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lantidiplomatico

Il 7 ottobre ed il pensiero "liberal" occidentale

di Vincenzo Brandi

Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.

Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.

Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:

“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.

Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.

Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).

Infatti, le conseguenze pratiche dell’azione del 7 ottobre sono state la discesa in campo, a sostegno della Resistenza, di Hezbollah, dalla parte del Libano, e del movimento Ansar Allah dello Yemen, con l’Iran a fare da sostegno sullo sfondo.

I successivi sviluppi sono stati il fallito attacco di Israele ed USA all’Iran, che ha fatto intervenire altre forze rivoluzionarie, come le milizie di mobilitazione popolare dell’Iraq, e hanno causato una crisi energetica e politica globale ancora in corso. Le monarchie arabe reazionarie, come Arabia Saudita o gli Emirati Uniti, pronte ad un’alleanza stabile con Israele, sono risultate fortemente indebolite per gli attacchi alle basi militari USA e agli impianti civili ed energetici.

La questione della liberazione della Palestina è stata prepotentemente rimessa in prima linea, offuscando la falsa prospettiva dei “due stati” tanto di moda tra i “progressisti” occidentali.ma ormai irrealizzabile e divenuta solo uno slogan ingannatore.

Indubbiamente vi è stato uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale, che ha sotto gli occhi il genocidio e tutti i crimini commessi da Israele. Ma ciò di per se’ serve a poco, almeno per ora, visto che tutti i paesi occidentali continuano a sostenere Israele al 100 per 100, con finanziamenti, fornitura di armi e munizioni, accordi economici e scientifici.

Forse è utile ricordare il precedente storico del 2003 quando milioni di persone scesero in piazza per opporsi alla guerra che si preparava contro l’Iraq. Il New York Times scrisse che due erano le potenze mondiali contrapposte: l’Imperialismo guerrafondaio e l’opinione pubblica pacifista. Ma era una bugia. La guerra andò avanti lo stesso fino alla distruzione dell’Iraq, basandosi sulle evidenti menzogne dei criminali George Bush e Tony Blair. Solo il Capo di Stato Maggiore Colin Powel, dopo aver mostrato all’assemblea generale dell’ONU la famosa provetta finta, recentemente si è detto pentito e ha confessato la verità.

Oggi gli USA lasciano l’Iraq dopo più di 20 anni sotto la pressione delle forze della Resistenza locali e dell’Asse della Resistenza dell’Asia Occidentale.

Anche la convinzione di molti “progressisti liberal” che la guerra del Vietnam degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sia finita per la forza del movimento pacifista è errata. Il ritiro degli USA avvenne quando il Governo statunitense si rese conto che la Resistenza dei Vietcong non sarebbe finita mai nonostante le perdite subite (due milioni di morti). Solo allora il Governo USA ritenne opportuno tenere in conto e collegarsi al pacifismo dilagante, non essendo più conveniente continuare la guerra.

La liberazione dell’Algeria è avvenuta con enormi sacrifici (un milione e mezzo di morti), ma anche contro l’opinione pubblica francese che fu in genere contraria all’indipendenza algerina.

Il riferimento all’Algeria ci permette di criticare un altro tipo di atteggiamento del pensiero “liberal” occidentale, quello secondo cui ogni buona rivoluzione e lotta di liberazione dovrebbe avvenire in modo corretto e rispettando certe regole (stabilite dal pensiero occidentale).

Ci può aiutare in questo il ricordo del bellissimo e coraggioso film di Gillo Pontecorvo: “La battaglia di Algeri” del 1966, che fece tanto infuriare i Francesi. Nel film non si nascondono e non si criticano gli atti di terrorismo delle donne algerine che andavano a mettere le bombe nei caffè frequentati dai Francesi.

In definitiva, la presa di coscienza di larga parte anche dell’opinione pubblica occidentale riguardo ai crimini del Sionismo è un fatto positivo, ma non di per sè determinante. Al primo posto c’è la Resistenza in ogni sua forma. Gli attivisti che si battono per l’indipendenza della Palestina devono partire da questo: collegarsi con la Resistenza ed implementare tutte le azioni che siano di sostegno alla Resistenza, come intervenire a favore dei prigionieri palestinesi, incrementare azioni di boicottaggio diretto ad Israele, opporsi alle leggi liberticide che cercano di salvare il Sionismo colonialista. Alla fine le azioni della Resistenza e la crisi globale indurranno molti governi e istituzioni internazionali a tenere conto dei cambiamenti nell’opinione pubblica e a scaricare Israele al proprio destino.

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Comments

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Alessio Galluppi
Sunday, 01 November 2026 10:16
Prima di tutto saluto il compagno Vincenzo.

C’è un modo particolare di analizzare i fatti dopo che accadono che è quello di giudicarli sulla base dei risultati e mettere da parte le cause e le necessità che li hanno determinati. Per chi ha letto l’articolo di Whitney su Contropiano emerge esattamente questo limite e giustamente come prova a dimostrare Vincenzo non ci convince affatto.
.
Cos’è che non ci convince? L’asse non è blocco, è una alleanza per necessità. Noi sosteniamo questa necessità.

Quando Fazolo in una iniziativa organizzata a Roma dal “Coordinamento in solidarietà col popolo palestinese” - conoscere lo Yemen - chiede a Tim Anderson se Ansar Hallah è un proxy dell’Iran e lui risponde che secondo lui è “No”, il senso è proprio questo. Ma non di meno agisce per forza di necessità, che diviene volontà, un resistenza ben precisa in Asia Occidentale nei confronti della quale l’imperialismo USA mostra di non avere più il monopolio della violenza militare, mentre il petrodollaro è al suo eclissi.

Se ció è effetto diretto del 7 ottobre, oppure di una strategia, oppure un insieme di effetti casuali dell’unitario moto della crisi di un modo di produzione di ció Whitney non si interessa. Affronta il 7 ottobre e la questione palestinese in modo atemporale.

Dopo di che Mike Whitney non fa onore alla intelligenza delle persone e anche alla memoria di Sinwar. La necessità di sopravvivenza di un popolo, che diviene forza e volontà il 7 ottobre, una volta compiuto poi ti trovi in quadro diverso da quello immaginato.

Sicchè se Sinwar prima poteva immaginare realistico il quadro di cui Whitney riporta e datato a Dicembre 2022, è crollato definitivamente perchè già prima era un morto che camminava: “i due popoli e due stati”.

È evidente quindi il senso che dà Whitney della ricostruzione di fatti veri: che si sia ancora in quella dimensione, una prospettiva di liberazione dei territori occupati nel 1967, che è bruciata dalla storia e misura il fatto sulla base di quel quadro.

Whiteney ragiona nei termini che si stia marciando verso quella, dei due popoli e dei due stati, e non verso l’out out: o cancellazione di Israele e l’autodeterminazione del popolo ebraico nella pattumiera della storia, trascinato dalla voragine che si allarga in Asia Occidentale; o cancellazione dei palestinesi.

E che Whitney tenti di dimostrare che nella martoriata palestina non cresca - e come potrebbe essere altrimenti - l’odio verso gli ebrei, che Sinwar non ce l’avesse con gli ebrei, sarebbe come a dire che Nat Turner durante la rivolta degli schiavi non ce l’avesse contro le famiglie bianche schiaviste. E se si prova a dimostrare l’assurdo, vuol dire che Withney tiene in ossequio anche lui l’esistenza di Israele per suo “diritto naturale”.

Dopo di che Whitney ribatte che nel 7 ottobre non vi era alcun “odio verso gli ebrei” o l’intento di “buttare a mare gli ebrei”, beh sì indipendente mente dalla coscienza delle persone diviene proprio quello inevitabilmente per l’out-out storico che si pone: che gli ebrei se ne vadano dalla Palestina per tornare a casa loro in Europa.

Di fatto questo out-out era in marcia già da prima del 7 ottobre, ma solo a una velocità diversa.
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Aniello Galasso
Friday, 30 October 2026 20:52
I Palestinesi sono stati massacrati , gli Israeliani anche ( ieri oggi e domani ) , Netanyahu continua a prendere voti....e questa sarebbe una strategia vincente ?
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ndr60
Thursday, 29 October 2026 08:32
Un altro fatto positivo del 7 ottobre, per Hamas e per i Palestinesi in generale, è quello di aver fatto finire in soffitta (si spera, in modo definitivo) degli Accordi di Abramo.
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