La politica dopo il tramonto
Riflessione sul saggio di Anton Jäger
di Andrea Rinaldi
Se la politica moderna si è esaurita, cosa ci ha consegnato la postmodernità? È su questa domanda che s'interroga Andrea Rinaldi nella recensione a Iperpolitica (Not Nero Editions) di Anton Jäger. Invece di crogiolarci nei rimpianti, ci dice l'autore, è fondamentale indagare la nostra società e pensare a un esperimento di politica alternativa
Il sonno della ragione, è risaputo, genera mostri. Il sonno della ragione politica ci ha recentemente consegnato l’uomo più ricco del mondo che saluta il suo pubblico con un braccio teso, in un'esplicita posa nazi-fascista.
A sonnecchiare non è una supposta razionalità assoluta dei buoni, ma la politica per come l’abbiamo intesa nel Novecento. È difatti auto-evidente che il miliardario sotto acidi non sia simile neanche un po’ ai noti dittatori europei a cui fa riferimento. L'avvento del potere di Hitler e Mussolini è avvenuto nel contesto della politica di massa e di una stratificazione sociale meno rigida, cosa che ha permesso a due «ignoti» di arrivare a governare due imperi. Oggi è invero impossibile pensare a uomini di simile influenza che nascono dal nulla della classe lavoratrice: la politica degli attuali anni Venti è legata indissolubilmente al potere economico, alla sua riproduzione e alla sua idolatria. Musk è difatti il figlio dello sfruttamento, della speculazione e del peggior colonialismo occidentale, da cui ha ereditato non solo un capitale senza limiti e un’istruzione d’élite, ma anche la posizione privilegiata da uomo bianco naturalizzato statunitense. E questa posizione la vediamo plasticamente nella sua idea di mondo: razzista, repressiva, liberista, anti-statale, imperialista. Un'idea funzionale ai suoi affari, che confeziona per il grande pubblico richiamando categorie della vecchia politica, come il fascismo.
Riprendendo il saluto romano, l’altro aspetto da sottolineare – di questa iconografia politica dei nostri tempi – è che se Mussolini e poi Hitler avevano costruito il loro saluto su una storia, una simbologia, un’organizzazione, un’ideologia politica, Musk costruisce il suo gesto sul nulla, sull’impeto lisergico di un momento, come un semplice meme, una battuta tra amici: la provocazione di un ragazzino edgy che vuole irritare il professore di sinistra.
È tutto qui, in questa orrenda immagine, il nostro problema. Il nazi-fascismo ci disgusta e ci fa orrore e in questa fase sottolinea ancora, una volta, la morte di una politica fatta di organizzazione, progetto, conflitto, classe, lotta.
Se la politica moderna si è esaurita, cosa ci ha consegnato la postmodernità a parte i meme e i personaggi di dubbio gusto? La domanda è cruciale. Se la pone lo studioso Anton Jäger in Iperpolitica. Politicizzazione senza politica (Nero, 2024) curato in Italia dalla rivista Iconografie del XXI Secolo. Jäger ci rassicura, la politica non è morta e non può effettivamente morire: dopo una brutta sconfitta, un lungo sonno, e un turbolento risveglio populista, la politica è qui tra noi. Ma è una piccola politica, una politica vuota, che non ricorda nemmeno lontanamente quella del Novecento. È la politica – appunto – dei saluti romani senza significato, dei Musk e dei Trump, dei nostri social network strapieni di attivisti/influencer, dei bacchettoni senza contenuti, è la politica effimera e individualistica che il mondo occidentale ha costruito, è la politica del bipolarismo forzato tra neoliberismo woke e populismo reazionario.
Viene usata la definizione di «iperpolitica», ovvero una politica sciolta in un mondo senza organizzazione, senza partiti di massa, senza costruzioni sociale collettive. Quella di Jäger è una definizione affascinante, ci parla di una politica «iper» perché spremuta, esasperata nei suoi aspetti esteriori, nella sua intensità immediata, nella sua spontaneità. Quindi, da un certo punto di vista, l’epoca attuale è anche una fase di ripoliticizzazione, che supera le epoche precedenti, le nega e ci riporta un certo tipo di fervore politico. Ma questo ritorno non può, e non potrebbe, riconsegnarci la politica che conoscevamo prima del nuovo millennio. Non è questa la fase della «politica al tramonto» per usare un lessico trontiano, né quella del populismo. È una fase di politica intensa e iper-polarizzata, ma caratterizzata da prese di posizioni immateriali e moralistiche. Questo è il tempo, essenzialmente, di una politica breve, immediata, vivace nella sua comunicazione, vuota nella sua concretezza, dal basso impegno e dal veloce disimpegno. Lo vediamo nelle strade: le mobilitazioni radicali esistono, ma vivono e muoiono nell’arco di pochi mesi, non hanno durata, non hanno organizzazione, non producono soggettività forti. Anche per questo non sono nemmeno in grado di infilarsi nell’immaginario collettivo per più di un anno. Sono mobilitazioni effimere, che non si traducono in una politica tangibile e durevole, come quella dei partiti di massa e dei grandi movimenti sociali.
D’altronde la spontaneità senza organizzazione è sempre stato questo: un susseguirsi di rivolte che si piegano l’una sull’altra. Ma questa spontaneità degli anni Venti non riesce nemmeno a porsi il tema dell’organizzazione, non lo problematizza nella pratica. Forse perché una forma organizzativa spuria c’è già ed è gestita da Mark Zuckerberg e da Shou Zi Chew, il CEO di TikTok. Questa spontaneità, vive sui social, ricalca i tempi dei nostri video a rapida successione, si rimodella con la velocità di un trend, si stufa di una mobilitazione come si stufa di un video. E poi – non sottovalutiamo – è iperpolitica anche perché riflesso dell’iperego, dell’individualismo più sfrenato, del personale scaricato nella comunità dei social.
Possiamo aspettarci di meglio da una società che è stata distrutta e poi ricostruita per essere popolata da meri individui? Dobbiamo chiedere di più alle generazioni vissute nel culto dell’identity politics? Assolutamente no: la ristrutturazione capitalista ha vinto già da parecchio tempo e questo è quello che ci ha lasciato. La sensazione diffusa è che la politica attuale sia un affare per attivisti egoriferiti, politicanti venduti, imprenditori milionari, giornalisti falliti e influencer prezzolati. Non c’è – o quasi – più necessità di un’organizzazione, di un partito, di una collettività. Il mondo di quella politica di massa è finito, facciamocene una ragione.
Come siamo finiti in questa epoca di decomposizione ce lo spiega Jäger: è un passaggio lungo, determinato dalle sconfitte politiche dei movimenti negli anni Settanta e Ottanta, che attraversa la fase unipolare del dominio Nord americano, supera la dissoluzione dell’Unione Sovietica e arriva alla crisi del 2008, da cui emergono nuovi movimenti sociali, profondamente diversi da quelli strettamente ideologici del Novecento.
La crisi però inizia con un fatto politico ben preciso, siamo sicuri che l’autore sarebbe d’accordo con noi: la sconfitta del movimento operaio. Mario Tronti ci avvisava di questo fatto già decenni fa: il movimento operaio ha imposto l’ultimo grande processo di sviluppo del capitale, la sua ristrutturazione. Quindi il tramonto della politica è frutto della sconfitta di chi quella politica «l’ha espressa, declinata, organizzata» (La politica al tramonto, DeriveApprodi 2024, p.21), ovvero il movimento operaio. La classe operaia ha portato il conflitto a un tale livello che quella forma di politica non poteva sopravvivere senza di esso. Quel movimento, quella contraddizione nel cuore del capitalismo, poteva vincere o poteva perdere, portandosi dietro tutta la sua politica. Come ben sappiamo, esso ha perso, sconfitto dalla democrazia.
Tronti ci ha spiegato come è iniziata, ma dobbiamo ancora capire come è finita. Jäger ci aiuta in questo perché, aldilà delle utili divisioni storiche che descrive nel suo libro, tra postpolitica, antipolitica e iperpolitica, ci pare che ci siano degli aspetti tendenziali che, grosso modo, attraversano tutti gli ultimi trent’anni di deformazione sociale e che sono importanti da sottolineare. La politica è ormai mera amministrazione, ovvero un automatismo gestito dal potere economico che ne coopta protagonisti e istituzioni – come gli Stati sovrani, inevitabilmente ancelle di questo potere. Nonostante un certo ritrovato vitalismo degli Stati occidentali negli ultimi anni, appare evidente che la bilancia pende sempre verso lo strapotere degli oligarchi. Morti i partiti di massa, sono loro l’unico referente delle politiche statali.
Altro aspetto già avvistato da Tronti è il «come dire» che prende il posto del «che fare», ovvero questa continua opacizzazione della materialità rispetto alla comunicazione. Una questione che non riguarda prettamente i social-network e il loro uso, ma che, come sottolinea l’autore di Iperpolitica, ha molto a che fare con la morte delle identità collettive e la comparsa delle identità legate al consumo, all’apparenza, al feticismo della merce. Questo fatto è certamente una questione che complica la vita politica, perché l’attenzione delle soggettività verso ciò che è materiale è stata in parte soppiantata da questioni prettamente accessorie.
In questa società, dove l’economia si è mangiata la politica in tutti i suoi aspetti, dove i legami sociali sono esplosi, dove il capitalismo, essenzialmente, è rimasto da solo, la domanda da porsi è come si possa costruire un tentativo politico di cambiamento. Anche per questo il libro di Anton Jäger è fondamentale, perché si pone un problema poco presente nelle elaborazioni politiche, e ci spinge a una necessaria riflessione su politica e organizzazione nel 2025. Se l’alternativa tra neoliberismo progressista e populismo reazionario evidentemente non risolve, ma anzi esaspera, la sfiducia verso la politica, ci sembra lampante che un’alternativa vada trovata in altri contesti e in altri metodi.
Dare per morto quello che è morto, è già un punto di partenza sufficiente. Chi è orfano della politica moderna dovrà darsi pace. Il partito che offre una casa alla solitudine imposta dal capitale, dove tutto è condiviso, pubblico, sociale, non può più esistere nelle forme che noi conosciamo. Oggi ci rimane un grande vuoto, un vuoto che molti di noi riempiono con le più disparate forme di socialità e consumo: dai gruppi sportivi ai business piramidali, dai corsi di formazione ai gruppi facebook. Ogni singolo individuo riempie quell’assenza come meglio crede, ma non risolve quell’enorme crisi di senso consegnatici dalla postmodernità.
Vediamo però dei segnali, non di ritorno del passato, ma di ambiguità sul futuro. Come ci ricorda Jäger: la fase iperpolitica è una fase di ripoliticizzazione. È sicuramente una spontaneità convulsa e contraddittoria, una politica senza organizzazione, un forma di partecipazione e conflitto che a molti stride, ma è quello che c’è. Con questo l’umano postmoderno deve fare i conti.
In questo caotico contesto il lavoro è l’ultima istituzione che permette la socializzazione e la formazione di un pensiero diverso da quello individuale. L’ultima – ineliminabile – forma di costruzione di un’idea collettiva, conflittuale e pertanto politica. Proprio nel lavoro effettivamente vediamo i primi segni di mutamento: dall’esodo verso forme di auto-imprenditorialità fino al fenomeno più leggibile delle grandi dimissioni, passando per i non rari casi di vertenze lavorative mediatizzate. Qui, in questa metamorfosi delle forme della nostra vita lavorativa e collettiva, si vedono i caratteri dell’iperpolitica di Jäger: individualistica, moraleggiante, personalistica, polarizzante. Per quanto deprecabile, per quanto riprovevole, una forma politica ambigua è sempre preferibile alla miseria che abbiamo affrontato dopo gli anni Ottanta. Dobbiamo ripeterci che non si può tornare indietro. Nei posti di lavoro e nella società dobbiamo fare i conti con quello che ci circonda, non con quello che abbiamo perso. Potremmo stare qui a crogiolarci nei rimpianti, ma è fondamentale invece studiare, come fa Jäger, l’enigma della nostra società e costruire le domande utili al nostro tempo. Pensare ancora a un esperimento di politica alternativa, partire dal quel poco che è riemerso, tentare di organizzare l’inorganizzabile.
La politica, sia piccola o sia grande, non può morire, deve solo riadattarsi a un contesto completamente alterato. E anche questo deserto che ci sembra di attraversare, offre, nella sua ambiguità, dei segnali di controtendenza. Siamo sicuri di questo: qualcosa sta cambiando.









































Comments
Invero, lo stesso concetto di tramonto della politica, elaborato in modo intrigante da Tronti, non manca di sollevare dei dubbi, per certi gradi di astrattezza e per il suo oscillare tra la dimensione dell'inesorabile fatalismo e il tentativo di una conveniente giustificazione della deriva, correttamente definita neoliberale da Tronti, della sinistra.
L'imposizione, infatti, da parte dei dominanti, del paradigma neoliberale fascista, con la conseguente drammatica sconfitta di quella che sembrava una inoppugnabile conquista scientifica, che il capitalismo, per i suoi elementi di conflittualità, contraddizione e instabilità necessita di una intelligente e moderata amministrazione politica e non di un fideistico abbandono alla pseudometafisica neoclassica, (in opposizione alla tendenza ideologica e scientista, osservata a suo tempo pure dal frequentemente citato Schmitt, verso la “neutralizzazione”, il tecnicismo economico e la subordinazione della politica, in accordo con il tradizionale canone del vecchio liberalismo e della classe dominante borghese, di fingere da un un lato una universale promozione di valori progressisti, mentre dall’altro si impongono serie limitazioni, per tutelare l’estrazione di plusvalore e il monopolio del potere), dipese fortemente dalla cattura da parte dei dominanti dei partiti di sinistra e la loro trasformazione in partiti neoliberali fascisti manipolatori dell’opinione pubblica e delle ingenue classi inferiori.
La congetturata tesi della sconfitta del movimento operaio e di una connessa spinta propulsiva progressista da parte della “democrazia” appare controversa e discutibile anche sul terreno dell’ordine causale. Da molto prima, la teologia della gloria di Marx riferira al soggetto chiave rivoluzionario, per quanto ineccepibile sul piano teorico e logico, su quello della dinamica storica ha presentato delle inadeguatezze, che vanno oltre la constatazione di doversi confrontare con una opposizione e resistenza anche consistente. Marx, per inciso, disprezzava i sicofanti più dei capitalisti. Nel caso della rivoluzione cinese, essa, ad un certo momento, parve investire forze minoritarie e destinate alla sconfitta, e così sarebbe accaduto, se non fosse stato per la leadership di Mao Zedong, che, nella situazione contingente, seppe effettuare le scelte e adottare la strategia vincenti, rinunciando tuttavia all’oro e al controllo di Taiwan.
In un regime parlamentare anche a suffragio universale, se si tiene conto dei rapporti di forza e delle valutazioni di H. Arendt, per la quale le mezzecalzette sono congenitamente fasciste, messi insieme i dominanti, i sicofanti, i pretoriani e potenti burocrazie parassitarie, già il solo loro voto è statisticamente intorno al venticinque per cento, qualcosa di cui partiti e movimenti riformisti o rivoluzionari devono tenere conto.
La classe dominante negli anni settanta si spaventò del successo del capitalismo marxiano-kalekiano e degli effetti culturali, sociali e politici che avrebbe potuto generare addizionalmente, perciò finanziò la scellerata e antiscientifica propaganda neoliberale e spazzò via quel capitalismo e lo stato, per riapprodare a un modello ottocentesco e feudale basato sull’imperialismo finanziario. Siccome la politica di sinistra divenne entusiasticamente il neoliberalismo fascista la sconfitta degli elementi di democrazia reale, delle classi inferiori, inclusa la classe media, frutto della golden age, fu totale.
La concentrazione dei redditi è stata da allora impressionante, da rendere problematico un ritorno alla “democrazia”.
Riproporre in vecchie otri una presunta nuova politica rischia il velleitarismo e l’equivoco.
Il passo ineludibile e differenziale consiste nell’abbandonare luoghi comuni e nel capire scientificamente finalmente come funziona il capitalismo e le sue regole, per definire un orizzonte riflessivo e ordine simbolico comuni minimamente razionali e aderenti alla realtà, così da fuoriuscire dalla gigantesca fantasmagoria irrazionale creata dai dominanti, usando trilioni di dollari e una mole di rivoltanti sicofanti e ciarlatani.
La conricerca come punto iniziale del modo di ritornare a sviscerare i problemi, le contraddizioni, ambivalenze e ambiguità, per dare poi durante e dopo se attrezzati, l'assalto al cielo, con chi ci sta.
Chi non ci sta , si tenga le storie di ordinaria e quotidiana follia e labirintico isolamento.