Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 246
Fine dell’ONU e trionfo dell’anarchia
di Roberto Iannuzzi
L’Assemblea generale di fine settembre ha mostrato che non esiste più alcun ordine mondiale laddove gli USA, che si ergevano a garante di tale ordine, hanno imposto il principio della nuda forza
Lo spettacolo sconfortante offerto dall’Assemblea generale dell’ONU di fine settembre ha avuto il merito di fornire un quadro fedele della spaventosa violenza e frammentazione dell’attuale panorama internazionale.
Negli anni ’30 del secolo scorso, la Società delle Nazioni non fu in grado di fronteggiare le crisi internazionali che avrebbero spinto il mondo nel baratro del secondo conflitto mondiale. L’ONU rischia di ripercorrere la tragica parabola dell’organismo che lo ha preceduto.
L’Assemblea generale, l’organismo più alto che rappresenta collegialmente gli stati che compongono la comunità umana sul pianeta, ha mostrato la sua inutilità e impotenza, e lo sfacelo dell’ordine internazionale.
Emblematicamente, i due discorsi che più si sono contraddistinti per la loro violazione dei principi basilari della diplomazia e della stessa Carta dell’ONU sono stati pronunciati dal presidente della prima superpotenza mondiale, che fino a pochi anni fa si vantava di difendere la legalità e l’ordine internazionale, e dal premier del suo stretto alleato, Israele.Annientare una civiltà
Il presidente statunitense Donald Trump ha esordito tracciando un quadro surreale dello stato della superpotenza americana:
La nostra economia è l’invidia del mondo. Le nostre forze armate sono le più potenti della Terra. La nostra tecnologia non è seconda a nessuno e siamo all’avanguardia praticamente in ogni campo. La nostra energia alimenta il pianeta. L’America sta risorgendo […] e il nostro futuro è davvero radioso.
Egli ha mentito sulle cause del conflitto con l’Iran accusando Teheran di aver rifiutato il negoziato (sia nel giugno 2025 che nel febbraio 2026, la Repubblica Islamica fu attaccata proprio mentre stava negoziando).
- Details
- Hits: 174
Il 3 novembre sarà la disfatta di Trump?
di Alessandro Scassellati
La guerra con l’Iran, l’aumento dei prezzi e il basso indice di gradimento del presidente danno un vantaggio ai Democratici alle elezioni di midterm del 3 novembre prossimo, ma i Repubblicani hanno investito ingenti somme di denaro nelle elezioni chiave. Gli analisti suggeriscono che l’esito finale dipenderà dalla fazione dei “mad-as-hell” (gli esasperati), un elettorato trasversale stufo dello status quo che vede la sfida non come una scelta tra destra e sinistra, ma tra “i ben pasciuti e gli esasperati” (the well-fed versus the fed-up). Il Paese sembra essere entrato in una fase storica in cui le elezioni sono percepite come “esistenziali” da entrambe le fazioni, un clima anomalo che carica le urne di una pressione democratica senza precedenti. In questo clima di forte polarizzazione politica e sociale, il movimento sindacale statunitense sta vivendo un anno elettorale straordinario, con oltre tre dozzine di candidati legati ai sindacati in corsa per la Camera e il Senato, nel tentativo di restituire le leve del potere ai cittadini comuni e ridare voce alla classe lavoratrice. A cavalcare questo risentimento è soprattutto l’ala sinistra del Partito Democratico insieme con i DSA (Democratic Socialists of America), che hanno eletto il tema dell'”affordability” — l’accessibilità economica dei servizi e dei beni essenziali — a proprio cavallo di battaglia elettorale per intercettare il malcontento contro il carovita e il trumpismo.
* * * *
Il logoramento della retorica presidenziale e l’effetto zavorra
- Details
- Hits: 231

I codici della cattura: critica dell’ideologia giuridica Woke
di Jacques Bonhomme
1. Il problema
Che cos’è il Woke? Bella domanda! Proveremo ad avanzare in essa parafrasando Agostino d’Ippona quando meditava sul “tempo”, e avviava la meditazione ammettendo che prima di riflettere, il tempo lo conosceva bene, però cominciando a rifletterci, smarriva ogni conoscenza precedente. Con il Woke non è proprio la stessa cosa, per quanto questa sfasatura del discorso, con tutte le differenze che separano i due argomenti, ci si riproponga insistentemente.
Il fatto è che al livello del “senso comune” il Woke ha già compiuto tutto il cammino di un’ideologia, e quindi lo si incontra nel linguaggio e nelle abitudini culturali degli ambienti da esso permeati, mentre al livello delle sue pratiche spontanee, dei suoi effetti trasversali e indiretti, delle sue oscillazioni fra conformismo “politicamente corretto” e rivolte “politicamente scorrette” - e ancor più delle sue contraddizioni tra la felice “buona coscienza” dei fruitori borghesi delle biotecnologie e la “coscienza infelice” dei giovani emarginati americani che vogliono spezzare i simboli e gli strumenti della violenza statale - a questo livello è più difficile farsene un’idea. Beninteso, i due piani non sono ideologicamente separati, ma una loro distinzione metodologica è indispensabile se si vuol tentare di attraversare un terreno accidentato come quello del Woke, che è così accidentato, ed anche molto scivoloso, non soltanto a causa del dualismo tra codici culturali strutturati istituzionalmente e pratiche sociali echeggianti rapporti di classe, ma anche a causa delle campagne propagandistiche delle destre fasciste, astutamente propense, in tutto l’Occidente, a giocare la carta dell’anti-Woke all’interno delle loro rivalità elettorali con le sinistre capitalistiche neoliberali, patrocinatrici zelanti del Woke.
La loro vacua contesa ha un’apparenza aristofanesca – i sostenitori di Cleone contro i denigratori di Cleone -, ma, al di là dell’apparenza, questo torneo mediatico mira a costruire una scena politica surrogatoria e totalizzante attraverso i cliché dell’“industria culturale”. La fabbricazione dell’ideologia Woke percorre anche questa via.
- Details
- Hits: 152
Bibi files: Il lawfare in salsa kosher
di Alberto Fazolo
Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui si sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.
La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.
Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.
Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.
Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.
- Details
- Hits: 190
Dal Nord Stream allo "Stretto di Trump": il piano di Washington per deindustrializzare l'Europa
di Giuseppe Masala
In più di una circostanza abbiamo chiarito come la causa di fondo della grande crisi geopolitica in corso, è da ricercare nella scarsa competitività nei mercati mondiali del paese egemone dell'epoca post caduta del Muro di Berlino: gli Stati Uniti d'America.
Tale scarsa competitività non è dovuta solo all'emergere di nuovi attori in grado di sfidare gli USA sul piano industriale e della ricerca quali innanzitutto la Cina, peraltro favorita nella sua ascesa dalla decisione occidentale di trasferire buona parte della propria produzione nel Celeste Impero Comunista, con la finalità di sfruttare l'enorme bacino di lavoro umano a basso costo che la Cina poteva offrire e così aumentare a dismisura i profitti diretti (utili aziendali) e indiretti (mettere il booster a quella enorme fabbrica di dollari sintetici che si chiama Wall Street). Il calcolo americano alla lunga si è dimostrato catastroficamente sbagliato: la Cina non si è limitata a fornire manodopera a basso costo, ma ha approfittato per chiudere il gap con l'occidente sul piano della ricerca, della tecnologia, dell'industria e, con in tempo, anche sul piano finanziario e, conseguentemente, anche politico e militare. Insomma, sono stati proprio gli Stati Uniti ad allevarsi in seno il competitor che li sta relegando in una posizione subordinata nell'agone delle potenze mondiali.
Non basta, nel suo azzardo dettato dalla convinzione che dopo la caduta del Muro di Berlino la storia fosse finita, Washington ha creato altri, ulteriori, concorrenti che si sono rivelati mortali.
- Details
- Hits: 212
Nvidia: il bluff del buyback da 235 miliardi che minaccia le nostre pensioni
di Alessandro Volpi*
Una finanza tossica che può fare molto male.
Il fenomeno dei riacquisti di azioni proprie attuato da Nvidia ha raggiunto cifre che ridisegnano la storia dei mercati finanziari.
Una delibera del cda ha avviato un programma di buyback, di riacquisto di azioni proprie, con un'estensione complessiva record di 235 miliardi di dollari.
Questo intervento, che per dimensioni supera persino i primati storici di Apple, non rappresenta soltanto una restituzione di liquidità agli azionisti, ma una manovra di ingegneria finanziaria di portata sistemica.
In pratica, Nvidia ricompra proprie azioni più di quanto abbia mai fatto qualcuno in passando rendendo davvero difficile capire quale sia il valore reale del titolo.
Assorbendo centinaia di miliardi di dollari in azioni sul mercato secondario, Nvidia riduce infatti artificialmente il denominatore del numero di titoli in circolazione.
Questo consente di gonfiare l'utile per azione anche di fronte a di un'eventuale stabilizzazione o contrazione dei margini operativi netti. In una fase in cui la valutazione dell'azienda oscilla su multipli di prezzo su utili che incorporano aspettative di crescita esponenziale e ininterrotta, l'impiego sistematico della cassa crea un paracadute artificiale per la quotazione.
- Details
- Hits: 145

The Bibi files: sacrificare Netanyahu per salvare Israele
di Alessandro Bartoloni
The Bibi files recentemente uscito nelle sale cinematografiche italiane rappresenta una sofisticata psy-op che segna un punto di svolta nella propaganda sionista. D’altronde, centinaia di ore di registrazioni video degli interrogatori del primo ministro in carica, della moglie, del figlio, di un ex ministro delle finanze, di due imprenditori milionari amici loro e di alcuni dei loro più stretti e fidati collaboratori non escono dagli uffici della polizia e del tribunale poco prima delle elezioni senza che ci sia una regia e un piano. Il cui obiettivo è apertamente dichiarato con cristallina chiarezza fin dai primi minuti del documentario: presentare il 7 ottobre e ciò che ne è seguito come il risultato delle scelte politiche di un uomo costretto a rincorrere la guerra per sfuggire ai propri guai giudiziari e non come risultato del contrasto tra il blocco sociale che cerca di costruire la Grande Israele e chi vuole liberare la Palestina dal fiume fino al mare.
Prima dell’alleanza con l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, Bibi è dipinto come un brillante politico conservatore esperto di lotta al terrorismo, il cui unico difetto è il delirio di onnipotenza derivante dall’arrembante successo che lo porta a pensare di essere al di sopra della legge. Non a caso, l’unica accusa che la regista gli muove è quella per cui è portato a giudizio in tribunale, e cioè di essere un corrotto. Motivo per cui sarebbe stato ostracizzato da una classe politica e una società civile la cui democraticità è presupposta e più volte ribadita dalle massicce manifestazioni che prima della guerra ne hanno chiesto le dimissioni.
- Details
- Hits: 556

Il libro imperdonabile
di Damiano Palano
Operai e capitale sessant’anni dopo
Sessant’anni fa usciva Operai e capitale di Mario Tronti, libro cardine dell’operaismo italiano che ha rappresentato un fondamentale momento di rottura rispetto al marxismo occidentale e alla tradizione marxista-leninista. Damiano Palano torna su quel testo sottolineandone una radicalità spesso attenuata dalle letture successive: non soltanto il rovesciamento del rapporto tra capitale e classe operaia, la centralità della fabbrica come luogo dell’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, ma anche la critica della neutralità della tecnica, della pianificazione socialista e della stessa idea tradizionale di rivoluzione. Un libro che, come scrive Palano, «rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi».
* * * *
Negli ultimi anni della sua vita, Mario Tronti ricordò in varie occasioni una regola che aveva imparato a sue spese:
♦ Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai
♦ si rimane per sempre imprigionati in una sola casella.
Si riferiva naturalmente al travolgente successo registrato da Operai e capitale, pubblicato proprio sessant’anni fa, quando Tronti aveva trentacinque anni e faceva il correttore di bozze dell’Enciclopedia universale dell’arte, edita da Sansoni.
Il libro venne stampato dalla tipografia della casa editrice Einaudi il 27 settembre 1966 e qualche settimana dopo arrivò in libreria. L’uscita del volume fu salutata da critiche feroci, in alcuni casi persino astiose, che rivolgevano al libro l’accusa di essere al tempo stesso irrazionalista e idealista.
- Details
- Hits: 312

Il caso Regeni e le leggi dello scambio
di Algamica*
Diciamoci la verità: fa un certo effetto vedere i genitori di Giulio Regeni battersi, per lunghi dieci anni, contro i mulini a vento di un diritto che rincorre affannosamente il reo senza trovarlo. E quando ritiene di averlo trovato incappa nei tre gradi di giudizio e nella possibilità della prescrizione. Non solo, ma di trovarsi fin dal primo grado di giudizio di fronte a una levata di scudi delle supreme leggi dello scambio delle leggi impersonali dell’economia.
In queste poche note non ci occupiamo di cosa facesse il giovane universitario italiano in Egitto o quali siano stati i motivi per cui fu preso e ucciso in malo modo non da un gruppo di delinquenti comuni ma da personaggi dello Stato d’Egitto, dunque con una responsabilità politica di rilievo.
Giustizia per Giulio Regeni? Favole per i fessi o per i poveri familiari che si sono consumati nella vana illusione di « avere giustizia ». Da chi si vuole giustizia? è la domanda. Dai tanti ciarlatani sia della carta stampata che dei talk show di intrattenimento tra uno spot per una marca di pasta, di un panettone o un salame, o l’ultima moda di collant? Cerchiamo una volta tanto di essere seri, affrontando le questioni per come vanno realmente analizzate: può una sentenza su Giulio Reggeni, dopo dieci anni, avere un peso importante nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto, come da più parti si domanda? Così va posta la questione, altrimenti continuiamo col chiacchiericcio fra gli spot dei talk show.
« Noi con Giulio Ma non si può mollare l’Egitto » è l’editoriale a firma del noto liberista Alessandro Sallusti. Il quale fa un sano ragionamento di pragmatismo economico politico: « Detto che i genitori del ragazzo hanno tutto il diritto di chiedere qualsiasi cosa senza dover essere giudicati, tanto meno da me, stupisce però la fuga in avanti della sinistra politica e culturale che invoca » ecco il punto qualificante della questione « addirittura la rottura di qualsiasi rapporto con l’Egitto di Al Sisi, formalmente una repubblica semipresidenziale ma di fatto una autarchia che » attenzione bene! « potrebbe rientrare nella teorica lista dei cosiddetti “stati canaglia”.
- Details
- Hits: 428
Ritorno a Mosca
di Angelo d'Orsi
Ho annunciato il viaggio a Mosca, un paio di settimane fa, e immediatamente decine e decine di hater, gli odiatori professionali (persone o sistemi elettronici) si sono scatenati.
Avevo informato i miei follower e quelli di Agorà di essere stato invitato da una organizzazione internazionale (la IAPEE), come “esperto” (qualifica diversa, con un rango minore rispetto a quella di “osservatore” ufficiale), alle elezioni per il rinnovo della Duma (18-20 settembre). Avevo comunque ricevuto l’accredito della Camera Elettorale della Federazione Russa e di quella della Città di Mosca, due istituzioni preposte al corretto svolgimento delle votazioni. Le ingiurie naturalmente erano e sono “a prescindere”: al di là delle solite frasi (“Vai in Russia? Restaci!”. “Quanto ti paga Putin?” “Traditore”…, e così via), gli argomenti “pesanti” riproducevano i commenti della “stampa indipendente”: ossia, saranno “elezioni farsa”, tanto si sa chi vince, e tutti a menzionare Putin, che, non trattandosi di elezioni presidenziali, non era ovviamente candidato.
Del resto non ci si poteva stupire, se da von der Leyen a Kaia Kallas, da Macron a Merz, era un coro uniforme, puntualmente ripreso dai media italiani ed europei. Putin ha escluso gli osservatori internazionali, si ripeteva. E la IAPEE con i suoi esperti sparsi in varie località della Federazione (in numero totale di 1256), veniva privata, in tale narrazione, di qualsiasi legittimità, perché nata in Russia, anche se finanziata dalla sessantina di Stati membri.
- Details
- Hits: 238
Sulla guerra, trumpiani e “democratici” pari sono
di Elena Basile
Credo che la demistificazione del cosiddetto liberal order sia essenziale alla lotta dei popoli europei affinché una nuova classe dirigente e un nuovo blocco sociale ed economico possa ritornare alla politica mirata ai beni comuni, ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza sociale. L’elettorato progressista è manipolato dalla propaganda “neoliberal”. Senza di esso è impossibile la costruzione di un’istanza politica unitaria alla quale potrebbe aderire il dissenso, emerso nella mobilitazione della società civile e mascherato nel non voto. Cerchiamo quindi di capire come assiomi contraddittori, che un tempo avrebbero portato alla bocciatura di un allievo di 13 anni, siano recitati senza provocare grandi sorprese.
“È necessario salvare la democrazia censurando i media stranieri e costituendo uffici contro la disinformazione”. Chi decide quale sia la disinformazione?, chiederebbe il professore allo sprovveduto allievo. “Per costruire la pace bisogna fornire armi ai paesi aggrediti”. Quanti sono nel mondo i Paesi aggrediti? Se forniamo armi a Cuba e al Venezuela, all’Iran e al Libano, ai palestinesi etc. siamo sicuri di non incentivare la guerra? “L’Occidente combatte per la democrazia ucraina”. L’Occidente? Lo stesso che è complice di un genocidio a Gaza, si preoccupa della democrazia in Ucraina e in Iran? Sarebbe come credere che un genitore che violenta la figlia a casa sia un maestro di scuola eccezionale. Continuiamo a domandarci sgomenti come si è arrivati all’accettazione generalizzata di simili paradossi. Ebbene la confusione regna indisturbata.
- Details
- Hits: 153
"Dipendiamo dalle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti per riequilibrare le forze"
di Geraldina Colotti
Intervista a Juan David Correa, ex ministro della Cultura colombiano
Juan David Correa, ex ministro della Cultura della Colombia e insigne intellettuale, è l'attuale direttore del progetto Conversaciones Pendientes. Con lui abbiamo conversato sulla situazione in Colombia e nel continente, a ridosso delle elezioni in Brasile.
* * * *
Quale bilancio fa del processo di cambiamento portato avanti dal governo progressista di cui ha fatto parte in Colombia, e come interpreta le accuse di frode elettorale e le manovre di destabilizzazione che sono state denunciate dall'ex presidente Gustavo Petro di fronte all'attuale scenario politico?
Io credo che abbiamo vissuto e viviamo un processo inedito di cambiamento in Colombia; un cambiamento irreversibile, culturale, riformista, di discorso e di politicizzazione della società colombiana, e credo che questo sia l'aspetto principale. Si sono ottenute riforme sociali importanti come quella del lavoro e delle pensioni, l'avvio di una vera riforma agraria, un forte scossone culturale, una proposta educativa di fondo — che non si è riusciti a portare a termine completamente, ma che è fondamentale —, e un modo nuovo di intendere l'organizzazione sociale, il sindacalismo, la riconquista dei diritti lavorativi, la sconfitta della fame e l'idea stessa del bene pubblico come patrimonio di tutte e tutti contro il neoliberalismo. Gli attacchi, ovviamente, sono stati brutali e spietati.
- Details
- Hits: 301
Volo Flydubai, le leggi di Newton smentiscono la versione di Netanyahu
di Ahmed Bashir Al-Aila*
Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica, alla ricerca dei dati necessari a placare i dubbi scientifici sorti attorno alla narrazione del salvataggio dell'aereo e del suo successivo raddrizzamento in volo.
Dopo aver appreso le notizie e le loro implicazioni, ho iniziato ad analizzare le variabili fisiche disponibili per fornire una risposta scientifica chiara allo scenario da kolossal hollywoodiano costruito dai media israeliani. Mi sono addentrato nei calcoli della dinamica del volo e dell'aerodinamica, integrandoli con le evidenze scientifiche sul comportamento e le limitazioni umane in condizioni critiche.
Tutta questa esigenza di chiarezza nasce dal fatto che la narrazione mediatica si è affrettata a veicolare uno scenario drammatico: un rapido accesso forzato alla cabina di pilotaggio blindata e un intervento manuale che avrebbe salvato l'aereo durante una precipitosa discesa. Per me, questa ricostruzione non era una semplice esagerazione giornalistica, ma un'assurdità logica che contraddice le leggi più elementari della fisica e della dinamica di volo.
Quadro informativo di base
Questa analisi esamina la rapida e improvvisa perdita di quota del volo Flydubai FZ1073 (un Boeing 737 MAX) sopra l'Arabia Saudita nord-occidentale.
- Details
- Hits: 256
Il pianeta Marx finalmente nel cielo come un pianeta. Cronache marXZiane n. 21
di Giorgio Gattei
«
Bada che non ti chiedo di testimoniare ciò che ritieni falso,
che sarebbe peccato, ma di testimoniare
falsamente ciò che credi vero –
il che è azione virtuosa perché supplisce alla
mancanza di prove su qualcosa che certamente
esiste o è accaduto»
(U. Eco, Baudolino, 2000)
1. Quindi ci sono i fatti, ma ci sono anche le rappresentazioni mentali che ci facciamo di quei fatti secondo una relazione che Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus (1921) ha ridotto a semplici assiomi: «1. Il mondo è tutto ciò che accade. 1.1. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose… 2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti… 3.1. L’immagine logica dei fatti è il pensiero», una successione dove la parola più intrigante nel finale è “logica”, dato che la rappresentazione mentale dei fatti, che sono sempre complicati e confusi, deve presentarsi sintetica, coerente e soprattutto astratta per mostrarsi efficace, come ad esempio la parola “cane” che, rispetto all’animale, non abbaia e non morde, sebbene possa far male se usata come insulto.
Se questo è il modo di rappresentarsi i fatti nella mente, l’analogia più plausibile è quella con le mappe geografiche, le quali sono utili, arrivando ad esempio in una città sconosciuta, per muovercisi dentro senza aggirarsi inutilmente. Eppure tutti sappiamo che le mappe sono ingannevoli dato che sono rappresentazioni approssimative e soprattutto ridotte (perfino la mirabolante mappa a scala 1:1 ordinata dall’imperatore in un celebre racconto di J.L. Borges, non poté far altro che sovrapporre una immagine cartacea bidimensionale ad un territorio tridimensionale, così che alla fine risultò tanto scomoda che «le generazioni successive, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che quella mappa enorme era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alla inclemenza del sole e degli inverni» (J.L. Borges, Del rigore della scienza, in Storia generale della infamia, 1954).
- Details
- Hits: 235
La prossima guerra si combatterà qui: Europa e USA saranno nemici
di Ksenia Smertina* - RT
Questo settembre, l’Artico ha ampliato silenziosamente il divario tra i presunti alleati transatlantici. I tentativi di Bruxelles di mitigare la crescente influenza degli Stati Uniti nella regione sono stati finora poco sistematici ma intensi. Il vertice artico tenutosi nella Lapponia finlandese e i successivi colloqui tra l’UE e il Canada, durante i quali la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto di concedere a Ottawa lo status di membro associato, vanno considerati nel contesto del nuovo accordo tra gli Stati Uniti e la Groenlandia.
L’UE sta utilizzando i suoi consueti metodi competitivi nella corsa polare, immergendosi in un confronto di fatto con gli Stati Uniti. Un’alternativa avrebbe potuto essere quella di cercare di trovare un proprio posto legittimo tra i grandi attori; tuttavia, la finestra di opportunità per tali iniziative si è chiusa, il che non lascia all’Unione Europea altre alternative se non la prospettiva di una guerra ibrida in cui Bruxelles e Washington sono rivali.
Modelli ricorrenti dell’UE oltre il Circolo Polare Artico
Dodici paesi dell’UE e i vertici del blocco hanno partecipato questo mese al Vertice Artico in Lapponia, dove hanno concordato una ridefinizione radicale della politica polare, riconoscendo ufficialmente la regione come un “punto caldo geopolitico”.
Per comprendere la specificità delle ambizioni artiche dell’Unione, va sottolineato che gli Stati membri non dispongono di alcuna infrastruttura propria di rilievo sulla mappa polare. A seguito della Brexit, l’UE non possiede più frontiere artiche sovrane direttamente collegate all’Oceano Artico. La Norvegia e l’Islanda rimangono fuori dall’Unione, la Groenlandia continua a essere un territorio d’oltremare danese autonomo, mentre la Finlandia e la Svezia sono geograficamente isolate dall’oceano. Inoltre, l’UE come blocco unico è completamente priva di una propria flotta di rompighiaccio artici: le poche navi nazionali dei paesi scandinavi non sono in grado di garantire un vero dominio strategico.
- Details
- Hits: 205
Evoluzione o morte, ovvero Darwin nell’Antropocene
di Roberto Paura
L’origine delle specie di Charles R. Darwin è stato giustamente definito “il libro del millennio” (Jones, 2005), ma spesso ci si dimentica che dietro il suo successo si nasconde un altro testo, molto più citato che letto: il Saggio sul principio di popolazione di Thomas Robert Malthus. Tra le due opere c’è un intervallo di circa sessant’anni: 1798 il primo, 1859 il secondo. Nella sua Autobiografia, Darwin espliciterà la connessione con il suo predecessore sostenendo che solo dopo la lettura di Malthus arrivò finalmente a comprendere il principio della selezione naturale, il “motore” del processo evolutivo che fino ad allora gli era sfuggito, impedendogli di completare il suo “lungo ragionamento” (Darwin, 2016). È il 28 settembre 1839, Darwin ha trent’anni, all’inizio di quell’anno si è sposato con la cugina Emma Wedgwood e da tre anni, da quanto è tornato dal lungo viaggio sul brigantino Beagle, cerca di trarre una sorta di legge universale dagli appunti raccolti, che convergono verso un processo di variazione e differenziazione delle specie naturali nel corso del tempo.
La constatazione di Malthus era semplice: le popolazioni crescono in progressione geometrica, le risorse in progressione aritmetica, quindi c’è uno scarto crescente tra popolazione e risorse che innesca una costante lotta per la sopravvivenza; alla fine le specie sono costrette da feedback negativi a regolare il loro tasso di fecondità per non esaurire le risorse, anche la specie umana, altrimenti il suo destino sarà quello di andare incontro a carestie, guerre, miseria e morte. I dati che l’economista poteva portare a supporto di questa tesi erano tanto più evidenti nell’Inghilterra di Darwin, alle prese con il problema dei poveri nelle grandi città. Di lì a poco l’Irlanda avrebbe conosciuto la grande carestia, corroborando le tesi malthusiane. Se ne poteva trarre la conclusione che, stante il processo casuale di variazione dei tratti che si verifica nel corso delle generazioni all’interno di una specie (ciò che oggi chiamiamo mutazione genetica), la competizione per le risorse, data dall’interazione costante tra una specie e il suo ambiente, genera un processo di selezione che fa sì che solo quei tratti che garantiscono a un individuo maggiore sopravvivenza per generare una discendenza (e consentire così la trasmissione ereditaria dei tratti vantaggiosi) passeranno il vaglio del setaccio della Natura.
- Details
- Hits: 176
All’ONU in scena la carovana dei mostri di fine Impero
di Alex Marsaglia
La carovana di fine impero che è andata a pontificare all’ultima Assemblea Generale dell’ONU rappresenta al meglio il puro esercizio retorico di una politica postmoderna occidentale in piena crisi: Trump e Netanyahu costretti alle sparate più irrealistiche e alle minacce a viso aperto contro gli avversari, ma con sempre meno consenso nel sistema-mondo.
Trump con il solito intervento disconnesso dalla realtà del conflitto il 22 Settembre ha millantato l’ennesima pace raggiunta: “Ho realizzato la pace, mentre gli altri parlavano. Con l’Iran o un accordo o li anniento”, ovviamente l’Iran non si è tirato indietro e il Ministro degli Esteri Araghchi il 25 ha proposto un “piano concreto in sette giorni” che nei contenuti ricalcava il Memorandum of Understanding dello scorso Giugno.
Siccome il piano ratifica la sconfitta dell’Impero nel Golfo Persico e in buona parte dell’Asia Occidentale, Trump ha rifiutato, ma non ha annientato proprio nessuno. Come se non bastasse qualche giorno dopo, il 24 sera, la Coalizione Epstein ha completato la sua sfilata horror con un intervento agghiacciante di Netanyahu in cui ha minacciato apertamente tutta la platea dei delegati mondiali che avessero osato opporsi ai piani sionisti.
Il Primo Ministro ha poi brandito un cercapersone rifacendosi all’attentato terroristico compiuto dai servizi segreti contro i civili libanesi che due anni fa, nel settembre 2024, venivano uccisi e mutilati a migliaia con l’unica motivazione del sospetto di collaborazione con Hezbollah: processo sommario, condanna ed esecuzione.
- Details
- Hits: 194
Non ci sono "Naza" a Gaza: la menzogna della "vittima collaterale" nello sterminio palestinese
di Giulia Bertotto
È la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma uno sterminio in diretta social
IL PRIMO FILM SU UN GENOCIDIO MENTRE È IN CORSO
Sul docufilm "Naza" è stato detto di tutto. Che si tratta di un film surrettiziamente colonialista poiché dando risalto alla testimonianza del carnefice delegittima la voce palestinese, che se il film può sensibilizzare l'opinione pubblica ancora tiepida sulla causa palestinese allora ben venga, che è un atto di autocritica da parte di registi israeliani e che deve aggiungersi e non sostituirsi alle migliaia di denunce, video, foto, atti legali dei palestinesi. Tutte queste considerazioni sembrano ricevibili e niente affatto peregrine.
Il lungometraggio è così dibattuto, criticato e sentito perché è la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma un genocidio in diretta social. Un livello di fusione tra immagine sullo schermo e realtà dei corpi che non era mai stato raggiunto prima. Un livello di derealizzazione e di normalizzazione della carneficina e del dolore inedito. Il film quindi non viene valutato sul piano cinematografico, ma giudicato soprattutto sul piano etico, giuridico e politico.
- Details
- Hits: 159
La mossa di ENI sui carburanti non è un gesto generoso ma una farsa ben congegnata
di coniarerivolta
Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.
Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però modeste e irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.
Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile.
- Details
- Hits: 218
Germania: niente panico
di Gaby Weber
Rilanciamo questo pezzo tradotto dalla redazione di Erbacce, l’illustrazione è di Marilena Nardi
Le elezioni di settembre 2026 in diversi Länder tedeschi hanno scatenato il panico a livello mondiale. Prima la vittoria schiacciante del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) con il 44% dei voti in Sassonia-Anhalt, e poi la vittoria del partito di sinistra Die Linke con quasi il 26%, cifra a cui va aggiunto il 4,7% ottenuto dall’Alleanza di Sahra Wagenknecht (BSW), anche se non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 5%. Si tratta, in sostanza, di circa un terzo di tutti gli elettori che esprimono un voto di protesta a sinistra.
Il governo federale sta attualmente discutendo se sottoporre la Sassonia-Anhalt ad amministrazione controllata; nel frattempo, il cancelliere Friedrich Merz intende tirar fuori dal cilindro, con procedura d’urgenza, una nuova legge che vieti le espropriazioni di appartamenti nei Länder. Infatti, durante la campagna elettorale, Die Linke aveva fatto dell’espropriazione dei grandi gruppi immobiliari il proprio cavallo di battaglia. Una richiesta era già emersa anni fa da un referendum popolare, che tuttavia non ha valore giuridico vincolante. Tuttavia, Die Linke vuole subordinare a questo la formazione di eventuali coalizioni.
Perché tutto questo panico? Andiamo innanzitutto in Sassonia-Anhalt, un tempo parte della DDR. Occorre distinguere tra la leadership dell’AfD e il suo elettorato.
- Details
- Hits: 482
Spunti per una discussione del pensiero di Domenico Losurdo
di Carlo Formenti
A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”, in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante: dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del 1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per usare la formula con cui due sociologi francesi1 battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti “single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate come nazionalismo “terzomondista”.
Si potrebbe obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory2 e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale, arte di cui Antonio Negri3 è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che la Scuola di Francoforte4 aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni precedenti.
- Details
- Hits: 162
Imperialismo digitale e traiettorie dello sviluppo tecnologico
Alcune note all’ultimo libro di Dario Guarascio
di Stefano Lucarelli
1. Introduzione: la political economy delle piattaforme e i nodi del conflitto globale
Nel dibattito contemporaneo sulla ristrutturazione del capitalismo globale, l’analisi delle traiettorie tecnologiche richiede categorie interpretative capaci di superare il determinismo tecnologico e di ricondurre anche lo studio dei processi di innovazione all’interno di una analisi attenta alle relazioni di potere.
Il libro di Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026), è un utilissimo strumento analitico innanzitutto perché l’autore – studioso piuttosto noto fra gli economisti delle innovazioni che non disdegna le sfide della divulgazione – offre un’eccellente ricostruzione della saldatura tra i giganti oligopolistici dell’Information and Communication Technology e gli apparati statali, mostrando come l’accumulazione capitalistica fondata sull’estrazione dei dati si sia progressivamente consolidata determinando l’acuirsi di contraddizioni che hanno contribuito ad aprire una crisi geopolitica tutt’ora in corso. Una crisi che potrebbe essere anche studiata come una transizione egemonica nel senso di Nanni Arrighi.
Guarascio evidenzia con chiarezza il rischio di una torsione bellica e securitaria in un certo senso causata dalla necessità di trovare ambiti applicativi redditizi alle tecnologie di frontiera, in particolare all’Intelligenza Artificiale, sia nel blocco atlantico sia in quello BRICS+:
«In termini keyensiani, la spesa militare può compensare i problemi di ‘sottoconsumo’ – nel caso di compressione dei salari e conseguente riduzione dei consumi, la spesa militare può in parte sopperire al calo della domanda sostenendo i profitti delle imprese – o fornire un’alternativa in presenza di guerre commerciali che rendono più difficili le esportazioni, contribuendo alla stabilizzazione del ciclo economico. Può anche avere effetti positivi dal lato dell’offerta: dando impulso alla ricerca e all’innovazione delle imprese, come è avvenuto nel dopoguerra negli Stati Uniti » (Guarascio, 2026, p. 13).
- Details
- Hits: 136
Un programma elettorale di svolta: la strada per la pace
di Giorgio Monestarolo
Da tempo abbiamo avviato, in queste pagine, un confronto sul “che fare” nell’attuale complicata situazione politica (in termini generali e anche con specifica attenzione alle elezioni del prossimo anno). Lo abbiamo detto e scritto più volte: l’elemento fondamentale che condiziona il quadro politico è la guerra, ogni giorno più pervasiva e che determina tutte le altre scelte (anche di politica interna, se non altro per la dislocazione delle risorse disponibili). Nella guerra è sempre più coinvolta – e in maniera irresponsabile – l’Europa. È una ragione in più per occuparci, nella definizione del “che fare”, anche dell’Unione Europa, del suo governo, delle sue istituzioni, delle sue contraddizioni. L’attuale Unione è certamente – su questo è facile concordare – una realtà del tutto diversa dal soggetto, che in decenni passati abbiamo sognato, capace di tutelare i diritti dei popoli e di tutti i cittadini, vecchi e nuovi. Le ragioni per cui si è arrivati a questo esito e le strade possibili per invertire la tendenza sono un ulteriore oggetto del nostro confronto in cui si susseguiranno posizioni anche fortemente divaricate: nella speranza di riuscire, alla fine, a raggiungere una sintesi condivisa. (la redazione)
* * * *
1. Un programma per un’alleanza politica e sociale progressista, capace di battere le destre, deve avere la pace come punto centrale attorno al quale costruire il resto della sua proposta. Non è il caso di girarci intorno: senza una posizione chiara e definita sul tema della guerra in Ucraina, sulla questione palestinese, sulla guerra in Iran non c’è realisticamente nessuna possibilità di vincere le elezioni.
- Details
- Hits: 229
Il metodo di Karl Marx, quando la dialettica non è deterministica
di Manfredi Alberti
L’ultimo libro di Roberto Fineschi sul filosofo tedesco, edito da Scholé
In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio. Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.
Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico. L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.
- Details
- Hits: 110
Latinoamerica. Come far diventare a stelle e strisce il rosso
di Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/09DncUvlPDI: Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”
Se la dottrina Monroe – “L’America agli americani”, 1823 – ha fatto del male ai paesi e popoli dell’America Latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, la sua riedizione in Donroe – “Supremazia incontestata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale” – si sta evolvendo in pandemia mortale. Dell’America Latina progressista, o rivoluzionaria, o antimperialista rimangono due presidi, Messico e Nicaragua, con un terzo, Brasile, che, dopo la caduta con Bolsonaro in un regime non dissimile da quello di Milei, se la cavicchia con un Lula rieditato in chiave difensiva. A una settimana dalle elezioni presidenziali dell’8 ottobre il vantaggio di Lula sul candidato trumpista, già rassicurante, si è ridotto a un soffio: secondo l’istituto Datafolha, se in un primo sondaggio risultava del 40% contro il 36% di Flavio Bolsonaro, saremmo ora al 47% sul 45,5%.
Fronte indipendentista e antimperialista striminzito assai, rispetto a quello che, ancora pochi anni fa, riuniva una maggioranza dei paesi del Cono Sud: Venezuela di Maduro, Bolivia di Arce, Ecuador di Correa, Perù di Castillo, Honduras di Xiomara Castro, Colombia di Petro, Argentina dei Kirchner, Cile dell’esitante Boric, Cuba, per quanto sotto crescente pressione del bloqueo e, ovviamente, il Messico di Obrador e poi della Sheinbaum.
Page 8 of 700



























































