulirsi attraverso il rito senza sfidare i meccanismi concreti che generano la violenza. Questo non è un attacco alle persone in piazza, molte delle quali motivate da empatia genuina: è invece una critica al regime di rappresentazione che tende a trasformare la protesta in consumo simbolico, in meccanismo di alleggerimento morale per chi non intende cambiare nulla di sostanziale.

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Published: 06 October 2025
Created: 02 October 2025
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volerelaluna

Gaza: il punto in cui siamo

di Tomaso Montanari

«Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto» (Antonio Tajani, ministro degli esteri della Repubblica italiana, primo ottobre 2025). Qual è, questo «certo punto»?

È un punto sulla carta geografica: quello in cui la Marina militare israeliana assalta le navi disarmate e civili della Global Sumud Flotilla, che portano aiuti a una popolazione sottoposta a genocidio e sterminata con l’arma della fame. È un punto: un punto delle acque internazionali in cui i banditi si fanno polizia, e tolgono beni e libertà a naviganti incolpevoli.

Ed è il punto di una inversione: quello in cui chi viola la legge e usa la violenza è presentato come il garante dell’ordine, e chi rispetta scrupolosamente la legge e usa la nonviolenza è presentato come un eversore dell’ordine. Il punto in cui i criminali sequestrano gli onesti. E poi chiedono loro di firmare confessioni in cui affermano di aver compiuto un crimine contro il legittimo blocco navale israeliano. Confessioni estorte sotto minaccia e in detenzione illegale: lo ha fatto per secoli l’Inquisizione contro gli ebrei. Oggi lo fa Israele alle donne e agli uomini della Flotilla.

È il punto in cui, in televisione, gli opinionisti dicono che quelle sono «acque israeliane»: mentendo per la gola.

È il punto in cui Sergio Mattarella invita la Flotilla a lasciare gli aiuti a Cipro, cioè a non entrare nelle acque, internazionali o palestinesi, in cui Israele avrebbe potuto «porre a rischio l’incolumità di ogni persona». Che sarebbe come dire a cittadini di una città siciliana di non manifestare in un quartiere controllato da Cosa Nostra: perché quelli sparano. È il punto in cui Giorgia Meloni, come sempre con la bava alla bocca, si scaglia contro le vittime e si schiera con gli assassini.

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Published: 06 October 2025
Created: 02 October 2025
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lantidiplomatico

Il sovranismo (di cartapesta) è nudo

di Clara Statello

Il diritto internazionale è importante…ma fino a un certo punto. Finalmente il ministro degli Esteri Antonio Tajani lo ha detto fuori dai denti.

Il diritto internazionale vale quando serve a invocare l’articolo 4 della NATO contro Mosca, se un drone russo invade lo spazio aereo della Polonia. Non vale più se le truppe speciali israeliane assaltano in acque internazionali una nave battente bandiera italiana o spagnola. La nostra territorialità può essere impunemente violata da Israele, senza scomodare l’ombrello atlantico.

La sovranità può attendere, prima gli interessi degli Stati Uniti e di Israele, per il nostro governo che ha ritirato la scorta alle navi italiane della Global Sumud Flotilla.

Gli irresponsabili, però, sarebbero i membri dell’equipaggio che “hanno cercato l’escalation”, secondo la fata madrina dei sovranisti europei, Giorgia Meloni.

 

Il sovranismo di cartapesta dei post-fascisti al governo

Quella di ieri è stata una giornata nera per nostre le forze armate. Non solo per il tragico incidente aereo di Sabaudia durante un addestramento, costato la vita a due militari italiani dell’aeronautica. Ma anche perché il ministero della Difesa ha inflitto una sonora umiliazione alla nostra Marina militare.

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Published: 06 October 2025
Created: 04 October 2025
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Il mistero dei droni degli aeroporti

di Guerre di Rete

Da giorni, settimane, si succedono notizie di avvistamenti di droni in prossimità di aeroporti o basi militari del Nord Europa, con stop dei voli per alcune ore, indagini, ricerche. I casi ora sono numerosi, ma quasi tutti caratterizzati dal fatto che alla fine i droni non sono identificati, trovati o intercettati; non si sa o non si dice da dove arrivino e perché si trovino lì; non si sa se siano casi scollegati e fortuiti, o uniti da un piano; non c’è un’evidenza netta che si tratti in tutti i casi di droni.

In pratica, ci sono i casi di avvistamento, gli aeroporti che si fermano, le indagini della polizia e di altre autorità, i media che ne parlano, ma ancora non si capisce praticamente niente.

Per quel che mi riguarda, questo è al momento l’aspetto più sconcertante di queste notizie. Se non ci avete capito molto, di sicuro non è colpa vostra. Per questo ho deciso di dedicare la parte centrale di questa newsletter a mettere in fila qualche fatto ed elemento. Non pretendo di arrivare da nessuna parte, ma magari a qualcuno sarà utile.

 

La cronaca

Ultima vicenda: aeroporto di Monaco di Baviera, hub della Lufthansa e snodo strategico per numerose compagnie internazionali.

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Published: 05 October 2025
Created: 03 October 2025
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laboratorio

Israele, l'ultimo stato colonialista europeo

di Domenico Moro

Ragazzini 1.jpgDi fronte al genocidio del popolo di Gaza in diretta televisiva mondiale ormai da due anni, accompagnato dalla violenza e dagli espropri contro i palestinesi in Cisgiordania, l’opinione pubblica mondiale ha espresso un’ampia condanna. Non è soltanto l’opinione pubblica dei paesi musulmani e del Sud del mondo a esprimere condanna nei confronti di Israele, ma anche, sempre di più, quella del Nord, a partire da quegli stati che hanno sempre appoggiato Israele, come gli Usa e l’Europa occidentale. Ne sono esempi emblematici le mobilitazioni degli atenei statunitensi di qualche mese fa e, da ultime, le grandi mobilitazioni popolari a favore dei palestinesi, avvenute in Italia tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

Per quasi due anni rimasti praticamente inerti dinanzi ai massacri e consapevoli del pericolo di perdere il loro residuo prestigio nei confronti non solo del mondo musulmano ma anche del proprio elettorato, diversi governi dell’Occidente si sono decisi almeno a riconoscere lo Stato di Palestina. All’interno dell’Occidente si è così determinata una spaccatura: da una parte Francia, Regno Unito, Canada, Spagna, Australia e altri ancora, che riconoscono lo Stato palestinese, da un’altra parte Stati Uniti, Germania, Italia e altri che rifiutano di farlo. Ad oggi sono 150 su 193 gli stati dell’Onu che hanno riconosciuto la Palestina, certificando il sempre più marcato isolamento internazionale di Israele.

Certamente il riconoscimento ha un valore soprattutto simbolico, dinanzi ai bombardamenti e al blocco dei rifornimenti alimentari. Inoltre, è tardivo, giungendo in un momento in cui ulteriore territorio palestinese della Cisgiordana è annesso da parte di Israele, e il piano cosiddetto di “pace” di Trump prevede l’istaurazione di una sorta di “mandato coloniale” su Gaza. Inoltre, è una misura debole, in quanto, con la parziale eccezione della Spagna, non è accompagnato da adeguate sanzioni e dal blocco delle relazioni commerciali, a partire da quelle che riguardano la compravendita di armamenti. Nonostante ciò, i virulenti attacchi da parte di Israele contro i paesi che hanno riconosciuto lo Stato palestinese dimostrano che tale riconoscimento non è del tutto inutile.

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Published: 05 October 2025
Created: 03 October 2025
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marxdialectical

Riflessioni a partire dallo sciopero

di Roberto Fineschi

dmnvknmyfI. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe

Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato.

La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto.

La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (e il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.

Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.

Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.

La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).

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Published: 05 October 2025
Created: 01 October 2025
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italiaeilmondo

La disgregazione dell’Occidente: le minacce

Prefazione all’edizione slovena

di Emmanuel Todd

ldskvnkkfvbLa perversità di Trump si manifesta in Medio Oriente, il bellicismo della NATO in Europa.

Su richiesta del mio editore sloveno, ho appena scritto una nuova prefazione a La sconfitta dell’Occidente, che ritengo necessario pubblicare immediatamente su Substack. La minaccia di un aggravamento di tutti i conflitti si sta concretizzando. In questo testo si trova un’interpretazione schematica e provvisoria, ma aggiornata, dello sviluppo della crisi che stiamo vivendo. Questo testo è di fatto la conclusione della mia ultima intervista con Diane Lagrange su Fréquence Populaire: « Vittoria della Russia, isolamento e frammentazione della Francia e dell’Occidente ».

* * * *

Dalla sconfitta alla disgregazione

A meno di due anni dalla pubblicazione in francese di La Défaite de l’Occident, nel gennaio 2024, le principali previsioni del libro si sono avverate. La Russia ha resistito militarmente ed economicamente allo shock. L’industria militare americana è esaurita. Le economie e le società europee sono sull’orlo dell’implosione. Ancor prima del crollo dell’esercito ucraino, è stata raggiunta la fase successiva della disgregazione dell’Occidente.

Sono sempre stato contrario alla politica russofoba degli Stati Uniti e dell’Europa, ma, in quanto occidentale legato alla democrazia liberale, francese formatosi nella ricerca in Inghilterra, figlio di una madre rifugiata negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, sono sconvolto dalle conseguenze che la guerra condotta senza intelligenza contro la Russia avrà per noi occidentali.

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Published: 05 October 2025
Created: 03 October 2025
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mondocane

Un popolo di navigatori. Spunti di riflessione

Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=YJugVKAw37k&feature=youtu.be

Sostieni la Palestina quando combatte, o solo quando sanguina?

Quello cha succedendo nell’emisfero del capitalismo ultraprivatista, guerrafondaio, fascistizzante, agli ordini di un buzzurro incolto e psicolabile e di suoi famuli europei a lui appesi in armi per sopravvivere, viene definito un miracolo. E lo sembra, sempre a chi fa professione di spiritualismo, meglio detto spiritismo, specialisti i bigotti. Ai laici non risulta che ci siano miracoli, ma solo eventi sorprendenti, non attesi, neppure immaginati. Lo sono spesso i colpi di testa della Storia.

Come questo, che ha per simbolo la Flotilla per Gaza e per tema e spazio di manovra la Palestina, stavolta, alla faccia di ignavi, utili idioti, cacasenno, “giaguari” e loro amici, protagonista mondiale.

Da ultra-attempato testimone di ricorsi storici, mi posso permettere di dire che sembrerebbe di trovarsi a un fenomeno affine a quello sviluppatosi tra 1968 e 1977, prima che con la scaltra operazione BR finte, i padroni riuscissero a spazzare via tutto. E a tenere eventuali risvegli sotto controllo tramite le Operazioni Paura AIDS, Paura Terrorismo Islamico, Paura Pandemie, Paura Clima, Paura ri-Terrorismo non solo islamico, Paura Putin.

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Published: 05 October 2025
Created: 02 October 2025
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Per cosa sta combattendo l’Ucraina?

di Thomas Fazi

Come si spiega la strategia apparentemente “suicida” dell’Ucraina negli ultimi tre – o meglio undici – anni? La risposta più convincente è che, dal 2014, l’Ucraina non è stata principalmente impegnata in un progetto di costruzione nazionale, né ha agito in modo coerente nel proprio interesse nazionale. Ha piuttosto funzionato come un proxy delle potenze euro-atlantiche, che hanno strumentalizzato l’Ucraina come ariete contro la Russia. In questo processo, queste stesse potenze hanno contribuito a rafforzare e potenziare le forze ultranazionaliste all’interno dell’Ucraina, assicurando che qualsiasi leader politico incline al compromesso o alla riconciliazione con Mosca avrebbe dovuto affrontare una resistenza interna insormontabile. Ne è emerso un sistema politico in cui il perseguimento degli obiettivi strategici occidentali ha avuto la precedenza sul perseguimento della stabilità e della coesione dell’Ucraina stessa, una traiettoria che si è rivelata catastrofica per il Paese e il suo popolo.

* * * *

La risposta potrebbe sembrare ovvia: sta combattendo per riconquistare i territori perduti, quelli che si sono separati nel 2014 (Donetsk e Luhansk, successivamente annessi dalla Russia), così come quelli che sono stati annessi dalla Russia nel 2022 (Kherson e Zaporizhzhia), tutti oggi in gran parte, anche se non interamente, sotto il controllo militare russo.

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Published: 05 October 2025
Created: 02 October 2025
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comidad

Da Eltsin a Milei: i fallimenti del FMI sono i suoi successi

di comidad

La storia dei droni e jet di Putin sulla Polonia e sull’Estonia ha suscitato in molti una struggente nostalgia per i bei tempi di una volta, quando gli UFO venivano avvistati nei cieli e gli ufologi erano chiamati a illuminarci su cosa accadeva. La narrativa ufologica, pur ricca di aneddotica, alla fine però rimandava sempre al mistero, come i telefilm della serie “X Files” che, dopo tanto narrare, lasciavano quasi tutte le domande in sospeso. Di Putin invece, grazie ai nostri media, sappiamo tutto: i piani strategici, i desideri repressi, i pensieri nascosti, le intenzioni recondite e i sogni segreti; ma, soprattutto, ne conosciamo alla perfezione la cartella clinica, di cui non ci sfugge nulla. Massimo D’Alema era stato messo alla gogna a causa della sua presenza alla sfilata militare di Pechino per celebrare la vittoria sul Giappone nella seconda guerra mondiale; ma lo scaltro D’Alema ha trovato il modo di rilanciare le sue quotazioni offrendo in pasto ai media la notizia da loro più ambita, cioè succosi dettagli, da lui raccolti in prima persona, sul precario stato di salute di Putin.

L’euforia mediatica per la prospettiva di un Putin moribondo rientra comunque nel mito costruito attorno al personaggio, come se l’eccezionalità, in positivo o in negativo, appartenesse alla sua figura e non a quella del suo predecessore, Boris Eltsin, il russo più amato dal Fondo Monetario Internazionale, e quindi dai media euro-americani. Noto ai più per il suo alcolismo e per il bombardamento del parlamento russo, Eltsin ha caratterizzato la sua presidenza appunto per il rapporto speciale da lui intrattenuto con il FMI, di cui era un beniamino e da cui ha ricevuto direttive e prestiti.

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Published: 05 October 2025
Created: 01 October 2025
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lantidiplomatico

Crisi dell’egemonia Usa e vittime sacrificali per la salvezza del sistema capitalistico

di Federico Giusti

È indispensabile analizzare l’ascesa di Trump e la sua elezione non solo come fattore interno agli Usa ma intrinseco alla nuova stagione capitalistica. In caso contrario ricondurremmo le decisioni Usa sui dazi, sulla Nato, sulle guerre, sulla finanza a scelte umorali del Presidente senza riferimento alcuno agli interessi materiali che determinano obiettivi economici, politici e geo strategici ben definiti.

Secondo Maurizio Lazzarato “Trump politicizza ciò che il neoliberalismo aveva cercato di depoliticizzare: non è più l'«oggettività» del sistema di mercato, delle leggi finanziarie a comandare, ma l'azione di un «signore» che decide in modo arbitrario le quantità di ricchezza che ha diritto di prelevare dalla produzione dei suoi «servi».Così, oggi, il capitalismo non ha più bisogno, come un tempo, di affidare il potere ai fascismi storici, perché la democrazia è utilizzata a propri fini, fino a produrre e riprodurre guerra, guerra civile, genocidio. I nuovi fascismi sono marginali rispetto ai fascismi storici e, quando accedono al potere, si schierano immediatamente dalla parte del capitale e dello Stato, limitandosi a intensificare la legislazione autoritaria e repressiva e agendo sull’aspetto simbolico-culturale”.

https://www.ambienteweb.org/2025/09/25/sinistra-in-rete-maurizio-lazzarato-gli-stati-uniti-e-il-capitalismo-fascista/

Per cogliere il rapporto tra capitalismo e guerra gli scritti di Lenin, risalenti a oltre un secolo fa, mantengono una struggente attualità, a distanza di anni pensiamo che quanto avvenuto con la crisi del 2008 sia stato analizzato poco e compreso ancora meno.

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Published: 05 October 2025
Created: 30 September 2025
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contropiano2

Le guerre che ti vendono, manipolazione e propaganda in Ucraina e altrove

di Alessandro Gatto

I media mainstream provano ossessivamente a far credere alla gente che la guerra in Palestina sia iniziata il 7 ottobre 2023. A questa panzana si contrappone un diffuso sentimento popolare che fa da argine alla disinformazione di Regime. Gli stessi media raccontano che la guerra in Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022. A quest’altra panzana si contrappongono in molti meno.

Tra i primissimi a seguire e a raccontare la guerra in Ucraina – che era scoppiata otto anni prima rispetto a quando se ne accorse l’informazione mainstream occidentale – c’è Sara Reginella, una talentuosa e coraggiosa documentarista. Coraggiosa sia perché è stata più volte sul campo di battaglia con la sua cinepresa, ma anche perché non ha mai esitato ad andare contro i poteri forti e la loro propaganda.

Negli ultimi anni, la testimonianza di Reginella ha fatto da faro per molti che volevano sviluppare un pensiero critico sugli eventi. Con impeccabile metodo scientifico ha seguito e analizzato gli eventi in Ucraina e nel resto del mondo.

Lo ha fatto anche sfruttando le proprie competenze professionali (è una affermata e stimata psicologa), nonché quelle linguistiche, dato che parla russo ha modo di attingere anche ad altre fonti rispetto all’informazione omologata occidentale, avendo modo così di confrontare i diversi punti di vista.

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  1. Enrico Grazzini: Attacco NATO alla Russia: rischio guerra e le illusioni del progressismo
  2. Andrea Fumagalli: Note sul libro di Michael Hardt “I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte”
  3. Alessandro Scassellati: La nuova “banalità del male”: Stephen Miller, ideologo e burocrate del trumpismo
  4. Sergio Cararo: Il Piano Trump per Gaza è una lapide sul presente e sul futuro. Ma spetta ai palestinesi decidere
  5. Vale la pena morire per Kiev?Gerardo Lisco:
  6. Elena Basile: Mainstream e guerra: il racconto che manca
  7. Dante Barontini: “Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie
  8. Il Chimico Scettico: La matematica, il segno, la pandemia
  9. Rocco Ronchi: Roberto Esposito nelle tenebre del fascismo
  10. Enrico Grazzini: La UE guerrafondaia e MicroMega
  11. Maurizio Guerri: Guardare il genocidio e non vederlo
  12. Andrea Inglese: Gaza o del duplice tradimento dell’Occidente
  13. Dante Barontini: Ucraina. Il “pacco” di Trump è stato consegnato. Contiene dinamite
  14. Emanuele Maggio: 7 punti sulla Questione Palestinese
  15. Fabrizio Casari: Onu, una tribuna abusata
  16. Emiliano Brancaccio: Palestinesi schiavi moderni: espropriati e resi vagabondi
  17. Assata Shakur: Al mio popolo
  18. Micaela Frulli: Le violazioni di Israele coperte dagli Stati
  19. Rete dei Comunisti: Il 3 ottobre sciopero generale, blocchiamo tutto di nuovo!
  20. Fulvio Grimaldi: Tra Est e Ovest, Fratellanze e generali
  21. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  22. Lelio Demichelis: La Tecno-archía - ovvero la Nave dei folli
  23. Rami Abu Jamous: “La responsabilità non è dell’occupante, ma dell’occupato”
  24. Pasquale Liguori: Gaza e la cronaca dell’inadeguatezza borghese
  25. Cosimo Scarinzi: Appunti sulla giornata di lotta del 22 settembre

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