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Published: 04 April 2025
Created: 29 March 2025
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lantidiplomatico

"Una pace ingiusta e predatoria": il senso di Paolo Mieli per la guerra

“Carestia peste e carbonchio”: come a Bruxelles preparano la guerra contro la Russia

di Fabrizio Poggi*

ekrMFNL JUKSVBÒNGVIl raggiungimento di una prospettiva di pace che fermi il massacro in corso da almeno 11 anni in Donbass e da oltre tre nelle regioni sudorientali ucraine, dove va avanti il conflitto voluto dalla passata amministrazione yankee, insieme a UE e NATO, costituirebbe, per definizione, una «pace ingiusta... una pace predatoria, ostentatamente punitiva». Parola di qualcuno che, pur in età ormai matura, “continua” quella “lotta” iniziata in anni giovanili contro ogni percorso che partisse, a quei tempi, a est dell'Elba; una “lotta continua” rinnovata oggi, come sembra essere il caso del signor Paolo Mieli, contro ogni tragitto che inizi a est del Dnepr. Perché è un assioma: oltre quelle longitudini, socialismo o capitalismo che sia, non possono vivere che “aggressori”, i quali, nel caso odierno, non mirano ad altro che a imporre «un trattamento punitivo per l’Ucraina».

Anche se, a quanto è dato sapere, nel “complotto” russo-americano, non sembra si faccia cenno ad alcuna, doverosa, eliminazione della junta neonazista di Kiev, ma si tratti invece di portarla a un cessate il fuoco effettivo, ammesso che le elezioni chieste da Mosca, con la formazione di un governo temporaneo sotto egida ONU, possano determinare un vero mutamento del regime majdanista, con un qualsiasi “anti”-Zelenskij di facciata. Sono ancora nitide nella memoria le promesse elettorali del nazigolpista-capo, di metter fine alla guerra in Donbass, che gli avevano guadagnato la vittoria su Petro Porošenko.

E l'assioma di cui sopra, si estende oggi ai «prossimi colpi dei russi» che verranno, si dà per scontato, «contro l’insieme degli Stati europei»: cinquant'anni fa, si rideva al cinema con “Mamma li turchi”; oggi c'è ben poco da ridere, non foss'altro che per il tono “serioso” con cui si cerca di convincerci che, mutata la latitudine degli “aggressori”, il pericolo è altrettanto mortale, tanto da dover dotarsi del carosellistico “kit di sopravvivenza”, un bignami del Preparadeness Union Strategy per quei tre giorni che, ci si racconta, sarebbero sufficienti per difendersi dalle atomiche de “li nuovi turchi” iperborei.

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Published: 03 April 2025
Created: 30 March 2025
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acropolis

Karl Marx, critico della “crescita”

di Michele Cangiani

b8 83.jpgLa mercificazione ai fini della valorizzazione del capitale invade nuovi campi della vita sociale: le public utilities, i beni comuni, le scienze, la formazione dell’opinione pubblica, il “tempo libero”. La politica tende a sparire – nel suo significato proprio di organizzazione democratica della società ai fini del benessere dei suoi membri. È la decadenza della democrazia, cioè della libertà “positiva”: della capacità politica degli individui, cioè della loro consapevolezza e della loro possibilità di contare. La devastazione dell’ambiente umano comporta ovviamente una diminuita capacità di percepire, spiegare e contrastare la devastazione dell’ambiente naturale.

Tramontata la politica dell’economia del benessere, è in auge quella del benessere dell’economia: una politica asservita al fine della valorizzazione capitalistica, la quale, tuttavia, non cessa di essere compromessa dalle sue stesse contraddizioni e da un ambiente – umano e naturale – gravemente danneggiato e potenzialmente ostile. La guerra è parte integrante di questo quadro. Le guerre sono tanto confacenti alla “crescita” quanto disastrose per l’ambiente.

Sommario: L’ecologia nel materialismo di Marx, Adattamento o collasso, La società del denaro, Marx nell’epoca neoliberale

* * * * *

L’ecologia nel materialismo di Marx

La questione ecologica – cioè il problema del rapporto fra l’esistenza umana socialmente organizzata e l’ambiente naturale – s’impone ai nostri giorni in modo sempre più evidente.

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Published: 03 April 2025
Created: 29 March 2025
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ilpungolorosso

Il clown e il circo

di A. Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn, Y. Thanassekos

OIP 4A dispetto del titolo, ironico e scanzonato, l’articolo di Alain Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn e Y. Thanassekos tratta di una questione molto importante: la guerra NATO/Russia in Ucraina e la sua possibile sospensione. Diciamo “sospensione”, non “pace”, perché quest’ultima, intesa come un’organica conclusione del conflitto, ci sembra largamente irrealistica, se non impossibile. Quello che si va prospettando è dunque un congelamento delle attività belliche, che asseconda gli interessi immediati sia della Russia che, sul versante opposto, degli USA, capofila dello schieramento occidentale.

Il testo collettivo che pubblichiamo ha il pregio di sottolineare alcuni punti importanti, tanto “ragionevoli” quanto mistificati e sommersi dalla martellante propaganda di guerra USA/NATO/UE e dalla russofobia isterica di cui è intrisa: primo fra questi, quello che qualifica la guerra tuttora in corso come un conflitto fra Russia e Nato, e non fra Russia e Ucraina. A seguire, gli autori richiamano alcune delle principali contraddizioni della propaganda occidentale: tale è, ad esempio, la tesi circa la pretesa intenzione di Mosca di invadere i paesi confinanti e addirittura l’Europa occidentale, nonostante, dopo tre anni di guerra, essa sia riuscita a conquistare, con notevoli sforzi, appena un quinto del territorio ucraino. E che dire dello stridente contrasto fra gli strepiti odierni sulla mancanza di sufficienti mezzi militari per contrastare la Russia e la ribadita volontà di sostenere lo sforzo bellico di Kiev affinché riconquisti i territori perduti?

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Published: 03 April 2025
Created: 28 March 2025
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crs 

Prontezza e panico. L’Europa senza ombrello

di Stefano Lotti

Il ReArm Europe/Readiness 2030 nei fatti supporta un nazionalismo militare estremo ed evidenzia il ri-emergere delle forze centrifughe europee finora sopite dall'ombrello statunitense e dalla guerra fredda. Ora l’Europa si risveglia come un insieme di singole potenze, che potenze non sono più e la cui reputazione non è certo adamantina fuori dai propri confini

ombrello 2.jpgQual è la realtà della reazione “europea” al veloce cambiamento impresso dalla Casa Bianca alle relazioni internazionali?

Ciò che emerge principalmente è un’incoerenza generale tra le intenzioni dichiarate e la realtà delle posizioni e dei programmi. Questa sorta di dissonanza cognitiva riguarda tutte le opzioni politiche presenti in Europa. Un europeismo che supporta politiche nazionaliste contrasta un nazionalismo operativamente nemico della propria sovranità nazionale, mentre i pochi pacifisti espongono argomenti sparsi e poco pertinenti.

Gli Stati europei sembrano risvegliarsi, dopo ottant’anni di pace, in un mondo in cui sono poco rilevanti, senza rendersi conto di quanto effettivamente lo siano.

Consideriamo per ora soltanto l’aspetto economico. La quota del prodotto lordo europeo nel 2024 è scesa a un modesto 14% rispetto a quella mondiale. Il fatto che gli Stati Uniti discutano apertamente di limitare le proprie basi militari all’emisfero occidentale, ritirandosi quindi da Europa e Asia, non è una boutade dell’amministrazione Trump. Rappresenta un cambiamento degli equilibri di potenza. La stessa quota USA di prodotto lordo è oramai solo del 17% (Stephen Peter Rose, “A Better Way to Defend America”, Foreign Affairs, 14 marzo 2025).

Anche se la potenza economica è soltanto un aspetto della potenza degli Stati, queste derive strutturali cambiano i loro interessi, il loro peso relativo e la sostenibilità delle loro politiche di potenza. L’amministrazione Trump è oggi un riflesso di una deriva strutturale preesistente a cui aderisce in modo pericoloso e imprevedibile.

Stiamo vedendo gli effetti della fine del breve e disastroso “momento unipolare” seguito all’epoca della guerra fredda (John J. Mearsheimer, “Bound to Fail: The Rise and Fall of the Liberal International Order”, International Security, Spring 2019).

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Published: 02 April 2025
Created: 28 March 2025
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machina

La politica dopo il tramonto

Riflessione sul saggio di Anton Jäger

di Andrea Rinaldi

Se la politica moderna si è esaurita, cosa ci ha consegnato la postmodernità? È su questa domanda che s'interroga Andrea Rinaldi nella recensione a Iperpolitica (Not Nero Editions) di Anton Jäger. Invece di crogiolarci nei rimpianti, ci dice l'autore, è fondamentale indagare la nostra società e pensare a un esperimento di politica alternativa

0e99dc 29cf3ee4727341b8b0b818b9e129988fmv2Il sonno della ragione, è risaputo, genera mostri. Il sonno della ragione politica ci ha recentemente consegnato l’uomo più ricco del mondo che saluta il suo pubblico con un braccio teso, in un'esplicita posa nazi-fascista.

A sonnecchiare non è una supposta razionalità assoluta dei buoni, ma la politica per come l’abbiamo intesa nel Novecento. È difatti auto-evidente che il miliardario sotto acidi non sia simile neanche un po’ ai noti dittatori europei a cui fa riferimento. L'avvento del potere di Hitler e Mussolini è avvenuto nel contesto della politica di massa e di una stratificazione sociale meno rigida, cosa che ha permesso a due «ignoti» di arrivare a governare due imperi. Oggi è invero impossibile pensare a uomini di simile influenza che nascono dal nulla della classe lavoratrice: la politica degli attuali anni Venti è legata indissolubilmente al potere economico, alla sua riproduzione e alla sua idolatria. Musk è difatti il figlio dello sfruttamento, della speculazione e del peggior colonialismo occidentale, da cui ha ereditato non solo un capitale senza limiti e un’istruzione d’élite, ma anche la posizione privilegiata da uomo bianco naturalizzato statunitense. E questa posizione la vediamo plasticamente nella sua idea di mondo: razzista, repressiva, liberista, anti-statale, imperialista. Un'idea funzionale ai suoi affari, che confeziona per il grande pubblico richiamando categorie della vecchia politica, come il fascismo.

Riprendendo il saluto romano, l’altro aspetto da sottolineare – di questa iconografia politica dei nostri tempi – è che se Mussolini e poi Hitler avevano costruito il loro saluto su una storia, una simbologia, un’organizzazione, un’ideologia politica, Musk costruisce il suo gesto sul nulla, sull’impeto lisergico di un momento, come un semplice meme, una battuta tra amici: la provocazione di un ragazzino edgy che vuole irritare il professore di sinistra.

È tutto qui, in questa orrenda immagine, il nostro problema. Il nazi-fascismo ci disgusta e ci fa orrore e in questa fase sottolinea ancora, una volta, la morte di una politica fatta di organizzazione, progetto, conflitto, classe, lotta.

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Published: 02 April 2025
Created: 28 February 2025
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volerelaluna

La guerra in Ucraina e le bugie dell’Europa

di Piero Bevilacqua

ANTONIU 1100x578.jpgÈ ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.

Ma le élites del Vecchio Continente hanno preso atto di un’altra e certo più grave sconfitta: l’Unione Europea ha fallito nei sui compiti fondamentali. Il Rapporto Draghi del 2024 ne costituisce la piena certificazione: gli obiettivi di successo competitivo sul piano economico e tecnologico non sono stati raggiunti. USA e Cina ci distanziano di 10 anni. E il bilancio complessivo degli ultimi trent’anni è drammatico: le disuguaglianze sociali in Europa si sono ingigantite; è dilagato il lavoro precario; ampie fasce di ceto medio e popolari si sono impoverite; molte conquiste di welfare del dopoguerra sono state colpite; gli spazi di partecipazione democratica si sono ristretti; i partiti politici di massa sono degradati a cordate elettorali; le formazioni di destra ormai contrastano quasi alla pari (quando non sono già al governo) le forze politiche che avevano fondato l’Unione. La democrazia è minacciata in tutto il Continente.

Di fronte a tale scenario i ceti dirigenti UE cercano di sottrarsi alle loro responsabilità infilandosi in un altro e più devastante errore: il programma ReArm Europe. In verità il progetto persegue vari fini che per brevità qui non indico. Ma esso tenta di fondare la propria legittimità su due colossali menzogne: la Russia ha mosso guerra all’Ucraina per le sue mire imperiali; la Russia minaccia di invaderci. Dunque, documentare la falsità di questa narrazione illumina il progetto di riarmo in tutta la sua fallacia, quale tentativo di una élite colpevole, subalterna e inadeguata, di conservare il potere malgrado il proprio fallimento. Appare ormai evidente che l’Europa può avviarsi a un nuovo corso solo attraverso l’emarginazione del ceto politico che, dopo trent’anni perduti, vuole sfuggire alle proprie responsabilità trascinandoci in una strada di immiserimento sociale e d’imbarbarimento civile. Esponendoci al rischio di una guerra mondiale.

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Published: 02 April 2025
Created: 27 March 2025
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perunsocialismodelXXI

Memorie di Adriano

(l'irrisolvibile dilemma di Trump. Ovvero: come ridurre i confini dell'impero Usa senza dissolverlo)

di Piero Pagliani

Ricevo e pubblico volentieri questo articolo dell'amico Piero Pagliani che tenta di analizzare lo a dir poco fluido scenario geopolitico globale che si prospetta dopo la sconfitta dell'Ucraina e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Uno scenario che vede da un lato l'arduo tentativo degli Stati Uniti di porre fine a una guerra che loro stessi hanno provocato, dall'altro un'Europa sull'orlo di una crisi di nervi che vaneggia di riarmo. (ps. Il titolo è dell'autore il sottotitolo è mio) [Carlo Formenti]

imperatori adottivi adriano.jpgDopo un primo giro di dichiarazioni d'assaggio tra Usa e Russia (Usa: i negoziati sono iniziati. Russia: non ne abbiamo notizia. Usa: Putin accetterà la nostra proposta di tregua. Putin: non accetteremo nessuna tregua se non si eliminano alla radice i motivi della guerra, eccetera) si era arrivati all'accordo per un cessate il fuoco di 30 giorni che riguardava però solo le infrastrutture energetiche. Il Cremlino lo aveva evidentemente accettato pur di concedere uno spazio di manovra al nuovo inquilino della Casa Bianca (e al suo incoercibile narcisismo) per non indebolirlo all'interno e questa sospensione non cambiava nulla per la SMO (Operazione Militare Speciale) che andava avanti spedita.

Due giorni dopo ci avrebbe pensato Zelensky, imbeccato verosimilmente da Londra, il suo custode più stretto, a infrangere l'accordo bombardando un hub energetico in Russia ... ma di proprietà di compagnie statunitensi. Due giorni prima Steve Witkoff, il negoziatore americano, aveva annunciato che in Ucraina ci sarebbero state finalmente le elezioni presidenziali. Trump (il Trump collettivo, bisogna sempre pensare in questi termini) aveva capito che il cocainomane ucraino controllato su un lato dall'MI6 e sull'altro dai neonazisti locali doveva essere definitivamente estromesso dai giochi.

Io penso che in quel momento Zelensky sia diventato veramente un “dead man walking”, come lo definisce l'analista militare russo-statunitense Andrei Martyanov: «Persone come lui vengono eliminate». Ne sono convinto da tempo, per un semplice motivo: sa troppe cose, conosce troppe schifezze e non si lascia in giro chi sa troppo ed è diventato inutile.

Qui non esiste più nessun confine tra legalità e illegalità, tra proibito e ammesso. Nelle alte sfere dell'establishment statunitense e occidentale girano soldi e potere in misure colossali con un controllo democratico che da decenni è ridotto al lumicino.

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Published: 02 April 2025
Created: 01 April 2025
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mondocane

Yemen, una Little Big Horn araba

di Fulvio Grimaldi

fjopaiseytyhDiciamo subito una cosa. Qui non si parla di “ribelli Houthi”. Qui si parla di yemeniti e di governo dello Yemen. “Ribelli Houthi” lo lasciamo dire ai mistificatori, ignoranti o malevoli,

che provano a negare i suoi titoli a una nazione che ha conquistato la sua libertà e sovranità lottando e spendendo sangue. Una lotta impari, ma vinta, contro chi, quinte colonne, sauditi, aeronautica USA, cercava di tornare a imporgli una storica sudditanza coloniale: troppo strategicamente decisiva la sua posizione all’imbocco della più importante via marittima del mondo.

Ansarallah, Partigiani di Dio, è il nome del movimento di liberazione scita, capeggiato da Abdulmalik Badreddin al-Houthi  (da cui “ribelli Houthi”, per pretendere l’illegittimità della loro conquista del potere), che nel corso di tre lustri ha combattuto i tentativi di ricupero colonialista condotti dai sauditi sotto spinta USA e con la complicità di una quinta colonna interna.

So che gli yemeniti mi perdoneranno l’approccio molto gergale, molto confidenziale del titolo. Me lo posso permettere. Lo so, perché tra gli yemeniti e me c’è molta confidenza, appunto, molta amicizia. Sono, loro, intelligenti, ospitali, spiritosi, disposti all’amicizia. Ci ho vissuto per due anni, nello Yemen, ci conosciamo. Sono perlopiù piccoli, masticano per ore il Qat, una foglia che contiene in misura ridotta il principio dell’amfetamina. La masticano perché toglie l’appetito e loro, da secoli, l’appetito non se lo possono permettere. Così un po’ per volta si sono rimpiccioliti. Corpi piccoli, grande spirito.

Sono i più poveri degli arabi, anche se qualcuno ricorda che per i romani erano gli abitanti dell’Arabia Felix. Felix duemila anni fa, prima che gli passassero sopra invasori e spoliatori d’ogni genere, dagli ottomani, ai pirati, a tutti coloro che volevano togliergli la posizione di controllo sul Mar Rosso, come gli inglesi, i peggiori di tutti. A Sanaa, la capitale, ho visto le Mille e una notte, più che a Babilonia, o a Niniveh.

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Published: 31 March 2025
Created: 27 March 2025
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fuoricollana

L’Europa ieri, oggi, domani

di Antonio Cantaro

eu military.jpgÈ tempo di un sano e impietoso esame dei tanti lati oscuri della storia dell’Unione, preludio indispensabile per una azione politica autonoma. Ogni riferimento alla Cina e al nascente universo dei Brics è voluto. Tutto il resto è noia, peggio complicità.

Ci sono due modi con cui usualmente si parla dell’integrazione europea, delle sue finalità, del suo presente, del suo futuro. Un primo modo è quello di demonizzare eventi e vicende che ne sono all’origine. Un secondo è quello di monumentalizzare quegli eventi e quelle vicende. Approcci entrambi sbagliati, forieri di scelte improvvide. Dovrò per forza di cose confrontarmi con entrambi questi due approcci ideologici, ma mi sforzerò di farne venire alla luce un terzo: storicizzare sempre il discorso, parlare dell’Europa reale, dei suoi lati oscuri non meno che dei suoi lati luminosi.

 

Grande è la confusione sotto il cielo

Oggi questo approccio non è di moda. Grande è la confusione sotto il cielo. E, con buona pace del compagno Mao, la situazione non è affatto eccellente. A noi tocca fare opera di pulizia nell’oceano di propaganda, di bugie e veleni che vengono quotidianamente sparsi. Ci tocca, se desideriamo realmente costruire un’Unione che i popoli europei possano sentire come loro.

Mettetevi comodi, siate pazienti. Alcuni resteranno delusi. Parlerò male della destra, ma sarò critico e sferzante anche con la sinistra. Con la sinistra che flirta con l’Europa retorica, con l’Europa delle anime belle al centro delle fintamente letterarie rappresentazioni di queste settimane. L’Europa da talk show, da cabaret. L’Europa che si pone la domanda sbagliata – perché non siamo stati invitati da Trump al tavolo delle trattative tra Russi e Ucraini? – invece di chiedersi perché non siamo stati noi a convocare quel tavolo il giorno dopo l’inizio della sciagurata operazione militare speciale di Vladimir Putin.

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Published: 31 March 2025
Created: 24 March 2025
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tempofertile

Howard Zinn, Storia del popolo americano

di Alessandro Visalli

800px Howard Pyle The Burning of Jamestown.jpgPremessa

Howard Zinn, nato nel 1922 e morto nel 2010, è stato uno scrittore radicale americano newyorkese di inclinazioni socialiste libertarie e provenienza da una famiglia di immigrati ebrei europei (dall’Austria e dalla Siberia). Dagli anni Sessanta prese parte attivamente al movimento per i diritti civili, sia nel ruolo di docente di storia sia in quello successivo di docente di scienze politiche. Prese posizioni coraggiose e personalmente costose contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam[1].

Il suo testo più famoso, Storia del popolo americano da 1492 a oggi[2], è uno straordinario affresco dell’intera storia degli Stati Uniti, fino ai primi anni di Bush junior, descritta sotto il profilo della storia popolare. Ovvero della storia delle lotte e mobilitazioni popolari e delle diverse forme di oppressione che sono state praticate nella storia del paese. È quindi, e soprattutto, una storia dei dispositivi di controllo sociale e di formazione e dominio delle élites e di formazione e sfruttamento di sempre nuove ineguaglianze e colonie interne. Anzi di controllo proprio rendendo funzionali le ineguaglianze interne tramite il sistematico spostamento su altro della natura economica di queste.

 

La “scoperta”

La storia prende ovviamente le mosse dai viaggi di Colombo, soprattutto del secondo viaggio la cui complessa organizzazione e l’alto costo (ben 17 navi) rendeva necessario garantire l’immediato profitto. Ovvero, chiaramente, aprire un canale di approvvigionamento di schiavi e oro. Colombo tenta di adempiere al mandato, in un paese ricchissimo di risorse naturali ma non sviluppato in senso occidentale, soprattutto garantendo i primi. E quindi occupando militarmente Haiti, che viene selvaggiamente sfruttata e nella quale si attua in poco meno di un secolo un vero e proprio assoluto sterminio. Una popolazione locale stimabile in 250.000 abitanti viene ridotta praticamente a zero, grazie a uno spietato ipersfruttamento in piantagioni intensive.

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Published: 31 March 2025
Created: 23 March 2025
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puntocritico

Ventotene, mito e realtà

di Marco Veruggio

Cosa dice veramente un testo che governo e opposizione tirano ciascuno dalla sua parte e in molti difendono perlopiù, almeno a giudicare da quel che dicono, senza averlo letto né contestualizzato

ventot.jpgIn un’esilarante scena di “Brian di Nazareth” il protagonista del film, fintosi predicatore per sfuggire ai soldati romani che lo considerano un pericoloso militante antimperialista, messosi in salvo, cerca di seminare anche la piccola folla assiepatasi per seguire il suo strampalato sermone. Rincorrendolo questi suoi “adepti” trovano un sandalo perso per strada dal fuggitivo, si convincono che sia un segnale del “maestro” e proseguono in corteo agitando aste e bastoni, in cima ai quali hanno legato i propri sandali, improvvisamente assurti a simbolo di una nuova fede.

La polemica politica del giorno ricorda la scena dei Monty Python: la Meloni inciampa su una citazione ad capocchiam del Manifesto di Ventotene, che l’opposizione raccoglie e trasforma in simbolo delle virtù repubblicane e occasione di imbastire una polemica surreale buona ad allontanare l’attenzione delle cose importanti. A migliaia insorgono a difesa di un libello che, a giudicare da quel che dicono, perlopiù non hanno letto; il dibattito politico riscopre Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e, dopo la manifestazione convocata da Serra con un post riservato agli abbonati di Repubblica, arriva pure il flash mob europeista su un’isoletta raggiungibile dalla terraferma con due corse di aliscafo al giorno o imbarcazione privata: dalla vocazione maggioritaria alla vocazione skipper.

Ciascun contendente, naturalmente, tira Spinelli e Rossi dalla sua parte sorvolando sui due punti fondamentali di quel testo che tutti citano: il modello sociale che vi è delineato e il contesto storico internazionale in cui nasce e si sviluppa il movimento federalista europeo. Perché, scriveva nel 1915 uno che la rivoluzione due anni dopo l’avrebbe fatta sul serio, “se la parola d’ordine degli Stati Uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, resta sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico” (Lenin, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, 1915).

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Published: 30 March 2025
Created: 27 March 2025
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lafionda

“Tutti a casa”? Sì, ma prima un bel TSO (Test di Sana Opposizione)

di Alessio Mannino

Immagine WhatsApp 2025 03 26 ore 14.41.31 0a2b527c 2.jpgSolo una sana e consapevole autocritica salva il rivoluzionario dallo stress e dalla coazione catodica. Fra i lettori appassionati di storia del Pci, qualcuno si ricorderà che l’educazione nelle scuole del partito, Frattocchie su tutte, prevedeva il rito sadico dell’autocritica davanti ai “compagni”. In pratica, scontando il gusto cattolico per la confessione, l’allievo era tenuto a dichiarare quanto e perché non si era dimostrato all’altezza dei criteri, allora molto esigenti, in fatto di coerenza e serietà, anche sul piano privato. Non si valutava, infatti, solo il profitto nello studio, ma anche la diligenza, la disciplina, la reputazione. Era un’eredità staliniana che oggi considereremmo ai limiti della violenza psicologica, oltre che di un bacchettonismo un po’ ridicolo. Tuttavia, un indubbio valore formativo lo aveva: abituava il futuro funzionario votato a rappresentare la Causa ad anteporla a sé, ammettendo i propri limiti e difetti e dando agli altri spunti di riflessione a sua volta autocritica. Era un esercizio di autocoscienza di gruppo.

Ai nostri giorni, imparagonabili a quei tempi di partiti-chiese e impegno politico missionario, si è sbracato finendo nell’eccesso diametralmente opposto. Oggi vale tutto e il suo contrario. La sfera politica, intesa latu sensu come spazio pubblico in cui chiunque può intervenire con un semplice post sui social, è diventata una cosa grottesca e tribale, stilisticamente incrociabile tra i raccontini Harmony, l’aruspicina delle proprie viscere e il filmetto splatter dove il sangue scorre rigorosamente virtuale. In un’abissale distanza rispetto a quel remoto addestramento monacale, l’attuale politica, vista sul piano organizzato di leader, associazioni e propaganda, aderisce completamente alle modalità del Marketing, vero e unico Intellettuale Collettivo che di tale degrado rappresenta il motore d’alimentazione. Non si preoccupa minimamente di formare gli elementi attivi, attivisti, quadri, staff, e men che meno gli stessi capi. E per forza: che importanza può avere la preparazione al campo di lotta, se la lotta è filtrata da una cornice che impone i canoni semplicistici di un infantilismo indotto?

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Published: 30 March 2025
Created: 26 March 2025
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guerredirete.png

La Cina progredisce sui chip e sfida le restrizioni

di Cesare Alemanni

brian kostiuk S4jSvcHYcOs unsplash scaled.jpgTra gli anni ’90 e il 2016, all’epoca della iper-globalizzazione a egemonia americana, il mondo ha assistito a un processo di divisione del lavoro su scala planetaria. La specializzazione di distretti industriali e aree economiche nelle attività in cui ciascuna godeva dei maggiori “vantaggi comparati” (in termini di sviluppo, risorse, lavoro o logistica) è stata una dei motori dell’accelerazione tecnologica degli ultimi decenni.

La possibilità di ridurre l’investimento nelle infrastrutture produttive, spostando le lavorazioni in luoghi caratterizzati da costi inferiori (pensiamo alla supply chain asiatica di Apple), ha permesso all’industria dell’hardware di liberare immensi capitali da investire nell’innovazione. Tra i settori che hanno cavalcato più intensamente queste dinamiche c’è quello dei microchip (o semiconduttori): l’oggetto tecnologico alla base di tutte le tecnologie, dal banale termostato ai sistemi di guida delle testate nucleari, dalle batterie dei veicoli elettrici ai server per l’addestramento delle intelligenze artificiali.

 

Il modello delle foundry, le fabless e la divisione del lavoro

Negli ultimi trent’anni, le aziende di chip dal maggiore valore di mercato, quasi tutte americane, hanno iniziato ad appaltare gran parte della loro attività di manifattura all’estero, in paesi come Taiwan e la Corea del Sud, dove hanno trovato personale qualificato (i chip richiedono ingegneri molto formati in tutte le fasi della lavorazione) con un costo del lavoro decisamente inferiore. Ha così preso piede, soprattutto nella regione dell’Indo-Pacifico, il modello delle “foundry”: aziende di manifattura avanzatissima, che fabbricano chip per conto di aziende occidentali, le quali possono così concentrarsi sulla curva dell’innovazione, che nei chip si incarna nella celebre “legge di Moore” (ovvero l’osservazione che il numero di transistor contenuti in un chip raddoppia ogni due anni).

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Published: 30 March 2025
Created: 24 March 2025
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marxdialectical

Ucraina, "pacifismo" e dintorni

di Roberto Fineschi

Avendo essi avuto una minima eco, raccolgo qui alcuni post recenti da facebook sulla guerra in Ucraina e manifestazioni "pacifiste" per salvarli dalla dispersione

14521113746 d097c9d01a o.jpg14 febbraio.

Rilanciavo un post del 20 marzo 2022 dove anticipavo conclusioni poi verificatesi.

 

20 febbraio

Cortocircuiti (apparenti e reali)

La guerra in Ucraina l'hanno voluta vari governi degli Stati Uniti. L'idea parte da lontano, ma diventa più concreta con l'espansione NATO verso est, il colpo di stato di Maidan, le devastazione in Donbass e poi la guerra vera e propria (non per dire che altrimenti in Ucraina sarebbe stato il paradiso terrestre, beninteso, ma ciò non significa non guardare in faccia la realtà).

Sin da Maidan è un processo in cui gli USA scavalcano l'Europa (fuck the UE) e poi via Boris riscavalcano i tentativi di trattativa di Germania e Francia che evidentemente avevano capito l'andazzo.

L'obiettivo primo era rompere la connessione oriente/occidente con la via della seta che arrivava fino in Portogallo; correlatamente distruggere la Germania/Euro/farraginose-ambizioni-imperialiste-europee portandole alla condizione di vassalli stabilita con la fine della II guerra mondiale. Idealmente far crollare la Russia, ma pare irrealistico che si immaginassero di sconfiggerla sul campo (a meno di non fare ben altra guerra ovviamente). Che l'Ucraina e nemmeno l'UE partecipino alle trattative di pace la dice lunga su chi fossero i reali attori.

La definizione dell'orto di casa insomma, che il capitalismo al crepuscolo americano (vale a dire non valorizzante ma depredante) ha bisogno di tenersi ben saldo perché lo deve spolpare.

Allo stesso tempo far paura un po' a tutti: chi sgarra si becca una guerra (via terzi o diretta a seconda dei casi). Il governo US vince anche solo destabilizzando le varie aree, affinché non si organizzino per creare circuiti alternativi al Sacro Graal (il dollaro che trasforma i debiti fuori controllo in risorsa).

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Published: 29 March 2025
Created: 23 March 2025
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perunsocialismodelXXI

Unicità dell'Olocausto e aberrazione nazista

Ovvero: come rimuovere gli ordinari crimini occidentali e la memoria dei genocidi coloniali

di Carlo Formenti

pegoraro .jpegI.

Le violente reazioni polemiche con cui politici, intellettuali e giornalisti occidentali di ogni colore ideologico (ad eccezione di qualche minoranza) hanno replicato alle accuse di genocidio allo stato israeliano, sono la conferma che tali accuse – più che fondate – toccano un nervo scoperto, in quanto mettono in questione un mito alimentato e condiviso da tutti i regimi liberal-democratici euroatlantici. Per inciso, che le accuse siano più che fondate non è testimoniato solo dal numero spaventoso di vittime di ogni età e sesso provocate dal terrorismo aereo praticato dal governo di estrema destra di Netanyahu, ma da quei rari intellettuali israeliani che, come Ilan Pappé (1), denunciano da tempo le pratiche criminali del regime sionista.

Di più: lo conferma il significato originario – prima che venisse mistificato da decenni di propaganda ideologica – del termine genocidio, coniato, come ricorda lo storico Leonardo Pegoraro (2), dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin negli anni della Seconda Guerra mondiale. Costui definì genocidio la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico, non riferendosi solo all’annientamento fisico delle vittime, ma anche alla soppressione delle istituzioni di autogoverno, alla distruzione della struttura sociale e della classe dirigente, al divieto di usare la propria lingua, alla privazione dei mezzi di sussistenza, alla criminalizzazione di una determinata fede religiosa, all’umiliazione e la degradazione morale. Mi pare chiaro che molti, se non tutti, questi criteri si applicano ai crimini che vengono quotidianamente perpetrati contro la popolazione palestinese.

Partendo da tale definizione, Pegoraro contesta la testi “unicista” che attribuisce alla Shoah l’attributo di unico evento storico suscettibile di essere definito genocidio. La cultura e la prassi genocidaria, argomenta, esistono fin dalla più lontana antichità, come testimoniato dall’Iliade e (lupus in fabula) dall’agghiacciante invito divino del Deuteronomio che recita: “Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei” (20:16-17).

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Published: 29 March 2025
Created: 17 March 2025
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krisis.png

«In Romania la democrazia è morta»

Elisabetta Burba intervista Thomas Fazi

La riflessione dell'analista italo-inglese sulla rimozione del candidato Călin Georgescu dalle presidenziali rumene

discorso di pericle e1742228304937L’alleanza di estrema destra rumena AUR è favorita nei sondaggi in vista delle presidenziali di maggio. Un exploit che si è verificato dopo le manovre dei palazzi di Bucarest, che hanno estromesso dalla corsa elettorale il candidato filo Trump Călin Georgescu. Il 9 marzo, la Commissione elettorale rumena ha escluso Georgescu, sovranista e critico dell’Unione Europea, dalle imminenti elezioni. Un fatto senza precedenti, che segue un evento altrettanto straordinario: l’annullamento, lo scorso novembre, a opera della Corte costituzionale rumena, del primo turno delle stesse elezioni presidenziali, in cui Georgescu era risultato il vincitore. Krisis ha chiesto all’analista Thomas Fazi, acuto osservatore delle dinamiche all’interno dell’Unione Europea, di commentare la débâcle rumena. Secondo Fazi, il caso rumeno segna un pericoloso precedente che potrebbe ripetersi in altri Paesi. E in altri schieramenti politici.

«Il rigetto della candidatura di Călin Georgescu in Romania è un precedente che sarebbe inquietante anche se non avesse visto la partecipazione attiva della UE e di alcuni dei principali governi europei». Non usa mezzi termini, Thomas Fazi. Il saggista italo-inglese, figlio dell’editore Elido Fazi, 42 anni, acuto osservatore delle dinamiche politiche e della sovranità nazionale all’interno dell’UE, commenta quanto sta accadendo in Romania. Il 9 marzo, la Commissione elettorale di Bucarest ha estromesso dalle nuove elezioni presidenziali del 4 maggio Călin Georgescu, il candidato critico dell’Unione europea favorito nei sondaggi.

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Published: 28 March 2025
Created: 21 March 2025
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metis

Dalla guerra intermittente alla guerra permanente

di Enrico Tomaselli

csm triptychon neu d0f50e33b1 e1647015702856.jpgLa guerra, per Israele, è molto più di un atto fondativo, è uno status, una condizione immanente.

Le classi dirigenti sioniste, già molto prima della creazione di Israele, erano consapevoli di rappresentare un corpo estraneo, in Palestina, e solo in virtù della convinzione che quella terra fosse stata promessa loro da dio se ne ritenevano in diritto di occuparla. La consapevolezza di questa estraneità insanabile ha fatto sì che, sin dal primo momento, lo stato ebraico si concepisse – e si attrezzasse – come un organismo plasmato in funzione della guerra. Nella rappresentazione romantica di un socialismo suprematista (riservato cioè ai soli ebrei, escludendo gli arabi) che si realizzava nei kibbutz, il prototipo dell’uomo nuovo era rappresentato – idealmente e iconograficamente – con la zappa e il mitra in spalla. E infatti i primi venticinque anni di Israele sono segnati dalle guerre con i paesi arabi vicini: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973.

E se le prime due vedono lo stato ebraico non ancora pienamente assimilato nel sistema di dominio globale statunitense (nel ‘56 fu Washington a imporre lo stop), le successive si svolgono in un contesto che vede Israele non più soltanto come insediamento coloniale europeo, ma come avamposto della potenza egemonica americana.

Da quel momento in avanti, anche grazie ai continui e massicci aiuti statunitensi, la potenza militare israeliana si affermerà come predominante nella regione e, con la guerra del ‘73, si chiude la stagione degli scontri che oppongono Israele ai paesi arabi vicini, mentre si apre quella della Resistenza palestinese, a sua volta segnata da una serie di fasi acute (la guerra del Libano del 1982, la prima e seconda intifada e ripetute guerre nella striscia di Gaza).

A differenza dei paesi arabi, però, che nella prospettiva israeliana costituivano (e in parte costituiscono) una minaccia latente, destinata a manifestarsi ciclicamente, la Resistenza del popolo palestinese si caratterizza – pur all’interno di un andamento oscillante – come una costante, che conoscerà appunto alcune fasi particolarmente acute, ma che non verrà effettivamente mai meno.

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Published: 28 March 2025
Created: 23 March 2025
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 acropolis

Appunti sul neoliberismo

di Michele Cangiani

ploytos copia scaled.jpgNon semplicemente nuovi problemi, ma il problema dei problemi è emerso con la crisi iniziata nel 2007-2008: l’incapacità della società contemporanea di affrontare i problemi, quelli, in particolare, causati dal suo stesso funzionamento. Nonostante gli evidenti fallimenti, sfociati clamorosamente nella crisi, l’ideologia neoliberale sembra piuttosto rafforzata che indebolita. Essa, anzi, benché gli interessi a cui conviene siano solo quelli di una piccola minoranza, tende a determinare non solo la politica economica, ma l’assetto complessivo della società, fin nei suoi fondamenti costituzionali. L’esigenza di riforme antidemocratiche, tipica della trasformazione neoliberista, è chiaramente emersa fin dall’inizio, durante la crisi della fase di accumulazione del dopoguerra.

 

1. Da una crisi all’altra

È emblematico, al riguardo, il Rapporto alla Commissione Trilaterale[1]. Ed è significativo che un prodromo della svolta neoliberista sia stata la politica adottata da Pinochet in Cile dopo il golpe del 1973, il quale valse come monito per qualunque paese si azzardasse a non adottare la tendenza ‘giusta’ per risolvere la crisi. Nel 1978, in Cina, Deng Xiaoping promosse la liberalizzazione – entro un regime politico illiberale. L’affermazione definitiva delle politiche neoliberiste è avvenuta con i governi Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e Reagan negli Stati Uniti d’America nel 1980, orientati in primo luogo ad abbattere il potere conquistato dai lavoratori e dalle loro organizzazioni. Non senza successo. I bollettini del Bureau of Labor Statistics del Department of Labor degli Stati Uniti documentano la costante diminuzione degli operai e impiegati iscritti ai sindacati: dal 20,1% nel 1983 all’11,1% nel 2014.

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Published: 28 March 2025
Created: 22 March 2025
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blackblog

Dal Welfare al Warfare: keynesismo militare

di Michael Roberts

europa guerra 1 1711063311250.png .pngIn Europa, il "guerrafondaismo" è arrivato al suo culmine.Tutto è cominciato con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza di Trump, hanno deciso che non vale la pena spendere soldi per proteggere militarmente le capitali europee dai potenziali nemici. Trump vuole impedire che gli Stati Uniti paghino la più parte del finanziamento della NATO - la quale fornisce la propria potenza militare - e inoltre vuole mettere fine al conflitto Russia-Ucraina, in modo da poter così concentrare la strategia imperialista degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale e sul Pacifico, con l'obiettivo di "contenere" e indebolire l'ascesa economica della Cina. La strategia di Trump ha gettato nel panico le élite dominanti europee, improvvisamente preoccupate che l'Ucraina perda contro le forze russe, e che pertanto tra non molto Putin sarà ai confini della Germania o - come sostengono sia il premier britannico Keir Starmer che un ex capo dell'MI5, sarà «per le strade della Gran Bretagna». Qualunque possa essere la validità di questo presunto pericolo, si è venuta però a creare l'opportunità, per i militari e i servizi segreti europei, di "alzare la posta" e chiedere così la fine di quei cosiddetti "dividendi di pace" che avevano avuto inizio dopo la caduta della temuta Unione Sovietica, e in tal modo avviare ora il processo di riarmo. Kaja Kallas, alta rappresentante della politica estera dell'UE, ha spiegato il modo in cui vede la politica estera dell'UE: «Se insieme non siamo in grado di esercitare abbastanza pressione su Mosca, allora come possiamo affermare di poter sconfiggere la Cina?» Per riarmare il capitalismo europeo, sono stati offerti diversi argomenti: Bronwen Maddox, direttrice di Chatham House, il "think-tank" per le relazioni internazionali che rappresenta principalmente le opinioni dello stato militare britannico, se n’é venuto fuori con l'affermazione che «la spesa per la "difesa" è il più grande beneficio pubblico per tutti, poiché essa è necessaria per la sopravvivenza della "democrazia" contro le forze autoritarie». Ma c'è un prezzo da pagare per difendere la democrazia: «il Regno Unito potrebbe dover prendere in prestito di più per poter pagare le spese per la difesa di cui ha così urgente bisogno.

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Published: 27 March 2025
Created: 21 March 2025
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carmilla

Duci a San Siro

di Nico Maccentelli

Schermata 2025 03 21 alle 02.57.54.pngÈ il titolo più appropriato per la prossima kermesse europeista dem, se dopo Michele Serra a Roma, fosse Roberto Vecchioni a organizzare a Milano un raduno guerrafondaio di pacifinti, con tutte le corbellerie tutt’altro che “di sinistra” che ha detto dal palco di piazza del Popolo. Ed è dai tempi di piazza Venezia nel 1941 che non si vedeva un’adunata di questo tipo e per un antico scopo che torna in auge su scala continentale.

L’unica differenza è che gli adunanti di allora non erano dei beoti in totale confusione come oggi, e, come i loro capi di allora, Benito in testa, sapevano benissimo che era l’ora di spezzare le reni alla Grecia. Reni, che se ben ricordo, le spezzarono Draghi e gli euroburocrati nel 2015 con una guerra economica nel nome dell'”Europa” che non faceva prigionieri. Era già da allora che si potevano capire gli interessi dominanti e i veri obiettivi delle misure draconiane europeiste che avrebbero potuto colpire ogni paese dell’UE non in linea con i vincoli di bilancio e con le regole tutte improntate a favorire il mercato sopra ogni diritto sociale.

Interessi e obiettivi che sono anche di oggi, e che oggi come allora vengono perseguiti a prescindere da ogni altra questione, di emergenza in emergenza creata ad arte, travalicando anche i patti sociali su cui si sono rette le democrazie liberali novecentesche e avviando l’era dell’autoritarismo liberista euro-autocratico. Ma la massa per lo più vetusta a piazza del Popolo che si è lasciata trasportare dalla retorica marinettiana degli Scurati, dal suprematismo filosofico-letterario dei Vecchioni, dalla pletora di starlette tra Piff, Littizzetto e Jovanotti, con vecchi saggi alla Augias, locomotive gucciniane lanciate contro la giustizia e la pace, una massa da gnocco fritto alle feste de l’Unità trasportata da pullman dell’associazionismo piddino tra CGIL, ANPI, COOP, ecc., ovviamente come “Alice tutto questo non lo sa”. Chi è andato alla kermesse promossa dal produttore di armi che possiede La Repubblica c’è andato credendo di essere alla solita sfilata buonista e c’ha capito punto nulla, fidandosi dei soliti volti televisivi. E invece…

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Published: 27 March 2025
Created: 27 March 2025
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comedonchisciotte.org

La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

di Domenico Moro

La polemica recente sul Manifesto di Ventotene tra la Presidente del Consiglio Meloni e il Pd riporta quel documento al centro dell’attenzione. Sebbene molta parte della sinistra abbia sempre esaltato il Manifesto come espressione di una posizione progressiva e di sinistra, è invece importante chiarire come il Manifesto rappresenti una posizione regressiva e anti-democratica, che prefigura tutti i problemi da cui è afflitta la Ue odierna. Per questa ragione proponiamo la lettura di ampi estratti dei primi paragrafi del libro di Domenico Moro, “Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”, edito da Meltemi

2205542012Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.

Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’Ue e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.

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Published: 27 March 2025
Created: 27 March 2025
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sinistra

Big Pharma, Big Tech e le identità sessuali sintetiche

di Jennifer Bilek

Discorso tenuto all'Hillsdale College nel luglio 2022 (in blu collegamenti cliccabili)

scene big pharma il crimine del secolo 1 2 4b2c5Salve a tutti, grazie per essere qui e un ringraziamento speciale a Douglas Jeffrey e Matt Bell per avermi invitato a parlare all'Hillsdale College. Spero di chiarire cosa sta accadendo in nome del transgenderismo, perché sta accadendo e chi ne trae profitto. Ho iniziato a fare ricerca su questo tema perché mi sono allarmata per la censura subita da chi cercava di criticarlo. Questo accadeva quasi dieci anni fa. Ciò che è emerso in modo evidente è che veniamo manipolati e surrettiziamente preparati ad accettare cambiamenti radicali nell'evoluzione umana, progettati da coloro che si trovano ai livelli più alti della società e che investono nelle industrie biotecnologiche, farmaceutiche, tecnologiche e finanziarie.

Per prima cosa, situiamoci nel tempo.

Come specie, stiamo iniziando una nuova fase dell'evoluzione umana, che emerge dall'era dell'informazione e del digitale. Il futuro vedrà ulteriori sviluppi nella raccolta di dati umani per costruire sistemi sempre più grandi di intelligenza artificiale e di ingegneria, biotecnologia, transumanesimo e la creazione di sistemi sempre più grandi di realtà virtuale, o realtà sintetiche. Nell'ultimo decennio, tutte le grandi aziende - le organizzazioni internazionali per i diritti umani e quelle non governative, le case di investimento globali, le banche, le istituzioni mediche, gli studi legali, i governi e gli enti educativi - hanno "scoperto" simultaneamente che il mondo naturale e le centinaia di migliaia di anni di evoluzione umana attraverso il dimorfismo sessuale in qualche modo hanno sbagliato. C’è stato un grande errore. Si sta diffondendo l'idea che la scienza abbia scoperto che esistono centinaia, forse infiniti, sessi e che per manifestare il pieno potenziale nell'espressione di questi sessi alternativi, l'umanità abbia bisogno dell'intervento del complesso medico-industriale. Inoltre il complesso medico-industriale è così illuminato da mettere a tacere chiunque ostacoli i suoi sforzi per la diversità di espressione.

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Published: 26 March 2025
Created: 22 March 2025
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contropiano2

Il crollo dell’illusione euroatlantica

di Mauro Casadio*

Unione europea nuova bandiera bruciata.jpgLo scontro fra Trump e Zelensky, e per interposta persona con l’Unione Europea, ha assunto forme inaspettatamente virulente per tutti ed ha fatto emergere la vera questione che nel tempo è stata rimossa nella discussione a sinistra. Ma alla fine ha anche mostrato la natura profonda della contraddizione: quella tra interessi imperialistici divaricanti in Occidente.

Dunque grande è la confusione sotto il cielo e la situazione è eccellente! Ma come interpretare questa improvvisa precipitazione nelle relazioni transatlantiche? Come collocare questa netta discontinuità dentro l’apparente egemonia e dominio mondiale euroatlantico a trazione statunitense, apparentemente irreversibile fino al Novembre scorso?

Le interpretazioni che stanno fiorendo sono molteplici: dalla follia mercantilista di Trump alla influenza della “tech oligarchy” composta dagli uomini più ricchi della terra, dalla subordinazione dei gruppi dominanti dell’UE agli USA al “riscatto militare” che deve sancire l’emancipazione europea da uno Stato non più amico, ma divenuto repentinamente antidemocratico nell’arco di una campagna elettorale.

Insomma la “Fine della Storia” sta ottenebrando le migliori menti occidentali, le quali non riescono e non vogliono risalire alle cause strutturali di questa contraddizione, pure manifestatasi già da molto tempo. Anzi rifiutano proprio di affrontarle, limitandosi a “sezionare” in infiniti e noiosissimi dibattiti televisivi o interviste giornalistiche gli aspetti formali, reversibili spesso nell’arco di 24 ore, di carattere politico-etico, di minaccia da parte delle “pericolosissime autocrazie”, oppure di carattere economico contingente.

Anche “a sinistra” non emergono analisi particolarmente brillanti, ondeggiando tra un pacifismo militarista-europeista, alla PD, ed un pacifismo ipocrita come quello dei 5Stelle che al governo avevano votato il finanziamento per le armi all’Ucraina e l’acquisto degli F35, e oggi lucrano elettoralmente sulle contraddizioni del campo largo. Come diceva Totò, adesso si “buttano a sinistra”.

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Published: 26 March 2025
Created: 22 March 2025
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linterferenza

La controrivoluzione femminista  

di Antonio Martone

Pubblichiamo il testo integrale della relazione del Prof. Antonio Martone, redattore de L’Interferenza, al convegno dal titolo “Una lettura alternativa della questione di genere. Per una critica di classe del femminismo” promosso da L’Interferenza e dall’Associazione “Uomini e Donne in Movimento” e svoltosi a Roma sabato 15 marzo

mvsdiytverIl femminismo di Marcuse

Nel 1974, Herbert Marcuse formulava una riflessione ambiziosa quanto al legame tra femminismo e trasformazione sociale:

“Io credo che dobbiamo pagare per i peccati di una civiltà patriarcale e del suo potere tirannico: la donna deve diventare libera di determinare la propria vita, non come moglie, né come madre, né come amante o compagna di qualcuno, ma come un essere umano individuale. Sarà una lotta fatta di scontri aspri, di tormento e di sofferenza (psichica e fisica)”[1].

Perché Marcuse aveva scritto parole tanto forti contro il patriarcato? Presto detto, per il filosofo tedesco il femminismo non rappresentava soltanto un particolare movimento ma costituiva una forza più generale, potenzialmente rivoluzionaria nella sua capacità di contribuire alla liberazione dell’essere umano nella sua totalità. Nel fermento politico degli anni Settanta, egli vedeva dunque nella lotta per l’emancipazione femminile un elemento inscindibile da un più ampio processo di trasformazione sociale.

Per rinforzare la sua tesi, egli infatti aggiungeva:

“Le potenzialità, gli obiettivi del movimento di liberazione delle donne si spingono però molto al di là di esso, in regioni impossibili da raggiungere nel quadro del capitalismo, e di una società di classe. La loro realizzazione richiederebbe un secondo livello, nel quale il movimento trascenderebbe il quadro nel quale si trova ora ad operare. In questo stadio, ‘al di là dell’uguaglianza’, la liberazione implica la costruzione di una società governata da un differente principio di realtà, una società nella quale la dicotomia costituita tra il maschile e il femminile è superata nei rapporti sociali e individuali tra esseri umani”[2].

Secondo questa prospettiva, pertanto, per la sua stessa dinamica, il femminismo non si esauriva nelle lotte per l’uguaglianza formale, ma doveva mirare a una ridefinizione radicale della società. Al di là del rapporto fra generi, vi era l’essere umano nella sua essenza, ed era questa la vera posta in gioco della rivoluzione femminista.

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Published: 26 March 2025
Created: 22 March 2025
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lafionda

Il Manifesto di Ventotene. Né socialista né sociale: un inno al federalismo neoliberale

di Alessandro Somma

9788898607358 0 0 536 0 75.jpgIl Manifesto di Ventotene è senza dubbio un testo tra i più citati nel discorso pubblico, ma anche tra i meno letti da coloro i quali amano richiamarlo. Questo restituisce la recente lite scomposta tra i dirigenti del Piddì e la Presidente del consiglio: i primi impegnati ad accreditarlo come una celebrazione dell’Europa sociale e democratica, la seconda a stigmatizzarlo come socialista e dunque antidemocratico.

Entrambi sbagliano: il Manifesto di Ventotene è un inno all’Europa neoliberale e il suo estensore più famoso, Altiero Spinelli, un pensatore confuso e opportunista. Tanto che molto probabilmente ci saremmo dimenticati di entrambi, se solo la sinistra storica in crisi di identità dopo l’implosione del blocco socialista non ne avesse abusato per rimpiazzare i punti di riferimenti ideali caduti in disgrazia. È del resto il testo scritto da antifascisti al confino, che qua e là parla di Europa sociale. Non importa dunque se lo fa a sproposito e soprattutto in assenza di riscontri con il complessivo impianto del Manifesto, così come con il percorso politico di Spinelli. È comunque buono a riorganizzare il fondamento ideale della sinistra orfana del socialismo attorno a retoriche vuote e buone per tutte le stagioni, come sono quelle che evocano un non meglio definito europeismo. E buono soprattutto a far dimenticare che esso fa rima con neoliberalismo[1].

 

Federalismo neoliberale

Il primo riscontro della vicinanza tra il Manifesto di Ventotene e il neoliberalismo lo ricaviamo dalle letture che più hanno ispirato i suoi autori: gli interventi di Luigi Einaudi ospitati sul Corriere della sera tra il 1917 e il 1919 con lo pseudonimo di Junius e gli scritti dei federalisti anglosassoni. Spicca tra questi ultimi Lionel Robbins: un autore di formazione liberale, esponente della Scuola austriaca, i cui testi giungono agli autori del Manifesto proprio da Einaudi.

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  1. Giuseppe Raciti: Una nota su Marx e la rivoluzione
  2. Jacques Bonhomme: Città-merce e lotta di classe in Walter Benjamin
  3. Collettivo Le Gauche: Andrea Fumagalli e lo studio della bioeconomia e del capitalismo cognitivo
  4. Carla Filosa: Dazi e democrazia
  5. Giorgio Monestarlo: Il realismo appassionato di Piero Bevilacqua
  6. Francesco Cappello: Le conseguenze economiche del ReArm Europe
  7. Carlo Formenti: La storia umana è storia del lavoro
  8. Eros Barone: Il rapporto tra spontaneità e coscienza nell’epoca dello “sdoppiamento”
  9. OttolinaTV: Augias, Scurati, Vecchioni: il suprematismo eurocentrico diventa cabaret
  10. Vladimiro Merlin: Chi si rivede! Il buon vecchio Lenin
  11. Salvatore Bravo: “ Speranza forza sociale”
  12. Roberto Iannuzzi: Armare l’Europa per mantenere in sella le sue delegittimate élite politiche
  13. Giulio Chinappi: Sul compagno Stalin
  14. Fabio Vighi: Riarmo, recessione, debito: la sceneggiata e il gioco al massacro
  15. Francesco Cappello: L’Armata Brancaleone europea dopo la mascherina indossa l’elmetto per salvare la finanza con i nostri risparmi
  16. Claudia Pozzana e Alessandro Russo: Alcune divergenze tra i compagni Ottoliner e noi
  17. Geminello Preterossi: Psicopatologia politica dell’Unione Europea
  18. Chris Hedges: Sull'orlo dell' abisso
  19. nlp: ReArm Europe: non piano organico ma pratica del caos
  20. Mimmo Porcaro: Donald Trump e la forza del destino
  21. Paola Boffo: ReArm Europe, Il Parlamento europeo e il Nemico esterno
  22. Paolo Di Marco: Trump e la struttura del potere
  23. Salvatore D'Acunto: Lo Stato del potere
  24. di Kritik de la valeur-dissociation, repenser la théorie Kritik du capitalism: Astrazione Reale e Dominio senza soggetto sotto il Capitalismo
  25. Algamica: Il liberismo occidentale, il sionismo e le velleità dell’eurocentrismo storico della sinistra

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