Caro vita, guerra all’Iran, tagli alla sanità e un diluvio di denaro miliardario: il voto di metà mandato del 3 novembre consegna ai Democratici Camera e Senato. È la sconfitta politica del trumpismo, non ancora del sistema che lo ha reso possibile.
Il 25 ottobre, dal palco di Port Huron, in Michigan, il presidente degli Stati Uniti ha storpiato per l’ennesima volta il nome di un cittadino americano nato e cresciuto in quello Stato. Lo chiamava «Mohammed», lo definiva un jihadista, sosteneva che sarebbe stato l’unico senatore costretto a passare sotto un metal detector per entrare in aula. Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo, figlio di una famiglia emigrata dall’Egitto, rispondeva che Trump poteva pronunciare il suo nome come gli pareva, tanto dopo novembre avrebbe dovuto chiamarlo senatore. Nove giorni dopo, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, El-Sayed ha battuto il repubblicano Mike Rogers ed è diventato il primo musulmano eletto al Senato nella storia degli Stati Uniti.
In quella vittoria c’è quasi tutto il senso di queste elezioni di metà mandato. C’è un presidente che ha trasformato il voto in un plebiscito su se stesso e lo ha perso. C’è un linguaggio d’odio che non ha pagato. E c’è una domanda che riguarda anche noi, dall’altra parte dell’Atlantico: che cosa succede quando milioni di persone, schiacciate dai prezzi, dalla guerra e dai tagli ai servizi, decidono di usare l’unica arma che resta loro in mano?
Prima i fatti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in corso di conteggio. Secondo le proiezioni di Associated Press, CNN, CBS e NBC, i Democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Al Senato, dove i repubblicani partivano da un vantaggio di 53 seggi a 47, il Partito democratico ha strappato sette seggi all’avversario: il North Carolina con Roy Cooper, l’Ohio con Sherrod Brown, l’Iowa con Josh Turek, il Kansas con Adam Hamilton, il South Carolina con Annie Andrews, il Texas con James Talarico e il Maine, dove Troy Jackson ha chiuso quasi trent’anni di mandato di Susan Collins. Nella notte l’Associated Press attribuiva ai Democratici almeno 53 seggi. Alcune corse restano aperte, a cominciare dal Mississippi, dove con il 98 per cento delle schede scrutinate il democratico Scott Colom precedeva la senatrice uscente Cindy Hyde-Smith di appena 28 voti.
Dalle proteste europee alla crisi del liberalismo, l’autore di Libercomunismo invita la sinistra a una «razionale e tempestiva radicalità»
«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.
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Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?
Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali.
Monopoli, asimmetrie fiscali, erosione democratica. Considerazioni a partire dal libro di Alessandro Volpi, La finanza è colpevole. Storia e cronache dall’abisso (Einaudi)
Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda, scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società frammentate.
La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore. Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale.
Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.
La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.
E’ sicuramente successo qualcosa, negli Stati Uniti. Cosa è successo e quali ricadute avrà, a breve e medio periodo (nel lungo, diceva Keynes, “sicuramente saremo tutti morti”), non è proprio chiarissimo.
Trump ha perso nettamente, molto di più del preventivato. Ha voluto un referendum su di sé, e il risultato non è contestabile. Il Congresso è in mano all’opposizione “dem”, ma beato chi sa cosa questa vorrà fare.
Due soli esempi per averne un’idea. Il nuovo senatore del Michigan, Abdul El Sayed, nel suo discorso di ringraziamento agli elettori, era accompagnato dalla moglie col velo della regola musulmana e tra i diversi temi ha ricordato che “i bambini palestinesi devono vivere nella terra dei loro padri”. Un avviso a Israele: qui non ci comanderete più come avete fatto con Trump grazie a Jeffrey Epstein e all’Aipac.
Al contrario, la governatrice “dem” del New Jersey, Mikie Sherrill, ha minacciato multe alle autorità portuali che accetteranno il diesel trasportato dalle navi russe. Messaggio alla Russia: continueremo la guerra in Ucraina, grazie anche a quei deficienti alla guida di Francia, Gran Bretagna e Germania, che si sono dichiarate pronte ad inviare truppe in Ucraina pure se Unione Europea e Usa non sono d’accordo.
In mezzo ci passano diversi oceani, con tutta evidenza.
Il discorso di Marco Rubio, segretario di Stato statunitense, tenuto sulla collina della Pnice ad Atene, dove si riuniva l’ecclesia, l’istituzione della democrazia, ha segnato la linea spartiacque tra la retorica narrazione della democrazia (occidentale), che prometteva la felicità, il progresso, la pace, la libertà in un quadro di Stato di diritto, e l’esplicita ammissione dell’avvento di un nuovo corso della storia («siamo a un punto di svolta nella storia dell’intera civiltà»), oligarchico e violento, agito da una classe di conquistatori e predatori naturalmente bianchi e ricchi, destinati a dominare sull’intero pianeta.
È stata tolta la maschera senza remore né pudore alcuno.
Il discorso di un potenziale futuro presidente, per l’assoluta gravità delle sue affermazioni, merita di essere analizzato nel dettaglio. Cosa emerge?
In primo luogo, è necessario sottolineare un’imprescindibile considerazione di metodologia storiografica: il discorso di Rubio si è retto su uno spregiudicato uso politico della storia.
a) Ha utilizzato strumentalmente eventi lontani nel tempo per legittimare decisioni o ideologie attuali. Vale a dire che ha istituito una continuità storica tra un passato risalente a oltre 2500 anni fa, in Grecia, e il presente della nazione americana.
Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato dal Network per il socialismo, nel corso del quale sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo dei due autori, da un gruppo di lavoro di cui hanno fatto parte Ugo Boghetta, Marco Lang, Mimmo Porcaro, Alessandro Somma e Lanfranco Turci.
Il volume di Barba e Pivetti conclude una trilogia dedicata ai dogmi fondamentali della mondializzazione liberal-capitalistica, sui quali si fonda l’architettura europea: la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone. Nel contributo che segue, Massimo Pivetti ne presenta le tesi principali e le loro interconnessioni, soffermandosi, in particolare, su come la libera mobilità internazionale dei capitali svuoti di sostanza la sovranità democratica e ostacoli il perseguimento di politiche efficaci al servizio del lavoro e della giustizia sociale.
Pubblichiamo un’analisi di quanto accade in Francia dal 17 ottobre e, più in generale, del ciclo di lotte che attraversa il paese, con un’intervista a Houria Bouteldja, figura di riferimento del dibattito antirazzista e di cui DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (edizione originale Beaufs et barbares, La Fabrique éditions). Nel testo l’autrice affronta diversi temi: dalla composizione sociale delle mobilitazioni alle possibilità di ricomposizione tra i giovani delle banlieue e il proletariato bianco impoverito, dal rapporto con La France insoumise alle analogie e alle differenze con quanto sta emergendo in Italia. Complessivamente, un’importante riflessione sulle trasformazioni del conflitto sociale in entrambi i paesi.
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G.M.: Le immagini delle ultime mobilitazioni in Francia colpiscono per partecipazione, composizione e radicalità delle pratiche di piazza, che si inscrivono nella continuità del ciclo di conflitti che attraversa il paese da molti anni, pur sembrando superare una nuova soglia d’intensità. A quale tipo di mobilitazione abbiamo assistito? In che misura vi ritroviamo la storia delle rivolte delle banlieue, delle mobilitazioni degli studenti delle superiori e delle lotte degli ultimi anni? E quali elementi di novità avete individuato?
Quando l’Occidente ammanta di un velo di moralità la propria espansione geopolitica, presentandola di volta in volta come missione civilizzatrice, democratizzazione, intervento umanitario, difesa della libertà o promozione dello Stato di diritto, lo scarto abissale tra retorica e realtà genera inevitabilmente accuse di ipocrisia e di “doppi standard”.
Queste accuse, però, partono da un presupposto errato, quello secondo cui il sistema capitalistico occidentale possiederebbe un codice morale stabile che di tanto in tanto viene tradito. In realtà questo sistema opera secondo una logica ben diversa da quella valoriale. I valori non sono intesi come principi assoluti da rispettare, ma come strumenti contingenti da attivare o disattivare a seconda della convenienza strategica. Il sistema opera secondo criteri di utilità, efficacia e potere ed è su questo piano che va spostata la critica. Bisogna cioè chiedersi: utile per chi? Efficace a quale scopo? Per il potere di chi?
Spostare l’attenzione su queste domande significa mettere in discussione la teleologia stessa del sistema, il fine ultimo a cui tende, perché la conservazione e l’espansione del capitale, la riproduzione del potere di chi lo controlla e la perpetuazione di un ordine che concentra ricchezza e influenza rappresentano un fine intrinsecamente anti-sociale che, portato alle sue logiche ed estreme conseguenze, rivela la sua natura profondamente anti-umana.
Una volta riconosciuto che il sistema non persegue un orizzonte morale condiviso, ma un interesse particolare mascherato da interesse generale, diventa possibile giudicare non soltanto i mezzi impiegati, ma la legittimità del fine stesso. È a questo livello, vale a dire quello della direzione verso cui il sistema ci sta portando, che la critica deve concentrarsi.
Voglio partire da lontano, dalle radici filosofiche di una visione del mondo che dopo aver escluso il Divino come fondamento dell’ordine morale, e quindi la dimensione trascendentale, ha finito per mettere da parte anche l’Uomo, con la sua dignità, i suoi legami, la sua finitezza.

È ormai svelato il trucchetto dietro la pagina anomima « Movimento 17 ottobre » che ha tenuto in ansia giornali, questure, prefetture e governo in vista della giornata del 24 ottobre. Ieri abbiamo chiacchierato a lungo con delle ragazze minorenni prima che arrivasse l’onda giovanile a fine corteo dei cosiddetti antimperialisti sovranisti, che avevano indetto una manifestazione per « l’Italia fuori dalla guerra » con un comunicato che chiariva anche « l’obiettivo di tenere i maranza fuori dalla piazza ».
Queste ragazze stavano in diverse chat telegram dove rimbalzavano i possibili luoghi della protesta giovanile. Ma erano tutte piazze già note. Un tam tam che scorre su internet che esprime e raccoglie una necessità di mobilitarsi, rilanciando “news” e “fake news”. Così mentre stavamo lì abbiamo guardato insieme i possibili luoghi indicati sulle mappe, scartandole tutte decidendo di restare in quel fiacco fine corteo, sperando che forse ci trovavamo nel luogo più ovvio – tra la fine di Via Cavour e Largo Corrado Ricci. Dietro a queste mobilitazioni non c’era e non c’è una regia, non c’era e non c’è una rete organica. Non vi è un coordinamento per come lo immaginiamo noi prendendo spunto dalle forme del passato. Il movimento studentesco con le grandi assemblee nelle Università, dove si coagulano differenti tendenze politiche ideologiche, che poi se trovano la quadra scendono in piazza unitariamente, oppure in concorrenza tra loro. La sigla Movimento 17 ottobre non è un collettivo, un coordinamento, sarebbe come a dire che negli USA esiste il movimento degli spiderman antifascisti, ma si tratta solo di ragazzi che seguono un meme vestendosi così, un volto mascherato semplicemente colorato. Un giovane forse arabo o forse palestinese che per caso ha ideato un qualcosa che ha gettato in apprensione Prefetture e Questure. Ora si vantano di aver smantellato una rete, una organizzazione che in realtà non è mai esistita. Poi abbiamo saputo che il governo, la prefettura e i media hanno trovato un capro espiatorio, guarda caso un trentenne di origini marocchine, indicato come responsabile di tutte le malefatte, la mente a capo delle rivolte giovanili di questi giorni. La notizia rimbalzava proprio mentre eravamo in strada e ovviamente le varie chat informali dei giovani ne davano notizia.
Le elezioni di midterm del 3 novembre 2026 si preannunciano come un terremoto politico per gli Stati Uniti, con i sondaggi che stimano una pesante sconfitta per Donald Trump e il Partito Repubblicano. Una massiccia vittoria democratica cambierebbe gli equilibri al Congresso, sollevando enormi incognite sulla tenuta istituzionale del Paese e sul futuro dei mercati finanziari, oggi fortemente legati alla bolla dell’Intelligenza Artificiale. Alimentato da una profonda faglia generazionale e demografica, il voto determinerà non solo la linea economica interna, ma anche la traiettoria geopolitica statunitense nei conflitti in Ucraina e Iran, fino a ridefinire la guerra dei dazi e il primato tecnologico globale nella sfida strategica con la Cina. Da una prospettiva di sinistra radicale, tuttavia, questa tornata elettorale smette di essere una semplice competizione tra partiti per rivelarsi come il riflesso delle contraddizioni strutturali del capitalismo tardo-imperiale, dove l’instabilità politica è il sintomo visibile della crisi del modo di produzione e dell’egemonia globale statunitense.
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Il prossimo 3 novembre 2026, gli Stati Uniti affronteranno le elezioni di midterm (metà mandato presidenziale), un appuntamento che si preannuncia tra i più tesi e decisivi della storia recente. Tutti i sondaggi e i principali indicatori politici concordano su un punto: il Presidente Donald Trump e il Partito Repubblicano rischiano una pesante sconfitta elettorale. Lo scenario in evoluzione non riguarda solo il consueto “voto di punizione” di metà mandato, ma evidenzia uno smottamento politico più profondo. Perfino in alcuni Stati tradizionalmente “rossi” (repubblicani), i margini storici si stanno assottigliando, spingendo diversi analisti a considerare territori un tempo sicuri come parzialmente in bilico. Questa erosione del consenso repubblicano in roccaforti storiche del Sud e del Midwest è il segnale più evidente di una crescente stanchezza dell’elettorato moderato nei confronti della polarizzazione esasperata, un fattore che rischia di ridisegnare la geografia elettorale del Paese per i prossimi anni.
‘Se siamo riusciti a convincere milioni di persone a iniettare nei loro corpi e in quelli dei loro figli delle sostanze dalla natura e dagli effetti non rispondenti ai protocolli farmaceutici, potremo convincerli su tutto’. Qualcosa di analogo devono pensare le oligarchie dell’Unione Europea che stanno procedendo in modo implacabile a trasformare l’Europa in una compiuta società del controllo. Una tappa fondamentale di tale percorso è il cosiddetto Chat Control 1.0 che consente e anzi richiede alle piattaforme digitali di scansionare e conservare i messaggi privati di tutti i cittadini dell’Unione. Tale provvedimento è stato conseguito lacerando anche gli aspetti formali delle procedure elettorali. Dopo ben due bocciature nei mesi scorsi, il provvedimento è stato infatti ripresentato ‘con procedura d’urgenza’, la quale rende necessario il no di almeno 361 deputati europei. I no sono stati 314, i sì 276. Nonostante dunque la maggioranza dei deputati europei (persino dei deputati europei…) sia contraria, la legge distruttrice della riservatezza è passata lo stesso.
I deputati europei-italiani che hanno votato a favore del piano inclinato della dittatura appartengono per lo più a Forza Italia e al Partito Democratico, i due massimi organismi politici che in Italia sono nemici dei cittadini e dei loro diritti.
L’articolo 15 della Costituzione della Repubblica italiana recita: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge».
Il prezzo del gas in Europa continua la corsa al rialzo e sulla piazza di Amsterdam ha sfondato ieri la soglia dei 100 euro a megawattora salendo del 4,46% a 100,54 euro per scendere in serata sotto i 99 euro.
Molti analisti valutano che la crisi energetica rischia di venire aggravata dai possibili nuovi sviluppi bellici della guerra contro l’Iran, che potrebbe limitare ulteriormente le forniture di gas, insieme ai bassi livelli delle scorte europee e alla crescente domanda prevista nella stagione invernale.
Il prezzo del petrolio resta sopra i 100 dollari al barile ma pare oggi in lieve calo: il Brent è quotato 114 dollari al barile (-1,08%) mentre il Wti è sceso a 101,31 dollari.
Il ministro irlandese dell’Ambiente, Darragh O’Brien, della presidenza di turno Ue, ha espresso preoccupazione per i costi in crescita dell’energia. “Assistiamo a fluttuazioni dei costi letteralmente ogni giorno, ma i prezzi all’ingrosso ci inducono ora a prevedere ulteriori aumenti significativi”, ha affermato al suo arrivo al Consiglio Energia a Lussemburgo.
La ministra svedese dell’Energia, Ebba Busch, ha rilevato che “siamo alla seconda crisi energetica in quattro anni. E mi preoccupa molto che, a questo punto, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, ci limitiamo ancora a spostare la nostra dipendenza. Stiamo cioe’ mancando l’obiettivo di rendere l’Unione europea indipendente sul piano energetico, e stiamo passando dalla dipendenza dal gas russo a quella dal gas americano”.
In tempi di manovra di bilancio e in clima già ormai pre-elettorale la recente pubblicazione delle nuove stime del tax gapelaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto tracimare dalle acque di un dibattito politico stanco e ripetitivo il sempreverde tema dell’evasione fiscale.
Il tax gap, ovvero la differenza tra il gettito fiscale che si sarebbe raccolto se tutte le attività in essere fossero regolarmente registrate, e quello che effettivamente viene raccolto, è l’indice che misura l’evasione fiscale stimata. Quest’ultima include sia i mancati versamenti tributari (tasse e imposte) sia quelli contributivi (contributi sociali versati all’INPS).
Del resto, l’evasione è senza dubbio uno degli elementi più appariscenti delle numerose contraddizioni e storture del sistema fiscale italiano ed è il tipico tema che stimola discussioni molto accese e polarizzanti dove tuttavia tutte le parti coinvolte nascondono quasi sempre gli elementi fondamentali del contesto di sfondo.
L’evasione fiscale stimata in Italia ammontava secondo le stime del MEF e di ISTAT nel 2023 (ultimo dato disponibile) a circa 110-113 miliardi, un valore pari al 5,1%/5,3% del PIL. Tale ammontare viene calcolato a partire da una stima dell’economia sommersa ovvero quella parte di attività economiche legali ma volontariamente non registrate in tutto o in parte e che quindi non danno luogo (o danno luogo soltanto parzialmente) a versamenti tributari e contributivi. L’economia sommersa nel 2023 era stimata a circa 198 miliardi di euro pari al 9,2% del PIL.
Il 2 novembre si avvicina e i crisantemi vanno a ruba. Massimo rispetto per la Festa dei Morti e per la sua tradizione. Meno rispetto invece, politicamente parlando, per i morti viventi che vorrebbero tornare a camminare grazie ad un crisantemo molto particolare.
Avrete capito di chi stiamo parlando. Da una parte l’attuale dirigenza di Rifondazione Comunista, guidata dal segretario Maurizio Acerbo (Nomen omen); dall’altra il crisantemo d’Italia dell’era Covid, l’attuale senatore Andrea Crisanti.
Nei giorni scorsi, costui è passato dal Pd (chissà perché i “migliori” finiscono sempre lì) al Gruppo misto. Lo scopo? Creare una “componente” all’interno di quel gruppo, in modo di aiutare il Prc ad aggirare lo scoglio delle 6mila firme a collegio, quello che abbiamo definito come il golpe elettorale del governo Meloni.
Mossa lecita, si dirà allora. Certo, ma con un prezzo assai preciso, ben stampigliato nelle clausole dell’accordo: la definitiva perdita di ogni autonomia di Rifondazione Comunista rispetto a quel “Campo largo” atlantista e filo-Ue in cui andrà a collocarsi.
Intendiamoci, come già segnalato, la compravendita di parlamentari onde evitare il nodo delle firme non ha riguardato solo Crisanti e il Prc. Luca Sbardella e Manlio Messina sono passati da Fratelli d’Italia al Gruppo misto per consentire la presentazione della lista “Sud chiama Nord” di Cateno De Luca.
Mentre le forze dell'ordine fanno irruzione nei licei e fermano quattordicenni per due petardi, il Ministero della Difesa stacca un assegno da 3,7 miliardi per i blindati italo-tedeschi di Leonardo e Rheinmetall
“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.
In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini. Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.
A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano a una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.
I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?

Tra le forze che soggettivamente si ispirano a modelli di carattere socialista è in corso da tempo un dibattito vivace e conflittuale sul significato della “multipolarità” e sul ruolo del raggruppamento denominato BRICS. Coloro che esprimono un giudizio positivo sulla “multipolarità” valorizzano i BRICS e li considerano una tappa importante in direzione del socialismo. Questi apologeti dei BRICS dividono il mondo secondo uno schema binario basato sulla contrapposizione tra gli Stati Uniti e i loro alleati, da una parte, e i paesi che in varia misura si oppongono agli Stati Uniti, dall’altra. A volte caratterizzano tale schema come un conflitto tra il “Nord globale” e il “Sud globale”, a volte identificano gli antagonisti come “l’Occidente collettivo”.
I sostenitori della “multipolarità” nutrono la convinzione secondo cui, se i paesi che resistono agli Stati Uniti riuscissero a neutralizzare il predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati, allora si schiuderebbe per il mondo un avvenire pacifico e armonioso. Secondo i BRICS, infatti, non è il capitalismo che ostacola una pace duratura, ma solo le aspirazioni imperiali statunitensi. Di conseguenza, in questo utopico futuro, la cooperazione amichevole fra tutti gli Stati, fondata su transazioni economiche pacifiche, eque e reciprocamente vantaggiose, condotte all’insegna del principio definito dai leader cinesi come “win-win”, renderà il mondo più armonioso e più ospitale per tutti.
Tuttavia, la realtà storica ci insegna che, per quanto sia importante resistere al predominio e all’aggressività degli Stati Uniti, il declino della superpotenza o la sua sconfitta non metteranno fine all’imperialismo, finché il capitalismo monopolistico continuerà ad esistere. Del resto, è noto che nella storia dell’imperialismo dell’epoca moderna il declino di ogni grande potenza capitalista dominante ha generato l’ascesa di un’altra. La storia dell’imperialismo non ammette vuoti di potere, sicché, quando una potenza va incontro al suo declino e recede, altre potenze avanzano sulla scena mondiale a sfidarne il dominio globale. In tal modo si creano quelle condizioni che spesso portano, attraverso una serie di conflitti locali, regionali e continentali, ad una conflagrazione mondiale.
Incredibile a rifletterci solo un po’, ma c’è un diffuso sentimento di sorpresa (sulla stampa e in giro per il web), per il consenso ancora una volta raccolto dal genocida Netanyahu e per il suo vantaggio elettorale sul suo competitore, il criminale di guerra Eisenkot (autore della famigerata “dottrina Dahiya”). La sorpresa tradisce abbastanza fedelmente la difficoltà che l’europeo medio ancora incontra a fare i conti con la sconcertante realtà dello Stato di Israele, con il suo presente ed ancor più con il suo passato.
Il dispositivo mentale più comune, con cui l’europeo medio (soprattutto quello “colto”) prova a proteggere (a volte a blindare) la sua falsa coscienza, consiste nel raccontare a se stesso che si tratta di una “deriva”: brutta e raccapricciante, senza dubbio, ma pur sempre una “deriva”, una momentanea deviazione dal luminoso percorso del sionismo iniziato più di un secolo fa (e dunque sempre a tempo per ritornare sulla retta via).
Decenni di storiografia e di scienza sociali ci hanno aiutato a comprendere una storia un po’ diversa.
Col tempo, però, molto lentamente, non serviranno più le lauree e i PhD in “Colonial and Post-Colonial Studies” per capire una realtà elementare: basterà il puro e semplice buon senso a riconoscere che non poteva non finire così; che non poteva andare diversamente da come poi è effettivamente andato. L’ovulo del sionismo, fecondato dal colonialismo e dal razzismo europei, avrebbe generato la creatura destinata a infliggere un secolo di disumane sventure e di tormenti senza fine alle popolazioni native, la cui stessa esistenza era stata negata, sin dal principio, dal macabro adagio che accompagnò l’avventura e la promessa del sionismo: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.
Pur all’interno dei limiti appena segnalati, fa una certa impressione osservare come i dubbi comincino ad insinuarsi anche nelle menti dei custodi più gelosi dello Stato di Israele: in particolare di coloro che devono constatare quanto lontana si sia spinta nei fatti la terrificante “deriva” dello Stato genocida e quanto scarse siano le tracce che quel percorso ha lasciato sulla trama della coscienza pubblica.
Il caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.
Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale
Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.
È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.
Il trionfo della Studentska lista: il primo capitolo di una contesa ben più profonda
Le cronache della stampa borghese internazionale si sono affrettate a utilizzare i loro soliti stampini concettuali per spiegare la giornata elettorale del 25 ottobre nella Repubblica di Serbia. Per le cancellerie occidentali e i grandi conglomerati mediatici, il netto trionfo della Studentska lista (Lista degli Studenti) — che ha ottenuto oltre il 52% dei suffragi e una comoda maggioranza assoluta di 140 seggi nell'Assemblea Nazionale — rappresenta una semplice “rivoluzione democratica” o l'inevitabile inclinazione di una nazione balcanica verso il modello di governance dell'Unione Europea. Questa lettura trascura deliberatamente le condizioni materiali della lotta di classe, omette la genesi della protesta sociale e occulta i feroci appetiti geopolitici che si contendono l'egemonia nella Penisola Balcanica.
Vale ricordare le coordinate basilari di questo scenario: sebbene la Serbia si trovi fisicamente racchiusa nel cuore del continente europeo, nella regione strategica dei Balcani occidentali, essa opera fermamente al di fuori dell'architettura istituzionale dell'Unione Europea e dell'eurozona, nonostante si trascini da anni la condizione formale di paese candidato. Questa periferia subordinata la rende un terreno di scontro conteso dal capitale transanzionale e dalle direttive della NATO, il cui sfondo storico rimanda direttamente allo smantellamento programmato della vecchia federazione jugoslava.
Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.
Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.
A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.
Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia.
Roberto Fineschi, A tu per tu con Il capitale, Laterza, 2026, pp. 184. 18€
Roberto Fineschi è uno studioso che da più di due decenni ha dedicato i suoi lavori a Marx. In particolare, Fineschi ha messo a più riprese in rilievo l’importanza della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (la “seconda” Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota con l’acronimo di MEGA2, la cui pubblicazione, ancora in corso, è iniziata nel 1975) nel far emergere una nuova lettura di Marx, al di là delle vecchie formule dottrinarie ancora diffusa nel senso comune. In effetti, se c’è un classico del pensiero che, per usare una celebre espressione hegeliana, è “noto, ma non conosciuto”, quello è proprio Marx: “classe”, “capitale”, “ideologia”, “materialismo storico”, ecc. sono categorie diffuse nella galassia dei marxismi, ma spesso assunte in maniera dogmatica, per non dire feticistica (come se fossero formule magiche in grado di evocare soluzioni semplici per un presente quanto mai complesso).
In questo modo, però, si finisce per elidere uno degli aspetti che, in base a quanto testimoniato dai materiali messi a disposizione dalla MEGA2, caratterizza la teoria di Marx, e cioè la sua natura problematizzante. Per più di trent’anni (dal suo trasferimento a Londra nel 1850 fino alla sua morte, nel 1883), Marx ha lavorato per districare ed esporre in maniera adeguata (scientifica) la realtà del modo di produzione capitalistico e le forme della sua riproduzione.
Il saccheggio come pratica di rifiuto per il rifiuto. Minorenni mettono in piazza la loro condizione di privazione, di esclusione, di ghettizzazione. La politica si occupa di loro solo come oggetto della fabbrica inesauribile del diritto penale
Non solo il capitale si presenta come una immane raccolta di merci, ma dalle vetrine, diceva Marx, le offerte più accattivanti per farsi notare, con una civettuola complicità, ti fanno l’occhiolino perché vogliono indurti in tentazione. Nel cellulare, che è la finestra principale dello stare nel mondo, è ormai diventata un’impresa proibitiva quella di muoversi tra inserzioni pubblicitarie infinite e ovunque infiltrate. Con una imposizione irresistibile a essere guardate, inondano ogni contenuto informativo, che intendi penetrare. La parola, che vanamente insegui cliccando, è affogata nelle trappole del prodotto commerciale, che in assetto imperiale resiste a ogni volontà di saltarlo per andare diritti alla frase.
Quando tutto ciò che ti circonda è ridotto sempre più sfacciatamente a merce, il denaro è la sola grammatica che ti consente di decifrare il linguaggio delle cose e afferrare il senso dei rapporti. Dopo aver delocalizzato la produzione in Asia per occultare il soggetto del rapporto di produzione, la città si presenta ovunque solo come un infinito non-luogo del consumo. Esaurita la fase per cui la ristrettezza del salario veniva surrogata dalle agenzie del prestito facile, arduo è diventata l’impresa di trovare il mediatore tra le tue disponibilità effettive e il desiderio di beni, in ogni istante stuzzicato dai cinici esperti in marketing, che vendono prodotti e servizi come pregiudizievole condizione del riconoscimento.
Il piano disperato dell'UE per costringere il mondo alla guerra totale
Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell'area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l'evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.
Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l'obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l'unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire "Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull'energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.
Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all'intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti
Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.
Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare ad altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente?
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