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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein
di Fabrizio Casari
Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.
Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.
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Il delirio irrealizzabile dell'impero: spegnere una civiltà
di Pasquale Liguori
Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.
L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.
Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.
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Epstein-mania, ovvero il madornale errore della controinformazione
di Alessio Mannino
Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.
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Il sovranismo autocoloniale
di comidad
Ha suscitato imbarazzo il fatto che all’ultima conferenza per la sicurezza di Monaco il segretario di Stato USA, Marco Rubio, abbia riciclato il concetto di colonialismo indicandolo come valore da recuperare. A parte le ovvie considerazioni sull’inconsistenza di Rubio (un personaggio degno di nota solo per essere cognato di un narcotrafficante), va anche detto che, al di là delle ipocrisie ufficiali, il colonialismo non è mai tramontato. Sono state in parte superate le forme dirette di colonialismo, però con la rilevantissima eccezione della colonia sionista in Medio Oriente. Il colonialismo di stampo ottocentesco è stato in gran parte superato non per eccesso di bontà da parte occidentale, come vorrebbe far credere Rubio, bensì a causa del costo eccessivo che comporta l’occupazione dei territori.
Lo stesso concetto di “Occidente” non è altro che un eufemismo che sta a indicare il suprematismo e il colonialismo delle tribù bianche su quelle di colore. C’è una tendenza a “sinistra” a immaginarsi un occidentalismo scevro da implicazioni razziste e colonialiste, ma purtroppo non si può maneggiare il concetto di Occidente senza prendersi tutto il pacchetto. Si è avuto un ulteriore riscontro di questa concezione suprematista e tribale nel 2011, quando Rossana Rossanda ci informò che, non potendo essere considerato nostro amico, Gheddafi andava eliminato.
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Orwell, l'Europa e l'Iran
di Lavinia Marchetti*
Il linguaggio politico corrente assume forme perfettamente orwelliane. Come scriveva Orwell, «il linguaggio politico è fatto per far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’omicidio». Nelle piazze d’Italia alcuni pacifisti sostengono che l’intervento occidentale «non è una guerra, è un aiuto militare per abbattere una dittatura», sostegno armato giustificato come liberazione. Questa frase speculare illustra esattamente il meccanismo di cui Orwell parlava: trasformare i piani di conquista in atti di “liberazione” e ribaltare così la verità a favore dei padroni del discorso.
𝐏𝐑𝐎𝐕𝐀𝐓𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐔𝐍 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐎 𝐀 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐀𝐑𝐄 𝐒𝐄 𝐔𝐍 𝐌𝐈𝐒𝐒𝐈𝐋𝐄 𝐈𝐑𝐀𝐍𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐂𝐎𝐋𝐏𝐈𝐓𝐎 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐈𝐒𝐑𝐀𝐄𝐋𝐈𝐀𝐍𝐀 𝐄 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐔𝐂𝐂𝐈𝐒𝐎 𝟏𝟔𝟎 𝐁𝐀𝐌𝐁𝐈𝐍𝐄.
Quando gli USA e Israele bombardano, la notizia è trattata come legittima difesa. le loro vittime non hanno nome, le loro distruzioni quasi scompaiono. Ma quando un Paese aggredito risponde nel rispetto del diritto internazionale, scatta la caccia all’“escalation”. Ad esempio, mentre a Teheran scendono in piazza migliaia di persone per gridare «morte a USA e Israele», manifestazione di popolo gigantesca ignorata dai media occidentali , la televisione mostra prevalentemente un pugno di esuli che invocano il “regime change” sotto le bombe. In altre parole, i cittadini iraniani che appoggiano la resistenza al loro governo tornano invisibili, mentre pochi oppositori in Italia o altrove rimbalzano come un “contro-potere”. Questo ribaltamento mediale annulla ogni distinzione tra aggressore e aggredito. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto nel conflitto russo-ucraino.
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Le nuove geometrie dell’imperialismo
Riflessioni su alcune idee di Emilio Quadrelli
di Jacques Bonhomme
Inglés, ricordi? Dicevi che la civiltà è dei bianchi.
Ma quale civiltà? E fino a quando?
F. Solinas, G. Pontecorvo, Queimada.
1. Un’autocritica
La parabola recente delle vicende palestinesi ha scoperchiato la pentola dei nuovi disciplinamenti capitalistici dell’Occidente, cresciuti nel segno della riorganizzazione post-fordista del ciclo produttivo e distribuiti capillarmente nella società attraverso le bio-politiche neoliberali, con la loro modulazione antropologica di premi e castighi. L’economia di guerra che ci sta stringendo nella sua morsa, è stata da decenni la “legge bronzea” della riorganizzazione neoliberale della “formazione economico-sociale” capitalistica, una riorganizzazione che sottomettendo legislativamente i bisogni al successo e la socialità alla punizione, faceva della condizione emergenziale lo strumento amministrativo per affrontare le instabilità e i ristagni catastrofici dell’accumulazione del capitale. Quest’ultima, come sappiamo, da circa un secolo e mezzo, ha assunto le forme economiche, politiche e militari dell’imperialismo, studiate a fondo da una vasta letteratura scientifica, non soltanto marxista. Il nesso storico è indubbiamente oggettivo e irrefutabile, ma nelle lotte sociali in Occidente, e in particolare in Italia, questo nesso è emerso pienamente soltanto dopo che la sollevazione rivoluzionaria del popolo palestinese contro la lunga occupazione coloniale sionista della Palestina ha contrapposto platealmente la dimensione tutta occidentale del genocidio eseguito dalla mano israeliana, alla tenacia, al radicamento e alla combattività della Resistenza armata dei palestinesi, tra le macerie e nelle carceri di Israele.
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Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie!
di Alberto Bradanini
Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.
Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.
La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.
La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.
Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.
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Il problema dell’oggettività in meccanica quantistica fra realismo e soggettivismo
di Eros Barone
La natura delle cose ama celarsi.
Eraclito, frammento 123
Come sa chiunque si interessi a questo argomento, il problema dell’oggettività occupa un posto centrale nella meccanica quantistica (d’ora in avanti MQ) a causa della portata storica e attuale che caratterizza tale teoria sia dal punto di vista filosofico che da quello scientifico. La relazione da cui occorre prendere le mosse nella disamina di questa tematica è quindi quella che intercede fra il soggetto e l’oggetto, e la domanda, per così dire protologica, che va formulata è la seguente: che cos’è l’oggetto?
1. L’oggetto in un mondo diviso
L’oggetto è ciò che si trova di fronte al soggetto: ha quindi un’esistenza e delle proprietà indipendenti dal soggetto. Questa definizione non gode di un consenso universale ed è ben noto il dibattito sul concetto di oggettività. Di certo, oggi il problema è più complesso di quanto non apparisse quando, nella prima età moderna (per tacere dell’antichità e del medioevo), gli oggetti microscopici erano identificati con le particelle compatte, dure e prive di struttura della fisica meccanicistica. Combattendo, sulle orme di Berkeley, 1 questa concezione materialista, Heisenberg arriverà alla conclusione che «gli atomi e le particelle elementari non sono reali» e che «essi formano un mondo di potenzialità o di possibilità piuttosto che un mondo di cose o di avvenimenti». Sennonché, non potendo trincerarsi in un mondo di pure potenzialità per spiegare i fenomeni analizzati dalla fisica classica, fu costretto ad ammettere, secondo una logica piuttosto incoerente, che almeno gli oggetti macroscopici avessero un’esistenza oggettiva.2
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Perché la Cina non interviene per fermare la guerra degli USA contro l'Iran?
di Brian Berletic
In qualche modo questa è una domanda che la gente si pone ancora, quindi ve la spiegherò.
1. L'esercito cinese è stato concepito per difendere la Cina all'interno e lungo i suoi confini da un massiccio e crescente rafforzamento militare statunitense lungo le sue periferie, in atto da decenni.
Le sue forze sono organizzate attorno a un hardware progettato specificamente per questo scopo, non per proiettare potenza militare in tutto il mondo come fanno gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti hanno queste capacità perché hanno un esercito aggressore, non per la difesa nazionale.
La Cina non ha letteralmente la capacità di proiettare la potenza militare necessaria per affrontare e fermare con successo una guerra di aggressione su vasta scala degli Stati Uniti dall'altra parte del pianeta con le capacità di difesa nazionale di cui dispone;
2. Per scatenare questa guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno impiegato decenni a costruire una rete di basi globali e regionali, reti logistiche, depositi di munizioni, depositi di carburante, capacità di difesa aerea integrate regionali ecc. per prima cosa circondare l'Iran e poi attaccarlo.
Per fermare tutto questo, la Cina dovrebbe creare una rete uguale o più grande in tutta la regione, ma questo semplicemente non è possibile;
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Il crollo del diritto internazionale: perché l'attacco all'Iran segna il punto di non ritorno
di Michele Blanco
La totale ingiustificata assenza di reali reazioni all'aggressione militare con vittime civili e circa 100 bambine di una scuola elementare, da parte di Stati che operano contro ogni principio di diritto internazionale come sono Israele e gli Stati Uniti d'America, purtroppo che da ora in poi sarà legittima ogni altra terribile violazione. Prossimamente probabilmente si avranno l’invasione cinese di Taiwan e poi l'invasione degli statunitensi a Cuba che ci provano dall' invasione della baia dei Porci del 1961 con il fallito tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro a Cuba, messo in atto dalla CIA degli Stati Uniti d'America.
Ovviamente non è valida in nessun modo la vecchia e strausata scusa di "esportare la democrazia", anzi, se ci riescono, vogliono insediare al potere il figlio dell'ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L'ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo "regno" ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall'uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l'opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.
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E’ ancora il 1948. Per tutta la regione, e per Israele e Palestina
di Paola Caridi
E così è cominciata. È cominciata la guerra del 2026. Mentre è in corso un genocidio a Gaza, e la comunità internazionale è nel mezzo di una trasformazione del suo “ordine globale” che sta sovvertendo il sistema di regole. È come se avessimo messo in archivio la seconda guerra mondiale, il modello da non ripetere e da cui affrancarci.
È troppo apocalittico? Non credo. La guerra del 2026 non è certo il primo confronto armato tra Israele e Iran in questo tempo di genocidio, ma la sua misura e la sua grandezza sono già diverse. Entrambi i paesi lo definiscono, in modo antagonistico, nello stesso modo: una “minaccia esistenziale”. È la ragione addotta da Netanyahu nella sua dichiarazione di guerra contro l’Iran (è ora di chiamare le cose con il loro nome). Ed è quello che il regime iraniano ripete da giorni: un attacco da parte di Israele, a cui sono subito aggregati gli Stati Uniti, è considerato dall’Iran una minaccia esistenziale che pone le basi militari statunitensi nella regione come primo bersaglio. E così è stato. Missili iraniani non sono stati lanciati solo verso Israele, e la Giordania stavolta afferma di aver fermato due missili balistici diretti sul suo territorio. Sotto un primo attacco sono le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq. L’inizio di una guerra regionale, in cui le differenze anche profonde tra i paesi arabi nei confronti di Israele, Palestina, e genocidio a Gaza, si annullano nell’attacco israeliano-statunitense all’Iran. E’ persino oltre l’invasione e disarticolazione dell’Iraq cominciata nel 2003, la prima tappa della trasformazione dell’Asia sud-occidentale (il vecchio, coloniale Medio Oriente).
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Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio
di Francesco Bugli
L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.
Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.
Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.
È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.
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I mostri in attesa del nuovo mondo che tarda a venire
di Carla Filosa
La cultura del nostro tempo, quella della narrazione di un “dover essere che non è”, affonda sempre più le sue radici nella propaganda dei miti e riti di un passato mai trascorso del tutto, perché mai analizzato politicamente fino in fondo, e che nel ventennio prebellico si è articolato con un centinaio di parole ripetendo le stesse formule. Un Gaetano Salvemini poteva esser chiamato “ceffo” – tanto per un rapidissimo esempio – e nell’età dei cosiddetti totalitarismi in cui vigeva “l’organizzazione intellettuale degli odî politici” si è elevata la politica a religione[1][2]. Il linguaggio, da allora, doveva puntare alla semplificazione, alla riduzione della complessità del reale, peraltro ineliminabile, soggiogando gli individui attraverso un processo ipnotico disposto sui piani emozionali e a esclusione di quelli razionali. Tutto ormai noto, e in quanto tale mai conosciuto a fondo.
Attualmente abbiamo un ministro della Giustizia che si permette di travisare ogni parola ostile ai suoi obiettivi di vittoria politica, e che ultimamente ha definito “paramafioso” un Csm di cui è capo il Presidente della Repubblica, implicitamente recando offesa alla persona e denigrando l’Istituzione, che Mattarella ha successivamente prontamente difeso. Tanta sensibilità e onestà intellettuale del ministro si è resa evidente e stabile nello scendere l’altro bieco gradino in cui ha tentato di trascinare una vecchia denuncia di un magistrato autorevole come Di Matteo nel tranello di voto per il Sì, dato che nel 2019 questi aveva presentato la sua candidatura al Csm, definendo in tutt’altra accezione la “degenerazione del correntismo”.
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Guerra e bugie sorelle gemelle
Board of peace (war) per tutti
di Fulvio Grimaldi

In guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza di bugie (Winston Churchill)
Far fuori l’Iran, costi quel che costi
Al momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.
Questo tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il migliore amico di Israele”.
Non è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico, non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della nazione.
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La fine dell’Unione europea non è un progetto politico: è un destino ineluttabile
di Alessandro Somma
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”[1].
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche[2].
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Donald Trump sta cercando una via d’uscita?
di Larry C. Johnson
L’attacco decapitante sferrato sabato da Israele e Stati Uniti ha ucciso l’Ayatollah Khamenei mentre, secondo quanto riferito, era in riunione con alti ufficiali dell’esercito iraniano. L’attacco israeliano è stato una fortunata coincidenza o una trappola deliberatamente pianificata? Gli Stati Uniti avevano inviato un messaggio a Khamenei per un incontro volto a discutere una proposta americana in preparazione della riunione prevista per lunedì – ora annullata – a Ginevra? Qualunque cosa abbia riunito questi alti funzionari iraniani, [la loro uccisione] è stata una vittoria di Pirro per l’Occidente e i suoi padroni sionisti. La morte di Khamenei non ha spinto gli oppositori iraniani della Repubblica Islamica a riversarsi nelle strade di Teheran per chiedere la cacciata dei mullah. No, l’attacco ha spinto il popolo iraniano a chiedere senza esitazione la continuazione del governo dei mullah.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Donald Trump sta facendo affermazioni esagerate sui successi militari statunitensi; in pratica uccidere degli iraniani. Tuttavia, ci sono nuove notizie che suggeriscono che Trump sarebbe in preda al panico e alla ricerca di un modo per dichiarare vittoria e uscire dalla guerra. Donald Trump ha chiesto all’Italia di mediare o fungere da tramite per proporre un cessate il fuoco immediato con l’Iran, a seguito dei recenti attacchi militari statunitensi e israeliani contro obiettivi iraniani (tra cui la presunta uccisione della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei alla fine di febbraio 2026).
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La guerra statunitense contro l'Iran
di Michael Hudson - Sovereignista
Venerdì scorso il mediatore dei negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran in Oman, il ministro degli Esteri di quel Paese Badr Albusaidi, ha svelato la finta pretesa del presidente Trump di minacciare la guerra con l'Iran perché aveva rifiutato le sue richieste di rinunciare a quella che lui sosteneva essere la sua spinta a costruire una propria bomba atomica. Il ministro degli esteri omanita ha spiegato su “Face the Nation” dell’emittente CBS che il team iraniano aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e aveva offerto una "verifica completa e completa da parte dell'AIEA".
Questa nuova concessione fu "una svolta mai raggiunta prima. E penso che se riusciamo a catturare questo e costruirci sopra, credo che un accordo sia a portata di mano" per raggiungere "un accordo secondo cui l'Iran non avrà mai, mai un materiale nucleare che possa creare una bomba. Penso che questo sia un grande traguardo."
Sottolineando che questa svolta "è stata fortemente trascurata dai media", ha sottolineato che chiedere "zero stockstock" andava ben oltre quanto negoziato durante l'amministrazione Obama, perché "se non si può accumulare materiale arricchito, allora non c'è modo di creare una bomba".
L'Ayatollah Ali Khamenei – che aveva già emesso una fatwa contro qualsiasi cosa del genere e aveva ripetuto questa posizione anno dopo anno – ha convocato i leader sciiti e il capo militare iraniano per discutere la ratifica dell'accordo che prevedeva la cessione del controllo dell'uranio arricchito per prevenire la guerra.
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Decapitare stanca
di Francesco Piccioni
“Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.
Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino a un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.
Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).
Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.
La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso in-credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.
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IN AGGIORNAMENTO. Iran: 787 morti per gli attacchi di USA e Israele. Tel Aviv occupa territori in Libano
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 13:00 Un riepilogo degli sviluppi recenti
- Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, afferma che i nemici dell'Iran "devono fermare la guerra" e invita la comunità internazionale "ad assumersi le proprie responsabilità prima che sia troppo tardi". Avverte che il processo avviato "presto travolgerà l'Europa".
- L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato, sulla base delle ultime immagini satellitari, "alcuni recenti danni agli edifici d'ingresso" dell'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio di Natanz in Iran, aggiungendo che non era previsto alcun impatto radiologico e che non è stato rilevato alcun impatto aggiuntivo.
- Israele ha ordinato alle sue forze di avanzare e conquistare posizioni nel Libano meridionale, in seguito al precedente accumulo di truppe in quella zona, spingendo l'esercito libanese a ritirarsi dalla zona di confine.
- Almeno 30.000 sfollati hanno cercato protezione nei rifugi in Libano da quando, lunedì, sono iniziate le ostilità tra Israele e Hezbollah, afferma l'UNHCR.
- L'Iran ha celebrato una cerimonia funebre di massa per le 165 persone uccise in un attacco israelo-americano contro una scuola nella città meridionale di Minab.
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L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”
di Fabrizio Bertolami
Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org
E alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.
Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.
La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.
La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.
Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.
Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.
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L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
di Andrea Zhok
Esultano per un assassinio credendo nella libertà. Ignorano struttura, consenso e martirio. Scambiano geopolitica per videogame. Il risultato? Odio consolidato, vendetta inevitabile, caos permanente spacciato per emancipazione democratica
Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:
“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.
Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.
Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.
Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)
Ma passiamo oltre.
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I perché non detti dell'aggressione USA contro l'Iran
di Domenico Moro
Trump era stato eletto a fine 2024 anche perché aveva promesso a un elettorato stanco delle guerre in cui gli Usa si sono trovati impantanati per decenni che non avrebbe coinvolto il paese in nuove guerre. Tanto meno avrebbe coinvolto gli Usa in una guerra in Medio Oriente, che, in base a quanto esplicitato a novembre 2025 nella National Security Strategy, non avrebbe più dovuto occupare un ruolo centrale nella politica estera statunitense, dal momento che gli Usa sono diventati un esportatore netto di energia e non hanno più bisogno di rifornirsi all’estero di petrolio.
Quali sono, dunque, le ragioni dell’aggressione statunitense, condotta insieme con Israele, contro l’Iran? Certamente tra le ragioni non c’è la volontà di appoggiare il popolo iraniano contro il regime in carica, anche se Trump e Netanyahu vi hanno fatto riferimento più volte. Invece, alla base della guerra ci sono soprattutto gli interessi economici e politici degli Usa. In particolare, si tratta di una guerra voluta dal settore economico dominante negli Usa, qualunque ne sia l’amministrazione, il capitale finanziario. Questa guerra, quindi, rientra nel tentativo degli Usa di contrastare la loro decadenza, mantenendo la loro sfera d’influenza in Medio Oriente.
La ragione del mantenimento della sfera d’influenza americana in Medio Oriente, deriva proprio dal fatto che quest’area è la maggiore fonte delle materie prime più importanti, quelle energetiche. Infatti, il Medio Oriente ha le maggiori riserve di petrolio, pari a 871 miliardi di barili, precedendo l’America Latina con 344 miliardi e l’Africa con 119 miliardi.
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IN AGGIORNAMENTO. Larijani: “Non negozieremo con gli Stati Uniti”. Israele uccide decine di persone in Libano
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 09.30 Il Regno Unito si prepara a evacuare i suoi cittadini dal Medio Oriente
Il Regno Unito sta istituendo sistemi di supporto per aiutare a evacuare i suoi cittadini dal Medio Oriente, con circa 300.000 persone che hanno registrato la loro presenza nella regione, afferma il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper.
"Stiamo valutando un'ampia gamma di opzioni, collaborando in modo cruciale con il settore turistico e con il governo per l'evacuazione, se necessario", ha detto Cooper all'emittente Sky News.
Il governo britannico voleva che lo spazio aereo venisse riaperto e stava inviando squadre di pronto intervento nella regione per collaborare con il settore turistico, ha affermato.
Ore 08:30 L'ambasciata americana in Kuwait mette in guardia dalle minacce missilistiche e dei droni
L'ambasciata statunitense in Kuwait afferma che esiste una "minaccia continua di attacchi missilistici e UAV" sul Paese.
"L'ambasciata statunitense in Kuwait esorta i cittadini statunitensi in Kuwait a rifugiarsi sul posto, a rivedere i piani di sicurezza in caso di attacco e a rimanere vigili in caso di ulteriori attacchi futuri", ha affermato in una nota.
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La guerra si allarga ogni ora che passa
di Redazione Contropiano
Per seguire ciò che sta avvenendo è meglio lasciar perdere quel che Trump dice (parla continuamente, per sommergere i fatti sotto la propria voce, certo che il sistema dei media abboccherà come sempre).
Se si può alternare, nel giro di pochi minuti, affermazioni come “La nuova leadership iraniana vuole parlare e ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, oppure “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti” (quindi non ci sarebbe nessuno con cui parlare, giusto?), per aggiungere poi che operazione in Iran potrebbe durare “quattro settimane o meno”… vuol dire che non c’è nulla di attendibile da registrare. Starlo a sentire è come, per un missile antiaereo, seguire i flares che un caccia semina per non essere colpito.
Parliamo delle cose certe.
Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha smentito che il governo di Tehran abbia chiesto di riaprire un negoziato. E ha sottolineato molto chiaramente due cose: I’Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti e che in questo momento l’Iran sta solo difendendo se stesso. Ha anche aggiunto che le forze armate del suo Paese non hanno dato inizio a questa guerra.
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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
di Corrado Cirio
Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici
L’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale
La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.
Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.
Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.
Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.
Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Antonio Martone: Giovani d’oggi
Carlo Formenti: Diritto internazionale? Non fatemi ridere!
comidad: Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch
Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"
Alessio Mannino: Il Manifesto di Ventotene è una ca***a pazzesca
Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."
Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!
Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro
Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?
Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre
Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno
Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco
comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Lavinia Marchetti: Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso
Massimo Zucchetti: Grazie, Volodymir Zelensky!
Andrea Zhok: Vogliamo lasciarci alle spalle la vicenda pandemica?
Barbara Spinelli: La follia bellica Ue e l’arma di Čechov
Giorgio Agamben: Il medioevo prossimo venturo
Ilan Pappé: Sul panico morale e il coraggio di parlare
Marco Della Luna: Trump al ballo dei vampiri
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto






































