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Rubio: il nuovo corso imperialistico USA, figlio di ignoranza storica

di Cristina Quintavalla

Il discorso di Marco Rubio, segretario di Stato statunitense, tenuto sulla collina della Pnice ad Atene, dove si riuniva l’ecclesia, l’istituzione della democrazia, ha segnato la linea spartiacque tra la retorica narrazione della democrazia (occidentale), che prometteva la felicità, il progresso, la pace, la libertà in un quadro di Stato di diritto, e l’esplicita ammissione dell’avvento di un nuovo corso della storia («siamo a un punto di svolta nella storia dell’intera civiltà»), oligarchico e violento, agito da una classe di conquistatori e predatori naturalmente bianchi e ricchi, destinati a dominare sull’intero pianeta.

È stata tolta la maschera senza remore né pudore alcuno.

Il discorso di un potenziale futuro presidente, per l’assoluta gravità delle sue affermazioni, merita di essere analizzato nel dettaglio. Cosa emerge?

In primo luogo, è necessario sottolineare un’imprescindibile considerazione di metodologia storiografica: il discorso di Rubio si è retto su uno spregiudicato uso politico della storia.

a) Ha utilizzato strumentalmente eventi lontani nel tempo per legittimare decisioni o ideologie attuali. Vale a dire che ha istituito una continuità storica tra un passato risalente a oltre 2500 anni fa, in Grecia, e il presente della nazione americana.

Gli americani sarebbero «i pronipoti degli antichi greci», i loro «successori».

Una continuità biologica, culturale e politica allo stesso tempo, tale da presumere di cancellare l’alterità del passato. Ora, è un’acquisizione da prima liceo quella secondo cui il passato è altro, le epoche storiche precedenti sono radicalmente «altre» e diverse rispetto al nostro presente, per i costumi, le strutture mentali, i valori, il modo di concepire la vita, i rapporti, l’arte, la politica. Un’alterità talmente irriducibile che, se non viene presupposta nello studio del passato, impedisce di vederne l’originalità.

Ha fatto, peraltro, di valori o credenze contemporanee, acquisiti nella storia e nel mondo degli USA, delle certezze universali, sempre valide in ogni tempo e spazio.

b) Ha citato riferimenti, concezioni e valori, isolandoli completamente dal contesto in cui sono stati espressi, per distorcerne il significato.

Poiché la tesi di fondo era mostrare che «conoscere loro è conoscere noi stessi», ha fatto strumentali riferimenti a ciò che gli antichi greci avrebbero in comune con i loro pronipoti americani di oggi:

  • L’ambizione implacabile e la fiera individualità:

Qui ad Atene abbiamo trovato tutti i tratti essenziali per definire l’Occidente: fiera individualità e ambizione implacabile, audace esplorazione… insofferenza verso tutti i confini, verso tutti i limiti…

  • La ricerca dell’eccellenza:

Per i greci dell’antichità la ricerca dell’eccellenza era il principio stesso dell’esistenza umana.

  • La vita come agone per superare gli altri e lotta dei migliori per il dominio.

Dalla ricerca dell’eccellenza da parte degli antichi greci discenderebbe il diritto dei loro «discendenti», i nuovi individui eccellenti, di primeggiare, prevalere, predominare, distinguersi, invertendo la tendenza impostasi negli ultimi decenni all’interno del mondo occidentale di puntare al basso:

Troppo spesso di questi tempi costruiamo verso il basso… gli uomini che costruivano il Partenone puntavano verso l’alto. Credevano che l’aspirazione migliore fosse di superare gli altri.

Ed ecco la conclusione cui Rubio voleva giungere:

Ci preoccupiamo più del comfort dei meno capaci che del potenziale dei migliori. Teniamo in ostaggio le eccellenze tra noi per favorire la media, l’ordinario, la mediocrità.

Le eccellenze, liberate dai lacci e laccioli della solidarietà, del riconoscimento del diritto di tutti/e al «pieno sviluppo della loro personalità», degli obblighi di uno Stato democratico «di rimuovere gli ostacoli» di ordine economico e sociale che impediscono a tutti e a ciascuno di realizzare se stessi, faranno strame dell’impianto solidaristico delle Costituzioni impostesi sulle rovine della guerra e degli orrori nazifascisti, per le quali la nuova frontiera non era dettata dalla conquista, dall’asservimento e dal soggiogamento di interi popoli, dalla schiavitù, dall’«arricchitevi!», ma dall’uguaglianza, che addirittura limitava il diritto dei più forti.

I nuovi eccellenti non avranno solidarietà, né pietà, né accettazione, né accoglienza nemmeno di coloro che sono mediocri, figuriamoci di coloro che sono perdenti, inferiori, senza valore.

La città greca era un’arena dove grandi uomini potevano mettersi alla prova… affinare il loro potenziale attraverso una lotta perenne, per essere i migliori, i più forti, i più belli…

  • Il rischio della decadenza del mondo occidentale troppo infiacchito.

Si prospetta addirittura la decadenza per quella parte di Occidente che rinunci alla sua forza combattiva, alla «volontà di combattere, di lottare, di sopravvivere»…

Oggi gran parte dell’Occidente ha dimenticato questa qualità. Nel tempo, noi in Occidente abbiamo iniziato a vergognarci di ciò che ci rendeva eccezionali. Ci siamo sentiti in imbarazzo perché i nostri risultati ci distinguevano dal resto del mondo. La nostra prosperità è diventata in qualche modo fonte di colpa…

  • Il ruolo-guida dell’Occidente.

Dice infatti Rubio, senza eufemismi, che il rischio è che «l’Occidente perda il suo ruolo di guida» dell’umanità.

Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, condannato la nostra storia e in troppi luoghi insegnato ai nostri figli a vergognarsi del Paese che avrebbero ereditato… Nel processo abbiamo aperto i confini… permesso alle nostre forze armate di appassire… esternalizzato la nostra sovranità, trasferendo le decisioni a burocrazie globali ben oltre il nostro controllo.

Questa delirante presunzione di superiorità di un popolo, di una razza, di una nazione è un topos che viene sempre brandito per giustificare coloro che fanno dell’uso della forza un diritto che legittima il dominio sugli altri.

Chi è «il Prometeo dell’umanità… colui che preparò la strada all’umanità, per dominare le altre creature terrene. Lo si elimini — e quella oscurità tornerà ad avviluppare di nuovo la terra…».

Il nostro naturalmente ignora che la grande cultura ellenica è nata dall’apertura dei confini, dall’incontro con il sapere dei Caldei, degli egizi, dei fenici, financo degli orientali, rielaborato originalmente nelle poleis greche.

Prometeo dell’umanità, invece, per Rubio è la civiltà occidentale, cui compete il ruolo-guida nel mondo, in quanto ha il primato su tutte le altre civiltà.

La storia della nostra civiltà è la più grande storia mai conosciuta dall’uomo.

La strada che intraprenderemo determinerà se l’Occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino.

  • Il ritorno della guerra al centro della storia.

Come la superiore civiltà occidentale, destinata alla guida del mondo, si riapproprierà della propria capacità egemonica?

Attraverso la forza, riportando sulla scena della storia la corsa verso arsenali riforniti di armi, droni, bombe, tecnologie militari.

La guerra — dice Rubio — grazie agli americani, è tornata al centro della storia, simbolo della salute vigorosa e della capacità distintiva di un popolo e di una nazione.

E ora la guerra è tornata. È tornata la competizione tra grandi potenze. Sono tornate la vulnerabilità, l’aggressione, il terrorismo, un intero universo di nuove minacce e attacchi. E dunque dobbiamo ricostruire le nostre istituzioni e le nostre alleanze per affrontare insieme queste minacce.

In secondo luogo, Rubio accomuna come un tutto unitario, senza distinzione alcuna, le diverse fasi storiche, i diversi eventi, come espressioni di uno sviluppo necessario e predestinato dal fato, destinato a raggiungere il compimento nell’identità statunitense.

a) Rubio cita senza conoscerli, ignorando i contrastanti sviluppi della stessa democrazia ateniese, personaggi, politici e filosofi dell’antichità, che sarebbero accomunati dalla ricerca dell’eccellenza, dalla «fedeltà alla propria nazione», al punto di essere «pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Tra essi ci sarebbe Socrate, quanto mai citato a sproposito, in quanto fu mandato a morte proprio dal regime democratico di Atene, che lo considerava un nemico che tramava con gli avversari della restaurata democrazia ateniese. Cita Platone, che fu il filosofo che dedicò i suoi dialoghi alla denuncia di una finta democrazia, in cui il politico era colui che sapeva dominare nelle assemblee e nei tribunali, in forza della retorica come strumento di demagogia politica, anche senza possedere la conoscenza. Colui che denunciò un’idea di politica regolata dalla legge del più forte e del suo diritto al dominio sugli altri, con inganno, con avidità e brama del potere, commettendo ingiustizia. Cita Aristotele, che fu cacciato da Atene come straniero, accusato di essere in combutta con i macedoni. Aristotele, ad esempio, parlò di ricerca dell’eccellenza, ma questa era riferita alla virtù etica, che era l’esito di una lunga consuetudine che creava una disposizione a esercitare a livello di eccellenza le facoltà proprie dell’uomo.

b) L’avvento dell’Impero della Cristianità, inteso come instrumentum regni ed elemento unificatore di un’intera civiltà.

Tutta la storia dell’antica Grecia, le sue acquisizioni, dalla «nostra» filosofia alla «nostra» matematica, alla «nostra» medicina, l’etica, la religione, avrebbero

spianato la strada affinché il Vangelo di Gesù Cristo trovasse terreno fertile in Europa e fiorisse nell’Impero della Cristianità.

c) Così, per Rubio, non potevano non seguire senza soluzione di continuità la storia cristiana delle origini, quella bizantina, quella medievale, quella rinascimentale, quella illuministica, in un pot-pourri la cui destinazione finale era la costruzione della superiore civiltà occidentale.

Cita come artefici di questo predestinato sviluppo storico Alessandro Magno, Cesare, Carlo Magno e poi Cortés, nei quali apparvero le qualità proprie dell’Occidente: eroismo, onore, dovere.

L’unico riferimento storico appropriato di questa squalificata sequenza di banalità e demagogia è quello a Cortés, fulgido simbolo dei conquistadores che, giunti dall’Europa nel Nuovo Continente, lo misero a ferro e fuoco, attuarono uno dei più grandi genocidi della storia ai danni degli indios, li sottoposero a violenze inenarrabili, accaparrandosi tutte le loro risorse e il lavoro schiavile della popolazione sopravvissuta.

Cortés assume nella narrazione di Rubio i contorni dell’eroe, uno dei grandi padri fondatori dell’America.

Su questo non si può che essere d’accordo.

Cortés è davvero il progenitore dell’imperialismo statunitense.

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