
Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.










Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.
1. Introduzione



In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes





































